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martedì 26 novembre 2019

gas serra: nessun segnale di abbassamento dei livelli

Nonostante gli accordi di Parigi, non c'è nessun segnale di abbassamento dei livelli. Il Wmo: nel 2018 la CO2 ha toccato le 407,8 ppm.
Nuovo  record dei livelli di gas serra. “Impatti sempre più gravi sui cambiamenti climatici” Nuovo record dei livelli di gas serra. “Impatti sempre più gravi sui cambiamenti climatici” È quanto si legge nel bollettino dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) pubblicato oggi. Inoltre "non vi è alcun segno di rallentamento, per non parlare di un calo", afferma il segretario generale dell’Omm, Petteri Taalas di F. Q. | 25 NOVEMBRE 2019 Altro nuovo record dei livelli di gas serra. È quanto si legge nel bollettino dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) pubblicato oggi. Questa tendenza a lungo termine, dicono gli esperti, si traduce in “impatti sempre più gravi dei cambiamenti climatici, con temperature in aumento, condizioni meteo più estreme, stress idrico, innalzamento del livello del mare e perturbazione degli ecosistemi marini e terrestri”. Inoltre “non vi è alcun segno di rallentamento, per non parlare di un calo”, afferma il segretario generale dell’Omm, Petteri Taalas. L’Omm aveva lanciato l’ennesimo allarme due mesi fa in occasione del Summit Onu a New York sul clima: un bollettino di guerra. Il riscaldamento climatico accelera e con esso gli effetti devastanti che trascina dietro di sé: nuovi record di temperatura in molti Paesi accompagnati da incendi senza precedenti, innalzamento del livello del mare, perdita di ghiacci, eventi estremi. Tanto che il quinquennio ancora in corso, 2015-2019 (dati fino a luglio scorso), si candida al lustro più caldo mai registrato con +0,2 gradi rispetto al 2011-2015, mentre la temperatura media globale è aumentata di 1,1 gradi dal periodo preindustriale. Senza contare la crescita dei gas serra con un tasso del più 20 per cento per la Co2 rispetto ai cinque anni precedenti.

A preoccupare gli esperti è anche la concentrazione di metano (CH4), il secondo gas serra di lunga durata più presente e il ossido di diazoto (N2O), le cui emissioni risultano aumentate al di sopra della media annuale. I picchi di concentrazione sono da ricollegare all'attività umana per il 60% delle emissioni di metano (allevamenti, coltivazione di riso, sfruttamento di combustibili fossili, discariche, ecc.) e il 40% del diossido di diazoto (fertilizzanti, processi industriali, ecc.). Entrambi i gas svolgono anche un ruolo nell'assottigliamento dello strato di ozono della stratosfera che ci protegge dai danni dei raggi UVA emessi dal sole.

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Alzheimer: nascita di nuovi neuroni nel cervello adulto

Lo studio, interamente italiano, è stato effettuato su topi che, trattati con la molecola, hanno ripreso a produrre cellule neuronali a un livello quasi normale. A coordinare i ricercatori sono stati Antonino Cattaneo, Giovanni Meli e Raffaella Scardigli in collaborazione con il Cnr, la Scuola Normale Superiore di Pisa e il Dipartimento di Biologia dell'Università di Roma tre.

L'invecchiamento del cervello, con la diminuzione progressiva di nuovi neuroni, che porta al morbo di Alzheimer, può essere rallentato, e anzi si può invertire il trend favorendo un vero e proprio «ringiovanimento». E' quanto scoperto da un team di ricercatori italiani dell'istituto Ebri, che hanno appurato che la nascita di nuovi neuroni nel cervello adulto (neurogenesi) si riduce in una fase molto precoce della malattia di Alzheimer.


Tale alterazione è causata dall'accumulo nelle cellule staminali del cervello di aggregati altamente tossici della proteina beta Amiloide, chiamati A-beta oligomeri. Il team è riuscito a neutralizzare gli A-beta oligomeri nel cervello di un topo malato di Alzheimer introducendo l'anticorpo A13 all'interno delle cellule staminali del cervello, riattivando la nascita di nuovi neuroni e ringiovanendo cosi' il cervello. In particolare, i ricercatori hanno dimostrato come la strategia messa a punto nei laboratori dell'Ebri permetta di ristabilire la corretta neurogenesi nel modello di topo studiato, recuperando dell'80% i difetti causati dalla patologia di Alzheimer nella fase iniziale.

Per la prima volta sono stati intercettati e neutralizzati sul nascere i singoli «mattoncini tossici» che formeranno le placche extracellulari di A-beta (l'attuale bersaglio terapeutico della malattia di Alzheimer), prima che questi provochino un danno neuronale irreversibile. Questa ricerca pone dunque le basi per lo sviluppo di nuove strategie utili per la diagnosi e la terapia di questa malattia neurodegenerativa. «Riuscire a monitorare la neurogenesi nella popolazione adulta offrirà in futuro un potenziale strumento diagnostico per segnalare l'insorgenza dell'Alzheimer in uno stadio ancora molto precoce, cioè quando la malattia è clinicamente pre-sintomatica.



giovedì 14 novembre 2019

Phocine distemper virus: Lo scioglimento dei ghiacci sta diffondendo un virus che uccide i mammiferi marini

I ricercatori della Facoltà di medicina veterinaria dell’Università della California a Davis (Stati Uniti) hanno collegato la riduzione del ghiaccio artico con la diffusione di un virus mortale che minaccia i mammiferi marini nel Nord Pacifico.

Gli scienziati hanno analizzato gli effetti del virus del cimurro di Foquillo (PVD), responsabile della morte di migliaia di foche avvistate nell’Atlantico tra il 1988 e il 2002 e il loro collegamento con un altro focolaio di lontre nell’Alaska settentrionale nel 2004.


Il killer si chiama "Phocine distemper virus" (PDV) e ha colpito diversi mammiferi marini per decenni, uccidendo migliaia di foche europee del Nord Atlantico nel 2002. Due anni dopo, si è scoperto che le lontre marine settentrionali dell'Alaska (Enhydra lutris kenyoni) avevano contratto il virus. All'inizio i ricercatori non riuscivano a spiegarsi come fosse stato possibile la diffusione di questo virus tra queste specie, poiché fra di loro non ci poteva essere alcun contatto, a causa del ghiaccio artico che le divideva. Ora però un gruppo di ricerca della UC Davis School of Veterinary Medicine ha scoperto che le foche infette hanno viaggiato dall'Europa passando lungo la Russia settentrionale e la California settentrionale, grazie a una serie di passaggi aperti dai bassi livelli di ghiaccio marino. Questo cambiamento "storico" del ghiaccio marino potrebbe aver permesso alle foche artiche e subartiche di incontrarsi, cosa che non era mai stato possibile prima. Secondo i ricercatori, stando a quanto riportato nello studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports, questa sarebbe la causa più probabile della diffusione del PDV nell'Oceano Pacifico del Nord. "La perdita di ghiaccio marino sta portando la fauna marina a cercare nuovi habitat e la rimozione delle barriere fisiche sta consentendo loro di attraversare nuovi percorsi per spostarsi", spiega Tracey Goldstein, autrice principale dello studio. "Mentre gli animali si muovono e entrano in contatto con altre specie, offrono l'opportunita' di introdurre e trasmettere nuove malattie infettive, con effetti potenzialmente devastanti".



