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martedì 26 novembre 2019

gas serra: nessun segnale di abbassamento dei livelli

Nonostante gli accordi di Parigi, non c'è nessun segnale di abbassamento dei livelli. Il Wmo: nel 2018 la CO2 ha toccato le 407,8 ppm.
Nuovo  record dei livelli di gas serra. “Impatti sempre più gravi sui cambiamenti climatici” Nuovo record dei livelli di gas serra. “Impatti sempre più gravi sui cambiamenti climatici” È quanto si legge nel bollettino dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) pubblicato oggi. Inoltre "non vi è alcun segno di rallentamento, per non parlare di un calo", afferma il segretario generale dell’Omm, Petteri Taalas di F. Q. | 25 NOVEMBRE 2019 Altro nuovo record dei livelli di gas serra. È quanto si legge nel bollettino dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) pubblicato oggi. Questa tendenza a lungo termine, dicono gli esperti, si traduce in “impatti sempre più gravi dei cambiamenti climatici, con temperature in aumento, condizioni meteo più estreme, stress idrico, innalzamento del livello del mare e perturbazione degli ecosistemi marini e terrestri”. Inoltre “non vi è alcun segno di rallentamento, per non parlare di un calo”, afferma il segretario generale dell’Omm, Petteri Taalas. L’Omm aveva lanciato l’ennesimo allarme due mesi fa in occasione del Summit Onu a New York sul clima: un bollettino di guerra. Il riscaldamento climatico accelera e con esso gli effetti devastanti che trascina dietro di sé: nuovi record di temperatura in molti Paesi accompagnati da incendi senza precedenti, innalzamento del livello del mare, perdita di ghiacci, eventi estremi. Tanto che il quinquennio ancora in corso, 2015-2019 (dati fino a luglio scorso), si candida al lustro più caldo mai registrato con +0,2 gradi rispetto al 2011-2015, mentre la temperatura media globale è aumentata di 1,1 gradi dal periodo preindustriale. Senza contare la crescita dei gas serra con un tasso del più 20 per cento per la Co2 rispetto ai cinque anni precedenti.

A preoccupare gli esperti è anche la concentrazione di metano (CH4), il secondo gas serra di lunga durata più presente e il ossido di diazoto (N2O), le cui emissioni risultano aumentate al di sopra della media annuale. I picchi di concentrazione sono da ricollegare all'attività umana per il 60% delle emissioni di metano (allevamenti, coltivazione di riso, sfruttamento di combustibili fossili, discariche, ecc.) e il 40% del diossido di diazoto (fertilizzanti, processi industriali, ecc.). Entrambi i gas svolgono anche un ruolo nell'assottigliamento dello strato di ozono della stratosfera che ci protegge dai danni dei raggi UVA emessi dal sole.

giovedì 14 novembre 2019

Phocine distemper virus: Lo scioglimento dei ghiacci sta diffondendo un virus che uccide i mammiferi marini

I ricercatori della Facoltà di medicina veterinaria dell’Università della California a Davis (Stati Uniti) hanno collegato la riduzione del ghiaccio artico con la diffusione di un virus mortale che minaccia i mammiferi marini nel Nord Pacifico.

Gli scienziati hanno analizzato gli effetti del virus del cimurro di Foquillo (PVD), responsabile della morte di migliaia di foche avvistate nell’Atlantico tra il 1988 e il 2002 e il loro collegamento con un altro focolaio di lontre nell’Alaska settentrionale nel 2004.


Il killer si chiama "Phocine distemper virus" (PDV) e ha colpito diversi mammiferi marini per decenni, uccidendo migliaia di foche europee del Nord Atlantico nel 2002. Due anni dopo, si è scoperto che le lontre marine settentrionali dell'Alaska (Enhydra lutris kenyoni) avevano contratto il virus. All'inizio i ricercatori non riuscivano a spiegarsi come fosse stato possibile la diffusione di questo virus tra queste specie, poiché fra di loro non ci poteva essere alcun contatto, a causa del ghiaccio artico che le divideva. Ora però un gruppo di ricerca della UC Davis School of Veterinary Medicine ha scoperto che le foche infette hanno viaggiato dall'Europa passando lungo la Russia settentrionale e la California settentrionale, grazie a una serie di passaggi aperti dai bassi livelli di ghiaccio marino. Questo cambiamento "storico" del ghiaccio marino potrebbe aver permesso alle foche artiche e subartiche di incontrarsi, cosa che non era mai stato possibile prima. Secondo i ricercatori, stando a quanto riportato nello studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports, questa sarebbe la causa più probabile della diffusione del PDV nell'Oceano Pacifico del Nord. "La perdita di ghiaccio marino sta portando la fauna marina a cercare nuovi habitat e la rimozione delle barriere fisiche sta consentendo loro di attraversare nuovi percorsi per spostarsi", spiega Tracey Goldstein, autrice principale dello studio. "Mentre gli animali si muovono e entrano in contatto con altre specie, offrono l'opportunita' di introdurre e trasmettere nuove malattie infettive, con effetti potenzialmente devastanti".



giovedì 4 aprile 2013

CAMBIAMENTI CLIMATICI: L’emisfero Nord sta diventando più caldo di quello Sud


La pioggia tropicale tende a spostarsi verso settentrione


I cambiamenti climatici stanno facendo sì che l’emisfero settentrionale del pianeta stia diventando più caldo di quello meridionale e questo potrebbe alterare significativamente il regime delle precipitazioni tropicali. 

Uno studio della University of California di Berkeley sostiene infatti che questi cambiamenti potrebbero cambiare le precipitazioni stagionali in aree come l’Amazzonia, l’Africa Sub-Sahariana o l’Asia orientale, lasciando alcune aree in condizioni più umide e altre in condizioni più secche rispetto a come sono attualmente. 

«Una scoperta fondamentale è che esiste una tendenza della pioggia tropicale a spostarsi verso Nord, il che potrebbe implicare l’intensificarsi dei sistemi meteorologici monsonici in Asia o variazioni della stagione umida da Sud a Nord in Africa e Sud America», ha spiegato Andrew R. Friedman, che ha condotto lo studio accettato per la pubblicazione dal Journal of Climate, una rivista della American Meteorological Society.

FONTE:http://www.lastampa.it/2013/04/04/scienza/ambiente/l-emisfero-nord-sta-diventando-piu-caldo-di-quello-sud-PiGTuV1eOf51YNznYvfSYM/pagina.html

cambiamenti climatici : Al Polo Sud: nel mare si forma più ghiaccio perché fa più caldo

L'acqua dolce e fredda che arriva dai ghiacci sciolti in Antartide forma uno strato superficiale nei mari


E' uno studio apparso il 1° aprile sulla rivista specializzata Nature Geoscience e riscontrato da un gruppo internazionale di scienziati nell’arco di analisi durate alcune anni. Nei mari che circondano l’Antartide in inverno si forma più ghiaccio galleggiante proprio a causa del riscaldamento globale. Sembra un paradosso, ma le conclusioni alle quale sono giunti gli studiosi spiegano una serie di fenomeni che già altri esperti climatici avevano riscontrato e predetto (nell’emisfero boreale): l’aumento delle temperature porterà in alcune zone più freddo.

FENOMENI OPPOSTI - Il fenomeno evidenziato nel ghiaccio marino al Polo Sud è l’opposto di quanto visto al Polo Nord: nell’Artico il ghiaccio si sta ritirando a elevata velocità e quello che rimane si sta assottigliando, tanto che alcuni scienziati hanno previsto che nel 2020 l’Artico sarà completamente libero dal pack in estate. In Antartide, invece, il ghiaccio marino aumenta, in particolare in inverno. Qual è la causa?

PARADOSSO - Secondo Richard Bintanja, climatologo del Reale istituto meteorologico olandese di Utrecht, che insieme ad altri colleghi ha preso parte alla ricerca, il paradosso si spiega con il fatto che lo scioglimento di 250 miliardi di tonnellate all’anno di ghiaccio dalla massa continentale antartica, riversa nei mari un’enorme quantità di acqua dolce che forma uno strato di acqua fredda sulla superficie oceanica, il quale protegge il ghiaccio marino dall'acqua più profonda e leggermente più calda. Gli autori dello studio hanno analizzato i dati di temperatura e salinità registrati dai satelliti e dalle boe oceaniche nel periodo 1985-2010.

