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mercoledì 13 novembre 2019

Microplastiche, quante ne mangiamo ?

Un nuovo studio australiano sulle microplastiche afferma che in media ingeriamo 5 grammi in sette giorni. Ma sono ancora incerti i danni per la salute.

OGNI settimana ci mangiamo una carta di credito. E' l'immagine, forte, con cui i ricercatori dell'Università di Newcastle in Australia hanno provato a riassumere la quantità di microplastiche che ingeriamo a livello globale nell'arco di sette giorni: in media 5 grammi di plastica, lo stesso peso di una carta di credito.
Ogni  anno finiscono nei mari tra i 5 e i 13 milioni di tonnellate di plastica e migliaia di organismi marini sono a rischio.

 Il problema dell'inquinamento da plastica negli ultimi anni è salito ai primi posti nelle battaglie ambientali da risolvere tanto che, dall'Unione Europea sino al Canada, decine di Paesi hanno scelto di bandire in futuro le plastiche monouso. Uno dei problemi maggiori relativi alla plastica è che questo materiale, di durata centenaria, nel tempo tra degrado, acqua e correnti si trasforma in "microplastiche", particelle più piccole di cinque millimetri. Ora diversi studi stanno certificando che queste microplastiche, capaci di viaggiare via acqua ma anche via aria, stanno penetrando non solo nei liquidi che beviamo ma chiaramente anche nei nostri alimenti e nel nostro organismo

Le microplastiche, che possono essere ingerite dagli organismi, anche quelli che vivono nelle profondità, come scampi e gamberi viola, che poi finiscono sulle tavole. Un gruppo di ricercatori e docenti del Dipartimento di Scienze della vita e Ambiente dell'Università di Cagliari, in collaborazione con quelli dell'Università Politecnica delle Marche, hanno documentato la presenza di microplastiche in queste due specie di crostacei, prelevati attorno alla Sardegna, mostrando un'elevata contaminazione: 413 particelle trovate nello scampo e 70 nel gambero. Prevalentemente si tratta di polietilene (PE, il principale costituente degli imballaggi e della plastica monouso), e di polipropilene (PP, usato per i tappi delle bottiglie o le capsule del caffè). I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Environmental Pollution. "Sono risultati allarmanti ma che non devono creare allarmismo .
 Alessandro Cau, che ha firmato lo studio insieme a Claudia Dessì, Davide Moccia, Maria Cristina Follesa e Antonio Pusceddu - non sappiamo ancora, infatti, se la quantità ritrovata nello stomaco dei gamberi ma soprattutto negli scampi (sono crostacei scavatori, quindi tendono ad ingerire maggiormente le sostanze depositate nel fondo marino), possa causare danni all'organismo o all'uomo. Certo è che quelle microplastiche, che sembrano così distanti da noi, ci ritornano indietro in maniera subdola". Il prossimo passo della ricerca è capire quanta microplastica possa arrivare davvero sulle tavole. "Ci stiamo chiedendo se gli scampi, in particolare, siano in grado di triturare quelle microplastiche che abbiamo trovato nel loro stomaco e che non sono riuscite a passare nel tratto digerente perché troppo grandi. In questo caso le particelle verrebbero reimmesse nel mare e nella catena alimentare di altre specie, nel caso contrario - avverte il ricercatore - arriverebbero tutte sui nostri piatti".

giovedì 28 marzo 2013

INQUINAMENTO FIUMI: il 55% dei fiumi americani troppo inquinato

 Il 55% dei fiumi americani è così inquinato da mettere a rischio la vita acquatica. Lo rivela una ricerca della Us Environmental Protection Agency (Epa), l'ente di protezione ambientale degli Stati Uniti. Le principali minacce per gli 1,2 milioni di chilometri di torrenti e fiumi censiti sono gli alti livelli di fosforo e azoto, gli scarichi delle aree urbane, l'inquinamento provocato dal mercurio e dai batteri.
"Questa nuova ricerca dimostra che i torrenti e i fiumi americani sono sotto pressione", ha scritto in un comunicato Nancy Stone, amministratore provvisorio della sezione acqua dell'Epa. L'analisi, svolta tra il 2008 e il 2009, svela anche che il 21% dei corsi d'acqua degli Stati Uniti sono in buone condizioni biologiche, in calo rispetto al 27% del 2004, e il 33% infine sono in discrete condizioni.
Delle tre grandi regioni climatiche prese in considerazione - gli altopiani orientali, la zona delle pianure e le aree occidentali - è emerso che le zone con la minor presenza di agenti inquinanti sono quelle a ovest, con il 42% dei corsi d'acqua in buone condizioni. Sempre secondo la ricerca gli agenti inquinanti più diffusi sono l'azoto e il fosforo, usati in maniera massiccia per concimare i campi.

giovedì 3 gennaio 2013

Rischio disastro ecologico in Alaska: Si incaglia chiatta piena di carburante

 NEW YORK - Si rischia un disastro ecologico in Alaska, dove una chiatta per trivellazioni petrolifere con quasi 600mila litri di carburante a bordo ha rotto gli ormeggi a causa del forte maltempo e si è incagliata al largo dell'isola Sitkalidak, che si trova proprio davanti al Parco Nazionale Kodiak.


Nuovi dubbi sull'opportunità delle ricerche petrolifere nell'Artico dopo che una piattaforma della Shell è andata alla deriva e si è arenata in un'isola dell'Alaska presso un parco nazionale. La piattaforma di perforazione Kulluk della Shell nel pomeriggio di lunedì 1° gennaio con il mare in burrasca (vento con raffiche a 110 km/h e onde di 11 metri) ha rotto i cavi che la tenevano collegata a due rimorchiatori e si è arenata davanti alla costa sud-orientale dell'isola disabitata di Sitkalidak, che si trova di fronte al parco dell'isola Kodiak nel golfo dell'Alaska.
 PERDITE - Gli elicotteri che hanno sorvolato la piattaforma - al momento le condizioni del mare con vento a 60 km/h e onde di 10 metri non hanno consentito di salire a bordo - non hanno riscontrato perdite dai serbatoi che contengono 541 mila litri di diesel e 45 mila litri di oli e fluidi idraulici che mettano a rischio le foche e i leoni di mare che vivono nella baie di Sitkalidak. La Shell ha fatto sapere che la piattaforma è stata rinforzata con paratie in acciaio spesse 76 mm ed è tornata in attività la scorsa estate nel mare di Beaufort dopo lavori di ammodernamento per quasi 300 milioni di dollari.

