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venerdì 27 gennaio 2012

Alzheimer: Vaccino anti-Alzheimer, brevetto italiano

Si chiama (1-11)E2 ed e' un vaccino di nuova generazione, capace di innescare una risposta immunitaria contro il beta-amiloide, un peptide che si accumula nel cervello dei malati di Alzheimer, causando danni alla memoria e alle capacita' cognitive. A realizzarlo, due istituti napoletani del Consiglio nazionale delle ricerche: l'Istituto di genetica e biofisica (Igb-Cnr) e l'Istituto di biochimica delle proteine (Ibp-Cnr). Lo studio e' stato pubblicato sulla rivista Immunology and Cell Biology.

La molecola, per la quale e' stato appena concesso il brevetto italiano e per cui e' stata depositata una domanda di brevetto internazionale, consiste in una proteina ottenuta dalla fusione di due proteine diverse: un piccolo frammento del peptide beta-amiloide, coinvolto nell'Alzheimer, unito con una proteina batterica. La sostanza e' capace, in provetta, di auto-assemblarsi formando una struttura simile a un virus per forma e dimensioni. ''Sono ormai 10 anni che ricercatori di tutto il mondo stanno esplorando la possibilita' di prevenire l'Alzheimer con un vaccino: le prime sperimentazioni sull'uomo hanno acceso molte speranze, ma anche evidenziato possibili effetti collaterali gravi, che ne impediscono l'utilizzo'', spiega Antonella Prisco, dell'Igb-Cnr, coordinatrice della ricerca. La sperimentazione e' attualmente nella fase pre-clinica, che prevede la somministrazione del vaccino a topi normali. Il passo successivo consiste nel testare l'efficacia terapeutica e i possibili effetti collaterali in topi transgenici che sviluppano una patologia simile all'Alzheimer. ''Il vaccino che abbiamo prodotto induce rapidamente una forte risposta anticorpale e polarizza la risposta immunitaria verso la produzione di una citochina anti-infiammatoria, l'interleuchina-4, confermando le proprieta' immunologiche auspicate'', precisa la ricercatrice dell'Igb-Cnr. ''Attualmente si ricorre ampiamente ai vaccini per prevenire le malattie infettive, ma anche una patologia come l'Alzheimer potrebbe essere prevenuta o curata mettendo in atto un processo simile'', conclude Piergiuseppe De Berardinis dell'Ibp-Cnr.

Salute:Cinquemila passi al giorno per mantenersi in forma

E camminare fa bene anche al portafoglio. La sedentarietà provoca 600 mila decessi all'anno in Europa


Cinquemila passi. È la distanza, pari a circa 3 km, che ognuno dovrebbe percorrere quotidianamente per mantenersi in salute. Lo dice l'Organizzazione Mondiale della Sanità che ha stimato i danni della sedentarietà nel vecchio continente. Camminare però, fa bene anche al portafoglio. Lasciando l'auto in garage si possono risparmiare infatti circa 700 euro all'anno. Di questi, 400 sono direttamente legati al costo del carburante e della manutenzione dell'auto (più di un euro al giorno per percorrere i "fatidici" 3000 m). A questa cifra vanno aggiunti i 300 euro che ciascuno sborsa per curare i cittadini "ammalati" di pigrizia.

LE REGOLE - Le regole base da seguire, che spaziano dalla dieta, alla quantità di attività fisica in base all'età, fino ai suggerimenti per curare i piccoli traumi, sono contenute nell'opuscolo a vignette «Una passeggiata di salute», presentato al Senato nel Convegno nazionale «Il ritratto della salute e la medicina dei sani: modelli di sviluppo e strategie di comunicazione», promosso dalla Simg e dall'Associazione parlamentare per la tutela e la promozione del diritto alla prevenzione. La sedentarietà «provoca 600.000 decessi l'anno in Europa e rappresenta una delle dieci cause principali di mortalità e disabilità nel mondo. Diabete, cardiopatie, ipertensione, cancro, osteoporosi - spiega il dott. Claudio Cricelli, presidente della Società Italiana di Medicina Generale (Simg) - sono le malattie croniche che colpiscono in massa gli italiani, legate proprio a stili di vita sbagliati. La salute, infatti, si conquista e si conserva soprattutto a tavola, sin da bambini».

REGIME ALIMENTARE - «Il tradizionale modello alimentare mediterraneo - spiega Cricelli - è ritenuto oggi in tutto il mondo fra i più efficaci per la prevenzione ed è anche uno dei più vari e bilanciati. Dobbiamo rivolgere ai cittadini messaggi chiari, senza chiedere loro di stravolgere drasticamente le loro abitudini ma con consigli pratici da attuare nella vita quotidiana». Questo è quanto si propone ogni giorno la trasmissione "Benessere - Il ritratto della salute", giunta alla seconda edizione e parte integrante del progetto. In onda dal lunedì al venerdì dalle 10.50 alle 11.30 su Rete 4 fino al 24 febbraio, è condotta da Emanuela Folliero, accompagnata ogni giorno dal dott. Claudio Cricelli. «Nel programma parliamo soprattutto di prevenzione ma anche di nuove terapie, ricerca e qualità della vita - continua il presidente SIMG -, con messaggi autorevoli e certificati e il coinvolgimento diretto delle Istituzioni». Per approfondire gli argomenti trattati in video e offrire la possibilità di contattare gli esperti è attivo anche il portale che rappresenta il versante "virtuale" del progetto.

fonte:http://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/12_gennaio_26/passeggiata-salute-informa_f1a1258a-47fb-11e1-9901-97592fb91505.shtml

mercoledì 25 gennaio 2012

PESCA: urgente riforma della pesca europea

Per evitare l'esaurimento delle risorse ittiche lanciata una petizione online per l'Europarlamento

Il Wwf lancia una petizione online europea per chiedere una pesca coerente e sostenibile per salvare ciò che ancora rimane del patrimonio ittico e per il rispetto dei regolamenti comunitari sui pescherecci dell'Ue anche se operano al di fuori delle acque europee. L'organizzazione ambientalista mira a raccogliere 500 mila firme entro settembre da inviare al presidente e ai deputati del Parlamento europeo. Finora hanno già sottoscritto la petizione oltre 82 mila persone.

RAPPORTO - La petizione nasce dai dati emersi dal rapporto L'espansione delle flotte europee e internazionali nell'oceano dal 1950 a oggi, con l'attività di pesca che in particolare a partire dagli anni Ottanta è diventata insostenibile per il mantenimento degli stock ittici. Lo studio, inoltre, evidenzia come le flotte europee siano tra quelle che si sono spinte più distanti per trovare nuove riserve di pesce, con un’intensità sempre maggiore e spesso al limite della sostenibilità e potenzialmente della legalità. Rotte sempre più distanti dall'Europa per bilanciare il calo della pesca nazionale e della riduzione del numero delle navi che pescano nelle acque europee, il tutto favorito da accordi di pesca con i Paesi in via di sviluppo. L'Unione europea consuma il 25% del pesce del mondo e importa il 65% dei prodotti della pesca disponibili sui propri mercati interni.

ACCUSE - Il Wwf pone infine l'accento sulla pratica giudicata «immorale» del cambiamento di bandiera (per cui le navi dell'Ue eludono le norme comunitarie cambiando bandiera con quella di una nazione non Ue) e i sussidi per i carburanti, pratiche che hanno determinato l’attuale stato di sovrasfruttamento delle risorse ittiche, con conseguenze deleterie non solo sugli stock ittici mondiali, ma anche nel lungo termine sullo stesso settore della pesca. Il Wwf con la sua petizione chiede coerenza tra le norme applicate in acque europee e quanto accade in acque internazionali o nei Paesi in via di sviluppo. Il Wwf chiede anche che il miliardo di euro destinato alla gestione delle flotte in alto mare non venga in alcun modo utilizzato per finanziare pratiche di pesca distruttive e non sostenibili. «La riforma della politica comunitaria della pesca è un'occasione unica per fare in modo che tutti i pescherecci Ue siano rispettosi di habitat e stock ittici, ovunque essi operino nel mondo», ha dichiarato Marco Costantini pesponsabile del Programma mare di Wwf Italia.

inquinamento marino:Giglio, allarme detersivi "Livelli come a Marghera"

Le analisi dell'Arpat rilevano una concentrazione di tensioattivi in mare di 2-3 mg/litro nell'area intorno alla nave naufragata, più del limite consentito. Di solito nell'arcipelago il livello è zero

I detersivi e i saponi a bordo della nave Concordia si stanno sciogliendo nel mare cristallino dell'Isola del Giglio. All'ottavo giorno di controlli, e al tredicesimo che segue l'incredibile naufragio, il timore contaminazione diventa una certificazione scientifica: nelle acque attorno alla nave - quattro punti di controllo, a prua, a poppa e lungo le due fiancate - ci sono detersivi in quantità considerevole.

I test realizzati dal battello Poseidon, proprietà dell'Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana, illustrano una concentrazione di tensioattivi di 2-3 milligrammi per litro. A bordo della Concordia, secondo una prima informazione girata all'Arpat dagli armatori della Costa, c'erano detersivi "per alcune centinaia di chili". Tutto quello che nella notte del naufragio non era in bottiglie sigillate, ora si sta sciogliendo nel mare. E si teme che la pressione sul fondo della nave, appoggiata su un roccione di granito a 37 metri di profondità, possa far esplodere anche i prodotti chiusi.

Per avere un termine di paragone dell'inquinamento in corso, bisogna ricordare che il mare dell'Isola del Giglio ha una concentrazione standard di tensioattivi (detersivi) pari a zero. I livelli sono monitorati con costanza dall'Arpat. E ancora, il limite di 2 milligrammi di tensioattivi per litro - che ieri nelle acque davanti al Promontorio del Lazzaretto era stato superato - è quello definito per legge per gli scarichi industriali. In questo momento, grazie all'assurdo naufragio della Costa Concordia, l'immacolato Giglio ha un inquinamento superiore a quello delle aree industriali affacciate sul mare (Marghera a Venezia, Vado a Savona, Piombino in provincia di Livorno, per offrire degli esempi).

I primi otto giorni di controlli al Giglio non hanno accertato presenza di idrocarburi: olio e gasolio. Sono stati accertati solventi in quantità minime (a bordo della nave, è appurato, c'erano solventi e pitture). "I detersivi", spiega Alessandro Franchi, dirigente dell'Arpat, "sono aggressivi in tempi rapidi, quando sono concentrati, ma hanno il vantaggio di disperdersi nel mare altrettanto velocemente".
I biologi marini del battello oceanografico Poseidon nell'arco di un mese porteranno a compimento altri due tipi di test. Il primo, realizzato insieme all'istituto pubblico Ispra, si concentrerà sui sedimenti marini e su flora e fauna ittica. Il secondo, servendosi delle stazioni fisse di controllo posizionate all'Argentario, all'Isola d'Elba e al Parco dell'Uccellina, controllerà eventuali contaminazioni del mare nelle aree limitrofe all'Isola del Giglio.

fonte:http://www.repubblica.it/ambiente/2012/01/25/news/costa_concordia_detersivi_inquinamento_giglio-28727522/?rss

DEFORESTAZIONE: La «mela di Eva» rischia l'estinzione

Il «frutto proibito» potrebbe scomparire a causa dell'urbanizzazione e della deforestazione

La mela del peccato con cui Eva tentò Adamo rischia di scomparire a causa dell'avidità umana. A darne notizia, durante una conferenza stampa, è stata l'associazione Alma, nata due anni fa per salvare la Malus sieversii - questo il nome latino della «mela di Eva» ossia del melo selvatico da cui si ritiene discendano tutte le varietà domestiche - che ha lanciato il suo appello per la salvaguardia di questa specie vegetale. Il frutto, che cresce in maniera spontanea nella regione di Almaty, nel sud-est del Kazakistan, sarebbe minacciato dall'urbanizzazione selvaggia e dalla deforestazione. Solo un cambiamento nel comportamento dell'uomo potrebbe assicurarne l'esistenza.

