giovedì 27 giugno 2013

bioplastiche: Dateci un pomodoro e vi faremo le scarpe

La bioplastica si trova al punto in cui era la plastica cinquant'anni fa. Ne sappiamo abbastanza per essere verdi. Cardi, funghi, granturco, castagne o alghe per produrre bottiglie, giocattoli, spazzolini da denti e, un giorno, perfino un'auto (naturalmente elettrica). La chimica verde sostituirà sempre di più il petrolio per realizzare materie artificiali, ma anche sostanze usate in cosmetica e farmacologia. E l'Italia è all'avanguardia



Dai pomodori che non sanno più di plastica alla plastica che sa di pomodoro. La strada che porta a un futuro sostenibile non passa solo attraverso una profonda trasformazione dell'agricoltura, ma anche dalla rivoluzione della chimica. E dunque addio alle vecchie sostanze plastiche derivate dal petrolio e largo alle materie prime di origine vegetale, possibilmente non utilizzate per scopi alimentari, come le bucce dei San Marzano usate dai ricercatori dell'Ictp-Cnr di Pozzuoli per ottenere un film biodegradabile, biocompatibile e non tossico da utilizzare per le pacciamature, cioè il processo di protezione e aiuto alla crescita delle piante attuato nella fase più delicata dello sviluppo con alcuni strati di plastica stesi al suolo.

Può sembrare un dettaglio da addetti ai lavori, ma al mondo vengono usate ogni anno circa 700 mila tonnellate di plastiche pacciamanti. Il loro destino è quello di un difficile riciclo, in quanto contaminate da terra sostanze organiche, o di finire nel terreno, compromettendo la fertilità del suolo. Il brevetto messo a punto dai ricercatori guidati da Mario Malinconico non ha però solo il vantaggio di essere composto da sostanze organiche. Può essere utilizzato anche sotto forma di spray e non ha bisogno di essere rimosso, funzionando anzi da ammendante del suolo.

"Le bioplastiche sono un affascinante orizzonte dell'innovazione orientata alla sostenibilità - spiega Ezio Riggi, il ricercatore del Cnr - La sinergia fra un caleidoscopio di competenze scientifiche, le imprese orientate alla responsabilità ambientale e la lungimiranza della politica possono rispondere alla crescente domanda di prodotti di qualità ad impatto sempre più prossimo allo zero". Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont, insignita nel 2007 del premio di "inventore europeo dell'anno", rilancia: "Con la chimica verde dobbiamo sconfiggere il vecchio modello di sviluppo dissipativo: dissipazione di energia, materie prime e risorse umane". L'azienda italiana risorta come un'araba fenice dalle ceneri della vecchia Montedison è oggi uno dei leader mondiali nella produzione di plastiche di origine vegetale grazie in particolare al brevetto del Mater-bi, materiale biodegradabile e compostabile contenente amido di mais e oli vegetali che sta conquistando i mercati. A fari spenti e senza grandi clamori, la chimica è tra i settori che hanno fatto forse i maggiori passi avanti verso una riconversione in chiave ambientale. In un futuro non troppo lontano sarà in grado di mettere a disposizione della nostra vita quotidiana un campionario sempre più vasto di oggetti realizzati con plastica derivata da materie prime rinnovabili. Non solo sacchetti, ma anche scarpe, giocattoli, spazzolini da denti, parti di automobile, contenitori e molto altro ancora. Un successo che parla spesso italiano grazie ai semi gettati dalle intuizioni di quel controverso personaggio che era Raul Gardini, "il contadino" prestato alla chimica. Novamont è infatti la punta di movimento vasto e diffuso. Secondo i dati Unioncamere, il 41 per cento delle imprese della chimica e della chimica-farmaceutica in Italia, vale a dire ben 2500 aziende, sono in qualche misura "eco".

L'esperienza forse più interessante è quella inaugurata in Sardegna. Racconta una leggenda tedesca che in un luogo dove era stato commesso un omicidio cresceva ogni giorno un cardo dalla forma che ricordava una persona. Qualcosa di simile sta accadendo a Porto Torres: lì dove la crisi ha ucciso uno dei poli chimici più importanti del Paese, di cardi ne stanno nascendo interi campi. Sono le piante che serviranno ad alimentare il nuovo impianto di Matrica, una joint venture tra Eni-Versalis e Novamont per la produzione di bioplastiche. Questa pianta rustica, che cresce anche su terreni marginali o da bonificare, ha pretese modeste. Si accontenta dell'acqua piovana e non ha bisogno di fertilizzanti o fitofarmaci. Non inquina, dunque, e non sottrae né risorse idriche né zone fertili all'agricoltura. Questo è un punto chiave, dato che al momento il mais è probabilmente la materia prima vegetale più collaudata della chimica verde. Anche l'Apinat, per esempio, un altro brevetto di bioplastica italiana dalle molteplici applicazioni (dagli spazzolini da denti alle suole delle scarpe), è basato sul granturco. Allo stesso modo un'altra pianta dal grande valore nutritivo, la canna da zucchero, è al centro degli sforzi per rendere bio il Pet, il polietilene tereftalato con cui vengono fabbricate le bottiglie.

Dopo il primo incoraggiante successo delle bioplastiche da pacciamatura con i pomodori, la sfida del futuro è quindi quella di attingere a ciò che resta della lavorazione di viti, alghe, agrumi, castagne e prodotti della pesca. Tutti materiali che al momento rappresentano un costo di smaltimento e che invece possono diventare ingredienti base di varie sostanze chimiche usate anche nella cosmetica e nella farmacologia. "Se dovessi fare il nome di una pianta di cui sentiremo parlare in futuro è la brassica carinata, il cavolo abissino: possiede un pannello proteico dalle qualità fumiganti e si sta lavorando per ricavarne un potente bio-erbicida", spiega Catia Bastioli.

Ma la novità forse più suggestiva arriva dagli Stati Uniti. L'azienda Ecovativedesign ha brevettato un sistema che permette di realizzare sostanze simili al polistirolo e alle schiume plastiche attraverso la coltura di funghi. Le spore vengono fatte crescere direttamente su scarti vegetali in stampi della forma desiderata. Nel giro di una settimana, senza bisogno di acqua, luce o sostanze chimiche, l'intreccio dei miceli produce una speciale plastica sostenibile. Per il momento sono in vendita i primi contenitori (per esempio dei gusci salva bottiglie), ma alla Ecovativedesign promettono l'imminente lancio di materiali per l'edilizia e le carrozzerie auto. Chissà, forse saranno pronti per lo sbarco in grande stile della macchina elettrica.

FONTE: http://www.repubblica.it/ambiente/2013/06/23/news/dateci_un_pomodoro_e_vi_faremo_le_scarpe-61677419/?rss

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