POLEMICHE - La piattaforma di 28 mila tonnellate era in fase di traino diretta a Seattle per ulteriori lavori di manutenzione, ma la tempesta ha rotto i cavi. I 18 membri dell'equipaggio sono stati evacuati con gli elicotteri e nessuno è rimasto ferito. L'incidente ha riattivato negli Stati Uniti le polemiche sulle concessioni per la ricerca e lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio nell'Artico (anche se questo incidente non è avvenuto geograficamente nell'Artico) ed è un duro colpo al programma di 4,5 miliardi di dollari di ricerca offshore Shell. «Le compagnie petrolifere non possono fare ricerche in modo totalmente sicuro nelle condizioni esistenti a quelle latitudini. In caso di incidente le conseguenza per l'ambiente sarebbero disastrose», ha commentato Ed Markey, capogruppo dei democratici alla Camera nella commissione Risorse naturali. Lois Epstein, direttore del programma Artico della Wilderness Society, ha aggiunto che «le compagnie non sono in grado di far fronte alle condizioni ambientali dell'Artico». Rick Steiner, ex professore di biologia marina dell'Università dell'Alaska e attivista ambientale, ha aggiunto che i rischi del transito attraverso il golfo dell'Alaska per raggiungere i giacimenti nell'Artico sono stati sottostimati.

mercoledì 25 gennaio 2012

inquinamento marino:Giglio, allarme detersivi "Livelli come a Marghera"

Le analisi dell'Arpat rilevano una concentrazione di tensioattivi in mare di 2-3 mg/litro nell'area intorno alla nave naufragata, più del limite consentito. Di solito nell'arcipelago il livello è zero

I detersivi e i saponi a bordo della nave Concordia si stanno sciogliendo nel mare cristallino dell'Isola del Giglio. All'ottavo giorno di controlli, e al tredicesimo che segue l'incredibile naufragio, il timore contaminazione diventa una certificazione scientifica: nelle acque attorno alla nave - quattro punti di controllo, a prua, a poppa e lungo le due fiancate - ci sono detersivi in quantità considerevole.

I test realizzati dal battello Poseidon, proprietà dell'Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana, illustrano una concentrazione di tensioattivi di 2-3 milligrammi per litro. A bordo della Concordia, secondo una prima informazione girata all'Arpat dagli armatori della Costa, c'erano detersivi "per alcune centinaia di chili". Tutto quello che nella notte del naufragio non era in bottiglie sigillate, ora si sta sciogliendo nel mare. E si teme che la pressione sul fondo della nave, appoggiata su un roccione di granito a 37 metri di profondità, possa far esplodere anche i prodotti chiusi.

Per avere un termine di paragone dell'inquinamento in corso, bisogna ricordare che il mare dell'Isola del Giglio ha una concentrazione standard di tensioattivi (detersivi) pari a zero. I livelli sono monitorati con costanza dall'Arpat. E ancora, il limite di 2 milligrammi di tensioattivi per litro - che ieri nelle acque davanti al Promontorio del Lazzaretto era stato superato - è quello definito per legge per gli scarichi industriali. In questo momento, grazie all'assurdo naufragio della Costa Concordia, l'immacolato Giglio ha un inquinamento superiore a quello delle aree industriali affacciate sul mare (Marghera a Venezia, Vado a Savona, Piombino in provincia di Livorno, per offrire degli esempi).

I primi otto giorni di controlli al Giglio non hanno accertato presenza di idrocarburi: olio e gasolio. Sono stati accertati solventi in quantità minime (a bordo della nave, è appurato, c'erano solventi e pitture). "I detersivi", spiega Alessandro Franchi, dirigente dell'Arpat, "sono aggressivi in tempi rapidi, quando sono concentrati, ma hanno il vantaggio di disperdersi nel mare altrettanto velocemente".
I biologi marini del battello oceanografico Poseidon nell'arco di un mese porteranno a compimento altri due tipi di test. Il primo, realizzato insieme all'istituto pubblico Ispra, si concentrerà sui sedimenti marini e su flora e fauna ittica. Il secondo, servendosi delle stazioni fisse di controllo posizionate all'Argentario, all'Isola d'Elba e al Parco dell'Uccellina, controllerà eventuali contaminazioni del mare nelle aree limitrofe all'Isola del Giglio.

fonte:http://www.repubblica.it/ambiente/2012/01/25/news/costa_concordia_detersivi_inquinamento_giglio-28727522/?rss

martedì 29 marzo 2011

allarme ambientale in Germania: petroliera piena di benzina esplode in un porto del nord, contaminato il fiume Ems

Una petroliera che trasportava 900 metri cubi di benzina e' esplosa nella notte vicino al ad una raffineria, nei pressi del fiume Ems, in Germania. Lo riferiscono fonti della polizia locale, precisando che una notevole quantita' di benzina ha gia' contaminato il porto e la petroliera e' affondata.

Il canale Dortmund-Ems è stato chiuso fino a nuovo ordine. Secondo la polizia locale, il fiume Ems è stato contaminato.

Ancora sconosciute le ragioni dell'incendio. I cinque membri dell'equipaggio sono riusciti a scappare, ha poi precisato la polizia tedesca. ''Solo uno di loro ha subito lievi ferite''.

Intanto il canale e' stato temporaneamente bloccato e i residenti sono stati invitati dalle autorita' a restare nelle proprie abitazioni con le finestre chiuse per proteggersi dal fumo emesso durante l'esplosione.

venerdì 8 ottobre 2010

LIGURIA: Idrocarburi nello Stura, inchiesta della procura

È stato aperto un fascicolo di reato per inquinamento in merito allo sversamento avvenuto questa notte nel torrente Stura nei pressi di Masone. Corpo forestale e carabinieri del Noe stanno concudendo l’indagine ed eseguiranno alcuni accertamenti nelle prossime ore per capire se esistano o meno responsabilità dell’azienda dove si è verificato l’incidente.

Lo sversamento di decine di litri di oli pesanti è avvenuto durante alcune operazioni di bonifica a causa della rottura dei serbatoi. Sul posto per tutta la giornata hanno operato i vigili del fuoco, la guardia forestale e i carabinieri della compagnia di Arenzano. Le chiazze di idrocarburi sono state contenute attraverso speciali panne. Sul posto anche gli ispettori di Arpal che stanno verificando i danni provocati dall’inquinamento al torrente Stura

giovedì 2 settembre 2010

SCORIE NUCLEARI: in Francia,Trizio nell’acqua del rubinetto


Il “Collectif antinucléaire 84” (“Collettivo antinucleare 84”) è un gruppo anarchico francese operante nella zona di Gard e Vaucluse, sensibile soprattutto alle tematiche della salute (messa a rischio da inceneritori e impianti nucleari). Di seguito la traduzione di un articolo (http://www.fa-30-84.org/news.php?lng=fr&pg=39) del 19 agosto scorso.

