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giovedì 2 settembre 2010

AMBIENTE: IN Groenlandia, trivelle in azione, il Polo è un pozzo di greggio MA sono altissimi i rischi per l'ambiente


Da una settimana una società inglese ha avviato le perforazioni nelle acque dell'Artico. Un'area che conserva il 13% delle riserve di oro nero rimaste sulla Terra. Ma il clima dell'estremo nord del pianeta rende difficili le operazioni. E sono altissimi i rischi per l'ambiente

LA ricerca dell'oro nero in tutti gli oceani del pianeta non smette di guardare avanti. Nonostante le paure e le problematiche che si sono aperte dopo quanto avvenuto durante l'esplorazione petrolifera in mare aperto nel Golfo del Messico. Da una settimana, come riferisce il New Scientist, sono le fredde acque artiche in prossimità della Groenlandia ad essere oggetto di trivellazione ad opera della società inglese Cairn Energy.

Il mondo intero guarda alle acque che circondano il Polo Nord come nuova meta per lo sfruttamento petrolifero e minerario. Dalle ricerche fin qui condotte, nell'area risulta esserci circa il 13% delle riserve di petrolio rimaste sulla Terra e circa il 30% di quelle di gas. L'incidente della Deepwater Horizon ha fermato momentaneamente le attività nelle acque americane, canadesi e norvegesi ma non in quelle groenlandesi e russe dove continuano la ricerca e le prime perforazioni. Tuttavia è proprio di poche settimane fa la notizia che americani e canadesi sono partiti con una nave oceanografica per importanti rilievi. "Con questa spedizione vogliamo definire con precisione quali sono i confini geologici dei nostri territori, quelli cioè che il trattato internazionale dei mari permette di considerare propri e quindi di esplorarli e sfruttarli", ha spiegato Brian Edwards del Servizio Geologico americano. La Russia aveva preceduto tale spedizione con una propria nave e due anni fa aveva mandato fin sul fondo del Polo Nord un sommergibile dove piantò la propria bandiera.

Estrarre petrolio nelle aree artiche è una sfida contro la natura che ha pochi confronti, sia che avvenga in mare che sulla terraferma. Gli uomini addetti ai lavori, qualunque attività eseguano, devono fare fronte ai movimenti del pack, agli iceberg, alle temperature estremamente fredde, alle tempeste e alle condizioni estreme quando scende la notte artica che dura circa 6 mesi.

Per questi motivi le compagnie petrolifere al momento stanno esplorando le aree marine più vicine alle coste e le più accessibili e, quando è possibile, cercano di costruire piccole isole artificiali da collegare alla terraferma così da trasformare un'esplorazione off-shore (in mare aperto) in una su terra. Quando non è possibile si costruiscono gigantesche strutture in acciaio che vengono ancorate sul fondo marino. La piattaforma russa Prirazlomnoye, ad esempio, quasi completamente costruita su un campo petrolifero dove si prevede la presenza di 610 milioni di barili e che si trova al nord della Russia, peserà 100.000 tonnellate e si trova su un mare profondo 20 metri. In questo caso sarà la sua gigantesca massa a proteggerla dal ghiaccio che la assedierà per otto mesi l'anno.


Quando bisognerà andare ancor più al largo le piattaforme saranno costantemente protette da rompighiaccio. La prima di queste sarà anch'essa russa e verrà costruita a 650 km dalle coste con un mare profondo 300 m e costantemente circondata dai ghiacci. Essa inizierà ad operare nel 2016.

Tutte le compagnie petrolifere insistono nel sostenere che le piattaforme saranno a prova di ogni evento estremo. Ma nonostante questo, molti gruppi ambientalisti fanno presente che il pericolo non viene solo dalle piattaforme ma anche dalle navi che dovranno fare la spola con esse per rifornirsi di olio. Il pack, gli iceberg e le tempeste renderanno inevitabili gli incidenti e in acque fredde una fuoriuscita di petrolio potrebbe creare danni realmente irreversibili all'ambiente. In quel mondo infatti, una fuoriuscita di greggio può essere contenuta solo in estate, ma le acque molto fredde rendono l'olio molto più stabile che non in quelle calde. Per la natura è assai più difficile eliminarlo e, come si è visto in Messico, l'uomo riesce a fare ben poco.
FONTE: repubblica.it

mercoledì 18 agosto 2010

clima: Ecco perché al Polo Sud i ghiacci resistono


Studiosi americani provano a dare una risposta a uno dei maggiori paradossi climatici del pianeta: mentre nella regione artica i ghiacciai si riducono, in Antartide l'aumento della temperatura provoca evaporazione marina e maggiori nevicate. Ma il fenomeno non è destinato a durare.

