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martedì 26 novembre 2019

gas serra: nessun segnale di abbassamento dei livelli

Nonostante gli accordi di Parigi, non c'è nessun segnale di abbassamento dei livelli. Il Wmo: nel 2018 la CO2 ha toccato le 407,8 ppm.
Nuovo  record dei livelli di gas serra. “Impatti sempre più gravi sui cambiamenti climatici” Nuovo record dei livelli di gas serra. “Impatti sempre più gravi sui cambiamenti climatici” È quanto si legge nel bollettino dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) pubblicato oggi. Inoltre "non vi è alcun segno di rallentamento, per non parlare di un calo", afferma il segretario generale dell’Omm, Petteri Taalas di F. Q. | 25 NOVEMBRE 2019 Altro nuovo record dei livelli di gas serra. È quanto si legge nel bollettino dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) pubblicato oggi. Questa tendenza a lungo termine, dicono gli esperti, si traduce in “impatti sempre più gravi dei cambiamenti climatici, con temperature in aumento, condizioni meteo più estreme, stress idrico, innalzamento del livello del mare e perturbazione degli ecosistemi marini e terrestri”. Inoltre “non vi è alcun segno di rallentamento, per non parlare di un calo”, afferma il segretario generale dell’Omm, Petteri Taalas. L’Omm aveva lanciato l’ennesimo allarme due mesi fa in occasione del Summit Onu a New York sul clima: un bollettino di guerra. Il riscaldamento climatico accelera e con esso gli effetti devastanti che trascina dietro di sé: nuovi record di temperatura in molti Paesi accompagnati da incendi senza precedenti, innalzamento del livello del mare, perdita di ghiacci, eventi estremi. Tanto che il quinquennio ancora in corso, 2015-2019 (dati fino a luglio scorso), si candida al lustro più caldo mai registrato con +0,2 gradi rispetto al 2011-2015, mentre la temperatura media globale è aumentata di 1,1 gradi dal periodo preindustriale. Senza contare la crescita dei gas serra con un tasso del più 20 per cento per la Co2 rispetto ai cinque anni precedenti.

A preoccupare gli esperti è anche la concentrazione di metano (CH4), il secondo gas serra di lunga durata più presente e il ossido di diazoto (N2O), le cui emissioni risultano aumentate al di sopra della media annuale. I picchi di concentrazione sono da ricollegare all'attività umana per il 60% delle emissioni di metano (allevamenti, coltivazione di riso, sfruttamento di combustibili fossili, discariche, ecc.) e il 40% del diossido di diazoto (fertilizzanti, processi industriali, ecc.). Entrambi i gas svolgono anche un ruolo nell'assottigliamento dello strato di ozono della stratosfera che ci protegge dai danni dei raggi UVA emessi dal sole.

giovedì 14 novembre 2019

Phocine distemper virus: Lo scioglimento dei ghiacci sta diffondendo un virus che uccide i mammiferi marini

I ricercatori della Facoltà di medicina veterinaria dell’Università della California a Davis (Stati Uniti) hanno collegato la riduzione del ghiaccio artico con la diffusione di un virus mortale che minaccia i mammiferi marini nel Nord Pacifico.

Gli scienziati hanno analizzato gli effetti del virus del cimurro di Foquillo (PVD), responsabile della morte di migliaia di foche avvistate nell’Atlantico tra il 1988 e il 2002 e il loro collegamento con un altro focolaio di lontre nell’Alaska settentrionale nel 2004.


Il killer si chiama "Phocine distemper virus" (PDV) e ha colpito diversi mammiferi marini per decenni, uccidendo migliaia di foche europee del Nord Atlantico nel 2002. Due anni dopo, si è scoperto che le lontre marine settentrionali dell'Alaska (Enhydra lutris kenyoni) avevano contratto il virus. All'inizio i ricercatori non riuscivano a spiegarsi come fosse stato possibile la diffusione di questo virus tra queste specie, poiché fra di loro non ci poteva essere alcun contatto, a causa del ghiaccio artico che le divideva. Ora però un gruppo di ricerca della UC Davis School of Veterinary Medicine ha scoperto che le foche infette hanno viaggiato dall'Europa passando lungo la Russia settentrionale e la California settentrionale, grazie a una serie di passaggi aperti dai bassi livelli di ghiaccio marino. Questo cambiamento "storico" del ghiaccio marino potrebbe aver permesso alle foche artiche e subartiche di incontrarsi, cosa che non era mai stato possibile prima. Secondo i ricercatori, stando a quanto riportato nello studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports, questa sarebbe la causa più probabile della diffusione del PDV nell'Oceano Pacifico del Nord. "La perdita di ghiaccio marino sta portando la fauna marina a cercare nuovi habitat e la rimozione delle barriere fisiche sta consentendo loro di attraversare nuovi percorsi per spostarsi", spiega Tracey Goldstein, autrice principale dello studio. "Mentre gli animali si muovono e entrano in contatto con altre specie, offrono l'opportunita' di introdurre e trasmettere nuove malattie infettive, con effetti potenzialmente devastanti".



lunedì 7 gennaio 2013

Riscaldamento globale: I mari si alzeranno di un metro nel 2100

L'innalzamento causato dallo scioglimento dei ghiacci di Groenlandia e Antartide potrebbe essere superiore al previsto


L'innalzamento dei mari causato dallo scioglimento dei ghiacci di Groenlandia e Antartide potrebbe essere molto superiore a quello previsto dalle proiezioni dell'Ipcc, il panel di scienziati promosso dall'Onu che sta studiando i cambiamenti climatici. Lo afferma uno studio pubblicato dalla rivista Nature Climate Change, secondo cui c'è la possibilità che si superi il metro di aumento del livello degli oceani.

PREVISIONI - Per stimare le possibili variazioni da qui alla fine del secolo Jonathan Bamber e Willy Aspinall, dell'Università di Bristol, hanno «pesato» le previsioni di 26 scienziati, raccolte con un questionario. Questo metodo, chiamato «expert elicitation», è usato in diversi campi, dalla previsione delle eruzioni dei vulcani a quella della diffusione delle malattie. Secondo le previsioni raccolte, a cui sono stati applicati modelli matematici, l'innalzamento medio dovuto alle due aree nel 2100 è stato stimato in 29 centimetri, con una probabilità del 5% che invece superi gli 84 cm. Ma se si uniscono questi valori con altre fonti di innalzamento del livello del mare, sottolineano gli autori, c'è un rischio plausibile che l'aumento superi il metro.