Le terrificanti confessioni dei consiglieri

Nel mese di febbraio, a seguito di analisi indipendenti, il “Collectif antinucléaire 84” ha avvertito le autorità della presenza di radioattività nell’acqua di rubinetto di 3 città di Vaucluse, di cui 2 presentavano un tasso anormale (superiore a quello naturale) di trizio, pericoloso per la salute. In aprile, di fronte al mutismo dei consiglieri delle città e delle amministrazioni coinvolte, il “Collectif antinucléaire 84” rendeva pubbliche le sue analisi ed informava la popolazione del rischio del bere l’acqua di rubinetto. L’unica risposta dei sindaci di Carpentras e Mornas in sostanza fu, alla radio e sulla stampa:

non preoccupatevi, è tutto come prima, l’acqua di rubinetto può essere bevuta.

Oggi emerge che quelle frasi rassicuranti non poggiavano su nessun elemento razionale, affidabile o tangibile - al contrario - e che solo il dogmatismo pro-nuclearista o l’incoscienza aveva condotto quei sindaci a simili affermazioni. Il “Collectif antinucléaire 84” aveva immediatamente denunciato questo atteggiamento che considera la gente tanto infantile da accettare qualunque frase ufficiale.
Oggi alcuni documenti "segreti" danno ragione al “Collectif antinucléaire 84”. Nell’ambito di una corrispondenza che avrebbe dovuto rimanere nascosta alla popolazione, il Comune di Carpentras confessa:

riguardo al comune di Carpentras, l’acqua potabile è una competenza trasferita al comitato Rhône Ventoux, che l’ha a sua volta delegata alla SDEI (filiale del gruppo nucleare GDF-Suez). [...] Il Comune di Carpentras non possiede altre analisi tramite le quali confrontare il valore di 8,2 Bq/l. Ho richiesto al comitato Rhône Ventoux di comunicarci i risultati delle analisi relative al trizio sull’acqua proveniente dalla nostra stessa falda. Lo stesso comitato fa riferimento alle analisi dell’ARS....


Così si torna al punto di partenza: tutti fanno riferimento alla stessa fonte, e nessuno è competente né responsabile! Davanti a una tale situazione, il “Collectif antinucléaire 84” ha interpellato con una lettera i Prefetti della Regione e di Vaucluse, il 20 luglio, chiedendo loro di applicare il principio di precauzione:

Come sapete, anche la minima dose di radioattività ha effetti nocivi sulle reauture viventi e sulla salute e non esistono norme internazionali in materia che provino l’innocuità dell’esposizione alle radiazioni delle popolazioni e della catena alimentare... allo stato attuale delle conoscenze, sappiamo che le patologie indotte non si limitano al cancro e si estendono alle patologie del sistema nervoso e alle malattie cosiddette ereditarie dovute agli effetti mutageni del trizio... Noi vi chiediamo quindi di applicare senza indugio o scrupolo per quelli che potrebbero essere gli interessi economici dell’industria, in particolare quella nucleare: il principio di precauzione e di protezione dei lavoratori e della popolazione implica l’arresto immediato della produzione di Trizio e di ogni altro radioelemento, e che si portino avanti analisi sistematiche delle acque distribuite attraversi i rubinetti, della catena alimentare e delle colture locali e regionali, al fine di determinare la presenza di radioattività artificiale (Alpha, Beta, Trizio).


E lì ancora una volta: imbarazzo e silenzio ufficiale. Ed anche disprezzo delle popolazioni. L’influenza della lobby nucleare e dei suoi affiliati sui consiglieri e sulle istituzioni, tanto al livello locale quanto a quello regionale e nazionale, è una minaccia concreta per la democrazia e la salute, che sottomette la popolazione all’arbitrio e alla menzogna.
[...] Il “Collectif antinucléaire 84” invita la popolazione e gli operatori del settore nucleare a rifiutare di servire da cavie ai dogmi degli scienziati nucleocrati, ad esigere l’arresto immediato del nucleare.
FONTE: http://www.agoravox.it/Nucleare-in-Francia-Trizio-nell.html

giovedì 5 agosto 2010

Laghi in Italia: i piu’ inquinati Como e Iseo ...


Brutte notizie per i laghi italiani: Legambiente con la Goletta dei Laghi conferma gli alti livelli di inquinamento per 11 laghi in 6 regioni. Bilancio negativo per i laghi lombardi di Como e d'Iseo, ma brutte sorprese riservano anche il lago di Garda e quello Maggiore trovati in condizioni piu' critiche rispetto agli anni precedenti. Minori criticita' invece rilevate sui laghi laziali, mentre il Trasimeno supera l'esame.

Maglia nera ai laghi di Como e Iseo, brutte sorprese sul Garda e Maggiore “La normativa diventa più permissiva ma l’inquinamento resta. Serve una task force Governo-Enti locali sulla depurazione anche per evitare le multe dell'Europa”

Sono 58 i campioni risultati inquinati dalle analisi effettuate da Legambiente, alla ricerca di punti critici in 11 laghi italiani in 6 regioni. La maglia nera dell'inquinamento viene confermata anche in questa edizione per i laghi lombardi di Como e Iseo, anche per l’irrisolto deficit di depurazione. Brutte sorprese anche per il lago di Garda e il Maggiore trovati in condizioni più critiche rispetto agli anni precedenti. Minori criticità invece rilevate suilaghi laziali, mentre il Trasimeno supera l’esame.

Questo il bilancio conclusivo della Goletta dei Laghi di Legambiente, la campagna di monitoraggio scientifico sullo stato di salute dei laghi italiani, realizzata con il contributo del COOU (Consorzio Obbligatorio Oli Usati).

I dati sono stati presentati questa mattina a Milano alla presenza di Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente, Barbara Meggetto, portavoce della Goletta dei Laghi, e Antonio Mastrostefano, direttore strategie, comunicazioni e sistemi del COOU.

Sono 46 su 58 i campioni risultati fortemente inquinati, cioè con concentrazione di batteri fecali pari almeno al doppio del limite di legge, mentre sono 38 le foci di fiumi e torrenti risultate fuori legge a conferma che i problemi dei laghi sono causati anche dagli scarichi dei comuni dell'entroterra.

