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lunedì 24 giugno 2013

REATI AMBIENTALI: i 12 peggiori crimini contro l'ambiente rimasti impuniti

Reati ambientali. Centinaia delle grandi sciagure che hanno devastato o stanno ancora devastando il nostro Pianeta risultano al momento impunite. Dalla distruzione delle foreste indonesiane per la fabbricazione di carta da parte della multinazionale APP (e all'abbattimento degli alberi contribuisce anche la produzione di olio di palma) ai 350 mila abitanti delle Maldive che si preparano ad emigrare a causa dei cambiamenti climatici.

Sono soltanto due degli esempi che compongono la "sporca dozzina" dei crimini contro l'ambiente presentata dalla Supernational Environmental Justice Foundation (Fondazione SEJF) per rendere evidente come molte delle devastazioni che hanno colpito o stanno colpendo il nostro Pianeta risultino impunite. Non vi sono stati risarcimenti per i danni provocati e i colpevoli non sono stati assicurati alla giustizia. Ecco la lista nera dei peggiori crimini contro la Terra e l'umanità. L'elenco non è esaustivo, purtroppo, ma costituisce di certo un prezioso spunto di riflessione.
1) Maldive e Kiribati: le isole sommerse dal cambiamento climatico

I 350 mila abitanti delle Maldive vivono minacciati dall'innalzamento del livello del mare. Se i cambiamenti climatici portassero ad un aumento della temperatura del Pianeta pari a "soli" 4 gradi, ciò provocherebbe ondate di calore estremo, una diminuzione degli stock alimentari, un rialzo del livello del mare che colpirebbe centinaia di milioni di persone, che sarebbero costrette a lasciare le proprie case. La situazione alle Maldive e tanto grave che gli abitanti sono già pronti ad essere ospitati dall'Australia. I nomadi del clima sono già qui.
2) Canada: le sabbie bituminose minacciano i nativi

Lo sfruttamento delle sabbie bituminose canadesi è forse l'attività industriale più dannosa del pianeta. La loro estrazione ha portato alla distruzione di una regione grande quanto la Florida. La foresta boreale viene distrutta e per ogni barile di petrolio da ottenere ne vengono sprecati cinque d'acqua. I beni comuni e le popolazioni native sono a rischio. I liquami tossici vengono scaricati nei laghi. La produzione di petrolio da sabbie bituminose minaccia le popolazioni che vivono attorno ai giacimenti, inquinando le falde acquifere e la carne di alce, che costituisce un elemento essenziale per l'alimentazione di Metis e Inuit.
3) Nigeria: il delta del Niger è avvelenato

L'estrazione di petrolio dal delta del Niger è devastante per gli ecosistemi e le popolazioni residenti. Viene posta in atto una pratica illegale, che consiste nel bruciare il gas che esce dai pozzi petroliferi insieme al greggio. Il fumo così generato contiene un'elevata quantità di sostanze tossiche per la salute e per l'ambiente. Respirare i fumi nocivi comporta avvelenamento del sangue e cancro.
4) Indonesia: la produzione di carta uccide le foreste pluviali

La produzione di carta da parte della multinazionale APP sta portando alla scomparsa delle foreste pluviali dell'Indonesia, uno dei più importanti ecosistemi del pianeta. Si tratta di un habitat essenziale alla sopravvivenza dell'orango e della tigre di Sumatra. Questi luoghi ospitano il 12% dei mammiferi, il 15% dei rettili e il 17% degli uccelli del pianeta. Malgrado sia attiva da decenni, e operi oramai su un mercato di dimensioni mondiali, la APP non ha messo a punto un sistema di pratiche di sostenibilità, contando sugli alti margini di profitto assicurati da pratiche forestali di saccheggio.
5) Giappone: lo tsunami nucleare di Fukushima

Il terremoto dell'11 marzo 2011 ha sconvolto il Giappone. Alla scossa di magnitudo 9 è seguito uno tsunami che ha messo in ginocchio i sistemi di sicurezza delle centrali nucleari, portando all'esplosione del reattore 1 della centrale di Fukushima e alla fusione del nocciolo nei reattori 2 e 3. Lo sgombero, nel giro di 30 chilometri, ha interessato più di 110 mila persone, delle quali 21 mila vivono ancora fuori dalle loro abitazioni. Centinaia di migliaia di persone sono ancora esposte ai rischi a lungo termine delle radiazioni. Le vittime non hanno ottenuto alcun risarcimento. Non sarà Tepco a pagare, ma la popolazione giapponese, mentre il Governo ha investito 3500 miliardi di yen per salvare l'azienda elettrica dalla bancarotta.
6) Golfo del Messico: la marea nera della Deepwater Horizon

Si tratta del più grave danno ambientale marino della storia statunitense. La marea nera che per oltre 106 giorni si è riversata in mare – si stima fra le 460 mila e le 800 mila tonnellate - ha generato danni ingenti, tanto da rendere impossibile una quantificazione certa degli effetti del disastro, soprattutto pensando alle conseguenze negli anni a venire. Dagli ecosistemi marini, alla salute delle popolazioni, dall'industria della pesca, a quella turistica, le ripercussioni sono state enormi. La BP si è accordata con il governo americano per un fondo risarcimento alle vittime di 20 miliardi di dollari, ma i reali danni del disastro ambientale sono tutti da valutare e la certezza della pena ancora da stabilire.
7) Romania: l'onda di cianuro del Danubio

L'onda di cianuro partita il 31 gennaio 2000 dalla miniera d'oro Esmeralda, ad Auriol, in Romania, dopo aver ucciso i due affluenti che le hanno permesso di arrivare al Danubio, punta decisa alla foce del fiume blu, cioè alla più grande zona umida d'Europa, uno dei pochi paradisi naturali sopravvissuti nel vecchio continente. Le accuse più gravi riguardano la dinamica dell'incidente che ha causato il disastro. Secondo la società rumeno-australiana che possiede la miniera Esmeralda, la colpa è di un fenomeno naturale, il disgelo, che avrebbe fatto tracimare una diga. Ma gli ambientalisti fanno notare che questo genere di dighe non dà sufficienti garanzie e chiedono di rivedere l'intero sistema delle autorizzazioni minerarie. La compagnia australiana Esmeralda Exploration ha dichiarato fallimento e nessuno ha mai risarcito un solo euro per uno dei disastri più imponenti della storia nei confronti di un sistema fluviale.
8) Ecuador: estrazioni petrolifere e contaminazione della foresta amazzonica

La multinazionale Chevron-Texaco, durante le operazioni di esplorazione e sfruttamento delle risorse petrolifere in Ecuador, nell'area del Lago Agrio, ha inquinato pesantemente oltre due milioni di ettari, contaminando gravemente la foresta amazzonica. Già nel 1993, 30 mila tra abitanti e agricoltori hanno denunciato l'accaduto. Un tribunale dell'Ecuador ha riconosciuto la colpevolezza di Texaco, multandola per 18 miliardi di dollari, ma dopo varie fasi del processo, l'azienda petrolifera si è appellata alla Corte Internazionale dell'Aja. Il reato rimane al momento impunito.
9) Mar Ligure: il disastro della petroliera Haven

La superpetroliera Haven affondò nel Mar Ligure il 14 aprile 1991, dopo un'agonia di quattro giorni. L'affondamento provocò la morte di 5 uomini dell'equipaggio e lo sversamento sui fondali marini di 134 mila tonnellate di petrolio. L'eredità dell'accaduto continua oggi e proseguirà per i prossimi 10 anni, con effetti negativi sull'ecosistema marino. La petroliera aveva mostrato segni di malfunzionamento già durante il viaggio verso l'Italia. Il risarcimento economico ottenuto è stato giudicato irrisorio rispetto ad altri casi analoghi.
10) Bielorussia: l'incidente nucleare di Chernobyl

