Google

Visualizzazione post con etichetta Cambiamento Climatico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cambiamento Climatico. Mostra tutti i post

giovedì 4 aprile 2013

CAMBIAMENTI CLIMATICI: L’emisfero Nord sta diventando più caldo di quello Sud


La pioggia tropicale tende a spostarsi verso settentrione


I cambiamenti climatici stanno facendo sì che l’emisfero settentrionale del pianeta stia diventando più caldo di quello meridionale e questo potrebbe alterare significativamente il regime delle precipitazioni tropicali. 

Uno studio della University of California di Berkeley sostiene infatti che questi cambiamenti potrebbero cambiare le precipitazioni stagionali in aree come l’Amazzonia, l’Africa Sub-Sahariana o l’Asia orientale, lasciando alcune aree in condizioni più umide e altre in condizioni più secche rispetto a come sono attualmente. 

«Una scoperta fondamentale è che esiste una tendenza della pioggia tropicale a spostarsi verso Nord, il che potrebbe implicare l’intensificarsi dei sistemi meteorologici monsonici in Asia o variazioni della stagione umida da Sud a Nord in Africa e Sud America», ha spiegato Andrew R. Friedman, che ha condotto lo studio accettato per la pubblicazione dal Journal of Climate, una rivista della American Meteorological Society.

FONTE:http://www.lastampa.it/2013/04/04/scienza/ambiente/l-emisfero-nord-sta-diventando-piu-caldo-di-quello-sud-PiGTuV1eOf51YNznYvfSYM/pagina.html

cambiamenti climatici : Al Polo Sud: nel mare si forma più ghiaccio perché fa più caldo

L'acqua dolce e fredda che arriva dai ghiacci sciolti in Antartide forma uno strato superficiale nei mari


E' uno studio apparso il 1° aprile sulla rivista specializzata Nature Geoscience e riscontrato da un gruppo internazionale di scienziati nell’arco di analisi durate alcune anni. Nei mari che circondano l’Antartide in inverno si forma più ghiaccio galleggiante proprio a causa del riscaldamento globale. Sembra un paradosso, ma le conclusioni alle quale sono giunti gli studiosi spiegano una serie di fenomeni che già altri esperti climatici avevano riscontrato e predetto (nell’emisfero boreale): l’aumento delle temperature porterà in alcune zone più freddo.

FENOMENI OPPOSTI - Il fenomeno evidenziato nel ghiaccio marino al Polo Sud è l’opposto di quanto visto al Polo Nord: nell’Artico il ghiaccio si sta ritirando a elevata velocità e quello che rimane si sta assottigliando, tanto che alcuni scienziati hanno previsto che nel 2020 l’Artico sarà completamente libero dal pack in estate. In Antartide, invece, il ghiaccio marino aumenta, in particolare in inverno. Qual è la causa?

PARADOSSO - Secondo Richard Bintanja, climatologo del Reale istituto meteorologico olandese di Utrecht, che insieme ad altri colleghi ha preso parte alla ricerca, il paradosso si spiega con il fatto che lo scioglimento di 250 miliardi di tonnellate all’anno di ghiaccio dalla massa continentale antartica, riversa nei mari un’enorme quantità di acqua dolce che forma uno strato di acqua fredda sulla superficie oceanica, il quale protegge il ghiaccio marino dall'acqua più profonda e leggermente più calda. Gli autori dello studio hanno analizzato i dati di temperatura e salinità registrati dai satelliti e dalle boe oceaniche nel periodo 1985-2010.

DUBBI - Altri scienziati affermano che possono esserci diverse spiegazioni per l'aumento del ghiaccio marino in Antartide. Secondo Paul Holland, oceanografo del British Antarctic Survey di Cambridge, «lo scioglimento di enormi masse di ghiaccio continentale è un fatto, ma non è detto che questo influisca in modo significativo nell'incremento del pack». Holland lo scorso anno ha pubblicato un articolo in cui afferma che l'incremento del ghiaccio marino nel mare di Waddell è dovuto a una diversa distribuzione dei venti circumantartici, basandosi sui dati raccolti dai satelliti sui movimenti dei ghiaccio tra il 1992 e il 2010. In altre aree, come nel mare del Re Håkon, l'aumento del ghiaccio marino è dovuto alla combinazione degli effetti della temperature e del vento. Bintanja replica che gli effetti del vento sono importanti a livello locale, ma a livello continentale sono più decisive le quantità di acqua dolce derivate dallo scioglimento dei ghiacciai.

lunedì 19 novembre 2012

CLIMA : Innalzamento del mare, andrà peggio "Le stime dell'IPCC sono ottimistiche"

l livello continuerà ad alzarsi per almeno due secoli. Alcuni scienziati italiani pubblicano il loro studio (incremento minimo entro il secolo dfino a 95 centimetri) e avvertono: ne risentirà tutto il Mediterraneo, bisogna subito ridurre le emissioni di gas-serra e prepararsi.


VENTI centimetri guadagnati nel ventesimo secolo. Ed altri 20, ma in alcune parti del globo anche 60, saranno i centimetri di innalzamento del livello marino terrestre con cui le prossime generazioni faranno i conti entro la fine di questo secolo secondo l'ultimo rapporto dell'IPCC, il gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico. Ma secondo le ultime previsioni di alcuni scienziati italiani, queste cifre sono ottimiste. Loro stimano infatti un incremento minimo compreso tra 80 e 95 centimetri e, ripetono, all'origine di tutto ci sono le attività umane. L'unica opzione ora è una grossa frenata prima dell'impatto, ovvero rallentare il processo e non farsi cogliere impreparati.Lo studio. In uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Global and Planetary Change, Antonio Zecca e Luca Chiari della Università di Trento, presentano un quadro ancora più preoccupante di quello proposto dall'IPCC: malgrado la riduzione dei combustibili fossili (dovuto sia ad un esaurimento naturale che ad un miglioramento della efficienza energetica) il livello del mare salirà di almeno 80-95 centimetri entro la fine del secolo e continuerà a farlo per almeno duecento anni. Lo studio è un ulteriore monito a ridurre, e immediatamente, le emissioni di gas-serra, al fine di rallentare la risalita del livello marino e cominciare a prendere misure per adattarsi ad un nuovo paesaggio costiero.

I fisici dell'atmosfera trentini hanno ripreso i modelli climatici dell'IPCC ed hanno incluso nuovi dati sull'attesa, seppur di incerta entità, diminuizione di combustibili fossili. Lo scopo era vedere in che modo questa diminuizione potrà influenzare la risalita del livello marino. "È importante sottolineare che le nostre stime rappresentano i valori minimi, perché i nostri scenari di emissione non tengono conto dei combustibili fossili non convenzionali e di futuri sviluppi tecnologici che potrebbero migliorare le attuali tecniche di estrazione", chiarisce Luca Chiari. In poche parole: il livellio marino potrebbe salire ancora di più. I risultati dello studio mostrano, purtroppo, che il mare continuerà inesorabilmente a salire anche nel caso della riduzione più drastica delle reserve di combustibili fossili. Ma, secondo Zecca e Chiari, l'innalzamento del mare potrebbe essere se non altro "frenato" con un radicale taglio elle emissioni, e questo consentirebbe all'umanità di muovere qualche passo verso l'adattamento all'inevitabile.

Quali, allora, le aree a maggior rischio di finire sotto il pelo dell'acqua? I casi più noti sono i Paesi come il Bangladesh e le Maldive, o, negli Stati Uniti, la Florida. Più prossime all'Italia, Zecca indica a titolo d'esempio l'Egitto. Nel caso peggiore, cioè quello della risalita di ben un metro, la geografia del Delta del Nilo sarebbe completamente da ridisegnare. "Si tratta di una pianura fertile che dà da mangiare al 70% della popolazione egiziana, che sono 82 milioni oggi, e chissà quanti saranno nel 2100  -  spiega lo scienziato -  in altre parole almeno 55 milioni di egiziani dovrebbero andare a coltivare e vivere altrove."

Il Mediterraneo: una "lente di ingrandimento" del riscaldamento globale. Secondo gli studiosi è inutile sognare: il Mare Nostrum non è una eccezione: "L'innalzamento durante l'ultimo secolo è stato simile a quello medio globale", dice l'esperto trentino. Che precisa però: "Negli ultimi decenni l'incremento del livello del Mediterraneo è stato minore di quello globale". Infatti il nostro è un bacino chiuso e l'accentuato riscaldamento "causerebbe un incremento dell'evaporazione nel bacino, che a sua volta provocherebbe un leggero rallentamento della crescita del livello marino". Insomma, spiega l'esperto, difficile fare una previsione chiara sull'entità dell'innalzamento del Mediterraneo. Ma un aumento ci sarà ed i primi ad accorgersene saranno i comuni costieri delle aree pianeggianti a ridosso di Adriatico e Tirreno.

