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venerdì 24 aprile 2020

Coronavirus è trasportato dal particolato atmosferico





Possibile “indicatore” precoce di future recidive dell’epidemia da Covid-19. Studio effettuato da Sima,  ricercatori dell'Università di Bari, Bologna e Trieste, e dell’ateneo di Napoli “Federico II”


 A poco più di un mese dalla pubblicazione di un Position Paper sulla "Valutazione della potenziale relazione tra l'inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione dell'epidemia da Covid-19", la Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima) annuncia che il coronavirus SARS-Cov-2 è stato ritrovato sul particolato (PM). "Questa prima prova apre la possibilità di testare la presenza del virus sul particolato atmosferico delle nostre città nei prossimi mesi come indicatore per rilevare precocemente la ricomparsa del coronavirus e adottare adeguate misure preventive prima dell'inizio di una nuova epidemia", anticipa il professor Alessandro Miani, presidente della Sima.

"I campioni sono stati analizzati dall’Università di Trieste in collaborazione con i laboratori dell’azienda ospedaliera Giuliano Isontina, che hanno verificato la presenza del virus in almeno 8 delle 22 giornate prese in esame. I risultati positivi sono stati confermati su 12 diversi campioni per tutti e tre i marcatori molecolari, vale a dire il gene E, il gene N ed il gene RdRP, quest'ultimo altamente specifico per la presenza dell'RNA virale SARS-CoV-2. Possiamo confermare di aver ragionevolmente dimostrato la presenza di RNA virale del SARS-CoV-2 sul particolato atmosferico rilevando la presenza di geni altamente specifici, utilizzati come marcatori molecolari del virus, in due analisi genetiche parallele”4, precisa Setti. Secondo De Gennaro, “questa è la prima prova che l'RNA del SARS-CoV-2 può essere presente sul particolato in aria ambiente, suggerendo così che, in condizioni di stabilità atmosferica e alte concentrazioni di PM, le micro-goccioline infettate contenenti il coronavirus SARS-CoV-2 possano stabilizzarsi sulle particelle per creare dei cluster col particolato, aumentando la persistenza del virus nell'atmosfera come già ipotizzato sulla base di recenti ricerche internazionali. L’individuazione del virus sulle polveri potrebbe essere anche un buon marker per verificarne la diffusione negli ambienti indoor come ospedali, uffici e locali aperti al pubblico. Le ricerche hanno ormai chiarito che le goccioline di saliva potenzialmente infette possono raggiungere distanze anche di 7 o 10 metri, imponendoci quindi di utilizzare per precauzione le mascherine facciali in tutti gli ambienti”. “La prova che l'RNA del SARS-CoV-2 può essere presente sul particolato in aria ambiente non attesta ancora con certezza definitiva che vi sia una terza via di contagio”, prosegue De Gennaro. “Tuttavia, occorre che si tenga conto nella cosiddetta Fase 2 della necessità di mantenere basse le emissioni di particolato per non rischiare di favorire la potenziale diffusione del virus”. A tal proposito, l’epidemiologo Prisco Piscitelli spiega: “Ad oggi le osservazioni epidemiologiche disponibili per Italia, Cina e Stati Uniti mostrano come la progressione dell'epidemia Covid-19 sia più grave in quelle aree caratterizzate da livelli più elevati di particolato. Esposizioni croniche ad elevate concentrazioni di particolato atmosferico, come quelle che si registrano oramai da decenni nella Pianura Padana, hanno di per sé conseguenze negative sulla salute umana, ben rilevate e quantificate dall’Agenzia Europea per l’Ambiente, rappresentando anche un fattore predisponente a una maggiore suscettibilità degli anziani fragili alle infezioni virali e alle complicanze cardio-polmonari. È arrivato il momento di affrontare il problema”. Conclude Alessandro Miani: “Siamo in stretto contatto con l'Organizzazione Mondiale della Sanità e con la Commissione Europea per condividere i risultati delle nostre analisi. Sono in corso ulteriori studi di conferma di queste prime prove sulla possibilità di considerare il PM come ‘carrier’ di nuclei contenenti goccioline virali, ricerche che dovranno spingersi fino a valutare la vitalità e soprattutto la virulenza del SARS-CoV-2 adesso al particolato. Intanto, la presenza del virus sulle polveri atmosferiche è una preziosa informazione in vista dell’imminente riapertura delle attività sociali, che conferma l’importanza di un utilizzo generalizzato delle mascherine da parte di tutta la popolazione. Se tutti indossiamo le mascherine, la distanza inter-personale di 2 metri è da considerarsi ragionevolmente protettiva permettendo così alle persone di riprendere una vita sociale”.

mercoledì 13 novembre 2019

Microplastiche, quante ne mangiamo ?

Un nuovo studio australiano sulle microplastiche afferma che in media ingeriamo 5 grammi in sette giorni. Ma sono ancora incerti i danni per la salute.

OGNI settimana ci mangiamo una carta di credito. E' l'immagine, forte, con cui i ricercatori dell'Università di Newcastle in Australia hanno provato a riassumere la quantità di microplastiche che ingeriamo a livello globale nell'arco di sette giorni: in media 5 grammi di plastica, lo stesso peso di una carta di credito.
Ogni  anno finiscono nei mari tra i 5 e i 13 milioni di tonnellate di plastica e migliaia di organismi marini sono a rischio.

 Il problema dell'inquinamento da plastica negli ultimi anni è salito ai primi posti nelle battaglie ambientali da risolvere tanto che, dall'Unione Europea sino al Canada, decine di Paesi hanno scelto di bandire in futuro le plastiche monouso. Uno dei problemi maggiori relativi alla plastica è che questo materiale, di durata centenaria, nel tempo tra degrado, acqua e correnti si trasforma in "microplastiche", particelle più piccole di cinque millimetri. Ora diversi studi stanno certificando che queste microplastiche, capaci di viaggiare via acqua ma anche via aria, stanno penetrando non solo nei liquidi che beviamo ma chiaramente anche nei nostri alimenti e nel nostro organismo

Le microplastiche, che possono essere ingerite dagli organismi, anche quelli che vivono nelle profondità, come scampi e gamberi viola, che poi finiscono sulle tavole. Un gruppo di ricercatori e docenti del Dipartimento di Scienze della vita e Ambiente dell'Università di Cagliari, in collaborazione con quelli dell'Università Politecnica delle Marche, hanno documentato la presenza di microplastiche in queste due specie di crostacei, prelevati attorno alla Sardegna, mostrando un'elevata contaminazione: 413 particelle trovate nello scampo e 70 nel gambero. Prevalentemente si tratta di polietilene (PE, il principale costituente degli imballaggi e della plastica monouso), e di polipropilene (PP, usato per i tappi delle bottiglie o le capsule del caffè). I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Environmental Pollution. "Sono risultati allarmanti ma che non devono creare allarmismo .
 Alessandro Cau, che ha firmato lo studio insieme a Claudia Dessì, Davide Moccia, Maria Cristina Follesa e Antonio Pusceddu - non sappiamo ancora, infatti, se la quantità ritrovata nello stomaco dei gamberi ma soprattutto negli scampi (sono crostacei scavatori, quindi tendono ad ingerire maggiormente le sostanze depositate nel fondo marino), possa causare danni all'organismo o all'uomo. Certo è che quelle microplastiche, che sembrano così distanti da noi, ci ritornano indietro in maniera subdola". Il prossimo passo della ricerca è capire quanta microplastica possa arrivare davvero sulle tavole. "Ci stiamo chiedendo se gli scampi, in particolare, siano in grado di triturare quelle microplastiche che abbiamo trovato nel loro stomaco e che non sono riuscite a passare nel tratto digerente perché troppo grandi. In questo caso le particelle verrebbero reimmesse nel mare e nella catena alimentare di altre specie, nel caso contrario - avverte il ricercatore - arriverebbero tutte sui nostri piatti".

lunedì 24 giugno 2013

REATI AMBIENTALI: i 12 peggiori crimini contro l'ambiente rimasti impuniti

Reati ambientali. Centinaia delle grandi sciagure che hanno devastato o stanno ancora devastando il nostro Pianeta risultano al momento impunite. Dalla distruzione delle foreste indonesiane per la fabbricazione di carta da parte della multinazionale APP (e all'abbattimento degli alberi contribuisce anche la produzione di olio di palma) ai 350 mila abitanti delle Maldive che si preparano ad emigrare a causa dei cambiamenti climatici.

Sono soltanto due degli esempi che compongono la "sporca dozzina" dei crimini contro l'ambiente presentata dalla Supernational Environmental Justice Foundation (Fondazione SEJF) per rendere evidente come molte delle devastazioni che hanno colpito o stanno colpendo il nostro Pianeta risultino impunite. Non vi sono stati risarcimenti per i danni provocati e i colpevoli non sono stati assicurati alla giustizia. Ecco la lista nera dei peggiori crimini contro la Terra e l'umanità. L'elenco non è esaustivo, purtroppo, ma costituisce di certo un prezioso spunto di riflessione.
1) Maldive e Kiribati: le isole sommerse dal cambiamento climatico

I 350 mila abitanti delle Maldive vivono minacciati dall'innalzamento del livello del mare. Se i cambiamenti climatici portassero ad un aumento della temperatura del Pianeta pari a "soli" 4 gradi, ciò provocherebbe ondate di calore estremo, una diminuzione degli stock alimentari, un rialzo del livello del mare che colpirebbe centinaia di milioni di persone, che sarebbero costrette a lasciare le proprie case. La situazione alle Maldive e tanto grave che gli abitanti sono già pronti ad essere ospitati dall'Australia. I nomadi del clima sono già qui.
2) Canada: le sabbie bituminose minacciano i nativi

Lo sfruttamento delle sabbie bituminose canadesi è forse l'attività industriale più dannosa del pianeta. La loro estrazione ha portato alla distruzione di una regione grande quanto la Florida. La foresta boreale viene distrutta e per ogni barile di petrolio da ottenere ne vengono sprecati cinque d'acqua. I beni comuni e le popolazioni native sono a rischio. I liquami tossici vengono scaricati nei laghi. La produzione di petrolio da sabbie bituminose minaccia le popolazioni che vivono attorno ai giacimenti, inquinando le falde acquifere e la carne di alce, che costituisce un elemento essenziale per l'alimentazione di Metis e Inuit.
3) Nigeria: il delta del Niger è avvelenato

L'estrazione di petrolio dal delta del Niger è devastante per gli ecosistemi e le popolazioni residenti. Viene posta in atto una pratica illegale, che consiste nel bruciare il gas che esce dai pozzi petroliferi insieme al greggio. Il fumo così generato contiene un'elevata quantità di sostanze tossiche per la salute e per l'ambiente. Respirare i fumi nocivi comporta avvelenamento del sangue e cancro.
4) Indonesia: la produzione di carta uccide le foreste pluviali

La produzione di carta da parte della multinazionale APP sta portando alla scomparsa delle foreste pluviali dell'Indonesia, uno dei più importanti ecosistemi del pianeta. Si tratta di un habitat essenziale alla sopravvivenza dell'orango e della tigre di Sumatra. Questi luoghi ospitano il 12% dei mammiferi, il 15% dei rettili e il 17% degli uccelli del pianeta. Malgrado sia attiva da decenni, e operi oramai su un mercato di dimensioni mondiali, la APP non ha messo a punto un sistema di pratiche di sostenibilità, contando sugli alti margini di profitto assicurati da pratiche forestali di saccheggio.
5) Giappone: lo tsunami nucleare di Fukushima

