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lunedì 24 giugno 2013

REATI AMBIENTALI: i 12 peggiori crimini contro l'ambiente rimasti impuniti

Reati ambientali. Centinaia delle grandi sciagure che hanno devastato o stanno ancora devastando il nostro Pianeta risultano al momento impunite. Dalla distruzione delle foreste indonesiane per la fabbricazione di carta da parte della multinazionale APP (e all'abbattimento degli alberi contribuisce anche la produzione di olio di palma) ai 350 mila abitanti delle Maldive che si preparano ad emigrare a causa dei cambiamenti climatici.

Sono soltanto due degli esempi che compongono la "sporca dozzina" dei crimini contro l'ambiente presentata dalla Supernational Environmental Justice Foundation (Fondazione SEJF) per rendere evidente come molte delle devastazioni che hanno colpito o stanno colpendo il nostro Pianeta risultino impunite. Non vi sono stati risarcimenti per i danni provocati e i colpevoli non sono stati assicurati alla giustizia. Ecco la lista nera dei peggiori crimini contro la Terra e l'umanità. L'elenco non è esaustivo, purtroppo, ma costituisce di certo un prezioso spunto di riflessione.
1) Maldive e Kiribati: le isole sommerse dal cambiamento climatico

I 350 mila abitanti delle Maldive vivono minacciati dall'innalzamento del livello del mare. Se i cambiamenti climatici portassero ad un aumento della temperatura del Pianeta pari a "soli" 4 gradi, ciò provocherebbe ondate di calore estremo, una diminuzione degli stock alimentari, un rialzo del livello del mare che colpirebbe centinaia di milioni di persone, che sarebbero costrette a lasciare le proprie case. La situazione alle Maldive e tanto grave che gli abitanti sono già pronti ad essere ospitati dall'Australia. I nomadi del clima sono già qui.
2) Canada: le sabbie bituminose minacciano i nativi

Lo sfruttamento delle sabbie bituminose canadesi è forse l'attività industriale più dannosa del pianeta. La loro estrazione ha portato alla distruzione di una regione grande quanto la Florida. La foresta boreale viene distrutta e per ogni barile di petrolio da ottenere ne vengono sprecati cinque d'acqua. I beni comuni e le popolazioni native sono a rischio. I liquami tossici vengono scaricati nei laghi. La produzione di petrolio da sabbie bituminose minaccia le popolazioni che vivono attorno ai giacimenti, inquinando le falde acquifere e la carne di alce, che costituisce un elemento essenziale per l'alimentazione di Metis e Inuit.
3) Nigeria: il delta del Niger è avvelenato

L'estrazione di petrolio dal delta del Niger è devastante per gli ecosistemi e le popolazioni residenti. Viene posta in atto una pratica illegale, che consiste nel bruciare il gas che esce dai pozzi petroliferi insieme al greggio. Il fumo così generato contiene un'elevata quantità di sostanze tossiche per la salute e per l'ambiente. Respirare i fumi nocivi comporta avvelenamento del sangue e cancro.
4) Indonesia: la produzione di carta uccide le foreste pluviali

La produzione di carta da parte della multinazionale APP sta portando alla scomparsa delle foreste pluviali dell'Indonesia, uno dei più importanti ecosistemi del pianeta. Si tratta di un habitat essenziale alla sopravvivenza dell'orango e della tigre di Sumatra. Questi luoghi ospitano il 12% dei mammiferi, il 15% dei rettili e il 17% degli uccelli del pianeta. Malgrado sia attiva da decenni, e operi oramai su un mercato di dimensioni mondiali, la APP non ha messo a punto un sistema di pratiche di sostenibilità, contando sugli alti margini di profitto assicurati da pratiche forestali di saccheggio.
5) Giappone: lo tsunami nucleare di Fukushima

Il terremoto dell'11 marzo 2011 ha sconvolto il Giappone. Alla scossa di magnitudo 9 è seguito uno tsunami che ha messo in ginocchio i sistemi di sicurezza delle centrali nucleari, portando all'esplosione del reattore 1 della centrale di Fukushima e alla fusione del nocciolo nei reattori 2 e 3. Lo sgombero, nel giro di 30 chilometri, ha interessato più di 110 mila persone, delle quali 21 mila vivono ancora fuori dalle loro abitazioni. Centinaia di migliaia di persone sono ancora esposte ai rischi a lungo termine delle radiazioni. Le vittime non hanno ottenuto alcun risarcimento. Non sarà Tepco a pagare, ma la popolazione giapponese, mentre il Governo ha investito 3500 miliardi di yen per salvare l'azienda elettrica dalla bancarotta.
6) Golfo del Messico: la marea nera della Deepwater Horizon

Si tratta del più grave danno ambientale marino della storia statunitense. La marea nera che per oltre 106 giorni si è riversata in mare – si stima fra le 460 mila e le 800 mila tonnellate - ha generato danni ingenti, tanto da rendere impossibile una quantificazione certa degli effetti del disastro, soprattutto pensando alle conseguenze negli anni a venire. Dagli ecosistemi marini, alla salute delle popolazioni, dall'industria della pesca, a quella turistica, le ripercussioni sono state enormi. La BP si è accordata con il governo americano per un fondo risarcimento alle vittime di 20 miliardi di dollari, ma i reali danni del disastro ambientale sono tutti da valutare e la certezza della pena ancora da stabilire.
7) Romania: l'onda di cianuro del Danubio

L'onda di cianuro partita il 31 gennaio 2000 dalla miniera d'oro Esmeralda, ad Auriol, in Romania, dopo aver ucciso i due affluenti che le hanno permesso di arrivare al Danubio, punta decisa alla foce del fiume blu, cioè alla più grande zona umida d'Europa, uno dei pochi paradisi naturali sopravvissuti nel vecchio continente. Le accuse più gravi riguardano la dinamica dell'incidente che ha causato il disastro. Secondo la società rumeno-australiana che possiede la miniera Esmeralda, la colpa è di un fenomeno naturale, il disgelo, che avrebbe fatto tracimare una diga. Ma gli ambientalisti fanno notare che questo genere di dighe non dà sufficienti garanzie e chiedono di rivedere l'intero sistema delle autorizzazioni minerarie. La compagnia australiana Esmeralda Exploration ha dichiarato fallimento e nessuno ha mai risarcito un solo euro per uno dei disastri più imponenti della storia nei confronti di un sistema fluviale.
8) Ecuador: estrazioni petrolifere e contaminazione della foresta amazzonica

La multinazionale Chevron-Texaco, durante le operazioni di esplorazione e sfruttamento delle risorse petrolifere in Ecuador, nell'area del Lago Agrio, ha inquinato pesantemente oltre due milioni di ettari, contaminando gravemente la foresta amazzonica. Già nel 1993, 30 mila tra abitanti e agricoltori hanno denunciato l'accaduto. Un tribunale dell'Ecuador ha riconosciuto la colpevolezza di Texaco, multandola per 18 miliardi di dollari, ma dopo varie fasi del processo, l'azienda petrolifera si è appellata alla Corte Internazionale dell'Aja. Il reato rimane al momento impunito.
9) Mar Ligure: il disastro della petroliera Haven

La superpetroliera Haven affondò nel Mar Ligure il 14 aprile 1991, dopo un'agonia di quattro giorni. L'affondamento provocò la morte di 5 uomini dell'equipaggio e lo sversamento sui fondali marini di 134 mila tonnellate di petrolio. L'eredità dell'accaduto continua oggi e proseguirà per i prossimi 10 anni, con effetti negativi sull'ecosistema marino. La petroliera aveva mostrato segni di malfunzionamento già durante il viaggio verso l'Italia. Il risarcimento economico ottenuto è stato giudicato irrisorio rispetto ad altri casi analoghi.
10) Bielorussia: l'incidente nucleare di Chernobyl