CONSEGUENZE - E questo, sottolineano i ricercatori, avrebbe profonde conseguenze per l'ecosistema del pianeta e per il genere umano. L'ultimo rapporto dell'Ipcc, ricorda lo studio, ha previsto sei scenari per il livello dei mari nel 2100 in cui l'innalzamento varia da 18 a un massimo di 59 centimetri: «Proprio il contributo dello scioglimento dei ghiacci, però, è quello per cui gli stessi scienziati hanno ammesso la maggiore incertezza. Mentre il metodo usato da noi può essere di grande aiuto nella stima del limite superiore, soprattutto fino a quando non ci saranno dati più certi».

fonte:http://www.corriere.it/ambiente/13_gennaio_07/mari-rialzo-secolo_48776b6c-58a9-11e2-b652-002bcc05a702.shtml

martedì 14 giugno 2011

RISCALDAMENTO GLOBALE: Dai ghiacci artici al Mediterraneo, L'enigma della balena grigia

È arrivata grazie ai nuovi passaggi aperti nell'Artico dall'aumento delle temperature
Il caso, almeno all'inizio difficilmente spiegabile, ebbe inizio l'8 maggio 2010. Fu allora che una balena grigia venne avvistata al largo della costa mediterranea di Israele. Pochi giorni dopo, per l'esattezza ventidue, lo stesso individuo venne ancora osservato, ma questa volta in acque spagnole. Sempre mediterranee, comunque. Era dal 1700, occorre sapere, che di balene di questa specie (Eschrichtius robustus) qui nel Mediterraneo non se ne vedevano più. Tutte estinte, si pensava. E si capisce, pertanto, come l'inatteso avvistamento abbia suscitato grande meraviglia e, anche, almeno un po' di entusiasmo tra gli studiosi, che già pensavano, e fantasticavano, sulla quasi miracolosa ricomparsa d'un individuo della popolazione estinta.

Tutto ciò un anno fa, però, perché oggi, purtroppo, «il caso della balena che non doveva esserci» ha trovato, verosimilmente, un'altra e ben più plausibile spiegazione. Più plausibile e anche più allarmante. Se infatti avrebbe potuto essere una buona notizia la riscoperta di un individuo appartenente a una popolazione ormai estinta (di origine atlantica), certo non è così se è invece valida l'ipotesi più recente, che al contrario implica, per spiegare l'inattesa apparizione, l'effetto negativo dei cambiamenti climatici. Ed è proprio questo che propongono Aviad Scheinin e i suoi colleghi dell'Israel Marine Mammal Research and Assistant Center di Haifa, che hanno appena pubblicato, sulla rivista Marine Biodiversity Records, l'articolo «Gray Whale in the Mediterranean Sea: anomalous event or early sign of climate-driven distribution change?». Suscitando soprattutto commenti positivi.

Le balene grigie spendono i mesi estivi rimpinzandosi di cibo nell'oceano Artico e quindi danno inizio, con l'avvicinarsi della stagione invernale, a quella che si ritiene sia la più lunga migrazione compiuta da dei mammiferi. Attraversano cioè il mare di Chukchi, poi quello di Bering raggiungendo così l'oceano Pacifico. Seguendo poi le coste dell'Alaska, del Canada e infine degli Stati Uniti raggiungono quelle californiane e messicane dove si trovano i loro territori riproduttivi. Poi, finita la stagione invernale, ritornano a nord. Compiono cioè una discesa (riproduttiva) verso sud e una (trofica) verso nord. Una specie di annuale «pendolariato». Detto ciò, resta da comprendere l'apparizione di una balena grigia nel Mediterraneo.

Occorre rilevare che, studiando le immagini fotografiche che le sono state scattate nel 2010, gli studiosi israeliani hanno con certezza stabilito che quell'esemplare era indubbiamente un individuo appartenente alla popolazione del Pacifico. Poi, considerando che durante gli ultimi mesi del 2009 i ghiacci che avrebbero dovuto impedire a una balena il transito verso l'Atlantico si erano per buona parte sciolti, hanno ipotizzato che quell'individuo abbia erroneamente preso la direzione verso est, mirando poi a sud e così scendendo dall'altra parte. Poi, arrivato a Gibilterra, sia sbucato nel Mediterraneo (per lui una trappola) e cogliendo tutti di sorpresa.

Nei commenti suscitati, rilevante mi pare il giudizio del matematico Harry Stern dell'Università di Seattle (Washington), un eminente studioso dei ghiacci polari che, considerando la situazione di scioglimento dei ghiacci che ha coinvolto l'oceano Artico negli ultimi quattro o cinque anni, ritiene più che plausibile che si siano creati passaggi decisamente sufficienti per il transito delle balene. E infine il commento di David Tallmon, un biologo dell'Università dell'Alaska (Juneau), che fa notare come la comparsa dei corridoi tra i ghiacci, che hanno consentito il transito a una balena, possono consentirlo a esseri di ogni dimensione, dalle balene alle diatomee. Il che potrebbe significare un inatteso mescolamento tra i biomi del Nord Atlantico e del Nord Pacifico, con conseguenze difficilmente valutabili.
FONTE: http://www.corriere.it

lunedì 28 marzo 2011

riscaldamento globale: Nuovo minimo storico per il ghiaccio dell'Artico


Le misurazioni a partire dal 1980 mostrano un declino inesorabile

Nuovo minimo storico per il ghiaccio dell'Artico: secondo i dati del National Snow and Ice Data Center americano la calotta ha cominciato a restringersi lo scorso 7 marzo, e l'area massima registrata e' la stessa del 2006, l'anno del record precedente.

Secondo i dati riportati il massimo raggiunto quest'anno e' stato di 14,64 milioni di chilometri quadrati, piu' di 1,2 milioni di chilometri quadrati piu' bassa della media degli ultimi 30 anni e all'incirca pari al record negativo di cinque anni fa: "Per tutto il mese di marzo il ghiaccio ha continuato ad espandersi e restringersi attorno a questi valori - spiega il comunicato del centro ricerche - e' un comportamento normale perche' il ghiaccio vicino alle estremita' della calotta e' sottile e distende a disperdersi".

Le misure sono effettuate attraverso due satelliti della Nasa, e le misurazioni a partire dal 1980 mostrano un declino inesorabile: 30 anni fa il massimo era intorno ai 16 milioni di chilometri quadrati, e la perdita e' di circa il 3% ogni dieci anni. La perdita e' anche nello spessore del ghiaccio, di cui solo il 10% resiste per piu' di due anni, mentre prima la percentuale era del 30-40%.
fonte: Ansa

mercoledì 22 settembre 2010

effetto serra: nell’Artico a settembre terzo minimo storico per l’estensione del ghiaccio marino

Secondo il National snow and ice data center Usa e la Nasa «Il ghiaccio marino artico il 10 settembre sembra aver raggiunto il suo minimo annuale. L'estensione minima del ghiaccio è stata la terza più basso dei dati satellitari, dopo il 2007 e il 2008, e continua il trend di diminuzione del ghiaccio marino estivo». Il 10 settembre 2010 la superficie del mare Artico coperta di ghiacci era calata a 4,76 milioni di km2. Dopo sembra iniziato il ciclo di crescita invernale. Si tratta del terzo dato più basso registrato dal 1979, 240.000 km2 in più del 2008 e 630.000 km2i sopra il minimo storico registrato nel 2007. Ma il National snow and ice data center evidenzia che sono anche 340.000 km2 in meno della superficie di ghiacci marini artici dell'estate 2009 e che il 2010 è stato 1,95 milioni di km2 al di sotto della media minima 1979 - 2000 e 1,62 milioni di km2 al di sotto del la media registrata nel trentennio 1979 - 2009.

I dati dalla Nasa dimostrano che «Questa è solo la terza volta che i dati satellitari che misurano il ghiaccio sono scesi sotto i 5 milioni di km2i (1,93 milioni di miglia quadrate) e tutti questi sono stati registrati negli ultimi quattro anni». Il minimo del 2009 è stato 5,10 milioni km2, il quarto dato più basso da quando si effettuano rilevazioni satellitari dei ghiaccia artici.