Il terremoto dell'11 marzo 2011 ha sconvolto il Giappone. Alla scossa di magnitudo 9 è seguito uno tsunami che ha messo in ginocchio i sistemi di sicurezza delle centrali nucleari, portando all'esplosione del reattore 1 della centrale di Fukushima e alla fusione del nocciolo nei reattori 2 e 3. Lo sgombero, nel giro di 30 chilometri, ha interessato più di 110 mila persone, delle quali 21 mila vivono ancora fuori dalle loro abitazioni. Centinaia di migliaia di persone sono ancora esposte ai rischi a lungo termine delle radiazioni. Le vittime non hanno ottenuto alcun risarcimento. Non sarà Tepco a pagare, ma la popolazione giapponese, mentre il Governo ha investito 3500 miliardi di yen per salvare l'azienda elettrica dalla bancarotta.
6) Golfo del Messico: la marea nera della Deepwater Horizon

Si tratta del più grave danno ambientale marino della storia statunitense. La marea nera che per oltre 106 giorni si è riversata in mare – si stima fra le 460 mila e le 800 mila tonnellate - ha generato danni ingenti, tanto da rendere impossibile una quantificazione certa degli effetti del disastro, soprattutto pensando alle conseguenze negli anni a venire. Dagli ecosistemi marini, alla salute delle popolazioni, dall'industria della pesca, a quella turistica, le ripercussioni sono state enormi. La BP si è accordata con il governo americano per un fondo risarcimento alle vittime di 20 miliardi di dollari, ma i reali danni del disastro ambientale sono tutti da valutare e la certezza della pena ancora da stabilire.
7) Romania: l'onda di cianuro del Danubio

L'onda di cianuro partita il 31 gennaio 2000 dalla miniera d'oro Esmeralda, ad Auriol, in Romania, dopo aver ucciso i due affluenti che le hanno permesso di arrivare al Danubio, punta decisa alla foce del fiume blu, cioè alla più grande zona umida d'Europa, uno dei pochi paradisi naturali sopravvissuti nel vecchio continente. Le accuse più gravi riguardano la dinamica dell'incidente che ha causato il disastro. Secondo la società rumeno-australiana che possiede la miniera Esmeralda, la colpa è di un fenomeno naturale, il disgelo, che avrebbe fatto tracimare una diga. Ma gli ambientalisti fanno notare che questo genere di dighe non dà sufficienti garanzie e chiedono di rivedere l'intero sistema delle autorizzazioni minerarie. La compagnia australiana Esmeralda Exploration ha dichiarato fallimento e nessuno ha mai risarcito un solo euro per uno dei disastri più imponenti della storia nei confronti di un sistema fluviale.
8) Ecuador: estrazioni petrolifere e contaminazione della foresta amazzonica

La multinazionale Chevron-Texaco, durante le operazioni di esplorazione e sfruttamento delle risorse petrolifere in Ecuador, nell'area del Lago Agrio, ha inquinato pesantemente oltre due milioni di ettari, contaminando gravemente la foresta amazzonica. Già nel 1993, 30 mila tra abitanti e agricoltori hanno denunciato l'accaduto. Un tribunale dell'Ecuador ha riconosciuto la colpevolezza di Texaco, multandola per 18 miliardi di dollari, ma dopo varie fasi del processo, l'azienda petrolifera si è appellata alla Corte Internazionale dell'Aja. Il reato rimane al momento impunito.
9) Mar Ligure: il disastro della petroliera Haven

La superpetroliera Haven affondò nel Mar Ligure il 14 aprile 1991, dopo un'agonia di quattro giorni. L'affondamento provocò la morte di 5 uomini dell'equipaggio e lo sversamento sui fondali marini di 134 mila tonnellate di petrolio. L'eredità dell'accaduto continua oggi e proseguirà per i prossimi 10 anni, con effetti negativi sull'ecosistema marino. La petroliera aveva mostrato segni di malfunzionamento già durante il viaggio verso l'Italia. Il risarcimento economico ottenuto è stato giudicato irrisorio rispetto ad altri casi analoghi.
10) Bielorussia: l'incidente nucleare di Chernobyl

Chernobyl costituisce l'incidente nucleare più grave della storia. Il disastro avvenne il 26 aprile 1986, presso la centrale nucleare V.I. Lenin. Le cause furono indicate in gravi mancanze da parte del personale, sia tecnico che dirigente, in problemi relativi alla struttura e alla progettazione dell'impianto stesso e nell'errata gestione economica e amministrativa della centrale. Il personale si rese responsabile della violazione di svariate norme di sicurezza e di buon senso, portando a un brusco e incontrollato aumento della potenza e della temperatura del nocciolo del reattore n°4 della centrale. Si formò una nube di vapore radioattivo che si disperse nell'aria e ricadde su vaste aree intorno alla centrale, contaminandole pesantemente e rendendo necessaria l'evacuazione circa 336 mila persone. Non esistono ancora oggi dati ufficiali e definitivi sui decessi ricollegabili alla tragedia. Non venne accertata alcuna responsabilità penale. Il disastro rimane impunito.
11) Argentina: la montagna di piombo di Abra Pampa

Nella cittadina di Abra Pampa, nel nord dell'Argentina, si trova una montagna formata da 30 mila tonnellate di piombo, proveniente dalle lavorazioni di un impianto chiuso negli anni '80. L'81% della popolazione infantile è esposta ai danni derivanti dal piombo, soprattutto a causa dell'inalazione di polvere del minerale. L'esposizione alla contaminazione riguarda anche gli adulti. I danni cerebrali nei più piccoli non sono trattabili e includono ritardo mentale, diminuzione del quoziente intellettivo, carenza di attenzione, dislessia.
12) India: la nube di pesticidi tossici di Bhopal

Il 3 dicembre 1984, nello stablimento della Union Carbide India Limited, situato nella località di Bophal e specializzato nella produzione di pesticidi, si sprigionò una nube tossica di isocianato di metile, La nube uccise in breve tempo oltre 2000 persone e ne avvelenò decine di migliaia. Nel giugno 2010 un tribunale di Bhopal ha emesso una sentenza di colpevolezza per omicidio colposo per grave negligenza nei confronti di otto ex-dirigenti indiani della UCIL. Le condanne e le multe stabilite sono state giudicate irrisorie.

FONTE:http://www.greenme.it/informarsi/ambiente/10699-sporca-dozzina-12-crimini-contro-ambiente

giovedì 21 marzo 2013

nuova morte annunciata nel Tirreno, Dopo la strage di delfini la balena sulla spiaggia

Ennesima "morte annunciata" nelle acque italiane. Una balenottera comune di oltre 17 metri di lunghezza si è spiaggiata ieri sul litorale di Rosignano, in Toscana, dopo che negli ultimi mesi lungo le coste del Tirreno si è verificata una "moria di cetacei", con quasi 80 esemplari di delfino stenella spiaggiati fino ad oggi per cause ancora ignote. Lo afferma Greenpeace, tornando a denunciare il "grave degrado del Santuario dei Cetacei".

"Ci troviamo in un'area protetta, eppure non esistono regole per limitare l'inquinamento proveniente dalla costa e il traffico marittimo", dice Giorgia Monti, responsabile della Campagna Mare di Greenpeace.

"Purtroppo l'accumulo di agenti inquinanti può debilitare questi animali tanto da abbassarne le difese immunitarie e renderli suscettibili a infezioni che possono anche causarne la morte". "E' ora che le Regioni Toscana e Liguria si attivino davvero per tutelare il Santuario dei Cetacei", sottolinea Monti. "Greenpeace da tempo ha indicato quale dovrebbe essere la strada da percorrere, ma nonostante la promessa di un tavolo tecnico fatta nel 2011 dai presidenti delle Regioni, ad oggi ancora nulla è stato fatto. E queste morti ne sono la triste conseguenza".



Sedici metri di lunghezza, un colosso. Praticamente un palazzo di cinque piani disteso sulla spiaggia. Un monumento uscito dal mare pieno di sbucciature e ferite che ormai non fanno più male. La balenottera trovata sulla sabbia di Rosignano Solvay è stata spinta lì dalle onde, ma la morte è avvenuta giorni prima, in mare. Pesava diciotto tonnellate e adesso per smaltirla bisogna farla a pezzi, se la porterà via una ditta specializzata. Non si sa di cosa sia morta, ma c'è un sospetto che avanza e che mette in relazione quel povero, gigantesco Moby Dick ad altri cetatei spiaggiati a raffica sulle coste della Toscana. L'ultimo ieri a Castagneto Carducci, porta a quota ventisei la spoon river dei delfini deceduti dall'inizio dell'anno. "Uno al Giglio", "uno a Pianosa", uno trovato sulla spiaggia di Follonica, un altro a San Vincenzo... il bollettino si aggiorna di ora in ora.
"Siamo a circa dieci volte la media stagionale" spiega il professor Gianni Pavan che dirige all'università di Pavia che dirige il Cibra, il Centro interdisciplinare di bioacustica e ricerche ambientali dove c'è la banca dati nazionale sugli spiaggiamenti. Lì arrivano i numeri dopo le segnalazioni e gli accertamenti passati dalle capitanerie di porto, Arpat e istituti zooprofilattici. Lì i ricercatori dell'ateneo e quelli del Museo di Storia Naturale di Milano interpretano le cifre per cercare di smascherare il killer dei cetacei. Uno degli principali imputati è il Morbillivirus, un'infezione che colpisce questi animali e li può portare alla morte. Nel 2011 la balenottera spiaggiata nel Parco di San Rossore morì proprio per questo. Ma la faccenda dei delfini è più complessa e il giallo è ancora senza una soluzione.
Così spiega il professor Sandro Mazzariol, patologo veterinario dell'università di Padova, l'ateneo che sta svolgendo (assieme agli istituti zooprofilattici) la maggior parte delle analisi post mortem su questi animali: "In quattordici delfini stenelle su ventiquattro è stato riscontrato il Morbillivirus, in altri no. Abbiamo isolato altri agenti patogeni, in alcuni per esempio abbiamo trovato tracce di un batterio che può portare a una sindrome emolitica nell'uomo, ma non conosciamo le conseguenze sui delfini". Dunque? Entro la fine di marzo i primi esiti degli accertamenti su questa epidemia che colpisce dalle coste della Toscana alla Sicilia un po' tutto il mar Tirreno concentrandosi però sull'Italia centrale.
Nei giorni scorsi è stato il presidente del Parco dell'Arcipelago Toscano Giampiero Sammuri a lanciare l'allarme: "Sono molto preoccupato, bisogna accertare le cause e mettere in atto tutte le forme di prevenzione per tutelare il Santuario dei Cetacei". Poi ha spiegato: "Inquinamento rotte commerciali, plastica in mare, campi magnetici, sistemi radar, squilibri dell'ecosistema, tutto può contribuire a disturbare e a danneggiare la vita di questi animali magnifici. Il Parco farà la sua parte e si renderà disponibile a monitoraggi e a indagini che accertino insieme agli esperti competenti le possibili cause di questo fenomeno". Va detto che per ora l'inquinamento è escluso come causa diretta, lo hanno spiegato anche dal ministero dell'Ambiente. Significa che non c'è stato un evento come potrebbe essere una perdita di petrolio o altro a colpire i delfini. Anche perché non si spiegherebbe perché a morire fosse una sola specie (le stenelle in particolare) e su un fronte così esteso: i tre quarti delle coste tirreniche. "Non possiamo però escludere l'inquinamento come causa indiretta - riprende il professor Sandro Mazzariol - l'inquinamento dei mari provoca un abbassamento delle barriere immunitarie e rende questi animali più fragili e più esposti alle malattie". Al momento però anche questa è soltanto una delle ipotesi sul tavolo di chi indaga sulla strage dei delfini. Gli indizi accumulati sono ancora pochi: il killer misterioso colpisce soprattutto gli animali adulti e soprattutto nelle zone dell'Italia centrale al largo delle coste.
Si accanisce in modo particolare sulle stenelle, la specie più diffusa nei nostri mari anche se nelle ultime settimane sono state ritrovate carcasse di tursiopi e di altre specie. L'ultimo corpo che ha restituito il mare è quello della balenottera sulla spiaggia di Rosignano: hanno mandato ad esaminarla gli stessi ricercatori dell'università di Padova che da gennaio sono a caccia del killer dei cetacei.

mercoledì 13 marzo 2013

dermatite atopica:Boom di dermatite atopica nei bambini Sotto accusa smog e alimentazione

Sotto i 5 anni colpisce quasi un bambino su due: tanto è facile la diagnosi quanto inesistente una terapia risolutiva

Dermatite atopica e inquinamento, il legame esiste. E più le nostre città sono coperte da una cappa di smog, più i nostri bambini hanno problemi di pelle. In Europa, ecco la notizia, c'è un boom di casi di dermatite atopica: un bambino su due sotto i 5 anni ne è colpito, in forma più o meno grave e "visibile". Le cause possono essere varie: ereditarie, alimentari, dovute all'assunzione di farmaci. Ma l'aria insalubre non va sottovalutata. L'Organizzazione mondiale della sanità valuta che in Europa circa un terzo delle malattie infantili, dalla nascita a 18 anni, possa essere attribuibile all'ambiente malsano o insicuro che grava specie sui bambini al di sotto dei 5 anni, con picchi del 43%.