Chernobyl costituisce l'incidente nucleare più grave della storia. Il disastro avvenne il 26 aprile 1986, presso la centrale nucleare V.I. Lenin. Le cause furono indicate in gravi mancanze da parte del personale, sia tecnico che dirigente, in problemi relativi alla struttura e alla progettazione dell'impianto stesso e nell'errata gestione economica e amministrativa della centrale. Il personale si rese responsabile della violazione di svariate norme di sicurezza e di buon senso, portando a un brusco e incontrollato aumento della potenza e della temperatura del nocciolo del reattore n°4 della centrale. Si formò una nube di vapore radioattivo che si disperse nell'aria e ricadde su vaste aree intorno alla centrale, contaminandole pesantemente e rendendo necessaria l'evacuazione circa 336 mila persone. Non esistono ancora oggi dati ufficiali e definitivi sui decessi ricollegabili alla tragedia. Non venne accertata alcuna responsabilità penale. Il disastro rimane impunito.
11) Argentina: la montagna di piombo di Abra Pampa

Nella cittadina di Abra Pampa, nel nord dell'Argentina, si trova una montagna formata da 30 mila tonnellate di piombo, proveniente dalle lavorazioni di un impianto chiuso negli anni '80. L'81% della popolazione infantile è esposta ai danni derivanti dal piombo, soprattutto a causa dell'inalazione di polvere del minerale. L'esposizione alla contaminazione riguarda anche gli adulti. I danni cerebrali nei più piccoli non sono trattabili e includono ritardo mentale, diminuzione del quoziente intellettivo, carenza di attenzione, dislessia.
12) India: la nube di pesticidi tossici di Bhopal

Il 3 dicembre 1984, nello stablimento della Union Carbide India Limited, situato nella località di Bophal e specializzato nella produzione di pesticidi, si sprigionò una nube tossica di isocianato di metile, La nube uccise in breve tempo oltre 2000 persone e ne avvelenò decine di migliaia. Nel giugno 2010 un tribunale di Bhopal ha emesso una sentenza di colpevolezza per omicidio colposo per grave negligenza nei confronti di otto ex-dirigenti indiani della UCIL. Le condanne e le multe stabilite sono state giudicate irrisorie.

FONTE:http://www.greenme.it/informarsi/ambiente/10699-sporca-dozzina-12-crimini-contro-ambiente

giovedì 3 gennaio 2013

Rischio disastro ecologico in Alaska: Si incaglia chiatta piena di carburante

 NEW YORK - Si rischia un disastro ecologico in Alaska, dove una chiatta per trivellazioni petrolifere con quasi 600mila litri di carburante a bordo ha rotto gli ormeggi a causa del forte maltempo e si è incagliata al largo dell'isola Sitkalidak, che si trova proprio davanti al Parco Nazionale Kodiak.


Nuovi dubbi sull'opportunità delle ricerche petrolifere nell'Artico dopo che una piattaforma della Shell è andata alla deriva e si è arenata in un'isola dell'Alaska presso un parco nazionale. La piattaforma di perforazione Kulluk della Shell nel pomeriggio di lunedì 1° gennaio con il mare in burrasca (vento con raffiche a 110 km/h e onde di 11 metri) ha rotto i cavi che la tenevano collegata a due rimorchiatori e si è arenata davanti alla costa sud-orientale dell'isola disabitata di Sitkalidak, che si trova di fronte al parco dell'isola Kodiak nel golfo dell'Alaska.
 PERDITE - Gli elicotteri che hanno sorvolato la piattaforma - al momento le condizioni del mare con vento a 60 km/h e onde di 10 metri non hanno consentito di salire a bordo - non hanno riscontrato perdite dai serbatoi che contengono 541 mila litri di diesel e 45 mila litri di oli e fluidi idraulici che mettano a rischio le foche e i leoni di mare che vivono nella baie di Sitkalidak. La Shell ha fatto sapere che la piattaforma è stata rinforzata con paratie in acciaio spesse 76 mm ed è tornata in attività la scorsa estate nel mare di Beaufort dopo lavori di ammodernamento per quasi 300 milioni di dollari.

POLEMICHE - La piattaforma di 28 mila tonnellate era in fase di traino diretta a Seattle per ulteriori lavori di manutenzione, ma la tempesta ha rotto i cavi. I 18 membri dell'equipaggio sono stati evacuati con gli elicotteri e nessuno è rimasto ferito. L'incidente ha riattivato negli Stati Uniti le polemiche sulle concessioni per la ricerca e lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio nell'Artico (anche se questo incidente non è avvenuto geograficamente nell'Artico) ed è un duro colpo al programma di 4,5 miliardi di dollari di ricerca offshore Shell. «Le compagnie petrolifere non possono fare ricerche in modo totalmente sicuro nelle condizioni esistenti a quelle latitudini. In caso di incidente le conseguenza per l'ambiente sarebbero disastrose», ha commentato Ed Markey, capogruppo dei democratici alla Camera nella commissione Risorse naturali. Lois Epstein, direttore del programma Artico della Wilderness Society, ha aggiunto che «le compagnie non sono in grado di far fronte alle condizioni ambientali dell'Artico». Rick Steiner, ex professore di biologia marina dell'Università dell'Alaska e attivista ambientale, ha aggiunto che i rischi del transito attraverso il golfo dell'Alaska per raggiungere i giacimenti nell'Artico sono stati sottostimati.

giovedì 13 ottobre 2011

inquinamento marino: Nuova Zelanda, crepe nello scafo la Rena potrebbe affondare

La nave incagliata da oltre una settimana nella barriera corallina rischia di spezzarsi. Quasi 2000 tonnellate di petrolio finirebbero in mare. Si teme il disastro ambientale. Intanto il comandante è stato incriminato

Il rischio di una nuova catastrofe naturale è concreto. Al largo della Nuova Zelanda sono sempre più critiche le condizioni della Rena, la nave porta-container battente bandiera liberiana incagliata da oltre una settimana nella barriera corallina, a circa 22 km dalla costa. Nello scafo si stanno aprendo delle crepe che potrebbero allargarsi fino a spaccarlo in due tronconi. Se così accadesse, in mare finirebbero 1700 tonnellate di petrolio che si trovano a bordo. Al momento sono 350 le tonnellate di carburante già fuoriuscite 1 che hanno raggiunto le spiagge della vicina Tauranga.

E' stata un'ispezione di funzionari di Maritime New Zealand, l'autorità di sicurezza marittima, a rivelare che una delle fessure aperte nello scafo si sta allargando. Negli ultimi due giorni la nave è stata flagellata da onde alte fino a 5 metri e da un forte vento che hanno fatto cadere in mare molti dei container a bordo. La metà della prua della nave lunga 236 metri è fermamente incastrata nei banchi corallini, la poppa è sommersa a più di 90 metri di profondità e lo scafo è inclinato di 18 gradi. Tre rimorchiatori tentano di evitare l'affondamento.

Intanto il comandante del cargo che trasporta 2100 container è stato arrestato ed è comparso davanti a un tribunale di Tauranga. Si tratta di un cittadino filippino di 44 anni che è stato incriminato secondo la legge marittima per aver "manovrato la nave provocando rischi e danni inutili". L'uomo è stato rinviato a giudizio e liberato su cauzione, ma rischia fino a 12 mesi di carcere e una multa pari a 5700 euro.

Centinaia di militari e di volontari sono impegnati nelle operazioni di pulizia sulle spiagge, raggiunte dalle dense bolle nere ma è certo che molto più petrolio raggiugerà le spiagge della zona. Oltre 200 uccelli sono stati trovati morti.