Questa situazione di grave inquinamento è stata rilevata nonostante quest'anno sia entrata in vigore la nuova legge sulla balneazione con criteri molto più permissivi rispetto alla precedente normativa del 1982, che ha fatto perdere all’Italia il primato europeo sul sistema di monitoraggio delle acque detenuto fino ad ora.

“L'inquinamento da scarichi fognari non depurati nei laghi italiani rappresenta ormai una cronica emergenza nazionale - commenta Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente -. L'Italia affronti seriamente questo problema invece di aggirarlo con operazioni furbesche, come fatto con la nuova legge sulla balneazione, molto più 'generosa' della precedente. Per chiudere questa pagina vergognosa occorre procedere alla costruzione di fognature e depuratori ma serve la volontà politica da parte del Governo e degli enti locali, lo stanziamento di adeguate risorse economiche e la certezza normativa, che la nuova legge di riforma degli Ambiti Territoriali Ottimali purtroppo non garantisce. Non c'è più tempo da perdere: il nostro Paese è in procedura d'infrazione europea per il mancato trattamento delle acque reflue che interessa il 30% dei cittadini, pari a ben 18 milioni di italiani. Il Governo attivi una task force con le amministrazioni locali per sanare in tempi brevi questa ferita, anche per evitare le multe salate che pagherebbero i cittadini italiani senza alcuna speranza di condono, scorciatoia che il nostro Paese conosce purtroppo molto bene”.

Inaspettato l'inquinamento rilevato sul più grande lago italiano: sono 17 i punti sul Garda risultati inquinati. Dei 10 punti critici sulla sponda lombarda, sono risultati fortemente inquinati i campioni prelevati a Tignale, Toscolano Maderno, Salò, Moniga del Garda, 2 punti a Desenzano del Garda e 2 a Sirmione, mentre sono risultati inquinati quelli di Tremosine e Limone del Garda. In Veneto sono 6 le aree critiche: sono risultati fortemente inquinati i campioni di Bardolino, Peschiera del Garda, Lazise e 2 punti prelevati a Castelnuovo del Garda; inquinato il campione di Garda. In Trentino infine è stato rilevato un punto inquinato a Torbole.

“Anche sul Garda le foci dei torrenti e gli scarichi abusivi si confermano i nemici del lago - spiega Barbara Meggetto, portavoce della Goletta dei Laghi e direttrice di Legambiente Lombardia -. Sono anni che sentiamo parlare di adeguamento e potenziamento del depuratore Garda Uno, del problema irrisolto degli sfioratori di piena e dei rischi connessi all'ormai datato collettore sub-lacuale Maderno-Torri ma alle parole non sono seguiti i fatti. Lo stesso immobilismo lo abbiamo riscontrato sugli altri laghi lombardi a partire dal Lario, in particolare sulla sponda comasca, e dall'Iseo, senza dimenticare il Lugano e il Varese, il cui inquinamento cronico è davvero imbarazzante per la Regione più ricca del Paese. A proposito di depurazione ci piacerebbe che la Regione Lombardia e le amministrazioni locali dimostrassero la stessa determinazione manifestata negli anni scorsi per la realizzazione dell'ennesima autostrada o di un grande evento come l'Expò”.

Per il quinto anno consecutivo la Goletta dei Laghi di Legambiente ha preso il via grazie anche al contributo del COOU, il Consorzio Obbligatorio Oli Usati.

“Anche il COOU come Legambiente contribuisce alla protezione dei laghi italiani - aggiunge Antonio Mastrostefano, direttore strategie, comunicazioni e sistemi COOU - e lo fa raccogliendo su tutto il territorio nazionale l’olio lubrificante usato, un rifiuto molto pericoloso, che se non gestito correttamente rischia di inquinare anche i laghi dove a volte viene gettato a causa di comportamenti irresponsabili. 4 kg di olio lubrificante usato versati in acqua si spandono fino a coprire una superficie pari a sei piscine olimpiche. Raccogliendo l’olio lubrificante usato il COOU non solo libera l’ambiente da un pericoloso inquinante, ma lo rigenera trasformandolo in olio nuovo. In 26 anni di attività il COOU ha smaltito oltre 4 milioni di tonnellate di olio usato attraverso il processo di rigenerazione, riducendo così anche il fabbisogno di petrolio per un valore di circa 2 miliardi di euro”.
fonte : Ansa , legambiente.eu

lunedì 26 luglio 2010

Inquinamento Mari :GRAVE SILENZIO GOVERNO TRIVELLAZIONI BP IN LIBIA


La Bp comincera' presto nuove perforazioni nel golfo libico della Sirte e gia' qualcuno ha l'incubo di una nuova marea nera nel Mediterraneo Entro le prossime settimane la Bp dara' il via alla prima delle 5 trivellazioni previste da un accordo del 2007 da 900 milioni dollari con la Libia e sbloccato di recente. Sarebbe questa la ragione del pressing esercitato dalla compagnia sulle autorita' britanniche per la liberazione di al-Megrahi, il libico condannato per la strage di Lockerbie.

Il silenzio del governo italiano sull'annuncio di nuove esplorazioni petrolifere della BP in Mediterraneo e' preoccupante. E' necessario intervenire con urgenza e avanzare, anche raccogliendo quanto proposto dal Commissario europeo per l'energia, la richiesta di una moratoria per lo stop a nuove trivellazioni nel Mediterraneo, almeno fino a quando non saranno accertate le cause della sciagura alla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon''. E' quanto afferma Ermete Realacci, responsabile green economy del PD che ieri ha presentato un'interrogazione parlamentare ai Ministeri degli Esteri, dello Sviluppo Economico e dell'Ambiente.

''L'annuncio da parte della BP di aprire un'esplorazione petrolifera al largo del Golfo della Sirte in Libia - prosegue Realacci - e' una notizia che desta grande preoccupazione. La nuova trivellazione prevista dalla British Petroleum e' particolarmente critica perche' si dovrebbe effettuare a grandi profondita' e questo e' un elemento di ulteriore insicurezza in caso di incidente. Se quello che sta accadendo in Messico accadesse nel Mediterraneo, un mare chiuso e con un ricambio lentissimo, che gia' con 38 milligrammi per metro cubo di catrame pelagico e' il mare piu' inquinato al mondo da petrolio, sarebbe una sciagura senza eguali''.