DUBBI - Altri scienziati affermano che possono esserci diverse spiegazioni per l'aumento del ghiaccio marino in Antartide. Secondo Paul Holland, oceanografo del British Antarctic Survey di Cambridge, «lo scioglimento di enormi masse di ghiaccio continentale è un fatto, ma non è detto che questo influisca in modo significativo nell'incremento del pack». Holland lo scorso anno ha pubblicato un articolo in cui afferma che l'incremento del ghiaccio marino nel mare di Waddell è dovuto a una diversa distribuzione dei venti circumantartici, basandosi sui dati raccolti dai satelliti sui movimenti dei ghiaccio tra il 1992 e il 2010. In altre aree, come nel mare del Re Håkon, l'aumento del ghiaccio marino è dovuto alla combinazione degli effetti della temperature e del vento. Bintanja replica che gli effetti del vento sono importanti a livello locale, ma a livello continentale sono più decisive le quantità di acqua dolce derivate dallo scioglimento dei ghiacciai.

lunedì 11 marzo 2013

CAMBIAMENTI CLIMATICI: Fenomeni estremi clima causati da riscaldamento Artico

A provocare gli eventi climatici estremi come le siccita' e le inondazioni che hanno colpito negli ultimi anni Usa e Russia e' lo stop delle ''onde giganti'' d'aria che oscillano dal polo ai tropici, causato dal riscaldamento dell'Artico. Lo ha scoperto uno studio del Potsdam Institute for Climate Impact Research pubblicato sulla rivista Pnas.

Queste onde d'aria, spiegano gli esperti, quando vanno dai tropici al polo estraggono calore, mentre nel percorso inverso portano via e 'redistribuiscono' aria fredda dall'Artico: ''Quello che abbiamo notato - spiegano gli autori - e' che in occasione dei recenti fenomeni estremi le onde si sono fermate per settimane, quindi invece di portare aria fresca dove prima c'era aria calda hanno fatto in modo che rimanesse l'alta temperatura''.

La causa trovata dalle equazioni sviluppate nello studio per descrivere il moto dell'aria e' il riscaldamento dell'Artico, molto piu' veloce rispetto a quello del resto del pianeta: ''Questo - spiegano - riduce le differenze di temperatura tra il polo e le altre zone, che sono la principale forza che spinge il moto di queste 'onde'''.

Riscaldamento globale:Artico sarà navigabile entro il 2060

Nuovo studio degli scienziati anche hanno riesaminato 30 anni dati satellitari: i cambiamenti climatici repentini stanno cambiando il volto al Grande Nord. E così, con inverni più brevi e meno rigidi, Siberia e Canada diventano sempre più verdi


Entro il 2060 i ghiacci artici potrebbero diventare un ricordo e l'oceano Artico potrebbe essere completamente navigabile. E' questo lo scenario che indicano per i prossimi 50 anni le previsioni della ricerca condotta ell'Università della California a Los Angeles e pubblicata sulla rivista dell'Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, Pnas.

''Lo scioglimento dei ghiacci artici rappresenta forse il fenomeno più macroscopico di quello che sono i cambiamenti climatici in atto'', commenta il glaciologo Massimo Frezzotti, responsabile dell'unità per la ricerca in Antartide dell'Enea. ''Basti pensare - aggiunge - che fino agli anni '80 l'estensione dei ghiacci era di circa 8 milioni di chilometri quadrati, mentre oggi è praticamente dimezzata e si tratta di un fenomeno che accelera".

Entro circa mezzo secolo, quindi l'oceano Artico potrà essere facilmente solcato dalle navi tradizionali. "In realtà - prosegue Frezzotti - lo scioglimento sta avvenendo più rapidamente di quanto previsto finora. Solo 10 anni fa nessuno avrebbe mai pensato a una riduzione così drastica: neanche i modelli più pessimisti lo prevedevano".

Come osservano i ricercatori californiani, questa 'rivoluzione' geografica avrà conseguenze difficilmente valutabili non solo in ambito climatico ma anche politico, perché modifica gli equilibri tra le nazioni che circondano l'Artico: "aumentano le possibilità di sfruttamento delle aree polari'', rilevano, e gli effetti immediati si avranno, ad esempio, nella pesca o nella ricerca degli idrocarburi, ora più facilmente accessibili. Mancano però - aggiungono - strumenti governativi per regolare queste situazioni nuove".

Per secoli un gran numero di esploratori e avventurieri si sono dedicati alla ricerca di possibili vie di passaggio navigabili attorno al Circolo Polare Artico che permettessero alle navi di collegare i porti di oceano Atlantico e Pacifico. Le 'strade' teorizzate erano due, i cosiddetti passaggi a Nord-Ovest e a Nord-Est, ma tutte impraticabilia causa dei ghiacci. I cambiamenti climatici stanno ora sconvolgendo l'ambiente artico e nel giro di pochi decenni renderanno navigabile buona parte di questi mari, tanto da far supporre la possibilità di attraversare completamente la banchina ghiacciata, ormai sempre più sottile.


IL CLIMATOLOGI lo annunciavano da anni, ora è un fatto: il grande Nord, regno della volpe artica e del permafrost, si inverdisce. Le condizioni climatiche boreali, quelle che danno origine all'ecosistema dominato dalle grandi foreste di conifere, è già risalita di 4-5 gradi di latitudine verso nord di fatto rimpiazzando la tundra artica. La variabilità stagionale delle temperature e del periodo vegetativo si adattano al cambiamento climatico, in particolare ad inverni più brevi e meno rigidi. Lo dimostra un team internazionale di ben 21 scienziati appartenenti a 17 organismi di ricerca in sette paesi (Stati Uniti, Norvegia, Finlandia, Cina, Russia, Svezia, Francia) in uno studio pubblicato su Nature Climate Change.

Meno bianco, più verde. L'impatto fondamentale che abbiamo osservato sull'ambiente è un netto aumento nella produttività vegetale delle aree circumpolari", spiega Bruce Forbes, dell'Arctic Center della Università della Lapponia, in Finlandia. Per arrivare a questa conclusione gli studiosi hanno riesaminato i dati climatici e vegetativi raccolti in 30 anni di misurazioni satellitari.  L'ecosistema boreale, in sintesi, sta risalendo verso l'apice dell'emisfero settentrionale di quasi 7 gradi di latitudine, una migrazione che è pari a quasi 800 chilometri. Si tratta insomma di circa 9 milioni di chilometri quadrati di territorio, quasi quanto la superficie degli Stati Uniti, che cambiano aspetto.  Secondo Compton Tucker, della NASA, in questo breve periodo di tempo il riscaldamento del terreno dovuto alla minore copertura nevosa invernale ha permesso una attività vegetativa più lunga e vigorosa, ed ora „più di un terzo delle regioni sub-polari mostrano una vegetazione dai caratteri più meridionali".

Un futuro ancora più verde. Il team di scienziati precisa però che non tutti cambiamenti ambientali avvengono simultaneamente, ed in particolare la vegetazione non si modifica di pari passo con il clima. Per il momento, infatti, le foreste boreali di conifere sono ancora dove erano trent'anni fa. Gli alberi non hanno fretta, almeno non come prevedevano i modelli dell'IPCC, concludono gli esperti. "Un cambiamento nella tundra però c'è già e lo stiamo osservando - spiega ancora Forbes - gli arbusti sono più robusti, più alti". Un particolare, questo, che ai nomadi della tundra Siberiana non era passato inosservato. "I Nenets sostengono che molte piante ed arbusti stanno crescendo di altezza già da 30-40 anni", dice Forbes. "Per i nomadi questo è un problema. Per evitare di perdere di vista il branco durante le lunghe migrazioni nella tundra siberiana devono di aggirare con le loro renne le zone in cui c'è la presenza di arbusti troppo alti, robusti, e densi".

Entro la fine del secolo, comunque, è probabile (e il condizionale è d'obbligo in uno sguardo proiettato di tante decadi verso il futuro) una risalita verso nord delle condizioni climatiche, e vegetazionali, di 20 gradi di latitudine rispetto alle condizioni di trent'anni fa. Una informazione importante ma sulla quale gli scienziati stessi chiedono prudenza: "Non sappiamo quali eventi, naturali o indotti dall'uomo, interverranno sul cambiamento climatico nei prossimi decenni, e quindi le proiezioni a lungo terimine devono essere interpretate con cautela". Un secolo è lungo, ma molti scienziati sostengono che siamo ad un passo dal punto di non ritorno, quello in cui anche una massiccia azione per frenare il cambiamento climatico sarebbe vana. Questo scenario vale una intensificazione degli studi e del monitoraggio del sistema Terra.

lunedì 7 gennaio 2013

Riscaldamento globale: I mari si alzeranno di un metro nel 2100

L'innalzamento causato dallo scioglimento dei ghiacci di Groenlandia e Antartide potrebbe essere superiore al previsto


L'innalzamento dei mari causato dallo scioglimento dei ghiacci di Groenlandia e Antartide potrebbe essere molto superiore a quello previsto dalle proiezioni dell'Ipcc, il panel di scienziati promosso dall'Onu che sta studiando i cambiamenti climatici. Lo afferma uno studio pubblicato dalla rivista Nature Climate Change, secondo cui c'è la possibilità che si superi il metro di aumento del livello degli oceani.