RESISTE ALLE MALATTIE MA NON ALL'UOMO - La M. sieversii è un particolare tipo di mela che aveva fin qui fatto fronte agli assalti del progresso. Le sue caratteristiche genetiche le permettono infatti di resistere alle malattie, facendo a meno dei 35 pesticidi che «proteggono» le normali mele. Inoltre cresce su alberi molto belli, alti fino a 20-30 metri e larghi 2 e se il suo Dna venisse incrociato con quello di altre qualità contribuirebbe a renderle più sane. Del frutto esistono quasi 6 mila varietà e, diversamente da altre mele selvatiche, questa è grande e dolcissima. Per milioni di anni il pomo proibito è cresciuto indisturbato, reso così pregiato anche dal contribuito degli orsi che mangiandone e digerendone i semi permettevano ai germogli di attecchire a terra. Peccato che secondo Alma il 70 per cento di questi meli siano già stati devastati, rendendo la mela di Eva un frutto davvero raro da trovare.

FONTE: http://www.corriere.it/ambiente/12_gennaio_24/a-rischio-estinzione-la-mela-di-eva_cd25658e-4695-11e1-90ee-63dee1b6b376.shtml

domenica 22 gennaio 2012

RISCALDAMENTO GLOBALE: Il clima cambia e stravolge l'ecosistema marino, addio coralli entro la fine del secolo

Solo il 5% dei mari del pianeta avrà entro la fine del secolo le condizioni adatte per la crescita dei coralli, che ora esistono invece in metà degli oceani. Lo ha dedotto una simulazione dell'università delle Hawaii pubblicata dalla rivista "Nature climate change", sulla base dell'aumento dell'acidità dei mari causato dalla CO2 atmosferica prodotta dall'uomo, un terzo della quale si scioglie nell'acqua.

Per escludere la possibilità che la variazione nell'acidità che si vede negli ultimi anni sia naturale, lo studio ha simulato le condizioni a partire da 21mila anni fa fino al giorno d'oggi, basandosi sulla saturazione del minerale
aragonite: maggiore è la CO2 disciolta e minore è la saturazione, e valori inferiori a 3,5 su questa scala non consentono la crescita di coralli.
In alcune regioni del mondo, spiegano gli autori della ricerca, il cambiamento di acidità avvenuto dalla rivoluzione industriale è centinaia di volte maggiore rispetto a quello avvenuto tra l'ultima era glaciale e il periodo pre-industriale: «Quando la Terra ha iniziato a riscaldarsi, 17 mila anni fa - afferma Tobias Friedrich, che ha coordinato la ricerca – il livello di CO2 atmosferica è salito da 190 ppm a 280 in 6mila anni, e gli ecosistemi marini hanno avuto molto tempo per adattarsi. Per il balzo da 280 agli odierni 392 invece il tempo è di 100-200 anni, molto più breve».

Riferito alla saturazione dell'aragonite lo stesso balzo ha implicato che mentre prima il livello era intorno a 4,8 ora è 4,2, una variazione che ha già messo a rischio il 15% dei coralli nel mondo. Il livello di guardia, spiegano gli esperti, è 3,5, e di questo passo entro fine secolo sarà raggiunto dalla maggior parte degli oceani: «In questo momento il 50% dei mari ha una saturazione superiore, e quindi ha la possibilità di ospitare coralli - spiega l'esperto - ma entro il 2100 la percentuale scenderà al 5%. Fra i primi a farne le spese saranno proprio i coralli delle Hawaii».

FONTE: http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2012-01-22/clima-cambia-stravolge-ecosistema-193343.shtml?uuid=AaB8bJhE

reattore Fast: L'Italia punta sull'energia delle stelle

Gli scienziati italiani e l'Enea vogliono continuare a investire nel nucleare pulito e hanno già pronto il progetto per farlo. In due giorni di incontri a Frascati tutti i ricercatori coinvolti nei progetti di fusione nucleare del nostro Paese, da quelli dell'Enea ai centri universitari, hanno discusso la realizzazione del nuovo reattore Fast e sono usciti tutti convinti che sia la strada giusta. Per mantenere l'Italia all'avanguardia in questo campo. Non è solo una questione di prestigio o di eccellenza scientifica, c'è anche un aspetto molto più concreto di investimenti internazionali che possono confluire verso le imprese italiane, come è già avvenuto in questi anni.

La fusione nucleare è un po' il sogno dei fisici impegnati nell'energia. Se si riesce a fare in modo che atomi leggeri si uniscano a formare atomi più pesanti si ottiene il processo che avviene nelle stelle e che produce enormi quantità di energia senza produrre scorie radioattive come avviene invece nella fissione nucleare, quella che spezza atomi pesanti come nelle bombe e nelle centrali che sono in funzione oggi. Il problema è che la fusione, proprio perché è una reazione così potente, è difficile da innescare e controllare. Servono reattori che spingano gli atomi a condizioni limite, portandoli ad essere così vicini da fondersi.

Per ora esistono solo impianti sperimentali, uno dei quali a Frascati, dove dovrebbe trovare posto anche Fast. Ma c'è anche un grande progetto internazionale già in costruzione: si chiama Iter ed è il frutto della collaborazione tra Paesi europei, Stati Uniti, Cina, India, Giappone, insomma la maggior parte delle economie avanzate e dei Paesi che oggi trainano l'economia mondiale. Iter servirà a provare definitivamente che la fusione controllata dall'uomo è possibile e produce più energia di quella necessaria per innescare e far funzionare il processo. Ma anche questo impianto non darà energia al mondo: bisognerà aspettarne uno ancora più grande e costoso (Iter, dopo varie revisioni dei preventivi, arriverà a toccare i 10 miliardi di euro), chiamato Demo, che potrebbe essere pronto per il 2050. Quasi quarant'anni da oggi, però a quel punto i problemi energetici del pianeta sarebbero davvero definitivamente risolti.

Ma se già Iter è in costruzione, allora che bisogno c'è del progetto Fast? «Serve a due cose. Come supporto a Iter, per affrontare in un impianto più piccolo tutti i problemi che potrebbero sorgere in quello è più grande. E poi serve per mantenere e rafforzare l'eccellenza italiana in questo campo. Per Iter le aziende italiane hanno ottenuto oltre 500 milioni di commesse su poco più di un miliardo di euro di opere già finanziate. E saranno italiane le parti principali dell'opera, come il grande magnete che deve confinare il plasma e la camera in cui il plasma viene chiuso», racconta Aldo Pizzuto, dell'Enea, responsabile del Progetto Fusione per l'Italia. «È fondamentale avere un impianto dove formare i nostri giovani ricercatori. E Fast non è solo un'idea, è già un progetto definito e studiato», aggiunge Giuseppe Mazzitelli, responsabile del Laboratorio gestione grandi impianti sperimentali dell'Enea a Frascati e presidente di Frascati Scienza.

Quello che manca, però, è l'impegno economico. In un periodo di grandi sacrifici e risparmi non sembra facile riuscire a convincere il governo a lanciare un progetto da 300-350 milioni di euro che dovrebbero venire tutti o quasi dallo Stato. «Certo, è una cifra grossa, ma il 40% dovrebbe arrivare da finanziamenti europei e quindi si tratta di poco più di 20 milioni all'anno per otto o nove anni. A parte la ricaduta scientifica, rispetto ai 600 milioni di commesse ottenuti dall'Italia per Iter risulta comunque un buon investimento per continuare ad essere noi all'avanguardia», commenta Mazzitelli.

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2012-01-21/litalia-punta-energia-stelle-103722.shtml?uuid=AaP93ogE

martedì 17 gennaio 2012

ENERGIE ALTERNATIVE: PERCHÈ LA MARIJUANA FU PROIBITA


La marijuana (spagnolo), o cannabis (latino) o hemp (inglese) è una pianta che si potrebbe definire miracolosa, ed ha una storia lunga almeno quanto quella dell'umanità. Unica pianta che si può coltivare a qualunque latitudine, dall'Equatore alla Scandinavia, ha molteplici proprietà curative, cresce veloce, costa pochissimo da mantenere, offre un olio di ottima qualità (molto digeribile), ed ha fornito, dalle più antiche civiltà fino agli inizi del secolo scorso, circa l'80 per cento di ogni tipo di carta, di fibra tessile, e di combustibile di cui l'umanità abbia mai fatto uso.

E poi, cosa è successo? E' successo che in quel periodo è avvenuto il clamoroso sorpasso dell’industria ai danni dell'agricultura, e di questo sorpasso la cannabis è stata chiaramente la vittima numero uno.

I nascenti gruppi industriali americani puntavano soprattutto allo sfruttamento del petrolio per l’energia (Standard Oil - Rockefeller), delle risorse boschive per la carta (editore Hearst), e delle fibre artificiali per l’abbigliamento (Dupont) – tutti settori nei quali avevano investito grandi quantità di denaro. Ma avevano di fronte, ciascuno sul proprio terreno, questo avversario potentissimo, e si unirono così per formare un'alleanza sufficientemente forte per batterlo.

L'unica soluzione per poter tagliare di netto le gambe ad un colosso di quelle dimensioni risultò la messa albando totale. L’illegalità. Partì quindi un'operazione mediatica di demonizzazione, rapida, estesa ed efficace ("droga del diavolo", "erba maledetta" ecc. ), grazie agli stessi giornali di Hearst (è il famoso personaggio di Citizen Kane/Quarto Potere, di O. Wells), il quale ne aveva uno praticamente in ogni grande città. Sensibile al denaro, e sempre alla ricerca di temi di facile presa popolare, Hollywood si accodò volentieri alla manovra, contribuendo in maniera determinante a porre il sigillo alla bara della cannabis (a sin. la locandina del fim "Marihuana: assassina di giovinezza - Un tiro, una festa, una tragedia").

La condanna morale viaggiava rapida e incontrastata da costa a costa (non c’era la controinformazione!), e di lì a far varare una legge che mettesse la cannabis fuori legge fu un gioco da ragazzi. Anche perchè pare che i tre quarti dei senatori che approvarono il famoso "Marijuana Tax Act" del 1937, tutt'ora in vigore, non sapevano che marijuana e cannabis fossero la stessa cosa: sarebbe stato il genio di Hearst ad introdurre il nomignolo, mescolando le carte per l'occasione.

Fatto sta che a partire da quel momento Dupont inondava il mercato con le sue fibre sintetiche (nylon, teflon, lycra, kevlar, sono tutti marchi originali Dupont), il mercato dell'automobile si indirizzava definitivamente all'uso del motore a benzina (il primo motore costruito da Diesel funzionava con carburante vegetale), e Hearst iniziava la devastazione sistematica delle foreste del Sudamerica, dal cui legno trasse in poco tempo la carta sufficiente per mettere in ginocchio quel poco che era rimasto della concorrenza.

Al coro di benefattori si univa in seguito il consorzio tabaccai, che generosamente si offriva di porre rimedio all'improvviso “vuoto di mercato” con un prodotto cento volte più dannoso della cannabis stessa.

E le "multinazionali" di oggi, che influenzano fortemente tutti i maggiori governi occidentali, non sono che le discendenti dirette di quella storica alleanza, nata negli anni '30, fra le grandi famiglie industriali. (Nel caso qualcuno si domandasse perchè mai la cannabis non viene legalizzata nemmeno per uso medico, nonostante gli innegabili riscontri positivi in quel senso).

Come prodotto tessile, la cannabis è circa quattro volte più morbida del cotone, quattro volte più calda, ne ha tre volte la resistenza allo strappo, dura infinitamente di più, ha proprietà ignifughe, e non necessita di alcun pesticida per la coltivazione. Come carburante, a parità di rendimento, costa circa un quinto, e come supporto per la stampa circa un decimo.

Abbiamo fatto l'affare del secolo.

FONTE http://www.luogocomune.net/

domenica 15 gennaio 2012

DIABETE:Consumare caffè migliora le difese contro il diabete

Il lavoro è stato pubblicato sul Journal of Agricultural & Food Chemistry e portato a termine da ricercatori cinesi della Huazhong University of Science and Technology di Wuhan.

Secondo i ricercatori il caffè inibisce l’aumento di una sostanza strettamente correlata alla malattia.

La ricerca ha preso in esame l’influenza esercitata dalla amiloide islet polipeptide. L’incremento di questo componente sarebbe infatti uno dei responsabili dei meccanismi legati allo sviluppo della patologia.

In sintesi lo studio cinese è riuscito a identificare due sostanze nel caffè che inibiscono la amiloide islet polipeptide. Questa, secondo i ricercatori, sarebbe la spiegazione del ruolo protettivo esercitato dalla bevanda nei confronti del diabete tipo 2.