Inquinamento Mari : OGNI ANNO 150.000 TONNELLATE DI PETROLIO NEL MEDITERRANEO

''Oltre 150 mila tonnellate l'anno di petrolio nel Mar Mediterraneo. Sono le dimensioni impressionanti di un disastro ecologico invisibile che affligge il nostro mare. Uno scempio paragonabile soltanto a quello della falla apertasi nel golfo del Messico dalla piattaforma BP''. A denunciare lo scandalo ecologico del greggio disperso nel Mediterraneo e' Focus, mensile diretto da Sandro Boeri. Focus documenta, dati alla mano, la mappa di un disastro ambientale. Le cause del versamento costante di greggio nel Mediterraneo sarebbero principalmente due: il traffico eccessivo di petroliere e la presenza diffusa di scarichi illegali. ''Per dare un'idea del sovraffollamento del nostro mare, basti pensare che ogni anno transita il 25% dell'intero traffico mondiale di petroliere: non solo, ma le cifre diventano spaventose se si pensa che nei mari italiani vengono trasportate 1.008 tonnellate di petrolio per km (contro una media di 10 tonnellate degli altri mari)'', scrive il mensile. L'altra grave causa di inquinamento sono gli scarichi di greggio in mare aperto. Come spiega a Focus Ugo Bilardo, docente di meccanica dei giacimenti di idrocarburi alla Sapienza di Roma: ''Il problema sono le pratiche illegali di lavaggio delle stive delle petroliere.

Per molti e' piu' conveniente lavare le stive a mare, anziche' aspettare il proprio turno nei porti''. Le responsabilita' di questi comportamenti dannosi per l'ambiente sono da ricercare nella mancanza di controlli e di sicurezza nelle operazioni: ''Gli Stati dovrebbero investire di piu' sui controlli, scarsi e spesso non tempestivi, e i petrolieri sulla sicurezza'', dichiara Giuseppe Madeddu, economista alla Sapienza di Roma. ''Ma il problema di fondo'', continua Madeddu, ''e' l'entita' del traffico: bisogna regolarlo e rallentarlo. Perche' se avviene un grosso incidente a una petroliera, il Mediterraneo e' spacciato''.

Marea nera cinese : La Cina ha sostenuto di essere riuscita a contenere la marea nera


La Cina ha sostenuto di essere riuscita a contenere la marea nera che si e' prodotta dieci giorni fa sulla sua costa orientale. La fuoriuscita, al largo della citta' di Dalian, si e' prodotta dopo che due esplosioni avevano squarciato due oleodotti. Dalle falle 1.500 tonnellate di petrolio si sono riversate nel Mar Giallo. Le autorita' affermano che la marea nera si e' estesa per 435 kmq e che l'operazione di pulizia sara' 'completata' entro la settimana.
fonte: ansa

mercoledì 21 luglio 2010

La marea nera cinese minaccia le acque internazionali. Arrivano i batteri mangia-petrolio

Le 40 navi specializzate in disinquinamento e gli oltre 800 pescherecci mobilitati hanno l'ordine di ripulire entro il 24 luglio la marea nera petrolifera che è tracimata da due tubazioni esplose il 16 luglio nel porto di Xingang, a Dalian, altrimenti il greggio arriverà in acque internazionali.

La situazione sembra peggiorata rapidamente: le autorità centrali cinesi avevano parlato di soli 50 km quadrati ricoperti da una coltre di greggio ed assicurato che il tutto era sotto controllo, ma gli ultimi bollettini del 20 luglio parlano ormai di un'area inquinata al largo di Dalian di almeno 183 km2 e nessuno sa bene quanto greggio sia finito in mare.

Ieri il vicesindaco di Dailan, Dai Yulin, ha spiegato che «La nostra priorità è di recuperare il petrolio nei prossimi 5 giorni per ridurre i rischi di inquinamento delle acque internazionali. Le agenzie marittime hanno realizzato 40 punti di sorveglianza della superficie del mare in 1.500 km2 a largo di Dalian».


Dal 17 luglio in poi sono state mobilitate oltre mille imbarcazioni, ma gli 800 pescherecci martedi sono dovuti rientrare in porto a causa del maltempo, con forti piogge e vento.

A Dalian sono arrivate e vengono distribuite oltre 23 tonnellate di batteri "mangia-petrolio" che verranno utilizzate per ripulire l'inquinamento.

Su Xinua il direttore del Centro ricerca e sviluppo della Beijing Weiyeyuan Bio-Technology, Yang Jiesen, spiega che «sabato mattina abbiamo ricevuto un'ordinazione dall'amministrazione per la sicurezza marittina per dei prodotti biologici in grado di assorbire il petrolio»

Si tratta della prima applicazione su grande scala in Cina di biotecnologia per risolvere un problema di inquinamento. Le autorità centrali e locali sono sempre più preoccupate perché i mezzi tradizionali, panne assorbenti, barriere galleggianti e navi "pulisci-mare" si stanno dimostrando di scarsa efficacia a causa del peggioramento delle condizioni meteorologiche. Anche i disperdenti chimici non sembrano funzionare perché la marea nera è troppo spessa.

Wu Jin, dell'Istituto di microbiologia dell'Accademia delle scienze della Cina, spiega su Xinua che «A differenza dei prodotti chimici, i batteri mangia-petrolio lavorano 24 ore su 24 e sono più rispettosi dell'ambiente. Il modo migliore e più rapido per ripulire la marea nera sarebbe una combinazione di metodi fisici, chimici e biologici». Wu ha anche proposto di utilizzare «Pompe filtranti per separare il petrolio dall'acqua per aumentare l'efficacia della pulizia».
fonte: http://www.greenreport.it/_new//index.php?page=default&id=5912

venerdì 9 luglio 2010

INQUINAMENTO LAMBRO: Moria di pesci


Centinaia di pesci morti sono arenati sulle sponde e fra i sassi del fiume Lambro, nel Parco di Monza, vicino al Ponte delle Catene. Il fenomeno è stato osservato da alcuni passanti ed è aumentato con il passar delle ore. Non sono chiare, per ora, le cause di questa improvvisa moria. Il luogo dove sono state scoperte le carcasse dei pesci, che stanno provocando un fastidioso odore dovuto alla putrefazione, è a monte della Lombarda Petroli, la raffineria da dove a fine febbraio vi fu uno sversamento di grandi quantità di petrolio nel Lambro .

mercoledì 7 luglio 2010

veleni : nel lago di Vico trovate TRACCE DI ARSENICO IN ACQUE


'Le analisi sui campioni di acqua prelevati dal lago di Vico hanno rivelato tracce significative di arsenico, su valori che comportano anche la non potabilita' diretta dell'acqua. Si conferma dunque un quadro allarmante, considerato che le analisi effettuate da Legambiente presso un laboratorio specializzato seguono quelle negative gia' svolte nei mesi scorsi sia in altri punti sulle acque che nei sedimenti del lago. L'evidenza di questi dati deve mettere fine ad una grave sottovalutazione del problema: e' irrinunciabile dare avvio in tempi rapidi ad un efficace intervento di bonifica del sito militare che nella meta' degli anni Venti ha ospitato un laboratorio di progettazione e assemblaggio di armi chimiche''. E' quanto afferma Cristiana Avenali, direttrice di Legambiente Lazio, evidenziando alcuni dei risultati emersi dal monitoraggio effettuato nei giorni scorsi.