Hiv: nuovo ceppo del virus. In Italia cala il livello di attenzione

Un nuovo ceppo dell'Hiv, il virus che provoca l'Aids, è stato scoperto dai ricercatori dell'Università del Missouri e di Abbott Laboratories. Gli scienziati - attraverso il Journal of Acquired Immune Deficiency Syndromes - hanno fatto sapere che il loro studio ha individuato per la prima volta in 19 anni un nuovo ceppo, appartenente alla famiglia M, la stessa che ha provocato l'epidemia.
Il nuovo sottotipo, chiamato Hiv-1 gruppo M sottotipo L, è estremamente raro, ed è stato trovato dai ricercatori della multinazionale farmaceutica Abbott, che lo hanno descritto sul Journal of Acquired Immune Deficiency Syndromes (JAIDS). Dall’inizio della pandemia, ricordano gli autori dello studio, sono state infettate 75 milioni di persone, e 37,9 milioni convivono oggi con il virus. Il nuovo sottotipo è stato trovato in tre campioni, due analizzati nel 1983 e al 1990, e uno che era stato raccolto nel 2001 ma che non aveva una quantità sufficiente di virus per essere trovato con le tecniche dell’epoca. Sono due soli i pazienti, al mondo, in cui il virus è sparito: dopo essere stati sottoposti a un trapianto di midollo. A fare la scoperta è stato il Global Viral Surveillance Program istituito dall’azienda 25 anni fa per monitorare i virus dell’Hiv e dell’epatite. “Per la prima volta in 19 anni dunque è stato scovato un nuovo ceppo, o meglio un “sottotipo” dell' Hiv, rarissimo ma che può dare indicazioni utili sull'evoluzione del virus. L' "ago nel pagliaio", stando alla definizione degli stessi ricercatori, è stato descritto in uno studio dell'azienda farmaceutica Abbott e dell'università del Missouri pubblicato sul Journal of Acquired Immune Deficiency Syndromes (Jaids). Dall'inizio della pandemia, ricordano gli autori dello studio, sono state infettate 75 milioni di persone, e 37,9 milioni convivono oggi con il virus. Il nuovo sottotipo, chiamato Hiv-1 gruppo M sottotipo L, è stato trovato in tre campioni, due analizzati nel 1983 e al 1990 nella Repubblica Democratica del Congo, e uno che era stato raccolto nel 2001 in Congo ma che non aveva una quantità sufficiente di virus per essere trovato con le tecniche dell'epoca.

SONO CIRCA 15mila le persone che non sanno di essere infette perchè non si sottopongono al test per l’Hiv. Negli ultimi 7 anni in Italia il numero di nuove diagnosi è stato stabile con circa 3500 nuovi casi ogni anno causati soprattutto da infezioni a trasmissione sessuale, sia da rapporti eterosessuali che omosessuali.  Più del 50% delle nuove diagnosi, però, avviene in condizioni avanzate di malattia. Inevitabile conseguenza del calo di attenzione su questa malattia di cui i Millennialls sanno poco o nulla. Il tema è stato al centro di un incontro dal titolo "Hiv - Presente e futuro del paziente cronico" Approccio, Progresso, Prevenzione" promosso dalla Società di Malattie Infettive e Tropicali (Simit) e svoltosi oggi presso il Ministero della salute

mercoledì 13 novembre 2019

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Ebola: approvato, Ervebo, nuovo vaccino contro il virus

L'organizzazione mondiale della Sanità ha approvato il primo vaccino mondiale contro il virus Ebola e il fatto potrebbe rappresentare un importante passo avanti per debellare la malattia che, attualmente, nella Repubblica Democratica del Congo, sta uccidendo migliaia di persone, in particolare bambini.

In Congo sono circa 2 mila i casi di morte per ebola confermati e migliaia le dosi di vaccino somministrate agli operatori sanitari e a famigliari e conoscenti entrati in contatto con potenziali vittime del contagio.


 Il farmaco in questone si chiama Ervebo ed è prodotto dalla casa farmaceutica Merck Sharp & Dohme B. V. È stato utilizzato in fase sperimentale nel Paese africano, ma oggi, secondo l'Oms, ci sarebbero prove sufficienti che il vaccino funzioni.

Per il direttore esecutivo Ema, Guido Rasi, è "un passo importante per alleviare il peso di questa malattia mortale" e "la raccomandazione è il risultato di molti anni di sforzi globali collaborativi per sviluppare nuovi medicinali e vaccini contro l'Ebola". L'attuale epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) ha infettato oltre 3.000 persone con tassi di mortalità di circa il 67%. Qui, il vaccino Ervebo, prodotto da Merck, viene utilizzato in base a un protocollo di "uso compassionevole" per proteggere le persone a più alto rischio di infezione, come operatori sanitari o persone che sono venute a contatto con pazienti infetti.

Ebola ha colpito l'Africa occidentale cinque anni fa.

Microplastiche, quante ne mangiamo ?

Un nuovo studio australiano sulle microplastiche afferma che in media ingeriamo 5 grammi in sette giorni. Ma sono ancora incerti i danni per la salute.

OGNI settimana ci mangiamo una carta di credito. E' l'immagine, forte, con cui i ricercatori dell'Università di Newcastle in Australia hanno provato a riassumere la quantità di microplastiche che ingeriamo a livello globale nell'arco di sette giorni: in media 5 grammi di plastica, lo stesso peso di una carta di credito.
Ogni  anno finiscono nei mari tra i 5 e i 13 milioni di tonnellate di plastica e migliaia di organismi marini sono a rischio.

 Il problema dell'inquinamento da plastica negli ultimi anni è salito ai primi posti nelle battaglie ambientali da risolvere tanto che, dall'Unione Europea sino al Canada, decine di Paesi hanno scelto di bandire in futuro le plastiche monouso. Uno dei problemi maggiori relativi alla plastica è che questo materiale, di durata centenaria, nel tempo tra degrado, acqua e correnti si trasforma in "microplastiche", particelle più piccole di cinque millimetri. Ora diversi studi stanno certificando che queste microplastiche, capaci di viaggiare via acqua ma anche via aria, stanno penetrando non solo nei liquidi che beviamo ma chiaramente anche nei nostri alimenti e nel nostro organismo

Le microplastiche, che possono essere ingerite dagli organismi, anche quelli che vivono nelle profondità, come scampi e gamberi viola, che poi finiscono sulle tavole. Un gruppo di ricercatori e docenti del Dipartimento di Scienze della vita e Ambiente dell'Università di Cagliari, in collaborazione con quelli dell'Università Politecnica delle Marche, hanno documentato la presenza di microplastiche in queste due specie di crostacei, prelevati attorno alla Sardegna, mostrando un'elevata contaminazione: 413 particelle trovate nello scampo e 70 nel gambero. Prevalentemente si tratta di polietilene (PE, il principale costituente degli imballaggi e della plastica monouso), e di polipropilene (PP, usato per i tappi delle bottiglie o le capsule del caffè). I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Environmental Pollution. "Sono risultati allarmanti ma che non devono creare allarmismo .
 Alessandro Cau, che ha firmato lo studio insieme a Claudia Dessì, Davide Moccia, Maria Cristina Follesa e Antonio Pusceddu - non sappiamo ancora, infatti, se la quantità ritrovata nello stomaco dei gamberi ma soprattutto negli scampi (sono crostacei scavatori, quindi tendono ad ingerire maggiormente le sostanze depositate nel fondo marino), possa causare danni all'organismo o all'uomo. Certo è che quelle microplastiche, che sembrano così distanti da noi, ci ritornano indietro in maniera subdola". Il prossimo passo della ricerca è capire quanta microplastica possa arrivare davvero sulle tavole. "Ci stiamo chiedendo se gli scampi, in particolare, siano in grado di triturare quelle microplastiche che abbiamo trovato nel loro stomaco e che non sono riuscite a passare nel tratto digerente perché troppo grandi. In questo caso le particelle verrebbero reimmesse nel mare e nella catena alimentare di altre specie, nel caso contrario - avverte il ricercatore - arriverebbero tutte sui nostri piatti".

12 novembre 2019 nuova scossa di terremoto in Francia

Un terremoto di magnitudo 3.3 ha colpito Strasburgo, nell'est della Francia. Lo riferisce la Rete nazionale di sorveglianza sismica francese, precisando che l'epicentro è stato individuato a 5 chilometri dalla città dell'Alsazia. La terra torna dunque a tremare dopo la scossa registrata lunedì a Montelimar, nel sud del Paese.