PREVISIONI - Per stimare le possibili variazioni da qui alla fine del secolo Jonathan Bamber e Willy Aspinall, dell'Università di Bristol, hanno «pesato» le previsioni di 26 scienziati, raccolte con un questionario. Questo metodo, chiamato «expert elicitation», è usato in diversi campi, dalla previsione delle eruzioni dei vulcani a quella della diffusione delle malattie. Secondo le previsioni raccolte, a cui sono stati applicati modelli matematici, l'innalzamento medio dovuto alle due aree nel 2100 è stato stimato in 29 centimetri, con una probabilità del 5% che invece superi gli 84 cm. Ma se si uniscono questi valori con altre fonti di innalzamento del livello del mare, sottolineano gli autori, c'è un rischio plausibile che l'aumento superi il metro.

CONSEGUENZE - E questo, sottolineano i ricercatori, avrebbe profonde conseguenze per l'ecosistema del pianeta e per il genere umano. L'ultimo rapporto dell'Ipcc, ricorda lo studio, ha previsto sei scenari per il livello dei mari nel 2100 in cui l'innalzamento varia da 18 a un massimo di 59 centimetri: «Proprio il contributo dello scioglimento dei ghiacci, però, è quello per cui gli stessi scienziati hanno ammesso la maggiore incertezza. Mentre il metodo usato da noi può essere di grande aiuto nella stima del limite superiore, soprattutto fino a quando non ci saranno dati più certi».

fonte:http://www.corriere.it/ambiente/13_gennaio_07/mari-rialzo-secolo_48776b6c-58a9-11e2-b652-002bcc05a702.shtml

lunedì 19 novembre 2012

CLIMA : Innalzamento del mare, andrà peggio "Le stime dell'IPCC sono ottimistiche"

l livello continuerà ad alzarsi per almeno due secoli. Alcuni scienziati italiani pubblicano il loro studio (incremento minimo entro il secolo dfino a 95 centimetri) e avvertono: ne risentirà tutto il Mediterraneo, bisogna subito ridurre le emissioni di gas-serra e prepararsi.


VENTI centimetri guadagnati nel ventesimo secolo. Ed altri 20, ma in alcune parti del globo anche 60, saranno i centimetri di innalzamento del livello marino terrestre con cui le prossime generazioni faranno i conti entro la fine di questo secolo secondo l'ultimo rapporto dell'IPCC, il gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico. Ma secondo le ultime previsioni di alcuni scienziati italiani, queste cifre sono ottimiste. Loro stimano infatti un incremento minimo compreso tra 80 e 95 centimetri e, ripetono, all'origine di tutto ci sono le attività umane. L'unica opzione ora è una grossa frenata prima dell'impatto, ovvero rallentare il processo e non farsi cogliere impreparati.Lo studio. In uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Global and Planetary Change, Antonio Zecca e Luca Chiari della Università di Trento, presentano un quadro ancora più preoccupante di quello proposto dall'IPCC: malgrado la riduzione dei combustibili fossili (dovuto sia ad un esaurimento naturale che ad un miglioramento della efficienza energetica) il livello del mare salirà di almeno 80-95 centimetri entro la fine del secolo e continuerà a farlo per almeno duecento anni. Lo studio è un ulteriore monito a ridurre, e immediatamente, le emissioni di gas-serra, al fine di rallentare la risalita del livello marino e cominciare a prendere misure per adattarsi ad un nuovo paesaggio costiero.

I fisici dell'atmosfera trentini hanno ripreso i modelli climatici dell'IPCC ed hanno incluso nuovi dati sull'attesa, seppur di incerta entità, diminuizione di combustibili fossili. Lo scopo era vedere in che modo questa diminuizione potrà influenzare la risalita del livello marino. "È importante sottolineare che le nostre stime rappresentano i valori minimi, perché i nostri scenari di emissione non tengono conto dei combustibili fossili non convenzionali e di futuri sviluppi tecnologici che potrebbero migliorare le attuali tecniche di estrazione", chiarisce Luca Chiari. In poche parole: il livellio marino potrebbe salire ancora di più. I risultati dello studio mostrano, purtroppo, che il mare continuerà inesorabilmente a salire anche nel caso della riduzione più drastica delle reserve di combustibili fossili. Ma, secondo Zecca e Chiari, l'innalzamento del mare potrebbe essere se non altro "frenato" con un radicale taglio elle emissioni, e questo consentirebbe all'umanità di muovere qualche passo verso l'adattamento all'inevitabile.

Quali, allora, le aree a maggior rischio di finire sotto il pelo dell'acqua? I casi più noti sono i Paesi come il Bangladesh e le Maldive, o, negli Stati Uniti, la Florida. Più prossime all'Italia, Zecca indica a titolo d'esempio l'Egitto. Nel caso peggiore, cioè quello della risalita di ben un metro, la geografia del Delta del Nilo sarebbe completamente da ridisegnare. "Si tratta di una pianura fertile che dà da mangiare al 70% della popolazione egiziana, che sono 82 milioni oggi, e chissà quanti saranno nel 2100  -  spiega lo scienziato -  in altre parole almeno 55 milioni di egiziani dovrebbero andare a coltivare e vivere altrove."

Il Mediterraneo: una "lente di ingrandimento" del riscaldamento globale. Secondo gli studiosi è inutile sognare: il Mare Nostrum non è una eccezione: "L'innalzamento durante l'ultimo secolo è stato simile a quello medio globale", dice l'esperto trentino. Che precisa però: "Negli ultimi decenni l'incremento del livello del Mediterraneo è stato minore di quello globale". Infatti il nostro è un bacino chiuso e l'accentuato riscaldamento "causerebbe un incremento dell'evaporazione nel bacino, che a sua volta provocherebbe un leggero rallentamento della crescita del livello marino". Insomma, spiega l'esperto, difficile fare una previsione chiara sull'entità dell'innalzamento del Mediterraneo. Ma un aumento ci sarà ed i primi ad accorgersene saranno i comuni costieri delle aree pianeggianti a ridosso di Adriatico e Tirreno.

Zecca disegna allora una linea ideale: "La zona più vasta è naturalmente quella che va da Cesenatico, Cervia, Ravenna, quasi fino a Ferrara, e poi Rovigo, Piove di Sacco, Mestre, fino a Monfalcone". Un'area vastissima: "Sono almeno 1500 km quadrati di pianura agricola fertile". Ma attenzione, avverte Zecca: "I danni alla produzione agroalimentare si estenderebbero a una superficie maggiore perché l'acqua salata risalirebbe nei fiumi e nelle falde salinizzandole".

Se è vero che gli scienziati non possono prevedere il futuro e dirci con esattezza quali cambiamenti ambientali vivranno le diverse regioni del nostro Paese o d'Europa, ciò su cui la maggioranza concorda è sul fatto che il Mediterraneo in particolare è una sorta di "lente di ingrandimento" del riscaldamento globale. Dice Zecca: "Il Mediterraneo sarà una specie di "lente di ingrandimento" del riscaldamento globale: se nella media globale ci sarà un innalzamento di temperatura di 1 grado, per il Mediterraneo sarà forse il doppio".

Tagliare le emissioni. Adesso.  Molti i "se", questo è certo, ma meglio di così non siamo ancora in grado di fare, spiegano gli esperti. E comunque l'avvertimento c'è. Allora non c'è nulla da fare per prepararsi alla geografia del futuro? Gli scienziati su questo non sono d'accordo e lor ripetono da anni: "La prima misura in ordine di tempo e di importanza è tagliare le emissioni di gas-serra cioè ridurre l'impiego di combustibili fossili", dice Zecca. Efficienza energetica, questa la parola d'ordine. Proprio mentre state leggendo questo articolo, avverte Zecca, "la temperatura si sta alzando e il livello del mare anche. Continueranno a farlo per cento o duecento anni e non chiedono il permesso ai governi".


fonte: http://www.repubblica.it/ambiente/2012/11/18/news/livello_marino-46260903/?rss

domenica 22 gennaio 2012

RISCALDAMENTO GLOBALE: Il clima cambia e stravolge l'ecosistema marino, addio coralli entro la fine del secolo

Solo il 5% dei mari del pianeta avrà entro la fine del secolo le condizioni adatte per la crescita dei coralli, che ora esistono invece in metà degli oceani. Lo ha dedotto una simulazione dell'università delle Hawaii pubblicata dalla rivista "Nature climate change", sulla base dell'aumento dell'acidità dei mari causato dalla CO2 atmosferica prodotta dall'uomo, un terzo della quale si scioglie nell'acqua.