RADDOPPIATA - La diffusione della dermatite atopica è più che raddoppiata negli ultimi 30 anni, triplicata nelle aree ad alto tasso di industrializzazione, tanto che è diventata la più diffusa fra le malattie cutanee in età pediatrica. Se ne è parlato al convegno internazionale "L'eccellenza incontra l'eccellenza", organizzato dalla Federazione italiana medici pediatri (Fimp). La dermatite atopica pediatrica pesa anche sulle tasche delle famiglie. Una recente indagine condotta negli Stati Uniti ha stimato una spesa da 100 a oltre 2mila dollari per paziente all'anno. La diagnosi è semplice, ma poche o nulle sono le terapie risolutive, anche perché come detto la malattia è particolarmente sensibile a fattori ambientali, quali, appunto l'inquinamento, ma anche umidità, polveri, allergie alimentari, carenze nutrizionali. «La dermatite atopica è la più diffusa delle malattie dermatologiche in età pediatrica ed è provocata principalmente da fattori genetici - spiega il presidente della Fimp, Giuseppe Mele -. Questo significa che se un genitore ha una manifestazione atopica nel 60% dei casi potrà esserne affetto anche il figlio, percentuale che aumenta fino all'80% se entrambi i genitori hanno la patologia, mentre in una famiglia non atopica la probabilità che ne venga colpito il bambino è di circa il 20%».

LE CAUSE - «Le malattie della pelle sono in costante aumento, tanto che oggi il 20-30% delle visite che ogni pediatra esegue nel proprio ambulatorio riguarda anche problemi dermatologici, con una maggior prevalenza di dermatite atopica - dice Giuseppe Ruggiero, referente dermatologico della Fimp -. Quattro le cause di questo fenomeno: una maggiore suscettibilità del bambino, poiché gli organi e i sistemi in rapida crescita attraversano periodi di elevata vulnerabilità; il metabolismo ancora immaturo che può essere meno capace di detossificare ed espellere le sostanze chimiche; la maggiore esposizione per unità di peso corporeo ai danni ambientali (i bambini bevono più acqua, utilizzano più alimenti degli adulti e hanno una frequenza respiratoria maggiore con un più elevato scambio di gas); l'aumentato assorbimento intestinale di molte sostanze chimiche, primo fra tutti il piombo di cui i bambini assorbono fino al 50% dal cibo, contro il 10% degli adulti».

I CONSIGLI - «Per meglio controllare l'evoluzione della dermatite atopica - spiega Mele - diventa dunque estremamente importante agire su quei fattori non correlati all'ambiente e che possono aiutare a prevenire o lenire i maggiori disturbi, rappresentati da prurito, eczemi, secchezza diffusa, perdita di compattezza e turgore, comedoni e punti neri, brufoli, specie nelle zone a maggior rischio di dermatite quali le mani e il viso (più esposti) o le gambe e le ginocchia (maggiormente soggette allo sfregamento degli indumenti). Questo è possibile educando i genitori ad acquisire comportamenti auto-gestionali corretti sia nel trattamento della patologia, con l'uso costante di creme emollienti per contrastare la secchezza cutanea o di prodotti antinfiammatori (cortisonici per uso topico) in caso di lesioni infiammatorie».

A TAVOLA - Consigliata anche una dieta corretta, sana e bilanciata. Secondo gli esperti è indicata «un'alimentazione ricca di frutta e verdure (per assumere vitamine e sali minerali), pesce, grassi di origine vegetale, fibre e cereali, arricchita da un buon apporto di acqua e da un limitato consumo di bevande zuccherate e cibi troppo raffinati: questa dieta diventa particolarmente importante d'inverno quando la pelle è privata dei benefici del sole e la dieta è più ricca di carboidrati e grassi». «In questa direzione - conclude Mele - è importante il test di screening, "NutricheQ", nato da un progetto della scuola U-TRE (acronimo di uno-tre anni). Redatto sotto forma di questionario per i genitori, il test, integrato da guide per ogni fattore di rischio, aiuta il pediatria a individuare coloro che potrebbero necessitare di maggiore supporto o informazioni in merito a determinati aspetti della nutrizione del bambino».

fonte : http://www.corriere.it/salute/dermatologia/13_marzo_11/dermatite-atopica-inquinamento-alimentazione_470e8186-8a39-11e2-8bbd-a922148077c6.shtml#

lunedì 4 marzo 2013

AMBIENTE:Per depurare la nostra casa niente «fumi» e le piante giuste

Ficus, aloe, giglio sono amici dell'aria domestica. Dannosi acari, sigarette, batteri, polveri sottili e monossido di carbonio


Trascorriamo nei luoghi chiusi il 90% del nostro tempo ed è qui che respiriamo la maggioranza degli inquinanti che minacciano la nostra salute. Negli ambienti "indoor", infatti, penetrano e si concentrano le sostanze che ammorbano l'aria esterna, alle quali si aggiunge un variegato esercito di molecole che si sprigiona da oggetti, mobili, dai prodotti chimici usati in casa, da pitture, tessuti e persino dai fornelli. Lo studio Iaiaq, finanziato dalla Ue, ha valutato che in Europa il 3% di tutte le malattie sono determinate dall'inquinamento indoor.

QUALI SONO - «A minacciare la salute sono soprattutto le polveri sottili (PM2,5), i contaminanti biologici come muffe, acari e batteri, il monossido di carbonio e i composti organici volatili (Cov), una classe di molecole di piccole dimensioni che si diffondono nell’aria e penetrano facilmente nei polmoni, raggiungendo, da qui, il sangue» spiega Paolo Carrer, responsabile dell'Unità operativa di Medicina del lavoro all'Ospedale Sacco di Milano, fra gli autori dello studio. L'indagine ha anche stilato la graduatoria dei Paesi in cui gli ambienti sono più salubri. I migliori sono Svezia, Finlandia, Regno Unito e Francia; i peggiori Romania, Bulgaria e Ungheria, mentre l'Italia si colloca a circa metà classifica, dopo Austria, Germania, Grecia, Portogallo, Belgio, Irlanda e Spagna. «Fra le malattie legate all'inquinamento indoor - prosegue Carrer - quelle che più incidono sulla salute degli europei sono, in ordine di importanza, quelle cardiovascolari, l'asma e le allergie, il tumore del polmone, le malattie respiratorie e le intossicazioni da monossido di carbonio».

MIX DI SOSTANZE - E per alcune, il contributo della qualità dell’aria negli ambienti confinati è davvero fondamentale: un rapporto dell'Oms-Europa, pubblicato nel 2011, ha valutato che nel vecchio continente il 12 -15% dei casi di asma può essere attribuito alle muffe e all'umidità che si sviluppano fra le quattro mura. Mentre in anni recenti uno studio del Cnr di Pisa ha calcolato che eliminare l'esposizione ai contaminanti biologici nei primi anni di vita ridurrebbe, fra i bambini di 6-7 anni, la tosse cronica del 9%, l'asma del 7% e le rinocongiuntiviti del 6%. In linea generale, comunque, i danni che un ambiente insalubre provoca all'organismo sono dovuti al mix di sostanze più o meno nocive presenti, più che a un singolo inquinante. E sono strettamente legati anche al tempo che si trascorre al suo interno, alla suscettibilità individuale (i bambini, gli anziani e gli allergici sono più vulnerabili) e ai comportamenti di chi occupa gli ambienti. «Il fumo di sigaretta è la fonte più importante di inquinamento, ma il bruciare incensi e l’accendere candele hanno effetti analoghi» dice Carrer.

LE FONTI - Fra gli inquinanti che più sono influenzati da queste abitudini c'è il benzene, un cancerogeno che nelle case libere dal fumo di sigaretta si attesta solitamente su livelli che comportano rischi bassissimi per gli occupanti, ma che è in media due volte e mezza più abbondante nelle abitazioni dei fumatori. «Altre sorgenti di inquinanti sono il traffico stradale, gli impianti di riscaldamento, le attività che si svolgono in cucina, le infiltrazioni di acqua, i prodotti chimici e gli oggetti di ampio consumo presenti in casa» prosegue l'esperto. Su questi ultimi, indicazioni importanti stanno arrivando dallo studio europeo Ephect, ancora in corso, che ha l'obiettivo di identificare le emissioni di una quindicina di tipi di prodotti e mettere a punto un sistema di etichettatura per indicarle con chiarezza ai consumatori. «Si sta confermando che un contributo importante all'inquinamento indoor arriva dai materiali da costruzione e dagli arredi, dai prodotti per la pulizia della casa e dai deodoranti» afferma Carrer.

NEI MOBILI - Le preoccupazioni riguardano soprattutto i Cov, e fra questi la formaldeide, un gas dall'odore pungente, accusato di favorire i tumori del naso, della laringe e le leucemie. Sebbene normalmente non raggiunga nelle case concentrazioni ritenute cancerogene, la formaldeide è fortemente irritante per le vie respiratorie e le mucose e, miscelandosi ad altri inquinanti, genera composti molto reattivi, che moltiplicano l'effetto. Usata nella fabbricazione di materiali molto comuni, si emana da alcuni mobili in truciolato, dai tappeti e dalle tende, dalle colle, dalle pitture, dalle carte da parati e da certi materiali isolanti. È presente poi nei detergenti per la pulizia della casa e nei lucidi da scarpe, negli smalti per le unghie, negli insetticidi, ed è emessa persino da alcune apparecchiature elettroniche, come computer e fotocopiatrici. Come per il benzene, però, la sorgente principale nelle case di chi fuma restano le sigarette, che sono pure la fonte più importante di un’altra classe di inquinanti che gli esperti tengono d'occhio: gli idrocarburi policiclici aromatici (o Ipa). Negli ambienti frequentati da fumatori, anche l'87% di queste molecole può derivare dalla loro cattiva abitudine, mentre il resto arriva per lo più dall'inquinamento che c'è all'esterno.