Leggi anche terremoto Francia 11 nov

martedì 12 novembre 2019

Polmonite: ogni giorno muoiono 2200 bambini


In media ogni 39 secondi nel mondo muore un bambino colpito da polmonite. E' la tragica stima che l'Unicef ricorda in occasione della Giornata mondiale dedicata alla polmonite, malattia prevenibile, che oggi uccide più bambini di qualsiasi altra infezione. Nel 2018 ha causato la morte di oltre 800 mila bambini di età inferiore ai cinque anni. La maggior parte dei decessi si è verificata tra i bambini di età inferiore ai due anni e quasi 153 mila bambini nel primo mese di vita.  "Ogni giorno, circa 2.200 bambini sotto i 5 anni muoiono a causa di polmonite, una malattia curabile e quasi sempre prevenibile", ha detto Henrietta Fore, direttore generale dell'Unicef. 

tragulo,“cervo topo” fotografato in Vietnam,30 anni dall’ultimo avvistamento

Grazie a trenta fototrappole piazzate nelle foreste di Nha Trang, gli scienziati sono riusciti a fotografare il rarissimo tragulo del Vietnam o "cervo topo", un ungulato che gli studiosi non avvistavano da circa 30 anni. Il mammifero, poco più grande di un coniglio, era inserito nella lista delle "specie perdute" della Global Wildlife Conservation.

Grazie all'uso di fototrappole è stato immortalato il rarissimo tragulo del Vietnam (Tragulus versicolor), una minuscola specie di ungulato – dal latino mammifero con zoccoli – conosciuta in lingua anglosassone col nome di “cervo topo” del Vietnam o chevrotain dal dorso argentato. Sono trascorsi circa 30 anni dal precedente avvistamento in natura nel Paese asiatico, ovvero da quando nel 1990 un cacciatore abbatté un esemplare vicino al fiume Tra, nei pressi di Dak Rong. Ciò ha spinto gli scienziati a includere il mammifero – dalle dimensioni di un grosso coniglio – nella lista delle “specie perdute” della Global Wildlife Conservation, un'iniziativa dalle cui basi è partita la spedizione che ha permesso di fotografarne diversi esemplari tra aprile e luglio del 2018.

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Incidente in centrale nucleare VC Summer a Jenkinsville,South Carolina

Una centrale nucleare nello stato della South Carolina è stata costretta a interrompere a tempo indefinito le proprie operazioni a causa di una "piccola perdita" di liquido di refrigerazione dal reattore.

Per gli operatori della centrale nucleare VC Summer a Jenkinsville, nello stato della South Carolina, la perdita di liquido di refrigerazione radioattivo, scoperta alcune settimane fa, non costituirebbe alcun rischio concreto per la popolazione.  Secondo i comunicati ufficiali diffusi negli ultimi giorni dall'azienda che gestisce la struttura, la Dominion Energy, i materiali pericolosi non sarebbero fuoriusciti dal perimetro della centrale.  "I nostri operatori stanno monitorando una piccolissima fuoriuscita dal sistema di refrigerazione della centrale. La perdita è stata contenuta all'interno delle strutture di contenimento e non si diffonderà nell'ambiente circostante", si legge nella nota della Dominion.  Tale posizione è stata poi ribadita dal portavoce dell'azienda, Ken Holt, il quale ieri ha ribadito che il malfunzionamento sarebbe "piccolo" e non costituirebbe "alcun rischio per la popolazione".

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lunedì 11 novembre 2019

11 novembre 2019 terremoto in Francia

PARIGI I tre reattori della centrale nucleare di Cruas-Meysse, nell’Ardèche, vengono chiusi per controlli dopo il terremoto che lunedì ha colpito la regione nel Sud della Francia. Il sisma aveva l'epicentro nell'Ardèche, "26 km a sud-est di Privas", ha riferito in una nota l'Ufficio sismologico centrale francese (Bcsf) di Strasburgo. La città più colpita è Montèlimar dove una persona è rimasta gravemente ferita nella caduta di un'impalcatura. Nel dipartimento, altre tre persone hanno riportate leggere ferite a seguito "di un attacco di panico".
A destare la maggiore preoccupazione è però il sito nucleare. Secondo il collettivo antinucleare di Vaucluse, l'epicentro si trova "a meno di 20 chilometri dalla centrale nucleare dove è stato avvertito il sisma nella sala macchine dei reattori, e 30 chilometri dal sito atomico di Tricastin". Il gruppo sottolinea che il sito di Tricastin "situato su una faglia sismica attiva e sotto il canale Donzère-Mondragon" è "il sito nucleare più pericoloso in Europa e si estende su oltre 615 ettari", e chiedono quindi che venga fermano immediatamente. L'Agenzia per la sicurezza nucleare (Asn) ha assicurato che il terremoto non ha causato "nessun danno apparente" ai siti e che avrebbe esaminato "le condizioni alle quali i reattori possono essere riavviati". Una portavoce ha spiegato che lo spegnimento dei reattori potrebbe durare "alcuni giorni", a seconda di cosa verrà fuori dai sopralluoghi. D'altra parte, la centrale nucleare di Tricastin, più lontana dall'epicentro del terremoto, non verrà arrestata, poichè non è stata misurata alcuna soglia di avviso, ha aggiunto l'Asn. Il sisma è stato avvertito fino a Saint-Etienne, Grenoble, Lione e persino nel sud della Francia, ma è stato a Teil, una località al confine con Montèlimar con oltre 8.500 abitanti, a subire i danni materiali maggiori. Secondo il sindaco della città, Olivier Peverelli, che afferma di aver "temuto per la propria vita", due campanili "stanno per cadere" e l'ultimo piano del municipio è inaccessibile perchè "i soffitti sono venuti giù". L’associazione «Sortir du nucleaire» che milita per l’abbandono del nucleare (fonte del 75% dell’energia elettrica consumata in Francia) contesta però il quadro rassicurante fornito dalle autorità, e ricorda che quelle centrali sono a norma in caso di scosse fino a 5,2 gradi Richter, inferiori ai 5,4 registrati lunedì.
La paura Fukushima 
Nel 2017 l’Autorità per la sicurezza del nucleare ha chiesto a EDF di chiudere i quattro reattori della centrale di Tricastin per procedere a verifiche: il timore è che un terremoto possa provocare rotture nella diga sul canale del Rodano e portare a un’inondazione con la successiva fusione del combustibile nucleare, ripetendo lo scenario della catastrofe di Fukushima del marzo 2011 in Giappone. Sempre due anni fa la diga di Tricastin è stata rinforzata e i reattori sono stati riattivati. Ma nel giugno scorso l’Autorità ha chiesto nuovi lavori di messa in sicurezza, che dovranno essere effettuati entro il 2022.
La soglia massima 
L’indice SMS (Sisma maggiorato di sicurezza) è stato calcolato di nuovo in seguito al disastro di Fukushima. È superiore al terremoto più grave che verosimilmente può prodursi una volta ogni mille anni, e che nel caso del Sud della Francia risale all’8 agosto 1873 di 4,7 gradi sulla scala Richter, a Chateauneuf-du-Rhone, a pochi chilometri dall’attuale centrale di Tricastin.

venerdì 18 ottobre 2019

Severodvinsk, incidente nucleare 8 agosto 2019


8 agosto 2019 MOSCA - L'incidente nel poligono militare di Severodvinsk, in Russia, che ha provocato la morte di cinque persone, è stato il risultato di un "test missilistico" andato storto, ha detto confermato Rosatom, la società pubblica russa che si occupa dello sviluppo del nucleare. "Il missile è testato su una piattaforma marittima: dopo il completamento dei test, il propellente del missile ha preso fuoco e successivamente è esploso", ha spiegato la compagnia. Cinque dipendenti sono rimasti uccisi nell'incidente che è avvenuto giovedì nel poligono militare sul mar Bianco, nella regione di Arkhangelsk.


