venerdì 27 marzo 2015

Qual è il miglior metodo per ottenere frutta e verdura priva di qualsiasi agente patogeno?

Qual è il miglior metodo per ottenere frutta e verdura priva di qualsiasi agente patogeno? Semplice, il lavaggio con l'acqua. Rimedio banale, certo, ma non è l'acqua che scende dal rubinetto. Il segreto è nella forma: scienziati statunitensi della Harvard University hanno sviluppato un metodo per ottenere delle vere e proprie nano-bombe di acqua capaci di eliminare i microrganismi che si depositano sugli alimenti. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Environmental Science & Technology.

I numeri del problema

Secondo le ultime statistiche disponibili fornite dal Center for Disease Control and Prevention statunitense, l'ente che si occupa della prevenzione e controllo delle patologie sul territorio a stelle e strisce, ogni anno sono circa 48 milioni le persone che hanno a che fare con cibi contaminati. Non solo, quasi 130 mila vengono ricoverate per problemi di intossicazione e ben 3 mila trovano la morte.

Disinfettanti chimici

Come spiega il professor Philip Demokritou, uno degli autori dello studio, «non possiamo più andare avanti a fare la guerra ai batteri patogeni utilizzando solo la chimica». Oggi più che mai, vedendo i numeri del problema, è necessario trovare nuove strategie da affiancare a quelle attuali. Disinfettanti e pesticidi funzionano ma non rappresentano un toccasana proprio per la presenza di residui di cloro e ammoniaca. Ecco perchè il metodo messo a punto dagli scienziati di Boston potrebbe rivoluzionare l'attuale trattamento di frutta e verdura.

Creare nano-bombe di acqua

Il metodo in questione utilizza solo ed esclusivamente acqua. C'è però un segreto. Il liquido viene fatto passare attraverso un macchinario che, utilizzando un campo magnetico ad alta intensità, restituisce acqua sotto forma di nanoparticelle della grandezza di 25 nanometri, circa 4 mila volte meno del diametro di un capello. Un vero e proprio aerosol capace di rimanere nell'area per diverse ore grazie alla carica positiva generata dal processo. Non solo, il pulviscolo di nano-bombe, così le chiamano gli autori, contiene molecole di ossigeno ad alta reattività capaci di distruggere le pareti batteriche. Sono proprio queste ultime il segreto.

 I batteri vengono eliminati

Spruzzata su pomodori e superifici in acciaio che ospitavano batteri patogeni come Escherichia coli, Salmonella e Listeria, i ricercatori hanno potuto constatare che nel giro di poco tempo le nano-bombe erano riuscite ad eliminare la maggior parte dei batteri presenti. Risultati importanti che portati su scala industriale potrebbero rivoluzionare il trattamento di frutta e verdura. Non solo, il metodo secondo gli autori potrà essere utilizzato anche nella sterilizzazione degli ambienti e nella cura delle ferite cutanee. «Dobbiamo cominciare a pensare in modo più sostenibile. Le nanotecnologie ci potranno aiutare molto. Metodi efficaci al 100% non ne esistono ma oggi non è più possibile pensare al solo utilizzo della chimica» conclude


fonte:http://www.ilsecoloxix.it/

giovedì 26 marzo 2015

protonterapia

iflettori nuovamente puntati sulla protonterapia, innovativa tecnica di radioterapia per il trattamento delle malattie neoplastiche che promette una maggior efficacia e minor tossicità rispetto alla radioterapia convenzionale. L'interesse è stato riacceso dalla recente vicenda di Ashya, il bambino inglese portato dai genitori in Spagna dopo un'intervento neurochirurgico di rimozione di un tumore cerebrale, per esser sottoposto al trattamento radioterapico sperimentale, prestazione che non gli sarebbe stata erogata nel Regno Unito. La notizia è di ieri: trattato per sei settimane da un centro di Praga, Ashya sembra essere guarito.

UN FASCIO DI PROTONI PER IRRADIARE CON PRECISIONE IL TUMORE
La protonterapia fa uso di una strumentazione sofisticata, del tutto simile al sincrotrone del CERN di Ginevra, per produrre e indirizzare il fascio protoni che rilasciano la loro energia sui tessuti neoplastici bersaglio con una precisione dell'ordine dei pochi millimetri. Da ciò deriverebbero i vantaggi clinici rispetto alla radioterapia: «Il fascio di protoni risparmia il più possibile le zone circostanti alla lesione tumorale, viene diretto con una tale precisione da permettere - a parità di dose erogata - minore tossicità o, a parità di tossistà attesa, una radiazione a dosi più elvate, garantendo un maggior controllo della malattia» spiega il dottor Maurizio Amichetti, direttore dell'Unità Operativa di Protonterapia dell'Azienda Sanitaria della Provincia Autonoma di Trento.


I PAZIENTI ELEGGIBILI AL TRATTAMENTO
Tutti i pazienti trattabili con radioterapia sono teoricamente eleggibili al trattamento con particelle. In particolare, nelle situazioni in cui la radioterapia convenzionale presenta un rischio di tossicità inaccettabile per il paziente, o come trattamento di elezione nelle neoplasie localizzate in vicinanza di tessuti critici, e in generale dove si richiede un trattamento di alta precisione. I protocolli in atto, secondo l'associazione Particle Therapy Co-Operative Group, riguardano i tumori infantili e molte neoplasie nell'adulto (ad esempio, del sistema nervoso centrale, del basicranio e altri).

AI BAMBINI I BENEFICI MAGGIORI
«Poter irradiare meno i tessuti malati è molto importante nel caso dei bambini, dove gli effetti collaterali possono essere molto severi per la giovane età del paziente, il cui organismo è più vulnerabile perché ancora in via di sviluppo, e il trattamento avere delle conseguenze di lungo periodo sul suo sviluppo fisico e cognitivo» spiega il dottor Amichetti. I piccoli pazienti, una volta guariti, hanno una vita davanti, dunque «hanno anche molti anni per sviluppare secondi tumori».

I CENTRI ITALIANI: PAVIA, TRENTO E CATANIA
In Italia, oltre al Centro pubblico di Trento, ad effettuare questo trattamento che il ministro della Salute Beatrice Lorenzin punta ad inserire nei Livelli essenziali di assistenza (LEA), ovvero le cure garantite dal Servizio sanitario nazionale, c'è il Centro nazionale di adroterapia oncologica (Cnao) di Pavia, che ha trattao finora 500 pazienti e utilizza protoni in piccola percentuale mentre fa largo uso di ioni carbonio, un'altra forma di adroterapia che, rispetto ai protoni, ha una minore selettività spaziale ma presenta una efficacia biologica superiore.  Inoltre, presso l'INFN di Catania, si interviene sui soli tumori oculari.

LA CRITICA: MANCHEREBBERO LE EVIDENZE SCIENTIFICHE
La tecnica è in continua evoluzione e relativamente nuova. Secondi i dati della Nation Association for Proton Therapy, negli Stati Uniti, il primo centro di protonterapia è stato aperto nel 1980, erano diventati due nel 2000 e oggi sono una quindicina. In tutto nel mondo se ne contano una quarantina di attivi e altrettanti sono in via di realizzazione. Il Cnao è attivo da tre anni, il centro di Trento da qualche mese. Per questa ragione alle tecniche sperimentali di adroterapia e protonterapia spesso si contesta la mancanza di robuste evidenze scientifiche e cliniche in favore della loro maggior efficacia, sul lungo periodo, rispetto alla radioterapia standard. «Naturalmente, per stimarne il reale beneficio, bisognerà seguire l'evolvere della situazione dei primi pazienti trattati. Tuttavia, per quanto diverse, le metodiche utilizzano gli stessi principi, a cambiare è la dosimetria, cioè la distibuzione della dose erogata. Ne consegue che, in via di principio, sono almeno di pari efficacia. Le evidenze in favore della protonterapia si stanno comunque accumulando in fretta» risponde così Amichetti, convinto che dietro a tali obiezioni si nasconda anche un problema di natura economica, considerato l'elevato costo di strumentazione e trattamenti.

La ricerca continua. Intanto si attende l'aggiornamento dei LEA (livelli essenziali di assistenza, fermi al 1999) condotto dal governo che prevederebbe, come già garantito dal ministro Lorenzin, l'inserimento della protonterapia entro giugno.

mercoledì 25 marzo 2015

Batteria al polistirolo

I ricercatori della Purdue University, che potrebbero aver trovato una materia prima davvero insolita per la loro batteria ricaricabile: il polistirolo da imballaggio.
Trasformando il polistirolo in micro-fogli e nanoparticelle di carbonio, gli scienziati hanno ottenuto batterie ricaricabili con una capacità di memoria superiore a quella della grafite, il materiale più usato per la realizzazione degli anodi. La capacità di accumulare energia sarebbe superiore del 15%. L'obiettivo è quello di riuscire ad aprire la scoperta all'uso commerciale nel giro di due anni.

Si tratta di un approccio particolarmente interessante sia dal punto di vista economico (il polistirolo costa poco) sia da quello ecologico (materiali riciclati anziché dispersi nell'ambiente). Gli scienziati statunitensi hanno avuto l'idea dopo aver traslocato in un nuovo laboratorio: perché non utilizzare il polistirolo col quale erano stati imballati i loro strumenti?
Ogni batteria ha due elettrodi, un anodo ed un catodo: nelle moderne batterie al litio l'anodo è normalmente di grafite, ma gli scienziati statunitensi intendono invece utilizzare il polistirolo a questo scopo. Il materiale viene riscaldato tra i 500 e i 900 gradi in una fornace ad atmosfera inerte, in presenza di un sale metallico che agisce da catalizzatore. Il risultato di questa lavorazione viene poi utilizzato per la produzione dell'anodo.
"Sebbene il polistirolo da imballaggio sia utilizzato in tutto il mondo come una perfetta soluzione per le spedizioni, il materiale è notoriamente difficile da far decomporre, e soltanto il 10% circa viene riciclato", spiega il professor Vilas Pol, che ha guidato il gruppo di ricerca. "A causa della sua bassa densità, per la spedizione verso chi dovrebbe riciclarli servono grossi container, il che è costoso e non permette di fare grandi profitti".
Con questa metodologia il materiale può essere invece riciclato e sfruttato per la produzione di batterie ricaricabili, i cui anodi avrebbero particelle con minor resistenza elettrica e spessore 10 volte inferiori rispetto alle batterie attualmente in commercio. Questo le rende più veloci da ricaricare e capaci di immagazzinare più energia. "La performance elettrochimica a lungo termine di questi elettrodi è molto stabile", aggiunge Pol. "Abbiamo completato 300 cicli di ricarica, senza verificare una significativa perdita di capacità":



Il professor Vilas Pol, dell'Università di Purdue, ha iniziato a riflettere su come utilizzare il polistirolo da imballaggio quando s'è trovato a dover organizzare un nuovo laboratorio.

 
Ha così coinvolto il proprio team alla ricerca di nuovi usi per un materiale che, normalmente, viene gettato via.