C'è un paradosso climatico sul nostro pianeta che stentava a trovare una spiegazione. Ma ora ci sono riusciti ricercatori del Georgia Insitute of Technology, il cui lavoro è stato pubblicato su Proceedings of the National Academy of Science. Il paradosso consistente in questo: l'aumento della temperatura terrestre sta facendo sciogliere i ghiacci del Polo Nord ad una velocità tale che ogni 10 anni essi diminuiscono del 10% la loro superficie. In questi giorni ad esempio, essi si estendono per 8,39 milioni di chilometri quadrati, ossia 1,71 milioni di chilometri quadrati al di sotto della media dell'area misurata tra il 1979 e il 2000. E si estendono per soli 260.000 kmq in più rispetto al 2007, anno in cui si ebbe il minimo assoluto. Secondo gli esperti del National Snow and Ice Data Center degli Stati Uniti non si è arrivati ai valori di due anni fa solo perché da settimane il Polo Nord è interessato a bufere, tempo nuvoloso e temperature relativamente fredde che rallentano il tasso di scioglimento giornaliero (si aggira attorno ai 77.000 kmq al giorno).

Al contrario invece, i ghiacci del Polo Sud stanno aumentando di circa l'1% per decade, anche se non in modo omogeneo (i ghiacci della Penisola Antartica infatti, vedono una diminuzione della loro estensione). Come è possibile una così diversa situazione? Risulta facile infatti, spiegare perché i ghiacci del Polo Nord si sciolgono così velocemente: l'aumento della temperatura terrestre infatti, nella regione artica, in questi anni ha toccato valori di 4°C sopra le medie dell'ultimo secolo. Mentre non è chiaro perché al Polo sud oltre a non esserci una diminuzione dell'estensione glaciale c'è addirittura un loro aumento. E c'è da chiedersi se questo fenomeno continuerà in futuro.

Ecco la risposta di Jiping Liu, un ricercatore del Georgia Insitute of Technology: "Attualmente, con il crescere della temperatura terrestre si determina, tra l'altro, un aumento dell'evaporazione dei mari che circondano l'Antartide. Il vapore acqueo si trasforma in neve che precipita sul continente antartico e la quantità di tali precipitazioni produce un aumento di ghiaccio che è superiore a quello che viene sciolto al di sotto delle lingue glaciali che dalla calotta antartica arrivano in mare, in seguito all'aumento di temperatura di quest'ultimo.
Altri ricercatori inoltre, avevano avanzato anche l'ipotesi che il buco dell'ozono abbia creato una circolazione di venti molto freddi che tengono l'Antartide ad una temperatura assai bassa, tale che l'aumento della temperatura globale del pianeta non riesce ad interessare il continente.

Ma la situazione tenderà a mutare velocemente. "Prendendo come riferimento i modelli climatici che indicano un aumento dell'anidride carbonica nell'atmosfera ancora per l'attuale secolo - piega Liu- ben presto lo scioglimento dei ghiacci da parte dell'acqua oceanica sopravarrà la quantità di neve che cadrà sulla calotta antartica, anche perché le temperature potrebbero portare una notevole quantità di precipitazione piovose anche sui bracci di ghiaccio che arrivano in mare". E a questo c'è da aggiungere un altro fattore: la diminuzione del buco dell'ozono determinerà un aumento della temperatura che sarà causa di uno scioglimento anche dei ghiacci che appoggiano sul continente. Queste situazioni, che potrebbe avverarsi nell'arco di pochi decenni, porteranno ad un'inversione della tendenza dei ghiacci antartici a crescere e dunque a una situazione che verrà a pareggiarsi con quella del Polo Nord.
fonte:repubblica.it

giovedì 15 luglio 2010

CO2 : Allarme di Greenpeace per l'esistenza del Polo Nord minacciato da CO2 e industrie


Mentre il cambiamento climatico sta causando lo scioglimento dei ghiacci e l'acidificazione delle acque l'Oceano Artico è sempre più minacciato -afferma Greenpeace- dall'espandersi di attività industriali, tra cui la pesca e le esplorazioni per idrocarburi liquidi e gassosi.