Zecca disegna allora una linea ideale: "La zona più vasta è naturalmente quella che va da Cesenatico, Cervia, Ravenna, quasi fino a Ferrara, e poi Rovigo, Piove di Sacco, Mestre, fino a Monfalcone". Un'area vastissima: "Sono almeno 1500 km quadrati di pianura agricola fertile". Ma attenzione, avverte Zecca: "I danni alla produzione agroalimentare si estenderebbero a una superficie maggiore perché l'acqua salata risalirebbe nei fiumi e nelle falde salinizzandole".

Se è vero che gli scienziati non possono prevedere il futuro e dirci con esattezza quali cambiamenti ambientali vivranno le diverse regioni del nostro Paese o d'Europa, ciò su cui la maggioranza concorda è sul fatto che il Mediterraneo in particolare è una sorta di "lente di ingrandimento" del riscaldamento globale. Dice Zecca: "Il Mediterraneo sarà una specie di "lente di ingrandimento" del riscaldamento globale: se nella media globale ci sarà un innalzamento di temperatura di 1 grado, per il Mediterraneo sarà forse il doppio".

Tagliare le emissioni. Adesso.  Molti i "se", questo è certo, ma meglio di così non siamo ancora in grado di fare, spiegano gli esperti. E comunque l'avvertimento c'è. Allora non c'è nulla da fare per prepararsi alla geografia del futuro? Gli scienziati su questo non sono d'accordo e lor ripetono da anni: "La prima misura in ordine di tempo e di importanza è tagliare le emissioni di gas-serra cioè ridurre l'impiego di combustibili fossili", dice Zecca. Efficienza energetica, questa la parola d'ordine. Proprio mentre state leggendo questo articolo, avverte Zecca, "la temperatura si sta alzando e il livello del mare anche. Continueranno a farlo per cento o duecento anni e non chiedono il permesso ai governi".


fonte: http://www.repubblica.it/ambiente/2012/11/18/news/livello_marino-46260903/?rss

lunedì 7 novembre 2011

CLIMA: Allarme dell'Onu sul clima "I disastri aumenteranno"


Il nuovo rapporto della task force: "Alluvioni e tempeste sempre più violente. Eventi estremi destinati a crescere". Gli esperti dell'Ipcc: caldo e piogge tropicali in Europa diventeranno la norma

Roma, Cinque Terre, Genova, Napoli. Eccola qui, concentrata in pochi giorni, l'anticipazione del clima che verrà. La rabbia del vento che spazza via tutto, i muri d'acqua che si trasformano in bombe idriche, le tempeste di lampi che riempiono il cielo: fenomeni che chiamiamo estremi perché fino a ieri rappresentavano il limite dell'orizzonte conosciuto, oggi si ripetono con frequenza devastante. Domani potrebbero diventare routine.

L'allarme viene dal quinto rapporto sul cambiamento climatico che l'Ipcc, il panel di oltre 2 mila scienziati messo in piedi dalle Nazioni Unite, sta mettendo a punto. A Kampala, in Uganda, dal 14 al 19 novembre si riuniranno gli esperti di eventi estremi e dalla loro analisi (Special report on managing the risk of estreme events and disasters) emerge un quadro drammatico del caos climatico prodotto dall'uso di carbone e petrolio e dalla deforestazione: è "praticamente certo", dicono gli esperti, che aumenteranno le ondate di gelo e di calore estremo, le inondazioni, i cicloni tropicali ed extratropicali. E a pagare lo scotto maggiore saranno i tropici e l'artico, ma anche le aree temperate più vicine alla fascia in forte riscaldamento.

"Munich Re, uno dei colossi di un settore assicurativo sempre più allarmato, ha fatto i conti del 2010: ci sono stati 950 disastri, legati per il 90 per cento a fattori meteo, che hanno prodotto danni per 130 miliardi di dollari", racconta Mariagrazia Midulla, responsabile clima del Wwf. "Dal 1990 il prezzo pagato al cambiamento climatico continua a crescere. È ora che a Durban, dove tra un mese si incontreranno i governi di tutto il mondo per stabilire una strategia sulla difesa del clima, si decida uno stop rapido alle emissioni serra".

Anche i numeri dei climatologi sottolineano come il 2010 sia stato un anno che ha accelerato il trend di crescita dei disastri climatici: le temperature globali hanno segnato un nuovo record, ondate di incendi hanno messo in ginocchio la Russia, alluvioni record hanno ucciso 2 mila persone in Pakistan e sconvolto l'India, una tempesta di polvere ha soffocato Pechino e ha colpito 250 milioni di persone. Non basta. Quest'anno Bangkok è finita sott'acqua, la siccità e la carestia devastano il Corno d'Africa, l'uragano Irene ha seguito una rotta impazzita arrivando a far tremare New York.

Secondo l'Ipcc l'aumento dell'energia in gioco in atmosfera prodotto dalla crescita delle emissioni serra aggraverà tutti questi problemi. In assenza di un alt ai combustibili fossili e alla deforestazione, le ondate di calore che nel 2003 hanno fatto 70 mila morti aggiuntivi in Europa diventeranno più frequenti; entro il 2050 i massimi di temperatura saranno di almeno 3 gradi superiori ai massimi di temperatura del secolo scorso ed entro il 2010 di 5 gradi superiori; le aree aride e semiaride in Africa si espanderanno almeno del 5-8 per cento; si perderà fino all'80 per cento della foresta pluviale amazzonica; la taiga cinese, la tundra siberiana e la tundra canadese saranno seriamente colpite; il Polo Nord diventerà presto navigabile d'estate; la popolazione mondiale sottoposta a un crescente stress idrico passerà dal miliardo attuale a 3 miliardi.

"Lo scenario devastante indicato dall'Ipcc può ancora essere evitato se si puntano con decisione sulle energie rinnovabili e sull'efficienza energetica", precisa Vincenzo Ferrara, il climatologo dell'Enea. "È un passaggio complesso ma si può avviare subito a costo zero: basterebbe chiudere il rubinetto degli incentivi che, a livello globale, finanziano con circa 400 miliardi di dollari l'anno i combustibili fossili che minano la stabilità climatica e usare questi fondi per rilanciare le energie pulite".

"Non abbiamo scelta: il fatto che in pianura padana le piogge siano complessivamente diminuite mentre le alluvioni aumentano mostra in modo inequivocabile che il clima italiano si è tropicalizzato", aggiunge Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace. "Non possiamo limitarci a contare le vittime del caos climatico senza reagire".

fONTE: http://www.repubblica.it/ambiente/2011/11/07/news/disastri_del_clima-24564477/?rss

CAMBIAMENTO CLIMATICO : CO2: emissioni record nel 2010, +5,9%


Il livello è più alto dello scenario peggiore dell'Ipcc, l'organismo Onu sui cambiamenti climatici

Mai le attività umane avevano emesso in un anno nell'atmosfera una quantità simile di anidride carbonica. Il 2010 ha battuto ogni record, secondo i dati premilinari del Centro di informazione e analisi del diossido di carbonio (Cdiac) del dipartimento dell'Energia statunitense: sono stati immessi nell'atmosfera 33,5 miliardi di tonnellate di CO2, con un aumento del 5,9% rispetto al 2009 e del 4,5% rispetto al record del 2008. Il livello complessivo raggiunto lo scorso anno, sottolineano gli esperti, è più alto di quello usato dall'Ipcc, l'organismo Onu sui cambiamenti climatici, per descrivere lo scenario peggiore dal punto di vista dei cambiamenti climatici.

IMPUTATI - I principali imputati sono sempre gli stessi due: Stati Uniti e Cina, che da soli sono responsabili per la metà dell'anidride carbonca emessa sul pianeta. Per quanto riguarda gli Usa, le emissioni sono cresciute del 4% ma, grazie alla crisi economica, sono rimaste in termini assoluti sotto il record registrato nel 2007. La singola fonte energetica che ha fornito il maggiore contributo è il carbone, che ha fatto registrara una crescita delle emissioni dell'8%.