Il polistirolo è un ottimo sostituto della grafite utilizzata normalmente per realizzare l'anodo nelle batterie agli ioni di litio, e in più il processo per arrivare a questo risultato è molto semplice.

Il professor Pol ha spiegato a Phys.org: «Le chips di polistirolo sono riscaldate a una temperatura tra i 500 e i 900 gradi Celsius in atmosfera inerte e in presenza o assenza di un catalizzatore a base di un metallo di transizione».

«Il processo» - aggiunge il professor Vinodkumare Etacheri - «è economico, non dannoso per l'ambiente e potenzialmente adatto per la produzione su larga scala».

Il materiale risultante permette di realizzare anodi che sono 10 volte più sottili di quelli attuali e hanno una resistenza elettrica molto minore, il che si traduce in tempi di ricarica molto più brevi; inoltre, le prestazioni superiori si mantengono anche dopo centinaia di cicli di carica/scarica.

«Questi elettrodi» - ha spiegato il professor Pol - «hanno mostrato prestazioni notevolmente maggiori per quanto riguarda la conservazione dell'energia rispetto agli anodi di grafite disponibili in commercio. Gli anodi realizzati a partire dalle chips per imballaggio hanno mostrato di avere una capacità specifica massima di 420 mAh/g, che è maggiore della capacità teorica della grafite (372 mAh/g)».

I test, condotti con 300 cicli di carica/scarica, non hanno evidenziato sostanziali perdite nella capacità delle batterie così realizzate e, secondo il professor Etacheri le prestazioni elettrochimiche sul lungo periodo sono molto stabili: il polistirolo e l'alternativa basata sull'amido si sono quindi dimostrati molto promettenti per la realizzazione di batterie ricaricabili agli ioni di sodio.

martedì 24 marzo 2015

balene : MORTE SPIAGGIATE 12 BALENE, 4 TRATTE IN SALVO DAI SOCCORRITORI

A sud di Perth sono spiaggiate 16 balene globicefale ma solo 4, grazie ai soccorritori, sono sopravvissute e hanno ripreso il largo. Un portavoce ipotizza: “Può essere che un individuo si sia ferito finendo in acqua bassa e il resto della famiglia lo abbia seguito”











Strage di balene globicefale a pinna lunga presso il porto di Bunburt, 170 km a sud di Perth in Australia occidentale. Ne sono morte 12, in gran parte ferite contro gli scogli. Alcuni soccorritori si sono subito attivati per salvarne altre nella zona adiacente. Lo si legge in una dichiarazione del dipartimento ambientale australiano, secondo cui quattro cetacei sono stati spinti di nuovo verso il mare aperto. Lacrime di commozione e urla di vittoria quando le balene salvate hanno iniziato a prendere il largo, ma l’insofferenza per non aver potuto fare altro ha di nuovo preso il sopravvento volgendo lo sguardo sulle spiagge, lungo la lugubre fila delle carcasse di 8 balene adulte e 4 balenotti. A rimuoverle portandole poi in discarica sono stati grandi macchinari di movimento di terra.


Non si sa cosa abbia contribuito allo spiaggiamento, ma veterinari e scienziati hanno prelevato campioni dagli animali morti per analizzarli. Branchi di balene globicefale si sono spiaggiate in passato sullo stesso tratto di costa sudovest del continente. Lo spiaggiamento più massiccio, di 320 individui, è stato nel 1996, ma tutti tranne 20 sono sopravvissuti.


Secondo un portavoce del dipartimento Parchi e fauna, è quasi impossibile sapere perché le balene si siano spiaggiate. "Può essere che un individuo si sia ferito finendo in acqua bassa e il resto della famiglia lo abbia seguito. Oppure che i dintorni del porto, con i suoi vari frangiflutti e argini, abbiano interferito con il loro biosonar e le abbia confuse nella navigazione".

ebola:l’emergenza non è finita

“L’epidemia ha brutalmente rivelato gravi fallimenti globali che migliaia di persone hanno pagato con la vita. Da essa dobbiamo imparare lezioni importanti a beneficio di tutti: dalla precarietà dei sistemi sanitari nei paesi in via di sviluppo alla paralisi e debolezza degli aiuti internazionali”.


Era un anno fa che la tragedia di Ebola investiva in particolare tre paesi dell’Africa occidentale. Un’epidemia che secondo Medici senza Frontiere, è stata affrontata con omissioni e ritardi. Un’emergenza che non si può ancora dire finita.

“Quando Ebola ha colpito a Kailahun, in Sierra Leone, in Guinea e in Liberia i governi e la cittadinanza erano deboli, impreparati, senza risorse e con carenza di personale – spiega Charles Mambu, direttore di Health For All Coalition – Tra i medici che avevamo, solo uno era specializzato in malattie infettive virali”.

Secondo Medici senza Frontiere, che ha stilato un rapporto, grazie anche al lavoro sul campo di oltre 5 mila operatori, Guinea e Sierra Leone lo scorso giugno cercavano di sottostimare la tragedia. Complici anche le organizzazioni internazionali che hanno tardato due mesi a dichiarare l’emergenza. Una lista di omissioni che l’Ong definisce “una coalizione globale all’inazione”.

“Ebola è chiaramente un’epidemia di proporzione internazionale – ha dichiarato Christopher Stokes, direttore generale di MFS – È una vergogna che l’Organizzazione Mondiale della Sanità e la comunità internazionale si siano svegliate solo quando si sono ammalati degli occidentali”.

Se gli appelli fossero stati ascoltati conclude MSF si sarebbero potute salvare delle vite. Fino ad ora Ebola ha provocato oltre 10 mila morti. 23 mila i casi di contagio

lunedì 23 marzo 2015

API: Un'ape selvatica su dieci e il 25,8% dei bombi in Europa rischia estinzione

Secondo la prima European Red List of Bees pubblicata oggi dall’ International Union for Conservation of Nature (Iucn)  che valuta il rischio di estinzione di  tutte le specie di api selvatiche  europee, «il 9,2% sono minacciate di estinzione, mentre il 5,2% sono considerati suscettibili di essere minacciata in un prossimo futuro». Ma le specie in pericolo di estinzione potrebbero essere molte di più, visto che per il 56,7% delle specie la classificazione è quella di  “Dati insufficienti” perché la mancanza di esperti, dati e finanziamenti ha reso impossibile valutare il loro rischio di estinzione.


 Le api selvatiche in Europa non se la passano molto bene: quasi una su dieci è a rischio estinzione. Una percentuale che sale a quasi un quarto (25,8%) nel caso dei 'bombi', impollinatori della stessa famiglia molto importanti. A far scattare l'allarme è la prima valutazione condotta sulle 1.965 specie censite nel Vecchio Continente nell'ambito della Lista rossa dell'Unione mondiale per la conservazione della natura (Iucn) e del progetto STEP, entrambi finanziati dalla Commissione europea.

Secondo lo studio, il 9,2% di tutte le api europee in natura è minacciato di estinzione, mentre il 5,2% lo saranno probabilmente in un prossimo futuro. Il 7,7% delle specie soffre per una popolazione in declino, il 12,6% è stabile e lo 0,7% risulta in aumento. Per circa il 56,7% delle specie purtroppo non ci sono dati, esperti e finanziamenti sufficienti, per capire i trend delle popolazioni. Fra questi anche quelli relativi all'ape da miele per eccellenza, la Apis mellifera, per la quale occorrono nuove ricerche proprio per distinguere le popolazioni selvatiche da quelle 'addomesticate'.

"Stiamo affrontando una drammatica assenza di expertise e risorse" afferma Jean-Christophe Vié, vice direttore del Programma globale specie Iucn, ricordando che "le api giocano un ruolo essenziale nell'impollinazione delle nostre colture" e occorrono dati per capire come invertire il trend delle popolazioni in declino. Principali minacce alla loro sopravvivenza sono agricoltura intensiva e modifica delle pratiche agricole, che hanno portato ad una perdita su vasta scala e al degrado degli habitat delle api. Poi ci sono cambiamenti climatici, con ondate di calore o alluvioni, cementificazione e frequenza degli incendi.

"La nostra qualità della vita - e il nostro futuro - dipende dai tanti servizi che la natura ci fornisce gratuitamente" afferma Karmenu Vella, commissario europeo all'Ambiente e Pesca. "L'impollinazione è uno di questi servizi, quindi è molto preoccupante apprendere che alcuni dei nostri principali impollinatori sia a rischio" aggiunge Vella, secondo cui "se non affrontiamo le ragioni che stanno dietro questo declino nelle api selvatiche e non agiamo urgentemente per fermarlo, ci potremmo ritrovare a pagare un prezzo molto elevato".

Questa valutazione dell'Iucn cade nella fase di revisione della strategia Ue contro la continua perdita di biodiversità. Le api sono essenziali sia per gli ecosistemi naturali sia per l'agricoltura: il valore del loro 'servizio' di impollinazione delle colture si stima ammonti ogni anno a 22 miliardi di euro in Europa, 153 miliardi a livello globale. L'84% delle colture per il consumo umano in Europa contano sull'impollinazione degli insetti per migliorare la qualità e le rese del prodotto, e sempre da loro dipende il 35% delle produzioni agricole globali.

Tra le principali colture coltivate per il consumo umano in Europa, l’84% richiedono l’impollinazione degli insetti per migliorare la qualità ed i rendimenti dei prodotti, come molti tipi di frutta, verdura e frutta secca. L’impollinazione è attuata da una serie di insetti, tra i quali le api domestiche, i bombi, molte altre specie di api selvatiche ed altri insetti. La European Red List of Bees arriva proprio mentre è in fase di revisione l’attuazione della strategia europea per arrestare la perdita di biodiversità ed i risultati di questo rapporto evidenziano la necessità di una piena attuazione della EU 2020 Biodiversity Strategy per raggiungere il target  della biodiversità  «arrestare la perdita di biodiversità e il degrado dei servizi ecosistemici nell’Ue entro il 2020, e il loro ripristino, per quanto è possibile».


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sabato 21 marzo 2015

Acqua potabile:750 milioni persone non hanno acqua potabile

Nel mondo circa 750 milioni di persone non hanno accesso ad acqua potabile. In media, circa 1.000 bambini muoiono ogni giorno per malattie legate ad acqua non sicura, mancanza di servizi igienico-sanitari e scarsa igiene. Sono i dati resi noti dall'Unicef in occasione della Giornata Mondiale dell'Acqua.  



DOPODOMANI, 22 marzo, è la Giornata dell'acqua. Ma sarebbe forse più giusto chiamarla Giornata senza acqua. Già oggi il 20% delle falde idriche mondiali è sovrasfruttato e 1,2 miliardi di persone vivono in zone in cui i rubinetti, per chi li ha, restano spesso a secco. Con una popolazione che cresce al ritmo di 80 milioni di bocche in più all'anno non è difficile immaginare cosa può succedere: nel 2050 2,4 miliardi di persone vivranno nell'Africa subsahariana.