CIBI BRUCIATI - Le conseguenze per la salute possono essere importanti: alcuni Ipa, come il benzo(a)pirene, sono infatti cancerogeni. Va tuttavia precisato che l'inalazione è soltanto uno dei modi in cui queste sostanze penetrano nell'organismo. Nei non fumatori, anzi, la via di ingresso principale è rappresentata dai cibi bruciacchiati, come la carne alla griglia e le caldarroste, che proprio per questo gli esperti consigliano di consumare con moderazione. «L'inquinamento indoor è una materia difficile da normare, perché dipende da moltissime sorgenti e perché le leggi dovrebbero intervenire su ciò che ciascuno fa in casa propria - riprende Carrer -. Ma c'è anche un aspetto positivo in tutto ciò. Perché, mentre il nostro potere per migliorare la qualità dell'aria cittadina è piuttosto limitato, possiamo fare moltissimo per rendere più salubri gli ambienti che frequentiamo quotidianamente».

AERARE I LOCALI - Il primo consiglio è ovviamente quello di non fumare in casa. Una volta fatto questo, ulteriori benefici si possono avere aerando spesso i locali per impedire il ristagno di sostanze nocive e limitando le sorgenti inquinanti: ovvero, scegliendo arredi e pitture a basse emissioni e usando con moderazione i prodotti per la pulizia della casa e le altre sostanze chimiche. «La riduzione delle sorgenti è anche il solo modo per fare andare d'accordo il risparmio energetico, che richiede che le case siano ben isolate, e la salubrità degli ambienti» fa notare Carrer. Infine, per controllare muffe e acari, l'umidità non dovrebbe superare il 40-50%. E a ripulire l'aria possono contribuire anche le piante di aloe, clorofito, crisantemo, gerbera, giglio, peperomia, sansevieria e ficus. Purché, però, siano rigogliose.

domenica 25 novembre 2012

INQUINAMENTO : fiore anti inquinamento

La natura ci stupisce di continuo con mille sorprese, fra tutte la sua capacità di rigenerarsi nonostante le condizioni avverse. A chiunque sarà capitato di notare dell’erba spuntare orgogliosa fra il cemento, oppure di ammirare una coraggiosa primula cresciuta tra l’asfalto. Dove l’uomo distrugge, insomma, l’ambiente cerca di recuperare in corsa. Perché allora non sfruttare questa capacità di self-healing per ripulire il Pianeta?

È questa l’idea alla base di uno studio condotto da un gruppo di centri di ricerca inglesi, tra cui l’Università di Warwick, quella di Birmingham, la Newcastle University, gli atenei di Cranfield e l’Università di Edimburgo: un fiore che sia in grado di assorbire l’inquinamento. Il progetto, chiamato Cleaning Land for Wealth, vede investimenti pari a 3 milioni di sterline e si propone di produrre dei vegetali che siano in grado di assorbire sostanze tossiche dal terreno rilasciando ossigeno in atmosfera.

La teoria, sebbene la pratica non sia così immediata, è di facile comprensione: vi sono delle specie floreali comuni assolutamente avide delle sostanze normalmente presenti nel terreno. Piantati su campi contaminati, o sottoposti a opportuna modifica per ibridazione, questi vegetali riuscirebbero a estrarre elementi chimici dannosi dalla terra. Inoltre, alcuni fiori potrebbero essere utilizzati come veri e propri serbatoi per nanoparticelle riutilizzabili, come quelle di arsenico e platino, indispensabili per settori come quello automobilistico o biotecnologico.

La prima fase di testing vede protagonista l’Alisso, un comunissimo fiore di campo praticamente ubiquitario e disponibile nelle colorazioni giallo, bianco e lilla. Non è però la prima volta che il concetto dello scambio di sostanze dannose tra terra e vegetali viene applicato dalla scienza: in passato, infatti, si è tentata la stessa via con lo sfruttamento di speciali batteri, non sempre rivelatisi efficaci. Con i fiori pare che le probabilità di successo siano decisamente più elevate, come spiega Kerry Kirwan, un ricercatore coinvolto nello studio:

    «I processi che stiamo sviluppando non rimuoveranno soltanto sostanze velenose come arsenico e platino dalle terre e dalle acque contaminate. Saranno anche utili alla promozione di strategie biologiche e di bioraffineria per personalizzare le forme e le dimensioni delle nanoparticelle metalliche utili all’industria tecnologica».



fonte: http://www.greenstyle.it/arriva-il-fiore-anti-inquinamento-13182.html#ixzz2DGHmmOCp

venerdì 2 marzo 2012

Ambiente : Lampade fluorescenti a basso consumo ma inquinanti. Ecco come smaltirle

Non vanno mai gettate nel sacco dell'indifferenziata perché contengono il tossico mercurio

A basso consumo ma inquinanti. Ecco perché le lampadine fluorescenti - che contengono una quantità variabile di mercurio da 1 a 50 milligrammi, secondo il modello - sono rifiuti speciali. A parità di emissione luminosa una fluorescente compatta consuma fra il 65 e l'80% di energia in meno rispetto alle lampadine a incandescenza tradizionali. Fanno risparmiare in bolletta, ma vanno smaltite come si fa per le pile, per l’olio lubrificante, per la plastica. Mai gettarle nel sacco dell’indifferenziata.

ECOLAMP - A recuperare e riciclare le lampadine di nuova generazione ci pensa il consorzio Ecolamp, che nel 2011 ne ha raccolte per quasi 1.500 tonnellate. E dal 2008 3.700 tonnellate, raggiungendo 1.627 Comuni per un totale 30 milioni di abitanti. In buona misura le sorgenti luminose – che si tratti di tubi o lampade fluorescenti, di lampade a scarica ad alta intensità, ad alta o bassa pressione - sono per l’85% fatte di vetro. Tra i materiali recuperati dalla massa di lampadine esauste, è infatti il vetro che pesa di più: 3.160 tonnellate. Poi ci sono le plastiche (60 tonnellate), i metalli (189 tonnellate), le polveri di materiali che non si sono disperse nell’ambiente (292 tonnellate). MERCURIO - In particolare la raccolta del 2011 ha permesso di recuperare quasi 120 tonnellate tra mercurio e altri materiali tossici sottratti alla dispersione nell’ambiente. La presenza di mercurio all’interno delle lampade varia con il variare della tipologia: il modello fluorescente lineare ne contiene fra 3 e 30 milligrammi mentre le fluorescenti compatte tra 1 e 5 milligrammi. Le lampade a scarica ad alta intensità tra 20 e 50 milligrammi.

RECUPERO - In totale, i modelli di competenza di Ecolamp, sono un catalogo di ben 120 differenti lampade tutte in commercio. Il consorzio (oltre 140 produttori, 65% del mercato) non tratta lampadine a incandescenza, ma solo Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), tipologia R5, le sorgenti luminose. «Siamo in crescita costante da anni: nel 2011 abbiamo registrato un incremento del 13% e nelle prime sei settimane del 2012 abbiamo già recuperato 175 tonnellate. Ma l’obiettivo è raggiungere 2 mila tonnellate all’anno. Sono ottimista, ci potremo arrivare nel giro di un paio d’anni», commenta il direttore generale di Ecolamp, Fabrizio D’Amico. «Abbiamo bisogno che i distributori, soprattutto supermercati e ipermercati, accettino di collocare i contenitori per la raccolta diretta. Sono ancora una minoranza quelli che espongono i nostri scatoloni che, invece, dovrebbero essere a disposizione dei consumatori in ogni punto vendita. In altri Paesi è la norma, ma da noi c’è un’inspiegabile resistenza», prosegue D’Amico.

SMALTIMENTO - Si tratta di scatole di cartone, simili a quelle per la raccolta delle pile, presenti ormai anche nei piccoli market, ma un poco più voluminosi, che il consorzio si impegna a ritirare per lo smaltimento. Così come è possibile vedere queste scatole all’interno di piccoli negozi di quartiere, dovrebbe – logicamente - essere usuale notare la loro presenza in tutti i supermercati. Invece non è così. «Se non vengono trattate separatamente, le lampadine a basso consumo rilasciano nell’ambiente sostanze nocive. Il mercurio di una singola lampada magari non fa nulla», provoca il direttore generale. «Ma proviamo a pensare a migliaia di lampade abbandonate sul greto di un fiume o sulla riva del mare: le sostanze contenute possono arrivare in falda. Inoltre si perdono materiali riciclabili al 95%: è questa infatti la percentuale di recupero delle componenti».

SENSO CIVICO - La raccolta avviene in parte grazie al senso civico dei cittadini che portano le lampadine alle isole ecologiche, 3.200 distribuite su tutto il territorio italiano, 1.726 servite da Ecolamp: per facilitare i consumatori, il consorzio ha sviluppato un’applicazione per smartphone e tablet - l'Isola che c'è - che consente la ricerca del centro di raccolta più vicino. È poi attivo da giugno 2010 il servizio «uno contro uno» che permette ai cittadini di restituire le vecchie lampade al momento dell’acquisto delle nuove presso i punti vendita: il consorzio mette a disposizione gratuitamente gli appositi contenitori (Ecopoint). Per installatori e i professionisti del settore offre due servizi: Collection Point, punti di raccolta dove conferire direttamente e senza costi qualsiasi quantitativo di lampade esauste, oppure Extralamp, oltre i 100 chili.

NUOVA VITA - Una volta raccolte, le lampadine tornano a nuova vita dopo un trattamento d’urto (chiamato Crash and sieve, fracassa e setaccia) che in un paio d’ore trita, separa e stocca in un container i materiali differenti. Un tappeto vibrante consente la separazione delle plastiche dai vetri e dai metalli, mentre un processo di aspirazione e filtrazione (chiamato captazione) separa le polveri fluorescenti dal mercurio, che viene recuperato per distillazione e riutilizzato a livello industriale. Il vetro lavato e triturato in scaglie di circa mezzo centimetro trova nuove applicazioni che vanno dalle lane di vetro agli isolanti ai processi di vetrificazione delle piastrelle. Trovano dunque riconversione nell’edilizia le nostre lampade esauste, un mercato che in Italia significa 120 milioni di pezzi venduti ogni anno.

mercoledì 25 gennaio 2012

inquinamento marino:Giglio, allarme detersivi "Livelli come a Marghera"

Le analisi dell'Arpat rilevano una concentrazione di tensioattivi in mare di 2-3 mg/litro nell'area intorno alla nave naufragata, più del limite consentito. Di solito nell'arcipelago il livello è zero

I detersivi e i saponi a bordo della nave Concordia si stanno sciogliendo nel mare cristallino dell'Isola del Giglio. All'ottavo giorno di controlli, e al tredicesimo che segue l'incredibile naufragio, il timore contaminazione diventa una certificazione scientifica: nelle acque attorno alla nave - quattro punti di controllo, a prua, a poppa e lungo le due fiancate - ci sono detersivi in quantità considerevole.

I test realizzati dal battello Poseidon, proprietà dell'Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana, illustrano una concentrazione di tensioattivi di 2-3 milligrammi per litro. A bordo della Concordia, secondo una prima informazione girata all'Arpat dagli armatori della Costa, c'erano detersivi "per alcune centinaia di chili". Tutto quello che nella notte del naufragio non era in bottiglie sigillate, ora si sta sciogliendo nel mare. E si teme che la pressione sul fondo della nave, appoggiata su un roccione di granito a 37 metri di profondità, possa far esplodere anche i prodotti chiusi.

Per avere un termine di paragone dell'inquinamento in corso, bisogna ricordare che il mare dell'Isola del Giglio ha una concentrazione standard di tensioattivi (detersivi) pari a zero. I livelli sono monitorati con costanza dall'Arpat. E ancora, il limite di 2 milligrammi di tensioattivi per litro - che ieri nelle acque davanti al Promontorio del Lazzaretto era stato superato - è quello definito per legge per gli scarichi industriali. In questo momento, grazie all'assurdo naufragio della Costa Concordia, l'immacolato Giglio ha un inquinamento superiore a quello delle aree industriali affacciate sul mare (Marghera a Venezia, Vado a Savona, Piombino in provincia di Livorno, per offrire degli esempi).