LIMITE - La concentrazione di anidride carbonica misurata nel 2010 nell'atmosfera è di circa 390 ppm (parti per milione), con una crescita di circa 2,2 ppm all'anno. Stime attendibili della concentrazione nel 1850 fanno ritenere che la concentrazione si aggirasse intorno a 290 ppm. Alla conferenza sul clima di Cancun 2010 si era raggiunto un accordo - non vincolante - per limitare a 2 gradi il riscaldamento globale e per raggiungere questo obiettivo diminuire le emissioni di CO2 per non superare i 450 ppm, ma solo l'Unione europea ha approvato direttive stringenti sull'argomento.

FONTE:http://www.corriere.it/ambiente/11_novembre_07/emissioni-record-co2_3cf22088-0932-11e1-a272-24f31f5e1b69.shtml

venerdì 14 gennaio 2011

RISCALDAMENTO GLOBALE: 2100, ghiacciai alpini a rischio estinzione

Due ricerche pubblicate dalla rivista Nature Geoscience dipingono scenari inquietanti per il futuro a medio e lungo termine. A causa del riscaldamento del pianeta, entro fine secolo potrebbero scomparire il 75% dei ghiacciai alpini e il 70% di quelli neozelandesi. Ma il persistere delle emissioni nell'atmosfera porterebbe entro il 3000 alla fusione dell'Antartide occidentale e all'innalzamento del mare di 4 metri


I cambiamenti climatici potrebbero determinare entro il 2100 lo scioglimento di tre quarti dei ghiacciai alpini e, in una previsione ancor più drammatica, la dissoluzione di buona parte dell'Antartico entro il 3000. Con la conseguenza di un innalzamento del livello del mare di ben 4 metri. E' lo scenario davvero inquetante dipinto da due ricerche pubblicate dalla rivista Nature Geoscience, che mettono in risalto due degli aspetti meno noti della mutazione climatica: i suoi effetti sui ghiacciai e il suo impatto a lungo termine.

Il primo studio, ad opera delle geofisiche Valentina Radic e Regine Hock dell'Università dell'Alaska, stima che i ghiacciai si apprestano a perdere tra il 15 e il 27 per cento del loro volume entro il 2100. Cosa che, ammonisce la ricerca, "potrebbe avere effetti sostanziali sull'idrologia regionale e la disponibilità di risorse in acqua". Alcune aree saranno più a rischio di altre, in funzione dell'altezza dei loro ghiacciai, della natura del terreno e della loro localizzazione, più o meno sensibile al riscaldamento del pianeta. In base a queste variabili, i più a rischio sono i ghiacciai alpini: potrebbe sciogliersene in media il 75 per cento (tra il 60 e il 90 per cento), a seguire quelli della Nuova Zelanda con un rischio medio del 72 per cento (tra il 65 e il 79 per cento).

Per contro, in base al primo studio, il rischio è limitato all'8 per cento dei ghiacciai in Groenlandia e al 10 per quelli asiatici. Secondo questa ricerca, lo scioglimento dei ghiacciai si tradurrebbe in un elevarsi medio del livello del mare, da qui a fine secolo, di 12 centimetri. La stima, che non prende in considerazione l'espansione degli oceani a seguito del riscaldamento dell'acqua, si sposa ampiamente con l'ultimo rapporto stilato nel 2007 dal Giec, il gruppo intergovernativo di esperti messo in piedi dall'Onu per studiare l'evoluzione del clima.

Radic e Hock hanno realizzato i loro calcoli a partire da un modello informatico basato su dati raccolti su oltre 300 ghiacciai tra il 1961 e il 2004. E si sono poggiate sul primo degli scenari intermedi immaginati dal Giec (denominato "A1B"), che coniuga crescita demografica, economica e ricorso a fonti d'energia più o meno inquinanti, e che prevede un aumento della temperatura del pianeta di 2,8 gradi nel corso del 21mo secolo. Ma lo scenario "A1B" non prende in considerazione le calotte ghiacciate dell'Antartico e della Groenlandia, che da sole raccolgono il 99 per cento dell'acqua dolce del pianeta. Se una di queste due aree dovesse sciogliersi sensibilmente, il livello degli oceani aumenterebbe di molti metri, sommergendo molte città costiere. Immaginando la fusione dell'Antartico occidentale, l'aumento del livello del mare sarebbe di 4 metri.

Esattamente lo scenario catastrofico che emerge dal secondo studio pubblicato da Nature Geoscience, realizzato dall'Università di Calgary, in Canada. Una ricerca focalizzata sull'inerzia dei gas a effetto serra che, una volta emessi, resistono per secoli nell'atmosfera. Con la conseguenza che, se anche si potessero fermare tutte le emissioni di gas a effetto serra da qui al 2100, il riscaldamento del pianeta proseguirebbe ancora per altre centinaia di anni. Lo studio dell'università canadese si basa sullo scenario "A2" del Giec, più pessimista del "A1B" in materia di emissioni e che arriva a prevedere un aumento della temperatura di 3,4 gradi centigradi da qui a fine secolo.

giovedì 6 gennaio 2011

Paradossi climatici artificiali: il rallentamento della Corrente del Golfo e le sue ripercussioni

I fragili equilibri della Terra sono stati sconvolti da decenni di manipolazioni. Tra le più recenti aberrazioni climatiche suscita particolare inquietudine il rischio che la Corrente del Golfo deceleri, per via del riscaldamento dell'atmosfera, in buona parte dovuto alle emissioni elettromagnetiche. Stando ad alcuni studi, la corrente calda che si forma ad est del Messico avrebbe già subìto una diminuzione della velocità: è un fenomeno foriero di ulteriori sconquassi meteorologici, suscettibili di influire sugli ecosistemi, sulle produzioni agricole, sullo stile di vita, sui consumi…

Per comprendere le ragioni e le possibili conseguenze di queste "discrasie", è necessario soffermarsi sul cosiddetto "meccanismo della pompa salina".

"Gli oceani del pianeta ricoprono circa il 70% della superficie della Terra. Il volume del mare è immenso e contiene molto calore. Parte di questo calore, per opera delle correnti marine, è trasferito dalle aree calde vicino all’Equatore ad aree più fredde a nord e a sud. Questo trasporto di calore è essenziale per le condizioni climatiche e meteorologiche nelle aree più fredde, poiché esse ricevono proprio dalle correnti marine la maggior parte del calore. Le condizioni climatiche e meteorologiche sono determinate generalmente dagli oceani. La Corrente del Golfo porta calore nel Nord Atlantico ed ha un impatto considerevole sul clima europeo. La salinità della Corrente del Golfo è una condizione fondamentale per consentire la formazione di acque profonde nel Mare del Nord e nel Mare della Groenlandia.

Le condizioni climatiche e meteorologiche in Europa dipendono molto dalla Corrente del Golfo che, dal mare al largo della Florida, porta calore al Nord Europa raggiungendo prima l’Islanda, poi le isole Far Oer e la Norvegia settentrionale. In queste parti dell’Oceano Atlantico l’atmosfera è riscaldata dalla Corrente del Golfo. L’aria calda soffia attraverso l’Europa con venti da ovest. Per questo motivo l’Europa ha inverni più miti.

Nel Mare del Nord e nel Mare della Groenlandia, l’acqua di superficie discende per diversi chilometri fino a raggiungere il fondo dell’oceano per poi dirigersi nuovamente verso sud. La discesa dell’acqua di superficie determina l’arrivo di nuova acqua di superficie da sud. Questa corrente da sud è la Corrente del Golfo.

La formazione di acque profonde nel Nord Atlantico è come una pompa gigantesca. Essa è responsabile della creazione di una corrente marina di profondità che agisce sotto correnti di superficie ben note e che interessa l’intero pianeta. Prima che le acque profonde del Nord Atlantico ritornino in superficie, riapparendo in luoghi diversi, anche nell’Oceano Pacifico, trascorrono molte centinaia (forse persino migliaia) di anni. Ma per quale motivo le masse d’acqua nel Nord Atlantico scendono in profondità? Che cosa determina il funzionamento ininterrotto della pompa? L’acqua scende in profondità in prossimità del fronte di ghiaccio polare e poi scorre nuovamente verso sud.

La discesa è accelerata quando l’acqua di superficie ghiaccia. Il sale nell’acqua di superficie si libera dal ghiaccio e si aggiunge all’acqua proprio sotto il ghiaccio che si è appena formato. L’aumento nella salinità dell’acqua porta anche un aumento di densità dell’acqua. Quindi è l’aumento di salinità il fenomeno che determina la discesa di acqua in profondità. La pompa salina attira acqua calda e salata da sud (la Corrente del Golfo) e spinge acqua fredda e salata di profondità verso sud.