Per escludere la possibilità che la variazione nell'acidità che si vede negli ultimi anni sia naturale, lo studio ha simulato le condizioni a partire da 21mila anni fa fino al giorno d'oggi, basandosi sulla saturazione del minerale
aragonite: maggiore è la CO2 disciolta e minore è la saturazione, e valori inferiori a 3,5 su questa scala non consentono la crescita di coralli.
In alcune regioni del mondo, spiegano gli autori della ricerca, il cambiamento di acidità avvenuto dalla rivoluzione industriale è centinaia di volte maggiore rispetto a quello avvenuto tra l'ultima era glaciale e il periodo pre-industriale: «Quando la Terra ha iniziato a riscaldarsi, 17 mila anni fa - afferma Tobias Friedrich, che ha coordinato la ricerca – il livello di CO2 atmosferica è salito da 190 ppm a 280 in 6mila anni, e gli ecosistemi marini hanno avuto molto tempo per adattarsi. Per il balzo da 280 agli odierni 392 invece il tempo è di 100-200 anni, molto più breve».

Riferito alla saturazione dell'aragonite lo stesso balzo ha implicato che mentre prima il livello era intorno a 4,8 ora è 4,2, una variazione che ha già messo a rischio il 15% dei coralli nel mondo. Il livello di guardia, spiegano gli esperti, è 3,5, e di questo passo entro fine secolo sarà raggiunto dalla maggior parte degli oceani: «In questo momento il 50% dei mari ha una saturazione superiore, e quindi ha la possibilità di ospitare coralli - spiega l'esperto - ma entro il 2100 la percentuale scenderà al 5%. Fra i primi a farne le spese saranno proprio i coralli delle Hawaii».

FONTE: http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2012-01-22/clima-cambia-stravolge-ecosistema-193343.shtml?uuid=AaB8bJhE

martedì 14 giugno 2011

RISCALDAMENTO GLOBALE: Dai ghiacci artici al Mediterraneo, L'enigma della balena grigia

È arrivata grazie ai nuovi passaggi aperti nell'Artico dall'aumento delle temperature
Il caso, almeno all'inizio difficilmente spiegabile, ebbe inizio l'8 maggio 2010. Fu allora che una balena grigia venne avvistata al largo della costa mediterranea di Israele. Pochi giorni dopo, per l'esattezza ventidue, lo stesso individuo venne ancora osservato, ma questa volta in acque spagnole. Sempre mediterranee, comunque. Era dal 1700, occorre sapere, che di balene di questa specie (Eschrichtius robustus) qui nel Mediterraneo non se ne vedevano più. Tutte estinte, si pensava. E si capisce, pertanto, come l'inatteso avvistamento abbia suscitato grande meraviglia e, anche, almeno un po' di entusiasmo tra gli studiosi, che già pensavano, e fantasticavano, sulla quasi miracolosa ricomparsa d'un individuo della popolazione estinta.

Tutto ciò un anno fa, però, perché oggi, purtroppo, «il caso della balena che non doveva esserci» ha trovato, verosimilmente, un'altra e ben più plausibile spiegazione. Più plausibile e anche più allarmante. Se infatti avrebbe potuto essere una buona notizia la riscoperta di un individuo appartenente a una popolazione ormai estinta (di origine atlantica), certo non è così se è invece valida l'ipotesi più recente, che al contrario implica, per spiegare l'inattesa apparizione, l'effetto negativo dei cambiamenti climatici. Ed è proprio questo che propongono Aviad Scheinin e i suoi colleghi dell'Israel Marine Mammal Research and Assistant Center di Haifa, che hanno appena pubblicato, sulla rivista Marine Biodiversity Records, l'articolo «Gray Whale in the Mediterranean Sea: anomalous event or early sign of climate-driven distribution change?». Suscitando soprattutto commenti positivi.

Le balene grigie spendono i mesi estivi rimpinzandosi di cibo nell'oceano Artico e quindi danno inizio, con l'avvicinarsi della stagione invernale, a quella che si ritiene sia la più lunga migrazione compiuta da dei mammiferi. Attraversano cioè il mare di Chukchi, poi quello di Bering raggiungendo così l'oceano Pacifico. Seguendo poi le coste dell'Alaska, del Canada e infine degli Stati Uniti raggiungono quelle californiane e messicane dove si trovano i loro territori riproduttivi. Poi, finita la stagione invernale, ritornano a nord. Compiono cioè una discesa (riproduttiva) verso sud e una (trofica) verso nord. Una specie di annuale «pendolariato». Detto ciò, resta da comprendere l'apparizione di una balena grigia nel Mediterraneo.

Occorre rilevare che, studiando le immagini fotografiche che le sono state scattate nel 2010, gli studiosi israeliani hanno con certezza stabilito che quell'esemplare era indubbiamente un individuo appartenente alla popolazione del Pacifico. Poi, considerando che durante gli ultimi mesi del 2009 i ghiacci che avrebbero dovuto impedire a una balena il transito verso l'Atlantico si erano per buona parte sciolti, hanno ipotizzato che quell'individuo abbia erroneamente preso la direzione verso est, mirando poi a sud e così scendendo dall'altra parte. Poi, arrivato a Gibilterra, sia sbucato nel Mediterraneo (per lui una trappola) e cogliendo tutti di sorpresa.

Nei commenti suscitati, rilevante mi pare il giudizio del matematico Harry Stern dell'Università di Seattle (Washington), un eminente studioso dei ghiacci polari che, considerando la situazione di scioglimento dei ghiacci che ha coinvolto l'oceano Artico negli ultimi quattro o cinque anni, ritiene più che plausibile che si siano creati passaggi decisamente sufficienti per il transito delle balene. E infine il commento di David Tallmon, un biologo dell'Università dell'Alaska (Juneau), che fa notare come la comparsa dei corridoi tra i ghiacci, che hanno consentito il transito a una balena, possono consentirlo a esseri di ogni dimensione, dalle balene alle diatomee. Il che potrebbe significare un inatteso mescolamento tra i biomi del Nord Atlantico e del Nord Pacifico, con conseguenze difficilmente valutabili.
FONTE: http://www.corriere.it

lunedì 28 marzo 2011

riscaldamento globale: Nuovo minimo storico per il ghiaccio dell'Artico


Le misurazioni a partire dal 1980 mostrano un declino inesorabile

Nuovo minimo storico per il ghiaccio dell'Artico: secondo i dati del National Snow and Ice Data Center americano la calotta ha cominciato a restringersi lo scorso 7 marzo, e l'area massima registrata e' la stessa del 2006, l'anno del record precedente.

Secondo i dati riportati il massimo raggiunto quest'anno e' stato di 14,64 milioni di chilometri quadrati, piu' di 1,2 milioni di chilometri quadrati piu' bassa della media degli ultimi 30 anni e all'incirca pari al record negativo di cinque anni fa: "Per tutto il mese di marzo il ghiaccio ha continuato ad espandersi e restringersi attorno a questi valori - spiega il comunicato del centro ricerche - e' un comportamento normale perche' il ghiaccio vicino alle estremita' della calotta e' sottile e distende a disperdersi".

Le misure sono effettuate attraverso due satelliti della Nasa, e le misurazioni a partire dal 1980 mostrano un declino inesorabile: 30 anni fa il massimo era intorno ai 16 milioni di chilometri quadrati, e la perdita e' di circa il 3% ogni dieci anni. La perdita e' anche nello spessore del ghiaccio, di cui solo il 10% resiste per piu' di due anni, mentre prima la percentuale era del 30-40%.
fonte: Ansa

sabato 5 febbraio 2011

riscaldamento globale: MUORE IL GIARDINO DEI CORALLI IN SUDAN


L'aumento della temperatura delle acque continua a fare vittime eccellenti: questa volta, dopo Thailandia e Bali, e' toccato ai coralli di uno dei reef piu' ricchi di biodiversita' del mondo, lo ''Shaab Suedi'' al nord del Sudan, noto come il ''Giardino dei coralli''.