Secondo l'organizzazione dal 1990 circa 2,3 miliardi di persone hanno ottenuto l'accesso a fonti migliorate di acqua potabile. Pertanto, aggiunge, "l'Obiettivo di Sviluppo del Millennio di dimezzare a livello globale la percentuale di persone che non hanno accesso all'acqua è stato raggiunto 5 anni prima del 2015. Oggi sono solo tre i paesi - Repubblica Democratica del Congo, Mozambico e Papua Nuova Guinea - dove più della metà della popolazione non ha accesso a fonti migliorate di acqua potabile".

Secondo l'Unicef, inoltre, dei 748 milioni di persone che nel mondo non hanno ancora accesso all'acqua, il 90% vive in aree rurali e vengono escluse dai progressi realizzati dai propri paesi. Per le donne e le bambine, andare a prendere l'acqua toglie tempo che potrebbero dedicare allo studio o alla famiglia, nelle aree non sicure sono anche esposte a rischi di violenza e attacchi.    Oltre all'Africa Sub Sahariana (molti dei paesi della regione non sono ancora sulla strada per raggiungere l'Obiettivo di sviluppo del Millennio), un gran numero di persone senza accesso all'acqua vive anche in Cina (112 milioni di persone) e in India (92 milioni).

"Le tappe per l'accesso all'acqua potabile, dal 1990, hanno rappresentato progressi importanti nonostante le incredibili difficoltà - spiega Sanjay Wijesekera, Responsabile Unicef per i programmi all'Acqua e ai Servizi igienico sanitari -. Ma c'è ancora tanto da fare. L'acqua è la vera essenza della vita e circa 750 milioni di persone tra le più povere e ai margini ancora oggi vedono negato questo diritto umano di base".


Dunque il rischio concreto è veder peggiorare un quadro che già oggi appare drammatico: 748 milioni di persone non hanno accesso a fonti di acqua potabile sicure, mentre 2,5 miliardi di persone non utilizzano strutture igienico sanitarie sicure. E anche nei paesi a reddito medio-alto i reflui di circa il 75% degli alloggi collegati alla rete fognaria non sono trattati in maniera adeguata. Questi numeri rappresentano un rischio per il futuro, non una condanna. Il rapporto mostra l'esistenza di alternative possibili. In campo energetico l'Onu suggerisce di dare più spazio alle fonti rinnovabili in modo da ridurre la pressione sull'acqua. In agricoltura si tratta di utilizzare le tecniche che fanno scarso uso della chimica in modo da proteggere la qualità delle falde idriche e difendere la fertilità dei suoli ("il rilascio incontrollato di pesticidi e sostanze chimiche nei corsi d'acqua e il mancato trattamento delle acque reflue  -  un problema che riguarda il 90% delle acque reflue dei paesi in via di sviluppo - sono concause della situazione attuale").

Queste scelte di riconversione green sono convenienti anche dal punto di vista economico. Un investimento di un dollaro nella protezione dei bacini idrografici può consentire un risparmio compreso tra 7,5 e 200 dollari americani in costi per nuovi impianti di trattamento e di filtrazione dell'acqua. Un programma di conservazione delle foreste avviato da un'impresa di forniture idriche del Costa Rica ha permesso di proteggere oltre 1.100 ettari di foreste nell'arco di 10 anni: il territorio è ora in grado di garantire la fornitura di acqua pulita ai 200 mila residenti.

scorie radioattive Italia : mobilitazione contro il deposito di scorie nucleari in Sardegna

“Basta pane avvelenato”. Un cartellone con tre parole per dire ‘No’ al deposito delle scorie nucleari in Sardegna: e’ il grido di battaglia di associazioni e comitati per presentare le due giornate di mobilitazione in programma l’1 e 2 aprile in vista del giorno della pubblicazione dell’elenco dei siti. “E’ una battaglia che combatteremo ogni giorno   (annunciato Bustianu Cumpostu, leader di Sni, in rappresentanza del comitato No nucle)


 In poco tempo la petizione "No al sito delle scorie nucleari in Sardegna", promossa da Sardigna Libera, ha raggiunto 7.935 firme. E' diretta al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ai ministri dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, e dello Sviluppo economico, Federica Guidi, al presidente della Regione Francesco Pigliaru e agli assessori Industria, Maria Grazia Piras, e dell'Ambiente, Donatella Spano.
    Nella petizione "si diffida il governo italiano dal prendere in considerazione qualsiasi ipotesi di transito e stoccaggio di scorie radioattive nel territorio sardo" e si invita la Regione e i suoi organi preposti "a vigilare sulla tutela ambientale del nostro territorio e sulla salute dei cittadini, e a respingere concretamente qualsiasi iniziativa che possa identificare la nostra isola come possibile pattumiera nucleare nel Mediterraneo".
    Sardigna Libera ricorda che "il popolo sardo, a maggioranza, ha espresso la sua contrarietà sul nucleare con il referendum del 13 giugno 2011".

Il deposito- spiegano i movimenti in un volantino – costituiscono un pericolo permanente, rappresentano un danno all’immagine dell’isola. Non solo, c’e’ anche il fattore salute: “I primi a pagare saranno i bambini”.

venerdì 20 marzo 2015

malattia di Crohn: Morbo di Crohn, si chiama Mongersen il farmaco del futuro

Si intravede una nuova possibile strada nella terapia della malattia di Crohn, patologia altamente
invalidante che, fino ad oggi, poteva essere gestita solo attraverso il controllo dei sintomi. Uno studio dell’Università di Roma Tor Vergata ha scoperto che il nuovo farmaco, denominato Mongersen, è efficace contro la malattia di Crohn. I risultati sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine.

 Un gruppo di ricercatori coordinato da Giovanni Monteleone, docente di Gastroenterologia presso l'ateneo romano, ha infatti dimostrato l'efficacia di una terapia innovativa che può consentire di eliminare i sintomi in soli 15 giorni.

Pubblicato sul New England Journal of Medicine, lo studio ha testato il trattamento a base di mongersen, una molecola in grado di inibire la proteina associata all'infiammazione tipica del morbo di Crohn, SMAD7. Il farmaco è stato somministrato per via orale a 3 diversi dosaggi (10, 40 e 160 mg) per 2 settimane e la sua efficacia è stata confrontata con quella di un placebo. E' stato così scoperto che nel 65% dei casi la dose più elevata permette di risolvere i sintomi della malattia in 15 giorni. Il trattamento a 40 mg è invece efficace nel 55% dei casi. La dose inferiore consente invece di eliminare i sintomi solo nel 12% dei casi, contro il 10% di successi del placebo. Altri dati positivi riguardano il profilo di sicurezza del farmaco, che è parso molto elevato.

Come ha spiegato Monteleone il mongersen permette di ripristinare i meccanismi antinfiammatori presenti in un intestino sano. La sua efficacia è confermata dal fatto che nel 60% dei pazienti trattati i sintomi non sono ricomparsi entro la fine del periodo di osservazione, che è durato ben 3 mesi. Scendendo nei dettagli del suo funzionamento, il mongersen è un oligonucleotide (una molecola formata dagli stessi “mattoni” di cui sono fatti Dna e Rna) che si lega all'Rna contenente l'informazione per la produzione di SMAD7 e ne promuove la degradazione. La conseguente riduzione dei livelli di SMAD7 impedisce che quest'ultima continui a ridurre l'attività di un'altra molecola, TGF-beta1, e abbassa di conseguenza la produzione di molecole che promuovono l'infiammazione. Se non contrastata, questa infiammazione espone chi soffre di morbo di Crohn al rischio di ulcere intestinali, fistole e stenosi a livello dell'intestino.

Purtroppo le terapie utilizzate fino ad oggi non hanno permesso di ridurre come vorrebbero gli esperti la progressione della malattia o il numero di casi in cui è necessario ricorrere a un intervento chirurgico. Da questo punto di vista il mongersen, nelle dosi da 40 e 160 mg, permette di ottenere risultati decisamente migliori rispetto a diversi altri farmaci e di evitare le recidive associate all'uso di questi ultimi. Prima, però, che possa entrare nella pratica clinica saranno necessarie ulteriori sperimentazioni. Monteleone ha annunciato che stanno per partire studi di fase III che coinvolgeranno più pazienti. Se i loro risultati saranno positivi il farmaco, già acquistato da una società biofarmaceutica americana, rappresenterà davvero la nuova speranza di chi convive con il morbo di Crohn e, forse, anche con altre malattie infiammatorie intestinali.


La malattia di Crohn o morbo di Crohn, nota anche come enterite regionale, è una malattia infiammatoria cronica dell'intestino (MICI) che può colpire qualsiasi parte del tratto gastrointestinale, dalla bocca all'ano, provocando una vasta gamma di sintomi. Essa causa principalmente dolori addominali, diarrea (che può anche essere ematica se l'infiammazione è importante), vomito o perdita di peso[1][2][3], ma può anche causare complicazioni in altri organi e apparati, come eruzioni cutanee, artriti, infiammazione degli occhi, stanchezza e mancanza di concentrazione[1].

La malattia di Crohn è considerata una malattia autoimmune, in cui il sistema immunitario aggredisce il tratto gastrointestinale provocando l'infiammazione, anche se viene classificata come un tipo particolare di patologia infiammatoria intestinale. Ci sono prove di una predisposizione genetica per la malattia e questo porta a considerare gli individui con fratelli ammalati tra gli individui ad alto rischio[4]. La malattia di Crohn tende a presentarsi inizialmente negli adolescenti e nei ventenni, con un altro picco di incidenza tra i cinquanta e i settant'anni, anche se la malattia può manifestarsi a qualsiasi età[1][5].

Non esiste ancora una terapia farmacologica risolutiva o una terapia chirurgica eradicante la malattia di Crohn[6]. Le possibilità di trattamento sono limitate al controllo dei sintomi, al mantenimento della remissione e alla prevenzione delle ricadute.

ACQUA: Onu, nel 2030 l'acqua disponibile rischia di diminuire del 40%

Tra 15 anni il Pianeta si troverà ad affrontare un calo del 40% della disponibilità d'acqua, a meno che non venga migliorata in modo significativo la gestione di questa risorsa. L'allarme arriva dal rapporto 2015 'World Water Development' dell'Onu. L'acqua è al centro dello sviluppo sostenibile, si legge nel report presentato stamani a Nuova Delhi, in India. Le risorse idriche e i servizi che forniscono sono alla base della crescita economica, della riduzione della povertà e della sostenibilità ambientale.

Il consumo di acqua è previsto in aumento per via della crescita della popolazione mondiale e della domanda di beni e servizi. L'agricoltura usa già il 70% dell'acqua dolce disponibile, una cifra che sale al 90% nei Paesi meno sviluppati, ed entro il 2050 dovrà produrre il 60% di cibo in più livello globale, il 100% in più nei Paesi in via di sviluppo, si legge nel rapporto Onu. Ecco perché "il settore dovrà incrementare l'efficienza riducendo lo spreco d'acqua e aumentando la produttività delle colture".

I prelievi di acqua dolce per la produzione energetica rappresentano ora il 15% del totale e potrebbero salire al 20% entro il 2035. Per questo serviranno sistemi più efficienti di raffreddamento degli impianti e una crescita delle fonti rinnovabili come eolico, solare e geotermico, prosegue l'Onu, secondo cui la domanda di acqua da parte dell'industria manifatturiera globale aumenterà del 400% tra il 2000 e il 2050.