Il Nord Atlantico si caratterizza per una bassa salinità quindi la Corrente del Golfo deve fornire sempre nuova acqua salata per far funzionare la pompa; ecco il perché del nome: pompa salina. Il funzionamento della pompa è determinato anche dal fatto che l’acqua ghiaccia e poi si scioglie nuovamente.

Affinché la pompa salina possa funzionare con efficacia è essenziale che la profondità del mare sia notevole. È quindi importante che la calotta glaciale si trovi nelle aree di fondale profondo del Nord Atlantico, ossia nel Mare di Groenlandia e nel Mare del Nord.

La temperatura media dell’atmosfera è in aumento costante ormai da molti anni. [...] Temperature più elevate nell’atmosfera sposteranno il fronte dei ghiacci polari verso nord e più vicino alla terraferma. Il fronte di ghiaccio, allontanandosi dai tratti di mare profondi tra la Groenlandia e la Norvegia ed entrando in acque più basse, può determinare una sostanziale riduzione della forza della pompa salina.

Se la pompa salina perde in potenza, diminuirà in proporzione anche la fornitura di acqua salata calda verso il Nord Atlantico per opera della Corrente del Golfo. La salinità dell’acqua diminuirà ed anche la potenza della pompa salina diminuirebbe ulteriormente.

Tale processo potrebbe determinare una glaciazione rapida e permanente delle acque a nord dell’Islanda e delle Isole Far Oer. A questo punto la pompa salina e la Corrente del Golfo non potrebbero più portare calore nelle acque a nord dell’Islanda. Le temperature in queste aree diminuirebbero fino a un livello più basso rispetto a quello attuale determinando, in nord Europa, un clima significativamente più freddo, forse vicino a quello dell’Era glaciale.

Alessandro ed Alessio De Angelis chiamano in causa anche l'incidente occorso nella piattaforma petrolifera "Deep water horizon": "L'acqua mista a petrolio è più leggera e può impedirne l'inabissamento, bloccando il meccanismo della pompa salina. Inoltre la marea nera potrebbe sporcare le superfici dei ghiacciai della Groenlandia e del pack artico, determinando un maggiore assorbimento dei raggi solari, in grado di accelerare il processo di scioglimento dei ghiacciai con un più consistente afflusso di acqua dolce, più leggera di quella salata. Ciò aumenterebbe il rischio del blocco della Corrente del Golfo. Circa 11.400 anni or sono avvenne l'ultima "piccola era glaciale", causata dall'immissione di enormi quantità di acqua dolce provenienti dal lago Agassiz nel Nord Atlantico che interruppe la Corrente sicché i ghiacciai si espansero in Europa fino alle Alpi ed in America fino al New England".

E' possibile che l'esplosione della piattaforma “Deep water horizon” non sia stata casuale: per sciogliere il greggio è stato impiegato un solvente estremamente tossico: il Corexit 9527.

Fonti: http://www.tankerenemy.com/2010/12/paradossi-climatici-artificiali-il.html

lunedì 27 dicembre 2010

RISCALDAMENTO GLOBALE : Inverni sempre più freddi perché il pianeta si riscalda


Gli esperti non hanno dubbi: Europa del nord, Nord America e Asia orientale per i prossimi anni devono aspettarsi inverni sempre più freddi, piovosi e anche nevosi, come quello cioè, che si è avuto a cavallo tra il 2009 e il 2010. Ecco perché

L'INVERNO appena iniziato in Italia è stato preceduto da un periodo di gelo non facile da dimenticare. E sembra che nuove ondate di freddo siano alle porte. Se facciamo memoria poi, non sarà difficile ricordare quanto freddo, soprattutto al centro nord, si è dovuto patire durante l'inverno scorso. E se ci si sposta più a nord del pianeta, verso la Francia settentrionale e l'Inghilterra la situazione è stata ancor più tremenda. Paradossalmente invece, in Groenlandia e nel Nord del Canada la situazione è opposta: le temperature sono sopra le medie. Ma come è possibile ciò se il pianeta si sta riscaldando sempre più? Sembrerà strano, ma la situazione rientra perfettamente in un quadro di un pianeta sempre più caldo. Europa del nord, Nord America e Asia orientale per i prossimi anni devono aspettarsi inverni sempre più freddi, piovosi e anche nevosi. Come quello che si è avuto a cavallo tra il 2009 e il 2010.

La causa è da ricercare molto più su rispetto alla fascia del pianeta interessata dal freddo, bisogna cioè salire in prossimità del Polo Nord. Qui l'area artica si sta riscaldando come in nessuna altra parte del pianeta, al punto che la temperatura degli ultimi anni è cresciuta mediamente di due volte rispetto al resto del pianeta. Ciò causa una variazione sulla pressione atmosferica al Polo Nord che a sua volta determina una variazione della circolazione atmosferica che porta venti freddi a scendere verso sud. "Ciò
fa si che inverni freddi e nevosi diverranno la norma piuttosto che l'eccezione. E tutto ciò è determinato dalla perdita di ghiacci che si sta verificando in prossimità del polo boreale", spiega James Overland dell'US National Oceanic and Atmospheric Administration 1. Questa conclusione Overland e colleghi l'hanno esposta durante un incontro tenutosi ad Oslo. Secondo il ricercatore, la perdita di ghiacci polari (che sta avvenendo ad un ritmo dell'11% al decennio) fa sì che una maggiore quantità di mari accumuli al Polo Nord molto più calore rispetto al passato e le ricadute sul clima causate da tale situazione è di molto superiore a quanto i modelli climatici avevano delineato fino ad oggi.

A questa condizione, secondo un'altra ricerca, si somma l'influenza della "Oscillazione Artica", una relazione tra l'alta pressione sulle medie latitudini e la bassa pressione dell'Artico. Quando le pressioni sono relativamente deboli, la differenza tra loro è piccola e ciò porta a far si che aria dall'Artico fluisca verso sud, mentre aria più calda viaggi verso nord. Questa situazione è quella presente in questi ultimi anni e ciò determina inverni già di per sé freddi e nevosi sul nord Europa, ancora più rigidi.

FONTE: http://www.repubblica.it/ambiente/2010/12/24/news/inverni_freddiriscaldamento-10563676/?rss

martedì 7 dicembre 2010

Clima: la svolta della Cina "Sì al taglio dei gas serra"

Un passo indietro del Giappone e un passo avanti della Cina. Un rapporto di Greenpeace che parla di un aumento del 3 per cento della mortalità per ogni grado di aumento della temperatura e la preoccupazione dei delegati per il documento base del negoziato ancora non pronto. La settimana conclusiva del vertice Onu di Cancun che ha per posta il futuro del clima si è aperta rispettando il copione degli ambientalisti all'assalto e delle istituzioni titubanti. Ma, mentre migliaia di indios si preparano a marciare sul palazzo della conferenza per far valere i diritti di chi rischia di perdere tutto per colpa del cambiamento climatico, sono arrivate le prime sorprese.

La più importante è il ruolo che Pechino sembra intenzionata a giocare: dopo aver dato il contributo fondamentale nel fallimento della conferenza di Copenaghen del dicembre scorso, è tornata di nuovo in prima fila ma in una veste opposta. Per la prima volta la Cina ha fatto un'apertura importante aprendo la strada al negoziato per impegni vincolanti sul taglio dei gas serra da definire in tempi rapidi e da attuare a partire dal 2020. In questa prospettiva sta anche esaminando la possibilità di realizzare un sistema interno di permessi di emissione: una possibilità che si lega al ruolo di principale produttore di energie rinnovabili che Pechino ormai ha conquistato.

E' stato il capo negoziatore cinese Su Wei a dichiararsi favorevole a una soluzione di compromesso che, rinviando a un secondo momento la discussione sulla quantificazione
dei tagli di emissioni serra, punti a un impegno globale nella lotta contro il riscaldamento climatico: "Stiamo aspettando segnali fin dal 2005. Oggi è tempo di avere una conferma del Protocollo di Kyoto espressa in termini cristallini'".

Anche l'India, l'altra nuova potenza che aveva bloccato Copenaghen, segue a ruota l'apertura cinese riaprendo di fatto i giochi. E di fronte a una nuova disponibilità a trovare un accordo generale (pur omettendo per il momento i numeri) l'irrigidimento di Giappone e Canada - che avevano annunciato di non voler partecipare alla seconda fase del protocollo di Kyoto (dopo il 2012) - potrebbe sciogliersi.