La cosa preoccupante è che questo è avvenuto nonostante un ritardo notevole nell'inizio della stagione di scioglimento dei ghiacci marini, ma l'estensione del ghiaccio è in seguito diminuita molto rapidamente, con record di tassi medi giornalieri di perdita di ghiaccio nell'Artico a maggio e giugno. Se davvero il 10 settembre è stato il culmine dello scioglimento dei ghiacci, si tratterebbe della più breve stagione di "fusione" del giaccio, durata solo 163 giorni per passare dal livello massimo a quello minimo di estensione dei ghiacci marini .

Le zone dell'Artico si sono comportate in maniera diversa:il ghiaccio è rimasto piuttosto esteso sui mari della Siberia orientale, mentre nel 2007 questa zona era libera dai ghiacci; c'è stato molto meno ghiaccio nei mari di Beaufort e della Groenlandia orientale. Sia il Passaggio a Nord Ovest che la Northern Sea Route, lungo le coste euroasiatiche, sono rimasti aperti per un minimo di ghiaccio nel 2010, mentre nel 2007 il ghiaccio aveva bloccato una parte della Northern Sea Route.

Attualmente le immagini fornite dal Moderate resolution imaging spectroradiometer (Modis) della Nasa confermano che è in atto il "ri-congelamento" in alcune parti dell'Artico. La crescita di ghiaccio recente è visibile nelle immagini fornite dal 14 settembre che dimostrano un allargamento del mare ghiacciato nell'ara a nord-est del mare della Siberia orientale stendano fuori la borsa del ghiaccio che rimane nella parte nord-ovest del mare della Siberia orientale. Ma mente si forma il ghiaccio nuovo in alcune aree il calo continua, soprattutto a causa del caldo anomalo dell'oceano..

Lo stesso National snow and ice data center sottolinea però l'estrema variabilità del ghiaccio marino in questo periodo dell'anno, e per questo fornisce il valore minimo ogni 5 giorni: «Abbiamo osservato quattro giorni di aumento dell'estensione - spiega una nota stampa - E' ancora possibile che la misura ghiaccio possa scendere leggermente, a causa di uno scioglimento o di una ulteriore contrazione nell'area di produzione o per il movimento del ghiaccio. Per esempio, nel 2005, la serie temporale hanno cominciato a livellarsi ai primi di settembre, suscitando la previsione che avevamo raggiunto il minimo. Tuttavia, il ghiaccio marino si è contratto più avanti nella stagione, con ancora una volta la riduzione dell'estensione del ghiaccio marino e causando un ulteriore calo nel minimo assoluto. Quando avremo tutti i dati per settembre, confermeremo la misura minima del ghiaccio per questa stagione».
fonte: http://www.greenreport.it/_new//index.php?page=default&id=6744

mercoledì 18 agosto 2010

clima: Ecco perché al Polo Sud i ghiacci resistono


Studiosi americani provano a dare una risposta a uno dei maggiori paradossi climatici del pianeta: mentre nella regione artica i ghiacciai si riducono, in Antartide l'aumento della temperatura provoca evaporazione marina e maggiori nevicate. Ma il fenomeno non è destinato a durare.

C'è un paradosso climatico sul nostro pianeta che stentava a trovare una spiegazione. Ma ora ci sono riusciti ricercatori del Georgia Insitute of Technology, il cui lavoro è stato pubblicato su Proceedings of the National Academy of Science. Il paradosso consistente in questo: l'aumento della temperatura terrestre sta facendo sciogliere i ghiacci del Polo Nord ad una velocità tale che ogni 10 anni essi diminuiscono del 10% la loro superficie. In questi giorni ad esempio, essi si estendono per 8,39 milioni di chilometri quadrati, ossia 1,71 milioni di chilometri quadrati al di sotto della media dell'area misurata tra il 1979 e il 2000. E si estendono per soli 260.000 kmq in più rispetto al 2007, anno in cui si ebbe il minimo assoluto. Secondo gli esperti del National Snow and Ice Data Center degli Stati Uniti non si è arrivati ai valori di due anni fa solo perché da settimane il Polo Nord è interessato a bufere, tempo nuvoloso e temperature relativamente fredde che rallentano il tasso di scioglimento giornaliero (si aggira attorno ai 77.000 kmq al giorno).

Al contrario invece, i ghiacci del Polo Sud stanno aumentando di circa l'1% per decade, anche se non in modo omogeneo (i ghiacci della Penisola Antartica infatti, vedono una diminuzione della loro estensione). Come è possibile una così diversa situazione? Risulta facile infatti, spiegare perché i ghiacci del Polo Nord si sciolgono così velocemente: l'aumento della temperatura terrestre infatti, nella regione artica, in questi anni ha toccato valori di 4°C sopra le medie dell'ultimo secolo. Mentre non è chiaro perché al Polo sud oltre a non esserci una diminuzione dell'estensione glaciale c'è addirittura un loro aumento. E c'è da chiedersi se questo fenomeno continuerà in futuro.

Ecco la risposta di Jiping Liu, un ricercatore del Georgia Insitute of Technology: "Attualmente, con il crescere della temperatura terrestre si determina, tra l'altro, un aumento dell'evaporazione dei mari che circondano l'Antartide. Il vapore acqueo si trasforma in neve che precipita sul continente antartico e la quantità di tali precipitazioni produce un aumento di ghiaccio che è superiore a quello che viene sciolto al di sotto delle lingue glaciali che dalla calotta antartica arrivano in mare, in seguito all'aumento di temperatura di quest'ultimo.
Altri ricercatori inoltre, avevano avanzato anche l'ipotesi che il buco dell'ozono abbia creato una circolazione di venti molto freddi che tengono l'Antartide ad una temperatura assai bassa, tale che l'aumento della temperatura globale del pianeta non riesce ad interessare il continente.

Ma la situazione tenderà a mutare velocemente. "Prendendo come riferimento i modelli climatici che indicano un aumento dell'anidride carbonica nell'atmosfera ancora per l'attuale secolo - piega Liu- ben presto lo scioglimento dei ghiacci da parte dell'acqua oceanica sopravarrà la quantità di neve che cadrà sulla calotta antartica, anche perché le temperature potrebbero portare una notevole quantità di precipitazione piovose anche sui bracci di ghiaccio che arrivano in mare". E a questo c'è da aggiungere un altro fattore: la diminuzione del buco dell'ozono determinerà un aumento della temperatura che sarà causa di uno scioglimento anche dei ghiacci che appoggiano sul continente. Queste situazioni, che potrebbe avverarsi nell'arco di pochi decenni, porteranno ad un'inversione della tendenza dei ghiacci antartici a crescere e dunque a una situazione che verrà a pareggiarsi con quella del Polo Nord.
fonte:repubblica.it

giovedì 15 luglio 2010

SCIOGLIMENTO DEI GHIACCI: Al Polo Nord si scioglie il ghiaccio e la pesca distrugge l'ambiente marino


SVALBARD (Norvegia) – Dopo due mesi di ricerche scatta un nuovo allarme sul Polo Nord: mentre il cambiamento climatico sta causando lo scioglimento dei ghiacci e l'acidificazione delle acque l'Oceano Artico è sempre più minacciato dall'espandersi di attività industriali, tra cui la pesca e le esplorazioni per idrocarburi liquidi e gassosi. Sono queste le prime conclusioni, dopo due mesi di navigazione al Polo Nord, della spedizione “Arctic Under Pressure” di Greenpeace. Durante la spedizione, a bordo del rompighiaccio “Esperanza”, l'associazione ambientalista è andata a investigare i problemi che minacciano il fragile ecosistema dell’Oceano Artico. Ed ha documentato con immagini l’incredibile vita marina dei fondali a nord delle Isole Svalbard, ricchi di coralli molli, anemoni di mare e tunicati, che potrebbe essere distrutta dall’espandersi della pesca a strascico.