Legambiente ha stigmatizzato la grave questione assegnando al ''Centro tecnico logistico interforze Nbc di Civitavecchia'' la bandiera nera della Goletta dei Laghi per i ritardi nella bonifica, con la seguente motivazione: ''Per la gravissima emergenza ambientale che sta colpendo il bacino lacustre del Lago di Vico, dopo l'allarme alga rossa, con l'accertamento di concentrazioni di arsenico e metalli pesanti fuori dalle norme nei sedimenti e nelle acque del lago, riscontrate nei pressi del sito militare dismesso NBC, uno dei laboratori di progettazione e assemblaggio di armi chimiche costruito intorno alla meta' degli anni Venti, a tutt'oggi ancora da bonificare''.

Secondo le informazioni note, il Comune di Caprarola ha iniziato gli interventi di potabilizzazione, mentre molta strada da fare c'e' a Ronciglione, da dove per altro provengono il maggior numero di scarichi abusivi. ''Per garantire la qualita' del lago di Vico ed evitare che l'allarme si trasformi in vera e propria emergenza occorre mettere mano alla soluzione dei problemi cronici, come anche quello dell'alga rossa, con un'azione di adeguamento degli standard fognari e di potabilizzazione -riprende Avenali- Bisogna affrontare all'origine il problema dell'agricoltura intensiva da cui deriva la forte presenza di azoto, bonificare il sito militare e verificare lo stato degli scarichi da cui deriva invece la presenza di fosforo.

L'impegno deve riguardare soprattutto il Comune di Ronciglione, che deve avviare un percorso di monitoraggio dell'acqua potabile e di quelle reflue, uscendo dalla pericolosa logica del voler minimizzare problematiche che invece ormai sono accertate e in aggravamento''.

venerdì 25 giugno 2010

www.portaleacque.it : arriva 'portale acque' per sapere se il mare e' pulito

Per sapere se la spiaggia che abbiamo scelto per la vacanza e' pulita da oggi pomeriggio basta un click. Arriva, infatti, il primo portale consultabile dal pubblico e in grado di fornire e ricevere informazioni in tempo reale sulla qualita' delle acque italiane. E' stato presentato questa mattina al ministero della Salute il 'portale acque' (www.portaleacque.it). Il sito - spiegano gli esperti del ministero - si compone di quattro sezioni relative alle acque potabili, minerali, termali e di balneazione. Le prime tre sezioni sono in fase di realizzazione mentre la sezione acque di balneazione e' gia' stata completata. Al suo interno e' contenuta un'applicazione Gis (Geographic information system), che consente la visualizzazione tramite le ortofoto di Google Maps delle aree di balneazione italiane con i relativi punti di campionamento. Questa iniziativa fornira' da un lato uno strumento utile e tecnologicamente avanzato alle istituzioni coinvolte nella gestione delle acque (Regioni, Province Autonome, Comuni, Stato e l'Unione europea) e "dall'altro favorira' il potenziamento dei processi di partecipazione dei cittadini, come peraltro previsto dalle direttive europee", costituendo una interfaccia in grado di offrire informazioni aggiornate.
FONTE: adnkronos.com

mercoledì 23 giugno 2010

AMBIENTE: IN Peru' allarme per perdita petrolio

Incidente a petroliera sul Maranon. Colpiti otto villaggi.

Rischio disastro ambientale nell'Amazzonia peruviana, in un tratto del fiume Maranon, a causa dell'incidente di una nave con petrolio. E' la denuncia fatta dagli indigeni dell'area e dal governo di Lima. Secondo dati diffusi dal governo, dallo scorso sabato, quando e' avvenuto l'incidente, dalla nave sono fuoriusciti nelle acque del Maranon circa 400 barili di greggio. Secondo l'emittente 'La voce della Selva', i villaggi colpiti dai danni ambientali provocati dal petrolio sono otto.
FONTE: aNSA

lunedì 7 giugno 2010

ecomafie : il traffico di rifiuti vale dieci volte i profitti della Fiat. L'ecomafia fattura 20 miliardi


Sporcare il mare e i fiumi, torturare gli animali, gettare rifiuti tossici nei campi, interrare il resto in luoghi abusivi, costruire dove non è permesso e con cemento depotenziato, devastare il territorio - insomma, commettere illeciti in materia ambientale - è uno dei più recenti e remunerativi business della mafia, della camorra, della 'ndrangheta e della criminalità organizzata in generale. Basti pensare che il profitto di quelle che Legambiente chiama «ecomafie» è dieci volte quello della Fiat e venti volte quello della Benetton.

Per la precisione - dice il Rapporto Ecomafie 2010 presentato ieri a Roma - 20,5 miliardi: una somma che fa spavento e che cresce di anno in anno, perché il business è business e quindi conosce connivenze e complicità, ma che può prosperare - come hanno ricordato sia Sebastiano Venneri di Legambiente sia il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso - anche perché a fronte di reati terribili e che danneggiano fortemente la comunità, le leggi prevedono ancora sanzioni relativamente modeste. Il reato - in definitiva - rende certamente molto, e la pena - se mai verrà comminata - sarà comunque mite, e così il gioco vale la candela.

Per questo «è necessario - come ha scritto Napolitano nel messaggio inviato a Legambiente - un’azione di contrasto che dev’essere sempre più incisiva, attraverso il ricorso a nuove tecnologie di rivelazione e l’adeguamento del quadro normativo al rapido evolversi di un fenomeno criminale in forme sempre più sofisticate e aggressive». Il lavoro delle forze dell’ordine è incessante e sempre più efficace, tant’è che aumentano gli arresti e i reati accertati ma aumentano ancor di più gli illeciti, 28 mila contro 25 mila, il che vuol dire 78 reati al giorno, uno ogni venti minuti. Si delinque, dunque, sempre di più e questo avverrà finché «non saranno introdotti finalmente nel codice penale - dice Vanneri - i delitti contro l’ambiente, consentendo l’uso anche delle intercettazioni telefoniche nelle indagini».