Il cibo che arriva sulle nostre tavole è fatto anche di acqua, impiegata nella prima parte del processo produttivo, quella meno visibile: la coltivazione e l'allevamento. Ad esempio 250 grammi di pomodori richiedono l'impiego di 50 litri d'acqua. Per produrre un chilo di carne l'acqua gioca un ruolo fondamentale: ne servono 15.415 litri per gli animali allevati al pascolo, il triplo in circuiti intensivi. Per un chilo di pasta, nel mondo si impiegano 1.850 litri d'acqua tra coltivazione, lavorazione e cottura: in Italia la cifra però si riduce a 1.410 litri.
Tuttavia, oltre al consumo idrico per la produzione di cibi, c'è anche quello derivante dagli sprechi alimentari. A fronte di 1,3 miliardi di tonnellate di cibo sprecato ogni anno (un terzo della produzione mondiale), c'è anche un conseguente spreco di acqua pari a 250 km cubi all'anno, l'equivalente del triplo del volume del Lago di Ginevra.

In Italia, la quantità di acqua sprecata a causa del cibo inutilizzato è pari a circa 706 milioni di metri cubi: di questi, spiega Marta Antonelli "circa il 43% è dovuto a spreco di carne, il 34% a cereali e derivati, il 19% a frutta e verdura e il 4% a prodotti lattiero-caseari". L'intera filiera alimentare italiana spreca 1.226 milioni di metri cubi d'acqua, l'equivalente del fabbisogno annuo idrico di 27 milioni di africani.


"C'è già un consenso a livello internazionale sul fatto che l'acqua e i servizi igienico-sanitari siano essenziali al raggiungimento di molti obiettivi di sviluppo sostenibile", scrive Michel Jarraud, a capo di Onu-Acqua e segretario generale dell'Organizzazione meteorologica mondiale. "L'acqua è legata in modo indissolubile a cambiamento climatico, agricoltura, sicurezza alimentare, salute, uguaglianza, parità di genere ed educazione. Questo report - sottolinea Jarraud - è fondamentale per capire il ruolo dell'acqua nell'Agenda post.2015 per lo sviluppo". 

Clima: i ghiacci dell'Artico sono al loro minimo storico

I ghiacci dell'Artico (che gia' d'estate avevano raggiunto livelli minimi con l'apertura dei, una volta mitici, passaggi a 'nord-ovest' e a 'nord-est') per la prima volta si trovano nella medesima situazione anche d'inverno. Nella stagione piu' fredda appena trascorsa la loro superficie massima e' stata di soli 14,5 milioni di km/q, il minimo dal 1979 quando si inizio' a fotografare con i satelliti la situazione del pack artico. A dare l'allarme e' il centro di ricerca Usa 'National Snow and Ice Data Center' della University of Colorado.

  Secondo i glaciologi Usa il picco del livello di ghiaccio e' stato raggiunto nella stagione appena trascorsa (il 21 marzo inizia formalmente la primavera) il 25 febbraio, quando pero' mancavano all'appello 130.000 km/q di ghiacci rispetto al precedente record minimo registrato nel 2011. Cio' a causa di un mese di febbraio insolitamente 'caldo' in Alaska e Russia.

  Lo studio conferma un'altra ricerca, pubblicata solo il 10 febbraio scorso del 'Polar Science Center' della Universitry of Washington, secondo il quale tra il 1975 ed il 2012 lo strato dei ghiacci artici si e' ridotto di ben il 65%. .


fonte:AGI

mercoledì 18 marzo 2015

ricordi:PIU’ RICORDIAMO E PIU’ DIMENTICHIAMO

Abbiamo tutti sperimentato il fatto che richiamare alla mente un evento ha come conseguenza la modifica della sua traccia mnestica e per questo alla lunga finiamo per ricordare, piuttosto che i fatti accaduti, i nostri ricordi di essi. Ma capire come i vecchi ricordi sbiadiscono, lasciando spazio a quelli più recenti, o vengono da questi letteralmente cancellati sarebbe importante per il trattamento di disturbi, come quello post traumatico da stress, legati ad esperienze vissute che si vorrebbero dimenticare.


NEUROIMAGING

Lo studio del fenomeno dell’oblio e del consolidamento delle memorie, così come quello del richiamo dei suoi contenuti, ha fatto progressi con le moderne tecniche di neuroimaging. E proprio attraverso la risonanza magnetica funzionale, un gruppo di ricercatori dell’Università di Birmingham e della Cognition and Brain Sciences Unit di Cambridge, ha dimostrato che il degradarsi dei ricordi è fisiologico e tanto più rapido quanto più vengono richiamati alla memoria accadimenti passati. I risultati sono appena apparsi sulla rivista Nature Neuroscience.


PIU’ RICORDIAMO E PIU’ DIMENTICHIAMO

Ricordare, in altre parole, sarebbe una delle ragioni per la quale si finisce per dimenticare. I ricercatori hanno osservato con la risonanza magnetica funzionale i modelli di attivazione neurale legati alla visione di oggetti per identificarne le “firme neurali”. Hanno quindi creato nei soggetti delle memorie associative tra parole e immagini e hanno osservato cosa accadeva alle singole firme neurali quando solo una di essa doveva venire ricordata. Ebbene, al potenziarsi delle attivazioni legate ad un certo oggetto (le “firme neurali”), corrispondeva una diminuzione di quelle legate alle altre, il cui ricordo andava affievolendosi.


QUEI RICORDI «SOPPRESSI» PER NON INTERFERIRE

Similmente a quanto accade nella vita reale, al di fuori dal laboratorio, quando ricordiamo vividamente un singolo dettaglio di una vicenda: molti ricordi collegati vengono alla mente e, di questi, numerosi vengono soppressi per evitare interferenze con quanto ci preme ricordare. Ripetere più volte questo processo di ripescaggio ha quindi l’effetto collaterale di rendere inaccessibili in futuro altre memorie. «Penso che molte persone rimarranno sorprese dall’apprendere che richiamare dei ricordi alla mente ha come effetto quello di farcene dimenticare degli altri, attraverso un meccanismo di soppressione attiva» ha affermato la prima autrice dello studio Maria Wimber dell’Unviersità di Birmingham.

L’OBLIO NON È UNA CANCELLAZIONE PASSIVA

L’oblio dunque non sarebbe una cancellazione passiva dei nostri ricordi più vecchi, ma il risultato di una soppressione utile per permetterci di meglio richiamare alla memoria quello che stiamo ricordando. Ogni volta che ricordiamo qualcosa, stiamo modificando il numero di cose che la nostra memoria in futuro riuscirà a recuperare, plasmando così la narrazione del nostro passato.


Fonte : http://www.lastampa.it/

Eclissi di Sole di venerdì 20 marzo 2015: guardare l'eclissi in sicurezza


Eclissi dell'Equinozio, "totale solo al Polo Nord e in Italia visibile intorno al 70%


Cresce l’attesa per l’eclissi di Sole di venerdì 20 marzo : in Italia, a differenza di quanto accadrà nell’Europa settentrionale, dove sarà totale, il fenomeno sarà parziale, ma comunque molto evidente e affascinante, con la Luna che oscurerà quasi il 70% del Sole.

Venerdì mattina l’eclissi solare in Italia inizierà tra le 9.15 e le 9.30 a seconda delle località e raggiungerà il culmine intorno alle 10.30; in generale, l’oscuramento sarà maggiore sul Nord-Ovest e minore al Sud.

Nel nostro paese, per assistere a un eclissi simile bisognerà attendere sino al 2026 e non sarà affascinante come questa.


Come vederla senza rovinarsi gli occhi: i consigli degli esperti

Ovunque decidiate di vedere l’eclissi, è bene tenere presenti alcune norme di “autoprotezione” per evitare danni agli occhi: «Se mettiamo a fuoco il sole sull’occhio non facciamo altro che danneggiare severamente la retina», è l’avvertimento di Paolo Vinciguerra, direttore del centro Oculistico dell’Istituto Humanitas di Milano. Secondo l’esperto, «quando si osserva una luce molto forte la cornea e il cristallino mettono a fuoco la luce sulla retina. L’occhio è fatto apposta per concentrare la luce. L’effetto è triplice: aumenta moltissimo l’intensità luminosa, la luce focalizzata riscalda la retina e se si supera una certa soglia di intensità e di energia, il tessuto viene bruciato».

Le conseguenze possono essere limitazioni alla vista, alla capacità di leggere o di riconoscere distintamente ciò si guarda, ma anche un’immagine “impressa”, come un alone, che può rimanere anche per tutta la vita.

Usare telescopi e binocoli va assolutamente evitato: «Con il telescopio si mette a fuoco ancora meglio e sull’occhio di energia ne arriva ancora di più», dunque, «la retina può danneggiarsi più facilmente».


La soluzione migliore usare strumenti adeguati, come i "sofisticati myler o gli appositi occhialini, proteggendo bene gli occhi". A dettare i suggerimenti per una 'visione' in sicurezza dell'eclissi di Sole del 20 marzo è il maggiore Andrea Miccoli, astrofilo dell'Associazione Pontina di Astronomia che, parlando con l'Adnkronos, detta "poche ma irrinunciabili regole" per godersi il fenomeno senza danneggiarsi la vista. "Il dispositivo tra i più sicuri per guardare un'eclissi senza danneggiare gli occhi è il myler che si trova nei negozi dove vendono telescopi e binocoli. E' un foglio -spiega Miccoli- di grandezza A4 simile alla carta argentata da cucina ma di tutt'altra consistenza. Con il myler, che costa circa 25 euro a foglio, si realizzano le coperture per i binocoli e i telescopi e consente il passaggio solo di una banda della luce che non è pericolosa o dannosa per la vista". Ma non solo.

"Anche i tradizionali occhialini fatti apposta per osservare l'eclissi -continua l'astrofilo- sono un dispositivo ad alta sicurezza, normalmente costano circa 50 centesimi massimo un euro e si trovano nei negozi di ottica e di attrezzature per telescopi, ma forse per il 20, i prezzi lieviteranno fino a 5 euro". E se non si trovassero myler o occhialini disponibili, Miccoli consiglia comunque una protezione "come i vetrini usati dai saldatori". "Vanno indossati però vetrini N° 12 o N° 13 per garantirsi una tutela completa, altrimenti si può optare per due vetrini N°11 o N°10 messi uno sull'altro. Il costo non supera l'1,5 euro e si trovano nei negozi di ferramenta o di accessori per saldatori".