Chernobyl costituisce l'incidente nucleare più grave della storia. Il disastro avvenne il 26 aprile 1986, presso la centrale nucleare V.I. Lenin. Le cause furono indicate in gravi mancanze da parte del personale, sia tecnico che dirigente, in problemi relativi alla struttura e alla progettazione dell'impianto stesso e nell'errata gestione economica e amministrativa della centrale. Il personale si rese responsabile della violazione di svariate norme di sicurezza e di buon senso, portando a un brusco e incontrollato aumento della potenza e della temperatura del nocciolo del reattore n°4 della centrale. Si formò una nube di vapore radioattivo che si disperse nell'aria e ricadde su vaste aree intorno alla centrale, contaminandole pesantemente e rendendo necessaria l'evacuazione circa 336 mila persone. Non esistono ancora oggi dati ufficiali e definitivi sui decessi ricollegabili alla tragedia. Non venne accertata alcuna responsabilità penale. Il disastro rimane impunito.
11) Argentina: la montagna di piombo di Abra Pampa

Nella cittadina di Abra Pampa, nel nord dell'Argentina, si trova una montagna formata da 30 mila tonnellate di piombo, proveniente dalle lavorazioni di un impianto chiuso negli anni '80. L'81% della popolazione infantile è esposta ai danni derivanti dal piombo, soprattutto a causa dell'inalazione di polvere del minerale. L'esposizione alla contaminazione riguarda anche gli adulti. I danni cerebrali nei più piccoli non sono trattabili e includono ritardo mentale, diminuzione del quoziente intellettivo, carenza di attenzione, dislessia.
12) India: la nube di pesticidi tossici di Bhopal

Il 3 dicembre 1984, nello stablimento della Union Carbide India Limited, situato nella località di Bophal e specializzato nella produzione di pesticidi, si sprigionò una nube tossica di isocianato di metile, La nube uccise in breve tempo oltre 2000 persone e ne avvelenò decine di migliaia. Nel giugno 2010 un tribunale di Bhopal ha emesso una sentenza di colpevolezza per omicidio colposo per grave negligenza nei confronti di otto ex-dirigenti indiani della UCIL. Le condanne e le multe stabilite sono state giudicate irrisorie.

FONTE:http://www.greenme.it/informarsi/ambiente/10699-sporca-dozzina-12-crimini-contro-ambiente

mercoledì 10 aprile 2013

pesticidi: Oltre 166 pesticidi rilevati in acque italiane

Ancora più evidente, rispetto al passato, lo stato di contaminazione delle acque italiane superficiali e sotterranee: nel 2010 sono stati rinvenuti residui nel 55,1% dei 1.297 punti di campionamento delle acque superficiali e nel 28,2% dei 2.324 punti di quelle sotterranee, per un totale di 166 tipologie di pesticidi - a fronte dei 118 del biennio 2007-2008 - individuati nella rete di controllo ambientale delle acque italiane. Si tratta, dice il sito greenews.info, per la maggior parte, di residui di prodotti fitosanitari usati in agricoltura - solo in questo campo si utilizzano circa 350 sostanze diverse per un quantitativo superiore a 140.000 tonnellate - ma anche di biocidi (pesticidi per uso non agricolo) impiegati in vari campi di attività. Anche se spesso basse, le concentrazioni indicano a livello complessivo una diffusione molto ampia della contaminazione.
Inoltre, nel 34,4% dei punti delle acque superficiali e nel 12,3% dei punti di quelle sotterranee i livelli misurati risultano superiori ai limiti delle acque potabili. Le concentrazioni sono state confrontate anche con i limiti di qualità ambientale, recentemente introdotti, basati sulla tossicità delle sostanze per gli organismi acquatici. In questo caso il 13,2% dei punti delle acque superficiali e il 7,9% di quelli delle acque sotterranee hanno concentrazioni superiori al limite.
E' questa la situazione descritta dall'ISPRA nel Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque 2013, realizzato dall'Istituto sulla base delle informazioni fornite dalle Regioni e dalle Agenzie regionali e provinciali per la protezione dell'ambiente. Il rapporto, che analizza l'evoluzione della contaminazione sulla base dei dati raccolti a partire dal 2003, anche grazie alle maggiori dimensioni e completezza del monitoraggio rispetto al passato, mostra un aumento della frequenza di pesticidi nei campioni delle due tipologie di acqua prese in esame.

Api: Quei pesticidi killer delle api, Greenpeace lancia l'allarme

Sono sette i tipi di fitofarmaci che stanno decimando questi insetti. I rischi? Tanti: dal  60 al 90 % delle piante selvatiche hanno bisogno del loro aiuto per riprodursi. E fino al 75% delle nostre colture subirebbe una riduzione di produttività per un danno globale calcolato in 265 miliardi di euro



SETTE killer per le api. Già indebolite dal cambiamento climatico, le api continuano a essere sterminate da sette pesticidi: una moria che non si arresta. Da qui l'appello di Greenpeace che con un rapporto reso noto oggi chiede di vietare l'uso dei fitofarmaci che mettono a rischio gli impollinatori. Se la strage non si fermerà il danno immediato sarà molto alto. Dal  60 al 90 % delle piante selvatiche hanno bisogno dell'aiuto degli insetti per riprodursi. E fino al 75% delle nostre colture subirebbe una riduzione di produttività (a rischio in particolare mele, fragole, pomodori e mandorle). Per un danno globale calcolato in 265 miliardi di euro.

Stime troppo allarmistiche? Negli Stati Uniti nel 2006 si è registrata una perdita del 30-40 % delle colonie di api. E negli ultimi inverni in Europa la mortalità è stata in media di circa il 20%. Un allarme che ha chiamato in causa vari possibili responsabili: dalle infezioni all'aggressione chimica.

Ma le prove a carico di alcuni pesticidi si sono andate via via delineando con maggior chiarezza. Molti biologi ritengono che l'azione di alcuni pesticidi dia un contributo determinante nel far impazzire le api, che perdono il senso dell'orientamento e non riescono più a tornare a casa. Ad esempio l'esposizione combinata al pesticida imidacloprid e al parassita Nosema le indebolisce significativamente, causando alta mortalità e stress.

E' una pressione alla quale le api non possono sfuggire. I campi coltivati e le aree a pascolo occupano infatti circa il 35 % delle terre emerse non ricoperte da ghiaccio. E l'agricoltura si è trasformata in misura crescente: maggior utilizzo di fertilizzanti chimici, più sostanze chimiche tossiche, monocolture ed espansione delle aree agricole a scapito di altri ecosistemi. Inoltre molte conseguenze dei cambiamenti climatici, come l'innalzamento delle temperature, precipitazioni più irregolari e crescita degli eventi meteo estremi, potrebbero causare impatti sempre maggiori sugli impollinatori.

Greenpeace ha individuato sette insetticidi il cui uso dovrebbe essere limitato (imidacloprid, thiamethoxam, clothianidin, fipronil, clorpirifos, cipermetrina e deltametrina) e in particolare chiede di vietare subito l'impiego di tre neonicotinoidi come proposto dalla Commissione europea il 15 marzo scorso (in Italia sono stati sospesi dal 2008 per il trattamento delle sementi, ma le stesse sostanze vengono diffuse in ambiente attraverso formulazioni differenti).

"L'Italia e gli altri paesi europei devono agire per vietare queste sostanze killer", propone Federica Ferrario, responsabile della campagna agricoltura sostenibile di Greenpeace. "La drastica riduzione delle api è il sintomo del fallimento di un sistema agricolo basato sull'uso intensivo di prodotti chimici che rispondono soprattutto agli interessi di grandi multinazionali. Incrementare subito metodi agricoli sostenibili è l'unica soluzione a lungo termine per salvare le api e l'agricoltura in Europa".

fonte: http://www.repubblica.it/ambiente/2013/04/09/news/killer_api-56285513/?rss

giovedì 21 marzo 2013

Moria delle api: il Parlamento Europeo non mette al bando i pesticidi killer

 La mortalità delle api è ancora un indicatore che documenta il benessere ecologico ed economico del paese. Attraverso l’impollinazione le api sostengono la vita dell’84% delle piante, e del 75% di quelle di interesse alimentare. In Italia si stimano un milione e 100mila alveari, gestiti da circa 75.000 apicoltori, per un valore economico di circa 1.500 milioni di euro all’anno. Così, mentre l’Autorità europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa) è impegnata in alcuni progetti scientifici per esprimersi sul legame fra alcuni agrofarmaci sistemici (su tutti gli insetticidi neonicotinoidi) e la moria delle api, sono stati pubblicati diversi e autorevoli studi che dimostrano inequivocabilmente tale legame.