Sempre secondo econdo il dipartimento di comunicazione della Rosatom, citato da Interfax, "altri tre hanno riportato lesioni e ustioni di varia gravità". "La tragedia è avvenuta durante i lavori d'ingegneria e manutenzione tecnica delle fonti isotopiche nel motore a propellente liquido". In precedenza il ministero della Difesa aveva parlato di due morti e sei feriti. Non è chiaro quale tipo di missile "sperimentale" o motore a reazione sia stato testato. La segretezza attorno al fallito test e le scarse iniziali dichiarazioni del ministero della Difesa hanno immediatamente innescato teorie cospirative sul fatto che le autorità cercassero di nascondere un incidente su vasta scala, tanto più dopo che Greenpeace ha segnalato come nell'area i livelli di radiazioni siano aumentati di venti volte. La popolazione della zona si è riversata nelle farmacie per fare incetta di pastiglie di iodio, che combattono gli effetti delle radiazioni sulla tiroide. Il sito della regione di Arkhangelsk è una delle principali strutture di ricerca e sviluppo per la Marina russa, dove vengono sviluppati e testati missili balistici, intercontinentali e da crociera. Si trova a circa 30 km a ovest della città di Severodvinsk, che ospita un'importante base della Flotta del Nord dove vengono costruiti la maggior parte dei sommergibili nucleari russi.

giovedì 17 ottobre 2019

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sabato 25 febbraio 2017

effetti delle radiazioni sull'uomo

Nel 1999 a Tokaimura avvenne il peggior disastro nucleare in Giappone prima di Fukushima: il bilancio fu di due vittime, una delle quali morì dopo circa 3 mesi di atroci sofferenze. Il suo nome era Hiroshi Ouchi e la sua storia viene spesso ricordata in vari articoli, in cui appare anche un famoso e terrificante scatto che mostra i devastanti effetti delle radiazioni sul corpo umano.

LE COORDINATE STORICHE. L'incidente avvenne il 30 settembre a Tokaimura, un villaggio situato 130 chilometri a nord est di Tokyo in una piccola fabbrica di combustibile nucleare della JCO (Japan Nuclear Fuels Conversion Company) ed ebbe conseguenze molto gravi: furono coinvolti direttamente tre operai e nella zona circostante vennero evacuate quasi trecentomila persone. All'epoca fu classificato come il terzo più grave incidente al mondo, dopo quello di Three Mile Island (Usa) nel 1979 e quello di Černobyl' nel 1986.

MIX FATALE. A causare il disastro fu una scorretta miscelatura di uranio e acido nitrico all'interno di un serbatoio. Invece di utilizzare 3 chili di uranio impoverito come imposto dalla legge, gli operai eccedettero fino ad arrivare a 16 chili, innescando una reazione nucleare a catena con fortissima emissione di raggi gamma.

L'ISTANTE DELL'INCIDENTE. Un lampo blu, dovuto ai neutroni emessi dall'innesco della reazione nucleare, investì alle ore 10:30 i tre tecnici presenti sul posto: si trattava di Hisashi Ouchi (35 anni), Masato Shinohara (40 anni) e Yutaka Yokokawa (54 anni). Ouchi, che era il più esposto, assorbì radiazioni di 10.000-20.000 millisievert, un quantitativo eccezionalmente superiore alla soglia di sicurezza di 50 millisievert.
DESTINO SEGNATO. Dopo aver perso i sensi, Ouchi fu trasportato all'ospedale dell'Università di Tokyo, dove venne rianimato e riuscì a parlare con i medici.

Immediatamente gli effetti delle radiazioni nucleari si manifestarono in modo evidente con progressivo distaccamento di intere porzioni di pelle. Si trattava però solo della punta dell'iceberg, perché i raggi gamma avevano distrutto gran parte del suo corredo cromosomico, portando a una compromissione irreversibile di tutto l'organismo.

UNA LENTA TORTURA? L'operaio, ormai irriconoscibile, rimase in vita grazie alle macchine per due mesi e mezzo, perdendo circa 20 litri di liquidi al giorno. Durante gli 83 giorni di agonia i medici lo sottoposero a diversi cure, che includevano trasfusioni di sangue, innesti cutanei e trapianti di cellule staminali. Fortunatamente per il povero operaio, il suo corpo fu posto in coma farmacologico per evitargli sofferenze dolorosissime.

Il terribile scatto che vedete qui sotto, rievocato anche in un libro di successo, A Slow Death: 83 Days of Radiation Sickness, mostra in modo brutale le conseguenze delle radiazioni sul corpo dell'uomo (vedi spiegazioni più avanti).
Ancora oggi non è chiaro se le condizioni di Ouchi siano state prolungate oltre il necessario per consentire all'equipe di specialisti di testare nuovi trattamenti clinici, in previsione di altre possibili sciagure nucleari.

GLI ALTRI DUE OPERAI. Il trentacinquenne Hisashi Ouchi non fu la sola vittima del disastro di Tokaimura.  Il collega Masato Shinohara, che assorbì radiazioni di 6.000-10.000 millisievert, si spense il 27 aprile del 2000 dopo diversi mesi di cure intensive. Il terzo tecnico, Yutaka Yokokawa, che venne esposto a un livello di 1.000-5.000 millisievert riuscì invece a sopravvivere dopo una lunga degenza in ospedale.

All'esterno non si registrò uno straordinario rilascio di sostanze radioattive, ma altre 119 persone furono comunque contaminate da basse dosi di radiazioni.
             


CHE COSA ACCADE ESATTAMENTE AL CORPO. Come agisce la radioattività sull’organismo umano? Il primo danno si ha immediatamente, o meglio un decimo di trimilionesimo di secondo dopo che protoni, neutroni, elettroni, raggi gamma, o raggi X prodotti dal decadimento del nucleo hanno colpito un qualsiasi atomo dei tessuti del corpo. Con la loro energia essi strappano all’atomo un elettrone. Sia l’atomo, sia l’elettrone, che prima erano in uno stato di normalità, sono ora in una condizione di instabilità: nel successivo milionesimo di secondo, reagendo con altri atomi, entrambi possono dar vita a nuove molecole.

Alcune di queste, chiamati radicali liberi, hanno la caratteristica di reagire molto facilmente al contatto con altre molecole, dando vita a ulteriori sostanze prima inesistenti. Queste possono alterare la riproduzione e il funzionamento delle cellule, per poco tempo o per molti anni, velocemente o lentamente: dipende dalla quantità di tessuto che è stato colpito e dalla natura della radiazione: se la dose assorbita è molto piccola, gli effetti sono minimi e quest’ultimo è in grado di riparare i danni da solo. Ma se la dose è alta e la zona colpita è estesa, le cellule non sono in grado di far fronte all’invasione di radicali tossici.

La particelle più attive, come protoni e neutroni, possono ledere il Dna, che poi si riproduce in maniera anomala. Questo spiegherebbe l’insorgere dei tumori a distanza di tempo in persone che sono state colpite da forti radiazioni. Anche i cromosomi possono essere spezzati dalla radiazione. In questo caso le nuove cellule avranno un “messaggio” cromosomico alterato e così quelle che da esse nasceranno.

Ci sono comunque organi che risentono più di altri degli effetti delle radiazioni intense. Ecco quali.

Midollo osseo. Vengono alterate le cellule che producono globuli bianchi, rossi e piastrine. Insorgono perciò anemie, infezioni ed emorragie. Se la dose è stata molto alta, anche la leucemia.
Apparato riproduttivo. I danni dipendono molto dalla dose. Diminuisce o scompare la produzione di spermatozoi. Possono aumentare i tumori alle ovaie.
Apparato digerente. Insorgono vomito, nausea, diarrea, anoressia, ulcere intestinali. Aumenta il rischio di cancro allo stomaco, al colon e all’esofago.
Tiroide. Adenomi (tumori benigni), e scarso funzionamento della ghiandola.
Occhio. Dopo alcuni mesi si possono formare aree opache nel cristallino.
Gravidanza. Il feto sottoposto a radiazioni nelle prime settimane può avere il cranio più piccolo, ritardo mentale e, dopo la nascita, riduzione dell’altezza.

fonte: http://www.focus.it/scienza/corpo-umano/i-terribili-effetti-delle-radiazioni-sulluomo

venerdì 27 marzo 2015

Qual è il miglior metodo per ottenere frutta e verdura priva di qualsiasi agente patogeno?