Ma si può realizzare, aggiunge l'esperto, anche una forma di protezione 'fai da te' "con una vecchia pellicola per foto in bianco e nero", considerata ormai una rarità, ma deve essere completamente esposta e tutta nera. A suo tempo, Galileo Galilei, invece, "affumicava un vetro con il fumo di una candela", ma attenzione però, avvertono gli esperti, non è un metodo sicuro.  da evitare, invece, i rimedi “fai-da-te”, che «non sono in grado di filtrare la componente più pericolosa dei raggi luminosi; l’attenuazione della luminosità che inducono - è la conclusione di Pietro Rosetta, dell’unità operativa di Oculistica sempre dell’Humanitas - può ingannare e la tranquillità in assenza di sintomi può provocare un’esposizione prolungata alla radiazione ed essere causa di cecità».










martedì 16 dicembre 2014

Buco nell’ozono: «Qualcuno produce ancora i gas proibiti»

Sono stati messi al bando nel 1989, e definitivamente vietati in tutto il mondo nel 2010. Ma, malgrado il Protocollo di Montreal, nel mondo si continuano a produrre 4 gas responsabili del buco nell’ozono, lo strappo nell’atmosfera che allenta la protezione della Terra dalle radiazioni. E per mettersi al sicuro bisognerebbe individuare i responsabili di un danno che colpirà - non si sa con quanta virulenza - la vita umana nei prossimi decenni.

La scoperta si deve al gruppo coordinato da Johannes Laube, dell’università britannica East Anglia, ed è pubblicata sulla rivista Nature Geoscience. Secondo gli esperti, le quattro sostanze sono tutte prodotte dall’uomo: tre appartengono alla famiglia dei clorofluorocarburi, e uno agli idroclorofluorocarburi. Immessi in atmosfera dagli anni ’60 in poi, sono stati individuati sia in campioni atmosferici raccolti in Tasmania, sia nelle nevi compatte della Groenlandia.

I clorofluorocarburi, in particolare, usati un tempo per i circuiti refrigeranti, sono i principali responsabili del buco nello strato di ozono sopra l’Antartide e lo studio mostra che le concentrazioni atmosferiche di due nuovi composti di questa famiglia sono aumentate gradualmente negli ultimi 50 anni. «Mostriamo - rileva Laube - che questi quattro gas non erano presenti in atmosfera prima degli anni ’60 e ciò suggerisce che sono prodotti dall’uomo».

Secondo i calcoli degli autori, l’emissione totale dei quattro gas in atmosfera prima del 2012 era di circa 74.000 tonnellate. È una quantità piccola se si considera che negli anni ’80 le emissioni dei clorofluorocarburi erano di un milione di tonnellate all’anno ma le emissioni di questi composti sono in contrasto con il Protocollo di Montreal, il trattato internazionale destinato a eliminare gradualmente la produzione di sostanze nocive per l’ozono. Negli ultimi anni si è arrivati alla riduzione della produzione di molte di queste sostanze su scala globale. Tuttavia, sottolinea Laube, «la normativa presenta delle scappatoie».

L’identificazione di questi quattro nuovi gas, secondo Laube «è molto preoccupante in quanto contribuiranno alla distruzione dello strato di ozono. Non sappiamo da dove vengano emessi questi gas e la fonte deve essere cercata»

giovedì 18 luglio 2013

Aids: cura sempre più vicina

La scienza sembra aver trovato una cura efficace per l’Aids. Un cocktail di farmaci ha infatti curato in via definitiva questa malattia in macachi.

I classici antiretrovirali con l’aggiunta di due principi attivi hanno permesso la formazione di linfociti nuovi non infettati dal virus e ben funzionanti.

Tale risultato è stato pubblicato su Retrovirology ed è frutto di uno studio condotto all’istituto Superiore di Sanità da Andrea Savarino, in collaborazione con scienziati Usa.

martedì 2 luglio 2013

UVA PASSA

L’uvetta si è rivelata essere un ottimo alimento che promuove il benessere. Protegge dalla carie dentale, anche se potrebbe sembrare il contrario, visto che è molto dolce. Ma protegge anche dal diabete e le malattie cardiache

Se ci passate il gioco di parole, con l’uva passa passa anche il problema carie dentale e il rischio di diabete e malattie cardiache. L’uvetta, infatti, benché sia una cibo particolarmente dolce, non solo non favorisce la carie ma avrebbe appunto un effetto protettivo, grazie anche al buon contenuto di una varietà di antiossidanti che inibiscono lo Streptococcus mutans, il batterio che è una della cause primarie della carie dentale. In più, grazie al buon contenuto di sostanze benefiche migliora il controllo del glucosio nel sangue (utile per chi è diabetico, ma non solo) ed è utile per la perdita di peso e il controllo del peso.

Le conclusioni positive sull’uvetta e il suo consumo sono parte di uno studio revisionale pubblicato sul Journal of Food Science, e condotto da un team di ricercatori tra cui il corrispondente, dottor Ashley R. Waters, proveniente dalla Eastern Illinois University (Usa).
La revisione si è basata su circa 80 studi, e i risultati mostrano come il consumo di uva passa può ridurre il rischio di sviluppare il diabete e le malattie cardiache, contribuire a migliorare le abitudini alimentari.

Sul fronte corretta alimentazione, l’analisi del "National Health Examination Survey" (NHANES), i cui dati sono riferiti agli anni 2003-2008, è stata condotta per confrontare gli effetti sui consumatori bambini e adulti di uva e derivati con quelli sui non consumatori.
Qui, i risultati hanno rivelato che sia i bambini che gli adulti che consumavano prodotti a base di uva (uve fresche, uva passa, succo d’uva), avevano una maggiore assunzione totale di altri tipi di frutta, verdure verdi/arancio scuro, e sostanze nutritive fondamentali come fibre, vitamina A, vitamina C, calcio, magnesio e potassio, rispetto a coloro che non consumavano prodotti derivati dall’uva.
Ma non solo: chi consumava prodotti a base d’uva, assumeva anche meno grassi, zuccheri aggiunti e alcol, con un conseguente consumo inferiore di calorie.

In sostanza, l’uva e i suoi derivati possono essere una buona opzione alimentare che può agire beneficamente su molti fronti della salute. Non dimentichiamo, poi, che nella buccia dell’acino d’uva è contenuto il famoso resveratrolo, il noto antiossidante che si ritiene essere un toccasana un antinvecchiamento.

giovedì 27 giugno 2013

bioplastiche: Dateci un pomodoro e vi faremo le scarpe

La bioplastica si trova al punto in cui era la plastica cinquant'anni fa. Ne sappiamo abbastanza per essere verdi. Cardi, funghi, granturco, castagne o alghe per produrre bottiglie, giocattoli, spazzolini da denti e, un giorno, perfino un'auto (naturalmente elettrica). La chimica verde sostituirà sempre di più il petrolio per realizzare materie artificiali, ma anche sostanze usate in cosmetica e farmacologia. E l'Italia è all'avanguardia



Dai pomodori che non sanno più di plastica alla plastica che sa di pomodoro. La strada che porta a un futuro sostenibile non passa solo attraverso una profonda trasformazione dell'agricoltura, ma anche dalla rivoluzione della chimica. E dunque addio alle vecchie sostanze plastiche derivate dal petrolio e largo alle materie prime di origine vegetale, possibilmente non utilizzate per scopi alimentari, come le bucce dei San Marzano usate dai ricercatori dell'Ictp-Cnr di Pozzuoli per ottenere un film biodegradabile, biocompatibile e non tossico da utilizzare per le pacciamature, cioè il processo di protezione e aiuto alla crescita delle piante attuato nella fase più delicata dello sviluppo con alcuni strati di plastica stesi al suolo.

Può sembrare un dettaglio da addetti ai lavori, ma al mondo vengono usate ogni anno circa 700 mila tonnellate di plastiche pacciamanti. Il loro destino è quello di un difficile riciclo, in quanto contaminate da terra sostanze organiche, o di finire nel terreno, compromettendo la fertilità del suolo. Il brevetto messo a punto dai ricercatori guidati da Mario Malinconico non ha però solo il vantaggio di essere composto da sostanze organiche. Può essere utilizzato anche sotto forma di spray e non ha bisogno di essere rimosso, funzionando anzi da ammendante del suolo.

"Le bioplastiche sono un affascinante orizzonte dell'innovazione orientata alla sostenibilità - spiega Ezio Riggi, il ricercatore del Cnr - La sinergia fra un caleidoscopio di competenze scientifiche, le imprese orientate alla responsabilità ambientale e la lungimiranza della politica possono rispondere alla crescente domanda di prodotti di qualità ad impatto sempre più prossimo allo zero". Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont, insignita nel 2007 del premio di "inventore europeo dell'anno", rilancia: "Con la chimica verde dobbiamo sconfiggere il vecchio modello di sviluppo dissipativo: dissipazione di energia, materie prime e risorse umane". L'azienda italiana risorta come un'araba fenice dalle ceneri della vecchia Montedison è oggi uno dei leader mondiali nella produzione di plastiche di origine vegetale grazie in particolare al brevetto del Mater-bi, materiale biodegradabile e compostabile contenente amido di mais e oli vegetali che sta conquistando i mercati. A fari spenti e senza grandi clamori, la chimica è tra i settori che hanno fatto forse i maggiori passi avanti verso una riconversione in chiave ambientale. In un futuro non troppo lontano sarà in grado di mettere a disposizione della nostra vita quotidiana un campionario sempre più vasto di oggetti realizzati con plastica derivata da materie prime rinnovabili. Non solo sacchetti, ma anche scarpe, giocattoli, spazzolini da denti, parti di automobile, contenitori e molto altro ancora. Un successo che parla spesso italiano grazie ai semi gettati dalle intuizioni di quel controverso personaggio che era Raul Gardini, "il contadino" prestato alla chimica. Novamont è infatti la punta di movimento vasto e diffuso. Secondo i dati Unioncamere, il 41 per cento delle imprese della chimica e della chimica-farmaceutica in Italia, vale a dire ben 2500 aziende, sono in qualche misura "eco".

L'esperienza forse più interessante è quella inaugurata in Sardegna. Racconta una leggenda tedesca che in un luogo dove era stato commesso un omicidio cresceva ogni giorno un cardo dalla forma che ricordava una persona. Qualcosa di simile sta accadendo a Porto Torres: lì dove la crisi ha ucciso uno dei poli chimici più importanti del Paese, di cardi ne stanno nascendo interi campi. Sono le piante che serviranno ad alimentare il nuovo impianto di Matrica, una joint venture tra Eni-Versalis e Novamont per la produzione di bioplastiche. Questa pianta rustica, che cresce anche su terreni marginali o da bonificare, ha pretese modeste. Si accontenta dell'acqua piovana e non ha bisogno di fertilizzanti o fitofarmaci. Non inquina, dunque, e non sottrae né risorse idriche né zone fertili all'agricoltura. Questo è un punto chiave, dato che al momento il mais è probabilmente la materia prima vegetale più collaudata della chimica verde. Anche l'Apinat, per esempio, un altro brevetto di bioplastica italiana dalle molteplici applicazioni (dagli spazzolini da denti alle suole delle scarpe), è basato sul granturco. Allo stesso modo un'altra pianta dal grande valore nutritivo, la canna da zucchero, è al centro degli sforzi per rendere bio il Pet, il polietilene tereftalato con cui vengono fabbricate le bottiglie.