Allarme di Greenpeace sui rischi di sopravvivenza del delicato ecosistema del Polo Nord, minacciato, secondo gli ecologisti, dai cambiamenti climatici, l'acidificazione delle acque ma anche dalle industrie. L'allarme arriva a conclusione, dopo due mesi di navigazione al Polo Nord, della spedizione del gruppo ambientalista 'Arctic Under Pressure'. Al termine della spedizione, Greenpeace chiede quindi "misure urgenti per il clima e una moratoria internazionale per ogni attività industriale nell'Oceano Artico".

Durante la spedizione, condotta a bordo del rompighiaccio 'Esperanza', Greenpeace è andata a investigare i problemi che minacciano il fragile ecosistema dell'Oceano Artico, riuscendo a documentare, con immagini uniche, l'incredibile vita marina dei fondali a nord delle Isole Svalbard, ricchi di coralli molli, anemoni di mare e tunicati, che, dicono gli ecologisti, "potrebbe essere distrutta dall'espandersi della pesca a strascico".

La spedizione di Greenpeace è inoltre servita per studiare, con ricerche all'avanguardia, gli effetti dell'acidificazione delle acque, a causa dell'assorbimento della CO2 da parte degli oceani. "Mentre il cambiamento climatico sta causando lo scioglimento dei ghiacci e l'acidificazione delle acque, infatti, l'Oceano Artico è sempre più minacciato -afferma Greenpeace- dall'espandersi di attività industriali, tra cui la pesca e le esplorazioni per idrocarburi liquidi e gassosi".

"Permettere alle flotte da pesca industriali di sfruttare lo scioglimento dei ghiacci per espandersi verso nord -avverte Giorgia Monti, responsabile campagna Mare di Greenpeace- mette a rischio gli incredibili habitat dell'Oceano Artico, ancor prima che possano essere propriamente studiati". Intanto a bordo dell'Esperanza una troupe di scienziati dell'istituto di ricerca tedesco Ifm-Geomar ha svolto il più grande esperimento mai condotto prima sull'acidificazione degli oceani, un processo causato dall'aumento dei livelli di CO2 dovuto all'utilizzo di combustibili fossili e alla distruzione delle foreste.

"L'esperimento -afferma il professor Ulf Riebesell, a capo del progetto- è stato un successo. Adesso non solo siamo in possesso del più completo set di dati mai avuto rispetto agli impatti dell'acidificazione sulle acque artiche, ma da questo esperimento abbiamo anche imparato che l'acidificazione degli oceani in queste acque ha un preciso impatto sulla base della catena alimentare, che potrebbe avere delle implicazioni per l'intero ecosistema".

Greenpeace chiede quindi con urgenza che le lezioni apprese dal collasso di specie ittiche, quali il merluzzo dell'Oceano Atlantico, o dalla devastazione causata dal disastro del Golfo del Messico, siano usate per proteggere l'Oceano Artico. "L'Artico, un ambiente polare ancora selvaggio e incontaminato, deve essere protetto -afferma ancora Monti- dalla doppia minaccia del cambiamento climatico e dello sfruttamento delle risorse. I Governi devono stabilire controlli più severi per proteggere quest'area, includendo una moratoria internazionale su ogni attività industriale".

SCIOGLIMENTO DEI GHIACCI: Al Polo Nord si scioglie il ghiaccio e la pesca distrugge l'ambiente marino


SVALBARD (Norvegia) – Dopo due mesi di ricerche scatta un nuovo allarme sul Polo Nord: mentre il cambiamento climatico sta causando lo scioglimento dei ghiacci e l'acidificazione delle acque l'Oceano Artico è sempre più minacciato dall'espandersi di attività industriali, tra cui la pesca e le esplorazioni per idrocarburi liquidi e gassosi. Sono queste le prime conclusioni, dopo due mesi di navigazione al Polo Nord, della spedizione “Arctic Under Pressure” di Greenpeace. Durante la spedizione, a bordo del rompighiaccio “Esperanza”, l'associazione ambientalista è andata a investigare i problemi che minacciano il fragile ecosistema dell’Oceano Artico. Ed ha documentato con immagini l’incredibile vita marina dei fondali a nord delle Isole Svalbard, ricchi di coralli molli, anemoni di mare e tunicati, che potrebbe essere distrutta dall’espandersi della pesca a strascico.