E' apparso cosi': grigio e senza vita ai ricercatori dell'''Alma Mater Studiorum'' Universita' di Bologna, impegnati nel monitoraggio del Mar Rosso, al rientro da due settimane di navigazione a bordo di ''Felicidad II'', l'imbarcazione di Aurora Branciamore e sede itinerante di Marevivo in Sudan.

Solo pochi mesi fa, i coralli e gli animali che vivevano in simbiosi nel meraviglioso reef erano in buona salute: nulla faceva presagire il disastro.

''Da diversi anni la comunita' scientifica internazionale tenta di sensibilizzare gli organi politici sul grande pericolo rappresentato dai cambiamenti climatici per la sopravvivenza delle stupende barriere coralline di tutto il mondo. Purtroppo, spesso le analisi scientifiche vengono considerate meno degli interessi economici a breve termine'' ha detto Stefano Goffredo, capo spedizione STE (Scuba Tourism for the Environment - Turismo Subacqueo per l'ambiente), progetto dell'Universita' di Bologna che coniuga turismo sostenibile e monitoraggio dello stato di salute del Mar Rosso.

''Anche se ci siamo entusiasmati per l'appuntamento giornaliero con gli squali martello, con branchi di delfini e meravigliose mante, purtroppo lo stato di salute dei coralli desta in noi molta preoccupazione'', ha commentato la presidente nazionale di Marevivo, Rosalba Giugni, partecipante alla spedizione.

''E' un fenomeno fuori controllo, al di sopra di ogni immaginazione - ha continuato - se addirittura nel mare selvaggio del Sudan, cioe' in acque ancora incontaminate, si verifica tutto questo''. I coralli non sono solo una meraviglia naturale da ammirare, ma costituiscono anche un patrimonio insostituibile per la biodiversita', la pesca e la protezione delle coste.

Oltre alle immersioni per il monitoraggio, alla documentazione foto e video, i ricercatori e l'equipaggio del ''Felicidad II' hanno ripulito Angarosh, mitica isola formata da conchiglie e coralli, togliendo le migliaia di bottiglie di plastica depositate dalle mareggiate e dalle correnti.

Al rientro a Port Sudan, la spedizione e' stata accolta dal Ministro del Turismo e della Fauna del governo sudanese, Joseph Malwal, che, toccato dalla relazione dei ricercatori, si e' dichiarato disponibile a collaborare nel portare avanti progetti di monitoraggio e di azioni anche repressive per la difesa degli squali, patrimonio del Sudan ormai raro nel resto del mondo.

Marevivo da anni si batte per la salvaguardia degli squali: l'associazione, facendo parte di ''Shark Alliance', ha messo in atto molte attivita' - sia parlamentari che di divulgazione - su questo tema di particolare urgenza. I grandi predatori del mare sono in pericolo di estinzione: circa 100 milioni di esemplari all'anno vengono catturati per asportare la preziosa pinna (molto ambita nei paesi orientali) e rigettati in mare ancora vivi, una pratica crudele e distruttiva.

giovedì 20 gennaio 2011

RISCALDAMENTO GLOBALE : Il 2010 è stato l'anno più caldo di sempre


Alla pari con il 2005 e il 1998 anche se nominalmente la temperatura è stata superiore di 1-2 centesimi di grado.


I dati preliminari sono stati superati: all'apertura della conferenza sul clima di Cancun all'inizio dello scorso dicembre i meteorologi avevano annunciato che il 2010 si sarebbe piazzato nei primi tre posti degli anni più caldi da quando esistono dati meteo certi. Tutto sarebbe dipeso da dicembre. Ma nel mese natalizio le temperature a livello globale non si sono abbassate e il 2010 è diventato l'anno più caldo di sempre alla pari con il 2005 e il 1998. Lo conferma l'Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo).

MEDIA - Nel 2010 la temperatura media globale è risultata di 0,53 gradi centigradi (°C) sopra la media 1961-1990. Nominalmente ha superato di un centesimo di grado la temperatura media del 2005 e di 2 centesimi quella del 1998. Ma la differenza è minore del margine di incertezza nel calcolo delle temperature medie, pari a 9 centesimi di grado, quindi si può dire che i tre anni sono ai primi posti a pari merito. Questi dati si basano sulle statistiche raccolte dall'Ufficio meteorologico britannico di Hadley/Unità di ricerche climatiche (HadCRU), dal Centro nazionale degli Stati Uniti dei dati climatici (Ncdc) e dalla Nasa.

BANCHISA POLARE - Record negativo anche per la banchisa polare artica, che a dicembre 2010 ha raggiunto il minimo mensile storico con una superficie di 12 milioni di chilometri quadrati, 1,35 milioni sotto la media di dicembre del periodo 1979-2000. «Sono dati che confermano la significativa tendenza della Terra al riscaldamento a lungo termine», ha commentato il segretario generale dell'Wmo, Michel Jarraud. «I dieci anni più caldi della storia sono tutti dal 1998 a oggi».

DECENNIO - Nel decennio 2001-2010 le temperature globali sono state in media più elevate di 0,46 °C rispetto al periodo 1961-1990 e sono le più alte in un periodo di dieci anni registrate dall'inizio delle rilevazioni strumentali. Il riscaldamento è stato particolarmente forte in Africa, in alcune aree dell'Asia e dell'Artico, dove alcune regioni hanno assistito a un rialzo termico tra 1,2 e 1,4 °C sulla media storica. Nel 2010 caldo eccezionale su gran parte dell'Africa e sull'Asia meridionale e occidentale, in Groenlandia e nell'Artico canadese. Ma alcune aree, tra cui l'Europa settentrionale e l'Australia centrale e orientale hanno registrato temperature più basse.

DICEMBRE CALDO E FREDDO - Lo scorso dicembre è stato molto caldo nel Canada orientale e in Groenlandia e anormalmente freddo in gran parte dell'Europa occidentale e settentrionale, con temperature di 10 gradi sotto la media in Norvegia e Svezia, alcune zone della Scandinavia hanno toccato record di freddo mai registrati. Nell'Inghilterra centrale è stato il dicembre più freddo dal 1890, grandi nevicate hanno colpito estese zone in Europa. Più freddo della media anche in vaste aree della Russia e nell'est degli Usa.

GENNAIO 2011 - Dopo che nel 2010 si erano registrate alluvioni in Pakistan e siccità in Russia, tra la fine dell'anno e l'inizio di quello nuovo ci sono già state le alluvioni in Sri Lanka (800 mila persone colpite), in Queensland-Australia legate al fenomeno della Niña, e le alluvioni nella zona di Rio de Janeiro in Brasile. Dati che non promettono nulla di buono per l'anno appena iniziato, che secondo alcuni batterà ogni record di caldo.

FONTE: http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/energia_e_ambiente/11_gennaio_20/2010-caldo-record_a4b52dae-2487-11e0-8269-00144f02aabc.shtml

mercoledì 22 settembre 2010

effetto serra: nell’Artico a settembre terzo minimo storico per l’estensione del ghiaccio marino

Secondo il National snow and ice data center Usa e la Nasa «Il ghiaccio marino artico il 10 settembre sembra aver raggiunto il suo minimo annuale. L'estensione minima del ghiaccio è stata la terza più basso dei dati satellitari, dopo il 2007 e il 2008, e continua il trend di diminuzione del ghiaccio marino estivo». Il 10 settembre 2010 la superficie del mare Artico coperta di ghiacci era calata a 4,76 milioni di km2. Dopo sembra iniziato il ciclo di crescita invernale. Si tratta del terzo dato più basso registrato dal 1979, 240.000 km2 in più del 2008 e 630.000 km2i sopra il minimo storico registrato nel 2007. Ma il National snow and ice data center evidenzia che sono anche 340.000 km2 in meno della superficie di ghiacci marini artici dell'estate 2009 e che il 2010 è stato 1,95 milioni di km2 al di sotto della media minima 1979 - 2000 e 1,62 milioni di km2 al di sotto del la media registrata nel trentennio 1979 - 2009.

I dati dalla Nasa dimostrano che «Questa è solo la terza volta che i dati satellitari che misurano il ghiaccio sono scesi sotto i 5 milioni di km2i (1,93 milioni di miglia quadrate) e tutti questi sono stati registrati negli ultimi quattro anni». Il minimo del 2009 è stato 5,10 milioni km2, il quarto dato più basso da quando si effettuano rilevazioni satellitari dei ghiaccia artici.