Gli insetticidi neonicotinoidi sono una delle principali cause della disastrosa moria delle api, e questo è confermato anche dai dati della ricerca che il ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali ha affidato al Cra (Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura), coordinata da Marco Lodesani. Certo alla moria delle api contribuiscono anche fattori di ambientali, come il cambiamento climatico o gli stress nutrizionali, o la scelta di ceppi d’api non autoctone, ma da quando il ministero della Salute ha sospeso l’uso dei neonicotinoidi per la concia di sementi, soprattutto del mais nel Nord Italia, la moria è considerevolmente diminuita. Perciò è importante che tale sospensione, in scadenza al 30 di giugno 2012, sia prorogata. E anzi occorre vietare definitivamente l’uso dei neonicotinoidi (di cui eravamo fra i primi utilizzatori in Europa), non solo nella concia del mais, ma anche in tutte le altre colture dove sono impiegati in spray o nella fertirrigazione.

Tanto più questi insetticidi non aiutano nemmeno ad aumentare le produzioni, come attestano i dati degli ultimi anni. “Dal 2002 al 2008 il calo della produzione nazionale di miele è arrivato progressivamente al 50%” dice Francesco Panella, presidente Unaapi (Unione nazionale apicoltori italiani): “Dopo la sospensione dei neonicotinoidi, invece, siamo ritornati alle nostre produzioni. Oggi, nonostante la crisi, l’apicoltura è uno dei pochi settori dove le aziende stanno crescendo”.

“C’è poco da discutere su questi insetticidi” commenta Vincenzo Girolami, docente di entomologia agraria all’Università di Padova:  “Servono solo ad aumentare il budget delle multinazionali e non le produzioni. Da quando sono stati sospesi per la concia del mais, la produzione del mais stesso è aumentata in modo incredibile. È da trent’anni che mi batto perché gli agricoltori siano abbastanza furbi da non usarli. Ora sul fattore della mortalità delle api interverrà l’Efsa, che la gente pensa sia un autorità europea indipendente, ma questo non mi lascia affatto tranquillo: metà dei miei colleghi ricercatori non sono veramente indipendenti ma sono in pratica pagati dalle multinazionali, tanto in Germania quanto in Inghilterra”. Perfino il pm Raffaele Guariniello, della Procura della Repubblica di Torino, è intervenuto nella vicenda mesi fa, conducendo un’inchiesta e accusando la Bayer CropScience di Milano e la Syngenta Crop Protection Italia di “diffusione di malattie degli animali pericolose per il patrimonio zootecnico e per l’economia nazionale”. Insomma la ricerca del Cra e di tutte le università che vi hanno collaborato, ha portato finalmente alla creazione di una rete di monitoraggio nazionale degli alveari e del loro stato sanitario: da ciò si è visto che per salvare le api, e dunque l’agricoltura, bisogna cambiare i metodi di lotta agli insetti dannosi. Oppure tornare a far ruotare le colture.




Moria delle api e Pesticidi killer. La proposta di abolire per due anni l'impiego di pesticidi neonicotinoidi, dei veri e propri killer in grado di minacciare la sopravvivenza delle api, avanzata da parte della Commissione Europea, non ha ricevuto piena approvazione da parte dei 27 Paesi membri dell'Unione Europea. Ci troviamo, dunque, al momento in una fase di stallo.

L'Italia si è pronunciata a favore del bando, insieme ad altri 12 Stati. Sono 9 in totale i Paesi che si sino dichiarati contrari e 5 gli astenuti nel corso della riunione tenutasi in proposito a Bruxelles lo scorso 15 marzo. Tra i Paesi che hanno deciso di non esprimere la propria opinione vi sono Germania e Gran Bretagna, la cui futura eventuale presa di posizione potrebbe sbloccare la situazione attuale.

Oltre all'Italia, tra i Paesi UE che si sono già espressi come favorevoli al bando di due anni dei pesticidi neonicotinoidi vi sono Francia, Spagna, Olanda e Polonia. Il bando dei neonicotinoidi, anche se temporaneo, permetterebbe di salvare dallo smembramento e dalla morte inevitabile intere colonie di api presenti sul territorio europeo.

La Commissione Europea ha dovuto prendere atto di come una maggioranza qualificata non sia stata al momento raggiunta, ma ciò non dovrebbe significare che la battaglia per la salvezza delle api debba essere considerata persa. Si teme che le lobby dei produttori di pesticidi possano influenzare le future decisioni in proposito. Tra le aziende coinvolte vi sono Bayer e Syngenta. Il bando era da considerarsi rivolto nei confronti di tre pesticidi da esse prodotti, midacloprid, clothianidin e thiamethoxam, che - per quanto riguarda esclusivamente la concia delle sementi - risultano già vietati in Italia.

In Italia il loro divieto di impiego per la concia delle sementi rimarrà effettivo fino a giugno 2013 ed era stato introdotto in precedenza in attesa delle decisioni a livello europeo. La pericolosità dei pesticidi neonicotinoidi per le api era stata evidenziata da parte dell'EFSA. Alle tre sostanze è infatti stato associato tramite apposite ricerche un elevato rischio acuto, nel momento in cui le api entrino a contatto con esse.

Che cosa accadrà ora? La Commissione Europea potrò decidere di presentare una nuova proposta, oppure di mantenere la proposta attuale, sottoponendola ad un più elevato organo di rappresentanza degli Stati membri. Le evidenze scientifiche riguardanti la pericolosità dei neonicotinoidi sono chiare, la speranza è che l'Italia stessa e la Commissione Europea non si lascino piegare dalla pressione di aziende quali Syngenta e Bayer, così come sottolineato da parte di Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura di Greenpeace.


fonte: http://www.greenme.it/informarsi/agricoltura/9967-moria-api-parlamento-europeo



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giovedì 5 agosto 2010

MORIA DELLE API: LEGAMBIENTE CHIEDE STOP DEFINITIVO AI PESTICIDI KILLER DI API


Lo stop all'uso di neoticodinoidi, gli insetticidi killer delle api, ha dato i suoi frutti ma la scadenza del 20 settembre 2010 del provvedimento che ne sospende l'utilizzo, rischia di vanificare i risultati positivi ottenuti e di mettere nuovamente in pericolo la popolazione delle api e la produzione di miele.

Per questo Legambiente a sostegno delle due associazioni apistiche nazionali Unaapi e Fai chiede ai Ministeri della Salute e dell'Agricoltura e agli Assessori delle Regioni a maggiore vocazione maidicola, il definitivo ritiro dell'autorizzazione d'uso dei concianti del mais.

Secondo gli apicoltori infatti gli accertamenti scientifici in atto con il progetto di ricerca, pubblico e indipendente, Apenet, confermano il non rimediabile effetto tossico su api e ambiente dei concianti neurotossici e la comprovata efficacia di metodi agrotecnici di difesa del mais basati sulla rotazione della coltura.

Pertanto anche per Legambiente e' necessario stabilire il divieto definitivo all'uso di questi pesticidi (cosa che ha permesso, nei mesi di sospensione, il ripopolamento degli alveari), ribadire il divieto d'irrorazione di insetticidi su mais in fioritura (il cui polline e' abbondantemente bottinato da api e altri insetti utili), e impedire la monocoltura in successione a favore della rotazione colturale.

La richiesta formale degli apicoltori inviata ai Ministeri e' accompagnata da nota tecnica esplicativa che ricorda come ''nel periodo del divieto d'impiego dei neonicotinoidi si sia riscontrata un'evidente ripresa dello stato di salute e di buona produttivita' degli allevamenti apistici italiani e che nel periodo di mancato impiego di semi conciati non si siano verificati fenomeni, al contrario delle allarmistiche previsioni, di danni da diabrotica su mais. La popolazione del parassita del mais, infatti, si e' sviluppata al suo massimo proprio nel 2008, anno di piu' massiccio se non totale uso di concianti del mais e che nelle primavere del 2009 e del 2010 gli unici e rari spopolamenti primaverili di alveari sono stati conseguenti all'uso illegale di sementi conciate, mentre negli anni precedenti erano stati decimati decine e decine di migliaia di alveari.