LE FLOTTA DA PESCA APPROFITTANO DELLO SCIOGLIMENTO DEI GHIACCI - «Permettere alle flotte da pesca industriali di sfruttare lo scioglimento dei ghiacci per espandersi verso nord – avverte Giorgia Monti, responsabile campagna Mare di Greenpeace - mette a rischio gli incredibili habitat dell’Oceano Artico, ancor prima che possano essere propriamente studiati». A bordo dell’Esperanza una troupe di scienziati dell’istituto di ricerca tedesco IFM-GEOMAR ha svolto il più grande esperimento mai condotto prima sull’acidificazione degli oceani, un processo causato dall’aumento dei livelli di CO2 dovuto all’utilizzo di combustibili fossili e alla distruzione delle foreste. «L’esperimento - afferma il Professor Ulf Riebesell, a capo del progetto - è stato un successo. Adesso non solo siamo in possesso del più completo set di dati mai avuto rispetto agli impatti dell’acidificazione sulle acque artiche, ma da questo esperimento abbiamo anche imparato che l’acidificazione degli oceani in queste acque ha un preciso impatto sulla base della catena alimentare, che potrebbe avere delle implicazioni per l’intero ecosistema».

IMPEDIRE NUOVI DISASTRI COME NEL GOLFO DEL MESSICO - I ricercatori dell'associazioni chiedono con urgenza che le lezioni apprese dal collasso di specie ittiche, come il merluzzo dell’Oceano Atlantico, o dalla devastazione causata dal disastro del Golfo del Messico, siano usate per proteggere l’Oceano Artico. «L’Artico, un ambiente polare ancora selvaggio e incontaminato, deve essere protetto dalla doppia minaccia del cambiamento climatico e dello sfruttamento delle risorse. I Governi - continua Monti - devono stabilire controlli più severi per proteggere quest’area, includendo una moratoria internazionale su ogni attività industriale».

lunedì 5 ottobre 2009

le emissioni di Co2 stanno rendendo le acque del Polo Nord sempre piu' acide


Si rischia un eco-disastro nell'Oceano Artico.Esperto francese lancia l'allarme: le acqua del Polo Nord sotto attacco dell'anidride carbonica. Secondo il professor Jean-Pierre Gattuso, del Cnrs, le emissioni di Co2 stanno rendendo le acque del Polo Nord sempre piu' acide ed entro 10 anni dovrebbero cominciare a erodere i gusci dei molluschi e crostacei. A rischio la catena alimentare. Nel 2018,in particolare, il 10% dell'Artico sara' acido a livelli corrosivi, il 50% nel 2010 e il 100% nel 2100.

lunedì 14 settembre 2009

Northeast Passage: riscaldamento globale, ora il Polo Nord è circumnavigabile


Un trionfo per l’uomo, un disastro per l’umanità: per la prima volta nella storia due navi commerciali si apprestano ad attraversare il «North-East Passage» nel Mar Artico e percorrono la rotta che va dalla Corea, lungo le coste russe della Siberia fino a raggiungere il porto di Rotterdam, in Olanda.

La MV Beluga Fraternity e la MV Beluga Foresight, due mercantili tedeschi con un carico di 3.500 tonnellate di materiali da costruzione, hanno da poco lasciato il porto di Yamburg in Siberia e si preparano a sfidare gli iceberg dell’Artico. I ghiacci perenni, che fino ad ora impedivano il passaggio marittimo, non ci sono più, a causa dell’innalzamento globale delle temperature. «L’Artico sta diventando un oceano blu», sostiene Mark Serreze, direttore del Centro Nazionale di Glaciologia di Boulder, Colorado. «L’Artico si sta scaldando e sta perdendo la copertura glaciale. L’accessibilità sempre più frequente del Northeast Passage è parte di questo processo».
Secondo gli ultimi rapporti dei ricercatori la calotta glaciale dell’Artico si è assottigliata a livelli inediti nelle ultime estati a causa del riscaldamento climatico: a luglio, una misurazione di un satellite della Nasa ha dimostrato che i ghiacci non solo si riducono in termini di superficie ma, quel che è più grave, in termini di spessore. Niels Stolberg, presidente di Beluga, società di trasporti marittimi con base a Brema, sottolinea l’importanza di questo viaggio: «Transitare per la prima volta per il Passaggio di Nordest senza incidenti è il risultato di una preparazione estremamente accurata e della collaborazione dei nostri capitani, meteorologi e dell’equipaggio intero».