Dopo il primo incoraggiante successo delle bioplastiche da pacciamatura con i pomodori, la sfida del futuro è quindi quella di attingere a ciò che resta della lavorazione di viti, alghe, agrumi, castagne e prodotti della pesca. Tutti materiali che al momento rappresentano un costo di smaltimento e che invece possono diventare ingredienti base di varie sostanze chimiche usate anche nella cosmetica e nella farmacologia. "Se dovessi fare il nome di una pianta di cui sentiremo parlare in futuro è la brassica carinata, il cavolo abissino: possiede un pannello proteico dalle qualità fumiganti e si sta lavorando per ricavarne un potente bio-erbicida", spiega Catia Bastioli.

Ma la novità forse più suggestiva arriva dagli Stati Uniti. L'azienda Ecovativedesign ha brevettato un sistema che permette di realizzare sostanze simili al polistirolo e alle schiume plastiche attraverso la coltura di funghi. Le spore vengono fatte crescere direttamente su scarti vegetali in stampi della forma desiderata. Nel giro di una settimana, senza bisogno di acqua, luce o sostanze chimiche, l'intreccio dei miceli produce una speciale plastica sostenibile. Per il momento sono in vendita i primi contenitori (per esempio dei gusci salva bottiglie), ma alla Ecovativedesign promettono l'imminente lancio di materiali per l'edilizia e le carrozzerie auto. Chissà, forse saranno pronti per lo sbarco in grande stile della macchina elettrica.

FONTE: http://www.repubblica.it/ambiente/2013/06/23/news/dateci_un_pomodoro_e_vi_faremo_le_scarpe-61677419/?rss

lunedì 24 giugno 2013

REATI AMBIENTALI: i 12 peggiori crimini contro l'ambiente rimasti impuniti

Reati ambientali. Centinaia delle grandi sciagure che hanno devastato o stanno ancora devastando il nostro Pianeta risultano al momento impunite. Dalla distruzione delle foreste indonesiane per la fabbricazione di carta da parte della multinazionale APP (e all'abbattimento degli alberi contribuisce anche la produzione di olio di palma) ai 350 mila abitanti delle Maldive che si preparano ad emigrare a causa dei cambiamenti climatici.

Sono soltanto due degli esempi che compongono la "sporca dozzina" dei crimini contro l'ambiente presentata dalla Supernational Environmental Justice Foundation (Fondazione SEJF) per rendere evidente come molte delle devastazioni che hanno colpito o stanno colpendo il nostro Pianeta risultino impunite. Non vi sono stati risarcimenti per i danni provocati e i colpevoli non sono stati assicurati alla giustizia. Ecco la lista nera dei peggiori crimini contro la Terra e l'umanità. L'elenco non è esaustivo, purtroppo, ma costituisce di certo un prezioso spunto di riflessione.
1) Maldive e Kiribati: le isole sommerse dal cambiamento climatico

I 350 mila abitanti delle Maldive vivono minacciati dall'innalzamento del livello del mare. Se i cambiamenti climatici portassero ad un aumento della temperatura del Pianeta pari a "soli" 4 gradi, ciò provocherebbe ondate di calore estremo, una diminuzione degli stock alimentari, un rialzo del livello del mare che colpirebbe centinaia di milioni di persone, che sarebbero costrette a lasciare le proprie case. La situazione alle Maldive e tanto grave che gli abitanti sono già pronti ad essere ospitati dall'Australia. I nomadi del clima sono già qui.
2) Canada: le sabbie bituminose minacciano i nativi

Lo sfruttamento delle sabbie bituminose canadesi è forse l'attività industriale più dannosa del pianeta. La loro estrazione ha portato alla distruzione di una regione grande quanto la Florida. La foresta boreale viene distrutta e per ogni barile di petrolio da ottenere ne vengono sprecati cinque d'acqua. I beni comuni e le popolazioni native sono a rischio. I liquami tossici vengono scaricati nei laghi. La produzione di petrolio da sabbie bituminose minaccia le popolazioni che vivono attorno ai giacimenti, inquinando le falde acquifere e la carne di alce, che costituisce un elemento essenziale per l'alimentazione di Metis e Inuit.
3) Nigeria: il delta del Niger è avvelenato

L'estrazione di petrolio dal delta del Niger è devastante per gli ecosistemi e le popolazioni residenti. Viene posta in atto una pratica illegale, che consiste nel bruciare il gas che esce dai pozzi petroliferi insieme al greggio. Il fumo così generato contiene un'elevata quantità di sostanze tossiche per la salute e per l'ambiente. Respirare i fumi nocivi comporta avvelenamento del sangue e cancro.
4) Indonesia: la produzione di carta uccide le foreste pluviali

La produzione di carta da parte della multinazionale APP sta portando alla scomparsa delle foreste pluviali dell'Indonesia, uno dei più importanti ecosistemi del pianeta. Si tratta di un habitat essenziale alla sopravvivenza dell'orango e della tigre di Sumatra. Questi luoghi ospitano il 12% dei mammiferi, il 15% dei rettili e il 17% degli uccelli del pianeta. Malgrado sia attiva da decenni, e operi oramai su un mercato di dimensioni mondiali, la APP non ha messo a punto un sistema di pratiche di sostenibilità, contando sugli alti margini di profitto assicurati da pratiche forestali di saccheggio.
5) Giappone: lo tsunami nucleare di Fukushima

Il terremoto dell'11 marzo 2011 ha sconvolto il Giappone. Alla scossa di magnitudo 9 è seguito uno tsunami che ha messo in ginocchio i sistemi di sicurezza delle centrali nucleari, portando all'esplosione del reattore 1 della centrale di Fukushima e alla fusione del nocciolo nei reattori 2 e 3. Lo sgombero, nel giro di 30 chilometri, ha interessato più di 110 mila persone, delle quali 21 mila vivono ancora fuori dalle loro abitazioni. Centinaia di migliaia di persone sono ancora esposte ai rischi a lungo termine delle radiazioni. Le vittime non hanno ottenuto alcun risarcimento. Non sarà Tepco a pagare, ma la popolazione giapponese, mentre il Governo ha investito 3500 miliardi di yen per salvare l'azienda elettrica dalla bancarotta.
6) Golfo del Messico: la marea nera della Deepwater Horizon

Si tratta del più grave danno ambientale marino della storia statunitense. La marea nera che per oltre 106 giorni si è riversata in mare – si stima fra le 460 mila e le 800 mila tonnellate - ha generato danni ingenti, tanto da rendere impossibile una quantificazione certa degli effetti del disastro, soprattutto pensando alle conseguenze negli anni a venire. Dagli ecosistemi marini, alla salute delle popolazioni, dall'industria della pesca, a quella turistica, le ripercussioni sono state enormi. La BP si è accordata con il governo americano per un fondo risarcimento alle vittime di 20 miliardi di dollari, ma i reali danni del disastro ambientale sono tutti da valutare e la certezza della pena ancora da stabilire.
7) Romania: l'onda di cianuro del Danubio

L'onda di cianuro partita il 31 gennaio 2000 dalla miniera d'oro Esmeralda, ad Auriol, in Romania, dopo aver ucciso i due affluenti che le hanno permesso di arrivare al Danubio, punta decisa alla foce del fiume blu, cioè alla più grande zona umida d'Europa, uno dei pochi paradisi naturali sopravvissuti nel vecchio continente. Le accuse più gravi riguardano la dinamica dell'incidente che ha causato il disastro. Secondo la società rumeno-australiana che possiede la miniera Esmeralda, la colpa è di un fenomeno naturale, il disgelo, che avrebbe fatto tracimare una diga. Ma gli ambientalisti fanno notare che questo genere di dighe non dà sufficienti garanzie e chiedono di rivedere l'intero sistema delle autorizzazioni minerarie. La compagnia australiana Esmeralda Exploration ha dichiarato fallimento e nessuno ha mai risarcito un solo euro per uno dei disastri più imponenti della storia nei confronti di un sistema fluviale.
8) Ecuador: estrazioni petrolifere e contaminazione della foresta amazzonica

La multinazionale Chevron-Texaco, durante le operazioni di esplorazione e sfruttamento delle risorse petrolifere in Ecuador, nell'area del Lago Agrio, ha inquinato pesantemente oltre due milioni di ettari, contaminando gravemente la foresta amazzonica. Già nel 1993, 30 mila tra abitanti e agricoltori hanno denunciato l'accaduto. Un tribunale dell'Ecuador ha riconosciuto la colpevolezza di Texaco, multandola per 18 miliardi di dollari, ma dopo varie fasi del processo, l'azienda petrolifera si è appellata alla Corte Internazionale dell'Aja. Il reato rimane al momento impunito.
9) Mar Ligure: il disastro della petroliera Haven

La superpetroliera Haven affondò nel Mar Ligure il 14 aprile 1991, dopo un'agonia di quattro giorni. L'affondamento provocò la morte di 5 uomini dell'equipaggio e lo sversamento sui fondali marini di 134 mila tonnellate di petrolio. L'eredità dell'accaduto continua oggi e proseguirà per i prossimi 10 anni, con effetti negativi sull'ecosistema marino. La petroliera aveva mostrato segni di malfunzionamento già durante il viaggio verso l'Italia. Il risarcimento economico ottenuto è stato giudicato irrisorio rispetto ad altri casi analoghi.
10) Bielorussia: l'incidente nucleare di Chernobyl

Chernobyl costituisce l'incidente nucleare più grave della storia. Il disastro avvenne il 26 aprile 1986, presso la centrale nucleare V.I. Lenin. Le cause furono indicate in gravi mancanze da parte del personale, sia tecnico che dirigente, in problemi relativi alla struttura e alla progettazione dell'impianto stesso e nell'errata gestione economica e amministrativa della centrale. Il personale si rese responsabile della violazione di svariate norme di sicurezza e di buon senso, portando a un brusco e incontrollato aumento della potenza e della temperatura del nocciolo del reattore n°4 della centrale. Si formò una nube di vapore radioattivo che si disperse nell'aria e ricadde su vaste aree intorno alla centrale, contaminandole pesantemente e rendendo necessaria l'evacuazione circa 336 mila persone. Non esistono ancora oggi dati ufficiali e definitivi sui decessi ricollegabili alla tragedia. Non venne accertata alcuna responsabilità penale. Il disastro rimane impunito.
11) Argentina: la montagna di piombo di Abra Pampa

Nella cittadina di Abra Pampa, nel nord dell'Argentina, si trova una montagna formata da 30 mila tonnellate di piombo, proveniente dalle lavorazioni di un impianto chiuso negli anni '80. L'81% della popolazione infantile è esposta ai danni derivanti dal piombo, soprattutto a causa dell'inalazione di polvere del minerale. L'esposizione alla contaminazione riguarda anche gli adulti. I danni cerebrali nei più piccoli non sono trattabili e includono ritardo mentale, diminuzione del quoziente intellettivo, carenza di attenzione, dislessia.
12) India: la nube di pesticidi tossici di Bhopal

Il 3 dicembre 1984, nello stablimento della Union Carbide India Limited, situato nella località di Bophal e specializzato nella produzione di pesticidi, si sprigionò una nube tossica di isocianato di metile, La nube uccise in breve tempo oltre 2000 persone e ne avvelenò decine di migliaia. Nel giugno 2010 un tribunale di Bhopal ha emesso una sentenza di colpevolezza per omicidio colposo per grave negligenza nei confronti di otto ex-dirigenti indiani della UCIL. Le condanne e le multe stabilite sono state giudicate irrisorie.