LE FLOTTA DA PESCA APPROFITTANO DELLO SCIOGLIMENTO DEI GHIACCI - «Permettere alle flotte da pesca industriali di sfruttare lo scioglimento dei ghiacci per espandersi verso nord – avverte Giorgia Monti, responsabile campagna Mare di Greenpeace - mette a rischio gli incredibili habitat dell’Oceano Artico, ancor prima che possano essere propriamente studiati». A bordo dell’Esperanza una troupe di scienziati dell’istituto di ricerca tedesco IFM-GEOMAR ha svolto il più grande esperimento mai condotto prima sull’acidificazione degli oceani, un processo causato dall’aumento dei livelli di CO2 dovuto all’utilizzo di combustibili fossili e alla distruzione delle foreste. «L’esperimento - afferma il Professor Ulf Riebesell, a capo del progetto - è stato un successo. Adesso non solo siamo in possesso del più completo set di dati mai avuto rispetto agli impatti dell’acidificazione sulle acque artiche, ma da questo esperimento abbiamo anche imparato che l’acidificazione degli oceani in queste acque ha un preciso impatto sulla base della catena alimentare, che potrebbe avere delle implicazioni per l’intero ecosistema».

IMPEDIRE NUOVI DISASTRI COME NEL GOLFO DEL MESSICO - I ricercatori dell'associazioni chiedono con urgenza che le lezioni apprese dal collasso di specie ittiche, come il merluzzo dell’Oceano Atlantico, o dalla devastazione causata dal disastro del Golfo del Messico, siano usate per proteggere l’Oceano Artico. «L’Artico, un ambiente polare ancora selvaggio e incontaminato, deve essere protetto dalla doppia minaccia del cambiamento climatico e dello sfruttamento delle risorse. I Governi - continua Monti - devono stabilire controlli più severi per proteggere quest’area, includendo una moratoria internazionale su ogni attività industriale».

sabato 20 febbraio 2010

riscaldamento globale: Le onde del Pacifico sono sempre più alte


Buone notizie per gli amanti del surf: non ci sono più le onde di una volta. I cavalloni del Pacifico - specialmente quelli che si infrangono sulla costa dell'Oregon, Stati Uniti - stanno infatti crescendo a vista d'occhio, con una media di 1,5 centimetri all'anno.
Secondo uno studio della Oregon State University, attualmente si registrano onde alte fino a 14 metri. Il 40% in più rispetto ai 10 metri scarsi previsti per quest'epoca in un'analoga ricerca del 1996.
Boe intelligenti. La notizia arriva direttamente dal bel mezzo dell'oceano: un sofisticato sistema di boe installato negli anni '70 al largo della costa nord-est del Pacifico registra infatti posizione e dimensione dei flutti più alti. Incrociando questi dati con le rilevazioni dei più significativi fenomeni meteorologici, gli scienziati stanno cercando di capire se vi sia una qualche relazione tra l'altezza delle onde e i mutamenti climatici.
Tutta colpa del clima? «Responsabile del fenomeno» sostiene Peter Ruggiero, a capo dello studio «potrebbe essere il riscaldamento globale con tutte le sue conseguenze, cambiamenti nelle direzioni dei temporali, venti più alti, tempeste invernali più violente. Ma è ancora presto per affermarlo con sicurezza».
Un mare di guai. Insomma surf a parte, c'è poco da stare allegri. Cavalloni così imponenti potrebbero avere un impatto devastante in termini di inondazioni, erosioni costiere e altri danni strutturali. «La frequenza delle alluvioni costiere» continua Ruggiero «è salita negli ultimi 20 anni e continuerà quasi certamente a salire anche in futuro». Una simile crescita inoltre, si sta verificando anche nel nord dell'Oceano Atlantico.
Una ogni cent'anni. In particolare lo "spettro" degli scienziati si chiama 100-years wave ("l'onda del secolo"). Si definiscono così quei cavalloni di dimensioni talmente impressionanti che vengono eguagliati o superati in altezza al massimo una volta nell'arco di 100 anni. Ebbene secondo gli esperti, questi "mostri" marini potrebbero attualmente superare i 16 metri, l'altezza di una palazzina di 5 piani. Con prevedibili conseguenze su coste e imbarcazioni.
fonte: focus

mercoledì 2 dicembre 2009

INNALZAMENTO DEL MARE: Mari in crescita di 1,4 metri nel 2100 Uno studio lancia l'allarme Antartide

A meno di una settimana dall’inizio del super-vertice sul clima a Copenaghen una ricerca lancia nuovamente l’allarme sul riscaldamento globale. Secondo uno studio pubblicato dal comitato scientifico della ricerca antartica (Scientific Committee on Antartic Research), infatti, il livello dei mari è destinato ad aumentare di circa 1,4 metri entro il 2100 a causa dello scioglimento dei ghiacciai al Polo Sud. Lo studio, ripreso dalla Bbc, spiega che il riscaldamento sta accelerando soprattutto nella zona occidentale del continente, mettendo a repentaglio la vita della fauna locale. La perdita di Ozono, finora, aveva raffreddato la temperatura della regione, mettendola al riparo dal global warming. Oggi, spiega Colin Summerhayes, responsabile del comitato, «siamo di fronte a una fotografia che mostra chiaramente la catastrofe che abbiamo di fronte.

La temperatura dell’aria sta aumentando, la temperatura dell’Oceano sta aumentando, e il Sole sembra avere poca influenza su ciò a cui stiamo assistendo». Il rapporto della SCAR, fanno notare i ricercatori, arriva a cinquant’anni dall’Antarctic Treaty, il protocollo che regola l’utilizzo del territorio. Due anni fa, il foro intergovernativo sul mutamento climatico aveva stimato un aumento di circa 28-43 centimetri dei livelli del mari entro la fine del secolo, riconoscendo che la cifra avrebbe potuto essere troppo bassa in considerazione della instabilità delle stime sul riscaldamento di aria e acqua. Oggi la prospettiva è cambiata, e, spiega lo Scientific Committee on Antartic Research, travolgerebbe isole come le Maldive, nell’Oceano Indiano, e Tuvalu, nel Pacifico, e le città costiere come Calcutta e Dacca, mentre costringerebbe le grandi metropoli quali Londra, New York e Shanghai, a spendere miliardi di dollari per difendersi dalle inondazioni.