Finora i mercantili che viaggiavano dall’Asia all’Europa transitavano per il Golfo di Aden e il Canale di Suez per raggiungere il Mediterraneo e poi proseguire per l’Atlantico. Un viaggio, ad esempio, dalla Corea del Sul all’Olanda dista 11.000 miglia nautiche. La rotta attraverso l’Artico corrisponde a 3.000 miglia nautiche e consente di risparmiare all’incirca 10 giorni.

domenica 2 agosto 2009

RISCALDAMENTO GLOBALE: i ghiacci del Polo Nord scompariranno


Al Polo Nord i ghiacci si stanno riducendo a una velocità superiore al previsto: il loro spessore medio è passato, in 40 anni, da 3,1 m a 1,8 m (cioè è diminuito del 40%). L’area di estensione dei ghiacci, invece, è diminuita del 3% nel giro di un decennio. Quindi il ghiaccio fonde più velocemente in spessore che in estensione e questo, per gli esperti, è ancora più grave, perché significa che si stanno riducendo i ghiacci perenni. Sulle cause si fanno diverse ipotesi, tra cui la fluttuazione naturale del clima polare e il riscaldamento globale dovuto all’effetto serra. Nel secondo caso, cioè il più grave, si potrebbe andare incontro a una sparizione totale dei ghiacci del Polo Nord e a una sensibile trasformazione del clima nell’emisfero settentrionale.

lunedì 20 luglio 2009

I GHIACCI del polo nord SI STANNO SCOGLIENDO a causa delle emissioni di gas serra la scomparsa della calotta polare artica già nel 2030


L'attuale ritmo di fusione del ghiaccio artico ha raggiunto livelli senza precedenti. Una delle navi di Greenpeace, l'Arctic Sunrise, si trova ora in Groenlandia. A bordo, un gruppo di scienziati sta registrando la rottura del ghiacciaio Petermann, uno dei piu' grandi della terra, vasto circa quanto il territorio di Manhattan.

Dati scientifici, foto e video dimostrano la gravita' e l'urgenza della situazione collegata direttamente all'innalzamento della temperatura media globale.

Lo denuncia l'associazione dell'Arcobaleno che diffonde oggi spettacolari immagini video provenienti dalla sua nave in missione al Polo Nord.

''A 82 gradi a nord, lontano dai centri abitati - riferisce l'associazione - l'impatto che abbiamo sul nostro ambiente e' devastante. I dati raccolti finora dagli scienziati sono spietati. Il ghiacciaio e' stato spaccato da un fiume lungo 27 chilometri, con una portata di 50 metri cubi al secondo. A questo ritmo si potrebbe riempire una piscina olimpionica in meno di un minuto. Inoltre, in profondita' il ghiacciaio si sta sciogliendo a una velocita' ancora maggiore che in superficie.

La perdita di un ghiacciaio come quello di Petermann avra' conseguenze sull'innalzamento del livello del mare.

I ghiacci del polo nord lanciano segni evidenti di un ambiente unico che va estinguendosi a causa delle emissioni di gas serra, con dirette conseguenze per chi abita questi luoghi: orsi polari, foche, eccetera''.

Cattive notizie arrivano anche da altre fonti. Un recente studio della Nasa ha dimostrato che la calotta glaciale non solo diventa sempre piu' piccola ma anche piu' sottile e giovane, tanto che la scomparsa della calotta polare artica (i ghiacci che poggiano sul mare) e' attesa gia' nelle estati del 2030.

I leader mondiali, in occasione dell'ultimo G8, si sono impegnati a limitare l'aumento della temperatura globale al di sotto dei 2 gradi ma non hanno indicato il modo in cui sara' raggiunto questo obiettivo. E' invece necessario - avvertono gli esperti - indicare cifre concrete: per evitare che il riscaldamento globale provochi impatti irreversibili e catastrofici occorre stabilizzare le emissioni di gas serra entro il 2015, per poi ridurle drasticamente portandole il piu' vicino possibile allo zero entro il 2050.

LEGGI ANCHE :

Antartide: RISCALDAMENTO GLOBALE, CROLLI E DISTACCHI DI GHIACCIO

surriscaldamento globale E Cambiamento climatico
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domenica 31 maggio 2009

POLO NORD: Sotto i ghiacci greggio per almeno tre anni e metano per 14 MA L'AMBIENTE????!!!