"Abbiamo identificato fratture da stress nello scafo quindi non possiamo escludere il rischio che la nave si spacchi e affondi, riversando in mare più di 1300 tonnellate di petrolio", ha dichiarato il premier neozelandese John Key durante una visita nella zona. Qualche giorno fa il ministro dell'Ambiente Nick Smith aveva definito l'emergenza come "la peggior catastrofe marittima della storia del Paese".

fonte: http://www.repubblica.it/ambiente/2011/10/13/news/nuova_zelanda-23142329/?rss

mercoledì 12 ottobre 2011

INQUINAMENTO DEI MARI :In Nuova Zelanda si teme affondamento del cargo incagliato

Secondo le autorità neozelandesi, i quattro serbatoi della nave (1700 tonnellate di gasolio) al momento sono ancora intatti e sigillati, e ciò che è arrivato a riva veniva probabilmente da un condotto o da un serbatoio secondario.

Come spiega il Wwf Italia, “a Nord della zona dell’attuale sversamento entriamo nel delicatissimo ambiente del Triangolo dei coralli, luogo privilegiato dalle azioni di conservazione del WWF Internazionale che abbraccia arcipelaghi unici come quelli dell Papua Nuova Guinea e delle isole Salomone”

“Se un inquinamento di questo tipo arrivasse nel cuore delle barriere coralline, che ospitano una diversità incredibile di ambienti e di organismi, sarebbe un vero disastro per la biodiversità del Pianeta”.

Fino a 300 tonnellate di carburante sono già arrivate a riva sulla spiaggia di Tauranga, nella baia di Plenty, dove sono situate riserve marine e paludi che brulicano di vita selvaggia: balene, delfini, pinguini, foche e uccelli rari.

La Rena, il portacontainer di un armatore greco battente bandiera liberiana che si è incagliato la scorsa settimana su una barriera corallina nella Bay of Plenty in Nuova Zelanda, rischia di affondare provocando una catastrofe ambientale irrimediabile. L

a nave si è inclinata ulteriormente: mentre prima erano 12 gradi, ora sono 18. Sullo scafo sono inoltre visibili grosse crepe che possono portare alla frattura in due della nave, dai cui serbatoi sono già fuoriuscite almeno 300 tonnellate di petrolio che hanno contaminato le spiagge. I 1.368 container trasportati si sono spostati e una settantina sono caduti in mare.

ACCUSE - Il capitano filippino della Rena, di 47.230 tonnellate di stazza, è stato arrestato ed è comparso davanti a un tribunale di Tauranga. Il 44enne è stato incriminato per «aver gestito la nave in modo da provocare pericolo o rischio non necessario» e rischia una multa di 10 mila dollari neozelandesi (circa 5.700 euro) o un anno di carcere. L'uomo è stato rinviato a giudizio e liberato su cauzione. «Abbiamo identificato fratture da stress nello scafo quindi non possiamo escludere il rischio che la nave si spacchi e affondi, riversando in mare altre 1.300 tonnellate di petrolio», ha detto il premier John Key durante una visita nella zona. Onde di 5 metri e forte vento hanno investito la Rena per due giorni. Centinaia di militari e di volontari sono impegnati nelle operazioni di pulizia sulle spiagge. Il portavoce di Maritime New Zealand, Steve Jones, ha avvertito che ulteriore petrolio raggiugerà le spiagge della zona. «Undici contenitori che contengono sostanze pericolose sono sempre sulla nave e non compaiono tra i circa 70 che sono caduti», ha aggiunto.

Fonte: http://www.corriere.it/ambiente/11_ottobre_12/nave-inclinata-nuovazelanda_bc4c23de-f4aa-11e0-a9a5-9e683f522ea7.shtml

lunedì 10 ottobre 2011

inquinamento mari : La marea nera del Rena tocca la Nuova Zelanda

Tracce di petrolio su una spiaggia della baia di Plenty: è il carburante fuoriuscito da un cargo che si è incagliato su una barriera corallina. A bordo ce ne sono 1700 tonnellate. Al lavoro le squadre di soccorso


Tracce di petrolio sulla spiaggia di Mount Maunganui, una località turistica della baia di Plenty, una delle più belle della Nuova Zelanda: è la prova che il carburante fuoriuscito dalla portacontainer Rena, incagliata da giorni al largo, ha raggiunto la costa. La nave, di una compagnia di navigazione italiana, si era arenata il 5 ottobre in una barriera corallina al largo del principale porto di esportazione della Nuova Zelanda e aveva cominciato a perdere petrolio, ma la fuga in un primo momento era stata bloccata.


La Rena, di 236 metri, registrata in Liberia, della Mediterranean Shipping Company di proprietà della famiglia dell'armatore di Sorrento Gianluigi Aponte, è carica per tre quarti con 2.100 container e 1.700 tonnellate di carburante pesante ed era a 22 chilometri dal porto di Tauranga, nell'isola del nord, dove era diretta per caricare altro cargo. Nessun ferito fra i 25 membri di equipaggio ma si è aperta una falla nello scafo, la nave si è inclinata di 12 gradi, due delle stive si sono allagate.

Le squadre di soccorso stanno lavorando 24 ore su 24 per mettere in sicurezza l'imbarcazione e svuotare le cisterne, soprattutto in vista di una tempesta annunciata per questa sera. Le autorità temono che possa cedere lo scafo della portacontainer, facendo così riversare in mare le 1700 tonnellate di carburante presenti a bordo. "Stiamo seguendo con attenzione le previsioni del tempo e la struttura dello scafo - ha dichiarato a Radio New Zealand Bruce Anderson, uno dei responsabili del Maritime New Zealand, l'Autorità per la sicurezza delle persone e dell'ambiente in mare - c'è il rischio di grandi danni e non ci facciamo illusioni a riguardo. Per questo stiamo lavorando 24 ore su 24 per portare via il carburante".

Le previsioni meteo indicano per stasera l'arrivo di una tempesta nella baia di Plenty, con piogge intense e venti che possono raggiungere i 90 chilometri orari. Le operazioni di intervento sono rese difficili dalla posizione della nave. Intanto le autorità sanitarie hanno emesso avvertenze sulla spiaggia di Mount Maunganui, invitando a non mangiare frutti di mare.


fonte :http://www.repubblica.it/ambiente/2011/10/10/news/nuova_zelanda-22967242/?rss

giovedì 18 agosto 2011

La marea nera nel Mare del Nord, Shell: «Situazione può peggiorare»

Centinaia di tonnellate di greggio potrebbero ancora riversarsi nelle acque del Mare del Nord, a causa di una falla che si è aperta in una piattaforma della Shell, al largo delle coste scozzesi. Lo ammette lo stesso gigante petrolifero, che continua a lavorare per risolvere il problema. Ne parla il quotidiano The Independent. Dall'inizio della fuoriuscita, mercoledì scorso, più di 200 tonnellate sono finite nel Mare del Nord, a causa di due falle - una è stata arginata - nella piattaforma Gannet Alpha.