Per le previsioni SCAR, che raggruppa 35 istituti internazionali di ricerca sul clima, ha utilizzato nel dettaglio le osservazioni sul cambiamento climatico del secolo passato collegando l’innalzamento delle temperature al livello del mare per produrre un calcolo più sofisticato.

sabato 28 novembre 2009

SCIOGLIMENTO GHIACCI RIVELA RESTI MISSIONE ITALIANA EVEREST

Nel 1973 l'aviazione dell'Esercito italiano era presente con due elicotteri ed undici esperti nella prima missione alpinistico-scientifica italiana sull'Everest. In quella spedizione c'era Paolo Luanducci, viterbese. Lo scioglimento dei ghiacchi ha rivelato le testimonianze di quell'antica spedizione. Il figlio dello scienziato, Guido, stamattina e' intervenuto a Viterbo ai lavori del Forum di Greenaccord, raccontando l'esperienza del padre, venuto a mancare cinque anni fa. ''Gli elicotteri arrivarono a circa 6500 mt di quota per il supporto logistico alla spedizione. Ma durante una missione di emergenza al campo 2 per recuperare degli alpinisti in difficolta' l'elicottero si schianto' sul ghiacciaio. Per fortuna non ci furono feriti - prosegue Guido Luanducci - ma il velivolo era distrutto, e l'equipaggio fu costretto a sopravvivere 24 ore a meno 25 gradi, aspettando un altro elicottero, quello che li avrebbe tratti in salvo''.

I resti metallici di quelle lamiere contorte sono rimasti per trentasei anni silenziosamente nascosti nei ghiacciai himalayani. Ma il cambiamento climatico li ha fatti riaffiorare.

E non ha fatto riaffiorare solo quelli. Perche' nel maggio 2009 durante l'Ecoeverest Espedition i resti di quell'elicottero sono stati individuati ed identificati. E al difficile recupero parteciparono proprio Apa e Dawa Sherpa, i due nepalesi testimoni del clima del Wwf, ospiti a Viterbo al Forum per la Salvaguardia della Natura organizzato da Greenaccord.

''E' stato emozionante averli incontrati proprio qui a Viterbo, quando ho saputo che sarebbero venuti per parlare dei cambiamenti del clima non volevo crederci - sottolinea emozionato Guido Luanducci - avevamo avuto dei contatti, ma non immaginavo di poter stringere loro la mano. A mio padre sarebbe piaciuto molto essere qui oggi. Il loro e' un lavoro difficile, so che Apa ha vissuto l'esplosione di un lago glaciale nel 1985, ha perso tutte le sue proprieta' e ha rischiato la vita. Spero che il mondo possa fare qualcosa - conclude Guido Luanducci - per contrastare i problemi dei cambiamenti climatici che mettono a repentaglio la loro sopravvivenza''.

martedì 22 settembre 2009

Clima: per Obama Rischio catastrofe irreversibile, per la Cina Riduzioni Co2 entro il 2020 ...


Una dura bacchettata alla comunità internazionale: per il clima si sta facendo ancora troppo poco. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban ki-Moon, ha aperto il vertice sul clima al Palazzo di Vetro lanciando un duro rimprovero ai Paesi presenti per la "lentezza glaciale" dei negoziati in un nuovo trattato internazionale che sostituisca il protocollo di Kyoto. E il presidente americano, Barack Obama, avverte: "La minaccia è grave e urgente". Intanto il presidente cinese Hu Jintao ha detto oggi a New York al vertice Onu sul clima che la Cina intende ridurre le emissioni di anidride carbonica per ogni unità di prodotto nazionale lordo di un "margine notevole" entro il 2020.

Le accuse dell'Onu Parlando dal podio dell’Assemblea Ban Ki-moon ha detto che "abbiamo meno di dieci anni per evitare gli scenari peggiori" causati dal surriscaldamento del pianeta. Il segretario generale, recentemente in missione al Polo Nord, ha anche avvertito che "sull’Artico i ghiacci potrebbero sparire entro il 2030 e le conseguenze sarebbero sentite dai popoli di ogni continente". Il cambiamento climatico, ha continuato Ban, colpisce soprattutto i Paesi meno sviluppati, e in particolare l’Africa, dove "il cambiamento climatico minaccia di cancellare anni di sviluppo destabilizzando stati e rovesciando governi". Ban ki-Moon ha lanciato un appello ai Paesi industrializzati, invitandoli "a fare il primo passo", perché "se lo farete - ha continuato il segretario generale - altri adotteranno misure audaci". Per il capo del Palazzo di Vetro, il nuovo trattato deve includere "obiettivi per la riduzione di emissioni entro il 2020" e "supporto finanziario e tecnologico" ai Paesi in via di sviluppo, cioè quelli che "hanno contribuito di meno a questa crisi ma hanno sofferto di più, e per primi".

La conferenza di Copenaghen Il segretario generale delle Nazioni Unit teme "un fallimento alla conferenza sul clima di Copenaghen, il prossimo dicembre". E avverte: "Sarebbe moralmente ingiustificabile". Il numero uno del Palazzo di Vetro ricorda che, da qui alla conferenza, "i giorni effettivi per i negoziati sono soltanto quindici". Un flop sul clima, aggiunge Ban ki-Moon, sarebbe "moralmente ingiustificabile, economicamente miope e politicamente avventato". Non solo. "Non possiamo seguire questa strada" e perdere "un’occasione migliore di questa", avverte il diplomatico sudcoreano appellandosi ai Paesi presenti al summit.

I timori di Obama "Il tempo rimasto per correre ai ripari sta per scadere", mette da subito in guardia il presidente americano. "La sicurezza e la stabilità di tutte le nazioni e di tutti i popoli, la nostra prosperità, la nostra salute e la nostra sicurezza - spiega Obama - sono a rischio a causa della minaccia climatica". Questo nonostante gli Stati Uniti abbiano "fatto più negli ultimi otto mesi per promuovere la energia pulita e ridurre l’inquinamento da anidride carbonica che in qualsiasi altro periodo della nostra storia". "La maniera in cui la nostra generazione risponderà alla minaccia dei cambiamenti climatici - continua il presidente Usa - sarà giudicata dalla storia: se non agiremo con forza, in maniera rapida e tutti insieme rischiamo di consegnare alle generazioni future una catastrofe irreversibile". È una minaccia che non risparmia nessun Paese "grande o piccolo, ricco o povero". L’innalzamento del livello dei mari minaccia tutte le coste e "il tempo a disposizione per fermare la marea che avanza sta finendo". Obama fa mea culpa per la mancata risposta del suo Paese al nodo del clima. Cita John Fitzgerald Kennedy, "i nostri problemi sono una conseguenza delle attività dell’uomo, dunque devono essere risolti dall’uomo" e ammette che "per troppi anni, gli uomini hanno fatto poco o hanno addirittura ignorato l’immensità della minaccia". "Anche gli Stati Uniti - ammette Obama - ma questo è un nuovo giorno, questa è una nuova era e posso dire con orgoglio che gli Stati Uniti hanno fatto di più per l’energia pulita e per ridurre le emissioni inquinanti in atmosfera negli ultimi otto mesi che in qualsiasi altro periodo della storia".