Sotto la calotta artica che va assottigliandosi, un oceano di materie prime. Miliardi di barili di petrolio e migliaia di miliardi di metri cubi di gas naturale, probabilmente destinati a intensificare la battaglia geostrategica, già in corso, per le risorse energetiche nascoste all'ombra dei ghiacci eterni. Una potenziale benedizione, secondo i fautori delle trivellazioni senza confini e senza patemi. O una pericolosa e devastante tentazione, secondo gli ambientalisti, preoccupati dello stato di salute di un ecosistema fragilissimo e già a rischio.

Uno studio dell'Us Geological Survey, pubblicato questa settimana su Science Magazine, rivela che il 30% di tutti i giacimenti non ancora scoperti del pianeta di gas naturale e il 13% di quelli di petrolio, sono localizzati sotto i fondali del Polo Nord. Detto altrimenti, la regione più settentrionale della Terra conterrebbe da sola l'equivalente dell'intero fabbisogno mondiale di greggio per 3 anni e di metano per 14 anni. Quest'ultimo dato, soprattutto, porta Donald Gautier, lo scienziato che ha guidato la ricerca, a concludere che «la futura preminenza della Russia nel controllo strategico delle risorse di gas è destinata ad accentuarsi ed estendersi». Gran parte dell'area che contiene il futuro scrigno dell'energia appartiene infatti alla Federazione Russa, già oggi maggior produttore al mondo di gas naturale. Quello degli studiosi americani è il primo rapporto dettagliato sul potenziale energetico dell'Artico, dove la durezza delle condizioni climatiche e orografiche, oltre ai relativi ritardi della tecnologia, ha finora limitato le esplorazioni a poche zone al largo delle coste degli Stati Uniti o della Russia.

Ma l'assottigliamento progressivo delle riserve di greggio (la cui produzione, in mancanzadi nuove scoperte, dovrebbe cominciare a calare dal 2020) e il lento ma progressivo scioglimento della calotta artica, dovuto all'effetto serra, hanno improvvisamente reso più attraente la nuova frontiera energetica del Grande Nord. Con il corollario che tutti i Paesi, i cui confini toccano il circolo polare, sono già pronti a lottare per rivendicare la loro quota del bottino. Oltre a Russia e Usa, anche Norvegia, Danimarca (per via della sovranità sulla Groenlandia) e Canada sono nella partita. «Nel bene e nel male — dice Paul Berkman, dello Scott Institute presso la Cambridge University in Inghilterra — le limitate prospettive di esplorazione altrove e i nuovi progressi tecnologici hanno reso l'Artico sempre più interessante per questo tipo di sviluppo». Nel 2001 Mosca aveva rivendicato formalmente presso le Nazioni Unite i suoi diritti di ricerca nella zona, contestata da tutti gli altri Paesi. Poi, due anni fa, un mini-sottomarino russo aveva piantato una bandiera di titanio sul fondale sotto il Polo Nord, in un'area rivendicata anche da Copenaghen.

All'inizio di maggio, la Russia ha fatto sapere di essere pronta a usare anche la forza militare per proteggere i suoi diritti nella regione. Illustrando le metodologie e i risultati della ricerca, Gautier ha detto che alle stime si è giunti grazie alla creazione di una mappa geologica, che ha permesso di identificare le rocce sedimentarie, potenzialmente in grado di ospitare riserve di petrolio e gas. Queste sono state poi comparate, grazie a modelli matematici di probabilità, a identiche stratificazioni in altre regioni del mondo, che contengono greggio o metano. L'esito è stato ben oltre le aspettative più ottimistiche: «A nostro avviso, a Nord del Circolo polare artico ci sono tra 40 e 160 miliardi di barili di petrolio, abbastanza cioè da soddisfare la domanda mondiale per più di tre anni. E 1,6 milioni di miliardi di metri cubi di gas naturale, che equivalgono a quasi 15 anni di consumo planetario». Ancora più invitante è il fatto che la maggior parte delle riserve si troverebbe sotto la cosiddetta piattaforma continentale, in una zona dove i fondali marini non sono mai a più di 500 metri, quindi relativamente facili da trivellare. Gautier e il suo team tuttavia non hanno volutamente preso in considerazione la praticabilità economica o l'impatto ambientale di eventuali perforazioni. Hanno però ricordato nello studio che, per quanto ingente, la quantità di greggio e gas potenzialmente individuata non è grande abbastanza da modificare gli attuali equilibri tra i grandi produttori mondiali, con la sola eccezione di rafforzare il ruolo dominante della Russia sul gas. Il dilemma sull'opportunità delle trivellazioni rimane quindi aperto, com'era già emerso durante la campagna elettorale americana dello scorso anno. «Drill, baby, drill» (Trivella, ragazza, trivella) era stato il grido di battaglia, dal richiamo ambiguamente sessuale, con cui Sarah Palin, governatrice dell'Alaska, lo Stato americano che si affaccia sull'area del tesoro nascosto, aveva inutilmente tentato di rilanciare le sorti del ticket repubblicano.