Ricerche precedenti hanno dimostrato che il consumatore abituale di caffè ha un rischio ridotto di contrarre la malattia ma, spiega Ling Zheng, coordinatore dello studio, si tratta di "Un effetto che però si esercita soprattutto quando si consuma questa bevanda con regolarità".

ENERGIA NUCLEARE: Leucemia, rischio doppio vicino le centrali nucleari

Il rischio di leucemia infantile aumenta del doppio in prossimità delle centrali nucleari. È quanto rivela Le Monde da uno studio sul nucleare francese, condotto da Dominique Laurier dell’Istituto Nazionale di Sanità d’oltralpe e presto pubblicato sull’International Journal of Cancer.

Il dato preoccupante emerge dall’analisi delle località in prossimità di 19 centrali nucleari francesi, dove si riscontra un numero anomalo di casi di leucemia fra adolescenti e bambini di età inferiore ai 15 anni. Nel periodo di studio dal 2002 al 2007, 14 bambini malati di cancro sono stati rinvenuti in un raggio di cinque chilometri dai reattori, quando invece la media nazionale per le zone non nuclearizzate sarebbe decisamente più bassa, ovvero la metà: 7 casi.

Le autorità francesi, tuttavia, sono caute nell’esprimere un’immediata correlazione tra il manifestarsi della leucemia e le radiazioni provenienti dalle centrali, perché lo scioccante dato rilevato in questo studio non trova identica conferma in un follow up a lungo termine effettuato nei precedenti 17 anni. Così ha affermato Jacqueline Clavel, autrice della ricerca:

Quando si considera globalmente il periodo 1990-2007, questo aumento di rischio non viene rilevato. Il collegamento fra le deboli radiazioni ionizzanti emesse dalle centrali nucleari in funzione non può essere stabilito, anche perché non è stato osservato un eccesso di rischio in alcune zone con alta esposizione da emissioni gassose dei reattori.

Secondo i detrattori, in particolare emersi sui social network, le dichiarazioni rassicuranti francesi risponderebbero più a una logica di conservazione economica che di reale interesse per la salute dei cittadini. Senza voler necessariamente appoggiare questa ipotesi estrema, effettivamente la Francia è un paese totalmente dipendente dall’energia nucleare e rinunciarvi sulla base dei rischi alla salute non risulta essere una possibilità attualmente contemplata. La notizia, tuttavia, ha comunque acceso il dibattito politico sull’inquinamento e le possibili catastrofi derivanti dallo sfruttamento del nucleare. François Hollande, candidato socialista alle presidenziali, si è dichiarato favorevole alla diminuzione della dipendenza nucleare, mentre i partiti ecologisti han richiesto un’uscita tout-court da questo tipo di approvvigionamento energetico, ipotesi entrambe rifiutate dal presidente Nicolas Sarkozy. L’Autorité de Sûreté Nucléaire, infine, ha promesso di investire capitali miliardari per la messa in sicurezza delle centrali e l’informazione verso la popolazione d’oltralpe, ancora spaventata dal recente disastro di Fukushima.

Le centrali nucleari francesi responsabili dell'incremento di leucemie infantile acute

International Journal of Cancer pubblica la ricerca "Childhood leukemia around French nuclear power plants - the Geocap study, 2002-2007" nella quale un team di ricercatori francesi dell' Institut national de la santé et de la recherche médicale (Inserm) e dell'Institut de radioprotection et de sûreté nucléaire (Irsn) riportano i risultati degli studi sui rischi di leucemia leucemia infantile acuta (Al) nei dintorni delle centrali nucleari francesi, a partire dalla ricerca Geocap dell'Inserm che include i 2.753 casi diagnosticati in tutta la Francia continentale tra il 2002 ed il 2007, geo-codificati e situati intorno alle 19 centrali nucleari francesi, e gli oltre 30.000 controlli sulla popolazione.
Lo studio ha utilizzato distanza di centrali nucleari e dose-based geographic zoning (Dbgz) , «Basata sulla dose stimata di midollo osseo in relazione agli scarichi gassosi delle centreali nucleari». E' venuto fuori che « Un odds ratio (Or) di 1.9 [1.0-3.3], basato su 14 casi, è stato evidenziato per i bambini che vivono entro 5 Km dalle centrali nucleari, paragonati con quelli che vivono lontano 20 km o più, ed un'associazione molto simile è stata osservata in concomitanti studi di incidenza (standardized incidence ratio (Sir) = 1.9 [1.0-3.2]). Questi risultati sono stati simili per tutti i 5 gruppi di anni di età . Questo persiste anche dopo le stratificazioni per alcune caratteristiche contestuali di comuni di residenza». I risultati, utilizzando il Dbgz risultato nell'Or e nel Sir, si avvicinano maggiormente. Inoltre non c'è stato un aumento dell'evidenza di leucemia acuta nel periodo 1990-2001 e per l'intero periodo 1990-2007. Secondo i ricercatori. «I risultati suggeriscono un possibile eccesso di rischi di Al nelle immediate vicinanze delle centrali nucleari francesi nel 2002-2007. L'assenza di qualsiasi associazione con il Dbgz può indicare che questa associazione non può essere spiegata con le emissioni gassose delle centrali nucleari Complessivamente, i risultati dell'inchiesta e le analisi collaborative su studi "multisite" condotti in vari Paesi evidenziano potenziali fattori di rischio legati alla vicinanza con le centrali nucleari». Infatti, lo studio pubblicato dall' International Journal of Cancer conferma quello condotto in Germania dal Registro dei cancri di Mayence nel 2008, che era giunto alle stesse conclusioni.
Réseau "Sortir du Nucléaire" spiega che «Questo studio epidemiologico rigoroso condotto da un'équipe dell'Inserme dell'Irsn, cosi come il Registre National delle malattie ematologiche dei bambini di Villejuif, dimostra per il periodo 2002-2007 in Francia un raddoppio della frequenza della comparsa di leucemie infantili: l'aumento va fino a 2,2 tra i bambini di meno di 5 anni».
«Per anni - ricorda Sortir du nucléaire, che non rinuncia a prendersi una rivincita - abbiamo visto l'Irsn lavorare allo smontaggio di tutti gli studi epidemiologici che dimostrano un impatto delle installazioni nucleari sulla salute: smontaggio dello studio di JF Viel che dimostra un eccesso di leucemie e cancri infantili intorno a La Hague: smontaggio dello studio che dimostrava eccessi di leucemie infantili intorno alle centrali tedesche. Réseau "Sortir du nucléaire", una volta tanto, non farà male a complimentarsi con l'Irsn per la sua partecipazione a questo studio epidemiologico. Anche in una situazione non accidentale, ancora una volta viene portata la prova che la tecnologia nucleare non appartiene più ad al mondo civile»

centrali nucleari in Italia:12 anni e 50 milioni di euro per smantellare centrale di Trino Centrale Nucleare Enrico Fermi

Ancora 12 anni per smantellare la centrale nucleare di Trino Vercellese. Lo ha confermato il ministro Corrado Clini, precisando che al momento i lavori sono ultimati solo al 14%.

Stiamo parlando della centrale Enrico Fermi, messa in funzione nel 1964 e che per un paio di anni rimase il reattore più potente al mondo con i suoi 260 MW. Dopo il referendum che sospese il settore in Italia, nel 1987 la centrale venne spenta ed entrò in fase di smantellamento. Fase che, secondo le parole di Clini, durerà ancora fino al 2024 e costerà la bellezza di 4,5 milioni di euro l’anno (ovvero poco meno di 50 milioni in 12 anni).

Tra le operazioni più delicate, lo spostamento in Francia per il riprocessamento di 15 tonnellate di biossido di uranio (il combustibile nucleare del reattore). Il trasporto doveva avere luogo già nel 2011, ma secondo i responsabili la presenza delle contestazioni No TAV sulle linee ferroviarie interessate avrebbe sconsigliato l’iniziativa.

In breve, il nucleare continua a presentare il conto al nostro Paese. Economicamente sono forse pochi spiccioli, proporzionalmente parlando, ma il dazio da pagare in pericolo resta ancora non indifferente. È comunque positivo che il ministero dell’Ambiente abbia finalmente confermato una data per la chiusura delle operazioni. Speriamo che le promesse vengano mantenute.

Fonte: Ansa.

tubercolosi: è allarme in India per una forma resistente ai farmaci

Una nuova forma di tubercolosi che resiste agli antibiotici sta preoccupando soprattutto l’India, il paese più colpito al mondo da questa patologia.
Sono infatti circa mille al giorno le vittime registrate. Ora un nuovo ceppo rischia di mettere in ginocchio l’intera popolazione indiana vista la sua resistenza ad essere debellato.
A Mumbai sono dodici le persone colpite (tre delle quali già morte), ma ciò che preoccupa è la capacità con cui questo focolaio del tipo TDR-TB può espandersi. Ogni malato, infatti, “potrebbe contagiarne dalle dieci alle venti all’anno”. Numeri che preoccupano davvero.
L’acronimo TDR significa ‘totally drug resistant’, quindi stiamo parlando di una resistenza a qualsiasi tipo di medicinale. Si tratta dunque di una malattia difficilmente curabile.
"Tutto questo era stato previsto", ha dichiarato Paul Nunn, coordinatore del dipartimento Stop TB dell'Oms a Ginevra.
Se pensiamo che nel mondo circa due milioni di persone muoiono ogni anno di tubercolosi, il quadro non è certo roseo.
La tbc ha sempre rappresentato una grave minaccia, soprattutto nei Paesi del sud. Questo nuovo ceppo non fa altro che aggravare una situazione mondiale già di per sé drammatica.

Una 'super Tbc', resistente a tutti i farmaci anti-tubercolosi, sta seminando il panico in India dove si sono già registrati 12 casi. L'allarme è scattato a Mumbai, città densamente popolata, e ora si teme la rapida diffusione della malattia. La notizia è riportata online sul sito del 'New Scientist'. Dei 12 pazienti su cui è stata attualmente confermata la presenza di questo ceppo resistente, "3 sono morti", riferisce Zarir Udwadia dell'Hinduja National Hospital and Medical Research Centre di Mumbai. Udwadia è anche a capo del team che ha diagnosticato i 4 casi oggetto di uno studio appena pubblicato.

"Sappiamo che un paziente ha trasmesso la super tubercolosi alla figlia", spiega. "Si stima che in media una persona malata di Tbc contagi in un anno altri 10 o 20 soggetti con cui entra in contatto, e non ci sono ragioni per sospettare che questo ceppo sia meno trasmissibile", avverte. Per i pazienti le prospettive sono tristi: "Messa in quarantena in ospedali con aree attrezzate per l'isolamento fino al momento in cui diventano non infettivi, nient'altro si può fare per prevenire la trasmissione", dice Udwadia.

La preoccupazione, prosegue, è che se continua a diffondersi questo ceppo, la tubercolosi tornerà a essere incurabile e i pazienti potranno fare affidamento solo sul loro sistema immunitario, più che su un intervento medico, per superare la malattia. Scenari simili riportano indietro nel tempo, a circa un secolo fa.

Sulla super Tbc indiana l'Organizzazione mondiale della sanità sta organizzando con urgenza un incontro per decidere quali saranno i prossimi passi da fare. "Tutto questo era stato previsto", osserva Paul Nunn, coordinatore del dipartimento Stop TB dell'Oms a Ginevra. "E' un campanello d'allarme che deve richiamare tutti i Paesi, è necessario accelerare l'approvvigionamento di cure adeguate, in particolare per pazienti con tubercolosi multiresistente".

Per Ruth McNerney, ricercatrice che si occupa di Tbc nella London School of Hygiene and Tropical Medicine, "è molto preoccupante, ma purtroppo inevitabile, assistere al graduale emergere di questi casi di resistenza ai farmaci. E' come guardare un film dell'orrore al rallentatore". Nei primi anni '90 compare la Tbc 'multidrug-resistant' (Mdr, multiresistente), che non risponde più ai farmaci di prima linea come isoniazide e rifampincina. Nel 2006 la situazione peggiora con l'arrivo della Tbc 'extensively drug-resistant' (Xdr), ceppo che ha sconfitto anche tutti i costosi trattamenti di seconda linea. Ora sotto i riflettori finisce la Tbc 'Totally drug-resistant' (Tdr), resistente a tutti a tutti farmaci disponibili. I primi due casi sono stati segnalati proprio in Italia nel 2007. Poi è stata la volta dei 15 pazienti registrati in Iran nel 2009, e oggi dell'India. Udwadia accusa: l'emergere di una tubercolosi totalmente incurabile è legato alla cattiva gestione del ceppo multiresistente che ha amplificato il livello di 'invlunerabilità del batterio.