L'alternativa del resto è difficile da prendere in considerazione. Il Climate Action Tracker, il programma scientifico di valutazione indipendente realizzato da Ecofys, Climate Analytics e Potsdam Institute for Climate Impact Research, ha calcolato che le riduzioni derivanti dagli impegni dei paesi dell'accordo di Copenhagen sono del tutto insufficienti: porteranno a fine secolo a un surriscaldamento del pianeta oltre i 3 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Le proposte più avanzate sul tavolo negoziale sono infatti la metà dei tagli necessari per avere buone possibilità di limitare il riscaldamento a 2 gradi. Insomma, continuando sulla strada del rinvio di ogni decisione sulla fuoriuscita dall'era del petrolio, la febbre del pianeta continuerà a crescere fino ad arrivare a una soglia non compatibile con la presenza di 9 miliardi di esseri umani.
fonte: http://www.repubblica.it/ambiente/2010/12/06/news/clima_la_svolta_della_cina_s_al_taglio_dei_gas_serra-9905922/?rss

cambiamenti climatici : Il clima dipende dall'Al.Ba.

Anche lacronimo ha il sapore di una battaglia: Al.Ba. Non bastasse già il significato esplicito: Alternativa Bolivariana, da Simon Bolivar, ovviamente. Otto Paesi, Venezuela e Cuba sono stati i primi, riuniti dentro questa sigla che da un anno, ormai, sta condizionando il destino climatico del mondo. È successo nel 2009 alla conferenza di Copenaghen: furono loro a non far passare il documento nell'assemblea plenaria, facendo saltare all'ultimo il crisma dell'ufficialità all'accordo. Sta succedendo quest'anno a Cancun: senza aspettare le decisioni finali, gli otto Paesi antimperialisti (anche Bolivia, Ecuador, Repubblica Dominicana, Nicaragua, Saint Vincent, Antigua) hanno deciso di alzare la voce già nella sessione tecnica.

METODO - Il metodo è sempre lo stesso: o ci ascoltate o ci alziamo e ce ne andiamo. Che tradotto nelle diplomazie negoziali dell'Onu vuol dire far saltare la conferenza, qui dove sono necessari i voti di tutti i 194 Stati presenti e dove il voto di San Marino è uguale a quello degli Stati Uniti. Sono i Paesi dell'Al.Ba gli unici che hanno il coraggio di questi ultimatum.

SOLON - Si chiama Pablo Solon il novello Bolivar del clima. Ambasciatore dello Stato plurinazionale della Bolivia, è uomo di diplomazia con l'animo rivoluzionario. Solon non ha esitato davanti ai grandi del mondo che stanno cercando di sfilarsi dagli impegni legali del protocollo di Kyoto. Li ha presi di petto, piuttosto. È una tecnica di melina quella che sta condizionando le trattative qui a Cancun: si parla del finanziamento per il clima, dell'adattamento al cambiamento climatico, del negoziato sulle foreste e, intanto, c'è chi fa di tutto per eludere il discorso post-Kyoto. Per eliminare dal tavolo gli impegni vincolanti che i Paesi industrializzati hanno firmato (tranne gli Usa) sulle emissioni di CO2.

ALLEANZA - Al.Ba ha fatto muro contro il Giappone che, apertamente, ha detto di voler riporre Kyoto nel cassetto. Ma Solon ha stoppato anche le diplomazie occidentali, quelle che sotto banco stanno cercando di proporre un secondo protocollo che vada oltre Kyoto con impegni volontari e non vincolanti. Le parole di Solon sono state pungenti, come un colpo di fioretto: «Non ha senso», ha decretato. E ha spiegato: «Chiedere un secondo protocollo fatto così, è come chiedere una seconda moglie per poter portare avanti il proprio matrimonio». E questo quando i negoziati devono ancora entrare nel vivo e i delegati dell'Al.Ba sono in attesa dei loro condottieri, i presidenti Evo Morales dalla Bolivia e Rafael Correa dall'Equador. Dritti verso la vittoria.
fonte: http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/energia_e_ambiente/10_dicembre_06/clima-bolivariana-arachi_8cb35c14-0171-11e0-96e9-00144f02aabc.shtml

lunedì 6 dicembre 2010

aMBIENTE: Chi uccide il clima in Italia?

Greenpeace Italia pubblica la nuova classifica dei grandi “inquinatori” dell’anno e il primo classificato è sempre lo stesso: il gigante Enel. Per il quarto anno consecutivo il colosso dell’energia si conferma al primo posto nella lista dei cattivi, seguito da Edison e il Gruppo Saras dei Moratti. Lo si apprende da una nota pubblicata sul sito internet del gruppo ambientalista.


fONTE: http://www.greenpeace.org/italy/news/co2-inquinamento-classifica


Abbiamo lanciato la classifica dei grandi "inquinatori" dell'anno e il primo classificato è sempre lo stesso: il gigante Enel. Per il quarto anno consecutivo il colosso dell'energia si conferma al primo posto nella lista dei cattivi, seguito da Edison e il Gruppo Saras.


Sono 13 milioni le tonnellate (Mt) di CO2 emesse nel 2009 dalla centrale Enel a carbone "Brindisi sud". A seguire la Centrale Edison di Taranto con 5,9 Mt di CO2 e la raffineria Saras di Sarroch con 5,2 Mt di CO2.

Anche se le cifre rimangono alte, complici la crisi economica e l'effetto degli interventi di efficientamento energetico, la CO2 nel 2009 è calata. Da 538,6 milioni di tonnellate del 2008 siamo passati a quota 502 milioni. Ma non basta.

Rispetto al 1990, infatti, la diminuzione è stata del 3%, meno della metà dell'obiettivo fissato dal Protocollo di Kyoto. Non solo, le emissioni della centrale Enel a carbone "Brindisi sud" registrate nel 2009, hanno superato ampiamente le quote e i limiti di 10,4 Mt di CO2 imposti dalla Direttiva europea sulle emissioni (Emission Trading Scheme).

I dati degli ultimi cinque anni dimostrano una riduzione costante delle emissioni del settore termoelettrico, passate dalle 147 Mt del 2005 alle 122,2 del 2009. Il merito è anche della massiccia diffusione delle fonti rinnovabili, il cui contributo sulla produzione totale di energia elettrica ha oramai superato il 20%. Esiste un ampio margine per aumentare questa quota di energie verdi, ma si continua a puntare sul carbone e, in un futuro più lontano, sul nucleare.

Le centrali a carbone autorizzate o in corso di autorizzazione prevedono un totale di circa 40 nuovi Mt di CO2. Se realizzate, impediranno all'Italia di raggiungere i suoi obiettivi di riduzione delle emissioni al 2020 e potranno gravare sui contribuenti per centinaia di milioni di euro. In particolare, il piano di investimenti di Enel comporterebbe quasi il raddoppio delle sue emissioni di CO2. Vogliamo veramente che la politica ambientale del maggior gruppo elettrico italiano sia proprio questa?

È il momento giusto per orientare il nostro sistema economico produttivo verso soluzioni innovative, basate sulle fonti rinnovabili e l'efficienza energetica, capaci di generare occupazione sostenibile e durevole, migliorare la qualità dell'ambiente e della vita delle persone.

Nei giorni scorsi il Governo ha presentato una proposta di Decreto legislativo in attuazione della Direttiva rinnovabili. Nonostante alcuni aspetti innovativi, la proposta assesta un colpo mortale allo sviluppo dell'energia eolica e colpisce il comparto fotovoltaico, riducendo il meccanismo degli incentivi in maniera disordinata. Chiediamo al Governo una revisione della proposta, anche alla luce dei dati della nostra classifica.