Con un compromesso bipartisan, il Congresso degli Stati Uniti ha già autorizzato una limitata attività di perforazione in alcune zone dell'Alaska, ma solo a partire da 250 chilometri al largo delle coste. Già troppo però per gli ambientalisti, mobilitati in difesa di quello che definiscono «il più fragile ecosistema del pianeta». Secondo Lisa Speer, direttrice dell'International Ocean Program al National Resources Defence Council, trivellare l'Artico potrebbe causare il rilascio di elementi tossici come arsenico, mercurio e piombo nell'Oceano: «Abbiamo bisogno di criteri uniformi e severi per ogni attività off-shore di petrolio: un solo Paese ha il potenziale di produrre conseguenze ben oltre i suoi confini». La minaccia a molte specie animali viene evocata da Steve Armstrup, dello stesso Us Geological Survey che ha prodotto lo studio, il quale ricorda che le aree dell'Alaska, identificate nella ricerca come potenzialmente più ricche di riserve di petrolio, hanno anche l'habitat ideale per orsi polari, foche e balene: «Occorrerà — spiega Armstrup — valutare con attenzione cosa significherebbe lo sviluppo di attività di ricerca e produzione di petrolio e gas per queste specie, alcune delle quali sono già oggi a rischio di estinzione».

mercoledì 27 maggio 2009

surriscaldamento globale E Cambiamento climatico


Gli oceani e gli abitanti dell'oceano saranno inevitabilmente esposti agli impatti del surriscaldamento globale e del cambiamento climatico. Secondo gli scienziati, il surriscaldamento globale determinerà un innalzamento della temperatura delle acque e del livello del mare e il cambiamento delle correnti.

Correnti oceaniche

L'acqua negli oceani è in continuo movimento per effetto delle maree, del moto ondoso e delle correnti che sospingono le gelide acque polari verso l'equatore e le calde acque subtropicali verso i poli [ circolazione termoalina ]. Il fenomeno della circolazione termoalina è attivato dalle differenze di temperatura e di salinità dei mari, e una della sue componenti è la corrente del Golfo, che regala all'Europa il suo clima relativamente mite. Queste grandi correnti, oltre a mitigare l'Europa e a giocare un ruolo fondamentale nel clima, incrementano la capacità dell'oceano di assorbire anidride carbonica.
Cosa potrebbe succedere
Gli studi più recenti denunciano purtroppo un rallentamento della circolazione termoalina tra la Scozia e la Groenlandia. Anche se queste correnti hanno funzionato in modo affidabile per molte migliaia di anni, un'analisi dei campioni di ghiaccio estratti sia al polo Nord che al polo Sud mostra come, in realtà, le cose non siano sempre andate in questo modo: tutto lascia pensare che in un passato ancora più remoto ci siano state alterazioni della circolazione termoalina, associate a repentini e radicali cambiamenti del clima.
La diminuzione del livello di salinità degli oceani, dovuta sia allo scioglimento dei ghiacciai che all'aumento delle precipitazioni, potrebbe interrompere, rallentare o comunque alterare le grandi correnti transoceaniche, con disastrose conseguenze sul clima e sull'agricoltura in Europa e con impatti su tutti i mari e sulle temperature in tutto il mondo.