Qual è il miglior metodo per ottenere frutta e verdura priva di qualsiasi agente patogeno? Semplice, il lavaggio con l'acqua. Rimedio banale, certo, ma non è l'acqua che scende dal rubinetto. Il segreto è nella forma: scienziati statunitensi della Harvard University hanno sviluppato un metodo per ottenere delle vere e proprie nano-bombe di acqua capaci di eliminare i microrganismi che si depositano sugli alimenti. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Environmental Science & Technology.

I numeri del problema

Secondo le ultime statistiche disponibili fornite dal Center for Disease Control and Prevention statunitense, l'ente che si occupa della prevenzione e controllo delle patologie sul territorio a stelle e strisce, ogni anno sono circa 48 milioni le persone che hanno a che fare con cibi contaminati. Non solo, quasi 130 mila vengono ricoverate per problemi di intossicazione e ben 3 mila trovano la morte.

Disinfettanti chimici

Come spiega il professor Philip Demokritou, uno degli autori dello studio, «non possiamo più andare avanti a fare la guerra ai batteri patogeni utilizzando solo la chimica». Oggi più che mai, vedendo i numeri del problema, è necessario trovare nuove strategie da affiancare a quelle attuali. Disinfettanti e pesticidi funzionano ma non rappresentano un toccasana proprio per la presenza di residui di cloro e ammoniaca. Ecco perchè il metodo messo a punto dagli scienziati di Boston potrebbe rivoluzionare l'attuale trattamento di frutta e verdura.

Creare nano-bombe di acqua

Il metodo in questione utilizza solo ed esclusivamente acqua. C'è però un segreto. Il liquido viene fatto passare attraverso un macchinario che, utilizzando un campo magnetico ad alta intensità, restituisce acqua sotto forma di nanoparticelle della grandezza di 25 nanometri, circa 4 mila volte meno del diametro di un capello. Un vero e proprio aerosol capace di rimanere nell'area per diverse ore grazie alla carica positiva generata dal processo. Non solo, il pulviscolo di nano-bombe, così le chiamano gli autori, contiene molecole di ossigeno ad alta reattività capaci di distruggere le pareti batteriche. Sono proprio queste ultime il segreto.

 I batteri vengono eliminati

Spruzzata su pomodori e superifici in acciaio che ospitavano batteri patogeni come Escherichia coli, Salmonella e Listeria, i ricercatori hanno potuto constatare che nel giro di poco tempo le nano-bombe erano riuscite ad eliminare la maggior parte dei batteri presenti. Risultati importanti che portati su scala industriale potrebbero rivoluzionare il trattamento di frutta e verdura. Non solo, il metodo secondo gli autori potrà essere utilizzato anche nella sterilizzazione degli ambienti e nella cura delle ferite cutanee. «Dobbiamo cominciare a pensare in modo più sostenibile. Le nanotecnologie ci potranno aiutare molto. Metodi efficaci al 100% non ne esistono ma oggi non è più possibile pensare al solo utilizzo della chimica» conclude


fonte:http://www.ilsecoloxix.it/

giovedì 26 marzo 2015

protonterapia

iflettori nuovamente puntati sulla protonterapia, innovativa tecnica di radioterapia per il trattamento delle malattie neoplastiche che promette una maggior efficacia e minor tossicità rispetto alla radioterapia convenzionale. L'interesse è stato riacceso dalla recente vicenda di Ashya, il bambino inglese portato dai genitori in Spagna dopo un'intervento neurochirurgico di rimozione di un tumore cerebrale, per esser sottoposto al trattamento radioterapico sperimentale, prestazione che non gli sarebbe stata erogata nel Regno Unito. La notizia è di ieri: trattato per sei settimane da un centro di Praga, Ashya sembra essere guarito.

UN FASCIO DI PROTONI PER IRRADIARE CON PRECISIONE IL TUMORE
La protonterapia fa uso di una strumentazione sofisticata, del tutto simile al sincrotrone del CERN di Ginevra, per produrre e indirizzare il fascio protoni che rilasciano la loro energia sui tessuti neoplastici bersaglio con una precisione dell'ordine dei pochi millimetri. Da ciò deriverebbero i vantaggi clinici rispetto alla radioterapia: «Il fascio di protoni risparmia il più possibile le zone circostanti alla lesione tumorale, viene diretto con una tale precisione da permettere - a parità di dose erogata - minore tossicità o, a parità di tossistà attesa, una radiazione a dosi più elvate, garantendo un maggior controllo della malattia» spiega il dottor Maurizio Amichetti, direttore dell'Unità Operativa di Protonterapia dell'Azienda Sanitaria della Provincia Autonoma di Trento.


I PAZIENTI ELEGGIBILI AL TRATTAMENTO
Tutti i pazienti trattabili con radioterapia sono teoricamente eleggibili al trattamento con particelle. In particolare, nelle situazioni in cui la radioterapia convenzionale presenta un rischio di tossicità inaccettabile per il paziente, o come trattamento di elezione nelle neoplasie localizzate in vicinanza di tessuti critici, e in generale dove si richiede un trattamento di alta precisione. I protocolli in atto, secondo l'associazione Particle Therapy Co-Operative Group, riguardano i tumori infantili e molte neoplasie nell'adulto (ad esempio, del sistema nervoso centrale, del basicranio e altri).

AI BAMBINI I BENEFICI MAGGIORI
«Poter irradiare meno i tessuti malati è molto importante nel caso dei bambini, dove gli effetti collaterali possono essere molto severi per la giovane età del paziente, il cui organismo è più vulnerabile perché ancora in via di sviluppo, e il trattamento avere delle conseguenze di lungo periodo sul suo sviluppo fisico e cognitivo» spiega il dottor Amichetti. I piccoli pazienti, una volta guariti, hanno una vita davanti, dunque «hanno anche molti anni per sviluppare secondi tumori».

I CENTRI ITALIANI: PAVIA, TRENTO E CATANIA
In Italia, oltre al Centro pubblico di Trento, ad effettuare questo trattamento che il ministro della Salute Beatrice Lorenzin punta ad inserire nei Livelli essenziali di assistenza (LEA), ovvero le cure garantite dal Servizio sanitario nazionale, c'è il Centro nazionale di adroterapia oncologica (Cnao) di Pavia, che ha trattao finora 500 pazienti e utilizza protoni in piccola percentuale mentre fa largo uso di ioni carbonio, un'altra forma di adroterapia che, rispetto ai protoni, ha una minore selettività spaziale ma presenta una efficacia biologica superiore.  Inoltre, presso l'INFN di Catania, si interviene sui soli tumori oculari.

LA CRITICA: MANCHEREBBERO LE EVIDENZE SCIENTIFICHE
La tecnica è in continua evoluzione e relativamente nuova. Secondi i dati della Nation Association for Proton Therapy, negli Stati Uniti, il primo centro di protonterapia è stato aperto nel 1980, erano diventati due nel 2000 e oggi sono una quindicina. In tutto nel mondo se ne contano una quarantina di attivi e altrettanti sono in via di realizzazione. Il Cnao è attivo da tre anni, il centro di Trento da qualche mese. Per questa ragione alle tecniche sperimentali di adroterapia e protonterapia spesso si contesta la mancanza di robuste evidenze scientifiche e cliniche in favore della loro maggior efficacia, sul lungo periodo, rispetto alla radioterapia standard. «Naturalmente, per stimarne il reale beneficio, bisognerà seguire l'evolvere della situazione dei primi pazienti trattati. Tuttavia, per quanto diverse, le metodiche utilizzano gli stessi principi, a cambiare è la dosimetria, cioè la distibuzione della dose erogata. Ne consegue che, in via di principio, sono almeno di pari efficacia. Le evidenze in favore della protonterapia si stanno comunque accumulando in fretta» risponde così Amichetti, convinto che dietro a tali obiezioni si nasconda anche un problema di natura economica, considerato l'elevato costo di strumentazione e trattamenti.