Ma Enel non ci sta e a poche ore dalla pubblicazione della classifica arriva la replica: l’allarme lanciato da Greenpeace sulle emissioni inquinanti “è ingiustificato” perché l’Enel non inquina: “Le emissioni delle centrali sono sotto i limiti e in costante calo: nessun pericolo di sanzioni all’Italia”. L’azienda precisa poi che “la CO2 non è un inquinante con effetti sull’ambiente e la salute delle regioni dove viene prodotta”. ‘E’ infatti – sottolinea – ritenuta un gas responsabile dell’effetto-serra a livello globale. Basti pensare che in poche ore la Cina emette più CO2 che tutte le centrali pugliesi in un anno”. Come per i diritti del lavoro, ormai, il paragone è con la Cina.

sabato 4 dicembre 2010

CAMBIAMENTO CLIMATICO : ALLARME DELLA NASA, I LAGHI SI STANNO SURRISCALDANDO

I cambiamenti climatici hanno prodotto negli ultimi 25 anni un surriscaldamento dei piu' grandi laghi mondiali. A lanciare l'allarme sono stati i ricercatori della Nasa, che hanno condotto il primo studio globale sull'argomento. Usando dati satellitari per misurare la temperatura superficiale di 167 laghi, Philipp Schneider e Simon Hook, del laboratorio di Pasadena (California), hanno individuato una media di surriscaldamento di circa 0,8 gradi Fahrenheit, con punte fino a 1,8. In base allo studio della Nasa, il nord Europa risulta la zona piu' colpita dal fenomeno mentre il sud del Vecchio Continente, cosi' come il Mar Nero e il Mar Caspio, hanno medie di surriscaldamento leggermente piu' blande. Trend piu' elevati anche per la Siberia, la Mongolia e la Cina settentrionale. Per quanto riguarda gli Usa, infine, la zona dei Grandi laghi riporta medie di surriscaldamento leggermente piu' basse di quella delle regioni sudoccidentali.
Il rapporto dei ricercatori della Nasa e' stato pubblicato sulla rivista Geophysical Research Letters

martedì 5 ottobre 2010

RISCALDAMENTO GLOBALE : I cambiamenti climatici mettono a rischio sopravvivenza la vita degli uccelli migratori


I cambiamenti climatici stanno mettendo a rischio la sopravvivenza di molte specie di uccelli migratori a causa del crescente anticipo della primavera nell'Europa settentrionale. A rilevarlo è uno studio internazionale pubblicato in questi giorni sui "Proceedings of Royal Society" e condotto da un'equipe di scienziati tedeschi, russi e finlandesi, coordinati dall'italiano Nicola Saino, del Dipartimento di Biologia dell'Università degli studi di Milano.

Basandosi su una grande mole di dati riguardanti 117 specie di uccelli che migrano dall'Africa o dall'Europa meridionale verso l'Europa del nord, lo studio dimostra infatti che l'arrivo precoce della primavera mette in crisi molte specie rendendo più difficile l'accoppiamento e il reperimento del cibo. Ed a essere a rischio sono molte specie di uccelli canori e di uccelli acquatici.

"Nel corso degli ultimi decenni, le temperature invernali e primaverili in Europa sono aumentate, producendo un anticipo generalizzato -spiega l'Università di Milano- degli 'eventi della primavera', quali il disgelo, l'apertura delle gemme fogliari e la fioritura delle piante ed i cicli riproduttivi degli insetti e di altri invertebrati. Gli uccelli migratori devono sincronizzare l'arrivo e la riproduzione con gli eventi della primavera così da poter sfruttare i brevi periodi di abbondanza di cibo ed allevare con successo la prole. L'anticipo della primavera impone quindi loro di raggiungere i quartieri riproduttivi più precocemente".

In effetti, sottolineano gli esperti dell'Università di Milano, "nel corso degli ultimi decenni la data della migrazione primaverile dall'Africa o dalle regioni meridionali dell'Europa verso nord ha subito un graduale anticipo, di circa 1-3 giorni ogni 10 anni. Questo recupero non è stato tuttavia sufficiente a compensare interamente l'effetto dell'anticipo della primavera, che ha proceduto con passo più spedito".
L'arrivo precoce della primavera mette in crisi molte specie rendendo più difficile l'accoppiamento e il reperimento del cibo.

"L'accumulo di calore (degree-days) durante i primi mesi dell'anno, che determina il progresso della primavera e registrato al momento dell'arrivo di migratori, -aggiungono- è oggi maggiore di quanto non fosse solo 50 anni fa".

Al loro arrivo nelle regioni settentrionali, i migratori trovano così una primavera più avanzata. Ed una delle conseguenze rilevate dagli scienziati di questo "sfasamento ecologico" è la riduzione del successo riproduttivo e quindi il declino delle loro popolazioni. "In effetti, -spiegano- le specie che hanno accumulato maggiore ritardo rispetto alla primavera sono quelle che hanno subìto il maggiore declino demografico e questo fenomeno ha riguardato soprattutto i migratori che compiono i viaggi più lunghi, sino alle latitudini meridionali dell'Africa". Secondo gli scienziati, dunque, "i cambiamenti climatici in atto possono quindi compromettere la conservazione delle popolazioni naturali di uccelli migratori interferendo con il loro adattamento alle condizioni ecologiche".

venerdì 17 settembre 2010

effetto serra: trichechi in fuga ... E' altissimo il pericolo di estinzione


Nel nord ovest dell’Alaska decine di migliaia di mammiferi, in prevalenza femmine con i cuccioli, sono migrati lungo la terraferma per trovare riposo. Nel mare le banchine iniziano a scarseggiare per il riscaldamento delle acque.
La sua imponenza ha permesso al tricheco di respingere due dei suoi tre nemici: l’orso polare, dal quale si difende utilizzando le zanne o cercando di buttarsi in acqua, e l’orca, alla quale sfugge andando verso la terraferma. Il terzo è l’uomo, contro cui nulla può.


IN OGNI migrazione c’è una promessa. Quella di tornare da dove si è partiti. Ripercorrere i passi, volare o nuotare fino a che le forze ti tengono a galla. Fino a casa. Non sempre è così. A volte va per il meglio, altre è tragica. A Point Lay, un piccolo villaggio di 234 abitanti sulla costa nord-ovest dell’Alaska, non si erano mai visti così tanti trichechi. Gli scienziati dicono si tratti di una migrazione di massa sulla terra ferma «senza precedenti». Ne hanno contati decine di migliaia, soprattutto mamme e cuccioli: 10 o 20 mila, forse più. Ammassati uno accanto all’altro, in un tratto di costa di pochi chilometri. Sono scappati dal surriscaldamento climatico, dallo scioglimento dei ghiacci. Non trovando una banchina per rifiatare (e senza riposo rischiano la morte), si sono rifugiati qui.Il loro destino potrebbe essere tragico.

Per vederli basta andare sulla strada principale del villaggio, quella che guarda l’oceano. Il sindaco Leo Ferreira, che li osserva dall’alto e ha invitato turisti e cittadini a non disturbare gli animali, dà la colpa all’aumento del traffico marittimo che costringerebbe i trichechi a deviare verso la riva. Ma gli scienziati dell’Us Geological Survey non la pensano così, la causa è la diminuzione di ghiaccio marino artico. Le uniche altre due occasioni in cui erano arrivati su queste spiagge (in numero nettamente inferiore) erano state nel 2007 e nel 2009, due anni in cui le temperature dell’acqua erano state particolarmente elevate.

Come in ogni stagione estiva, le femmine di tricheco si prendono cura dei cuccioli nel mare di Chukchi, tra Alaska e Russia, il corridoio migratorio. I blocchi di ghiaccio vengono usati come banchine su cui sostare almeno una volta al giorno, dopo essersi procacciati il cibo necessario alla sopravvivenza. Ecco perché, non trovandoli più, si sarebbero trasferiti sulle coste dell’Alaska divenendo però «molto» più vulnerabile. Un fenomeno preoccupante che potrebbe segnalare il pericolo di un imminente estinzione del mammifero marino per colpa dei cambiamenti climatici. Il ghiaccio marino artico in questo mese è sceso al terzo livello più basso nella storia e, secondo gli scienziati, l’intera calotta Chuckchi potrebbe trovarsi a essere priva di ghiaccio durante agosto, settembre e ottobre entro la fine di questo secolo. Le probabilità di estinzione o di grave declino demografico entro il 2095 del tricheco arrivano a toccare il 40%. «A meno che non riduciamo drasticamente le emissioni di gas serra» ha commentato Rebecca Noblin del Centre for Biological Diversity.

Intanto, a Point Lay i voli sono stati sospesi per evitare che il rumore degli aerei possa spaventarli. L’anno scorso più di cento trichechi morirono schiacciati l’uno sull’altro nel tentativo frenetico di gettarsi in mare dopo essere stati spaventati da alcuni rumori nelle vicinanze. Gli scienziati, intervistati dall’Alaska Dispatch, non sanno esattamente quanto possa resistere un tricheco in mare se non ha la possibilità di fermarsi da qualche parte. La loro ipotesi è che per una femmina in normali condizioni di salute la resistenza possa essere al massimo di dieci giorni. I maschi invece possono resistere più a lungo nonostante il loro peso.