Innalzamento del livello del mare
Nei prossimi cento anni si prevede un aumento del livello medio del mare compreso tra i 9 e gli 88 centimetri, a causa delle immissioni in atmosfera di gas serra. Questo innalzamento dipenderà sia dal progressivo scioglimento dei ghiacciai, sia dalla naturale espansione degli oceani, dovuta al fatto che l'acqua aumenta di volume quando aumenta di temperatura. Per quanto possa sembrare modesto, anche un innalzamento di pochi centimetri provocherebbe il caos: inondazioni nelle zone costiere, contaminazione delle falde acquifere potabili, aumento del grado di salinità degli estuari sono solo alcuni degli elementi di questo scenario allarmante. Molte delle città sulla costa avrebbero problemi. Risorse strategiche per le popolazioni costiere, come le spiagge, l'acqua potabile, la pesca, la barriera corallina e gli atolli sarebbero a rischio.

La banchisa polare antartica
Solo quattro anni fa c'era accordo nella comunità scientifica sul fatto che la banchisa polare nella regione occidentale dell'Antartide fosse stabile, ma un inatteso fenomeno di scioglimento ha costretto gli scienziati a mettere in discussione questo assunto. Nel 2002 il Larson B, una piattaforma di ghiaccio da 500 miliardi di tonnellate con un'estensione pari al doppio di quella di Londra, si è disintegrato in meno di un mese: pur non avendo avuto ricadute immediate sul livello del mare, questo episodio è emblematico degli effetti del surriscaldamento globale.
Nel 2005, il British Antarctic Survey ha rilevato che l'87 per cento dei ghiacciai della penisola antartica si sono ritirati negli ultimi cinquant'anni e negli ultimi cinque anni i ghiacciai hanno perso in media 50 metri all'anno. L'intera banchisa antartica contiene acqua a sufficienza per innalzare il livello dei mari di 62 metri. Anche se il terzo rapporto dell'IPCC considera assai improbabile questo scenario, nuove ricerche indicano uno sgretolamento massiccio della banchisa.

I ghiacciai in Groenlandia
Nel luglio del 2005, alcuni scienziati a bordo di una delle navi di Greenpeace, la Arctic Sunrise, hanno fatto un'incredibile scoperta: i ghiacciai della Groenlandia si stanno sciogliendo ad una velocità che non ha precedenti. Questo significa che il cambiamento climatico non è solo un concetto astratto, uno scenario futuribile da fantascienza, ma è una realtà concreta, che bussa alle nostre porte.
I rilevamenti fatti indicano inoltre che il ghiacciaio di Kangerdlugssuaq, sulla costa orientale della Groenlandia, è uno dei ghiacciai più veloci al mondo, perché si muove verso il mare ad una velocità di quasi 14 chilometri all'anno. Le misurazioni sono state effettuate usando un sistema GPS ad alta precisione. Il ghiacciaio, inoltre, si è ritirato di 5 chilometri dal 2001, dopo aver mantenuto condizioni stabili per almeno quarant'anni.
I ghiacci del Polo Nord contengono più del 6 per cento dell'acqua potabile del mondo. E si stanno sciogliendo ad un ritmo molto più elevato di quanto non si pensasse. Lo scioglimento dell'intera Groenlandia determinerebbe un innalzamento dei mari di 6 metri, ma anche un incremento di un solo metro significherebbe l'inondazione di New York, Amsterdam, Venezia e di tutto il Bangladesh.
Il ritirarsi allarmante del ghiacciaio Kangerdkugssuaq lascia dedurre che l'intera calotta polare artica si stia sciogliendo molto più velocemente del previsto. Tutti gli scenari sul surriscaldamento globale ipotizzati finora dagli scienziati postulano un ritmo di scioglimento più lento. I nuovi dati, invece, ci dicono che il cambiamento climatico è una minaccia più grande e più vicina di quanto prima non si pensasse.

Perdita degli habitat
Un innalzamento delle temperature medie dei mari avrebbe ricadute importanti sull'intera catena alimentare marina: il fitoplancton, ad esempio, del quale si nutrono alcuni piccoli crostacei come il krill, cresce sotto il ghiaccio polare. Una diminuzione dei ghiacci implica una diminuzione del krill, che è fondamentale per l'alimentazione di molte specie di cetacei e di grandi balene. Molte specie di animali rischiano la sopravvivenza per il semplice fatto che sono inadeguate a vivere temperature superiori: a causa delle alterazioni del loro habitat, alcune popolazioni di pinguini in Antartide sono diminuite del 33 per cento. Anche un aumento dell'incidenza di malattie negli animali marini è collegato all'aumento delle temperature degli oceani.
FONTE: http://oceans.greenpeace.org

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