E se l'India ha fatto progressi nel controllo della Tbc classica, non altrettanto è successo con quella multiresistente, che già nel 2006 colpiva 110mila indiani, anche perché i farmaci per curarla sono molto costosi. I pazienti devono rivolgersi a professionisti privati per chiedere aiuto e raramente ricevono un trattamento adeguato. "Dobbiamo svegliare i politici", incalza McNerney. "Dobbiamo aspettare finché la malattia non inizia ad arrivare nel Regno Unito e negli Usa in aereo, o dobbiamo agire ora?".

lunedì 9 gennaio 2012

EFFETTO SERRA: La prossima era glaciale? Rinviata di migliaia di anni

Le emissioni di gas serra posticipano a data da destinarsi la fine della fase interglaciale nella quale stiamo vivendo


L'attuale fase di riscaldamento globale almeno un lato positivo ce l'ha. La prossima era glaciale, il cui inizio era stato indicato tra circa 1.500 anni, è rinviata di alcune migliaia di anni. La fase interglaciale in cui stiamo vivendo, iniziata circa 12 mila anni fa dopo che 6 mila anni prima i ghiacci avevano raggiunto la massima espansione, è infatti un'anomalia in un periodo complessivamente freddo che dura da circa 1,2 milioni di anni e che negli ultimi 500 mila anni ha già fatto registrare quattro lunghe glaciazioni.

GAS SERRA - Lo studio, pubblicato online l'8 gennaio sulla rivista Nature Geoscience, evidenzia che il rilascio di gas serra negli ultimi 150 anni dovuto ad attività umane contrasterà la tendenza al raffreddamento, sulla quale gli studiosi sono concordi analizzando le fluttuazioni astronomiche della Terra che porteranno a minore energia ricevuta dal Sole. Il contenuto attuale di anidride carbonica ha già raggiunto un livello mai toccato negli ultimi milioni di anni: ora è di 390 parti per milione (ppm) e cresce a un ritmo di oltre 2 ppm all'anno, mentre i carotaggi delle calotte polari hanno riscontrato che negli ultimi milioni di anni il contenuto di CO2 nell'atmosfera non aveva mai superato i 280 ppm.

ORBITA - L'orbita della Terra non è una circonferenza perfetta intorno al Sole, ma un'ellisse la cui eccentricità varia nel tempo (un ciclo ogni 22 mila anni). Anche l'inclinazione dell'asse di rotazione cambia (un ciclo ogni 41 mila anni) oltre al fenomeno chiamato precessione degli equinozi (un ciclo ogni 26 mila anni). La somma di questi dati (più altri minori ma che hanno una loro influenza ancora non del tutto compresa) determina un cambiamento nell'intensità del calore che raggiunge il pianeta e con influenze sui cicli glaciali e interglaciali.

FONTE:http://www.corriere.it/ambiente/12_gennaio_09/prossima-era-glaciale_b323775e-3acc-11e1-8a43-34573d1838c1.shtml

fumo: Gomme, cerotti e spray nasali alla nicotina non aiutano a smettere di fumare. Lo ha scoperto una ricerca dell'Istituto per la salute pubblica de

Gomme, cerotti e spray nasali alla nicotina non aiutano a smettere di fumare. Lo ha scoperto una ricerca dell'Istituto per la salute pubblica dell'Universita' di Harvard su 787 persone dello stato del Massachusetts che sono riusciti a dire addio alle sigarette.

Secondo lo studio, i fumatori accaniti che hanno utilizzato questi prodotti sono ricaduti nel vizio due volte di piu' di coloro che hanno deciso di smettere da soli.

Dal 1984, anno dell'immissione sul mercato della prima gomma alla nicotina, il settore ha avuto un'espansione continua raggiungendo i 45 milioni di dollari solo negli Stati Uniti. Il record e' stato stabilito nel 2007, con 841 milioni di dollari spesi dagli americani per medicinali che aiutano a smettere di fumare.

ANTIBIOTICI: nostri alleati ma attenzione all'abuso

Siamo abituati a contare su di loro, sappiamo che quando abbiamo un'infezione batterica dobbiamo prenderli. Gli antibiotici sono diventati talmente diffusi che non riusciamo neanche a immaginare un mondo senza penicillina, come meno di un secolo fa. E sono cosi' comuni che li usiamo anche quando non dovremmo, ovvero per curare infezioni virali, contro le quali sono del tutto inefficaci, come raffreddori e influenze, per accelerare la guarigione o prevenire un peggioramento dei sintomi. Solo la Grecia e Cipro fanno peggio di noi. ''Il consumo inappropriato ed eccessivo degli antibiotici - spiega Giusi Ferraro, direttrice della farmacia ospedaliera dell'Azienda ospedaliera Pia Fondazione di Culto e Religione Cardinale Panico di Tricase - porta allo sviluppo dell'antibioticoresistenza, ossia la capacita' di un microrganismo di resistere all'azione di uno o piu' antibiotici che conseguentemente diventano, nei suoi confronti, inefficaci. E' un problema che coinvolge la comunita' e le strutture sanitarie, ma in ospedale la possibilita' di trasmissione e' amplificata. Le infezioni nosocomiali sono spesso causate da microrganismi resistenti agli antibiotici e cio' puo' costituire un fattore di fallimento del trattamento delle infezioni, causando aumento della morbilita', allungamento delle degenze ospedaliere e incrementando la mortalita' legata a queste malattie''.

Secondo i dati del rapporto Osmed 2010 curato dall'Istituto Superiore di Sanita' gli antibiotici sono tra i farmaci piu' usati dagli italiani: 8 bambini su 10 ricevono nel corso dell'anno almeno una prescrizione di antibiotici.

''Sono un salvavita pero' si assiste a un uso improprio, proprio perche' non e' stato fatto capire a sufficienza cosa comporti l'uso inappropriato - aggiunge Ferraro - l'antibiotico ha un'azione battericida o batteriostatica: uccide direttamente i batteri o li blocca nella crescita, e' il sistema immunitario poi a eliminarli definitivamente''.

Inoltre, ''quelli ad ampio spettro agiscono su molte specie di batteri, quindi su molte infezioni, quelli a spettro limitato esercitano un'azione piu' selettiva, mirata ad alcune infezioni'' precisa Ferraro. Dunque, ok assumerne in caso di infezioni batteriche, come tonsilliti, polmoniti e meningiti ma non in caso di influenza e raffreddore, causati da virus. Per capire l'origine di un'infezione e' necessario rivolgersi al medico che, solo dopo una visita e dopo aver opportunamente interpretato eventuali esami, sara' in grado di formulare una diagnosi''.

Quanto al mal di gola, uno dei mali di stagione piu' frequenti, il suo rapporto con gli antibiotici e' per certi versi contrastante e fonte di dubbi: ''Anche in questo caso - precisa l'esperta - occorre capirne l'origine. Si raccomandano gli antibiotici solo nel caso di un'infezione batterica e non di origine virale, che va trattata invece con farmaci che servono ad alleviare i sintomi, ridurre il dolore e disinfettare la gola''.

Il ruolo del farmacista e' dunque importante per una corretta informazione. ''Poche e semplici le regole da seguire: ricorrere agli antibiotici solo quando necessario e dietro prescrizione medica, mai autosomministrarli, non interrompere la terapia prima dei tempi e non assumere antibiotici per curare infezioni virali. Inoltre il farmacista puo' consigliare l'uso del generico che fornisce le medesime garanzie di sicurezza, efficacia e qualita' dei farmaci originali ma a un prezzo inferiore''.

martedì 20 dicembre 2011

TUMORI: VACCINO ANTI-ZUCCHERI RIDUCE DIMENSIONI CANCRO DELL'80%

Uccidere le cellule tumorali ''ingolosendo'' il sistema immunitario degli zuccheri che le decorano: e' questo il principio su cui si basa il vaccino messo a punto all'University of Georgia di Athens e alla Mayo Clinic di Scottsdale (Usa), la cui efficacia e' stata dimostrata da uno studio pubblicato da Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas). Questo vaccino, spiegano i ricercatori, stimola una risposta immunitaria molto forte nei confronti degli zuccheri legati a MUC1, una proteina presente in quantita' maggiori del normale in piu' del 70% dei tumori mortali. Studi condotti sui topi hanno dimostrato che e' in grado di ridurre le dimensioni del tumore dell'80%. Il nuovo vaccino potra' essere utilizzato in futuro sia per il trattamento di pazienti ad alto rischio di cancro, sia in combinazione con altre terapie nei casi in cui non sia possibile un intervento chirurgico.

lunedì 19 dicembre 2011

morbo di Alzheimer : ESTRATTO LICHENE PER COMBATTERE ALZHEIMER

Un pigmento rosso estratto dai licheni potrebbe aiutare a combattere l'Alzheimer, riducendo gli ammassi di proteine nocive. A sperimentare il rimedio, per ora solo sugli animali, sono i ricercatori tedeschi del Max Delbruck Center for Molecular Medicine (MDC) e dell'Universita' di Berlino Charite'. I ricercatori hanno individuato la proprieta' in un composto chiamato orceina, derivata da una sostanza estratta dai licheni dei generi Roccella, Lecanora e Vacuolaria, e alcune molecole chiamate O4. La funzione di queste sostanze, descritta su Nature Chemical Biology, sarebbe quella di aggregarsi a proteine amiloidi di piccole dimensioni, le stesse che accumulandosi soffocano i centri nervosi e i neuroni favorendo lo sviluppo dell'Alzheimer.

LEUCEMIA: SEQUENZIAMENTO DNA SVELA 5 NUOVI GENI RESPONSABILI LEUCEMIA

l sequenziamento del Dna di 91 individui affetti da leucemia linfatica cronica (LLC), la forma piu' comune di questo tipo di tumore, ha permesso di identificare 9 geni associati alla malattia e che potrebbero predirne la progressione. La notizia arriva dal New England Journal of Medicine, che ha pubblicato i risultati ottenuti nei laboratori del Dana-Farber Cancer Institute di Boston e del Broad Institute di Cambridge (Usa). Gli autori dello studio hanno spiegato che 5 di questi geni non erano stati precedentemente correlati alla LLC e che uno di essi - SF3B1 - svela una nuova via che, se alterata, puo' portare allo sviluppo del cancro: mutazioni in questo gene influenzano infatti lo ''splicing'', un passaggio fondamentale per l'espressione dei geni il cui coinvolgimento nei tumori e' stato fino ad oggi sottovalutato.

TUMORE ALLE OVAIE: e' nemico poco conosciuto ma che si puo' sconfiggere

Arriva senza farsi sentire e spesso lo si scopre casualmente. Tra i fattori di rischio l'eta' - la maggior parte dei casi viene identificata dopo l'ingresso in menopausa - la menopausa tardiva e il non aver avuto figli ma anche la predisposizione familiare. Il carcinoma ovarico e' un tumore che colpisce le ovaie. In Italia ogni anno si registrano 5.000 casi, ossia 1 donna su 97. E' al nono posto tra le forme tumorali e costituisce il 2,9% di tutte le diagnosi di tumore. Si tratta di uno dei tumori femminili piu' pericolosi: circa il 70% delle diagnosi avviene in fase avanzata, perche' rimane asintomatico per un lungo periodo.

Eppure le italiane lo conoscono poco e fanno ancora meno per prevenirlo: 7 su 10 non ne conoscono i segnali e solo l'11% sa che l'ecografia transvaginale e' fondamentale per la diagnosi. I sintomi di esordio della malattia sono spesso di lieve intensita', tali da essere confusi con le piu' banali e frequenti alterazioni dell'apparato gastrointestinale: sensazione di gonfiore addominale, difficolta' digestive, nausea, aumento della circonferenza addominale. ''Questa e' una delle malattie piu' difficili da controllare poiche' non sono stati identificati strumenti efficaci di screening e di diagnosi precoce'' spiega Sandro Pignata, direttore della Struttura Complessa di Oncologia Medica, Dipartimento Uroginecologico dell'Istituto Nazionale Tumori - IRCCS 'Fondazione Pascale' di Napoli, ''per quanto concerne lo screening, a differenza di quanto accade con il pap-test nei confronti del tumore del collo dell'utero, oggi non e' disponibile un valido metodo di screening per una diagnosi precoce di carcinoma ovarico. Per questo motivo, le pazienti spesso arrivano in reparto quando la neoplasia e' gia' in stato avanzato. Una visita ginecologica accurata ed effettuata con regolarita' rimane il metodo migliore per lo screening ''.