Se uno pensa «ecomafie» pensa al Sud, e a ragione, perché è in queste regioni che si concentra il malaffare, a cominciare dalla Campania, che resta prima della «black list», seguita dalla Calabria, dalla Puglia e dalla Sicilia. Ma se è vero che non ci sono paradisi immuni neppure al Nord, è ancor più vero che in certe regioni il fenomeno è montante. Il Lazio, per esempio, che era al quinto posto nel 2008, è salito al secondo, subito dopo la Campania, perché la provincia di Latina è ormai persa al regno della legalità. E la Liguria è la Campania del Nord. Ma se osserviamo i soli reati legati al ciclo dei rifiuti, allora fa una figuraccia anche l’altrimenti virtuosa Toscana (con 327 reati) e il Piemonte appare come prima regione del Nord per reati del genere.

Gli oltre 20 miliardi di profitto degli ecomafiosi, peraltro, potrebbero essere molti di più, perché nel Rapporto di quest’anno manca il dato dell’Ispra (l’Istituto per la protezione dell’ambiente, che ha avuto problemi al suo interno) sui rifiuti tossici. Tuttavia si sa che 2 miliardi arrivano dall’abusivismo edilizio, 3 dal racket degli animali, 7 dalla gestione dei rifiuti urbani, il grande business in cui legalità e crimine si sfiorano. Questa rete di traffici, affari e profitti - spiega Grasso - si è sviluppata in maniera sempre più trasnazionale, e per contrastarla dev’essere approntato «un sistema repressivo-premiante» con un adeguamento delle leggi al quale «tutte le istituzioni devono dare sostegno». L’idea è quella di una normativa che punisca severamente chi inquina, ma sia indulgente con chi è disposto a rifondere il danno.

lunedì 17 maggio 2010

PESTICIDI: ALLARME PESTICIDI NELLE ACQUE


Sono 118, secondo l’Ispra le sostanze pericolose rinvenute nelle acque superficiali e sotterranee del nostro Paese nel biennio 2007 – 2008, con netta prevalenza dei componenti chimici usati nei campi

Ancora troppi pesticidi nelle acque italiane, anche in quelle potabili. Sono ben 118, secondo il rapporto dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) sul monitoraggio nazionale di queste sostanze, quelle pericolose rinvenute nelle acque superficiali
e sotterranee del nostro Paese nel biennio 2007 – 2008, con netta prevalenza dei pesticidi utilizzati in agricoltura, fungicidi, insetticidi ma soprattutto erbicidi. I dati raccolti dall’Istituto servono per capire come combattere gli organismi nocivi, tutelando gli ecosistemi acquatici, quindi in teoria non c’è controllo sulle acque potabili, ma spesso i corpi idrici interessati sono gli stessie le sostanze trovate pericolose anche per l’uomo, che può ingerirle in forma indiretta attraverso la catena alimentare, quando mangia cibi venuti a contatto con l’acqua contaminata. I campioni analizzati sono stati 19mila 201: per quanto riguarda le acque superficiali hanno mostrato residui ben 518 punti di monitoraggio, il 47,9% del totale, e nel 31,7% dei casi le concentrazioni erano superiori ai limiti previsti per le acque potabili, che sono di 0,1 milligrammi al litro per la singola sostanza e 0,5 milligrammi per i pesticidi totali. Nelle acque sotterranee, invece, i punti contaminati sono stati 556, il 27% del totale, nel 15,5% con concentrazioni superiori ai limiti. In tutto, i ricercatori hanno trovato 118 diversi pesticidi, con prevalenza schiacciante di erbicidi, visto che l’86,7% dei rilevamenti “positivi” hanno riguardato queste sostanze, che vengono sparse direttamente sul suolo, spesso in coincidenza coi periodi più piovosi dell’anno, per cui sono facilmente trasportate nei corpi idrici superficiali e sotterranei. Tra le sostanze, critica la situazione per la Terbutilazina, usata nelle colture di mais e sorgo, con una contaminazione diffusa in tutta l’area padano-veneta e in alcune regioni del centrosud. Il diserbante è stato individuato nel 42,5% dei campionamenti su acque superficiali (per il 23,9% dei casi sopra il limite per l’acqua potabile), e nel 16,4% di quelli sulle sotterranee (il 5% sopra i limiti). Nelle regioni dove l’uso è più massiccio, come Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna, si arriva oltre l’80% di ac-que a rischio, e più o meno nelle stesse zone si continua a rilevare la presenza di Atarazina, fuori commercio da quasi due decenni. Dai dati del 2008 emerge anche la presenza del fungicida carbendazim e degli insetticidi metomil e imidacloprid, in passato mai rilevati. Le loro elevate frequenze sono da attribuire ai dati della Sicilia, che rispetto agli anni passati ha ampliato lo spettro di sostanze cercate. Come già in passato, nei campioni sono presenti miscele di sostanze, fino a 14 insieme, e vanno quindi considerati i possibili effetti cumulativi di questi mix, come ribadito anche a livello europeo. Nei controlli ci sono ancora grandi differenze tra le regioni, specie sul numero delle sostanze cercate, con monitoraggio più efficace nel nord che al sud.
ARTICOLO DI: Rossana De Rossi
FONTE: www.verdi.it

lunedì 10 maggio 2010

ACQUE REFLUE: ITALIA INADEMPIENTE DEFERITA A CORTE GIUSTIZIA UE


'In questi giorni di crisi dell'euro e' passata praticamente inosservata la notizia che la Commissione europea ha deciso di deferire l'Italia alla Corte di giustizia dell'Ue per violazione della direttiva del 1991 (19 anni fa!!!) sul trattamento delle acque reflue (inquinate) urbane, in base alla quale il nostro Paese avrebbe dovuto predisporre entro il 31 dicembre 2000 sistemi adeguati per il convogliamento e il trattamento delle acque nei centri urbani con oltre 15mila abitanti''. Lo denuncia oggi Primo Mastrantoni segretario dell'Aduc.