INCIDENTE - Si tratta del peggior incidente ambientale nella regione negli ultimi dieci anni. Il direttore tecnico delle attività di esplorazione e produzione del gruppo petrolifero in Europa, Glen Cayley, ha dichiarato che «stiamo parlando di centinaia di tonnellate di greggio nell'oleodotto, che dobbiamo tenere lì. Fino a quando non avremo eliminato la falla e messo al sicuro l'oleodotto, posso dire che ci sarà un rischio». Finora, circa 218 tonnellate di greggio, l'equivalente di 1.300 barili, sono finite in mare. La macchia di petrolio ha un'estensione di circa 41 chilometri quadrati. La Shell continua a ripetere che la macchia dovrebbe disperdersi naturalmente, senza arrivare sulle coste. Ma i gruppi ambientalisti sono allarmati: Richard Dixon, di Wwf Scozia, ha dichiarato che «stiamo ottenendo una fotografia più completa dell'ampiezza della crisi, finalmente, visto che la Shell la tira per le lunghe per ogni piccola informazione». «Quella che la compagnia ha inizialmente definito come evento minore - ha aggiunto - ora non solo è la più grande fuoriuscita di greggio nel Mare del Nord nell'ultimo decennio, ma è qualcosa che potrebbe prolungarsi per settimane o mesi; potrebbe ancora finire in mare la stessa quantità di greggio, più di 200 tonnellate, già fuoriuscita finora».
fonte: http://www.corriere.it/esteri/11_agosto_17/scozia-falla-piattaforma-fuoriuscita-greggio_4e4756f8-c910-11e0-a392-b95dcb34082b.shtml

martedì 12 aprile 2011

TRIVELLAZIONI : MEDITERRANEO A RISCHIO TRIVELLAZIONI. NO A TREMITI

Le recenti autorizzazioni per le trivellazioni petrolifere al largo delle Isole Tremiti ricordano ancora una volta il rischio ambientale che corre il Mediterraneo. E' il WWF a rilanciare l'allarme circa le scoperte di giacimenti colossali di gas e altri idrocarburi sui fondali profondi del Mediterraneo (gia' al largo di Israele e al largo del delta del Nilo lo scorso febbraio), che hanno aperto una caccia al tesoro che rischia di danneggiare inevitabilmente ambienti unici per la biodiversita' marina, protetti in base a convenzioni internazionali.

''Si e' dimostrata per l'ennesima volta l'incapacita' di raccogliere gli insegnamenti che derivano dai disastri, come quello recente della BP nel Golfo del Messico, per arrivare a fare scelte compatibili con l'ambiente'', denuncia Antonio de Feo, presidente di WWF Puglia, sottolineando che ''nel caso delle Tremiti le trivellazioni verranno condotte ai confini virtuali della riserva marina, quindi con un forte impatto ambientale''.

Il WWF ricorda come diversi accordi obblighino i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo a passare attraverso il sistema VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) prima di esplorare e trivellare alla ricerca di gas e petrolio in acque ''offshore'': il piu' recente protocollo e' quello entrato in vigore nel dicembre 2010 nel quale si specifica che qualsiasi potenziale attivita' di sfruttamento di acque profonde, tra cui anche le prospezioni, debbano essere soggette ad autorizzazione sulla base di un'approfondita VIA.

martedì 29 marzo 2011

allarme ambientale in Germania: petroliera piena di benzina esplode in un porto del nord, contaminato il fiume Ems

Una petroliera che trasportava 900 metri cubi di benzina e' esplosa nella notte vicino al ad una raffineria, nei pressi del fiume Ems, in Germania. Lo riferiscono fonti della polizia locale, precisando che una notevole quantita' di benzina ha gia' contaminato il porto e la petroliera e' affondata.

Il canale Dortmund-Ems è stato chiuso fino a nuovo ordine. Secondo la polizia locale, il fiume Ems è stato contaminato.

Ancora sconosciute le ragioni dell'incendio. I cinque membri dell'equipaggio sono riusciti a scappare, ha poi precisato la polizia tedesca. ''Solo uno di loro ha subito lievi ferite''.

Intanto il canale e' stato temporaneamente bloccato e i residenti sono stati invitati dalle autorita' a restare nelle proprie abitazioni con le finestre chiuse per proteggersi dal fumo emesso durante l'esplosione.

giovedì 9 settembre 2010

DISASTRO AMBIENTALE: Golfo del Messico, uccelli migratori in pericolo a causa della marea nera

Cinque milioni di uccelli migratori sono diretti nel golfo del Messico, ignari che troveranno gli effetti della marea nera e poco cibo.. Lo affermano diversi esperti al sito del Discovery Channel, preoccupati per le conseguenze del passaggio in Louisiana, le cui coste sono ancora invase dal petrolio. Diverse spedizioni di ricercatori sono pronte a osservare gli effetti della marea nera sugli uccelli per capire se, considerata la situazione, sceglieranno altri luoghi per fermarsi.
fonte: ansa.it

venerdì 3 settembre 2010

Risolto il nuovo incidente petrolifero del Golfo del Messico, ma l’offshore conferma tutti i suoi rischi


E' stato spento l'incendio innescatosi dopo l'esplosione della piattaforma offshore Vermillion Oil Rig 380 nel Golfo del Messico, a 160 km a sud di Vermilion Bay, in Luisiana, ma le polemiche sul petrolio si sono nuovamente infiammate. Secondo il capitano della Guardia Costiera Usa Peter Troedsson «L'incendio è stato estinto, gli elicotteri dei guardiacoste sono sul luogo e le immagini del sito non indicano nessun tipo di sversamento visibile in acqua. Non ci sono tracce di fughe, però continueremo ad indagare e a controllare la situazione per essere sicuri che questo non cambi». Un pilota di un elicottero aveva segnalato sulla superficie del Golfo un'iridescenza da petrolio di oltre 1,5 chilometri di lunghezza e circa 30 metri di larghezza proveniente dalla piattaforma. Ma la Guardia Costiera non è riuscita a rintracciarla.

Scoppia un’altra piattaforma petrolifera davanti alle coste della Louisiana. E nel golfo del Messico torna per un giorno l’incubo “marea nera”. Questa volta, però, a differenza dell’incidente sulla base della Bp dell’aprile scorso, non ci sono vittime e la Guardia Costiera nella tarda serata di ieri ha confermato che le fiamme sulla piattaforma sono state spente e che non vi sono perdite di petrolio in mare.

L’azienda petrolifera proprietaria della piattaforma aveva subito escluso ogni perdita di greggio. Qualche ora dopo, però, era stata la stessa Guardia Costiera a riferire della presenza di una «macchia lucente» lunga circa un miglio attorno alla base. In serata, invece il capitano di Guardia Costiera, Peter Troedsson, ha ufficialmente reso noto che l’allarme era rientrato: «L’incendio è spento, e gli elicotteri e le navi della Guardia Costiera sul posto non segnalano alcuna perdita. Ma continuiamo a sorvegliare la situazione per essere certi che non vi siano cambiamenti».

L’incidente ha comunque messo in luce che questi grandi impianti non sono così sicuri come sostengono le compagnie petrolifere. Con l’incidente di ieri le trivellazioni off-shore tornano al centro di un dibattito acceso come non mai.

In Italia il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ha affermato che il nuovo incidente «conferma l’esigenza» di «più stringenti regole a livello internazionale», mettendo in evidenza la situazione nel Mediterraneo e sollecitando che «il problema venga posto all’ordine del giorno nelle prossime settimane nell’agenda europea».

da YouTube, uno dei video girati dalla Guardia Costiera



Ieri, i primi a dare l’allarme dello scoppio erano stati alcuni elicotteri e navi di passaggio che hanno scorto verso le 9 di mattina fumo provenire dalla Vermilion Oil 380, di proprietà dell’americana Mariner Energy. Si trova a 128 chilometri dalla costa, nello stesso specchio d’acqua in cui si trovava la tristemente famosa Deepwater Horizon. In questo caso, però, i 13 operai sono riusciti a mettersi in salvo dalle fiamme, buttandosi tutti in mare con i giubbotti salvagente, cosa che non era riuscita agli 11 lavoratori della Bp che morirono lo scorso 20 di aprile. Quel giorno, l’esplosione provocò il peggiore disastro ambientale della storia americana. Quello di ieri, solo una grande paura. Subito dopo l’allarme, sulla zona sono giunti in forza gli uomini della Guardia Costiera, con sette elicotteri, due aerei e quattro navi. Le prime, sporadiche notizie parlavano di un ferito, circostanza più tardi smentita sempre dalla compagnia petrolifera. In serata, poi, è arrivata anche l’esclusione di perdite.