I primi otto giorni di controlli al Giglio non hanno accertato presenza di idrocarburi: olio e gasolio. Sono stati accertati solventi in quantità minime (a bordo della nave, è appurato, c'erano solventi e pitture). "I detersivi", spiega Alessandro Franchi, dirigente dell'Arpat, "sono aggressivi in tempi rapidi, quando sono concentrati, ma hanno il vantaggio di disperdersi nel mare altrettanto velocemente".
I biologi marini del battello oceanografico Poseidon nell'arco di un mese porteranno a compimento altri due tipi di test. Il primo, realizzato insieme all'istituto pubblico Ispra, si concentrerà sui sedimenti marini e su flora e fauna ittica. Il secondo, servendosi delle stazioni fisse di controllo posizionate all'Argentario, all'Isola d'Elba e al Parco dell'Uccellina, controllerà eventuali contaminazioni del mare nelle aree limitrofe all'Isola del Giglio.

fonte:http://www.repubblica.it/ambiente/2012/01/25/news/costa_concordia_detersivi_inquinamento_giglio-28727522/?rss

venerdì 25 novembre 2011

INQUINAMENTO IN EUROPA: Impianti superinquinanti il conto è 102-169 miliardi

L'indagine dell'Agenzia Ue per l'ambiente rivela che i tre quarti dei danni sono attribuibili a 622 stabilimenti. Il costo a carico di ogni cittadino europeo è di 200-300 euro. In testa Germania, Regno Unito, Polonia, Francia, Italia


Mentre una parte del tessuto produttivo si sta riconvertendo a tecnologie a basso impatto ambientale, in Europa l'inquinamento ha uno zoccolo duro. Un gruppo di 191 stabilimenti è responsabile, da solo, di danni valutabili tra i 51 e gli 85 miliardi di euro. Estendendo il calcolo a 10 mila siti, il conto sale e si colloca tra i 102 e i 169 miliardi di euro. Ma i tre quarti del carico inquinante sono attribuibili a 622 impianti.

E' quanto emerge dall'ultimo studio dell'Agenzia europea per l'ambiente che analizza gli effetti prodotti da sostanze come gli ossidi di azoto, l'anidride solforosa, i metalli pesanti, le polveri sottili e l'anidride carbonica. La ricerca utilizza i dati forniti dalle stesse aziende, un assieme di industrie che va dalle società che producono elettricità alle raffinerie, dalle imprese chimiche a quelle che trattano i rifiuti (i trasporti e la maggior parte delle attività agricole sono esclusi).

Questo tipo di inquinamento costa a ogni cittadino europeo una cifra compresa tra 200 e 330 euro l'anno. E un gruppo di Paesi (Germania, Regno Unito, Polonia, Francia, Italia) guida la classifica dei super inquinatori. Se nella valutazione si inserisce però il rapporto con il prodotto interno lordo l'ordine cambia e in cima all'elenco troviamo Bulgaria, Romania, Estonia, Polonia e Repubblica Ceca. Le centrali elettriche che utilizzano fonti fossili sono al primo posto nella lista dei grandi inquinatori e tra i 20 impianti a maggior impatto ambientale figura la centrale elettrica Federico II di Brindisi Sud.


L'analisi dell'Agenzia europea precisa anche i danni prodotti: aumento dell'ozono di bassa quota (con relativo aggravio dei problemi respiratori e cardiovascolari), acidificazione ed eutrofizzazione degli ambienti, aumento di elementi tossici negli ecosistemi terrestri e acquatici.

"I cittadini europei stanno pagando l'inquinamento prodotto dagli impianti inquinanti con un sacrificio personale, con un danno alla loro salute", commenta Jacqueline McGlade, la biologa che guida l'Agenzia europea per l'ambiente. "Per quanto riguarda l'Italia va fatta una riflessione ulteriore: l'età media avanzata della popolazione comporta un'esposizione maggiore ai rischi prodotti dall'inquinamento. Calcolando inoltre che una parte significativa del problema deriva dalle centrali elettriche che utilizzano combustibili fossili, va sottolineata l'importanza di una spinta verso le fonti rinnovabili: il sole e il vento possono migliorare la qualità dell'aria che respiriamo dando un contributo molto importante all'alleggerimento del rischio sanitario".

FONTE:http://www.repubblica.it/ambiente/2011/11/24/news/responsabili_inquinamento-25523711/?rss

domenica 20 novembre 2011

INQUINAMENTO: Nove milioni di italiani vivono in aree contaminate da diossine e altri inquinanti, la denuncia dei geologi

«Nove milioni di cittadini italiani vivono» immersi nei "veleni", «in aree contaminate da diossine, idrocarburi policiclici aromatici, metalli pesanti, solventi organo clorurati e policlorobifenili (Pcb)». A rivelarlo all'Adnkronos è il geologo Francesco Russo, vice Presidente dell'Ordine dei Geologi della Campania. I siti di interesse nazionale coinvolti sono 57 (3% del territorio nazionale). Si tratta di zone industriali dismesse, aree in cui l'attivitá industriale è ancora attiva, porti, ex miniere, cave, discariche non conformi alla legislazione, discariche abusive.

«La gravitá della contaminazione in queste zone, con rilevanti impatti ambientali, sanitari e socio-economici, - denuncia Russo - ha fatto sì che esse venissero prese in carico dallo Stato, con stanziamento di fondi ad hoc per la loro messa in sicurezza e bonifica. Ma urge un Piano Nazionale per le bonifiche che miri a investimenti legati ad efficienza e sostenibilitá, certezza sulle risorse finanziarie e alleggerimento degli iter procedurali degli organi di controllo locali». «Devono, insomma, - aggiunge lo scienziato - essere prese decisioni coraggiose ed impopolari» se si vuole uscire da questo drammatico impasse.

Almeno un sito inquinato in ogni regione, "primato" della Lombardia Non c'è regione italiana che non abbia nel suo territorio almeno un sito contaminato. «Il primato - riferisce Russo - lo detiene la Lombardia, con ben 7 aree, seguita dalla Campania con 6, da Piemonte e Toscana con 5, da Puglia e Sicilia con 4. La Campania insieme alla Sardegna condivide, inoltre, il primato delle regioni dove ci sono le aree contaminate più vaste, in totale 345.000 ettari in Campania e 445.000 ettari in Sardegna, il Molise invece, rappresenta la regione con meno superficie contaminata, solo 4 ettari».

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2011-11-20/nove-milioni-italiani-vivono-154655.shtml?uuid=Aa9dL6ME

lunedì 6 dicembre 2010

aMBIENTE: Chi uccide il clima in Italia?

Greenpeace Italia pubblica la nuova classifica dei grandi “inquinatori” dell’anno e il primo classificato è sempre lo stesso: il gigante Enel. Per il quarto anno consecutivo il colosso dell’energia si conferma al primo posto nella lista dei cattivi, seguito da Edison e il Gruppo Saras dei Moratti. Lo si apprende da una nota pubblicata sul sito internet del gruppo ambientalista.


fONTE: http://www.greenpeace.org/italy/news/co2-inquinamento-classifica


Abbiamo lanciato la classifica dei grandi "inquinatori" dell'anno e il primo classificato è sempre lo stesso: il gigante Enel. Per il quarto anno consecutivo il colosso dell'energia si conferma al primo posto nella lista dei cattivi, seguito da Edison e il Gruppo Saras.


Sono 13 milioni le tonnellate (Mt) di CO2 emesse nel 2009 dalla centrale Enel a carbone "Brindisi sud". A seguire la Centrale Edison di Taranto con 5,9 Mt di CO2 e la raffineria Saras di Sarroch con 5,2 Mt di CO2.

Anche se le cifre rimangono alte, complici la crisi economica e l'effetto degli interventi di efficientamento energetico, la CO2 nel 2009 è calata. Da 538,6 milioni di tonnellate del 2008 siamo passati a quota 502 milioni. Ma non basta.

Rispetto al 1990, infatti, la diminuzione è stata del 3%, meno della metà dell'obiettivo fissato dal Protocollo di Kyoto. Non solo, le emissioni della centrale Enel a carbone "Brindisi sud" registrate nel 2009, hanno superato ampiamente le quote e i limiti di 10,4 Mt di CO2 imposti dalla Direttiva europea sulle emissioni (Emission Trading Scheme).

I dati degli ultimi cinque anni dimostrano una riduzione costante delle emissioni del settore termoelettrico, passate dalle 147 Mt del 2005 alle 122,2 del 2009. Il merito è anche della massiccia diffusione delle fonti rinnovabili, il cui contributo sulla produzione totale di energia elettrica ha oramai superato il 20%. Esiste un ampio margine per aumentare questa quota di energie verdi, ma si continua a puntare sul carbone e, in un futuro più lontano, sul nucleare.

Le centrali a carbone autorizzate o in corso di autorizzazione prevedono un totale di circa 40 nuovi Mt di CO2. Se realizzate, impediranno all'Italia di raggiungere i suoi obiettivi di riduzione delle emissioni al 2020 e potranno gravare sui contribuenti per centinaia di milioni di euro. In particolare, il piano di investimenti di Enel comporterebbe quasi il raddoppio delle sue emissioni di CO2. Vogliamo veramente che la politica ambientale del maggior gruppo elettrico italiano sia proprio questa?

È il momento giusto per orientare il nostro sistema economico produttivo verso soluzioni innovative, basate sulle fonti rinnovabili e l'efficienza energetica, capaci di generare occupazione sostenibile e durevole, migliorare la qualità dell'ambiente e della vita delle persone.

Nei giorni scorsi il Governo ha presentato una proposta di Decreto legislativo in attuazione della Direttiva rinnovabili. Nonostante alcuni aspetti innovativi, la proposta assesta un colpo mortale allo sviluppo dell'energia eolica e colpisce il comparto fotovoltaico, riducendo il meccanismo degli incentivi in maniera disordinata. Chiediamo al Governo una revisione della proposta, anche alla luce dei dati della nostra classifica.


Ma Enel non ci sta e a poche ore dalla pubblicazione della classifica arriva la replica: l’allarme lanciato da Greenpeace sulle emissioni inquinanti “è ingiustificato” perché l’Enel non inquina: “Le emissioni delle centrali sono sotto i limiti e in costante calo: nessun pericolo di sanzioni all’Italia”. L’azienda precisa poi che “la CO2 non è un inquinante con effetti sull’ambiente e la salute delle regioni dove viene prodotta”. ‘E’ infatti – sottolinea – ritenuta un gas responsabile dell’effetto-serra a livello globale. Basti pensare che in poche ore la Cina emette più CO2 che tutte le centrali pugliesi in un anno”. Come per i diritti del lavoro, ormai, il paragone è con la Cina.

sabato 4 dicembre 2010

tumori : “IL CANCRO È UNA MALATTIA PURAMENTE ARTIFICIALE”, PAROLA DI SCIENZIATI

Evviva, ci sono arrivati perfino gli scienziati: il cancro è una malattia artificiale!
Meglio tardi che mai, possiamo dire.
Dopo innumerevoli tentativi – tuttora in corso – di farci credere che il cancro è un difetto genetico, un microbo errante o peggio ancora un virus, arriva, dagli stessi ambienti dell’establishment medico-scientifico, una notizia alquanto interessante. Una notizia che smentisce loro stessi.