La ricerca continua. Intanto si attende l'aggiornamento dei LEA (livelli essenziali di assistenza, fermi al 1999) condotto dal governo che prevederebbe, come già garantito dal ministro Lorenzin, l'inserimento della protonterapia entro giugno.

mercoledì 25 marzo 2015

Batteria al polistirolo

I ricercatori della Purdue University, che potrebbero aver trovato una materia prima davvero insolita per la loro batteria ricaricabile: il polistirolo da imballaggio.
Trasformando il polistirolo in micro-fogli e nanoparticelle di carbonio, gli scienziati hanno ottenuto batterie ricaricabili con una capacità di memoria superiore a quella della grafite, il materiale più usato per la realizzazione degli anodi. La capacità di accumulare energia sarebbe superiore del 15%. L'obiettivo è quello di riuscire ad aprire la scoperta all'uso commerciale nel giro di due anni.

Si tratta di un approccio particolarmente interessante sia dal punto di vista economico (il polistirolo costa poco) sia da quello ecologico (materiali riciclati anziché dispersi nell'ambiente). Gli scienziati statunitensi hanno avuto l'idea dopo aver traslocato in un nuovo laboratorio: perché non utilizzare il polistirolo col quale erano stati imballati i loro strumenti?
Ogni batteria ha due elettrodi, un anodo ed un catodo: nelle moderne batterie al litio l'anodo è normalmente di grafite, ma gli scienziati statunitensi intendono invece utilizzare il polistirolo a questo scopo. Il materiale viene riscaldato tra i 500 e i 900 gradi in una fornace ad atmosfera inerte, in presenza di un sale metallico che agisce da catalizzatore. Il risultato di questa lavorazione viene poi utilizzato per la produzione dell'anodo.
"Sebbene il polistirolo da imballaggio sia utilizzato in tutto il mondo come una perfetta soluzione per le spedizioni, il materiale è notoriamente difficile da far decomporre, e soltanto il 10% circa viene riciclato", spiega il professor Vilas Pol, che ha guidato il gruppo di ricerca. "A causa della sua bassa densità, per la spedizione verso chi dovrebbe riciclarli servono grossi container, il che è costoso e non permette di fare grandi profitti".
Con questa metodologia il materiale può essere invece riciclato e sfruttato per la produzione di batterie ricaricabili, i cui anodi avrebbero particelle con minor resistenza elettrica e spessore 10 volte inferiori rispetto alle batterie attualmente in commercio. Questo le rende più veloci da ricaricare e capaci di immagazzinare più energia. "La performance elettrochimica a lungo termine di questi elettrodi è molto stabile", aggiunge Pol. "Abbiamo completato 300 cicli di ricarica, senza verificare una significativa perdita di capacità":



Il professor Vilas Pol, dell'Università di Purdue, ha iniziato a riflettere su come utilizzare il polistirolo da imballaggio quando s'è trovato a dover organizzare un nuovo laboratorio.

 
Ha così coinvolto il proprio team alla ricerca di nuovi usi per un materiale che, normalmente, viene gettato via.

Il polistirolo è un ottimo sostituto della grafite utilizzata normalmente per realizzare l'anodo nelle batterie agli ioni di litio, e in più il processo per arrivare a questo risultato è molto semplice.

Il professor Pol ha spiegato a Phys.org: «Le chips di polistirolo sono riscaldate a una temperatura tra i 500 e i 900 gradi Celsius in atmosfera inerte e in presenza o assenza di un catalizzatore a base di un metallo di transizione».

«Il processo» - aggiunge il professor Vinodkumare Etacheri - «è economico, non dannoso per l'ambiente e potenzialmente adatto per la produzione su larga scala».

Il materiale risultante permette di realizzare anodi che sono 10 volte più sottili di quelli attuali e hanno una resistenza elettrica molto minore, il che si traduce in tempi di ricarica molto più brevi; inoltre, le prestazioni superiori si mantengono anche dopo centinaia di cicli di carica/scarica.

«Questi elettrodi» - ha spiegato il professor Pol - «hanno mostrato prestazioni notevolmente maggiori per quanto riguarda la conservazione dell'energia rispetto agli anodi di grafite disponibili in commercio. Gli anodi realizzati a partire dalle chips per imballaggio hanno mostrato di avere una capacità specifica massima di 420 mAh/g, che è maggiore della capacità teorica della grafite (372 mAh/g)».

I test, condotti con 300 cicli di carica/scarica, non hanno evidenziato sostanziali perdite nella capacità delle batterie così realizzate e, secondo il professor Etacheri le prestazioni elettrochimiche sul lungo periodo sono molto stabili: il polistirolo e l'alternativa basata sull'amido si sono quindi dimostrati molto promettenti per la realizzazione di batterie ricaricabili agli ioni di sodio.

martedì 24 marzo 2015

balene : MORTE SPIAGGIATE 12 BALENE, 4 TRATTE IN SALVO DAI SOCCORRITORI

A sud di Perth sono spiaggiate 16 balene globicefale ma solo 4, grazie ai soccorritori, sono sopravvissute e hanno ripreso il largo. Un portavoce ipotizza: “Può essere che un individuo si sia ferito finendo in acqua bassa e il resto della famiglia lo abbia seguito”











Strage di balene globicefale a pinna lunga presso il porto di Bunburt, 170 km a sud di Perth in Australia occidentale. Ne sono morte 12, in gran parte ferite contro gli scogli. Alcuni soccorritori si sono subito attivati per salvarne altre nella zona adiacente. Lo si legge in una dichiarazione del dipartimento ambientale australiano, secondo cui quattro cetacei sono stati spinti di nuovo verso il mare aperto. Lacrime di commozione e urla di vittoria quando le balene salvate hanno iniziato a prendere il largo, ma l’insofferenza per non aver potuto fare altro ha di nuovo preso il sopravvento volgendo lo sguardo sulle spiagge, lungo la lugubre fila delle carcasse di 8 balene adulte e 4 balenotti. A rimuoverle portandole poi in discarica sono stati grandi macchinari di movimento di terra.


Non si sa cosa abbia contribuito allo spiaggiamento, ma veterinari e scienziati hanno prelevato campioni dagli animali morti per analizzarli. Branchi di balene globicefale si sono spiaggiate in passato sullo stesso tratto di costa sudovest del continente. Lo spiaggiamento più massiccio, di 320 individui, è stato nel 1996, ma tutti tranne 20 sono sopravvissuti.


Secondo un portavoce del dipartimento Parchi e fauna, è quasi impossibile sapere perché le balene si siano spiaggiate. "Può essere che un individuo si sia ferito finendo in acqua bassa e il resto della famiglia lo abbia seguito. Oppure che i dintorni del porto, con i suoi vari frangiflutti e argini, abbiano interferito con il loro biosonar e le abbia confuse nella navigazione".

ebola:l’emergenza non è finita

“L’epidemia ha brutalmente rivelato gravi fallimenti globali che migliaia di persone hanno pagato con la vita. Da essa dobbiamo imparare lezioni importanti a beneficio di tutti: dalla precarietà dei sistemi sanitari nei paesi in via di sviluppo alla paralisi e debolezza degli aiuti internazionali”.


Era un anno fa che la tragedia di Ebola investiva in particolare tre paesi dell’Africa occidentale. Un’epidemia che secondo Medici senza Frontiere, è stata affrontata con omissioni e ritardi. Un’emergenza che non si può ancora dire finita.

“Quando Ebola ha colpito a Kailahun, in Sierra Leone, in Guinea e in Liberia i governi e la cittadinanza erano deboli, impreparati, senza risorse e con carenza di personale – spiega Charles Mambu, direttore di Health For All Coalition – Tra i medici che avevamo, solo uno era specializzato in malattie infettive virali”.

Secondo Medici senza Frontiere, che ha stilato un rapporto, grazie anche al lavoro sul campo di oltre 5 mila operatori, Guinea e Sierra Leone lo scorso giugno cercavano di sottostimare la tragedia. Complici anche le organizzazioni internazionali che hanno tardato due mesi a dichiarare l’emergenza. Una lista di omissioni che l’Ong definisce “una coalizione globale all’inazione”.