L'Istituto Nazionale Tumori di Napoli e' uno dei centri all'avanguardia e tra i piu' qualificati a livello nazionale per il trattamento del tumore dell'ovaio.

A causa della mancanza di avvisaglie chiare, solo in 1 caso su 4 questa neoplasia viene diagnosticata in una fase precoce, quando con un intervento chirurgico le possibilita' di guarigione sono intorno al 80-90%. ''Il primo passo e' l'intervento chirurgico per la riduzione della massa tumorale, un aspetto fondamentale dal quale dipende l'intero percorso di cura'' chiarisce Pignata.

In circa il 70% delle pazienti pero' il tumore si ripresenta dopo un certo periodo: capire il meccanismo che genera le recidive e individuare le pazienti a rischio di ricaduta e' uno degli obiettivi dei ricercatori.

MERCURIO: Mercurio in atmosfera minaccia catena alimentare

La catena alimentare e' minacciata dal mercurio rilasciato nell'aria dalle attivita' umane.

Secondo i ricercatori dell'University of Washington di Bothell (Usa), infatti, questo metallo si ossida nella troposfera e nella stratosfera, diventando facilmente trasportabile dalle precipitazioni e dalle correnti d'aria: una volta giunto sulla superficie terrestre, poi, puo' depositarsi nell'acqua ed essere trasformato dai batteri in metilmercurio, una forma che puo' contaminare i pesci. Non solo: il mercurio ossidato puo' essere trasportato a chilometri di distanza dal luogo di emissione dei vapori.

Per questo gli autori dello studio, pubblicato su Nature Geoscience, sottolineano l'importanza di capire dove il metallo viene ossidato e depositato per prevedere gli effetti delle emissioni sul'ecosistema.

sabato 10 dicembre 2011

INCIDENTI NUCLEARI: La centrale nucleare di Genkai in Giappone perde acqua radioattiva

Una quantita’ di acqua contenente materiale radioattivo e’ fuoriuscita all’interno di una centrale nucleare nel sud-ovest del Giappone, ma e’ stata contenuta e non rappresenta un pericolo per l’ambiente. Lo riferisce l’Agenzia per la sicurezza nucleare. Circa 1,8 tonnellate di acqua sono fuoriuscite da una pompa del reattore n.3 della Genkai Kyushu Electric Power Co, ha confermato Tetsuya Saito, un funzionario dell’impianto. Il reattore era stato chiuso lo scorso anno per lavori di manutenzione

Il mondo ha saputo della perdita di acqua radioattiva attraverso un portavoce della Nisa (Nuclear and Industry Safety Agency), l’agenzia nipponica per la sicurezza industriale e nucleare, che era stata – lei sì – avvisata da Kyushu Electric Power.

Contemporaneamente le autorità hanno reso noto che l’acqua radioattiva non si è diffusa nell’ambiente ma è rimasta contenuta all’interno dell’impianto.

Non una parola a proposito del suo tenore di radioattività (comunque è stata raccolta, dicono, e non c’è alcun pericolo) nè a proposito delle cause dell’incidente, che risultano in fase di accertamento.

Il reattore numero 4 di Genkai è stato il primo ad essere riacceso in Giappone dopo il catastrofico terremoto e lo tsunami di marzo che hano innescato la crisi di Fukushima. Il reattore numero 3, quello in cui si è verificata l’avaria, era spento per manutenzione.



FONTE: blogeko, aNSA

giovedì 8 dicembre 2011

CANCRO :Scoperta la proteina che causa le metastasi

Esiste una proteina che ricopre un ruolo fondamentale nella diffusione di un tumore nel corpo. Senza tale proteina i malati non correrebbero il rischio di sviluppare metastasi letali. Il suo nome è periostina ed ha il compito di favorire la diffusione di tumori secondari. Lo studio è stato condotto da un team di ricercatori dell’Istituto Svizzero di Ricerca Sperimentale contro il Cancro, con sede al Politecnico Federale di Losanna e pubblicato sul giornale online Nature.

Le cellule cancerose hanno la capacità di diffondersi, partendo dal tumore primario, in tutto il corpo. Non tutte però formano metastasi. Quelle in grado di farlo sono le staminali del cancro, che però necessitano di un terreno favorevole per riprodursi. Questo terreno ideale viene creato grazie alla presenza della famigerata proteina che, nel caso fosse assente, lascerebbe le cellule potenzialmente maligne in stato di inattività o addirittura porterebbe alla loro eliminazione.

Somministrando un anticorpo specifico in grado di neutralizzare la periostina, i componenti del team sono riusciti a bloccare la formazione di tumori secondari nei topi, senza registrare alcun effetto collaterale indesiderato. Il passo successivo consisterà nel «trovare un anticorpo che funzioni allo stesso modo anche nell’uomo», affermano gli studiosi, in modo tale da rendere inattiva la proteina anche nell’uomo. Nei roditori l’esperimento ha riportato risultati positivi ma «questo non vuol dire che la cosa possa valere anche per gli esseri umani», precisa Joerg Huelsken, uno dei responsabili della ricerca, che però sembra essere fiducioso e afferma che questa scoperta, se applicabile all’organismo umano, «rappresenterebbe una delle armi più forti per la lotta al cancro».

FONTE:http://www.ilsecoloxix.it/p/magazine/2011/12/08/AO5rxXTB-scoperta_metastasi_proteina.shtml

mercoledì 7 dicembre 2011

INFLUENZA: NEI GENI SEGRETO DI CHI NON SI AMMALA MAI

Secondo le ultime ricerche, condotte da un gruppo di studiosi dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, guidati da Massimo Clementi e Roberto Burioni, sono i geni a rendere il sistema immunitario di alcuni individui più resistente.
Non e' questione di fortuna, ma di geni. Vi sono infatti persone il cui sistema immune riesce ad attaccare il virus influenzale producendo un anticorpo estremamente potente. Coloro in grado di farlo sono pochi, ma grazie alla scoperta del ''talento'' di cui sono dotati, si apre ora la porta ad una nuova generazione di farmaci antinfluenzali e di vaccini in grado di stimolare proprio questi anticorpi ''invincibili'' anche in chi normalmente non ne produce.


Lo studio, pubblicato sulla rivista PlosOne, ha esaminato il patrimonio genetico di un individuo “immune” a qualsiasi contagio da parte del malanno invernale più diffuso. Il merito andrebbe, a quanto pare, ad un “super anticorpo”, finito sotto gli occhi dei ricercatori nel laboratorio di Microbiologia e Virologia di Laboraf Diagnostica e Ricerca San Raffaele.

Gli scienziati hanno clonato i geni che codificano un anticorpo, studiando attentamente il sistema immunitario di un individuo che affermava di non essere mai stato contagiato dall’influenza, nonostante l’esposizione prolungata al virus. È stato così scoperto che l’anticorpo è in grado di neutralizzare quasi tutti i virus dell’influenza conosciuti dall’uomo in quest’ultimo secolo, a partire da quella spagnola del 1918 fino al recente ceppo di influenza suina, comparso nel 2009.

La scoperta potrebbe portare importanti cambiamenti per quanto riguarda la sintetizzazione di eventuali vacini e, inoltre, è stato scoperto che l’anticorpo è in grado di bloccare il virus dell’influenza aviaria di tipo H5, famoso per la sua contagiosità e per la sua capacità di adattamento all’interno dell’organismo umano. Si tratta sicuramente di un traguardo importante per la medicina, soprattutto per il fatto che la molecola anticorpale può essere riprodotta all’infinito in laboratorio.

CACCIA ALLE BALENE: Il Giappone riprende la caccia alle balene Polemiche sull'uso dei fondi per lo tsunami


La denuncia di Greenpeace: quei soldi dovevano essere usati per progetti a favore delle popolazioni colpite dal terremoto

L'anno scorso la caccia alla balene non era stata così redditizia per la flotta baleniera giapponese. Le azioni di contrasto degli «ecopirati» della Sea Shepherd Conservation Society erano state più incisive del solito e alla fine il «bottino» era risultato relativamente misero: solo 172 esemplari catturati, circa un quinto di quanto si erano riproposti. Per questo motivo quest'anno le autorità nipponiche hanno deciso di correre ai ripari e di affiancare alle tre navi salpate martedì dal porto di Shimonoseki - con l'obiettivo di catturare 900 balene nello spazio di tre mesi - una modovedetta della guardia costiera: «Abbiamo deciso di rinforzare la sicurezza come mai prima d'ora» ha spiegato un ufficiale, senza però fornire ulteriori dettagli.

FRIZIONI DIPLOMATICHE - Una decisione che a però di creare ulteriori frizioni diplomatiche tra Tokyo e Australia e Nuova Zelanda, che considerano le acque del Southern Ocean un vero e proprio «santuario» e che considerano sì le balene come una risorsa ma solo ai fini turistici e naturalistici per la sempre più diffusa pratica del whale-watching. Il governo di Canberra ha già presentato un'azione legale alla Corte internazionale di giustizia, ma ha escluso di mettere in campo proprie unità navali per garantire la pace nelle acque internazionali in quella che si annuncia come una delle più movimentate estati artiche degli ultimi anni. Erano stati i verdi australiani a chiedere il sostegno militare del proprio governo esprimendo il timore che eventuali scontri al largo possano essere letali.

POLEMICHE IN GIAPPONE - La polemica in ogni caso è forte anche in Giappone, dove la carne di balena continua ad essere molto ricercata anche se sembrerebbe godere di sempre meno appeal tra i consumatori. A Tokyo gli attivisti di Greenpeace ha puntato il dito contro il governo e denunciato il fatto che alla flotta baleniera sia andata una fetta consistente dei fondi destinati all'industria della pesca come aiuto alla ripresa dopo la devastazione dello tsunami dello scorso marzo. Gli attivisti hanno parlato di circa 25 milioni di euro intercettati dai balenieri dal fondo di assistenza post-terremoto. «È scandaloso che il governo giapponese attinga dai contribuenti denaro per un programma non necessario, non richiesto ed economicamente poco significativo - ha spiegato al quotidiano britannico Guardian Junichi Sato, il responsabile di Greenpeace Japan -. La caccia alle balene è un punto nero per la reputazione internazionale del Giappone ed è un buco nero per il denaro dei contribuenti. Gettare tanto denaro questo periodo di crisi è vergognoso, non è possibile sprecare risorse per l'operazione antartica quando ci sono persone che soffrono in patria». Le organizzazioni della pesca sostengono invece che l'utilizzo di quei fondi è giustificato perché alcune delle città colpite dallo tsunami erano porti balenieri o centri comunque legati alla lavorazione della carne di balena. Diversi gruppi ambientalisti si sono fatti promotori di una petizione per chiedere al governo giapponese di utilizzare il denaro stanziato per la caccia alle balene per progetti che siano davvero a sostegno delle popolazioni colpite dal sisma.

POLEMICHE IN AUSTRALIA - La caccia alle balene è vietata dal 1986 da una moratoria internazionale dell'International Whaling Commission, ma alcuni Paesi - tra cui, oltre al Giappone, anche l'Islanda e la Norvegia - non la riconoscono. Le autorità nipponiche, tuttavia, con il pretesto della ricerca scientifica hanno sempre rivendicato il diritto di proseguire una tradizione centenaria che pure oggi si sta rivelando anti-economica. La stessa flotta di navi e pescherecci utilizzata durante le spedizioni risente degli anni e la nave madre, la Nisshin Maru, si trova nella condizione di non poter solcare le acque dell'Antartico a causa dei serbatoi obsoleti. Sea Shepherd, dal canto suo, è pronta a dare battaglia e a frapporsi con le sue imbarcazioni tra le balene e le imbarcazioni nipponiche, cercando di ostacolare le operazioni. Tuttavia Paul Watson, il comandante di Sea Shepherd, contesta la scelta di disimpegno del governo australiano, che ha spiegato la decisione di non mandare proprie unità navali per un principio di equità: anche i giapponesi, infatti, avevano chiesto la loro assistenza in funzione anti-animalisti e avendo detto di no era stato inevitabile rispondere negativamente anche alla richiesta degli «ecopirati». «La differenza sta però nel fatto che a bordo delle nostre navi ci sono anche cittadini australiani e che la caccia si svolgerà soprattutto in acque territoriali di competenza di Canberra. «L'Australia ha dichiarato che la caccia alle balene dei giapponesi è illegale - sottolinea Watson sul sito di Sea Shepherd -, sa che ci sono suoi cittadini che possono rimanere coinvolti, che le operazioni si svolgono sul proprio territorio e nonostante tutto si chiamano fuori. Cosa diranno se i giapponesi dovessero ferire qualche cittadino australiano in acque australiane?».