La cosa preoccupante è che questo è avvenuto nonostante un ritardo notevole nell'inizio della stagione di scioglimento dei ghiacci marini, ma l'estensione del ghiaccio è in seguito diminuita molto rapidamente, con record di tassi medi giornalieri di perdita di ghiaccio nell'Artico a maggio e giugno. Se davvero il 10 settembre è stato il culmine dello scioglimento dei ghiacci, si tratterebbe della più breve stagione di "fusione" del giaccio, durata solo 163 giorni per passare dal livello massimo a quello minimo di estensione dei ghiacci marini .

Le zone dell'Artico si sono comportate in maniera diversa:il ghiaccio è rimasto piuttosto esteso sui mari della Siberia orientale, mentre nel 2007 questa zona era libera dai ghiacci; c'è stato molto meno ghiaccio nei mari di Beaufort e della Groenlandia orientale. Sia il Passaggio a Nord Ovest che la Northern Sea Route, lungo le coste euroasiatiche, sono rimasti aperti per un minimo di ghiaccio nel 2010, mentre nel 2007 il ghiaccio aveva bloccato una parte della Northern Sea Route.

Attualmente le immagini fornite dal Moderate resolution imaging spectroradiometer (Modis) della Nasa confermano che è in atto il "ri-congelamento" in alcune parti dell'Artico. La crescita di ghiaccio recente è visibile nelle immagini fornite dal 14 settembre che dimostrano un allargamento del mare ghiacciato nell'ara a nord-est del mare della Siberia orientale stendano fuori la borsa del ghiaccio che rimane nella parte nord-ovest del mare della Siberia orientale. Ma mente si forma il ghiaccio nuovo in alcune aree il calo continua, soprattutto a causa del caldo anomalo dell'oceano..

Lo stesso National snow and ice data center sottolinea però l'estrema variabilità del ghiaccio marino in questo periodo dell'anno, e per questo fornisce il valore minimo ogni 5 giorni: «Abbiamo osservato quattro giorni di aumento dell'estensione - spiega una nota stampa - E' ancora possibile che la misura ghiaccio possa scendere leggermente, a causa di uno scioglimento o di una ulteriore contrazione nell'area di produzione o per il movimento del ghiaccio. Per esempio, nel 2005, la serie temporale hanno cominciato a livellarsi ai primi di settembre, suscitando la previsione che avevamo raggiunto il minimo. Tuttavia, il ghiaccio marino si è contratto più avanti nella stagione, con ancora una volta la riduzione dell'estensione del ghiaccio marino e causando un ulteriore calo nel minimo assoluto. Quando avremo tutti i dati per settembre, confermeremo la misura minima del ghiaccio per questa stagione».
fonte: http://www.greenreport.it/_new//index.php?page=default&id=6744

venerdì 17 settembre 2010

effetto serra: trichechi in fuga ... E' altissimo il pericolo di estinzione


Nel nord ovest dell’Alaska decine di migliaia di mammiferi, in prevalenza femmine con i cuccioli, sono migrati lungo la terraferma per trovare riposo. Nel mare le banchine iniziano a scarseggiare per il riscaldamento delle acque.
La sua imponenza ha permesso al tricheco di respingere due dei suoi tre nemici: l’orso polare, dal quale si difende utilizzando le zanne o cercando di buttarsi in acqua, e l’orca, alla quale sfugge andando verso la terraferma. Il terzo è l’uomo, contro cui nulla può.


IN OGNI migrazione c’è una promessa. Quella di tornare da dove si è partiti. Ripercorrere i passi, volare o nuotare fino a che le forze ti tengono a galla. Fino a casa. Non sempre è così. A volte va per il meglio, altre è tragica. A Point Lay, un piccolo villaggio di 234 abitanti sulla costa nord-ovest dell’Alaska, non si erano mai visti così tanti trichechi. Gli scienziati dicono si tratti di una migrazione di massa sulla terra ferma «senza precedenti». Ne hanno contati decine di migliaia, soprattutto mamme e cuccioli: 10 o 20 mila, forse più. Ammassati uno accanto all’altro, in un tratto di costa di pochi chilometri. Sono scappati dal surriscaldamento climatico, dallo scioglimento dei ghiacci. Non trovando una banchina per rifiatare (e senza riposo rischiano la morte), si sono rifugiati qui.Il loro destino potrebbe essere tragico.

Per vederli basta andare sulla strada principale del villaggio, quella che guarda l’oceano. Il sindaco Leo Ferreira, che li osserva dall’alto e ha invitato turisti e cittadini a non disturbare gli animali, dà la colpa all’aumento del traffico marittimo che costringerebbe i trichechi a deviare verso la riva. Ma gli scienziati dell’Us Geological Survey non la pensano così, la causa è la diminuzione di ghiaccio marino artico. Le uniche altre due occasioni in cui erano arrivati su queste spiagge (in numero nettamente inferiore) erano state nel 2007 e nel 2009, due anni in cui le temperature dell’acqua erano state particolarmente elevate.

Come in ogni stagione estiva, le femmine di tricheco si prendono cura dei cuccioli nel mare di Chukchi, tra Alaska e Russia, il corridoio migratorio. I blocchi di ghiaccio vengono usati come banchine su cui sostare almeno una volta al giorno, dopo essersi procacciati il cibo necessario alla sopravvivenza. Ecco perché, non trovandoli più, si sarebbero trasferiti sulle coste dell’Alaska divenendo però «molto» più vulnerabile. Un fenomeno preoccupante che potrebbe segnalare il pericolo di un imminente estinzione del mammifero marino per colpa dei cambiamenti climatici. Il ghiaccio marino artico in questo mese è sceso al terzo livello più basso nella storia e, secondo gli scienziati, l’intera calotta Chuckchi potrebbe trovarsi a essere priva di ghiaccio durante agosto, settembre e ottobre entro la fine di questo secolo. Le probabilità di estinzione o di grave declino demografico entro il 2095 del tricheco arrivano a toccare il 40%. «A meno che non riduciamo drasticamente le emissioni di gas serra» ha commentato Rebecca Noblin del Centre for Biological Diversity.

Intanto, a Point Lay i voli sono stati sospesi per evitare che il rumore degli aerei possa spaventarli. L’anno scorso più di cento trichechi morirono schiacciati l’uno sull’altro nel tentativo frenetico di gettarsi in mare dopo essere stati spaventati da alcuni rumori nelle vicinanze. Gli scienziati, intervistati dall’Alaska Dispatch, non sanno esattamente quanto possa resistere un tricheco in mare se non ha la possibilità di fermarsi da qualche parte. La loro ipotesi è che per una femmina in normali condizioni di salute la resistenza possa essere al massimo di dieci giorni. I maschi invece possono resistere più a lungo nonostante il loro peso.

L’obiettivo dei ricercatori ora è monitorare i movimenti delle mamme per capire quanto devono allontanarsi da Point Lay per procacciarsi il cibo di cui hanno bisogno e quanto questi spostamenti incidano sulle loro condizioni di salute e su quelle dei cuccioli.

martedì 24 agosto 2010

riscaldamento globale: NEL 2010 RECORD MONDIALE ULTIMI 2 SECOLI

Il ritorno del caldo sulla penisola e' in linea con il record fatto segnare a livello mondiale nei primi sette mesi del 2010 durante i quali la temperatura media globale sulla terra e sugli oceani del 2010 e' stata la piu' elevata mai registrata nella storia delle rilevazioni iniziata nel 1880''. E' quanto afferma la Coldiretti sulla base dei dati preliminari raccolti dal Noaa's - National Oceanic and Atmospheric Administration, relativi ai primi sette mesi dell'anno, dai quali si evidenzia che ''il risultato e' il frutto dei record di sempre per il caldo raggiunti nei mesi di marzo, aprile maggio, giugno e del secondo posto del luglio 2010''.

In particolare, sottolinea la Coldiretti, ''la temperatura del periodo e' stata di 58,1 gradi fahrenheit (14,5 gradi celsius), un valore di 1,22 gradi fahrenheit (0.68 gradi Celsius) superiore alla media del ventesimo secolo. Si tratta di un risultato che conferma il trend al cambiamento del clima che sta provocando danni in molte parti del mondo come in India, Pakistan e in Cina dove pero', insieme alle alluvioni, si e' registrata per la prima volta nella storia di Shanghai una temperatura di 40 gradi celsius che ha fatto scattare l'astensione volontaria dal lavoro''.