L’obiettivo dei ricercatori ora è monitorare i movimenti delle mamme per capire quanto devono allontanarsi da Point Lay per procacciarsi il cibo di cui hanno bisogno e quanto questi spostamenti incidano sulle loro condizioni di salute e su quelle dei cuccioli.

mercoledì 15 settembre 2010

cambiamenti climatici : Allarme estinzione trichechi in Alaska


L'allarme dall'Alaska, animali trasferitisi su calotta bassa
Tragico declino dei trichechi specie in Alaska: gli scienziati del Us geological survey temono la loro estinzione per i mutamenti climatici.La diminuzione di ghiaccio artico pare aver causato una migrazione di massa sulla terraferma e lo studio ha rivelato lo spostamento di migliaia di trichechi lungo la costa: il monitoraggio via satellite ha scoperto che un numero enorme di esemplari (da 10 a 20mila), specie madri e cuccioli, si è trasferito nel Chukchi Sea, una calotta troppo labile.
fonte: Ansa

sabato 4 settembre 2010

pinguini: 10 specie di Pinguini su 18 a rischio estinzione.Potrebbero sparire gia' entro secolo, a causa cambiamenti clima


Dieci delle 18 specie di pinguini nel mondo rischiano seriamente l'estinzione, alcune potrebbero sparire gia' entro la fine del secolo. Molte sono le minacce alla vita dei pinguini che abitano l'Antartico, dicono gli esperti alla International Penguin Conference di Boston: carenza di cibo, causata dai cambiamenti climatici e dall'eccesso di pesca e il petrolio che inquina le acque. I pinguini delle Galapagos, per esempio, trovano meno pesce a causa delle correnti oceaniche modificate.
fonte: Ansa

mercoledì 18 agosto 2010

deforestazione: Perù, allarme "pipistrelli vampiri" Morti quattro bambini attaccati


Più di 500 persone assalite negli ultimi giorni: iniziata la vaccinazione antirabbica nella zona.

Almeno quattro bambini sono morti a causa dei morsi di pipistrelli vampiri che hanno trasmesso la rabbia e che negli ultimi giorni hanno attaccato più di 500 persone nella località di Urakusa, nell’Amazzonia peruviana, non lontano dalla frontiera con l’Ecuador. La morte dei bimbi appartenenti all’etnia aguarana è stata confermata dal responsabile della sanità della provincia di Condorcanqui, nordest del Perù, Josè Delgado, precisando che negli ultimi mesi sono già 15 le persone decedute, molti dei quali minori.

Le autorità della regione hanno attivato una serie di misure di controllo e prevenzione, ha precisato Delgado e nella zona sono stati inviati 1.500 vaccini antirabbici. I pipistrelli vampiri attaccano le persone nel sonno - precisano i media locali - rilevando che delle 508 persone morse in questi ultimi tempi il 97% è già stato vaccinato, e gli altri lo saranno nei prossimi giorni. Alcuni indios aggrediti dai pipistrelli non hanno però accettato di essere vaccinati. In genere, secondo gli esperti peruviani, i pipistrelli si alimentano dal sangue degli animali selvaggi e del bestiame, anche se talvolta attaccano anche le persone.

Gli abitanti del luogo affermano che le aggressioni anomale di questi giorni contro i bambini sono dovute alle temperature molto basse di questo periodo nell’area dell’Amazzonia, mentre secondo altri esperti è il risultato della deforestazione. Già nel 2005 e nel 2007 nelle stesse zone dell’Amazzonia peruviana si erano registrati casi di bambini morti delle etnie degli aguarunas e huambisas a causa dei morsi dei pipistrelli. Anche in quell’occasione, Lima aveva inviato medici nella zona, avviando campagne di vaccinazioni su vasta scala.
fonte: lastampa.it

venerdì 13 agosto 2010

CAMBIAMENTI CLIMATICI: da Bonn verso Cancun, come i gamberi ma nella bufera


E se le conseguenze dei cambiamenti climatici sono già evidenti, i paesi che ne subiscono le conseguenze più dirette sono proprio quelli che hanno meno responsabilità, alcuni dei quali potrebbero sparire nel giro di poco tempo se non si prendono le misure adeguate.

Mentre intere regioni del Pakistan e della Cina soccombevano ad alluvioni con effetti peggiori dello tsunami, le piogge torrenziali si abbattevano sull'Europa centrale, in Russia scoppiavano i prini incendi a causa del calore e in Groenlandia si staccava una massa di ghiaccio grande quanto l'Elba, nei giorni scorsi a Bonn si concludevano i negoziati in vista della prossima Conferenza delle Parti (COP 16) della Convenzione quadro dell'Onu sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), prevista per il prossimo dicembre a Cancun.

Vi hanno partecipato i rappresentanti di 194 governi con due obiettivi principali: quello di trovare un successore al Protocollo di Kyoto, e stilare un accordo di cooperazione a lungo termine. Quello firmato a Kyoto per ora è l'unico documento vincolante in materia di emissioni e di lotta ai cambiamenti climatici. La scadenza di questo documento - al quale peraltro non hanno mai aderito né USA né Cina, due tra i paesi più inquinanti al mondo - è previsto per il 2012.

Le premesse non sono buone, molti delegati riuniti per 5 giorni nella città tedesca dicono che si sono fatti passi indietro rispetto a Copenaghen, dove dopo un'impasse insormontabile gli Stati Uniti e altri pochi paesi hanno proposto un testo last minute, basato su deboli impegni di riduzione delle emissioni volontari ma senza nessun vincolo. Viene chiamato l'Accordo di Copenaghen (in .pdf) anche se in realtà non è stato “adottato” e dunque non ha nessuna legittimità. Di fatto rappresenta solo un testo da cui si pensava si potesse ripartire per i negoziati successivi.

Anzi, è stato criticato dalla maggior parte dei Paesi cosiddetti in via di sviluppo - la piccola isola di Tuvalu in testa - contribuendo a instaurare un clima di reciproca sfiducia tra Paesi ricchi, che cercano di mantenere una sorta di status quo attivando un mercato delle emissioni che di fatto non riduce le emissioni, e i Paesi poveri che chiedono un maggiore impegno ai responsabili della situazione attuale e fondi per l'adattamento per chi pur non avendo nessuna responsabilità deve affrontare tutti i giorni gli effetti negativi dei cambiamenti climatici.

Il risultato di questo penultimo giro di negoziazioni - l'ultimo sarà il prossimo ottobre a Tianjin in Cina - prima dell'appuntamento messicano è apparso un rimescolamento delle carte rimettendo in discussione lo stesso accordo di Copenaghen. Tutti i paesi hanno radicalizzato le proprie posizioni aumentando così di fatto tutte le opzioni percorribili e allontanando qualsiasi ipotesi di compromesso tra Paesi.

Ridurre le opzioni sul tavolo dei negoziati sul clima” è stato l'appello lanciato dal nuovo segretario esecutivo della Convenzione quadro dell'Onu sui cambiamenti climatici (Unfccc), Christiana Figueres, al termine dei lavori di Bonn (speach finale in .pdf). Nonostante la mancanza di segnali positivi, secondo Figueres, in Messico potranno comunque essere prese una serie di decisioni, come impegni per la gestione e l'allocazione dei fondi per la lotta contro i cambiamenti climatici e l'incremento del trasferimento di tecnologia, specialmente per i Paesi più poveri e vulnerabili. "Progressi a Cancun - ha aggiunto - potrebbero anche includere un mandato per portare avanti il processo verso un accordo con valore vincolante che prenderebbe più tempo".

Il testo della bozza di intesa per quanto riguarda la cooperazione a lungo termine è passato da 17 a 34 pagine. Anche le discussione sui fondi necessari per finanziare la mitigazione e le conseguenze del riscaldamento globale e la trasformazione delle economie sono precipitate di nuovo nella bufera. A Copenaghen si era deciso che i Paesi ricchi avrebbero stanziato 100 miliardi di dollari l’anno fino al 2020, ma fino ad ora nessuno si è impegnato per trovare questi fondi.

E se le conseguenze dei cambiamenti climatici sono già evidenti, i paesi che ne subiscono le conseguenze più dirette sono proprio quelli che hanno meno responsabilità, alcuni dei quali potrebbero sparire nel giro di poco tempo se non si prendono le misure adeguate. Sono i paesi delle piccole isole del Pacifico che non ci stanno e già a Copenaghen manifestarono i loro problemi concreti e chiedevano innanzitutto il rispetto del Protocollo di Kyoto. Gli scienziati sono convinti che i livelli dei mari aumenteranno come conseguenza del riscaldamento del pianeta causato a sua volta dalle emissioni di gas effetto serra. Se non si inverte questa tendenza Kiribati e altre piccole isole del Pacifico potrebbero essere sommerse entro questo secolo.