FONTE:http://www.greenme.it/informarsi/ambiente/10699-sporca-dozzina-12-crimini-contro-ambiente

domenica 23 giugno 2013

AMBIENTE:La 'sporca dozzina', i 12 crimini impuniti

Presentata oggi a Venezia dalla fondazione Sejf (Supranational Environmental Justice Foundation), al convegno internazionale "Ambiente e salute: verso una giustizia globale"


Venezia, 21 giu. - (Adnkronos) - Ecco la 'sporca dozzina', i 12 crimini contro l'ambiente presentati oggi a Venezia dalla fondazione Sejf (Supranational Environmental Justice Foundation), al convegno internazionale "Ambiente e salute: verso una giustizia globale". Si parte da Kiribati e Maldive, "le isole sommerse dal cambiamento climatico". Il presidente delle isole Kiribati sta negoziando l'acquisto di terreni nelle Fiji per consentire la migrazione di 113mila abitanti minacciati dall'innalzamento delle acque, mentre il Consiglio Australiano per i Rifugiati ha sollecitato il governo a riconoscere formalmente lo status di rifugiato climatico a tutti coloro che sono costretti a fuggire a causa degli effetti del climate change. Sempre verso l'Australia contano di emigrare i 350 mila abitanti delle Maldive minacciati dall'innalzamento dei livelli del mare.

Poi c'e' il Canada, con lo sfruttamento delle sabbie bituminose ai piedi delle Montagne Rocciose per l'estrazione di petrolio, attivita' che e' costata la distruzione "di una regione grande quanto la Florida. A farne le spese e' la foresta boreale ma anche i beni comuni piu' preziosi", fa sapere la fondazione Sejf sottolineando che i liquami tossici vengono scaricati in vasti laghi colmi di residui di benzene, composti policiclici aromatici, mercurio, piombo e arsenico e le comunita' che vivono attorno ai giacimenti sono esposte all'inquinamento di falde acquifere e fiumi (anche la carne di alce, elemento essenziale della dieta locale, e' pesantemente contaminata: il livello di arsenico e' 33 volte superiore a quello accettabile per legge).

E a proposito di petrolio, nel delta del Niger tra il 1976 e il 1998 sono stati estratti miliardi di barili di petrolio, estrazione particolarmente devastante per ecosistemi e popolazioni residenti. Secondo la Banca Mondiale, durante estrazione e trasporto, ogni anno viene bruciato l'equivalente di 2 miliardi e mezzo di dollari di gas e il fumo che proviene dal gas flaring contiene grandi quantita' di anidride carbonica, ossidi di zolfo e di azoto, tuolene, xilene e benzene. Nel 2011, secondo Friends of the Earth, nel delta del Niger si contavano oltre 100 fuochi petroliferi accesi, alcuni attivi dal 1960.

Le foreste pluviali dell'Indonesia, uno dei piu' importanti ecosistemi del pianeta, sono invece minacciate dai produttori di carta, legno e olio di palma. L'Indonesia perde ogni anno 1.871.000 ettari di foreste pluviali, oltre 20 kmq al giorno, un'area vasta come 300 campi da calcio distrutta ogni ora. Il 72% delle foreste e' gia' scomparso. Piu' noti i casi di Fukushima (due anni dopo l'incidente, centinaia di migliaia di persone sono ancora esposte alla contaminazione radioattiva a lungo termine e non hanno ancora ottenuto un risarcimento equo) e del disastro della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel Golfo del Messico del 2010, con la marea nera che per oltre 106 giorni si e' riversata in mare generando danni non ancora quantificabili.

Partita il 31 gennaio 2000 dalla miniera d'oro Esmeralda, ad Auriol, in Romania, l'onda di cianuro del Danubio e' larga 50 km e viaggia a 5 km/h verso la foce del fiume. Centomila tonnellate di acqua contaminata hanno devastato il corso del Tibisco e dello Smamos, lasciando rive intrise di metalli pesanti, pesci e uccelli morti. La diluizione ha abbassato l'impatto del veleno che resta pero' una grave minaccia. Di chi e' la colpa? Per la societa' rumeno-australiana che possiede la miniera Esmeralda, di un fenomeno naturale: il disgelo avrebbe fatto tracimare una diga in terra che chiudeva il laghetto con le acque di risulta della lavorazione. Intanto la compagnia australiana Esmeralda Exploration ha dichiarato fallimento e nessuno ha mai risarcito un solo euro per il disastro.

Durante le operazioni di esplorazione e sfruttamento delle risorse petrolifere in Ecuador nell'area del Lago Agrio, la multinazionale Chevron-Texaco ha inquinato oltre 2 milioni di ettari, contaminando la foresta amazzonica, riversando 60 miliardi di litri di reflui tossici nell'acqua utilizzata dalle popolazioni locali. Due popoli indigeni, sottolinea la fondazione Sejf, i Tetes e i Sansahuaris sono scomparsi, mentre le tribu' dei Cofan e dei Siona Secoya sono state costrette a migrare. Poi c'e' il caso della superpetroliera Haven affondata davanti Arenzano causando la morte di 5 uomini dell'equipaggio e lo sversamento sui fondali del Mar Ligure di oltre 134 mila tonnellate di petrolio. Studi scientifici hanno stabilito che l'eredita' inquinante della Haven continuera' ancora perlomeno nei prossimi 10 anni.

Quello di Chernobyl e' il disastro piu' grave mai verificatosi in una centrale nucleare. A causarlo, gravi mancanze da parte del personale, tecnico e dirigente, problemi relativi a struttura e progettazione dell'impianto, errata gestione economica e amministrativa della centrale. Le nubi radioattive raggiunsero l'Europa orientale, la Finlandia e la Scandinavia toccando anche Italia, Francia, Germania, Svizzera, Austria e Balcani, fino a porzioni della costa orientale del Nord America. Il rapporto ufficiale delle agenzie dell'Onu conta 65 morti accertati e stima altri 4.000 decessi dovuti a tumori e leucemie lungo un arco di 80 anni che non sara' possibile associare direttamente al disastro. Associazioni antinucleariste internazionali calcolano fino a 6 milioni di decessi su scala mondiale nel corso di 70 anni.

In Argentina, una montagna di 30.000 tonnellate di piombo, residuo delle lavorazioni dell'impianto di Huasi, chiuso negli anni '80, costituisce una vera e propria bomba ecologica e sanitaria per la cittadina di Abra Pampa. Secondo l'Universita' di Jujuy, l'81% della popolazione infantile e' esposta ai danni derivanti dal piombo. Infine c'e' il caso indiano di Bhopal, dove nel 1984 nello stabilimento della Union Carbide India Limited si verifico' la fuoriuscita di 40 tonnellate di isocianato di metile. La nube uccise in poco tempo 2.259 persone e ne avveleno' decine di migliaia. Il governo del Madhya Pradesh, negli anni successivi, ha confermato un totale di 3.787 morti direttamente correlate all'evento, ma stime di agenzie governative arrivano a 15.000 vittime.

Nel 2006 fonti governative sono arrivate a valutare che l'incidente ha causato danni rilevabili a 558.125 persone, delle quali circa 3.900 risultano permanentemente invalidate a livello grave. Fino al 2006, nelle zone interessate dalla fuoriuscita del gas il tasso di mortalita' e' stato 2,4 volte piu' elevato che nelle aree adiacenti. Si ritiene quindi che i prodotti chimici ancora presenti nel complesso abbandonato, in mancanza di misure di bonifica e contenimento, stiano continuando a inquinare l'area circostante. Ci sono diversi processi penali e civili ancora in corso, nel giugno 2010 un tribunale di Bhopal ha emesso sentenza di colpevolezza per omicidio colposo per grave negligenza nei confronti di otto ex-dirigenti indiani. La condanna, pari al massimo previsto di due anni di carcere e 100.000 rupie, equivale a un risarcimento di circa 500 euro per ogni vittima, 100 euro per ogni persona contaminata. I condannati, scarcerati dietro una cauzione inferiore ai 500 dollari, hanno presentato appello.

venerdì 21 giugno 2013

CERVELLO : Il cervello ci protegge a nostra insaputa

Bologna - Il nostro cervello ci protegge anche in caso di minaccia inconsapevole. Quando un potenziale pericolo sfugge al nostro campo visivo, il sistema nervoso interviene a nostra insaputa, attivando il corpo in modo che possa rispondere prontamente. Una reazione istintiva che può anche provocare sbalzi d’umore che non siamo in grado di spiegarci razionalmente. A scoprirlo, uno studio del Centro Studi e Ricerche in Neuroscienze Cognitive del Polo di Cesena dell’Università di Bologna.

La ricerca ha chiarito le modalità con cui il cervello umano elabora le informazioni visive che segnalano pericolo. Lo studio - di Roberto Cecere, Caterina Bertini e Elisabetta Ladavas, pubblicato sulla rivista Journal of Neuroscience - ha analizzato il contributo specifico delle vie visive corticali e sottocorticali.

Nel corso dei test effettuati, ai partecipanti venivano mostrate sulla metà destra dello schermo di un computer immagini di volti che esprimevano l’emozione della paura e della felicità. La percezione dei volti emotivi era però resa inconsapevole, subliminale: le figure apparivano per pochi millisecondi e venivano subito coperte con l’immagine di un altro volto neutro.

Per eliminare il contributo della corteccia visiva nella percezione, i partecipanti erano inoltre sottoposti a Stimolazione transcranica con Correnti Dirette (tDCS), una tecnica non invasiva, in cui viene erogata sullo scalpo una corrente elettrica continua di bassa intensità in grado di influenzare le funzioni neuronali.

Ai soggetti del test veniva poi chiesto di scegliere il più rapidamente possibile l’emozione espressa da altri volti, presentati nella metà sinistra dello schermo. I risultati hanno mostrato che i partecipanti fornivano risposte notevolmente più rapide agli stimoli presentati sulla sinistra dello schermo, solo quando nella parte destra era presente un volto subliminale che esprimeva paura.

Questi dati rivelano che l’emozione della paura può essere elaborata dal cervello in maniera inconsapevole, anche quando il contributo della corteccia visiva - normalmente deputata al processamento degli stimoli visivi - viene eliminato. Le evidenze emerse in questo studio suggeriscono l’esistenza di un circuito sottocorticale che si attiva in maniera estremamente rapida in presenza di stimoli visivi potenzialmente pericolosi, anche quando questi non sono percepiti consapevolmente.