Nel 2010, dopo un'annata senza concianti neurotossici, ma soprattutto grazie alla rotazione delle colture, il monitoraggio delle catture ha confermato una riduzione sostanziale della presenza del parassita. Tant'e' che finalmente anche il Servizio fitosanitario della Regione Lombardia ha segnalato in modo pubblico non solo l'inopportunita' e dannosita' dei trattamenti insetticidi in fioritura del mais ma anche la loro illegalita'''.

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lunedì 12 luglio 2010

pesticidi : il veleno invisibile

DOSSIER. I fitofarmaci sono presenti in quasi la metà della frutta e verdura che consumiamo a tavola. Spesso contaminate anche le falde acquifere. Decine di studi confermano: gravi effetti sulla salute, specie dei bambini.

Il pesticida è una sostanza che interferisce, ostacola o distrugge organismi viventi (microrganismi, animali, vegetali). In quest’analisi ci riferiremo in particolare ai pesticidi usati in agricoltura, meglio indicati come “fitofarmaci”, ovvero a tutte quelle sostanze che caratterizzano l’agricoltura su base industriale, quindi diserbanti, fungicidi, agenti chimici usati per difendere le colture da insetti, acari, batteri, virus, funghi e per controllare lo sviluppo di piante infestanti.

Non va dimenticato, inoltre, che i principi attivi dei pesticidi sono presenti anche nei prodotti per piante ornamentali e negli insetticidi, spesso usati senza alcuna precauzione nelle nostre case. Il capostipite di tali sostanze è un erbicida tristemente famoso usato massicciamente durante la guerra del Vietnam per irrorare le boscaglie e conosciuto come “agente orange” dal colore delle strisce presenti sui fusti usati per il suo trasporto e prodotto da una multinazionale, la Monsanto, ampiamente discussa e con grandi interessi tutt’oggi nel campo dei pesticidi e degli Ogm. I suoi effetti sono purtroppo ancora presenti sulle popolazioni, sui reduci di guerra e sui loro discendenti a distanza di oltre 40 anni dal suo spargimento.

I fitofarmaci sono per la massima parte costituiti da sostanze tossiche, persistenti, bioaccumulabili, spesso estremamente nocive ed è ormai largamente confermato che il loro impiego ha un impatto sulle proprietà fisiche e chimiche dei suoli e comporta effetti indesiderati per tantissimi organismi viventi, spesso utili all’uomo: basti pensare alla recente moria delle api attribuita a pesticidi neonicotinoidi.

Di fatto pesticidi si ritrovano in circa la metà della frutta e verdura che ogni giorno arriva nei nostri piatti e, cosa forse ancora più grave, essi contaminano diffusamente le matrici ambientali, comprese le acque, arrivando fino alle falde: una recente indagine dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha dimostrato che il 36.6% dei campioni di acqua analizzati nel nostro paese è contaminato da pesticidi in quantità superiore ai limiti di legge. Complessivamente sono stati identificati nelle acque esaminate ben 131 di queste sostanze, compresi inquinanti vietati da molto tempo come l’atrazina.

Particolare preoccupazione desta poi la scoperta che la clorazione dell’acqua (metodica usuale per la sua disinfezione e potabilizzazione) può comportare la trasformazione delle molecole inquinanti presenti in agenti dotati di effetti cancerogeni certi, in particolare i trialometani. D’altra parte, al di là delle buone intenzioni del legislatore per una riduzione delle sostanze chimiche in agricoltura, il loro utilizzo è sempre più massiccio e nel nostro paese sono circa 300 quelle di uso abituale. I dati ufficiali e più recenti al riguardo sono riportati nella tabella qui a destra in basso.

Gli effetti sulla salute
Gli effetti esercitati sugli organismi superiori e quindi anche sull’uomo da queste sostanze sono molto complessi, difficili da valutare singolarmente, presenti anche a dosi infinitesimali (per l’atrazina sono descritti effetti a dosi 30.000 volte inferiori ai limiti di legge). Tali effetti si manifestano spesso tardivamente (anche dopo decenni) e variano anche a seconda del momento in cui avviene l’esposizione: gravidanza, allattamento, vita fetale, infanzia e pubertà sono momenti cruciali in cui il contatto con tali agenti può comportare effetti particolarmente gravi. Ad esempio, si è di recente dimostrato che l’esposizione a Ddt (un agente in uso come insetticida negli anni ‘50 che - anche se bandito da anni - ancor oggi è presente nelle matrici ambientali) è correlato ad un aumentato rischio di cancro mammario se l’esposizione è avvenuta in età pre-pubere.

Molte di queste sostanze rientrano fra gli “endocrin disruptor”, ovvero “inferenti” o “disturbatori endocrini”: si tratta cioè molecole in grado di interferire, anche a dosi bassissime, con funzioni delicatissime quali quelle ormonali, immunitarie, metaboliche, riproduttive: la diminuzione della fertilità maschile con diminuzione sia nel numero che nella motilità degli spermatozoi, disturbi alla pubertà, endometriosi, malformazioni (in particolare a carico dell’apparato genitale), patologie neurodegenerative come il Parkinson, disfunzioni tiroidee sono solo alcuni degli effetti segnalati. Tutto ciò dà ragione della crescente attenzione e preoccupazione circa gli effetti di queste molecole da parte delle più importanti istituzioni a livello nazionale ed internazionale. Prima di esporre i principali rischi per la salute umana correlati a pesticidi ed emersi dagli studi epidemiologici è bene tuttavia ricordare i limiti che caratterizzano questo tipo di indagini.

Questi limiti sono di particolare rilievo in patologie croniche, multifattoriali, che insorgono a decenni dall’esposizione ed in cui assume sempre più importanza l’esposizione intrauterina e nelle prime fasi della vita, come avviene per il cancro. Inoltre la diffusione ormai ubiquitaria degli agenti inquinanti rende molto difficile identificare una popolazione di controllo realmente non esposta: pertanto non va mai dimenticato che la mancata evidenza del rischio non corrisponde affatto ad una reale assenza del rischio! Bisogna inoltre essere consapevoli che anche l’epidemiologia non è immune dalla crescente influenza che la grande industria esercita anche su questa disciplina, offuscandone talvolta obiettività e scientificità.

Tali problematiche sono state affrontate da numerosi autori, in modo particolare da Lorenzo Tomatis e a più riprese è stato segnalato come condizionamenti economici e conflitti di interesse influiscono sulle conclusioni degli autori e sulla valutazione che si dà dei risultati ottenuti. Quanto agli effetti dei pesticidi sulla salute umana è ormai assodato che molti di questi agenti hanno anche una azione mutagena e cancerogena e numerosissimi sono i tipi di cancro messi in relazione col loro uso per esposizioni professionali, in particolare: tumori cerebrali, tumori alla mammella, al pancreas, ai testicoli, al polmone, sarcomi ed ovviamente leucemie, linfomi non Hodgkin (LNH) e mielomi che sono quelli che più ci interessano. Una recente revisione che ha preso in esame 104 studi selezionandone 83 ha mostrato i rischi di cancro riportati nella tabella seguente.

Gli effetti sulle malattie del sangue
La tabella 1 documenta un aumentato rischio di leucemie per esposizione a pesticidi in 14 su 16 degli studi esaminati ed un aumentato rischio di linfomi non Hodgkin in 23 dei 27 studi esaminati. Un recentissimo studio condotto in Francia ha evidenziato un rischio elevato anche per il linfoma di Hodgkin, prima raramente emerso: in particolare per esposizione a triazolo (fungicida) e per esposizione ad erbicidi a base di urea il rischio aumenta in modo statisticamente significativo (cioè non attribuibile al caso) rispettivamente di oltre il 700% ed oltre il 900%. Ulteriori informazioni provengono da studi molto ampi condotti sulla salute degli agricoltori in U.S.A. Tali indagini hanno confermato quanto già emerso da precedenti studi ed in particolare è emerso un aumentato rischio di: leucemie: (incremento tra il 120% e il 135%); linfomi Non Hodgkin: (incremento tra il 25 e il 160%); mieloma multiplo: (incremento tra il 34% e il 160%).