In Inghilterra, per l’esattezza all’Università di Manchester, un gruppo di ricercatori dopo una lunga ricerca che ha scandagliato e perlustrato migliaia di anni di storia, dalle mummie egiziane fino ad alcuni corpi del Sud America, hanno concluso che le patologie tumorali erano pressoché sconosciute dagli esseri umani dell’antichità.
Lo studio, capeggiato dal professor Michael Zimmerman e collega Rosalie David, è stato pubblicato nella rivista scientifica Nature Reviews Cancer. Zimmerman ha espressamente detto che “l’assenza di neoplasie in mummie deve essere interpretato come indicazione della loro rarità nell’antichità, indicando che i fattori che causano il cancro sono limitati alle società moderne industrializzate”.

Hanno esaminato al microscopio innumerevoli reperti fossili di corpi mummificati, centinaia e centinaia di mummie egiziane, risultato: un solo caso di cancro confermato.

I ricercatori hanno poi rigettato la classica tesi secondo la quale gli antichi egizi non vivevano abbastanza a lungo per sviluppare il cancro, portando invece le prove oggettive del riscontro di altre malattie legate proprio all’avanzare dell’età: indurimento arterioso e ossa fragili. Per tanto la quasi totale assenza di tumori non è da imputarsi alla brevità della vita. D’altronde basta studiare attentamente la storia (non quella dei sussidiari moderni, scritti dalla propaganda di Regime), per rendersi conto che per esempio nell’antica Grecia la longevità era fatto assolutamente normale e che superava anche le nostre attuali tendenze.

Un’ulteriore conferma delle scoperte degli scienziati britannici è venuta dallo studio di migliaia di ossa di uomini di Neanderthal: un solo esempio di un tumore. Mentre le prove di cancro descritte negli antichi testi egizi, secondo i ricercatori sarebbero state causate da vene varicose, lebbra o altro, ma non tumore.
Gli antichi greci furono probabilmente i primi a definire il cancro come una malattia specifica, distinguendo tra tumori benigni e maligni, e tale lavoro è stato portato avanti dal padre della medicina moderna, il grande Ippocrate.

I professori di Manchester continuano la loro requisitoria ricordando che solo nel XVII° secolo vi furono le prime vere descrizioni di operazioni al seno per tumori, e i primi rapporti nella letteratura scientifica di tumori ben distinti si verificarono solo negli ultimi 200 anni o poco più (il cancro ai testicoli negli spazzacamini nel 1775 e il cancro al naso nelle persone che fiutavano il tabacco nel 1761).
In conclusione, il tasso di insorgenza di tumori (soprattutto nei bambini, cioè nelle persone più indifese e sensibili della società) è aumentato esponenzialmente dopo la grande rivoluzione industriale, dimostrando inequivocabilmente che tale aumento non è dovuto alla maggiore longevità delle persone ma all’enorme inquinamento ambientale.

Il professor Rosalie David, che ha presentato i risultati allo zar britannico del cancro Mike Richards, in una recente conferenza, ha detto: “Nella società industrializzata, come causa di morte il cancro è secondo solo alle malattie cardiovascolari. Ma nei tempi antichi, era estremamente raro. Non c’è nulla nell’ambiente naturale che possa provocare il cancro. Quindi deve essere una malattia artificiale, inquinamento e cambiamenti della nostra dieta e del nostro stile di vita. Abbiamo osservato millenni e non centinaia di anni”.

A tal proposito, il dottor Rachel Thompson, del World Cancer Research Fund, ha detto che “questa ricerca è molto interessante. Circa una persona su tre nel Regno Unito avrà il cancro per cui è abbastanza comune nel mondo moderno.

Una persona su tre, secondo oncologi, in Inghilterra manifesterà il cancro; ogni anno ne muoiono proprio per questa malattia o per le cure associate, oltre 150.000.

Dati allarmanti che dovrebbero farci tutti riflettere, anche perché, molto probabilmente la mortalità per cancro non è seconda alle malattie cardiovascolari. Quando infatti muore una persona (per cancro o anche per cause naturali) normalmente viene scritto nell’atto di decesso: “arresto cardiorespiratorio” o “arresto cardio-circolatorio”, e questi dati potrebbero andare a gonfiare le statistiche delle mortalità per malattie cardiovascolari, posizionandole al primo posto almeno nel mondo occidentale.

Ufficialmente le cause di morte sono le seguenti: 1° malattie cardiovascolari 2° tumori 3° cause iatrogene: medici stessi.

La realtà, come sempre, è assai diversa dalle cose che ci raccontano gli “esperti”.
Ufficiosamente le principali cause di morte sono le seguenti:

1° tumori
2° malattie cardiovascolari
3° cause iatrogene: medici stessi.

Quello che probabilmente rimane invariato sono proprio le morti iatrogene, cioè indotte e/o provocate da errori medici (farmaci, operazioni, ecc.).

Dal punto di vista igienistico, non ha molto senso tale diversificazione tra malattie cardiovascolari e tumorali, perché entrambe sono il risultato finale dello stile di vita!

Per riprendere il titolo della ricerca britannica e del presente articolo, le odierne malattie che stanno mietendo vittime ogni secondo nel mondo industrializzato, sono assolutamente artificiali e non naturali. Perciò non dobbiamo dare la colpa ad un gene viziato o difettoso, ad un microbo (i quali vivono in simbiosi, con noi e dentro di noi, da centinaia di migliaia di anni e sono di vitale importanza per l’economia organica), o ad un esserino un milione di volte più piccolo di una cellula, come il virus, perché è molto più semplice incolpare qualcuno esterno a noi, qualcuno che ci deresponsabilizzi, che ci tolga lo specchio per non guardare la nostra stessa esistenza.
Così facciamo sistematicamente da decenni e i frutti sono sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vedere!

I numeri sono allarmanti e i tempi sono assolutamente maturi per prendere coscienza del fenomeno e soprattutto per muoversi.
Ora gli stessi scienziati dicono che una dieta sana, un’attività fisica regolare, un peso sano possono prevenire circa un terzo dei tumori più comuni. Un terzo.
Poco importa la riduzione di un terzo, piuttosto che tre quarti, sono soltanto numeri, e in quanto tali manipolabili a proprio piacimento. La cosa fondamentale è capire che lo stile di vita ha sempre fatto in passato e fa ancor oggi una grande differenza.

Cosa s’intende per stile di vita?
Per stile di vita s’intende tutto: quello che mangiamo, respiriamo e beviamo, pensiamo, sentiamo e proviamo; è l’intero mondo dei sentimenti, il corretto del corpo, il riposo, l’aspetto spirituale, ecc.

- Un’alimentazione sana nel rispetto della Natura e delle corrette combinazioni e sequenze, è un’alimentazione basata su alimenti vivi e vitali, non morti (raffinati, pastorizzati) o pregni di chimica tossica e cancerogena (additivi, aromi, edulcoranti, zuccheri, ecc.) o acidificanti come tutte le proteine di origine animale (carne, pesce, uova, latticini).

Una alimentazione sana aiuta ad avere digestioni rapidi e veloci, riducendo le tossine derivate da fermentazioni e putrefazioni intestinali, e fornendo oltre all’energia vitale anche le sostanze nutrizionali (vitamine, sali minerali, enzimi) fondamentali per un corretto funzionamento organico e cellulare.
Se è vero, come è vero, che la malattia acuta è una “eliminazione vicariante” delle tossine, cioè il meccanismo intelligente messo in atto dalla Natura per eliminare o abbassare il carico tossico, viene da sé che diminuendo la quantità delle tossine endogene prodotte con l’alimentazione, si riduce la cosiddetta “malattia”.

- L’attività fisica regolare non è intesa per modellare esteticamente il corpo, ma per smuovere il sistema linfatico. Tramite la linfa infatti avviene da una parte il trasporto di alcuni importanti nutrimenti, e dall’altra l’espulsione delle scorie tossiche che produciamo. Basti pensare che ogni giorno, per l’intera nostra esistenza, muoiono circa 70 miliardi di cellule. Una parte di queste viene riciclata dal corpo stesso, mentre il resto deve essere espulso dal corpo intossicante.
Inoltre il movimento smuovendo muscoli e articolazioni, li mantiene efficienti e attivi (come per esempio il classico esercizio per gli addominali che è straordinario per la funzionalità degli intestini e non solo).
- Il Sole è fonte di vita. Nonostante alcune assurde indicazioni mediche, esporre il più possibile il corpo nudo anche d’inverno fa bene a tutto l’organismo. Nella pelle esposta al Sole si produce per esempio la Vitamina D, l’unica che possiamo correttamente assimilare a differenza di quella di sintesi. Va fatta molta attenzione, durante il periodo estivo, agli orari più caldi per non incorrere in ustioni cutanee gratuite! Ultima precisazione, qui si sta parlando del Sole e non delle deleterie lampade artificiali, perché l’essere umano ha bisogno di tutto lo spettro della radiazione stellare e non di una piccola parte di esso.


- L’aspetto emozionale gioca un ruolo estremamente importante. La televisione per esempio, oltreché strumento di controllo mentale, serve proprio a veicolare spazzatura per la mente, spazzatura emozionale sotto forma di pseudo-notizie (stupri, assassinii, massacri, violenze, terremoti, uragani, ecc.) che inculcano il senso di impotenza; programmi d’intrattenimento beceri e assurdi che hanno l’obiettivo d’ingolfarci la corteccia prefrontale del cervello per far sì che le redini dei comandi (consci e inconsci) vengano prese dal cervello limbico, quello antico, e guarda caso il “cervello emozionale”…
Per questo e per moltissimo altro ancora, la tivù va gettata nella spazzatura quanto prima o centellinata con il contagocce, soprattutto se ci sono bambini.


Ci sarebbe ovviamente molto altro da dire, ma la cosa importante è diventare una volta per tutte responsabili della propria salute e soprattutto della propria malattia. Basta dare la colpa a esseri microscopici come i batteri o invisibili come i virus; basta incolpare la Natura per un corredo genetico imperfetto o difettoso. Ricordiamo quello che disse Louis Pasteur sul letto di morte, e cioè che il microbo non è niente in confronto al terreno. Il terreno è il nostro intero organismo: cellule, liquidi (sangue, linfa e liquidi extracellulari), organi, muscoli, apparati, ecc.
Poco importa se fu davvero Pasteur a dire quelle parole: sono una profonda e sacrosanta Verità, il Terreno è tutto!

Un terreno inquinato, tossico, acido e pregno di tossine endogene (fermentazioni e putrefazioni intestinali dovute ad una alimentazione innaturale basata su proteine animali e nelle scorrette combinazioni e sequenze, ecc.) e tossine esogene (vaccini, inquinanti, metalli pesanti, nano particelle, droghe e farmaci, ecc.) è il preludio di ogni malattia. Viceversa, un terreno biologico sano, predispone alla salute organica.

Detto questo, e tenendo in considerazione che nel Sistema-Uomo, Corpo e Mente viaggiano in due binari paralleli ma collegati e interagenti tra loro, star bene dal punto di vista organico, significa riflettere tale stato nell’aspetto mentale. Ridurre le tossine prodotte nel corpo (e quindi presenti nel sangue) significa ridurre il rischio che tali tossine penetrino la barriera emato-encefalica (B.E.E.) entrando direttamente e pericolosamente nel cervello. Possiamo a questo punto immaginare quali potrebbero essere le conseguenze di tale ingerenza, nell’eziologia o nell’aggravamento di serie problematiche (Alzheimer, Parkinson, Sclerosi, depressione, iperattività, ecc.) aumentate negli ultimi anni a livelli esponenziali. Ci hanno sempre rassicurati che la BEE è una barriera insuperabile, eppure sempre più esami autoptici riscontrano sostanze tossiche e velenose direttamente nel cervello!