Accantonata l’emergenza, s’indaga ora sulle cause dell’esplosione. La Mariner parla di un incendio in un deposito di gas, all’interno della base, e ricorda che al momento dello scoppio la piattaforma non era attiva, cioè non era in atto alcuna attività di pompaggio del greggio dal profondo del mare. Ma anche questa circostanza è stata messa in dubbio dal governatore della Louisiana, Bobby Jindal: «Stanno dicendo che la base era chiusa. Se ciò è vero - ha detto - allora è un fatto molto importante. Tuttavia si tratta di qualcosa che non abbiamo ancora verificato in modo indipendente». Anche secondo la Guardia Costiera, l’impianto stava estraendo greggio.
Secondo Jackie Savitz, uno scienziato dell'associazione ambientalista Oceana, quanto accaduto dimostra che «Non c'è bisogno di essere in acque profonde per avere un incidente, per questo bisogna proibire in modo assoluto le trivellazioni offshore».

Ma le compagnie petrolifere temono che questo ennesimo episodio spinga ad una moratoria ben più pesante ed estesa di quella temporanea stabilita per l'offshore profondo da Obama. Con incredibile e imbarazzante "tempismo" proprio la Mariner Energy aveva attaccato la moratoria il giorno prima del nuovo incidente: «Siamo nell'industria del petrolio e del gas da 40 anni e questa Amministrazione sta cercando di distruggerci - aveva detto la portavoce della Mariner, Barbara Dianne Hagood, in un'intervista al Financial Times - Questa moratoria, se sarà imposta, porterà ad un disastro finanziario per la Gulf coast, per i lavoratori della Gulf coast e per i residenti della Gulf coast». Il disastro c'è stato davvero: quello di immagine ed efficienza dato dalla Mariner Energy.

trivellazioni : NESSUNA GARANZIA SU TRIVELLAZIONI PROFONDE DEL PETROLIO

Il nuovo incidente nel Golfo del Messico, e' una conferma ulteriore, dopo il disastro della piattaforma Deepwater Horizon che verra' ricordata come la ''Cernobyl del petrolio'', che ormai il petrolio facile e' finito e la risposta dell'industria e' di continuare a spingere i limiti tecnologici penetrando in ambienti marini sempre piu' profondi, isolati e sensibili. Attualmente circa il 30% di tutto il petrolio estratto deriva da estrazioni petrolifere su fondale marino (costiero o off-shore) e questa percentuale e' in aumento. ''I recenti incidenti e le loro conseguenze hanno anche dimostrato l'esistenza di rischi specifici associati alle perforazioni sottomarine; carenze nelle regolamentazioni e omissioni di conformita' da parte dell'industria; cosi' come carenze nelle capacita' tecnologiche, logistiche e regolamentari, sia per la prevenzione di incidenti che per la reazione agli incidenti stessi - ha dichiarato Stefano Leoni, Presidente del WWF Italia - In queste circostanze il WWF ritiene che i Governi debbano adottare politiche e strategie per ridurre l'uso dei combustibili fossili liquidi, attraverso misure di efficienza energetica sostanziali, l'elettrificazione dei trasporti e lo sviluppo di fonti energetiche rinnovabili. La spinta verso tecnologie sempre piu' ai limiti per la ricerca e la gestione di fonti non rinnovabili allontana per le comunita' coinvolte sempre piu' la certezza su come rientrare da situazioni di emergenza e la scommessa sul nucleare in Italia e' un altro esempio di questo genere di rischi''

giovedì 2 settembre 2010

DISASTRO AMBIENTALE: Golfo del Messico, Esplosa un’altra piattaforma nel Golfo del Messico

La Guardia Costiera Usa ha reso noto che oggi è esplosa una piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico e che almeno uno dei lavoratori a bordo è rimasto ferito. Il Coast Guard Petty Officer Bill Colclough ha spiegato che «tutte le 13 persone a bordo della Vermilion Oil Rig 380 sono state contattate e quello che è stato ferito sta per essere trasportato in un ospedale»

Secondo quanto ha detto Colclough in un'intervista telefonica alla Cnn, la piattaforma offshore sarebbe in fiamme, ma non si sa ancora se l'esplosione abbia provocato anche uno sversamento di greggio. Altre testimonianze affermano che è visibile una colonna di fumo.

Diverse imbarcazioni della Guarda Costiera e della Marina Militare Usa, ma anche di imprese petrolifere, si stanno recando sul luogo dell'esplosione che è 200 miglia ad ovest dall'area del disastro della piattaforma Deepwater Horizon della Bp. La Coast Guard ha inviato sette elicotteri, due aerei e quattro imbarcazioni sul sito dell'esplosione a circa 80/90 miglia a sud di Vermilion Bay, davanti alla costa centrale della Louisiana. La guardia costiera dice che l'ultima esplosione è stata segnalata da una società di elicotteri commerciali alle 10,30, ora locale, secondo la stampa Usa e che ne potrebbe essere stata un'altra alle 9,30..

La Guardia Costiera per ora non sa nemmeno se si tratti di una piattaforma di estrazione del petrolio o di sola perforazione come era la Deepwater Horizon che ha causato il più grande disastro ambientale della storia statunitense. Alcuni giornali Usa e la stessa Cnn dicono invece che si tratta di una piattaforma di produzione che appartiene alla Mariner Energy, una compagnia petrolifera e gasiera con sede ad Huston in Texas che ha attività quasi esclusivamente nel Golfo del Messico. Ad aprile, in pieno dramma Bp, l'Apache Corp, un'altra piccola independent petroleum company, aveva annunciate un piano per comprare la Mariner per 3,9 miliardi di dollari, compresa l'assunzione di circa 1,2 miliardi di dollari di debiti della Mariner. Le trattative per l'accordo sono ancora in corso. Intanto nel Golfo è in arrivo un altro uragano.
fonte: http://www.greenreport.it/_new//index.php?page=default&id=6493

AMBIENTE: IN Groenlandia, trivelle in azione, il Polo è un pozzo di greggio MA sono altissimi i rischi per l'ambiente


Da una settimana una società inglese ha avviato le perforazioni nelle acque dell'Artico. Un'area che conserva il 13% delle riserve di oro nero rimaste sulla Terra. Ma il clima dell'estremo nord del pianeta rende difficili le operazioni. E sono altissimi i rischi per l'ambiente

LA ricerca dell'oro nero in tutti gli oceani del pianeta non smette di guardare avanti. Nonostante le paure e le problematiche che si sono aperte dopo quanto avvenuto durante l'esplorazione petrolifera in mare aperto nel Golfo del Messico. Da una settimana, come riferisce il New Scientist, sono le fredde acque artiche in prossimità della Groenlandia ad essere oggetto di trivellazione ad opera della società inglese Cairn Energy.

Il mondo intero guarda alle acque che circondano il Polo Nord come nuova meta per lo sfruttamento petrolifero e minerario. Dalle ricerche fin qui condotte, nell'area risulta esserci circa il 13% delle riserve di petrolio rimaste sulla Terra e circa il 30% di quelle di gas. L'incidente della Deepwater Horizon ha fermato momentaneamente le attività nelle acque americane, canadesi e norvegesi ma non in quelle groenlandesi e russe dove continuano la ricerca e le prime perforazioni. Tuttavia è proprio di poche settimane fa la notizia che americani e canadesi sono partiti con una nave oceanografica per importanti rilievi. "Con questa spedizione vogliamo definire con precisione quali sono i confini geologici dei nostri territori, quelli cioè che il trattato internazionale dei mari permette di considerare propri e quindi di esplorarli e sfruttarli", ha spiegato Brian Edwards del Servizio Geologico americano. La Russia aveva preceduto tale spedizione con una propria nave e due anni fa aveva mandato fin sul fondo del Polo Nord un sommergibile dove piantò la propria bandiera.