L’azione dei pesticidi sulla salute ed in particolare l’azione sulle malattie del sangue è stata messa in relazione al fatto che alcuni di tali agenti, a cominciare dall’ agente “orange” sono spesso contaminati da diossine e proprio la diossina (Tcdd) è una delle sostanze su cui più si è accentrata l’attenzione dei ricercatori. La correlazione fra esposizione a Tcdd e patologie emolinfopoietiche (linfomi, leucemie) è infatti ben documentata dai dati recentemente pubblicati sulla mortalità a 25 anni dall’incidente di Seveso: il Rischio Relativo (RR) di morte per emolinfopatie è infatti, a distanza di più di 20 anni dall’incidente e nell’area più inquinata, pari a 5.38, quindi un aumento del rischio del 438%, risultato statisticamente significativo, ovvero non attribuibile al caso. Proprio da studi sulla popolazione esposta all’incidente di Seveso sono anche giunte importanti osservazioni circa il meccanismo di azione esercitato dalla diossina sui linfociti. In pratica si è visto che negli individui in cui era più alta la presenza di Tcdd nel sangue, aumentava proporzionalmente nei linfociti circolanti la presenza della traslocazione tanto che nel gruppo con maggior dosaggio di Tcdd nel sangue la frequenza di linfociti “traslocati” era quasi 10 volte più alta rispetto alla popolazione meno esposta.

La traslocazione, un’alterazione cromosomica, è stata ritrovata anche nei linfociti circolanti di individui in buona salute e non può ritenersi indicatore certo di malattia. Tuttavia essa rappresenta sicuramente un primo gradino nel processo di trasformazione tumorale ed il netto incremento di linfociti portatori della traslocazione in seguito a massiccia esposizione a diossina suggerisce che la diossina comporti una sorta di “facilitazione” all’espansione del clone traslocato. Del tutto recentemente un meccanismo analogo è stato dimostrato in agricoltori esposti a pesticidi in Francia: anche in questo caso un gruppo di agricoltori esposti a pesticidi e seguito per 9 anni ha mostrato una drammatica espansione di cloni di linfociti con la traslocazione, primo passaggio per la successiva evoluzione linfomatosa. Questo studio è di fondamentale importanza perché per la prima volta viene fatta luce sui meccanismi molecolari che mettono in relazione l’esposizione ai pesticidi con le malattie del sangue.

Per concludere
Possiamo con ragionevole certezza affermare che la relazione fra pesticidi/fitofarmaci e tumori umani, in particolare linfomi, mielomi e leucemie, ma anche diversi tumori solidi, è stata ormai dimostrata in modo inequivocabile per gli agricoltori o per i lavoratori esposti. La dimostrazione che l’esposizione a dosi “ambientali” sia parimenti pericolosa è certamente più ardua (anche perché è ormai difficile trovare popolazioni di controllo veramente non esposte), tuttavia è difficile pensare di poter “assolvere” queste molecole, ormai entrate nel nostro habitat, anche se assunte a dosi inferiori rispetto alle esposizioni lavorative.

L’Italia detiene, in Europa, il triste primato della più alta incidenza di cancro nell’infanzia (in media 30 casi in più ogni anno per milione di bambini) e si registra nel nostro paese un incremento annuo quasi doppio rispetto alla media europea: 2% annuo contro l’1.1%. Per linfomi e leucemie nell’infanzia l’incremento annuo in Italia è rispettivamente del 4.6% e dell’1.6% nei confronti di un incremento in Europa rispettivamente dello 0.9%, e dello 0.6%. Tutto ciò deve farci seriamente riflettere: certamente tanti altri agenti sono coinvolti, basti pensare al benzene, alle radiazioni – ionizzanti o non ionizzanti – e su tutti questi bisogna agire per una loro drastica riduzione, ma ciò non toglie che sia del tutto legittimo pretendere di sapere anche cosa c’è nel nostro piatto, nel cibo che mangiamo, nell’acqua che beviamo e soprattutto cosa arriva sulla tavola dei nostri bambini. Su temi tanto importanti, quali quelli che riguardano la salute, i cittadini hanno il diritto di ricevere informazioni serie, puntuali, chiare: la protezione di momenti “cruciali” della vita quali la gravidanza, l’allattamento, l’infanzia deve inoltre diventare un imperativo per tutti.

L’attenzione verso queste problematiche in tanta parte del mondo scientifico è crescente ed in un recente e documentatissimo libro della grande epidemiologa americana Devra Davis è scritto: «Quando scopriamo che quel che ieri era “il trionfo della chimica moderna” è invece una minaccia mortale all’ambiente mondiale, è legittimo chiedersi cosa altro non sappiamo». Di fatto la probabilità di ricevere una diagnosi di cancro nell’arco della vita in Italia è ormai del 50% sia per i maschi che per le femmine, ovvero ad un uomo su due ed a una donna su due verrà fatta una diagnosi di cancro nel corso della vita. Sempre più emerge nella letteratura internazionale che i fattori comunemente ritenuti responsabili del cancro (invecchiamento, stile di vita, tabagismo ecc.) possono spiegare non più del 40% dei casi ed altri fattori, in primis quelli ambientali, devono essere invocati. D’altra parte non possiamo sperare certo di risolvere il problema del cancro con farmaci costosissimi che il più delle volte possono prolungare un po’ la vita, ma che non comportano una guarigione definitiva.

Di fronte a queste considerazioni appare sempre più urgente imboccare l’unica strada che fino ad ora non è stata percorsa nella guerra contro il cancro, ovvero la strada della prevenzione primaria, cioè una drastica riduzione della esposizione a tutti quegli agenti chimici e fisici già ampiamente noti per la loro tossicità e cancerogenicità. La dimostrazione di quanto sia vincente la strada della prevenzione primaria viene proprio, nel campo dei pesticidi, da quanto è stato fatto in Svezia dove, grazie alle ricerche di un coraggioso medico Lennart Hardell, negli anni ’70 furono messi al bando alcuni pesticidi. Ora, a distanza di trenta anni, in quel paese si sta registrando una diminuzione nell’incidenza dei linfomi.

E’ nell’interesse di tutti e soprattutto di chi verrà dopo di noi passare dalle parole ai fatti, adottare precise norme a tutela della salute pubblica e pretendere l’applicazione delle leggi già esistenti, perchè come ha detto Sandra Steinberg: «Dal diritto di conoscere e dal dovere di indagare discende l’obbligo di agire».

Fonte : http://www.terranews.it/ articolo di Patrizia Gentilini (Medico Oncologo ed Ematologo Isde Italia, Associazione medici per l’ambiente)

venerdì 18 giugno 2010

pesticidi : Troppi pesticidi nel piatto E ricompare il Ddt


Secondo il rapporto annuale di Legambiente l'1,5% di frutta, verdura e derivati che finisce sulle nostre tavole è contaminato oltre il livello di sicurezza. Tra fitofarmaci e anticrittogamici, cresce la presenza dei "multi residuo"

Frutta e verdura fanno bene e bisogna mangiarne cinque porzioni al giorno. E' il ritornello che medici e nutrizionisti ripetono ossessivamente. Ma chi non possiede un orto tutto suo come può essere certo di non mangiare "veleni"? Nel rapporto annuale "Pesticidi nel piatto", Legambiente riconosce gli sforzi fatti dal nostro Paese per un uso sostenibile dei fitofarmaci ma evidenzia, rispetto allo scorso anno, una maggiore presenza di campioni "multi residuo" (3 per cento in più rispetto al 2009), quelli nei quali sono contenuti contemporaneamente più residui chimici diversi.

Verdura più inquinata. Secondo l'associazione ambientalista, che ha raccolto e confrontato dati provenienti da Arpa, Asl e laboratori zooprofilattici regionali, a fronte di una lieve diminuzione dei campioni analizzati (8.560 contro gli 8.764 del 2009), la percentuale delle irregolarità si mantiene pressoché stabile e pari all'1,5% (era 1,2% nel 2008). Per la prima volta rispetto a quanto visto in passato, è la verdura a presentare le maggiori criticità, con l'1,3% dei campioni fuorilegge contro lo 0,8% del 2009. Gli ortaggi superano anche la percentuale dei campioni irregolari riscontrati nella frutta che sono l'1,2%, dato in miglioramento rispetto allo scorso anno quando erano pari al 2,3%.