“Ebola è chiaramente un’epidemia di proporzione internazionale – ha dichiarato Christopher Stokes, direttore generale di MFS – È una vergogna che l’Organizzazione Mondiale della Sanità e la comunità internazionale si siano svegliate solo quando si sono ammalati degli occidentali”.

Se gli appelli fossero stati ascoltati conclude MSF si sarebbero potute salvare delle vite. Fino ad ora Ebola ha provocato oltre 10 mila morti. 23 mila i casi di contagio

lunedì 23 marzo 2015

API: Un'ape selvatica su dieci e il 25,8% dei bombi in Europa rischia estinzione

Secondo la prima European Red List of Bees pubblicata oggi dall’ International Union for Conservation of Nature (Iucn)  che valuta il rischio di estinzione di  tutte le specie di api selvatiche  europee, «il 9,2% sono minacciate di estinzione, mentre il 5,2% sono considerati suscettibili di essere minacciata in un prossimo futuro». Ma le specie in pericolo di estinzione potrebbero essere molte di più, visto che per il 56,7% delle specie la classificazione è quella di  “Dati insufficienti” perché la mancanza di esperti, dati e finanziamenti ha reso impossibile valutare il loro rischio di estinzione.


 Le api selvatiche in Europa non se la passano molto bene: quasi una su dieci è a rischio estinzione. Una percentuale che sale a quasi un quarto (25,8%) nel caso dei 'bombi', impollinatori della stessa famiglia molto importanti. A far scattare l'allarme è la prima valutazione condotta sulle 1.965 specie censite nel Vecchio Continente nell'ambito della Lista rossa dell'Unione mondiale per la conservazione della natura (Iucn) e del progetto STEP, entrambi finanziati dalla Commissione europea.

Secondo lo studio, il 9,2% di tutte le api europee in natura è minacciato di estinzione, mentre il 5,2% lo saranno probabilmente in un prossimo futuro. Il 7,7% delle specie soffre per una popolazione in declino, il 12,6% è stabile e lo 0,7% risulta in aumento. Per circa il 56,7% delle specie purtroppo non ci sono dati, esperti e finanziamenti sufficienti, per capire i trend delle popolazioni. Fra questi anche quelli relativi all'ape da miele per eccellenza, la Apis mellifera, per la quale occorrono nuove ricerche proprio per distinguere le popolazioni selvatiche da quelle 'addomesticate'.

"Stiamo affrontando una drammatica assenza di expertise e risorse" afferma Jean-Christophe Vié, vice direttore del Programma globale specie Iucn, ricordando che "le api giocano un ruolo essenziale nell'impollinazione delle nostre colture" e occorrono dati per capire come invertire il trend delle popolazioni in declino. Principali minacce alla loro sopravvivenza sono agricoltura intensiva e modifica delle pratiche agricole, che hanno portato ad una perdita su vasta scala e al degrado degli habitat delle api. Poi ci sono cambiamenti climatici, con ondate di calore o alluvioni, cementificazione e frequenza degli incendi.

"La nostra qualità della vita - e il nostro futuro - dipende dai tanti servizi che la natura ci fornisce gratuitamente" afferma Karmenu Vella, commissario europeo all'Ambiente e Pesca. "L'impollinazione è uno di questi servizi, quindi è molto preoccupante apprendere che alcuni dei nostri principali impollinatori sia a rischio" aggiunge Vella, secondo cui "se non affrontiamo le ragioni che stanno dietro questo declino nelle api selvatiche e non agiamo urgentemente per fermarlo, ci potremmo ritrovare a pagare un prezzo molto elevato".

Questa valutazione dell'Iucn cade nella fase di revisione della strategia Ue contro la continua perdita di biodiversità. Le api sono essenziali sia per gli ecosistemi naturali sia per l'agricoltura: il valore del loro 'servizio' di impollinazione delle colture si stima ammonti ogni anno a 22 miliardi di euro in Europa, 153 miliardi a livello globale. L'84% delle colture per il consumo umano in Europa contano sull'impollinazione degli insetti per migliorare la qualità e le rese del prodotto, e sempre da loro dipende il 35% delle produzioni agricole globali.

Tra le principali colture coltivate per il consumo umano in Europa, l’84% richiedono l’impollinazione degli insetti per migliorare la qualità ed i rendimenti dei prodotti, come molti tipi di frutta, verdura e frutta secca. L’impollinazione è attuata da una serie di insetti, tra i quali le api domestiche, i bombi, molte altre specie di api selvatiche ed altri insetti. La European Red List of Bees arriva proprio mentre è in fase di revisione l’attuazione della strategia europea per arrestare la perdita di biodiversità ed i risultati di questo rapporto evidenziano la necessità di una piena attuazione della EU 2020 Biodiversity Strategy per raggiungere il target  della biodiversità  «arrestare la perdita di biodiversità e il degrado dei servizi ecosistemici nell’Ue entro il 2020, e il loro ripristino, per quanto è possibile».


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sabato 21 marzo 2015

Acqua potabile:750 milioni persone non hanno acqua potabile

Nel mondo circa 750 milioni di persone non hanno accesso ad acqua potabile. In media, circa 1.000 bambini muoiono ogni giorno per malattie legate ad acqua non sicura, mancanza di servizi igienico-sanitari e scarsa igiene. Sono i dati resi noti dall'Unicef in occasione della Giornata Mondiale dell'Acqua.  



DOPODOMANI, 22 marzo, è la Giornata dell'acqua. Ma sarebbe forse più giusto chiamarla Giornata senza acqua. Già oggi il 20% delle falde idriche mondiali è sovrasfruttato e 1,2 miliardi di persone vivono in zone in cui i rubinetti, per chi li ha, restano spesso a secco. Con una popolazione che cresce al ritmo di 80 milioni di bocche in più all'anno non è difficile immaginare cosa può succedere: nel 2050 2,4 miliardi di persone vivranno nell'Africa subsahariana.


Secondo l'organizzazione dal 1990 circa 2,3 miliardi di persone hanno ottenuto l'accesso a fonti migliorate di acqua potabile. Pertanto, aggiunge, "l'Obiettivo di Sviluppo del Millennio di dimezzare a livello globale la percentuale di persone che non hanno accesso all'acqua è stato raggiunto 5 anni prima del 2015. Oggi sono solo tre i paesi - Repubblica Democratica del Congo, Mozambico e Papua Nuova Guinea - dove più della metà della popolazione non ha accesso a fonti migliorate di acqua potabile".

Secondo l'Unicef, inoltre, dei 748 milioni di persone che nel mondo non hanno ancora accesso all'acqua, il 90% vive in aree rurali e vengono escluse dai progressi realizzati dai propri paesi. Per le donne e le bambine, andare a prendere l'acqua toglie tempo che potrebbero dedicare allo studio o alla famiglia, nelle aree non sicure sono anche esposte a rischi di violenza e attacchi.    Oltre all'Africa Sub Sahariana (molti dei paesi della regione non sono ancora sulla strada per raggiungere l'Obiettivo di sviluppo del Millennio), un gran numero di persone senza accesso all'acqua vive anche in Cina (112 milioni di persone) e in India (92 milioni).

"Le tappe per l'accesso all'acqua potabile, dal 1990, hanno rappresentato progressi importanti nonostante le incredibili difficoltà - spiega Sanjay Wijesekera, Responsabile Unicef per i programmi all'Acqua e ai Servizi igienico sanitari -. Ma c'è ancora tanto da fare. L'acqua è la vera essenza della vita e circa 750 milioni di persone tra le più povere e ai margini ancora oggi vedono negato questo diritto umano di base".