Emissioni a livello più basso da 40 anni A causa, o grazie alla crisi, le emissioni inquinanti hanno raggiunto i livelli più bassi da 40 anni a questa parte: lo sostiene uno studio dell’agenzia internazionale dell’Energia (Iea) che verrà pubblicato a novembre. La ragione è semplice da capire: con la recessione globale l’attività economica ha rallentato e gli scambi economici sono diminuiti. Quindi meno emissioni inquinanti nell’atmosfera e un rallentamento dell’effetto serra. Non solo: anche le misure decise dai governi hanno avuto qualche effetto, nonostante lo stallo nei negoziati per giungere ad un nuovo trattato internazionale. Secondo l’Iea, le emissioni dovrebbero diminuire del 2,6% quest’anno. Molto significativi i risultati negli Stati Uniti, dove la recessione è stata particolarmente forte: le emissioni che provocano l’effetto serra sono calate circa del 3,8% nel 2008 rispetto al 2007.

domenica 20 settembre 2009

RISCALDAMENTO DEI MARI: GIà 2030 SCOMPARIRANNO ghiacci sull'Oceano Artico


L'area ghiacciata dell'Oceano Artico si restringe esponenzialmente: già oggi siamo ai livelli previsti per il 2080 e già tra vent'anni potrebbero scoparire del tutto i ghiacci che ricoprono il mare. ''Il 2009 si classifica al terzo posto – dopo 2007 e 2008 – tra gli anni peggiori per la perdita di superficie della calotta polare artica'', denuncia 'Greenpeace' che del fenomeno fa un altro segnale d'allarme per i leader del mondo che si riuniranno al vertice Onu di Copenhagen per trovare un accordo per contenere i cambiamenti climatici catastrofici.

La notizia arriva dalla nave rompighiaccio di Greenpeace 'Arctic Sunrise', che sta effettuando una spedizione nell’Artico. Lan ave ecologista si trova ora al largo della costa nord-orientale della Groenlandia, di fronte all’arcipelago norvegese delle Isole Svalbard. Peter Wadhams, esperto di fama mondiale, si è aggregato all'equipaggio per effettuare ricerche sullo stato di riduzione dei ghiacci dell’Oceano Artico.

“Stiamo entrando in una nuova epoca di fusione dei ghiacci dell’Oceano Artico a causa del riscaldamento globale” spiega il dott. Peter Wadhams. “Nel giro di vent’anni l’Artico arriverà alla fine del periodo estivo completamente privo dei ghiacci che ricoprono il mare. Non possiamo più fare affidamento sui modelli di previsione usati fino ad oggi, che hanno sovrastimato le condizioni reali già dagli anni ‘80”.

Peter Wadhams, dell’Università di Cambridge, coordina un gruppo di scienziati indipendenti che studia le differenti velocità di fusione di vari tipi di ghiaccio, per spiegare perché alcune aree dell’Artico stiano scomparendo più velocemente di quanto si prevedesse fino a qualche anno fa.

“L’estensione dei ghiacci dell’Oceano Artico diminuisce da oltre trent’anni, ma nell’ultima decade abbiamo assistito a una preoccupante accelerazione del fenomeno”, ricorda Francesco Tedesco, responsabile della Campagna Clima di Greenpeace, che sottolinea come nell’estate del 2007 si sia ''raggiunto infatti il minimo storico, circa 4,3 milioni di chilometri quadrati, un valore che era previsto per il 2080”.

“È il terzo minimo in tre anni: l’ennesimo grido d’allarme sullo stato del Pianeta”, afferma Melanie Duchin, capo spedizione a bordo dell’Arctic Sunrise. “I leader del mondo devono rendersi conto del pericolo che corriamo e impegnarsi per raggiungere a Copenaghen un accordo coraggioso, ambizioso ed efficace” conclude la Duchin.

Il vertice ''COP 15'', promosso dall'Onu per trovare un accordo che sostituisca il 'Protocollo di Kyoto' del 1997, si svolgerà nella capitale danese dal 7 al 18 dicembre prossimi e vedrà la partecipazione delle delegazioni di 180 paesi. Ma la crisi economica rischia di ridimesionarne gli obiettivi fondamentali. Greenpeace chiede ai Paesi industrializzati d'impegnarsi per la riduzione delle proprie emissioni di gas serra del 40% entro il 2020 - rispetto ai valori del 1990 - e a fornire risorse finanziarie ai Paesi in Via di Sviluppo per almeno 110 miliardi di euro all’anno fino al 2020 per aiutarli a ridurre la crescita delle loro emissioni del 15-30% al 2020.

lunedì 14 settembre 2009

Northeast Passage: riscaldamento globale, ora il Polo Nord è circumnavigabile


Un trionfo per l’uomo, un disastro per l’umanità: per la prima volta nella storia due navi commerciali si apprestano ad attraversare il «North-East Passage» nel Mar Artico e percorrono la rotta che va dalla Corea, lungo le coste russe della Siberia fino a raggiungere il porto di Rotterdam, in Olanda.

La MV Beluga Fraternity e la MV Beluga Foresight, due mercantili tedeschi con un carico di 3.500 tonnellate di materiali da costruzione, hanno da poco lasciato il porto di Yamburg in Siberia e si preparano a sfidare gli iceberg dell’Artico. I ghiacci perenni, che fino ad ora impedivano il passaggio marittimo, non ci sono più, a causa dell’innalzamento globale delle temperature. «L’Artico sta diventando un oceano blu», sostiene Mark Serreze, direttore del Centro Nazionale di Glaciologia di Boulder, Colorado. «L’Artico si sta scaldando e sta perdendo la copertura glaciale. L’accessibilità sempre più frequente del Northeast Passage è parte di questo processo».
Secondo gli ultimi rapporti dei ricercatori la calotta glaciale dell’Artico si è assottigliata a livelli inediti nelle ultime estati a causa del riscaldamento climatico: a luglio, una misurazione di un satellite della Nasa ha dimostrato che i ghiacci non solo si riducono in termini di superficie ma, quel che è più grave, in termini di spessore. Niels Stolberg, presidente di Beluga, società di trasporti marittimi con base a Brema, sottolinea l’importanza di questo viaggio: «Transitare per la prima volta per il Passaggio di Nordest senza incidenti è il risultato di una preparazione estremamente accurata e della collaborazione dei nostri capitani, meteorologi e dell’equipaggio intero».

Finora i mercantili che viaggiavano dall’Asia all’Europa transitavano per il Golfo di Aden e il Canale di Suez per raggiungere il Mediterraneo e poi proseguire per l’Atlantico. Un viaggio, ad esempio, dalla Corea del Sul all’Olanda dista 11.000 miglia nautiche. La rotta attraverso l’Artico corrisponde a 3.000 miglia nautiche e consente di risparmiare all’incirca 10 giorni.

domenica 13 settembre 2009

EFFETTO SERRA: ORA I VINCITORI DOMANI I PERDENTI. IN Groenlandia RILANCIO ECONOMICO MA IL CLIMA è AL COLLASSO

All’inizio del secolo scorso, quando Otto Frederiksen provava e riprovava a piantare semi nella terra brinosa di Qassiarsuk, un piccolo villaggio nel sud della Groenlandia, gli abitanti lo guardavano come un povero pazzo. Oggi, tra le casette rosse, azzurre e verdi con il tetto spiovente dove vivono una settantina di persone, sono spuntati broccoli, carote e zucchine. «Ci stiamo avvicinando alle condizioni climatiche dell'Europa settentrionale», ripete il figlio ultraottantenne Erik Rode Frederiksen, chiamato così in onore del leggendario Erik il Rosso, il Cristoforo Colombo vichingo che nel 986 approdò tra questi fiordi ancora vergini e li trovò verdissimi. I suoi discendenti scomparvero 300 anni dopo, vittime della glaciazione che avrebbe inghiottito l'84 per cento della Groenlandia ibernandolo fino ai nostri giorni. Il cerchio della storia si chiude: il surriscaldamento del pianeta, che avrà effetti catastrofici sull’umanità, regala ora agli uomini dei ghiacci il beneficio mai conosciuto della primavera.