Estrarre petrolio nelle aree artiche è una sfida contro la natura che ha pochi confronti, sia che avvenga in mare che sulla terraferma. Gli uomini addetti ai lavori, qualunque attività eseguano, devono fare fronte ai movimenti del pack, agli iceberg, alle temperature estremamente fredde, alle tempeste e alle condizioni estreme quando scende la notte artica che dura circa 6 mesi.

Per questi motivi le compagnie petrolifere al momento stanno esplorando le aree marine più vicine alle coste e le più accessibili e, quando è possibile, cercano di costruire piccole isole artificiali da collegare alla terraferma così da trasformare un'esplorazione off-shore (in mare aperto) in una su terra. Quando non è possibile si costruiscono gigantesche strutture in acciaio che vengono ancorate sul fondo marino. La piattaforma russa Prirazlomnoye, ad esempio, quasi completamente costruita su un campo petrolifero dove si prevede la presenza di 610 milioni di barili e che si trova al nord della Russia, peserà 100.000 tonnellate e si trova su un mare profondo 20 metri. In questo caso sarà la sua gigantesca massa a proteggerla dal ghiaccio che la assedierà per otto mesi l'anno.


Quando bisognerà andare ancor più al largo le piattaforme saranno costantemente protette da rompighiaccio. La prima di queste sarà anch'essa russa e verrà costruita a 650 km dalle coste con un mare profondo 300 m e costantemente circondata dai ghiacci. Essa inizierà ad operare nel 2016.

Tutte le compagnie petrolifere insistono nel sostenere che le piattaforme saranno a prova di ogni evento estremo. Ma nonostante questo, molti gruppi ambientalisti fanno presente che il pericolo non viene solo dalle piattaforme ma anche dalle navi che dovranno fare la spola con esse per rifornirsi di olio. Il pack, gli iceberg e le tempeste renderanno inevitabili gli incidenti e in acque fredde una fuoriuscita di petrolio potrebbe creare danni realmente irreversibili all'ambiente. In quel mondo infatti, una fuoriuscita di greggio può essere contenuta solo in estate, ma le acque molto fredde rendono l'olio molto più stabile che non in quelle calde. Per la natura è assai più difficile eliminarlo e, come si è visto in Messico, l'uomo riesce a fare ben poco.
FONTE: repubblica.it

giovedì 26 agosto 2010

trivellazioni offshore: NO ALLE TRIVELLAZIONI ANCHE IN AREE NON PROTETTE


''E'in vigore da oggi il decreto del ministero dell'Ambiente, della tutela del territorio e del mare sulle trivellazioni offshore che salvera' Pelagos, il santuario internazionale dei mammiferi marini, dal rischio trivellazioni per l'estrazione di gas e petrolio a sud dell'Isola d'Elba, tra Pianosa e Montecristo''. Lo ricorda in una nota Legambiente che chiede un intervento del ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo per ''impedire scempi e disastri ambientali anche nelle aree costiere e marine non protette ma ugualmente pregiate e preziose''.

''La concessione di ricerca 'Elba Sud' di 643 km2, rilasciata alla Puma Petroleum della multinazionale australiana Key Petroleum Ltd - spiega l'associazione ambientalista - ricadrebbe infatti nel pieno della zona protetta che include al suo interno le aree protette di Bergeggi, Cinque Terre, Portofino, Secche della Meloria, Asinara, i parchi nazionali dell'Arcipelago toscano e dell'Arcipelago della Maddalena e che, a tutti gli effetti ex legem, rappresenta un'area protetta per scopi di tutela ambientale, in virtu' della legge nazionale istitutiva del santuario (la l. 426/98) realizzata in attuazione di accordi e convenzioni internazionali''.

''Il decreto pubblicato mercoledi' 11 agosto sul supplemento ordinario della G.U. - dichiara il vicepresidente nazionale di Legambiente Sebastiano Venneri - vieta le attivita' di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare all'interno del perimetro delle aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette per scopi di tutela ambientale ma purtroppo non garantisce tutte le zone non vincolate come il Canale di Sicilia e il mare di Pantelleria per esempio, dove e' appunto in corso una mobilitazione dei barcaioli insieme ai turisti e a molti residenti per dire no alle trivellazioni. Chiediamo quindi al ministro Stefania Prestigiacomo di pronunciarsi con chiarezza per impedire scempi e disastri ambientali anche nelle aree costiere e marine non protette ma ugualmente pregiate e preziose per un corretto sviluppo turistico-economico del Belpaese''.

mercoledì 25 agosto 2010

DISASTRO AMBIENTALE: Golfo del Messico, nuovi batteri mangia-greggio ripuliscono acque

'Mangiano' il greggio più velocemente e senza consumare ossigeno....

uove specie di batteri mangia-petrolio finora sconosciute stanno ''banchettando'' e consumando 'con voracita'' il 'pennacchio' di petrolio che si e' formato a causa del flusso di greggio fuoriuscito dal pozzo della BP nelle acque del Golfo del Messico.

Hanno degradato petrolio a ritmi piu' sostenuti dei normali batteri mangia-petrolio finora noti e per di piu' senza consumare ossigeno, quindi salvaguardando le altre specie viventi.

Sono i risultati emersi da uno studio che sara' pubblicato questa settimana sulla rivista science e verranno anticipati oggi dagli scienziati che l'anno condotto nel corso del meeting della International Society for Microbial Ecology, i ricercatori del Lawrence Berkeley National Laboratory. Diretti da Terry Hazen, hanno lavorato con due navi dal 25 maggio al 2 giugno e raccolto 200 campioni da 17 siti, per poi esaminarli con le piu' moderne strumentazioni per l'analisi del Dna.

E' emerso che la colonna di greggio del Golfo e' stata mangiata a ritmi mai visti da una serie di batteri degradatori di idrocarburi con l'avanguardia di alcune specie finora ignote che hanno fatto la gran parte del lavoro, somiglianti, spiegano gli esperti, a membri della famiglia 'Oceanospirillales'; si tratta cioe' di batteri abituati a vivere in condizioni estreme di temperatura e pressione.

Secondo i biologi questi batteri sono divenuti cosi' efficienti nel mangiare il petrolio adattandosi nel lungo periodo a 'mangiucchiare' idrocarburi naturalmente fuoriusciti attraverso crepe naturali del fondale. Nel loro lavoro di degradatori di greggio, spiegano i ricercatori, i batteri sono probabilmente stati avvantaggiati dagli effetti dello spargimento di una sostanza per ripulire le acque dal greggio che ha ridotto il petrolio in goccioline, facilitando loro il lavoro.

''I risultati mostrano che questi batteri giocano un ruolo significativo nel controllare il destino ultimo della macchia di petrolio dispersa nelle acque'', concludono i ricercatori.
fonte: ansa.it

giovedì 19 agosto 2010

DISASTRO AMBIENTALE: Golfo del Messico, l'80% del petrolio è ancora nei fondali del Golfo

L'insospettabile Wall Street Journal anticipa i risultati di un'indagine svolta dai ricercatori dell'università della Georgia (Uga) secondo la quale dal 70 al 79% del petrolio sversato in seguito all'esplosione e all'affondamento della piattaforma offshore Deeepwater Horizon sarebbe ancora nel Golfo del Messico. Si tratta di una clamorosa smentita dei dati forniti dalla Bp e fatti propri dall'Amministrazione Obama. Secondo i ricercatori dell'Uga la British Petroleum e le agenzie governative Usa si sono limitate a quantificare il petrolio raccolto o evaporato in superficie.

Secondo il capo dei ricercatori, Charles Hopkinson, «Sotto la superficie del mare c'è una quantità di greggio difficile da quantificare, però secondo calcoli basati su un modello matematico corrisponde al 70 - 79% del petrolio fuoriuscito dalla piattaforma.