Campioni "multi residuo". Per la verdura, i dati sui residui multipli sono raddoppiati rispetto allo scorso anno, passando dal 3,5% del 2008 al 6,5% del 2009. Ma stavolta è la frutta a presentare una percentuale più alta (26,4%). Il 45% delle pere, il 43,8% dei campioni di uva, il 40,9% delle fragole contengono scorie di sostanze chimiche diverse, mentre gli agrumi, i piccoli frutti e l'uva sono da segnalare anche per la più alta concentrazione di irregolarità riscontrate.

Pane e vino. Segnano un aumento anche le irregolarità e i campioni multi residuo nella categoria dei prodotti derivati. Su un totale di 1435 campioni di prodotti derivati, il 2,7% risulta irregolare (era pari a zero lo scorso anno) e ben il 9,3% (+2,8% rispetto al 2008) presenta più residui. In particolare vino e pane sono i prodotti che presentano le principali irregolarità: rispettivamente dell'1,9% e dell'8,8%. Invece, miele e vino presentano il maggior numero di residui.

Campioni da record. Anche quest'anno non sono mancati i cosiddetti campioni da record, prodotti considerati in regola ma che presentano contemporaneamente più sostanze chimiche i cui effetti sinergici sulla salute dell'uomo e sull'ambiente sono ancora da verificare. Tra i casi più eclatanti, un campione d'uva bianca analizzato in Sicilia contenente 9 diversi residui di pesticidi, uno di pere campane che ne aveva 5 e uno di vino proveniente dal Friuli Venezia Giulia con 6 diversi residui. Le regioni dove è stato analizzato un maggior numero di campioni sono anche quelle in cui è stato riscontrato il più alto numero di irregolarità. Ad esempio, in Emilia Romagna, su un campione di 1667 alimenti, 30 sono risultati fuorilegge. Il Piemonte ha esaminato 406 campioni di cui solo sette irregolari ma di questi ben cinque sono rappresentati dal pane. In Friuli Venezia Giulia su 269 alimenti risulta un'unica irregolarità riguardante i funghi, ma ciò che colpisce è la presenza di un campione di insalata contaminato da tracce di Ddt, bandito in Italia dal 1978, mentre tre campioni di vino sono risultati contaminati da Procimidone, un fungicida considerato potenzialmente cancerogeno secondo l'Epa, l'agenzia di protezione ambientale degli Stati Uniti, ma non nell'Unione Europea. Da segnalare, poi, che fino al 30 aprile 2011 alcuni prodotti a base di Rotenone, un insetticida bandito dall'Ue, sono consentiti per l'impiego sulle colture di mela, pera, pesca, ciliegia vite e patata.

Carne e latte. Quest'anno, anche gli Istituti zooprofilattici sperimentali (IZS) hanno sostenuto Legambiente nell'indagine considerando anche gli alimenti di origine animale. Sono risultati irregolari alcuni campioni di carni di coniglio e tacchino e di latte vaccino e ovino per la presenza di diossine.

Legambiente. "La strada da percorrere per raggiungere un uso sostenibile dei fitofarmaci è ancora molto lunga - afferma Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente. Permane infatti il problema del cosiddetto multi residuo cioè, l'effetto sinergico dovuto alla presenza contemporanea di differenti principi attivi sul medesimo prodotto, e quello della rintracciabilità di pesticidi revocati oltre il termine fissato per lo smaltimento delle scorte". Non esiste infatti un riferimento specifico nella normativa che stabilisca per i laboratori un termine temporale oltre il quale tracce, anche al di sotto del limite consentito di pesticidi revocati, come il Ddt, siano da indicare come irregolari.

Api e pesticidi, un caso emblematico. Secondo l'ultimo rapporto 'Segnali ambientali 2010' dell'Agenzia europea dell'Ambiente, nel corso degli ultimi vent'anni, le farfalle in Europa sono diminuite del 60%, mentre diverse specie di api selvatiche si sono già estinte e, nel resto del mondo, si sono decimate a causa di pesticidi, acari e malattie. Questo verdetto conclude una lunga disputa iniziata nel 1991, quando i fitofarmaci contenenti le molecole neonicotinoidi sono stati introdotti in Francia e sono stati osservati i primi effetti negativi. Per la moria di api del 2006 in Piemonte - si ricorda nel rapporto di Legambiente - il principale accusato è il Tiamethoxam, usato contro la flavescenza dorata sulla vite. La molecola è stata dichiarata "non ecotossica" dalla Syngenta, che produce un fitofarmaco che la contiene, ma secondo gli apicoltori dell'associazione nazionale Unaapi, è "assai pericolosa per l'ambiente".

"La minaccia non riguarda solo la possibilità di approvvigionarsi dei 400 grammi annuali di miele che l'italiano medio consuma ogni anno - spiega il presidente di Unaapi Francesco Panella - ma l'agricoltura nel suo complesso che dipende per un terzo da coltivazioni impollinate grazie al lavoro gratuito delle api". Secondo la Coldiretti, in Italia sono a rischio circa 50 miliardi di api in oltre un milione di alveari. Una strage che mette in pericolo il processo di impollinazione minacciando un budget da due miliardi e mezzo di euro l'anno. Tra i prodotti a rischio: mele, pere, mandorle, agrumi, pesche, kiwi, ciliegie, albicocche, meloni, zucchine, girasole, colza.
fonte: www.repubblica.it

lunedì 17 maggio 2010

PESTICIDI: ALLARME PESTICIDI NELLE ACQUE


Sono 118, secondo l’Ispra le sostanze pericolose rinvenute nelle acque superficiali e sotterranee del nostro Paese nel biennio 2007 – 2008, con netta prevalenza dei componenti chimici usati nei campi

Ancora troppi pesticidi nelle acque italiane, anche in quelle potabili. Sono ben 118, secondo il rapporto dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) sul monitoraggio nazionale di queste sostanze, quelle pericolose rinvenute nelle acque superficiali
e sotterranee del nostro Paese nel biennio 2007 – 2008, con netta prevalenza dei pesticidi utilizzati in agricoltura, fungicidi, insetticidi ma soprattutto erbicidi. I dati raccolti dall’Istituto servono per capire come combattere gli organismi nocivi, tutelando gli ecosistemi acquatici, quindi in teoria non c’è controllo sulle acque potabili, ma spesso i corpi idrici interessati sono gli stessie le sostanze trovate pericolose anche per l’uomo, che può ingerirle in forma indiretta attraverso la catena alimentare, quando mangia cibi venuti a contatto con l’acqua contaminata. I campioni analizzati sono stati 19mila 201: per quanto riguarda le acque superficiali hanno mostrato residui ben 518 punti di monitoraggio, il 47,9% del totale, e nel 31,7% dei casi le concentrazioni erano superiori ai limiti previsti per le acque potabili, che sono di 0,1 milligrammi al litro per la singola sostanza e 0,5 milligrammi per i pesticidi totali. Nelle acque sotterranee, invece, i punti contaminati sono stati 556, il 27% del totale, nel 15,5% con concentrazioni superiori ai limiti. In tutto, i ricercatori hanno trovato 118 diversi pesticidi, con prevalenza schiacciante di erbicidi, visto che l’86,7% dei rilevamenti “positivi” hanno riguardato queste sostanze, che vengono sparse direttamente sul suolo, spesso in coincidenza coi periodi più piovosi dell’anno, per cui sono facilmente trasportate nei corpi idrici superficiali e sotterranei. Tra le sostanze, critica la situazione per la Terbutilazina, usata nelle colture di mais e sorgo, con una contaminazione diffusa in tutta l’area padano-veneta e in alcune regioni del centrosud. Il diserbante è stato individuato nel 42,5% dei campionamenti su acque superficiali (per il 23,9% dei casi sopra il limite per l’acqua potabile), e nel 16,4% di quelli sulle sotterranee (il 5% sopra i limiti). Nelle regioni dove l’uso è più massiccio, come Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna, si arriva oltre l’80% di ac-que a rischio, e più o meno nelle stesse zone si continua a rilevare la presenza di Atarazina, fuori commercio da quasi due decenni. Dai dati del 2008 emerge anche la presenza del fungicida carbendazim e degli insetticidi metomil e imidacloprid, in passato mai rilevati. Le loro elevate frequenze sono da attribuire ai dati della Sicilia, che rispetto agli anni passati ha ampliato lo spettro di sostanze cercate. Come già in passato, nei campioni sono presenti miscele di sostanze, fino a 14 insieme, e vanno quindi considerati i possibili effetti cumulativi di questi mix, come ribadito anche a livello europeo. Nei controlli ci sono ancora grandi differenze tra le regioni, specie sul numero delle sostanze cercate, con monitoraggio più efficace nel nord che al sud.
ARTICOLO DI: Rossana De Rossi
FONTE: www.verdi.it

lunedì 29 giugno 2009

Insetticidi: pericolo per le apiculture


Da un anno sono sospese dal Ministero alcune potenti sostanze neurotossiche utilizzate nel trattamento dei semi di mais, una delle cause, secondo molti, del drammatico spopolamento degli alveari. Contro questa decisione hanno ricorso prima al Tar e poi al Consiglio di stato la aziende che le producono. L’andamento primaverile degli alveari ha confermato pienamente il micidiale effetto.