«Alterazioni relativamente ridotte della temperatura possono in una prima fase risultare positive, soprattutto nelle zone estremamente fredde», spiega Bob Ward del Grantham Research Insitute on Climate Change della London School of Economics. Ieri mattina due navi commerciali del gruppo tedesco Beluga hanno annunciato d’aver attraversato con successo il mare Artico, il leggendario passaggio a Nord-ovest vagheggiato dagli inglesi sin da 1553, quando il condottiero di Sua Maestà Richard Chancellor si arenò tra gli iceberg e fu costretto a marciare a piedi nella tundra fino alla corte moscovita di Ivan il Terribile. Con la distesa di ghiaccio che fino a una decina d’anni fa bloccava la strada ai naviganti, l’impresa sarebbe stata impossibile.

«I cambiamenti climatici non sono un male per tutti, ci sono sempre vincitori e perdenti«, osserva Alessandro Farruggia coautore con Vincenzo Ferrara del volume «Clima: istruzioni per l’uso» (Edizioni ambiente). Nella cittadina di Ilulissat, 4500 persone e 5000 cani da slitta all’ombra del Srmeq Kujalleq, il più grande ghiacciaio del mondo al di fuori dell’Antartide, sulla costa nordoccidentale della Groenlandia, i fiordi sgombri come mai prima d’ora si sono riempiti di turisti. «Li portiamo in barca con noi tra gli iceberg«, racconta il pescatore Karl Thumassen. Nel porto, incorniciato dalle abitazioni rosse e dal cimitero bianco affacciato sulla baia di Disko, ristorantini con i tavoli di legno servono prosciutto di foca e carne di tricheco. E pazienza se non durerà in eterno. Anche gli Inca, concordano i paleo-ecologi, non si sarebbero imposti come la più grandiosa civiltà precolombiana senza l’impennata della temperatura che nel 1100 alterò l’ecosistema andino per oltre 400 anni. Dopo secoli d’astinenza i groenlandesi si godono il loro posto al sole.

«I raccolti sono migliori, è vero, il sud del paese sembra rinato», dice al telefono il trentaseienne Mininnguaq Kleist, ex responsabile dell’ufficio d’autogoverno della Groenlandia annullatosi quest’estate dopo l’approvazione danese del referendum per l’autonomia. Oggi Mininnguaq, che gli amici chiamano Minik, si occupa di rapporti con l’Europa al dipartimento affari esteri, a pochi passi dal suo appartamento nel cuore trendy della capitale Nuuk. Anche qui, dove vivono un quarto dei 57 mila abitanti del paese, la terra ha cominciato a fruttare. «Coltiviamo patate, roba che 15 anni fa sarebbe sembrata una barzelletta», ammette lo scienziato Minik Rosign. Certo, parecchi sono tagliati fuori: difficile immaginare la primavera del remoto paesino di Kullorsuaq, 400 anime al centro di un’isoletta nel profondo nord, dove i medici fanno visita una volta al mese. «Il surriscaldamento penalizza l’entroterra dove le lastre di ghiaccio si assottigliano e i cacciatori non riesco a guidare le slitte come un tempo», continua Mininnguaq. Le aree polari sono coperte da permafrost, terreno ghiacciato con dentro carbonio, muschio, torba, metano, che, liquefatto, è impraticabile. Quelli che possono hanno cominciato a spostarsi nei villaggi di Narsarsuaq, Qaqortoq, Kangersuatsiaq, per dedicarsi alla pastorizia e offrire bed&breakfast ai turisti meno sofisticati.

La Groenlandia ha i suoi tempi. Il ghiaccio che sfrangia i fiordi si scioglie meno rapidamente rispetto al mare artico, dove ha uno spessore massimo di 15 metri. Secondo l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), il comitato scientifico delle Nazioni Unite incaricato dell’effetto serra, ci vorrebbero diverse centinaia di anni, forse un migliaio, prima di scongelarla completamente. Magari non succederà mai. Intanto però il presente è strategico, anche perché anticipa l’accesso ai ricchissimi giacimenti di gas e petrolio finora assolutamente blindati.

«Stiamo lavorando molto bene, l’estrazione dello zinco è stata notevolmente agevolata dall’innalzamento della temperatura», ci spiega Nick Hall, amministratore delegato della Angus&Ross, la società britannica proprietaria della miniera di zinco Black Angel, una tra le più promettenti risorse nazionali insieme all’alluminio e al greggio della costa orientale su cui sventolano già le insegne della Chevron, della Exxon, della canadese Husky Energy. Scoperta negli anni trenta e scavata tra il 1973 e il 1990, la Black Angel, uno dei maggiori giacimenti del pianeta, è stata finora protetta da una parete invalicabile di ghiaccio. La Angus&Ross l’ha acquistata nel 2003, mentre i prezzi dello zinco schizzavano alle stelle, e nel 2006 due geologi hanno trovato un varco attraverso il South Lakes Glacier che si ritirava a vista d'occhio. Se il termometro cresce di un grado vicino all’equatore, qui ne guadagna almeno quattro. «Tutto merito del cambiamento climatico - concede Nick Hall -, ma in fondo è un ritorno all’epoca verde dei vichinghi». Nel villaggio di pescatori a ridosso della miniera, uomini e donne macellano le foche sulle rocce, ignari del passato lussureggiante dell’isola e incerti sul futuro.

«L’effetto peggiore dello scioglimento dei ghiacci della Groenlandia è sulla corrente del Golfo», continua Alessandro Farruggia. Il vecchio continente, distante tremila chilometri, farebbe bene a ricordarsene: «Il meccanismo funziona come un’orologio, quando la corrente calda arriva all’altezza dell’Europa del nord si raffredda, il sale precipita, la corrente fredda e salata torna indietro. Se s’immettesse un flusso rilevante d’acqua fredda e dolce, il ciclo si arresterebbe compromettendo l’equilibrio climatico». È già successo a dire il vero, milioni e milioni d’anni fa. Allora, in piena epoca glaciale, c’era un grande lago tra il Canada e il Nord Dakota. Quando la lingua di ghiaccio che lo conteneva si sciolse e una valanga d’acqua fredda e dolce confluì nell’Atlantico la corrente del golfo s’inceppò per 1100 anni. Come stavolta, ci furono vincitori e perdenti. Sostiene l’archeologo americano Brian Fagan che quel raffreddamento costrinse le genti del Mediterraneo a coltivare la terra, non potendo più raccoglierne i frutti, e gettò le fondamenta dello sviluppo mesopotamico. Corsi e ricorsi. Stavolta potrebbe essere l’umanità intera a soccombere. Intanto sulle tavole tra i fiordi della Groenlandia, si serve cotoletta di tricheco e insalata indigena. Alla salute di Erik il Rosso.
FONTE:lastampa.it

giovedì 10 settembre 2009

innalzamento del mare: ALLE MALDIVE TASSA AI TURISTI DI 3 DOLLARI AL GIORNO PER finanziare il piano ecologico contro l'innalzamento del mare


Male - Una "tassa verde" per i turisti, da tre dollari al giorno, per far fronte alla crisi economica e finanziare il piano "ecologico" contro l'innalzamento del livello del mare. Il presidente, Mohammed Nasheed, che ha promesso in marzo di far diventare l’arcipelago il primo Paese al mondo ad emissioni 0, ha accolto con soddisfazione la legge che sarà approvata dal Parlamento. Ora il governo stima di incassare così 6,3 miliardi di dollari l’anno dai circa 700mila turisti che passano le vacanze alle Maldive.