''Poiche' dalle informazioni disponibili risultava che un numero elevato di citta' e centri urbani non era in regola con la normativa - ricorda - , nel 2004 l'Italia ha ricevuto una prima lettera di diffida. Una seconda e ultima lettera e' stata spedita all'Italia nel febbraio 2009. Da una successiva valutazione e' risultato che circa 178 citta' e centri urbani italiani (tra cui Reggio Calabria, Lamezia Terme, Caserta, Capri, Ischia, Messina, Palermo, San Remo, Albenga e Vicenza) non si erano ancora conformati alla direttiva. Le acque reflue non trattate possono essere contaminate da batteri e virus dannosi e rappresentano pertanto un rischio per la sanita' pubblica. Inoltre, esse contengono nutrienti come l'azoto e il fosforo che possono danneggiare le acque dolci e l'ambiente marino favorendo la crescita eccessiva di alghe che soffocano le altre forme di vita (eutrofizzazione)''.

Tra le citta' sotto accusa, prosegue l'Aduc, ''Capri e Ischia, la notissima San Remo, Albenga definita 'scrigno da aprire' e Vicenza che e' stata proclamata dall'UNESCO patrimonio mondiale dell'umanita'.

''Sarebbe interessante - conclude - sapere dal governo i motivi di questo incredibile ritardo e, soprattutto, vorremmo sapere dalla ministra dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Stefania Prestigiacomo, quali provvedimenti intende adottare per risolvere il problema ed evitare la condanna da parte della Corte di giustizia della Ue''.

venerdì 30 aprile 2010

DISASTRO AMBIENTALE: Golfo del Messico, un ecosistema che rischia di scomparire

La macchia di petrolio fuoriuscita dalla piattaforma della Bp affondata la settimana scorsa, e' inarrestabile. L'Ispra calcola che l'80% del greggio si riversera' sulle coste degli Usa, con un danno ambientale incalcolabile. La marea nera, infatti, e' molto piu' vasta di quanto inizialmente immaginato e rischia di provocare il peggior disastro della storia americana, di dimensioni maggiori di quello della Exxon Valdez nel 1989. A rischio centinaia di specie animali.

Le spiagge della Louisiana sono bianche come lo zucchero, vi abitano tartarughe marine, pellicani, aironi, rondini di mare, sterne e piviere che si nutrono delle ostriche di cui sono coperti i fondali. Il mare è pieno di balene e delfini, e anche di tonni e di gamberi su cui si regge l'industria ittica, quella resa famosa dal peschereccio Bubba Gump del film Forrest Gump. Tutto questo patrimonio ecologico rischia di essere annientato da una gigantesca macchia di petrolio spinta da venti a 20 nodi verso le coste e le oasi ambientali del delta del Mississippi, parchi nazionali designati dalla Audubon Society come aree ornitologiche protette: le isole Chandeleur, il Breton National Life Refuge, le Gulf Islands National Seashore in Louisiana e in Mississippi, il Delta National Wildlife Refuge e il Pass-a-Loutre Wildlife Management Area.

L'ecodisastro non poteva arrivare in un momento peggiore, ovvero all'inizio della stagione di riproduzione di tutte le specie ornitologiche e ittiche, alcune delle quali (il tonno e l'airone per esempio) sono a rischio di estinzione in queste zone. La marea nera potrebbe avvolgere e soffocare i nidi delle tartarughe e degli uccelli a riva, e le uova di pesce e le larve che galleggiano sulla superficie del mare. Un danno incalcolabile per l'ambiente.

L'ecosistema del delta, una zona paludosa con 25mila chilometri di coste e dimora per 5 milioni di uccelli migratori, oltre che tartarughe e alligatori, è unico nel suo genere e le conseguenze dell'inquinamento petrolifero potrebbero essere particolarmente disastrose e durature. Questa zona protetta, dove sorgono allevamenti ittici controllati, contribuisce a circa la metà del giro d'affari dell'industria ittica dello stato della Louisiana, 962 milioni su un totale di 1,8 miliardi di dollari.

Il danno è quindi ingente anche per l'industria ittica, per cui il mese di aprile marca l'inizio della stagione di pesca per molte specie. Soprattutto per i gamberi e per il pesce noto come breevortia, impiegato nella produzione di farina di pesce e di olio di pesce. La stagione delle ostriche inizia invece il primo maggio.

Ieri i pescatori di gamberi hanno fatto causa contro la British Petroleum chiedendo 5 milioni di dollari, sostenendo che la contaminazione delle acque del Golfo ha causato e continuerà a causare perdita di reddito per l'industria; alla causa possono unirsi non solo i pescatori ma anche chi verrà danneggiato indirettamente dalla sospensione della pesca di gamberi, dai mercati del pesce ai ristoranti.

Oltre ad essere sede della più grande industria ittica d'America, ad eccezione dell'Alaska e delle Hawaii, la Louisiana conta su un altro miliardo di dollari di reddito dalla pesca sportiva e 5,2 dal turismo in generale. Il danno per il turismo è per ora incalcolabile, ma a rischio non è solo la Louisiana: tutti gli stati che si affacciano sul Golfo - Florida, Texas, Alabama e Mississippi - stanno iniziando a tremare.

La marea nera minaccia anche gli animali, a rischio pellicani, sterne, gabbiani e pesci

Le aree ornitologiche più interessate dall'ondata nera, come spiega una nota, sono quelle delle isole Chandeleur, i litorali del Golfo del Messico in Lousiana e Missisipi, le riserve naturali nazionali del delta del Missisipi. Le specie più vulnerabili sono quelle che nidificano nei pressi della costa o nelle zone umide, come il pellicano bruno, che era appena stato escluso dalla lista statunitense delle specie minacciate di estinzione, diverse sterne, gabbiani, ma anche aironi, ibis, anatre e altre specie come la schiribilla nera americana e il passero delle coste.

A forte rischio anche gli uccelli marini pelagici, che passano larga parte della loro vita nel mare, tra i quali si segnala la fregata magnifica. Allarme anche per gli uccelli migratori come pivieri e piovanelli, che si fermano in gran numero sulle spiagge e sulle isole per riposarsi durante il lungo viaggio che li porta dai luoghi di svernamento in Sudamerica alle aree di nidificazione a Nord nelle foreste boreali e nella tundra artica.

In Florida l'associazione Audobon sta reclutando volontari e predisponendo il suo Centro per gli uccelli rapaci per le operazioni di pulizia e riabilitazione degli uccelli colpiti dal petrolio. ''Per gli uccelli è il momento peggiore - ha affermato Melanie Driscoll, Direttore dell'Audobon - la nidificazione è già iniziata ed essi sono particolarmente vulnerabili in molti dei luoghi sulla costa dove il petrolio potrebbe arrivare. Gli sforzi in atto per fermare l'onda nera sono eroici, ma potrebbero non essere sufficienti. Ci stiamo preparando al peggio, inclusa una vera catastrofe per gli uccelli''.

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