È importante sapere che questi insetticidi uccidono non solo le api ma anche tutti gli insetti impollinatori che visitano i fiori. Uccidono in pratica tutta l’entomofauna utile che viene a contatto con questi agrofarmaci quando vengono spruzzati nell’ambiente oppure, essendo sistemici ed avvelenando la pianta, quando raccolgono il nettare e il polline dai fiori delle piante trattate. Il provvedimento ministeriale, trattandosi di una sospensione, scadrà il prossimo settembre.

«È indispensabile che questo assuma il carattere di un definitivo divieto», ha detto Andrea Raffinengo, originario di Mombaldone e membro di Apromiele ed Unaapi, l’unione che riunisce le tre più grandi associazioni di categoria di Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna. «Non sono solo le api infatti ad essere a rischio estinzione. Tutti gli insetti impollinatori che visitano i fiori quest’anno sono stati risparmiati».

La zona di Acqui è strettamente legata all’attività di questi piccoli insetti, e basta pensare alle prime conseguenze di una loro drastica riduzione nel numero per sentirsi scoraggiati. Ad esempio tutta la flora spontanea si troverebbe ko e tra queste piante si perderebbe anche il biancospino, elemento fondamentale per la produzione della rinomata Robiola di Roccaverano. Quindi, niente insetti, niente frutti e niente semi. Oltre agli agricoltori gli insetti sono indispensabili anche per chi ha un piccolo orto familiare o un frutteto. Le piante spontanee che coprono i pascoli e che caratterizzano molti prodotti tipici hanno bisogno degli insetti per riprodursi. Lo stesso per il trifoglio, l’erba medica, la lupinella. I residui di questi insetticidi si disperdono nell’ambiente anche al momento della semina contaminando la rugiada del mattino, l’acqua delle pozzanghere e dei fossi che le api, ma non solo, possono poi bere.

Nell’area del basso Piemonte, con una buona incidenza dell’acquese, attualmente si trovano 300 apicoltori per un totale di famiglie di api che si aggira intorno alle 4.000 unità. «I dati risalgono al censimento del 31 dicembre 2008 – spiega ancora Raffinengo – Ovviamente non tengono conto di quei piccoli apicoltori che magari possiedono qualche arnia per hobby e che naturalmente non censiscono».
E parte un appello accorato: «Chiediamo agli imprenditori agricoli che dovessero avere in magazzino scorte di sementi conciate con queste sostanze ora sospese di non utilizzarle».

venerdì 5 giugno 2009

PESTICIDI: SOLO UN FRUTTO SU DUE NE è PRIVO


Solo un frutto su due che arrivano sulla nostra tavola e' privo di pesticidi. Mele e agrumi tra i frutti piu' contaminati. Aumentano i campioni con tracce di uno o piu' residui leggero aumento anche dei campioni irregolari, diminuisce invece il numero dei controlli. Lo evidenzia ''Pesticidi nel Piatto'', il Rapporto annuale di Legambiente sui residui di fitofarmaci nei prodotti ortofrutticoli e derivati commercializzati in Italia, presentato oggi.

Il lieve ma costante miglioramento dei dati sulla presenza dei pesticidi sui prodotti ortofrutticoli e derivati, osservato negli ultimi anni sembra essersi arrestato.

L'edizione 2009 del rapporto elaborato da Legambiente sulla base dei dati ufficiali forniti da Arpa, Asl e laboratori zooprofilattici, mostra risultati stabili se non peggiori del 2008.

A fronte di una evidente diminuzione dei campioni analizzati (quasi 1300 in meno rispetto all'anno scorso), si riscontra un seppur lieve incremento dei campioni irregolari per concentrazioni troppo elevate di residui di agrofarmaci rispetto ai limiti stabili dalla legge. Complessivamente le analisi svolte dai laboratori pubblici provinciali e regionali hanno preso in considerazione 8764 campioni, di cui 109 sono risultati irregolari, pari all'1,2% del totale, in leggero aumento rispetto al 2008 (1%), mentre su 2410 (il 27,5%) e' stata rilevata la presenza di uno o piu' residui.

Su 3474 campioni di verdure analizzati lo 0,8% e' addirittura irregolare (residui oltre i limiti di legge), un valore piu' o meno stabile rispetto all'anno precedente quando si attestava sullo 0,7%, mentre 565 campioni (il 16,3%) sono regolari ma con residui, in aumento dell'1,6% rispetto all'anno scorso (14,7%). Stesso aumento per i campioni contaminati da uno o piu' residui tra i prodotti derivati (19,5% rispetto al 18% dello scorso anno).

La frutta si riconferma quale categoria ''piu' inquinata'', con un aumento, rispetto all'anno scorso, delle irregolarita'. Infatti, su 3507 campioni di frutta, 81 (il 2,3%) sono irregolari con residui al di sopra dei limiti di legge (+ 0,7% rispetto al 2008). Invece, i campioni di frutta regolari con uno o piu' di un residui chimici risultano pari al 43,9%. Quindi solo un frutto su due (il 53,8% per la precisione) che arriva sulle nostre tavole e' privo di residui chimici.

''Gli ultimi dati Istat - ha dichiarato Rossella Muroni, direttrice generale di Legambiente - ci dicono che gia' nel 2007 la quantita' totale dei fitosanitari distribuiti per uso agricolo in Italia era aumentata del 3% rispetto al 2006, passando da 148,9 a 153,4 mila tonnellate.

Un dato questo, abbastanza preoccupante, perche' sembra indicare che lo sforzo sinora sostenuto dall'agricoltura italiana per offrire ai consumatori prodotti sempre piu' sani e per ridurre l'inquinamento abbia subito uno stop''.

martedì 12 maggio 2009

SALUTE: Allarme funghi cinesi 'alla nicotina'


Dopo la richiesta di un parere di Bruxelles :
L'Autorità europea per la sicurezza alimentare mette in allerta sui rischi legati al consumo di questo alimento. Potrebbero provocare "una possibile accelerazione del battito cardiaco, mal di testa e vertigini"

Attenzione ai funghi selvatici alla nicotina provenienti dalla Cina. L'allerta arriva dall'Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), che ha esaminato alcuni campioni contaminati, fornendo un parere scientifico alla Commissione europea sui rischi legati al consumo di questo alimento, dopo la scoperta di una contaminazione da nicotina in campioni del raccolto 2008 di funghi essiccati selvatici, provenienti principalmente dalla Cina. Il parere dell'Efsa segue una richiesta urgente arrivata il 27 aprile scorso. L'Autorità ha valutato il rischio, collegato alla presenza di nicotina in funghi freschi selvatici fino a 0,5 mg/Kg, concludendo che "questo livello non è sicuro". Gli effetti, legati al fatto di aver mangiato funghi contaminati, probabilmente sarebbero "medi e di breve termine - affermano gli esperti dell'Efsa - e includono accelerazione del battito cardiaco, mal di testa e vertigini". L'Efsa ha avvistato la Commissione sui rischi associati a diversi livelli di contaminazione, per aiutare i risk manager a decidere appropriate azioni di follow-up. "Non e' chiaro cosa abbia causato la presenza di nicotina" in questo alimento, aggiunge l'Autorita' in una nota. Il fenomeno "potrebbe essere legato all'uso di pesticidi o altri fattori, come una contaminazione accidentale durante il processo di essiccatura".
Per aiutare gli esperti a fissare livelli sicuri a tutela dei consumatori, L'Efsa ha usato una metodologia "gia' esistente e accettata a livello scientifico per stabilire i massimi livelli residui di pesticidi nei cibi". L'Autorita' indica in 0,036 mg/kg la concentrazione di nicotina nei funghi freschi che potrebbe essere accettabile e priva di danni per la salute dei cittadini. Dal momento che ci sono "una serie di incertezze sui dati, come ad esempio i livelli di contaminazione" riscontrata nei funghi e il consumo reale di questo alimento in Europa, l'Efsa ha proposto che il valore di sicurezza individuato debba essere considerato solo su base temporanea. Il programma di monitoraggio raccomandato a livello europeo, "sarà utile - conclude l'Autorità - per ottenere anche una base dati più ricca" e stabilire in modo più preciso i limiti dell'esposizione.