La Bp e il National incident command Usa hanno ammesso che lo sversamento di greggio nel Golfo è stato di 4,9 milioni di barili di petrolio, quindi nei fondali sarebbero rimasti almeno 3 milioni di barili sparsi nelle profondità. I dati ufficiali assicuravano invece che la metà dello sversamento era stata bruciata, skimmed, oppure recuperata direttamente, mentre un altro 25% era evaporato o disciolto.

Il Wall Street Journal evidenzia che «Sia la valutazione dell'Uga che i calcoli federali che contraddice sono stime basate su informazioni incomplete. I ricercatori federali hanno avvertito che i risultati dovrebbero essere "raffinati" meglio prima di renderli disponibili come informazioni».

L'imbarazzo è comunque pesante, visto che il team Uga è stato da subito in prima linea ad indagare sulle fuoriuscite sottomarine di petrolio e che proprio per questo, dopo aver analizzato da vicino i calcoli del governo, è giunto ad una conclusione più pessimista: «Probabilmente il 79% del petrolio e dei suoi sottoprodotti tossici sono ancora nel fondale del Golfo e che molto probabilmente ci potrebbero volere anni prima che queste sostanze petrolchimiche scompaiono».

Hopkinson spiega al Wsj che «Un equivoco importante è quello che il petrolio che si è dissolto nell'acqua se ne sarebbe andato e, pertanto, è innocuo. Il petrolio è ancora là fuori, ed è probabile che occorreranno anni perché si degradi completamente. Siamo ancora molto lontani dal comprendere realmente quale sarà il suo impatto ecologico». Il team dell'Uga ha detto che è impossibile che tutto il petrolio disciolto sia svanito, perché solo il greggio arrivato sulla superficie del mare può evaporare nell'atmosfera, mentre gran parte delle fuoriuscite di petrolio è rimasta intrappolate nelle acque profonde.

Per ora i ricercatori federali coinvolti nella stesura del rapporto ufficiale e la preferiscono non commentare e lo stesso fanno i funzionari delle sedi della National oceanic and atmospheric administration di Washington e New Orleans, ma fonti della Bp evidenziano che lo studio Uga non è ancora stato pubblicato, né è stato vagliato da ricercatori indipendenti.

Comunque sminuire il valore scientifico e la serietà dei ricercatori dell'università della Georgia è abbastanza difficile, proprio una di loro, il genetista Mike Arnold, solo qualche giorno fa è stato insignito del prestigioso National Science Foundation Rapid Response Grant (175.000 dollari) per la sua valutazione degli effetti del greggio e dei disperdente sulle popolazioni vegetali della costa del Golfo del Messico. Il premio verrà speso tutto per studiare gli effetti della marea nera sugli iris all'interno e nei dintorni di bayous e paludi, compresi gli impatti dei disperdenti utilizzati sulla marea nera. Gli iris sono stati scelti per la loro elevata ibridazione.

«Sappiamo già che molte di queste specie di iris sono in grado di sopportare sollecitazioni estreme, comprese siccità, uragani e acque altamente saline - spiega Arnold - Come e se possano sopportare altrettanto bene la incursioni di petrolio greggio è un'altra questione. Vedremo le caratteristiche genomiche degli iris che sopravvivono. Se ci sono certi ibridi che possono resistere a questo assalto del petrolio. Quelli hanno la maggiore diversità genetica sono la chiave per una futura possibile reintroduzione».
FONTE: greenreport.it

martedì 17 agosto 2010

DISASTRO AMBIENTALE: Golfo del Messico, GREGGIO SUL FONDALE, A RISCHIO FAUNA MARINA

Il petrolio fuoriuscito dalla Deepwater Horizon, la piattaforma petrolifera della BP esplosa nel Golfo del Messico causando la marea nera, potrebbe essersi depositato sul fondale del golfo del Messico, piu' a est di quanto ci si aspettasse, con effetti tossici per la vita marina. Lo ha reso noto la CNN, diffondendo una sintesi delle prime conclusioni dei ricercatori dell'universita' della Florida del Sud.

I primi risultati della nuova indagine sulle acque del Golfo del Messico hanno evidenziato che i disperdenti chimici utilizzati dalla BP potrebbero aver spinto il greggio verso il fondale oceanico, da dove e' penetrato in un canyon marino profondo 40 miglia. Il plankton e gli altri organismi marini presenti hanno mostrato ''una forte risposta tossica'' al greggio. ''Il petrolio si muove verso il basso nelle acque piu' profonde, dove puo' contaminare il fitoplancton e la vita marina'', ha detto John Paul, un microbiologo marino dell'Universita'.

Secondo i ricercatori, il petrolio potrebbe penetrare anche nella piattaforma continentale, per poi riemergere piu' avanti.

L'Environmental Protection Agency ha riportato gia' in precedenza la presenza di greggio sul fondale del golfo, ma non ha stabilito se questo sia provenuto dalla falla del pozzo petrolifero scoppiato in aprile o se fosse gia' presente.

La BP ha utilizzato oltre 1,8 milioni di galloni di disperdenti chimici per fermare la fuoriuscita di petrolio, sotenendo che le sostanze chimiche hanno permesso al petrolio di essere suddiviso in gocce cosi' piccole da poter essere digerite, e che i disperdenti non erano piu' tossici del petrolio stesso.

I critici hanno avvertito che i disperdenti potrebbero avere effetti sulla catena alimentare.

lunedì 9 agosto 2010

Petrolio in mare: Scontro tra cargo, marea nera in India


Emergenza nel porto di Mumbai, in India, per la fuoriuscita di petrolio da una nave container gravemente danneggiata.
Secondo i media locali, decine di tonnellate di greggio (cinque tonnellate l'ora secondo alcune stime) si sono riversate in mare dopo che la petroliera Msn Chitra si e' scontrata con un cargo a circa 3 km dalla costa, chinandosi su un fianco. La marea nera si e' gia' estesa per diversi chilometri e ha toccato un villaggio sulla costa.
fonte: Ansa

sabato 31 luglio 2010

Il disastro petrolifero del Michigan: 1 milione di galloni di petrolio dalle sabbie bituminose canadesi al lago

L'inquinamento prodotto dallo sversamento di petrolio nel fiume Kalamazoo, nel Michigan, è più del doppio di quanto era stato stimato subito ed è arrivato molto lontano dal sito a sud di Marshall, dove il 26 luglio si sarebbe rotto un oleodotto sotterraneo della Midwest Oil Pipeline, appartenente al gigante petrolifero canadese Enbridge Energy Partner, che è stato duramente criticato dalla governatrice del Michigan Jennifer Granholm per i ritardi nelle operazioni di contenimento che hanno messo a serio rischio anche le acque del lago Morrow.

La marea nera ha ricoperto di petrolio un gran numero di uccelli e pesci ed ha comportato l'evacuazione di due residence e di decine di abitazioni, mentre in tutta l'area interessata è stato proibito di far uscire all'aperto i cani. A Battle Creek da mercoledì scorso si sente un fortissimo odore di petrolio.

Secondo le autorità locali ci vorranno diverse settimane per determinare la causa dello sversamento dall'oleodotto dell'Enbridge Energy Partners, una società di Calgary, che trasporta il petrolio delle sabbie bituminose dal Canada alle raffinerie statunitensi del Midwest. Secondo l'Environmental protection agency Usa (Epa) nel Kalamazo sono finiti più di un milione di galloni di petrolio (almeno 3,76 milioni di litri), circa 700.000 litri in più di quanto avevano detto i canadesi.