Dunque il rischio concreto è veder peggiorare un quadro che già oggi appare drammatico: 748 milioni di persone non hanno accesso a fonti di acqua potabile sicure, mentre 2,5 miliardi di persone non utilizzano strutture igienico sanitarie sicure. E anche nei paesi a reddito medio-alto i reflui di circa il 75% degli alloggi collegati alla rete fognaria non sono trattati in maniera adeguata. Questi numeri rappresentano un rischio per il futuro, non una condanna. Il rapporto mostra l'esistenza di alternative possibili. In campo energetico l'Onu suggerisce di dare più spazio alle fonti rinnovabili in modo da ridurre la pressione sull'acqua. In agricoltura si tratta di utilizzare le tecniche che fanno scarso uso della chimica in modo da proteggere la qualità delle falde idriche e difendere la fertilità dei suoli ("il rilascio incontrollato di pesticidi e sostanze chimiche nei corsi d'acqua e il mancato trattamento delle acque reflue  -  un problema che riguarda il 90% delle acque reflue dei paesi in via di sviluppo - sono concause della situazione attuale").

Queste scelte di riconversione green sono convenienti anche dal punto di vista economico. Un investimento di un dollaro nella protezione dei bacini idrografici può consentire un risparmio compreso tra 7,5 e 200 dollari americani in costi per nuovi impianti di trattamento e di filtrazione dell'acqua. Un programma di conservazione delle foreste avviato da un'impresa di forniture idriche del Costa Rica ha permesso di proteggere oltre 1.100 ettari di foreste nell'arco di 10 anni: il territorio è ora in grado di garantire la fornitura di acqua pulita ai 200 mila residenti.

scorie radioattive Italia : mobilitazione contro il deposito di scorie nucleari in Sardegna

“Basta pane avvelenato”. Un cartellone con tre parole per dire ‘No’ al deposito delle scorie nucleari in Sardegna: e’ il grido di battaglia di associazioni e comitati per presentare le due giornate di mobilitazione in programma l’1 e 2 aprile in vista del giorno della pubblicazione dell’elenco dei siti. “E’ una battaglia che combatteremo ogni giorno   (annunciato Bustianu Cumpostu, leader di Sni, in rappresentanza del comitato No nucle)


 In poco tempo la petizione "No al sito delle scorie nucleari in Sardegna", promossa da Sardigna Libera, ha raggiunto 7.935 firme. E' diretta al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ai ministri dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, e dello Sviluppo economico, Federica Guidi, al presidente della Regione Francesco Pigliaru e agli assessori Industria, Maria Grazia Piras, e dell'Ambiente, Donatella Spano.
    Nella petizione "si diffida il governo italiano dal prendere in considerazione qualsiasi ipotesi di transito e stoccaggio di scorie radioattive nel territorio sardo" e si invita la Regione e i suoi organi preposti "a vigilare sulla tutela ambientale del nostro territorio e sulla salute dei cittadini, e a respingere concretamente qualsiasi iniziativa che possa identificare la nostra isola come possibile pattumiera nucleare nel Mediterraneo".
    Sardigna Libera ricorda che "il popolo sardo, a maggioranza, ha espresso la sua contrarietà sul nucleare con il referendum del 13 giugno 2011".

Il deposito- spiegano i movimenti in un volantino – costituiscono un pericolo permanente, rappresentano un danno all’immagine dell’isola. Non solo, c’e’ anche il fattore salute: “I primi a pagare saranno i bambini”.

venerdì 20 marzo 2015

malattia di Crohn: Morbo di Crohn, si chiama Mongersen il farmaco del futuro

Si intravede una nuova possibile strada nella terapia della malattia di Crohn, patologia altamente
invalidante che, fino ad oggi, poteva essere gestita solo attraverso il controllo dei sintomi. Uno studio dell’Università di Roma Tor Vergata ha scoperto che il nuovo farmaco, denominato Mongersen, è efficace contro la malattia di Crohn. I risultati sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine.

 Un gruppo di ricercatori coordinato da Giovanni Monteleone, docente di Gastroenterologia presso l'ateneo romano, ha infatti dimostrato l'efficacia di una terapia innovativa che può consentire di eliminare i sintomi in soli 15 giorni.

Pubblicato sul New England Journal of Medicine, lo studio ha testato il trattamento a base di mongersen, una molecola in grado di inibire la proteina associata all'infiammazione tipica del morbo di Crohn, SMAD7. Il farmaco è stato somministrato per via orale a 3 diversi dosaggi (10, 40 e 160 mg) per 2 settimane e la sua efficacia è stata confrontata con quella di un placebo. E' stato così scoperto che nel 65% dei casi la dose più elevata permette di risolvere i sintomi della malattia in 15 giorni. Il trattamento a 40 mg è invece efficace nel 55% dei casi. La dose inferiore consente invece di eliminare i sintomi solo nel 12% dei casi, contro il 10% di successi del placebo. Altri dati positivi riguardano il profilo di sicurezza del farmaco, che è parso molto elevato.

Come ha spiegato Monteleone il mongersen permette di ripristinare i meccanismi antinfiammatori presenti in un intestino sano. La sua efficacia è confermata dal fatto che nel 60% dei pazienti trattati i sintomi non sono ricomparsi entro la fine del periodo di osservazione, che è durato ben 3 mesi. Scendendo nei dettagli del suo funzionamento, il mongersen è un oligonucleotide (una molecola formata dagli stessi “mattoni” di cui sono fatti Dna e Rna) che si lega all'Rna contenente l'informazione per la produzione di SMAD7 e ne promuove la degradazione. La conseguente riduzione dei livelli di SMAD7 impedisce che quest'ultima continui a ridurre l'attività di un'altra molecola, TGF-beta1, e abbassa di conseguenza la produzione di molecole che promuovono l'infiammazione. Se non contrastata, questa infiammazione espone chi soffre di morbo di Crohn al rischio di ulcere intestinali, fistole e stenosi a livello dell'intestino.

Purtroppo le terapie utilizzate fino ad oggi non hanno permesso di ridurre come vorrebbero gli esperti la progressione della malattia o il numero di casi in cui è necessario ricorrere a un intervento chirurgico. Da questo punto di vista il mongersen, nelle dosi da 40 e 160 mg, permette di ottenere risultati decisamente migliori rispetto a diversi altri farmaci e di evitare le recidive associate all'uso di questi ultimi. Prima, però, che possa entrare nella pratica clinica saranno necessarie ulteriori sperimentazioni. Monteleone ha annunciato che stanno per partire studi di fase III che coinvolgeranno più pazienti. Se i loro risultati saranno positivi il farmaco, già acquistato da una società biofarmaceutica americana, rappresenterà davvero la nuova speranza di chi convive con il morbo di Crohn e, forse, anche con altre malattie infiammatorie intestinali.


La malattia di Crohn o morbo di Crohn, nota anche come enterite regionale, è una malattia infiammatoria cronica dell'intestino (MICI) che può colpire qualsiasi parte del tratto gastrointestinale, dalla bocca all'ano, provocando una vasta gamma di sintomi. Essa causa principalmente dolori addominali, diarrea (che può anche essere ematica se l'infiammazione è importante), vomito o perdita di peso[1][2][3], ma può anche causare complicazioni in altri organi e apparati, come eruzioni cutanee, artriti, infiammazione degli occhi, stanchezza e mancanza di concentrazione[1].

La malattia di Crohn è considerata una malattia autoimmune, in cui il sistema immunitario aggredisce il tratto gastrointestinale provocando l'infiammazione, anche se viene classificata come un tipo particolare di patologia infiammatoria intestinale. Ci sono prove di una predisposizione genetica per la malattia e questo porta a considerare gli individui con fratelli ammalati tra gli individui ad alto rischio[4]. La malattia di Crohn tende a presentarsi inizialmente negli adolescenti e nei ventenni, con un altro picco di incidenza tra i cinquanta e i settant'anni, anche se la malattia può manifestarsi a qualsiasi età[1][5].

Non esiste ancora una terapia farmacologica risolutiva o una terapia chirurgica eradicante la malattia di Crohn[6]. Le possibilità di trattamento sono limitate al controllo dei sintomi, al mantenimento della remissione e alla prevenzione delle ricadute.

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