La tassa "verde" Una tassa "verde" per salvare le Maldive dal rischio scomparsa con l’innalzamento del livello del mare dovuto al riscaldamento globale. L’idea è quella di far pagare ai turisti un contributo di tre euro al giorno oltre al prezzo della vacanza per salvaguardare l’ecosistema: il governo promette che se il Parlamento approverà la proposta i soldi saranno investiti nel piano ecologico già proposto dal presidente. L’incasso previsto è di oltre sei milioni di euro l’anno, considerando che da gennaio a dicembre nei 1.192 isolotti dell’arcipelago ci sono circa 700mila turisti che si fermano almeno tre giorni.

Il piano "ecologico" Il piano "ecologico" del presidente, eletto lo scorso autunno, prevede oltre 150 turbine a vento, mezzo chilometro quadrato di pannelli solari sui tetti e un’innovativa centrale alimentata da gusci di noci di cocco: obiettivo rendere le Maldive primo Paese al mondo a impatto zero. A realizzare il progetto saranno i ricercatori dell’Università Bicocca di Milano: le Maldive hanno messo a loro disposizione un isolotto dove costruire un centro di ricerca e formazione.

domenica 2 agosto 2009

RISCALDAMENTO GLOBALE: i ghiacci del Polo Nord scompariranno


Al Polo Nord i ghiacci si stanno riducendo a una velocità superiore al previsto: il loro spessore medio è passato, in 40 anni, da 3,1 m a 1,8 m (cioè è diminuito del 40%). L’area di estensione dei ghiacci, invece, è diminuita del 3% nel giro di un decennio. Quindi il ghiaccio fonde più velocemente in spessore che in estensione e questo, per gli esperti, è ancora più grave, perché significa che si stanno riducendo i ghiacci perenni. Sulle cause si fanno diverse ipotesi, tra cui la fluttuazione naturale del clima polare e il riscaldamento globale dovuto all’effetto serra. Nel secondo caso, cioè il più grave, si potrebbe andare incontro a una sparizione totale dei ghiacci del Polo Nord e a una sensibile trasformazione del clima nell’emisfero settentrionale.

lunedì 20 luglio 2009

I GHIACCI del polo nord SI STANNO SCOGLIENDO a causa delle emissioni di gas serra la scomparsa della calotta polare artica già nel 2030


L'attuale ritmo di fusione del ghiaccio artico ha raggiunto livelli senza precedenti. Una delle navi di Greenpeace, l'Arctic Sunrise, si trova ora in Groenlandia. A bordo, un gruppo di scienziati sta registrando la rottura del ghiacciaio Petermann, uno dei piu' grandi della terra, vasto circa quanto il territorio di Manhattan.

Dati scientifici, foto e video dimostrano la gravita' e l'urgenza della situazione collegata direttamente all'innalzamento della temperatura media globale.

Lo denuncia l'associazione dell'Arcobaleno che diffonde oggi spettacolari immagini video provenienti dalla sua nave in missione al Polo Nord.

''A 82 gradi a nord, lontano dai centri abitati - riferisce l'associazione - l'impatto che abbiamo sul nostro ambiente e' devastante. I dati raccolti finora dagli scienziati sono spietati. Il ghiacciaio e' stato spaccato da un fiume lungo 27 chilometri, con una portata di 50 metri cubi al secondo. A questo ritmo si potrebbe riempire una piscina olimpionica in meno di un minuto. Inoltre, in profondita' il ghiacciaio si sta sciogliendo a una velocita' ancora maggiore che in superficie.

La perdita di un ghiacciaio come quello di Petermann avra' conseguenze sull'innalzamento del livello del mare.

I ghiacci del polo nord lanciano segni evidenti di un ambiente unico che va estinguendosi a causa delle emissioni di gas serra, con dirette conseguenze per chi abita questi luoghi: orsi polari, foche, eccetera''.

Cattive notizie arrivano anche da altre fonti. Un recente studio della Nasa ha dimostrato che la calotta glaciale non solo diventa sempre piu' piccola ma anche piu' sottile e giovane, tanto che la scomparsa della calotta polare artica (i ghiacci che poggiano sul mare) e' attesa gia' nelle estati del 2030.

I leader mondiali, in occasione dell'ultimo G8, si sono impegnati a limitare l'aumento della temperatura globale al di sotto dei 2 gradi ma non hanno indicato il modo in cui sara' raggiunto questo obiettivo. E' invece necessario - avvertono gli esperti - indicare cifre concrete: per evitare che il riscaldamento globale provochi impatti irreversibili e catastrofici occorre stabilizzare le emissioni di gas serra entro il 2015, per poi ridurle drasticamente portandole il piu' vicino possibile allo zero entro il 2050.

LEGGI ANCHE :

Antartide: RISCALDAMENTO GLOBALE, CROLLI E DISTACCHI DI GHIACCIO

surriscaldamento globale E Cambiamento climatico
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domenica 12 luglio 2009

riscaldamento globale :I ghiacciai svizzeri hanno perso il 12% del volume in 10 anni


Secondo i ricercatori del Politecnico federale di Zurigo, l'acqua immagazzinata nei 59 ghiacciai - dei circa 1500 - che hanno una superficie superiore ai 3 km quadrati è pari solo ai ⅔ di quella contenuta nel lago Lemano.

Nell'ultimo decennio il volume dei ghiacciai svizzeri si e' ridotto del 12%: lo sostengono i ricercatori del Politecnico federale di Zurigo, secondo i quali la quantita' d'acqua immagazzinata nei ghiacci e' ormai pari soltanto ai ⅔ di quella contenuta nel lago Lemano.

La ricerca, condotta sotto la guida di Martin Funk, riguarda i 59 ghiacciai (dei circa 1500) che hanno una superficie superiore ai 3 km quadrati e contengono l'88% di tutto il ghiaccio che si trova sul territorio elvetico. Dal 1999 ad oggi, secondo i ricercatori e' andato perso non meno del 12% del volume totale. Nella sola estate del 2003 il calo e' stato del 3,5%. Si tratta di una perdita preoccupante, scrive il Politecnico zurighese in un comunicato odierno, in quanto le temperature continuano ad aumentare.

Si prevede che sulle Alpi svizzere entro il 2050 esse saranno superiori di 1,8 gradi in inverno e di 2,7 gradi in estate. Le misurazione dello spessore del ghiaccio rimane comunque approssimativa e soltanto in certe localita' e' stato possibile effettuare un preciso carotaggio.


giovedì 9 luglio 2009

RISCALDAMENTO GLOBALE : PERù, Dal 1970 a oggi la Cordigliera Bianca si e' ridotta del 27 %


Per il riscaldamento climatico, la Cordigliera Bianca, piu' importante ghiacciaio delle Ande peruviane, dal 1970 a oggi e' arretrato del 27%.Lo afferma uno studio dell'Autorita' nazionale dell'acqua (Ana), che sottolinea la progressiva accelerazione del processo di scioglimento della Cordigliera, che nel 1970 aveva una superficie di ghiaccio pari a 723 chilometri quadrati''. Fino al 1976, i ghiacciai peruviani perdevano circa 8m all'anno, oggi retrocedono invece di 20m ogni 12 mesi.

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