Secondo i rappresentanti delle piccole isole è inammissibile che si parli di accettare un aumento delle temperature di due gradi come era stato proposto a Copenaghen. Rajendra K. Pachauri Presidente dell'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) e Premio Nobel per la Pace 2007 dice che “dobbiamo concentrarci in aree specifiche e avere una visione realista. E' necessario un accordo ambizioso che regoli aree come la deforestazione, la regolamentazione dell'industria aerea, i finanziamenti per i paesi più vulnerabili e con minori risorse sono punti fondamentali che non possiamo rimandare alla prossima Conferenza delle Parti, così come gli accordi globali sulla mitigazione e adattamento”.

Pachauri è convinto che fino ad ora non si è tenuto sufficientemente conto della scienza in materia di cambiamenti climatici, tanto è che non solo non sono diminuite le emissioni, ma sono aumentate del 70% tra il 1970 e il 2004. E nonostante siano ormai più di 30 anni che si parla degli effetti negativi delle emissioni solo da pochi anni si iniziano a prendere sul serio. Ora secondo lo scienziato indiano è necessario investire il 3% del Pil globale altrimenti i costi saranno incalcolabili.

La responsabilità storica dei paesi ricchi

Durante i lavori della settimana la Bolivia ma anche altri paesi dei Sud del mondo hanno sollevato la questione della responsabilità storica dei paesi ricchi nei cambiamenti climatici (in .pdf). Per questo propongono che i criteri per la lotta ai cambiamenti climatici vengano stabiliti in base a equità e numero di popolazione, tenendo conto delle responsabilità storiche. Il riferimento è ai paesi ricchi che hanno sovrautilizzato lo spazio atmosferico producendo some risultato un debito climatico nei confronti dei paesi poveri.

Anche l'Uganda ha dichiarato nel corso dei lavori che ogni paese dovrebbe pagare secondo il suo impatto storico sui cambiamenti climatici e che il denaro ottenuto dovrebbe essere utilizzato per le strategie di riduzione delle emissioni. Huang Huikang, rappresentante speciale del Ministero di Relazioni Esterne Cinese ha dichiarato chei Paesi sviluppati devono assumersi le proprie responsabilità storiche, legali e morali per il cambiamenti climatici. Negli ultimi 200 anni i paesi sviluppati hanno generato una grande accumulazione di diossido di carbonio dovuto al loto modo di produzione e il loro stile di vita. La responsabilità storica è abbastanza chiara” - ha affermato il rappresenta cinese.

L'organizzazione ambientalista Friends of the Earth Europe durante i lavori di Bonn ha ribadito un concetto già espresso dalla delegazione boliviana alle precedenti negoziazioni. La pericolosità dell'esistenza di numerose lacune legali presenti nel Protocollo di Kyoto che potrebbero minacciare seriamente gli sforzi per fare fronte ai cambiamenti climatici. Di queste lacune - avverte Amici della Terra - potrebbero approfittare l'Unione europea e altri paesi storicamente responsabili per continuare a mantenere invariati i livelli attuali delle emissioni.

Héctor de Prado della sezione spagnola di Amici della Terra ha dichiarato che è frustante vedere come per queste lacune legali l'Europa non manterrà neppure il suo debole impegno di riduzione delle emissioni del 20% per il 2010. L'altro numero di compensazioni consentite dal documento di fatto annulla qualsiasi tipo di riduzione significativa. I paesi industrializzati devono smetterla di nascondersi dietro i tecnicismi delle negoziazioni e lavorare una volta per tutte per sopperire a queste lacune legali. L'Europa deve impegnarsi a ridurre del 40% le sue emissioni per il 2020 senza usare il sistema delle compensazioni”.

Il prossimo appuntamento ufficiale per le negoziazioni è previsto nella città cinese di Tianjin. "Per raggiungere risultati a Cancun - ha detto Figueres alla chiusura dei lavori - i governi devono ridurre in maniera radicale le opzioni sul tavolo". Un'opportunità potrebbero essere gli incontri di alto livello previsti a settembre a New York e a Ginevra, prima dell'ultimo round dei negoziati, dal 4 al 9 ottobre appunto a Tianjin.

Elvira Corona (Inviata di Unimondo)

fONTE : http://www.unimondo.org

AMBIENTE: IL MESSICO VUOLE GLI ESCLUSI DA COPENAGHEN AI NEGOZIATI DI CANCUN

Il Messico si sta adoperando per portare i paesi che si sono sentiti esclusi dal vertice sul clima di Copenaghen ai nuovi negoziati delle Nazioni Unite che si terranno quest'anno a Cancun. Lo ha fatto sapere l'ambasciatore del Messico Luis Alfonso de Alba.

''Alcuni paesi in via di sviluppo si sono sentiti esclusi dai negoziati di Copenaghen dello scorso dicembre, incluse alcune nazioni asiatiche e latino americane'', ha dichiarato De Alba. ''E' questo il motivo per cui abbiamo iniziato fin da ora ad affrontare il problema'', ha aggiunto. ''Stiamo prestando particolare attenzione a quei paesi che hanno percepito come poco significante il loro punto di vista''.

Cancun ospitera' il prossimo vertice mondiale sul clima dal 29 novembre al 10 dicembre 2011, con l'obiettivo di raggiungere un accordo condiviso sulle emissioni di CO2 e di rimpiazzare il protocollo di Kyoto, che scadra' nel dicembre 2012.

''Siamo convinti che si tratti di un processo che necessita del coinvolgimento di tutti, e non solo dei piu' grandi produttori di CO2'', ha affermato De Alba.

Tra le nazioni che si sono risentite per l'esclusione dal summit di Copenaghen ci sono Indonesia, Malesia, Filippine, Corea del Sud, Pakistan, Emirati, Ecuador, Bolivia, Cile, Peru' e Colombia.

giovedì 8 luglio 2010

Climagate, scagionati gli scienziati "Nessuna manipolazione dei dati"


I climatologi dell'università britannica dell'East Anglia, finiti alcuni mesi fa al centro dello scandalo del "Climategate", non manipolarono i dati in loro possesso per accentuare l'allarme sui cambiamenti climatici. A stabilirlo una volta per tutte è un'indagine indipendente condotta dall'ex funzionario pubblico Sir Muir Russel, i cui risultati definitivi sono stati resi noti oggi. Nel rapporto stilato dalla commissione d'inchiesta si sottolinea come, dall'analisi delle oltre 1.000 e-mail incriminate scambiate tra i climatologi dell'Unità di Ricerca Climatica dell'università, non sia emersa alcuna prova che possa far dubitare dell' "onestà" e del "rigore" degli scienziati.

Lo scandalo del Climategate era esploso nel novembre del 2009, quando centinaia di mail dei climatologi di East Anglia, intercettate da alcuni hacker, furono pubblicate a pochi giorni dal vertice Onu sul clima svoltosi a dicembre a Copenaghen. Il contenuto dei messaggi, scritti in un linguaggio scherzoso e confidenziale, aveva indotto molti dei cosiddetti "negazionisti" del riscaldamento globale a ritenere che i climatologi avessero dato vita a una vera e propria cospirazione per alterare i dati e ingigantire il problema dei cambiamenti climatici. Il rapporto, pubblicato al termine di un'inchiesta durata sette mesi, smonta la tesi accusatoria, dimostrando come le e-mail non costituiscano prova di una condotta non professionale degli scienziati.

Il documento della commissione d'inchiesta sottolinea tuttavia come, durante le indagini, i climatologi non abbiano mostrato "un livello di trasparenza appropriato". In ogni caso, chiarisce Russell, "la tesi che l'Unità di ricerca climatica abbia qualcosa da nascondere non sta in piedi". A uscire pulito dalle accuse è soprattutto il professor Phil Jones, capo del gruppo di ricerca, che in una delle sue mail aveva parlato di un "trucco" utilizzato nell'interpretazione di alcuni dati e aveva definito una "bella notizia" la morte di un climatologo scettico sul riscaldamento globale. Rimosso dal suo incarico in seguito allo scandalo, Jones riprenderà il suo posto nell'unità di ricerca.

Lettori fissi

Visualizzazioni totali