Secondo le elaborazioni Coldiretti su dati del National Oceanic and Atmospheric Administration ''anche la temperatura media globale sulla terra e sugli oceani dei primi dieci anni del terzo millennio (2000 - 2009) e' stata la piu' elevata mai registrata con un valore di 57,9 gradi fahrenheit (14,389 gradi celsius), superiore dello 0,3 per cento a quella della decade precedente. A contribuire al risultato finale c'e' stato, tra l'altro il record - riferisce la Coldiretti - della temperatura piu' alta mai fatta registrare nella Russia nord occidentale dove il 30 luglio le temperature hanno raggiunto nel mese di luglio nella Russia occidentale 102 gradi fahrenheit (39 gradi Celsius), superando il massimo precedente di 98,2 gradi fahrenheit (38,8 gradi Celsius), fatto segnare a Mosca nove anni prima''.

In Italia, conclude la Coldiretti, ''il mese di luglio si classifica al sesto posto tra quelli piu' caldi degli ultimi 200 anni con una temperatura media 2,18 gradi piu' alta rispetto al periodo 1961-1990, che viene preso come riferimento, con valori comunque inferiori solo a quelli del 2003, del 2006, del 1950, del 1928 e del 1983, secondo i dati dell'Istituto di Scienze dell' Atmosfera e del Clima del Cnr di Bologna''

mercoledì 18 agosto 2010

clima: Ecco perché al Polo Sud i ghiacci resistono


Studiosi americani provano a dare una risposta a uno dei maggiori paradossi climatici del pianeta: mentre nella regione artica i ghiacciai si riducono, in Antartide l'aumento della temperatura provoca evaporazione marina e maggiori nevicate. Ma il fenomeno non è destinato a durare.

C'è un paradosso climatico sul nostro pianeta che stentava a trovare una spiegazione. Ma ora ci sono riusciti ricercatori del Georgia Insitute of Technology, il cui lavoro è stato pubblicato su Proceedings of the National Academy of Science. Il paradosso consistente in questo: l'aumento della temperatura terrestre sta facendo sciogliere i ghiacci del Polo Nord ad una velocità tale che ogni 10 anni essi diminuiscono del 10% la loro superficie. In questi giorni ad esempio, essi si estendono per 8,39 milioni di chilometri quadrati, ossia 1,71 milioni di chilometri quadrati al di sotto della media dell'area misurata tra il 1979 e il 2000. E si estendono per soli 260.000 kmq in più rispetto al 2007, anno in cui si ebbe il minimo assoluto. Secondo gli esperti del National Snow and Ice Data Center degli Stati Uniti non si è arrivati ai valori di due anni fa solo perché da settimane il Polo Nord è interessato a bufere, tempo nuvoloso e temperature relativamente fredde che rallentano il tasso di scioglimento giornaliero (si aggira attorno ai 77.000 kmq al giorno).

Al contrario invece, i ghiacci del Polo Sud stanno aumentando di circa l'1% per decade, anche se non in modo omogeneo (i ghiacci della Penisola Antartica infatti, vedono una diminuzione della loro estensione). Come è possibile una così diversa situazione? Risulta facile infatti, spiegare perché i ghiacci del Polo Nord si sciolgono così velocemente: l'aumento della temperatura terrestre infatti, nella regione artica, in questi anni ha toccato valori di 4°C sopra le medie dell'ultimo secolo. Mentre non è chiaro perché al Polo sud oltre a non esserci una diminuzione dell'estensione glaciale c'è addirittura un loro aumento. E c'è da chiedersi se questo fenomeno continuerà in futuro.

Ecco la risposta di Jiping Liu, un ricercatore del Georgia Insitute of Technology: "Attualmente, con il crescere della temperatura terrestre si determina, tra l'altro, un aumento dell'evaporazione dei mari che circondano l'Antartide. Il vapore acqueo si trasforma in neve che precipita sul continente antartico e la quantità di tali precipitazioni produce un aumento di ghiaccio che è superiore a quello che viene sciolto al di sotto delle lingue glaciali che dalla calotta antartica arrivano in mare, in seguito all'aumento di temperatura di quest'ultimo.
Altri ricercatori inoltre, avevano avanzato anche l'ipotesi che il buco dell'ozono abbia creato una circolazione di venti molto freddi che tengono l'Antartide ad una temperatura assai bassa, tale che l'aumento della temperatura globale del pianeta non riesce ad interessare il continente.

Ma la situazione tenderà a mutare velocemente. "Prendendo come riferimento i modelli climatici che indicano un aumento dell'anidride carbonica nell'atmosfera ancora per l'attuale secolo - piega Liu- ben presto lo scioglimento dei ghiacci da parte dell'acqua oceanica sopravarrà la quantità di neve che cadrà sulla calotta antartica, anche perché le temperature potrebbero portare una notevole quantità di precipitazione piovose anche sui bracci di ghiaccio che arrivano in mare". E a questo c'è da aggiungere un altro fattore: la diminuzione del buco dell'ozono determinerà un aumento della temperatura che sarà causa di uno scioglimento anche dei ghiacci che appoggiano sul continente. Queste situazioni, che potrebbe avverarsi nell'arco di pochi decenni, porteranno ad un'inversione della tendenza dei ghiacci antartici a crescere e dunque a una situazione che verrà a pareggiarsi con quella del Polo Nord.
fonte:repubblica.it

venerdì 13 agosto 2010

CAMBIAMENTI CLIMATICI: da Bonn verso Cancun, come i gamberi ma nella bufera


E se le conseguenze dei cambiamenti climatici sono già evidenti, i paesi che ne subiscono le conseguenze più dirette sono proprio quelli che hanno meno responsabilità, alcuni dei quali potrebbero sparire nel giro di poco tempo se non si prendono le misure adeguate.

Mentre intere regioni del Pakistan e della Cina soccombevano ad alluvioni con effetti peggiori dello tsunami, le piogge torrenziali si abbattevano sull'Europa centrale, in Russia scoppiavano i prini incendi a causa del calore e in Groenlandia si staccava una massa di ghiaccio grande quanto l'Elba, nei giorni scorsi a Bonn si concludevano i negoziati in vista della prossima Conferenza delle Parti (COP 16) della Convenzione quadro dell'Onu sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), prevista per il prossimo dicembre a Cancun.

Vi hanno partecipato i rappresentanti di 194 governi con due obiettivi principali: quello di trovare un successore al Protocollo di Kyoto, e stilare un accordo di cooperazione a lungo termine. Quello firmato a Kyoto per ora è l'unico documento vincolante in materia di emissioni e di lotta ai cambiamenti climatici. La scadenza di questo documento - al quale peraltro non hanno mai aderito né USA né Cina, due tra i paesi più inquinanti al mondo - è previsto per il 2012.

Le premesse non sono buone, molti delegati riuniti per 5 giorni nella città tedesca dicono che si sono fatti passi indietro rispetto a Copenaghen, dove dopo un'impasse insormontabile gli Stati Uniti e altri pochi paesi hanno proposto un testo last minute, basato su deboli impegni di riduzione delle emissioni volontari ma senza nessun vincolo. Viene chiamato l'Accordo di Copenaghen (in .pdf) anche se in realtà non è stato “adottato” e dunque non ha nessuna legittimità. Di fatto rappresenta solo un testo da cui si pensava si potesse ripartire per i negoziati successivi.

Anzi, è stato criticato dalla maggior parte dei Paesi cosiddetti in via di sviluppo - la piccola isola di Tuvalu in testa - contribuendo a instaurare un clima di reciproca sfiducia tra Paesi ricchi, che cercano di mantenere una sorta di status quo attivando un mercato delle emissioni che di fatto non riduce le emissioni, e i Paesi poveri che chiedono un maggiore impegno ai responsabili della situazione attuale e fondi per l'adattamento per chi pur non avendo nessuna responsabilità deve affrontare tutti i giorni gli effetti negativi dei cambiamenti climatici.

Il risultato di questo penultimo giro di negoziazioni - l'ultimo sarà il prossimo ottobre a Tianjin in Cina - prima dell'appuntamento messicano è apparso un rimescolamento delle carte rimettendo in discussione lo stesso accordo di Copenaghen. Tutti i paesi hanno radicalizzato le proprie posizioni aumentando così di fatto tutte le opzioni percorribili e allontanando qualsiasi ipotesi di compromesso tra Paesi.

Ridurre le opzioni sul tavolo dei negoziati sul clima” è stato l'appello lanciato dal nuovo segretario esecutivo della Convenzione quadro dell'Onu sui cambiamenti climatici (Unfccc), Christiana Figueres, al termine dei lavori di Bonn (speach finale in .pdf). Nonostante la mancanza di segnali positivi, secondo Figueres, in Messico potranno comunque essere prese una serie di decisioni, come impegni per la gestione e l'allocazione dei fondi per la lotta contro i cambiamenti climatici e l'incremento del trasferimento di tecnologia, specialmente per i Paesi più poveri e vulnerabili. "Progressi a Cancun - ha aggiunto - potrebbero anche includere un mandato per portare avanti il processo verso un accordo con valore vincolante che prenderebbe più tempo".