venerdì 8 maggio 2009

API E CLIMA: MORIA API CAUSATA DAL RISCALDAMENTO GLOBALE , DAI PESTICIDI E DA AGENTI PATOGENI

La moria delle api è causata principalmente dai pesticidi utilizzati nell’agricoltura. Le api infatti durante la fase di impollinazione da un fiore all’altro rimangono intossicate dalle sostanze presenti nei pesticidi e muoiono in poco tempo. Un altra causa di morte per le api è rappresentata negli ultimi anni dall’inquinamento elettromagnetico provocato dalla diffusione dei telefoni cellulari. Il segnale dei telefonini causa stordimentto nelle api, le quali perdono il senso d’orientamento e smarriscono la strada dell’alveare. L’inquinamento elettromagnetico pare inoltre essere causa di alcune gravi malattie virali che stanno decimando la popolazione di api. Non ultimi i cambiamenti climatici. Negli ultimi anni abbiamo potuto verificare stagioni sempre più instabili, con una forte alternanza di lunghi periodi di siccità ad improvvisi cali della temperatura. Questo tipo di andamento climatico irregolare comporta una presenza discontinua dei nutrienti necessari al corretto sviluppo delle api. A risentirne è l’intero alveare le cui difese calano in modo significativo.

L'analisi dei cambiamenti climatici ed il legame tra questo fenomeno e l'assottigliamento delle popolazioni di api su scala mondiale confermano un preciso collegamento tra il riscaldamento globale e il fenomeno della moria delle api.

Il problema non è che non ci sono più le mezze stagioni. Il problema è che le mezze stagioni non sono più mezze. E, anzi, a causa dei cambiamenti climatici provocati dal riscaldamento globale sono andate via via estendendosi, rosicchiando di decennio in decennio sempre più giorni alla stagione fredda. Rimodulando il vecchio adagio, si potrebbe allora dire che non ci sono più gli inverni di una volta. E ad accorgersene, sulla loro pelle, sono state le api. Le quali, scombussolate da un calendario che non è più lo stesso di un tempo, si ritrovano ora in una condizione di eccessivo stress che sta portando alla decimazione delle colonie.

LO STUDIO - La conferma arriva da una ricerca realizzata dal Centro di ricerche in bioclimatologia medica, biotecnologie e medicine naturali dell'Università degli studi di Milano con la collaborazione di Agrofarma. Lo staff guidato dal prof. Umberto Solimene ha studiato l'evoluzione del clima in un intervallo temporale che va dalla fine del 19esimo secolo ai giorni nostri, soffermandosi sulle osservazioni meteorologiche condotte a partire dal 1880 e poi nel dettaglio sulle osservazioni satellitari disponibili dal 1978 ad oggi. Il risultato è una conferma di quanto già da tempo viene denunciato: il riscaldamento globale c'è, l'aumento in 130 anni è stato di circa un grado e i dodici anni compresi tra il 1995 e il 2006 sono stati in assoluto i più caldi della storia. Ma non solo: «E' evidente un restringimento della stagione invernale che ha innescato, per riflesso, un probabile allungarsi della finestra di attività delle api, ipotizzabile in 20-30 giorni di lavoro in più all'anno - sottolinea il prof Solimene -. Questo prefigura uno stress aggiuntivo a carico delle api che comprometterebbe la loro salute. Lo stesso sincronismo tra la fase della fioritura e la ripresa dell'attività di volo delle api dopo l'inverno potrebbe avere subito importanti sfasature».
I FATTORI DI RISCHIO - Nelle api lo stress funziona esattamente come nell'uomo: ad una fase di allarme segue quella di adattamento che consente di tirare avanti e che dura fino al momento in cui non si registra un crollo. Crollo che evidentemente ora c'è stato e che si manifesta con il drastico assottigliamento della popolazione apistica su scala mondiale, con un'incidenza maggiore negli Stati Uniti, in Europa e in Australia. Per il team di studiosi che ha condotto la ricerca, le condizioni climatiche sono responsabili per almeno il 50% della decimazione delle colonie di api. Poi entrano in gioco altre concause, come l'inquinamento e l'azione devastante della verroa, un acaro che si infiltra negli alveari e che si rivela sempre più aggressivo, in quanto gli insetti indeboliti dallo stress non riescono ad opporre resistenza.

ALVEARI IN AFFITTO - Il problema delle api non è una questione privata, non riguarda in realtà solamente le api. Questi insetti sono un calzante paradigma di quanto gli effetti delle azioni dell'uomo sull'ambiente possano creare scompensi su vasta scala. La diminuzione delle colonie ha ripercussioni dirette sull'attività legata all'apicoltura. Ma gli effetti si fanno sentire, e pesantemente, anche in forma indiretta in diversi altri settori. Nelle settimane scorse, ad esempio, la rivista americana Time nel suo «Annual special issue» è tornata a puntare i riflettori sulle difficoltà che incontrano i coltivatori della California nella gestione dei loro frutteti: la produzione di mandorle, di cui lo Stato governato da Arnold Schwarzenegger è il principale esportatore al mondo, ha subito un drastico calo per la mancanza di un numero sufficiente di insetti per l'impollinazione, con il risultato che gli agricoltori sono stati costretti ad affittare alveari facendoli arrivare appositamente da altre zone degli States. Che negli Usa il problema sia particolarmente sentito, lo dimostra anche il fatto che della questione sia stato investito anche Gil Grissom, il protagonista di Csi, che nell'ultima serie del fortunato serial poliziesco della Cbs è chiamato, tra i diversi casi, ad occuparsi anche di una misteriosa epidemia che sta colpendo le api in diverse parti del mondo. Quando la realtà entra nella fiction, insomma.

LA PAROLA AI GOVERNI - La moria delle api, che lo scorso anno aveva registrato picchi elevatissimi anche in Italia, è dunque un problema di cui si è iniziato a prendere coscienza e a cui in qualche modo bisognerà porre rimedio. «I nostri dati attribuiscono ai cambiamenti climatici una grossa fetta di responsabilità nella scomparsa delle api - dice ancora il prof. Solimene -. La ricerca è solo un punto di partenza, una fotografia dello stato dell'arte. Agire sui fattori che influenzano il clima è la vera sfida. Il mondo scientifico può solo lanciare l'allarme. Ora tocca ai governi fare la loro parte».

STUDIO CANADESE - Intanto dal Canada arriva un'altra ipotesi sulle cause che stanno portando le api alla distruzione. Secondo alcuni ricercatori guidati da Michel Otterstarter dell'Università di Toronto gli alveari selvatici sarebbero gravemente colpiti da una malattia diffusa dalle api d'allevamento. Secondo i ricercatori sarebbero proprio le api allevate a fini commerciali e poi rilasciate all'interno delle serre per favorire l'impollinazione delle piante a diffondere pericolosi patogeni che mettono a rischio la sopravvivenza delle api in natura. Analizzando una popolazione di bombi selvatici che viveva nei dintorni di un'area coltivata, gli studiosi sono riusciti a determinare questo interscambio di patogeni tra le due popolazioni di api: quelle selvatiche e quelle allevate. L'agente patogeno si chiama 'Crithidia bombi', un parasita che tipicamente infetta le api allevate, ma assente in quelle che vivono in natura.

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