Uno degli accessi diretti al cervello è la cosiddetta “via del glutammato”, cioè delle eccitotossine: acido aspartico (vedi aspartame) e acido glutammico (vedi glutammato e glutammato monosodico, MSG).[1] Quando sono presenti nel nostro organismo in quantità elevata, “aprono”, grazie ai recettori presenti dentro e fuori la BEE, un accesso diretto al cervello[2]. Questo potrebbe essere uno dei meccanismi che permette l’entrata dei metalli pesanti (iniettati in vena tramite i vaccini o introdotti con l’alimentazione o la respirazione), come alluminio, mercurio, bario, cadmio, piombo e di tutte le altre tossine presenti nel sangue, come le proteine non completamente digerite (soprattutto “glutine”, la proteina di alcuni cereali, e “caseina” quella dei latticini), candida, scarti e residui metabolici tossici delle proteine animali (indòlo, scatòlo, cadaverina, putrescina, ecc.).
Ecco perché il nostro stile di vita può fare la differenza!

fonte: http://www.stampalibera.com/?p=18706

martedì 30 novembre 2010

FANGHI TOSSICI IN ITALIA: Fanghi rossi da incubo

INQUINAMENTO. Dopo i traffici illegali di rifiuti, i carabinieri del Noe accertano anche la contaminazione delle falde. E nessuno indaga sulle conseguenze per la salute dei cittadini a Portovesme e nell’area del Sulcis.

Fanghi industriali, polveri rosse, fumi d’acciaieria. Sono solo alcuni dei veleni con cui i cittadini del Sulcis Iglesiente, Sardegna sud-occidentale, sono da decenni costretti a convivere. L’area di Portovesme ospita uno dei poli industriali più inquinanti di tutta l’isola, tristemente al centro della cronaca di questi ultimi due anni per la crisi che ha colpito l’Alcoa e l’Eurallumina. Ora torna sotto i riflettori per le conclusioni di un’indagine relativa alla Portovesme Srl, un’impresa di metallurgia di prodotti non ferrosi (specie piombo e zinco) Il prossimo 10 dicembre, infatti, presso il Tribunale penale di Cagliari inizierà il processo per un traffico di rifiuti altamente pericolosi smaltiti illecitamente, secondo gli inquirenti, in cave del cagliaritano e, addirittura, nella realizzazione di riempimenti stradali e piazzali degli ospedali.

Tra gli imputati figurano il responsabile del sistema Gestione ambientale della Portovesme, Aldo Zucca, la responsabile della gestione rifiuti Maria Vittoria Asara, l’amministratore unico della società di interramenti Tecnoscavi Massimo Pistoia e altre sei persone. Le associazioni ecologiste Gruppo d’intervento giuridico e Amici della Terra chiederanno di essere potersi costituire come parte civile. Non si tratta, purtroppo, dell’unico caso registrato nella provincia di Carbonia-Iglesias, dove le questioni sociali e politiche legate alla perdita di posti di lavoro per la crisi dell’industria pesante si intrecciano drammaticamente con una pressione ambientale sempre più insostenibile. Il risultato è una sorta di “colonialismo industriale”, che in cambio di qualche centinaio di posti di lavoro chiede carta bianca riguardo allo sfruttamento del territorio.

Esattamente quello che sta succedendo a Portovesme, dove i russi della Rusal, che hanno acquisito Eurallumina dopo il suo fallimento, chiedono in cambio della riapertura dei battenti dell’industria il permesso di aprire un nuovo bacino per il contenimento dei fanghi rossi che derivano dalla produzione di ossido di alluminio a partire dalla bauxite. Per l’area di Portovesme si tratterebbe della terza vasca a cielo aperto ricolma di fanghi rossi, gli stessi che pochi mesi fa hanno messo in ginocchio l’Ungheria. Con una differenza: i rifiuti industriali accumulati dal 1975 ad oggi nel territorio del piccolo paese sardo sono pari a circa 20 milioni di metri cubi, un volume 25 volte superiore a quello che ha devastato le campagne ungheresi.

Il primo allarme fanghi rossi in Sardegna risale al 29 marzo 2009, quando, in seguito alla rottura di una tubatura che trasportava acqua di falda superficiale, sulla strada che attraversa il polo di Portovesme si è riversato un fiume rossastro. Un colore che ha indotto la magistratura a porre immediatamente sotto sequestro preventivo i due bacini esistenti e ad avviare le indagini del caso. Dal lavoro dei carabinieri del Nucleo operativo ecologico è emersa una situazione davvero preoccupante: nelle falde sotterranee sono stati rilevati fluoruri, boro, manganese e arsenico in quantità oltre i limiti consentiti dalla legge. Ma quanto fanno male i rifiuti industriali di Portovesme?

Le sostanze chimiche a cui sono esposti i cittadini del Sulcis sono così tante che è difficile stabilire quale veleno sia responsabile di quale patologia e solo una puntigliosa indagine potrebbe arrivare a stabilirlo. Ma questa indagine, ad oggi, non è stata portata avanti. Eppure i rischi ci sono, perché «le esposizioni croniche ai fluoruri – afferma il radiologo Vincenzo Migaleddu - sono associate ad insufficienze renali, patologie polmonari, neurotossicità, problemi per il feto durante la gravidanza e accumulo di fluoro in denti ed ossa». La minaccia più incombente, affermano i “Carlofortini preoccupati” è proprio questa: «L’indifferenza degli amministratori e degli enti preposti al controllo».
FONTE: http://www.terranews.it/news/2010/11/fanghi-rossi-da-incubo

sabato 30 ottobre 2010

INQUINAMENTO :Aria di casa 5 volte piu'inquinata CHE QUELLA FUORI


L'inquinamento dell'aria non e' solo quello atmosferico. L'aria di casa e' infatti, a sorpresa, 5 volte piu' inquinata di quella esterna. Il dato arriva da una ricerca dell'Epa, l'Ente Usa di protezione ambientale. Proprio per valutare l'impatto di un problema ancora poco studiato anche in Italia, parte il 1/o gruppo di studio nazionale sull'inquinamento indoor voluto dall'Iss. Obiettivo, approfondire gli argomenti e proporre linee di indirizzo e comportamento a tutela della salute.

L'inquinamento all'interbo delle mura domestiche puo' essere anche cinque volte superiore rispetto all'esterno: lo hanno dimostrato numerosi studi internazionali ed e' per questo che l'ISS ha davto vitaal via il primo gruppo di studio nazionale sulla materia.

Ma per difendersi cosa bisogna fare? Ecco un vademecum sgerito dagli esperti dell'ISS.
Pulizia. E' bene leggere attentamente le etichette e non miscelare mai i prodotti, soprattutto non mischiare acido muriatico, candeggina e ammoniaca per non dar luogo a vapori estremamente tossici. E' bene sempre arieggiare la casa per assicurare il ricambio d'aria, usare accorgimenti antiacari per materassi, cuscini, divani. Limitare l'uso di deodoranti spray. Contro le tarme evitare la naftalina e ricorrere a sostanze naturali che si possono acquistare in erboristeria.

Mobili. Meglio utilizzare semplicemente panni in microfibra per detergere il mobilio anziche' i classici spray ''mangia polvere'' che sono per lo piu' a base di formaldeide. In questo caso, tuttavia, e' bene tenere per un po' le finestre aperte dopo il loro utilizzo.
Vernici e pitture. Ventilare gli ambienti fino alla scomparsa degli odori e comunque utilizzare vernici a base d'acqua o a basso contenuto di COV.
Combustioni. E' bene limitare l'uso di stufe a legna e caminetti se privi di sistemi a norma di smaltimento dei fumi. Per lo stesso motivo, ovvero lo sprigionamento di benzene e sostanze prodotte dalla combustione, e' meglio limitare l'accensione di candele profumate e bastoncini d'incenso.

Il Gruppo di studio è composto da diverse istituzioni: il ministero della Salute, il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur), il Cnr, l’Enea, l’Ispra, l’Università di Roma La Sapienza, l’associazione DonnEuropee Federcasalinghe azionale. Hanno inoltre aderito al progetto le Regioni Basilicata, Emilia Romagna, Lazio, Marche, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Toscana, Veneto e Valle d’Aosta.

lunedì 18 ottobre 2010

Ecosistema Urbano : E' ALLARME NELLE GRANDI CITTA'.

Per l'ambiente notizie tutt'altro che buone dalle grandi città italiane. Con l’unica eccezione di Torino tutti i centri urbani con più di mezzo milione di abitanti vedono peggiorare il loro "stato di salute". Il quaro, assai poco rassicurante, emerge dalla 17^ edizione di "Ecosistema Urbano", l’annuale report di Legambiente e Ambiente Italia sullo stato di salute ambientale dei comuni capoluogo italiani, presentato oggi a Firenze.

Male le città più grandi Nonostante gli sforzi (vedi Ecopass) Milano peggiora in tutti gli indici della qualità dell’aria e in particolare per le concentrazioni di ozono: 60 giorni di superamento, erano 41 lo scorso anno), Napoli e Palermo soccombono sotto i cumuli di rifiuti abbandonati nelle strade, incapaci di intraprendere un sistema di raccolta differenziata efficace mentre a Roma i cittadini patiscono ogni giorno gli effetti dannosi di una mobilità scriteriata con centro e periferie invase dalle auto private.

Diversi parametri Il dossier e le classifiche
proposte sono state redatte tenendo in considerazione una serie di parametri che contribuiscono a rendere migliore o peggiore la qualità di vita di una città dal punto di vista ambientale: dalla quantità di Pm10 nell’aria all’acqua potabile, dalla produzione di rifiuti alla raccolta differenziata, ma anche il trasporto pubblico, le piste ciclabili, il verde urbano e le politiche energetiche.

Trento, Bolzano e Siena, La Spezia, Pordenone, Bologna e, a chiudere la top ten, Livorno. Balza agli occhi l’assoluto predominio del fondo della graduatoria da parte del Mezzogiorno e in particolar modo delle città siciliane. Tra gli ultimi venti comuni solo la ligure Imperia (93ª) rimane a rappresentare il settentrione. Le altre regioni rappresentate nella coda della graduatoria sono Calabria, con 4 città, Campania, Sardegna e Puglia. Le laziali Viterbo (84ª), Frosinone (94ª) e Latina (100ª) e la toscana Pistoia (85ª) compongono la rappresentanza in coda del centro del Paese. Palermo è 101ª, poi c’è la calabrese Crotone (102ª) e ultima è Catania (103ª).

Questo il quadro descritto dalle centinaia di dati della XVII edizione di Ecosistema Urbano, l'annuale ricerca di Legambiente e Ambiente Italia sullo stato di salute ambientale dei comuni capoluogo italiani realizzata con la collaborazione editoriale del Sole 24 Ore, presentato oggi a Firenze nel corso di un convegno che ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Matteo Renzi, Flavio Tosi e Michele Emiliano, rispettivamente sindaci di Firenze, Verona e Bari, Emanuele Burgin, presidente del Coordinamento delle Agende 21 locali, Roberto Della Seta, della commissione Ambiente del Senato e Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente.

Grandi centri in caduta libera dicevamo, eccetto Torino (74ª): Genova, 32ª (era 22ª nella scorsa edizione); Milano, 63ª (ma 46ª lo scorso anno); Roma, 75ª (era 62ª); Napoli, 96ª (era 89ª); Palermo, 101ª (90ª nella scorsa edizione). La flessione è dovuta ad una generale conferma di performance storicamente non esaltanti in alcuni dei settori chiave del rapporto. Come ad esempio la qualità dell’aria, dove Milano peggiora in tutti e tre gli indici, e dove Palermo, Napoli e Roma non brillano. Oppure nel trasporto pubblico dove Palermo arretra con evidenza nei passeggeri trasportati, crollando dai 110 viaggi per abitante all’anno della passata edizione agli attuali 44 appena, e Napoli e Genova peggiorano di poco. O, ancora nella depurazione dove tutte le grandi flettono tranne Torino e Genova che restano stabili. Oppure nella percentuale di rifiuti raccolti in maniera differenziata dove Roma resta immobile ad appena il 19,5% e Palermo addirittura scende ad un ridicolo 3,9% (era il 4,3% nella scorsa edizione). Resiste solo Torino, che è 74ª (era 77ª lo scorso anno), proprio perché migliora di poco nelle medie del Pm10 e soprattutto dell’Ozono dove dimezza i giorni di superamento della soglia, scendendo a 36 giorni contro i 74 dello scorso anno, come risale, di poco, anche nei settori del trasporto pubblico, dei consumi idrici e dei rifiuti, sia nella produzione che nella raccolta differenziata, dove arriva al 42%.