Il testo della bozza di intesa per quanto riguarda la cooperazione a lungo termine è passato da 17 a 34 pagine. Anche le discussione sui fondi necessari per finanziare la mitigazione e le conseguenze del riscaldamento globale e la trasformazione delle economie sono precipitate di nuovo nella bufera. A Copenaghen si era deciso che i Paesi ricchi avrebbero stanziato 100 miliardi di dollari l’anno fino al 2020, ma fino ad ora nessuno si è impegnato per trovare questi fondi.

E se le conseguenze dei cambiamenti climatici sono già evidenti, i paesi che ne subiscono le conseguenze più dirette sono proprio quelli che hanno meno responsabilità, alcuni dei quali potrebbero sparire nel giro di poco tempo se non si prendono le misure adeguate. Sono i paesi delle piccole isole del Pacifico che non ci stanno e già a Copenaghen manifestarono i loro problemi concreti e chiedevano innanzitutto il rispetto del Protocollo di Kyoto. Gli scienziati sono convinti che i livelli dei mari aumenteranno come conseguenza del riscaldamento del pianeta causato a sua volta dalle emissioni di gas effetto serra. Se non si inverte questa tendenza Kiribati e altre piccole isole del Pacifico potrebbero essere sommerse entro questo secolo.

Secondo i rappresentanti delle piccole isole è inammissibile che si parli di accettare un aumento delle temperature di due gradi come era stato proposto a Copenaghen. Rajendra K. Pachauri Presidente dell'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) e Premio Nobel per la Pace 2007 dice che “dobbiamo concentrarci in aree specifiche e avere una visione realista. E' necessario un accordo ambizioso che regoli aree come la deforestazione, la regolamentazione dell'industria aerea, i finanziamenti per i paesi più vulnerabili e con minori risorse sono punti fondamentali che non possiamo rimandare alla prossima Conferenza delle Parti, così come gli accordi globali sulla mitigazione e adattamento”.

Pachauri è convinto che fino ad ora non si è tenuto sufficientemente conto della scienza in materia di cambiamenti climatici, tanto è che non solo non sono diminuite le emissioni, ma sono aumentate del 70% tra il 1970 e il 2004. E nonostante siano ormai più di 30 anni che si parla degli effetti negativi delle emissioni solo da pochi anni si iniziano a prendere sul serio. Ora secondo lo scienziato indiano è necessario investire il 3% del Pil globale altrimenti i costi saranno incalcolabili.

La responsabilità storica dei paesi ricchi

Durante i lavori della settimana la Bolivia ma anche altri paesi dei Sud del mondo hanno sollevato la questione della responsabilità storica dei paesi ricchi nei cambiamenti climatici (in .pdf). Per questo propongono che i criteri per la lotta ai cambiamenti climatici vengano stabiliti in base a equità e numero di popolazione, tenendo conto delle responsabilità storiche. Il riferimento è ai paesi ricchi che hanno sovrautilizzato lo spazio atmosferico producendo some risultato un debito climatico nei confronti dei paesi poveri.

Anche l'Uganda ha dichiarato nel corso dei lavori che ogni paese dovrebbe pagare secondo il suo impatto storico sui cambiamenti climatici e che il denaro ottenuto dovrebbe essere utilizzato per le strategie di riduzione delle emissioni. Huang Huikang, rappresentante speciale del Ministero di Relazioni Esterne Cinese ha dichiarato chei Paesi sviluppati devono assumersi le proprie responsabilità storiche, legali e morali per il cambiamenti climatici. Negli ultimi 200 anni i paesi sviluppati hanno generato una grande accumulazione di diossido di carbonio dovuto al loto modo di produzione e il loro stile di vita. La responsabilità storica è abbastanza chiara” - ha affermato il rappresenta cinese.

L'organizzazione ambientalista Friends of the Earth Europe durante i lavori di Bonn ha ribadito un concetto già espresso dalla delegazione boliviana alle precedenti negoziazioni. La pericolosità dell'esistenza di numerose lacune legali presenti nel Protocollo di Kyoto che potrebbero minacciare seriamente gli sforzi per fare fronte ai cambiamenti climatici. Di queste lacune - avverte Amici della Terra - potrebbero approfittare l'Unione europea e altri paesi storicamente responsabili per continuare a mantenere invariati i livelli attuali delle emissioni.

Héctor de Prado della sezione spagnola di Amici della Terra ha dichiarato che è frustante vedere come per queste lacune legali l'Europa non manterrà neppure il suo debole impegno di riduzione delle emissioni del 20% per il 2010. L'altro numero di compensazioni consentite dal documento di fatto annulla qualsiasi tipo di riduzione significativa. I paesi industrializzati devono smetterla di nascondersi dietro i tecnicismi delle negoziazioni e lavorare una volta per tutte per sopperire a queste lacune legali. L'Europa deve impegnarsi a ridurre del 40% le sue emissioni per il 2020 senza usare il sistema delle compensazioni”.

Il prossimo appuntamento ufficiale per le negoziazioni è previsto nella città cinese di Tianjin. "Per raggiungere risultati a Cancun - ha detto Figueres alla chiusura dei lavori - i governi devono ridurre in maniera radicale le opzioni sul tavolo". Un'opportunità potrebbero essere gli incontri di alto livello previsti a settembre a New York e a Ginevra, prima dell'ultimo round dei negoziati, dal 4 al 9 ottobre appunto a Tianjin.

Elvira Corona (Inviata di Unimondo)

fONTE : http://www.unimondo.org

RISCALDAMENTO GLOBALE: IN GROENLANDIA IL GHIACCIAIO PETERMANN SI STA DISINTEGRANDO


Il ghiacciaio Petermann si sta disintegrando e l'iceberg grande 4 volte Manhattan che si e' staccato tra il 3 e il 5 agosto non e' che un segnale di questo fenomeno. A lanciare l'allarme e' l'organizzazione ecologista Greenpeace, che tuttavia non collega direttamente questo evento con il surriscaldamento climatico.

''Sapevamo che il distacco di questo pezzo di ghiacciaio era inevitabile'', ha detto il responsabile di Greenpeace per il nord Europa, Flarup Christensen, spiegando che l'organizzazione gia' l'anno scorso, tra gennaio e agosto, aveva effettuato una spedizione insieme ad alcuni ricercatori.

La spedizione aveva osservato gia' allora alcune ''crepe'', segno di questa disintegrazione imminente.

Il ghiacciaio Petermann, ha spiegato Christensen, ''si e' ritirato a livelli record'' e c'e' un distaccamento di iceberg a ''ritmo accelerato''. Tuttavia, anche per Greenpeace, cosi' come per gli esperti dell'Universita' dell'Ohio, questo fenomeno non e' direttamente collegabile con il riscaldamento climatico.

giovedì 12 agosto 2010

riscaldamento globale: il 2010 l'anno più caldo mai registrato prima


Da gennaio a luglio di quest'anno le temperature registrate sulla superficie terrestre sono state più elevate di 0,69 gradi rispetto alla media, stracciando i precedenti 'record' del 2005 e del 1998. In Europa orientale registrati 5 gradi più della media.

Il 2010, dopo le roventi temperature registrate in varie parti del globo, potrebbe essere l'anno più caldo mai registrato dall'inizio dei rilevamenti metereologici. Lo riferisce il Goddard Institute della Nasa.

Secondo l'Istituto, da gennaio a luglio di quest'anno le temperature registrate sulla superficie terrestre sono state più elevate di 0,69 gradi rispetto alla media, stracciando i precedenti 'record' del 2005 e del 1998.

Particolarmente colpiti dalle temperature elevate gli Usa e l'Europa orientale. In quest'ultima regione si sono registrati addirittura 5 gradi in più della media, riferisce ancora il Goddard Institute.

Complessivamente si può già dire, secondo gli esperti Nasa, che il mese di luglio 2010 sia stato il più caldo dell'emisfero boreale dall'inizio delle misurazioni metereologiche, con 0,81 gradi in più rispetto alla media. Se poi si considera anche l'emisfero australe (dove al momento è inverno), anche qui a luglio si sono registrate temperature superiori alla media. Questo fa sì che luglio 2010, visto a livello globale, sia il terzo più caldo mai registrato, con 0,55 gradi sopra la media.

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