FONTE: http://www.corriere.it/animali/11_dicembre_07/ripresa-caccia-alle-balene_ff62950a-20f5-11e1-80f3-2318928b83f9.shtml

Neoehrlichia mikurensis : DALLA SVEZIA NUOVA INFEZIONE TRASMESSA DA ZECCHE

Rilevata in tre pazienti svedesi e finora in altri 5 casi in tutto il mondo una nuova infezione trasmessa dalle zecche: a parlarne, sulle pagine del Journal of Clinical Microbiology, sono gli studiosi svedesi della ?Sahlgrenska Academy dell'University of Gothenburg.

L'infezione sotto accusa provoca diarrea acuta con febbre e temporanea perdita di coscienza accompagnati da trombosi venosa profonda: ''Se il batterio appena scoperto e' simile a quelli che gia' conosciamo - spiega Christine Wenneras, che ha guidato lo studio - si e' probabilmente diffuso tra i mammiferi selvatici attraverso le zecche ed e' improbabile che possa trasmettersi da persona a persona. Fortunatamente l'infezione puo' essere trattata con successo dagli antibiotici''. I ricercatori hanno scoperto, grazie ad analisi del sangue condotte sul primo uomo infettato, che il batterio responsabile dell'infezione si chiama Neoehrlichia mikurensis. Venne scovato per la prima volta in Giappone nel 2004 in topi e zecche e non era mai stato rilevato, finora, in Svezia.

morbo di Alzheimer: SCOPERTO MECCANISMO DEGENERAZIONE NEURONALE

E' stato individuato un nuovo meccanismo attraverso cui la beta-amiloide, la principale responsabile della neurotossicita' nella malattia di Alzheimer (Ad), determina la morte delle cellule neuronali.

La scoperta, pubblicata su ''Journal of Biological Chemistry'', e' stata svolta nei laboratori dell'Istituto Superiore di Sanita', coordinata da Enrico Garaci, presidente dell'Iss, e Daniela Merlo, ricercatrice presso il dipartimento di biologia cellulare e neuroscienze dell'Iss, diretto da Maurizio Pocchiari, anch'egli tra gli autori della ricerca, e grazie alla collaborazione con Alessio Cardinale dell'Irccs San Raffaele Pisana.

L'accumulo di danno al Dna e i deficit nella riparazione del Dna possono contribuire alla progressiva morte neuronale che si verifica nelle malattie neurodegenerative. Sia la presenza di danni al Dna che una ridotta attivita' di riparazione sono documentate in Ad, ma non e' mai stato individuato il meccanismo molecolare alla base della disfunzione della riparazione del Dna. Nelle cellule eucariotiche, le forme piu' letali di danno al Dna, ovvero le rotture del doppio filamento, sono riparate principalmente dall'attivita' del complesso della Dna-dependent protein kinase (Dna-Pk). In questo studio, e' stato dimostrato per la prima volta che dosi subletali di beta-amiloide inibiscono l'attivita' della Dna-Pk. E che questa inibizione impedisce la riparazione del danno del Dna e il conseguente accumulo di questo danno contribuirebbe alla morte neuronale.

''La nostra ricerca e' di straordinario interesse per due motivi - spiegano Garaci e Merlo - il primo attiene all'individuazione del meccanismo molecolare che comporta la morte dei neuroni nella Malattia di Alzheimer. Infatti il lavoro mette in evidenza come la beta-amiloide sia in grado di inibire l'attivita' dell'enzima Dna-Pk che ha la funzione di riparazione del danno del Dna. Il secondo motivo di interesse e' legato al fatto che questo enzima Dna-Pk potrebbe essere utilizzato come strumento diagnostico nella malattia di Alzheimer anche nelle sue forme precoci''.

FAME NEL MONDO: ‘SERVE SVILUPPO SOSTENIBILE, PIU’ IMPEGNO PER ACQUA E CIBO”

“La crisi economica, con le sue esigenze concrete, ci fa dimenticare un problema di fondo: il nostro Pianeta è a una svolta, che può essere compiuta solo nel segno di un'assunzione di responsabilità. Garantire la produzione delle materie prime fondamentali per l’alimentazione - grano, mais, riso, orzo, soia - rispettando l’equilibrio ambientale e le risorse disponibili, energia e acqua”. A dirlo è Marcelo Sànchez Sorondo, Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze, che firma l’editoriale del nuovo numero di Mangimi & Alimenti, la rivista di Assalzoo, l’Associazione Nazionale tra i Produttori di Alimenti Zootecnici.

“Le oscillazioni al rialzo del prezzo dei cereali e la loro scarsa disponibilità in rapporto alla crescita della popolazione mondiale, che è oggi arrivata a 7 miliardi, sono una delle più gravi minacce alla sicurezza alimentare e all’approvvigionamento di cibo su scala globale - ricorda Sànchez Sorondo -. Nel biennio 2010-2011 l’aumento dei costi degli alimenti ha costretto a vivere nella povertà estrema quasi 70 milioni di persone, che si vanno ad aggiungere al miliardo di persone che nel mondo soffrono la fame”.

Cibo, acqua, energia: sono tre gli orizzonti tracciati sotto il segno dello sviluppo sostenibile, che richiamano la scienza a un ruolo preciso: “L’uomo ediante il pensiero, questa facoltà di ‘diventare e di fare tutte le cose’, ha la capacità – scrive Sànchez Sorondo – di dare alla terra quello sviluppo sostenibile, assimilando e imitando la natura vegetale nel rispetto delle sue leggi”. È quindi decisivo non lasciarsi prendere da pregiudizi antiscientisti, “il chicco di grano è un prodotto creato da Dio secondo i meccanismi della natura, che l’uomo oggi è capace in parte di imitare. Bisogna quindi unire due cose, il rispetto per la legge naturale e lo sviluppo secondo le possibilità positive che la natura offre”, conclude l’editoriale che anticipa l’intervista pubblicata sullo stesso numero e sul sito della rivista di Assalzoo (www.mangimiealimenti.it).

lunedì 5 dicembre 2011

INCIDENTI NUCLEARI :Fukushima, nuova fuga di liquido radioattivo

Una nuova fuga di liquido radioattivo si è verificata dalla centrale nucleare di Fukushima nell'oceano Pacifico. Lo riferisce il gestore del sito Tepco. Dei tecnici sono stati inviati sul luogo per trovare la causa di questo sversamento che è avvenuto nelle vicinanze di un impianto per la decontaminazione delle acque usate nella centrale.

Una zona di circa 45 tonnellate di acqua contaminata è stata scoperta intorno ad un condensatore ed è stata approntata una barriera di sacchetti di sabbia per cercare di contenerla.

La maggior parte del liquido contaminato è rimasto all'interno dell'edificio che ospita l'impianto di decontaminazione, ma circa 300 litri sarebbero fuoriusciti grazie ad un condotto che finisce nell'oceano. L'acqua contiene cesio 137 e iodio 131, ma a livelli «simili o leggermente superiori» a quelli rilevati nella zona vicina alla centrale.
fonte :http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-12-05/fukushima-nuova-fuga-radioattiva-111843.shtml?uuid=AaMV2TRE

martedì 29 novembre 2011

EFFETTO SERRA: Il decennio più caldo dal 1850 "Rischio cambi irreversibili"

L'allarme per l'aumento delle temperature arriva dall'Organizzazione meteorologica dell'Onu durante la 17esima Conferenza sul clima a Durban. Nuovi picchi per la concentrazione di gas serra. Allo studio la creazione entro il 2020 di un fondo per il clima da 100 miliardi di dollari l'anno per aiutare i Paesi più poveri

Non c'era mai stato un decennio così caldo dal 1850. Il 2011 chiude un periodo che ha fatto registrare un aumento delle temperatura tale da fa temere agli scienziati per il futuro della Terra. L'allarme arriva dall'Organizzazione meteorologica dell'Onu (Wmo) che, alla 17esima Conferenza sul clima a Durban 1, ha avvertito che ci si sta avvicinando velocemente a cambiamenti irreversibili.

"Le concentrazioni di gas serra nell'atmosfera hanno raggiunto nuovi picchi e si stanno rapidamente avvicinando a livelli coerenti con una crescita di 2/2,4 gradi Celsius della temperatura media globale", ha sottolineato il segretario generale Michel Jarraud. Secondo gli esperti, un aumento oltre la soglia dei due gradi potrebbe innescare cambiamenti irreversibili per il sistema terrestre.

Il periodo 2002-2011 ha eguagliato il record del 2001-2010 come decennio più caldo da quando sono state effettuate misurazioni accurate nel 1850. A questo si è aggiunto, nella seconda metà del 2010 fino a maggio 2011, il passaggio della Nina, il fenomeno atmosferico ciclico che si ripete ogni 3-7 anni e che ha gravi effetti sul clima. A farne le spese, stavolta, è stata l'Africa orientale, colpita da una spaventosa siccità, le isole nel Pacifico equatoriale e le regioni meridionali degli Stati Uniti, senza dimenticare le alluvioni in Africa e Asia meridionale e nell'Australia orientale. Nonostante la Nina, come il Nino, non siano causati dal cambiamento climatico, l'innalzamento della temperatura invece ha effetti sulla loro intensità e frequenza.

Secondo i dati provvisori dell'Omm la temperatura media dell'aria alla superficie per il periodo gennaio-ottobre del 2011 è di 0,41 gradi C superiore rispetto alla media annuale di 14 gradi per il periodo 1961-1990. Il 2011 risulta quindi al decimo posto ex aequo degli anni più caldi dal 1850. "È nostro compito diffondere le conoscenze scientifiche che guidano l'azione di chi decide. La nostra scienza - ha affermato Jarraud - è solida e dimostra in modo inequivocabile che il clima mondiale si sta riscaldando e che questo riscaldamento è dovuto alle attività umane".

Si è aperta tra profonde divisioni, lo spettro della crisi economica e un certo pessimismo sulla possibilità di superare lo stallo attuale, la 17esima Conferenza delle Nazioni Unite dedicata al clima, alla quale fino al 9 dicembre parteciperanno delegazioni da 190 Paesi e organizzazioni di tutto il mondo. In ballo c'è il futuro del Protocollo di Kyoto, l'unico trattato internazionale vincolante per ridurre le emissioni inquinanti, la cui prima fase si concluderà alla fine del 2012. Tra gli obiettivi del summit, anche quello della creazione entro il 2020 di un fondo per il clima da 100 miliardi di dollari l'anno per aiutare i Paesi più poveri a far fronte ai costi della riduzione delle emissioni di gas serra.
fonte:http://www.repubblica.it/ambiente/2011/11/29/news/si_chiude_il_decennio_pi_caldo_dal_1850-25776867/?rss

AIDS: HIV NEI PAESI POVERI, DISTRIBUZIONE RISORSE E CURE PRECOCI PER RIDURRE DECESSI

Il ritardo nell'inizio delle cure è una delle ragioni principali delle morti causate dell'HIV nell'Africa sub-sahariana. E' questa la conclusione cui è giunta Barbara Castelnuovo, ricercatrice della Makerere University di Kampala (Uganda), che ha studiato le possibili strategie per migliorare il trattamento dell'infezione causata dal virus nelle regioni più povere del mondo.

Monitorando lo stato di salute dei pazienti in cura con trattamenti antivirali nella clinica dell'Infectious Diseaeses Institute di Kampala, la ricercatrice ha osservato che la maggior parte dei decessi riguarda individui in una fase avanzata della malattia e con un sistema immunitario debilitato. Questi dati, ha spiegato Castelnuovo, indicano che questi pazienti hanno iniziato la cura troppo tardi.