La più grande associazione ambientalista statunitense, Sierra Club, è molto preoccupata perché il greggio potrebbe arrivare nel Lago Michigan, minacciando l'acqua potabile ed altri importanti habitat. Il direttore esecutivo dell'associazione, Michael Brune, è sconcertato dal ripetersi di episodi di questo tipo: «Quante catastrofi causate dal petrolio ci vorranno prima di svegliarci? Stiamo ancora cercando di riprendersi dalla tragedia della Costa del Golfo. Ora il Midwest si trova ad affrontare un'altra massiccia fuoriuscita massiccia come risultato di una pipeline a rischio. Il petrolio si sta diffondendo da questo oleodotto difettoso verso il Lago Michigan e minaccia l'acqua potabile minaccioso. Peggio ancora, c'è la possibilità che il petrolio possa liberare altri agenti inquinanti nei sedimenti del fiume già inquinati, rendendo la situazione molto più grave».

Il nuovo disastro petrolifero del Kalamazoo è arrivato in un bruttissimo momento per le Big Oil canadesi e statunitensi: proprio mentre il governo federale di Washington sta esaminando una proposta di costruire un enorme oleodotto che porterebbe il petrolio più inquinante del mondo, quello delle sabbie bituminose canadesi, attraverso tutto il Midwest e fino alle coste del Golfo del Messico.

Secondo Brune «La proposta della Keystone XL pipeline metterebbe a repentaglio una falda acquifera che è la più importante fonte di acqua per la regione granaio dell'America, gli High Plains. E' chiaro che non possiamo permetterci di prendere questo rischio. E' tempo di ascoltare la lezione che ci viene da questi disastri petroliferi. Invece di prendere maggiori e prolungati rischi per sostenere l'industria del petrolio, dobbiamo investire in quel tipo di energia pulita, sicura che non mancherà di tenere i nostri corsi d'acqua integri e di aiutare ad infondere nuova vita alla nostra economia. Il Michigan sta beneficiano particolarmente degli investimenti nelle tecnologie energetiche pulite, come le auto elettriche. I nuovi impianti per realizzare la tecnologia delle auto elettriche stanno già aprendo in questo Stato. Invece di preoccuparsi del petrolio che contamina l'acqua potabile, le comunità in Michigan potrebbero vedere un'esplosione di benessere, di posti di lavoro stabile e dell'energia pulita. Questi disastri petroliferi sono un campanello d'allarme sveglia. Il prezzo dell'energia sporca è semplicemente troppo alto. Abbiamo bisogno che i nostri leader ci diano un piano audace per porre fine la dipendenza dell'America dal petrolio e per portare l'America sulla strada per diventare il leader dell'energia pulita nell'economia globale».

Anche per questo Sierra Club sostiene Il Clean energy jobs and Oil Company Accountability Act, presentato dal leader democratico del Senato Usa Harry Reid, criticato da altre Ong perché è molto meno ambizioso delle originali proposte di Obama. Secondo Brune creerà comunque nuovi posti di lavoro e minori costi energetici dei consumatori e ridurrà la dipendenza dal petrolio, ma soprattutto servirà a ritenere la Bp completamente responsabile del disastro petrolifero del Golfo del Messico.

«E' indispensabile che in Senato passi il disegno di legge presentato da Reid prima della pausa di agosto - dice Brune - in modo da poter investire maggiormente nell'efficienza energetica e fare in modo che in futuro gli inquinatori come la Bp siano ritenuti pienamente responsabile dei costi dei danni e della bonifica dei loro disastri ambientali. Ma i repubblicani in Senato hanno detto che si oppongono a questo sforzo. Vogliono che siano i contribuenti a pagare il conto per il disastro Bp e consentire alla Bp di utilizzare infinite battaglie legali per bloccare tutto rispetto ai mezzi di sussistenza cha ha distrutto, proprio come ha fatto la Exxon con le vittime della marea nera della Valdez. I senatori Lisa Murkowski e Mitch McConnell pretendono di offrire una "alternativa" al piano del leader della maggioranza, ma questa alternativa non è altro che una lettera d'amore all'industria petrolifera, che non farà nulla per creare i posti di lavoro necessari, ridurre la dipendenza del nostro paese dal petrolio, o per ritenere la Bp responsabili del suo disastro».

Per questo Sierra Club sostiene che il Clean Energy Jobs and Oil Company Accountability Act «E' una piccola ma significativa riduzione dei costi per ridurre il consumo di petrolio negli Stati Uniti. Sulla scia del più grande disastro ambientale della storia americana, è essenziale che il Congresso questo autunno compia ulteriori progressi con un forte, chiaro piano per far calare il petrolio e potenziare l'energia pulita».
FONTE: http://www.greenreport.it

giovedì 29 luglio 2010

DISASTRO AMBIENTALE: Golfo del Messico, all'alba del centesimo giorno la marea nera non si vede più

Golfo del Messico, in superficie è sparita la macchia. Ma il disastro resta, i fondali sono pieni di sostanze tossiche e il catrame infesta le spiagge e le coste dalla Lousiana alla Florida.

E il centesimo giorno la macchia sparì. Se fosse una favola non si sarebbe potuto trovare finale migliore per la vicenda del petrolio disperso nel Golfo del Messico, dalla Louisiana alla Florida. Ma la tragedia ambientale più grave della nostra epoca - 145 milioni di galloni, 550 milioni di litri secondo le stime più pessimistiche del governo, più di dieci volte l'Exxon Valdez - resta un disastro che dovrebbe frenare ogni ottimismo.

Eppure la macchia è sparita: lo dicono le immagini dei radar, lo dicono le testimonianze di chi è volato sul Golfo, lo dicono gli esperti del gruppo ambientalista SkyTruth. L'ombra nera che si allungava per tutto il Golfo si è ristretta fino quasi a scomparire anche se le palline di catrame continuano a raggiungere le spiagge e le chiazze di petrolio miscelato con i disperdenti chimici continuano a turbare la superficie dell'Oceano. Ma proprio questo è il problema: stiamo parlando solo di superficie.

"Un conto è quello che si vede su: sapevamo che prima o poi sarebbe sparito. Noi siamo preoccupati di quello che sta accadendo sui fondali". La rabbia che Mickey Johnson, pescatore di Bayou La Batre, Alabama, riversa al New York Times, è quella delle migliaia e migliaia di pescatori per cui nulla è più come prima da quel 20 aprile in cui la Deepwater Horizon è esplosa facendo undici morti. Un terzo delle acque sono state chiuse e la pesca sta morendo come il turismo, malgrado le spiagge costrette a chiudere per l'emergenza siano state soltanto 49 su 253: gli americani non si fidano ed evitano il Golfo.

Ma com'è possibile che il petrolio sia sparito? E soprattutto dov'è finito? La prima causa è ovviamente il blocco del flusso. Aspettando che i due pozzi alternativi uccidano il pozzo per sempre, da due settimane ormai il petrolio non esce più dalla falla, fermato dal tappo che ha finalmente funzionato. Poi ci sono le cause naturali. Determinante l'azione dei batteri, che in praticano si sono "mangiati" il greggio, ma anche la capacità del petrolio di evaporare più velocemente di quanto si credesse: secondo il gruppo ambientalista Oceana il 40 per cento del greggio si sarebbe semplicemente volatilizzato. Le due tempeste che si sono abbattute sul Golfo nell'ultima settimana sono state la spazzolata finale. E poi, certo, c'è stata la task force messa in piedi da governo e Bp, 4mila navi, migliaia di spazzini del mare al lavoro che hanno bruciato o soffiato via il petrolio dall'oceano.

Restano da vedere i danni. Due report governativi hanno già sottolineato la concentrazione di sostanze tossiche sul fondo marino: ma siamo ancora agli inizi dell'indagine. Un po' più in là è invece quella giudiziaria. Dice il Washington Post che gli agenti federali stanno formalizzando quelle accuse criminali che potrebbero anche spedire in galera funzionari della compagnia e delle altre aziende coinvolte: oltre ovviamente ai dipendenti federali del Mineral Management Service che avrebbero chiuso più di un occhio sulla sicurezza in cambio di mazzette. Il centesimo giorno porta davvero buone notizie.
fonte: repubblica.it

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