Il meccanismo consentirebbe all’organismo di attivare risposte motorie veloci e automatiche, utili per difendersi in caso di pericolo. L’esito della ricerca può anche spiegare perché a volte il nostro umore si altera senza motivo apparente. Il nostro cervello potrebbe aver percepito un rischio senza che notassimo la presenza di uno stimolo pericoloso attorno a noi.

fonte : http://www.ilsecoloxix.it/p/magazine/2013/06/10/AP2RnoiF-protegge_cervello_insaputa.shtml

mercoledì 10 aprile 2013

AVIARIA: La nuova aviaria fa paura, 9 morti in Cina

Le autorità sanitarie e l'Oms invitano alla calma: non c'è trasmissione da uomo a uomo. Si lavora a un vaccino


Nove morti, 33 casi di contagio: sono i numeri dell'epidemia di influenza aviaria che sta seminando la paura in Cina. Ne è responsabile il virus H7N9, sconosciuto fino a pochi giorni fa, che si sta diffondendo rapidamente: le prime due vittime risalgono a meno di una settimana fa e gli ultimi decessi - avvenuti martedì - sono quelli di due uomini, uno di 83 anni, nelle province di Anhui e Jiangsu. I contagi hanno colpito Shanghai, lo Jiangsu, lo Zhejiang e l'Anhui, tutte aree nella parte orientale del Paese.

CONTAGIO - Nonostante il virus H7N9 non fosse mai stato rilevato prima d'ora nell'uomo, le autorità sanitarie cinesi e dell'Oms hanno sottolineato che non c'è possibilità di contagio da uomo a uomo. In una conferenza stampa congiunta, il rappresentante in Cina dell'Oms Michael O'Leary e alcuni funzionari della Commissione nazionale di sanità e pianificazione familiare hanno sottolineato come il contagio sia avvenuto solo tra persone che hanno avuto contatti con pollame e volatili infetti, benché fra i morti ci siano un uomo e suo figlio. Anche il secondo figlio dell'uomo si è ammalato, ma è guarito. «La presenza dell'infezione in un gruppo familiare aumenta la possibilità di trasmissione uomo-uomo, ma in questo caso due dei tre casi non sono stati confermati in laboratorio» ha spiegato O'Leary. Oltre 620 persone che hanno avuto contatti con i malati sono state controllate e in loro non sono state trovate tracce del virus.

VOLATILI - Le autorità cinesi, che hanno ordinato la soppressione di 100mila animali tra pollame e volatili, si sono impegnate a informare l'Oms e i Paesi limitrofi sull'evolversi della situazione, accettando inoltre le ispezioni di esperti stranieri. Il rappresentante in Cina dell'Oms ha escluso un legame con i maiali morti trovati nel fiume Huangpu di Shanghai. Ma le notizie che continuano ad arrivare non sono rassicuranti: altri maiali morti - più di settanta - sono stati trovati nel fiume Liuyang, nella provincia centro meridionale dell'Hunan. La commissione distrettuale per la protezione dell'ambiente ha fatto sapere che la qualità dell'acqua verrà costantemente monitorata per garantire la salute della popolazione. Anche su questi maiali non sarebbe stato rilevato alcun virus di aviaria.

VACCINO - Si muovono le industrie farmaceutiche: in Cina è stato approvato in tutta fretta un nuovo farmaco, il peramivir, con la speranza che si dimostri efficace contro il virus, ma la cosa è tutta da dimostrare. La China Food and Drug Administration ha fatto sapere che i test preliminari con il medicinale diluito in cloruro di sodio e somministrato per via iniettiva sono stati positivi. Negli Stati Uniti le autorità sanitarie hanno già iniziato a lavorare a un vaccino contro la nuova aviaria: per metterlo a punto servirà almeno un mese. Anche la stessa Cina ha cominciato lo sviluppo di un vaccino, che potrà essere in commercio tra non meno di sei mesi, ma le autorità sanitarie hanno spiegato che se la trasmissione del virus resta solo da volatili a uomo e non da uomo a uomo, lo sviluppo del farmaco potrebbe essere «antieconomico». Anche la medicina tradizionale cinese viene presa in considerazione per la cura.

PRECAUZIONI - Per il momento l'Oms non ritiene necessari screening sui viaggiatori diretti in Cina o provenienti dalla Cina o restrizioni nei viaggi turistici e commerciali. È invece fortemente raccomandato di evitare il contatto con animali vivi, mangiare solo carne ben cotta, lavarsi spesso le mani e rivolgersi al medico non appena compaiono sintomi influenzali. In Cina il pollo è stato eliminato dai menu delle compagnie aeree e dai pasti distribuiti nelle scuole, dove sono state tolte anche le uova, nonostante le autorità rassicurino sul fatto che il contagio derivi solo dal contatto con pollame vivo infetto. Nessun rischio dunque dalla carne e uova cotte. Negli aeroporti sono aumentati i controlli: a Macao vengono usati dispositivi a raggi infrarossi per misurare la temperatura a tutti i viaggiatori in arrivo dalla Cina.

PRECEDENTI - È chiaro comunque che il virus H7N9 è diverso dal celebre H5N1, il virus dell'aviaria da anni nel mirino degli esperti. Parenti stretti dell'H7N9 hanno invece già colpito l'uomo di recente, nel periodo compreso fra il 1996 e il 2012: si chiamano H7N2, H7N3, e H7N7 e sono comparsi in Olanda, Italia, Canada, Stati Uniti, Messico e Gran Bretagna. Per l'epidemiologo Adrian Sleigh, della Australian National University, nel 2008 sono state pubblicate alcune evidenze che i virus del sottotipo H7 stavano acquisendo la capacità di trasmissione da uomo a uomo. Tuttavia, al momento non ci sono elementi per considerare il nuovo virus come la possibile origine di una nuova pandemia, ha osservato l'immunologo Robert Booy, dell'università australiana di Sydney: «Finora è improbabile una pandemia legata a questo virus. Sono state registrate alcune mutazioni che suggeriscono la capacità di adattarsi ai mammiferi, tuttavia da qui alla capacità di trasmettersi da uomo a uomo la strada è molto lunga. Il tasso di mortalità finora registrato è molto elevato, ma i casi complessivi sono ancora pochi per trarre conclusioni».

I RISCHI PER L'UOMO - Se l'allarmismo è ingiustificato (e controproducente), è invece fondamentale seguire la situazione con la dovuta cautela. A dirlo è Massimo Galli, professore di Malattie Infettive all'Università degli Studi di Milano e direttore della Terza Divisione di Malattie Infettive all'ospedale Luigi Sacco. «Il virus H7N9 è per l'uomo una completa "new entry" mai incontrata prima e pertanto ci coglie impreparati a livello immunologico. Contatti limitati con virus in parte simili si sono avuti nel 2003 in Olanda con un H7N7 che ha causato un morto e 80 casi di congiuntivite. Un H7N3 è comparso in Canada nel 2004, con due casi di congiuntivite e poi è stato segnalato in altri Paesi, ma in modo limitato e senza decessi. H7N9 si rivela altamente patogeno per l'uomo, al momento: una letalità attorno al 30% che ricorda l'epidemia di H5N1 del '97 ad Hong Kong, con 18 contagiati e 6 vittime» spiega Galli. Impossibile dire come si evolverà il virus ma è assolutamente necessario seguirne strettamente i "comportamenti" per valutarne la capacità di adattarsi all'uomo. I virus dell'influenza A sono principalmente virus degli uccelli acquatici, i ceppi noti sono numerosissimi. A oggi sono noti 17 tipi diversi di emagglutinina (indicata con la lettera H nella "formula" che identifica un particolare ceppo virale) e 10 neuraminidasi (la lettera N). «L'"influenza dei polli" è la forma violentemente epidemica con cui la malattia si è manifestata negli animali di allevamento fin dalla fine del XIX secolo, se non prima - ricorda Galli -. Negli ultimi 30 anni le epidemie tra gli animali allevati sono aumentate sempre più di frequenza e con diversi ceppi virali implicati. Intervenire sulle condizioni degli allevamenti è pertanto fondamentale per limitare i rischi nella popolazione umana».

I PRECEDENTI - «Dal passaggio dagli animali all'uomo con diversi "riassortimenti" genetici intermedi sono venute le grandi pandemie nella popolazione umana - aggiunge il professor Massimo Galli -. Nel 1918 un'epidemia di influenza, la cosiddetta spagnola causata da un H1N1, ha fatto dagli 80 ai 100 milioni di morti nel mondo, mentre H2N2 del 1957 ha fatto "solo" 1-2 milioni di morti perché un virus simile era già circolato nell'uomo nel 1889. L'H3N2 che ha sostituito l'H2N2 nel 1968 ha ucciso circa un milione di persone e questo perché un H3N8 era circolato nel 1900 conferendo un'immunità parziale alle persone più anziane che nel '68 hanno dovuto incontrare l'H3N2. Una variante dell'H1N1 è comparsa in Russia nel 1977, diffondendosi poi in altri Paesi: si trattava certamente di un ceppo sfuggito a un laboratorio di un virus "datato" 1950: ha quindi colpito di nuovo soprattutto i giovani che non avevano mai incontrato i "discendenti" del virus della spagnola. Quando, nel 2009, è arrivata l'H1N1 della cosiddetta suina, un riassortimento da quattro ceppi virali diversi, la storia è stata più o meno la stessa. Tutto sommato una buona fetta della popolazione aveva già incontrato qualcosa di simile e la nuova "pandemia" è stata piuttosto blanda. I due virus aviaria, H5N1 e oggi H7N9, dimostrano invece un'alta letalità quando infettano l'uomo. Ad esempio H5N1 ha causato finora più di 600 infezioni umane con oltre 350 decessi. Ma finora in non più di due episodi isolato accertati si è dimostrato in grado di diffondersi da uomo a uomo. È quindi possibile pensare che proprio in questa sua "estraneità" e mancato adattamento consista la buona parte della sua capacità di uccidere. Non è detto che, se si adattasse e diventasse trasmissibile da uomo a uomo, possa mantenere anche tutta questa capacità patogena». Lo stesso ragionamento vale per il nuovo H7N9.

LA PAURA DELLA MUTAZIONE - Il "nuovo" virus che si sta diffondendo in Cina interessa varie specie di uccelli, dalle pernici, alle cicogne, ai piccioni, in cui è risultato a bassa patogenicità. «La sequenza di questo nuovo virus è stata caratterizzata in una settimana e questo facilità il lavoro dei ricercatori nel mettere a punto farmaci e vaccini. Il vaccino è molto importante anche per evitare la diffusione del virus negli animali d'allevamento utilizzando le giuste modalità igieniche e facendo tesoro di qualche esperienza negativa nel passato quando la somministrazione del vaccino si è rivelata essere l'occasione per trasferire l'infezione da un allevamento all'altro. Un ultima osservazione a margine - conclude Galli -, sarebbe utile sapere qualcosa di più sulla morìa di maiali avvenuta recentemente in Cina, anche se le autorità sembrano escludere un ruolo del virus H7N9 nella morte di migliaia di suini finiti nei fiumi».




FONTE: http://www.corriere.it/salute/13_aprile_09/influenza-aviaria-cina_a5527786-a058-11e2-b85a-0540f7c490c5.shtml

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