Secondo Castelnuovo l'aiuto potrebbe essere più tempestivo se le infermiere si prendessero carico di effettuare parte dei controlli medici e se i pazienti potessero rivolgersi direttamente al farmacista senza doversi procurare una prescrizione medica. Allo stesso tempo è fondamentale che i fondi destinati al controllo dell'AIDS siano utilizzati il più efficientemente possibile, soprattutto ora che a causa della crisi economica gli aiuti internazionali rischiano di diminuire

GERMI : Germi in palestra? Ecco come difendersi

Un anno fa l'NBA, la National Basketball Association americana, ha dovuto affrontare un'emergenza insolita. Nell'arco di un paio di mesi, con un picco nelle prime due settimane di dicembre, 27 giocatori e 3 membri dello staff di tredici squadre sono finiti ko per colpa di un virus gastrointestinale, un norovirus particolarmente “cattivo” perché resiste anche ai più comuni disinfettanti. Uno studio sull'episodio, pubblicato di recente su Clinical Infectious Diseases, punta il dito sullo stile di vita degli atleti, che condividono gran parte del loro tempo negli spazi ristretti di spogliatoi e palestre, ma anche sull'effettiva pulizia degli ambienti dove si pratica sport, che non di rado lascia un po' a desiderare.

GERMI E VIRUS - Palestre e piscine pullulano infatti di germi di ogni tipo, come conferma Evangelista Sagnelli presidente della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali: «Il problema di questi luoghi è la presenza costante di acqua, l'ambiente privilegiato per la crescita e la propagazione dei microrganismi: in piscina ad esempio si può trovare il Cryptosporidium, un protozoo che provoca diarrea ed è resistente al cloro, mentre le vasche di acqua riscaldata che molti utilizzano per gli idromassaggi o per rilassare la muscolatura dopo l'allenamento possono ospitare Pseudomonas aeruginosa, un batterio responsabile di follicoliti anche serie. Funghi, virus, batteri fecali e stafilococchi si possono poi trovare nelle micro-raccolte di acqua presenti negli spogliatoi o nelle docce: se si cammina a piedi nudi o ci si portano le mani alla bocca dopo aver toccato aree umide, il rischio di infezioni cutanee o gastrointestinali è concreto».

LE REGOLE - Per ridurre il pericolo di verruche, piede d'atleta e altre malattie “da sport” occorre seguire scrupolosamente alcune regole di buon senso quando si va in palestra: oltre a non camminare mai a piedi scalzi, è importante ad esempio coprire piccole ferite, graffi o screpolature che potrebbero infettarsi venendo a contatto con i germi che si trovano su attrezzi, tappetini o nell'acqua della piscina. «In palestra il contatto diretto con oggetti che vengono utilizzati da tutti e che per questo sono “coperti” di germi dovrebbe essere limitato: sarebbe meglio avere ciascuno un proprio tappetino per gli esercizi, altrimenti è opportuno stendervi sopra un asciugamano personale. È consigliabile usare un asciugamano anche sugli attrezzi e pulirne le impugnature prima di usarli – raccomanda Sagnelli –. Dopo la doccia è indispensabile asciugarsi con cura: restare umidi facilita infatti la persistenza di eventuali germi sulla pelle. È altrettanto necessario non andare in palestra quando non ci si sente in forma, per evitare di contagiare gli altri coi nostri germi, e non trascurare eventuali alterazioni cutanee: capire di che si tratta e coprirle quando siamo in ambienti pubblici è essenziale per guarire e non diffondere l'infezione. Infine, un suggerimento: chi frequenta abitualmente la palestra dovrebbe vaccinarsi per l'influenza, perché il virus si propaga con estrema velocità in luoghi chiusi come questi».

EVITARE PALESTRE SOVRAFFOLLATE - Pare perciò un dato di fatto che i germi “sguazzino” felici in palestre e piscine perché vi trovano ambienti umidi e caldi come piace a loro, ma viene da chiedersi se e come sia possibile scegliere un centro sportivo che offra qualche garanzia di igiene in più. «Il primo elemento da considerare è l'affollamento: se palestra e piscina sono sovraffollate, inevitabilmente cresce il rischio di contagi fra gli sportivi – osserva Sagnelli –. Quindi, bisogna accertarsi che ci sia un buon ricambio d'aria attraverso l'apertura di finestre che non siano minuscole; più difficile da verificare per i clienti ma altrettanto fondamentale una corretta manutenzione dei filtri negli impianti di riscaldamento e dell'aria condizionata. I pavimenti poi dovrebbero essere in materiali facilmente lavabili, privi di intercapedini dove si possa raccogliere sporcizia. L'ideale sarebbe una palestra “senza spigoli” come gli ospedali, in cui il punto di contatto fra pareti e pavimenti è smussato: perfetto per essere pulito al meglio. Infine, bisognerebbe accertarsi che gli spogliatoi siano lavati e disinfettati più volte al giorno e gli attrezzi e i tappetini almeno una volta, al termine della giornata», conclude l'esperto.

Fonte:http://www.corriere.it/salute/11_novembre_29/igiene-sport-meli_d44080ac-1912-11e1-be06-06f00295b4d4.shtml

Creato il virus che può uccidere la metà della popolazione mondiale

Polemiche infuocate nel mondo scientifico sulla pubblicazione dello studio. «Arma chimica». «No, aiuta a prepararsi alla pandemia»


I ricercatori dell'Erasmus Medical Centre di Rotterdam (Paesi Bassi) hanno prodotto una variante estremamente contagiosa del virus dell'influenza aviariaH5N1 in grado di trasmettersi facilmente a milioni di persone, scatenando, così, una pandemia. Gli scienziati, guidati dal virologo Ron Fouchier, hanno scoperto che bastano cinque modificazioni genetiche per trasformare il virus dell'influenza aviaria (che finora ha ucciso 500 persone nel mondo) in un agente patogeno altamente contagioso che potrebbe scatenare una pandemia in grado di uccidere la metà della popolazione mondiale. La sua elevata capacità di diffusione è stata dimostrata in esperimenti condotti sui furetti, che hanno un sistema respiratorio molto simile a quello dell'uomo.

LE RICERCHE - Le ricerche di Fouchier fanno parte di un più ampio programma mirato a una maggiore comprensione dei meccanismi di funzionamento del virus H5N1. È stato lo stesso virologo ad ammettere che la variante geneticamente modificata è uno dei virus più pericolosi che siano mai stati prodotti. Un altro gruppo di virologi dell'Università del Wisconsin in collaborazione con l'Università di Tokyo è arrivato a un risultato simile a quello di Fouchier.

LE POLEMICHE SULLA PUBBLICAZIONE - Ora il dibattito è se pubblicare o no la ricerca. Molti scienziati sono infatti preoccupati dalla possibilità che, in mani sbagliate, il virus potrebbe trasformarsi in un'arma biologica. Negli Stati Uniti le polemiche sono roventi. Thomas Inglesby, scienziato esperto di bioterrorismo e direttore del Centro per la Biosicurezza dell’Università di Pittsburgh è categorico. «È solo una cattiva idea quella di trasformare un virus letale in un virus letale e altamente contagioso. È’ un’altra cattiva idea quella di pubblicare i risultati delle ricerche che altri potrebbero copiare». Critico anche Richard Ebright, biologo molecolare della Rutgers University in New Jersey: «Questo lavoro non andava fatto». Pubblicare lo studio però, come sostiene lo stesso Fouchier, aiuterebbe la comunità scientifica a prepararsi a una pandemia di H5N1. Sulla stessa linea d'onda l'italiano Fabrizio Pregliasco, virologo all'Università di Milano: «Non pubblicare lascerebbe i ricercatori al buio su come rispondere a un focolaio. Lo scambio di conoscenze è fondamentale per prevedere la reale gravità di una pandemia. L'aviaria era sì una "bestia" nuova, ma non apocalittica. Con un maggiore scambio di conoscenze la diffusione di informazioni sarebbe stata più precisa e meno allarmistica».

EPATITE C: IN ARRIVO NUOVI FARMACI

Approvati dalla Food and Drug Administration americana e dall'agenzia europea per i medicinali, sono in arrivo anche in Italia ''i nuovi farmaci che permetteranno di eliminare il virus dell'epatite C''. Lo ha annunciato Antonio Gasbarrini, presidente della Fire (Fondazione Italiana Ricerca in Epatologia) e ordinario di Gastroenterologia all'Universita' Cattolica di Roma, durante la ''Conferenza sulle Epatiti'' che si e' svolta oggi al ministero della Salute in occasione della giornata mondiale proclamata dall'Oms.

''Si tratta - ha spiegato - di inibitori della proteasi che eliminano il virus dal 60% all'80% dei casi e, a seconda del lavoro che fara' l'Aifa, saranno disponibili in Italia da marzo a settembre del 2012''.

sabato 26 novembre 2011

ECZEMA ATOPICO: PEPTIDI ANTI-FUNGHI, NUOVE MOLECOLE CONTRO ECZEMA ATOPICO

Scoperta una nuova arma contro i sintomi dell'eczema atopico. Si tratta di sei peptidi (piccoli frammenti di proteine) in grado di uccidere Malassezia sympodialis, un fungo associato allo sviluppo di questa patologia. La notizia arriva dalle pagine di Letters in Applied Microbiology, la rivista della Society for Applied Microbiology, che ha pubblicato i risultati di una ricerca del Karolinska Institutet e dell'Universita' di Stoccolma (Svezia). Tina Holm, autrice principale della ricerca, ha sottolineato che ''la combinazione fra la tossicita' a basse concentrazioni delle proteine, micidiale per il fungo e, nello stesso tempo, la possibilita' di risparmiare le cellule umane li rende degli agenti antifungini estremamente promettenti''.

venerdì 25 novembre 2011

INQUINAMENTO IN EUROPA: Impianti superinquinanti il conto è 102-169 miliardi

L'indagine dell'Agenzia Ue per l'ambiente rivela che i tre quarti dei danni sono attribuibili a 622 stabilimenti. Il costo a carico di ogni cittadino europeo è di 200-300 euro. In testa Germania, Regno Unito, Polonia, Francia, Italia


Mentre una parte del tessuto produttivo si sta riconvertendo a tecnologie a basso impatto ambientale, in Europa l'inquinamento ha uno zoccolo duro. Un gruppo di 191 stabilimenti è responsabile, da solo, di danni valutabili tra i 51 e gli 85 miliardi di euro. Estendendo il calcolo a 10 mila siti, il conto sale e si colloca tra i 102 e i 169 miliardi di euro. Ma i tre quarti del carico inquinante sono attribuibili a 622 impianti.

E' quanto emerge dall'ultimo studio dell'Agenzia europea per l'ambiente che analizza gli effetti prodotti da sostanze come gli ossidi di azoto, l'anidride solforosa, i metalli pesanti, le polveri sottili e l'anidride carbonica. La ricerca utilizza i dati forniti dalle stesse aziende, un assieme di industrie che va dalle società che producono elettricità alle raffinerie, dalle imprese chimiche a quelle che trattano i rifiuti (i trasporti e la maggior parte delle attività agricole sono esclusi).

Questo tipo di inquinamento costa a ogni cittadino europeo una cifra compresa tra 200 e 330 euro l'anno. E un gruppo di Paesi (Germania, Regno Unito, Polonia, Francia, Italia) guida la classifica dei super inquinatori. Se nella valutazione si inserisce però il rapporto con il prodotto interno lordo l'ordine cambia e in cima all'elenco troviamo Bulgaria, Romania, Estonia, Polonia e Repubblica Ceca. Le centrali elettriche che utilizzano fonti fossili sono al primo posto nella lista dei grandi inquinatori e tra i 20 impianti a maggior impatto ambientale figura la centrale elettrica Federico II di Brindisi Sud.


L'analisi dell'Agenzia europea precisa anche i danni prodotti: aumento dell'ozono di bassa quota (con relativo aggravio dei problemi respiratori e cardiovascolari), acidificazione ed eutrofizzazione degli ambienti, aumento di elementi tossici negli ecosistemi terrestri e acquatici.