Nel complesso, i nuovi numeri dei principali comuni capoluogo di provincia d’Italia ci dicono cherestano al palole isole pedonali, le zone a traffico limitato e il verde, si conferma scarsamente utilizzato il trasporto pubblico, mentre crescono leimmatricolazioni di automobili, molto probabilmente frutto dell’ennesima rottamazione promossa dal Governo. Non si muove quasi la capacità di depurazione delle acque reflue, così come non diminuiscono sostanzialmentele perdite delle reti idriche. Cresce, ed è una delle notizie più liete di questa edizione del rapporto, la raccolta differenziata, così come ladiffusione delle energie rinnovabili. Permane l’emergenza smog anche se le medie del Pm10 si abbassano lievemente, mentre crescono quelle dell’Ozono. Come lo scorso anno si registra una lieve contrazione della produzione di rifiuti e dei consumi di carburante.

“La vera emergenza nelle nostre città – ha dichiarato il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza – è rappresentata spesso dalla scarsa lungimiranza, dalla mancanza di coraggio e di modernità da parte di chi le governa. Perché se è vero che lo Stato investe pochissimo nelle infrastrutture per il trasporto pubblico urbano, questo non può diventare l’alibi per l’immobilismo delle grandi città che oggi invece potrebbero rappresentare il fulcro del cambiamento, approntando da subito interventi sostanziosi quasi a costo zero. Dobbiamo guardare all’Europa. Il road pricing a Londra per esempio, con il pedaggio per le automobili in una vasta area del centro, ha ridotto il traffico del 21%, fatto salire del 6% il numero di passeggeri del trasporto pubblico e portato nelle casse comunali un introito di oltre 150 milioni di euro l’anno da reinvestire nella mobilità sostenibile. Barcellona ha puntato sulla rete su ferro e Parigi ha alleggerito il traffico puntando sul Bike sharing, con decine di migliaia di biciclette a disposizione di cittadini e turisti in tutta la città”.

I movimenti più visibili (in positivo e in negativo) riguardano i capoluoghi più piccoli del Belpaese. Balzano in avanti Oristano (22ª, ma 74ª lo scorso anno), Avellino (29ª, era addirittura 80ª), Sondrio (35ª, era 73ª), Isernia (52ª, era 95ª nella passata edizione) e Pordenone, che scalando 29 posti entra nella top ten (è ottava, era 37ª lo scorso anno). Le palesi rimonte di queste città, così come le altrettanto chiare flessioni di altre, sono dovute al fatto che sono state fornite risposte complete al questionario di Legambiente, ma anche e soprattutto che nei settori più “pesanti” della ricerca si sono evidenziati miglioramenti sostanziali. Come nella qualità dell’aria (Pordenone, Isernia, Sondrio, Oristano) o nella raccolta differenziata dei rifiuti (Pordenone, Oristano, Avellino, Sondrio e Isernia) o, ancora, nei passeggeri trasportati dal trasporto pubblico (Avellino), nella depurazione (Avellino, Oristano e Pordenone) o nei consumi idrici (Oristano, Sondrio, Isernia).

Sorprende quest’anno, in positivo, la presenza tra i primi quaranta capoluoghi di ben 5 città meridionali (erano 4, ma tra i primi 42 lo scorso), due delle quali campane. Ancora più eclatante è il fatto che la conferma di Salerno (19ª, era 34ª nella passata edizione) e la comparsa di Avellino (29ª, 80ª lo scorso anno) avviene principalmente per un impressionante balzo in avanti nei numeri della raccolta differenziata dei rifiuti, messo insieme a performance complessivamente buone. Segno indiscutibile che qualcosa di buono, con fatica, riesce ad emergere tra le tante difficoltà di un pezzo fondamentale del Paese, il Meridione, fatto di piccoli e medi centri urbani che provano a pianificare il futuro cercando di gestire le emergenze del presente.

Le virtuose. In testa alla classifica, Belluno, che era 2ª lo scorso anno e prima due e tre edizioni or sono del rapporto, si conferma vincitrice per un trend complessivamente buono, conquistando un solo primato assoluto nella produzione di rifiuti che scende di poco, e riconfermando i buoni dati relativi alla qualità dell’aria, nella percentuale raccolta differenziata, nel calo nella produzione complessiva di rifiuti, nel numero dei passeggeri trasportati dal trasporto pubblico (dai 77 viaggi per abitante all’anno della passata edizione agli attuali 91). Seconda è Verbania, prima lo scorso anno e quarta due edizioni fa del rapporto. Il capoluogo piemontese conferma sostanzialmente le performance dello scorso anno: tra le prime (con 21 microgrammi al metro cubo) nella media annuale delle polveri sottili, migliora in quelle dell’Ozono. Diminuiscono i consumi idrici, cala ancora lievemente la percentuale di acqua dispersa dalla rete idrica. Scende di poco la produzione dei rifiuti ma rallenta la percentuale di rifiuti raccolti in modo differenziato che si attesta al 72%. Crescono i metri quadrati di verde a disposizione dei cittadini. In negativo per Verbania c’è la generale stasi nei numeri riguardanti la mobilità. Terza è Parma che conferma ancora il suo stazionamento tra le prime (era 5ª due anni or sono e ancora 3ª lo scorso anno). La città emiliana fa registrare un generale immobilismo per quel che riguarda la qualità dell’aria con i valori relativi all’NO2 e all’Ozono in lieve peggioramento, e una conferma delle medie dei valori del Pm10 (sempre a 34 microgrammi al metro cubo). Allo stesso modo si confermano sostanzialmente fermi i numeri relativi al trasporto pubblico e agli altri indicatori legati alla mobilità. Ma i passi avanti ci sono, lievi ma costanti: si registra una generale diminuzione sia dei consumi idrici procapite che delle perdite della rete idrica. Migliora anche la situazione legata alla gestione dei rifiuti; crescono ancora i metri equivalenti legati alla circolazione delle bici così come aumentano di poco anche i metri quadrati procapite destinati alle limitazioni del traffico veicolare e al verde pubblico.

Scorrendo la classifica, ecco la vera sorpresa entrata di prepotenza nella nostra top ten: Pordenone. Il capoluogo friulano, arriva all’ottavo posto dalla 37ª posizione dello scorso anno. Il suo prepotente avanzamento è dovuto a miglioramenti significativi in settori chiave di Ecosistema Urbano. Migliora infatti nella qualità dell’aria (in tutti e tre gli inquinanti monitorati); nei rifiuti, diminuendo la produzione complessiva e agganciando il primato assoluto nella percentuale di rifiuti raccolti in maniera differenziata con il 76,3% (era appena il 44,4% lo scorso anno). Migliora anche nelle energie rinnovabili (solare Termico e Fotovoltaico e Politiche energetiche). Diminuiscono poi i consumi di carburanti e aumenta lo spazio per le bici (da 14,04 metri equivalenti per abitante dello scorso anno a 15,98). Cresce di poco la capacità di depurazione e calano le perdite di rete (dal 14% dello scorso anno al 10%). Bologna si conferma al nono posto, mentre decima è Livorno, che era dodicesima nella passata edizione e 24ª due anni fa. Livorno migliora in tutti e tre gli indicatori legati all’inquinamento atmosferico; porta al 99% la sua capacità di depurare i reflui (era al 95% nella scorsa edizione); aumenta la percentuale di rifiuti raccolti in modo differenziato, ancora lontana da livelli ottimali, ma in crescita (38,2%).

Le recidive. Anche in questa diciassettesima edizione di Ecosistema Urbano di Legambiente le ultimissime sono tutte del Sud, due siciliane e una calabrese. Palermo passa dal novantesimo posto dello scorso anno al terzultimo, scendendo di ben undici posizioni. Nell’aria infatti la città sicula peggiora le medie di No2 e Pm10, mentre migliora un po’ nei giorni di superamento dei limiti per l’Ozono. Migliorano impercettibilmente i consumi idrici ma aumentano le perdite della rete idrica (dal 47% al 49% attuale). Ma soprattutto, Palermo vede crescere la produzione di rifiuti procapite (da 595,5 Kg/ab/anno a 572,3) e scende ancora la già risibile percentuale di rifiuti raccolti in modo differenziato (3,9%). Pesante flessione anche nei passeggeri sul trasporto pubblico (dai 110 viaggi per abitante all’anno nel 2009 agli appena 44 di questa edizione). Praticamente inesistenti piste ciclabili, isole pedonali e ztl, così come immobile ci pare la situazione relativa alla gestione e lo sviluppo delle energie rinnovabili, ed è tra le ultime per metri quadrati di verde urbano destinato ai cittadini. Crescono poi anche i consumi di carburanti nei quali Palermo lo scorso anno eccelleva. Dopo Palermo si conferma la calabrese Crotone, 102ª. Il capoluogo calabro piazza una fila di ND in tutti e tre gli indici legati all’inquinamento atmosferico, ma riesce a diminuire in modo impercettibile i consumi idrici e le perdite della rete idrica. Pesantemente negativo è l’aumento della produzione complessiva di rifiuti ed il calo nella percentuale di raccolta differenziata (da 15,7% della passata edizione all’attuale 13,4%). Maglia nera 2010 è Catania, 103ª. Una grande città, che negli ultimi anni è lentamente peggiorata nelle performance ambientali: era infatti 94ª tre edizioni or sono, 101ª due anni fa e già ultima lo scorso anno. Il quadro complessivo ci dice che Catania ha una qualità dell’aria non ottimale, perdite della rete idrica che arrivano al 50%, alti consumi idrici procapite, una depurazione che copre poco più del 20% dell’utenza, un trasporto pubblico scarsamente utilizzato, sempre più auto in circolazione, una elevata produzione di rifiuti, una percentuale ridicola di rifiuti raccolti in maniera differenziata, pochissimi centimetri di suolo urbano destinati a pedoni, ciclisti e ztl e meno di 5 metri quadri di verde per ogni abitante (sono 4,79 mq/abitante). Unica nota di colore nel grigiume è rappresentata dai metri quadrati di solare termico installati su edifici comunali ogni 1.000 abitanti, indice nel quale Catania anche quest’anno si conferma quinta assoluta con 4,77 metri quadrati installati ogni 1.000 abitanti.

L’Ufficio Stampa Legambiente (06.86268353-79-60-76)

Ecosistema Urbano, l’annuale ricerca di Legambiente e dell’Istituto di Ricerche Ambiente Italia, realizzata con la collaborazione editoriale de Il Sole 24 Ore, quest’anno alla sua diciassettesima edizione, è realizzata attraverso questionari e interviste dirette ai 103 comuni capoluogo di provincia e sulla base di altre fonti statistiche, con informazioni su 125 parametri ambientali per un corpus totale di oltre 125mila dati. I dati di questa edizione del rapporto fanno quindi prevalentemente riferimento all’anno 2009.
fonte: http://www.legambiente.it/dettaglio.php?tipologia_id=3&contenuti_id=1772

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