"I cittadini europei stanno pagando l'inquinamento prodotto dagli impianti inquinanti con un sacrificio personale, con un danno alla loro salute", commenta Jacqueline McGlade, la biologa che guida l'Agenzia europea per l'ambiente. "Per quanto riguarda l'Italia va fatta una riflessione ulteriore: l'età media avanzata della popolazione comporta un'esposizione maggiore ai rischi prodotti dall'inquinamento. Calcolando inoltre che una parte significativa del problema deriva dalle centrali elettriche che utilizzano combustibili fossili, va sottolineata l'importanza di una spinta verso le fonti rinnovabili: il sole e il vento possono migliorare la qualità dell'aria che respiriamo dando un contributo molto importante all'alleggerimento del rischio sanitario".

FONTE:http://www.repubblica.it/ambiente/2011/11/24/news/responsabili_inquinamento-25523711/?rss

giovedì 24 novembre 2011

INFLUENZA: l virus dell'influenza anche in Italia

Isolato a Genova. Attesi dai 2 ai 4 milioni di malati L'appello dei medici alla vaccinazione


È stato isolato lo scorso venerdì dai ricercatori dell'università di Genova, il virus dell'influenza e «si tratta del ceppo AH3N2, il cosiddetto Perth-like» come conferma Giancarlo Icardi, ordinario della Facoltà di medicina che ribadisce che «è un virus largamente atteso, che fa parte di quelli inseriti nel vaccino».

LA VACCINAZIONE - È stato isolato in un uomo di 46 anni che ha presentato delle complicanze di una patologia in corso e la comparsa del virus mette in evidenzia l'importanza del vaccino che lo include, soprattutto in chi è più a rischio. «L'isolamento in questo periodo è perfettamente normale, e anche il ceppo è tra quelli attesi» sottolinea Gianni Rezza, epidemiologo dell'Iss «questo implica che la proporzione tra sindromi influenzali e parainfluenzali in questo periodo si sta spostando a favore delle prime». Secondo l'esperto si è ancora in tempo per vaccinarsi e, anzi, proprio l'evento genovese dovrebbe spingere ancora di più soprattutto le categorie a rischio: «Dato che il picco dell'influenza è di solito a gennaio, vaccinarsi adesso eviterebbe la maggior parte dei casi» spiega Rezza «il paziente genovese su cui è stato isolato faceva parte delle categorie a rischio, essendo immunodepresso, e se si fosse vaccinato non avrebbe avuto la complicazione di una polmonite».

STAGIONE A BASSA INTENSITA' -Fabrizio Pregliasco, virologo dell'università degli Studi di Milano conferma che il - virus è contenuto anche nel vaccino preventivo 2011-2012, e avverte: «Anche se, come abbiamo detto più volte, salvo imprevisti questa stagione influenzale si annuncia a bassa-media intensità (2-4 milioni di italiani colpiti), come ogni influenza non va sottovalutata. Anche in una stagione come questa si possono prevedere infatti circa 2 mila morti, quindi vaccinarsi è fondamentale per evitare l'infezione e le sue complicanze nelle persone a rischio. Vacciniamoci - ribadisce il virologo - ricordandoci che l'effetto-scudo scatta 10 giorni dopo l'iniezione».

8 MILIONI ANCORA DA VACCINARE - Restano ancora 30 giorni per vaccinare gli 8 milioni di persone a rischio che ancora sono scoperte. «L'obiettivo è raggiungere almeno il 75% della popolazione "fragile", oggi siamo al 60% - ha detto il presidente della Simg (Società italiana di medicina generale) Claudio Cricelli - sono malati cronici, anziani, bambini, sui quali anche un virus debole, quale sarà quello che ci attende, può avere conseguenze pesanti».

TONNO : Cosa c'è nella scatoletta? Greenpeace dà il voto al tonno

E' la conserva ittica più venduta sul mercato mondiale, ma l’industria del settore non rispetta l'ecosistema e fornisce poche informazioni in etichetta. Lo dimostra un'indagine dell'associazione ambientalista

Il tonno in scatola è un prodotto abituale nel carrello della spesa degli italiani ma pochi sanno cosa c'è davvero nella scatoletta. Il rapporto di Greenpeace "I segreti del tonno" dimostra che il consumatore è male informato, perché i dati in etichetta sono ancora troppo pochi.

L'indagine. L'associazione ambientalista ha monitorato nei mesi di settembre e ottobre oltre duemila scatolette in 173 punti vendita in tutta Italia. Dei marchi monitorati - 22 in totale, che coprono quasi tutto il mercato italiano - fanno parte sia quelli dei giganti della grande distribuzione, come Coop, Auchan, Carrefour, Esselunga e Conad, sia quelli di aziende private.

Sono state prese in considerazione varie tipologie di prodotti (come tonno all'olio d'oliva, al naturale, etc.), sia in lattina che in vasetti di vetro. I volontari hanno quindi registrato le informazioni presenti sulle etichette. Il risultato? Secondo Greenpeace "quando un consumatore mette nel carrello della spesa una scatoletta di tonno non sa davvero cosa compra".

Nel 52% delle lattine analizzate non viene indicata la specie di tonno e l'unica informazione fornita è un generico "ingredienti: tonno". Quando la specie è riportata in etichetta viene descritta con il nome comune, mentre quello scientifico viene usato solo nel 12% dei casi. "Pochi ci dicono da dove arriva - continua Greenpeace - nel 93% delle scatolette non vi è alcuna indicazione dell'area di pesca.
Solo AsdoMar, Donzela, Coop e in parte Mareblu indicano chiaramente da che oceano viene il proprio tonno. Il metodo di pesca è indicato solo nel 3% delle etichette, mentre nessuno specifica la data di cattura".

Cosa dice la legge. L'Unione europea non richiede una particolare etichettatura per il tonno in scatola. Le conserve possono essere vendute con una scritta generica "tonno" per identificare diverse specie commerciali, come il tonno alalunga, obeso, pinna gialla o il tonnetto striato. Per i prodotti ittici freschi in Italia vi è l'obbligo, dal 2002, di indicare nome comune e scientifico, metodo di produzione e area di origine: questo però non riguarda i prodotti "in scatola".

Il nuovo regolamento europeo 2, pubblicato da pochi giorni sulla gazzetta ufficiale Ue, stabilisce nuove regole in materia di etichettatura degli alimenti trasformati e non. Tra questi dovrebbero esserci anche le conserve di tonno, ma non è ancora chiaro come ciascuna filiera alimentare si adatterà a tale normativa e si attendono i vari decreti attuativi. Se applicata a questo comparto, la nuova norma obbligherebbe le aziende a specificare almeno la provenienza del tonno utilizzato.

I punti oscuri. Secondo Greenpeace rispetto a due anni fa, quando l'associazione lanciò ha la campagna "Tonno in trappola" , la situazione non è molto migliorata. "Nulla ci viene detto sull'origine del tonno che è stato messo in scatola o su come è stato pescato - denuncia Greenpeace - molti consumatori non sanno che la pesca sconsiderata con i FAD, oggetti galleggianti che attirano gli esemplari giovani, sta distruggendo l'ecosistema marino e mettendo a rischio diverse specie marine, tra cui anche tartarughe e squali".

ProdottoDescrizioneGiudizio




RIOMARE, PALMERA E ALCO
Bolton Alimentari S.p.a è l'azienda leader del mercato italiano con i marchi Rio Mare, Palmera e Alco. Scarse le informazioni in etichetta: solo i prodotti a marchio Rio Mare mostrano il nome comune della specie sulla maggior parte delle confezioni (77%), e il nome scientifico nel 12% dei casi.





NOSTROMO
Del Gruppo spagnolo Calvo, è una delle scatolette più vendute in Italia. Nessuna trasparenza per il consumatore: sui prodotti non ci sono informazioni, se non nel 19% dei casi, dove viene indicato il nome comune della specie di tonno.




MAREBLU
Il tonno Mareblu è commercializzato da Marine World Brand (MWB), leader sul mercato europeo. Nel 77% delle scatolette analizzate è presente il nome comune, mentre l'area di pesca c'è solo nel 10% dei casi. Mareblu ha da poco pubblicizzato di aver posto tali informazioni sulle lattine, definite "trasparenti": peccato che le confezioni che le contengono non lo siano, negando al consumatore l'accesso ai dati prima dell'acquisto. L'azienda inoltre non fornisce informazioni sui metodi di pesca utilizzati.





MAREAPERTO-STAR
Il tonno MareAperto è uno dei marchi più comuni in Italia, ma anche uno dei meno trasparenti. Sulle scatolette STAR non è presente alcun tipo di informazione, se non raramente il nome comune della specie.





ASDOMAR
Generale Conserve, titolare del marchio, ha fatto passi avanti nell'etichettatura dei prodotti As do Mar. È l'unica azienda in Italia che ha iniziato a mettere sulle nuove confezioni (25% dei prodotti al momento presenti sugli scaffali): nome comune e scientifico del tonno, area di pesca (oceano e area FAO) e metodo di pesca. La volontà di essere trasparente è legata alla scelta dell'azienda di vendere dei prodotti sostenibili come il tonnetto striato (Katsuwonus pelamis o skipjack) pescato con amo e lenza. Peccato che continui a non far sapere se la pesca con reti a circuizione è fatta con FAD oppure no.




SAN CUSUMANO, AURIGA
Il tonno San Cusumano e il tonno Auriga sono prodotti dall'azienda Nino Castiglione. Sulla maggior parte delle scatolette è presente il nome comune della specie, ma nessun altro tipo di informazione è disponibile ai consumatori. Eppure questa azienda produce scatolette anche per marche di supermercati molto importanti dove invece fornisce informazioni sull'area di pesca di origine.





CALLIPO
Le scatolette indicano il nome comune della specie (90%) ma quasi mai quello scientifico, mentre nessuna informazione viene fornita sull'area o i metodi di pesca. Eppure l'azienda si era impegnata a non utilizzare palamiti e reti a circuizione con FAD nel 75%21 dei propri prodotti.





CONSORCIO, MORO, ANGELO PARODI E DONZELA
Tutti questi marchi sono commercializzati in Italia dall'azienda Icat Food. Per il tonno Consorcio o Parodi, a parte qualche rara indicazione della specie, le etichette non forniscono alcun tipo di informazione, mentre il tonno Moro indica nel 30% dei casi il nome comune e il nome scientifico. Sul tonno Donzela invece troviamo in oltre il 40% dei casi il nome scientifico, l'oceano e l'area FAO di pesca, e in alcuni casi un primo tentativo di indicare il metodo di pesca, chiaro segnale che se una marca vuole può informare i consumatori.

FONTE:http://www.repubblica.it/ambiente/2011/11/23/news/cosa_c_nella_scatoletta_greenpeace_d_il_voto_al_tonno-25453832/?rss





MARUZZELLA
La ditta Mazzola non fornisce sui prodotti Maruzzella nessun tipo di informazione al consumatore, che rimane completamente ignaro del tipo di tonno che porta in tavola, dell'oceano di provenienza o di come sia stato pescato.





COOP
Tra i marchi propri dei supermercati ("private label"), le scatolette Coop sono quelle che presentano maggiori informazioni: il nome comune viene indicato praticamente sempre, e nella maggior parte accompagnato dal nome scientifico, e nel 52% dei casi dagli oceani di provenienza, senza però indicare l'origine specifica. Nessuna informazione invece sui metodi di pesca.





CONAD
Negli ultimi anni le informazioni presenti sul tonno Conad non sono cambiate: sulla maggior parte delle scatolette si indica solo il nome comune, che in molti casi è tonno pinna gialla - utilizzato come garanzia di qualità più che come indicazione tra gli ingredienti.




ESSELUNGA
Indica su quasi tutti i propri prodotti nome comune e scientifico della specie di tonno, non specifica però né area né metodo di pesca. Nonostante Esselunga abbia fatto dei passi avanti, le sue scatolette non sono ancora sostenibili





CARREFOUR
Carrefour indica il nome comune della specie nel 67% delle scatolette analizzate e quello scientifico solo nel 10% dei casi, presentando vicino alle scatolette contenenti tonno pinna gialla, anche quelle con il meno sfruttato tonnetto striato. Non vengono però indicati area o metodi di pesca. Non ha quindi migliorato la propria trasparenza rispetto al monitoraggio fatto nel 2008.





AUCHAN, SIMPLY E SMA
Auchan, catena francese della grande distribuzione tra le più importanti in Italia, è responsabile della distribuzione del tonno Auchan, Simply e SMA fino a esaurimento scorte. Sulla maggior parte dei prodotti SMA e Simply è presente il nome comune della specie, mentre per i prodotti Auchan si scende a un 53%.




Fonte: Greenpeace

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