Un nuovo studio australiano sulle microplastiche afferma che in media ingeriamo 5 grammi in sette giorni. Ma sono ancora incerti i danni per la salute.
OGNI settimana ci mangiamo una carta di credito. E' l'immagine, forte, con cui i ricercatori dell'Università di Newcastle in Australia hanno provato a riassumere la quantità di microplastiche che ingeriamo a livello globale nell'arco di sette giorni: in media 5 grammi di plastica, lo stesso peso di una carta di credito.
Ogni anno finiscono nei mari tra i 5 e i 13 milioni di tonnellate di plastica e migliaia di organismi marini sono a rischio.
Il problema dell'inquinamento da plastica negli ultimi anni è salito ai primi posti nelle battaglie ambientali da risolvere tanto che, dall'Unione Europea sino al Canada, decine di Paesi hanno scelto di bandire in futuro le plastiche monouso. Uno dei problemi maggiori relativi alla plastica è che questo materiale, di durata centenaria, nel tempo tra degrado, acqua e correnti si trasforma in "microplastiche", particelle più piccole di cinque millimetri. Ora diversi studi stanno certificando che queste microplastiche, capaci di viaggiare via acqua ma anche via aria, stanno penetrando non solo nei liquidi che beviamo ma chiaramente anche nei nostri alimenti e nel nostro organismo
Le microplastiche, che possono essere ingerite dagli organismi, anche quelli che vivono nelle profondità, come scampi e gamberi viola, che poi finiscono sulle tavole. Un gruppo di ricercatori e docenti del Dipartimento di Scienze della vita e Ambiente dell'Università di Cagliari, in collaborazione con quelli dell'Università Politecnica delle Marche, hanno documentato la presenza di microplastiche in queste due specie di crostacei, prelevati attorno alla Sardegna, mostrando un'elevata contaminazione: 413 particelle trovate nello scampo e 70 nel gambero. Prevalentemente si tratta di polietilene (PE, il principale costituente degli imballaggi e della plastica monouso), e di polipropilene (PP, usato per i tappi delle bottiglie o le capsule del caffè). I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Environmental Pollution. "Sono risultati allarmanti ma che non devono creare allarmismo .
Alessandro Cau, che ha firmato lo studio insieme a Claudia Dessì, Davide Moccia, Maria Cristina Follesa e Antonio Pusceddu - non sappiamo ancora, infatti, se la quantità ritrovata nello stomaco dei gamberi ma soprattutto negli scampi (sono crostacei scavatori, quindi tendono ad ingerire maggiormente le sostanze depositate nel fondo marino), possa causare danni all'organismo o all'uomo. Certo è che quelle microplastiche, che sembrano così distanti da noi, ci ritornano indietro in maniera subdola". Il prossimo passo della ricerca è capire quanta microplastica possa arrivare davvero sulle tavole. "Ci stiamo chiedendo se gli scampi, in particolare, siano in grado di triturare quelle microplastiche che abbiamo trovato nel loro stomaco e che non sono riuscite a passare nel tratto digerente perché troppo grandi. In questo caso le particelle verrebbero reimmesse nel mare e nella catena alimentare di altre specie, nel caso contrario - avverte il ricercatore - arriverebbero tutte sui nostri piatti".
NO AL NUCLEARE ESISTONO LE FONTI RINNOVABILI. AMBIENTE,NATURA,DIFESA DEL PIANETA. SALUTE
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mercoledì 13 novembre 2019
giovedì 3 gennaio 2013
Rischio disastro ecologico in Alaska: Si incaglia chiatta piena di carburante
NEW YORK - Si rischia un disastro ecologico in Alaska, dove una chiatta per trivellazioni petrolifere con quasi 600mila litri di carburante a bordo ha rotto gli ormeggi a causa del forte maltempo e si è incagliata al largo dell'isola Sitkalidak, che si trova proprio davanti al Parco Nazionale Kodiak. Nuovi dubbi sull'opportunità delle ricerche petrolifere nell'Artico dopo che una piattaforma della Shell è andata alla deriva e si è arenata in un'isola dell'Alaska presso un parco nazionale. La piattaforma di perforazione Kulluk della Shell nel pomeriggio di lunedì 1° gennaio con il mare in burrasca (vento con raffiche a 110 km/h e onde di 11 metri) ha rotto i cavi che la tenevano collegata a due rimorchiatori e si è arenata davanti alla costa sud-orientale dell'isola disabitata di Sitkalidak, che si trova di fronte al parco dell'isola Kodiak nel golfo dell'Alaska.
PERDITE - Gli elicotteri che hanno sorvolato la piattaforma - al momento le condizioni del mare con vento a 60 km/h e onde di 10 metri non hanno consentito di salire a bordo - non hanno riscontrato perdite dai serbatoi che contengono 541 mila litri di diesel e 45 mila litri di oli e fluidi idraulici che mettano a rischio le foche e i leoni di mare che vivono nella baie di Sitkalidak. La Shell ha fatto sapere che la piattaforma è stata rinforzata con paratie in acciaio spesse 76 mm ed è tornata in attività la scorsa estate nel mare di Beaufort dopo lavori di ammodernamento per quasi 300 milioni di dollari.
POLEMICHE - La piattaforma di 28 mila tonnellate era in fase di traino diretta a Seattle per ulteriori lavori di manutenzione, ma la tempesta ha rotto i cavi. I 18 membri dell'equipaggio sono stati evacuati con gli elicotteri e nessuno è rimasto ferito. L'incidente ha riattivato negli Stati Uniti le polemiche sulle concessioni per la ricerca e lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio nell'Artico (anche se questo incidente non è avvenuto geograficamente nell'Artico) ed è un duro colpo al programma di 4,5 miliardi di dollari di ricerca offshore Shell. «Le compagnie petrolifere non possono fare ricerche in modo totalmente sicuro nelle condizioni esistenti a quelle latitudini. In caso di incidente le conseguenza per l'ambiente sarebbero disastrose», ha commentato Ed Markey, capogruppo dei democratici alla Camera nella commissione Risorse naturali. Lois Epstein, direttore del programma Artico della Wilderness Society, ha aggiunto che «le compagnie non sono in grado di far fronte alle condizioni ambientali dell'Artico». Rick Steiner, ex professore di biologia marina dell'Università dell'Alaska e attivista ambientale, ha aggiunto che i rischi del transito attraverso il golfo dell'Alaska per raggiungere i giacimenti nell'Artico sono stati sottostimati.
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mercoledì 25 gennaio 2012
inquinamento marino:Giglio, allarme detersivi "Livelli come a Marghera"
Le analisi dell'Arpat rilevano una concentrazione di tensioattivi in mare di 2-3 mg/litro nell'area intorno alla nave naufragata, più del limite consentito. Di solito nell'arcipelago il livello è zero
I detersivi e i saponi a bordo della nave Concordia si stanno sciogliendo nel mare cristallino dell'Isola del Giglio. All'ottavo giorno di controlli, e al tredicesimo che segue l'incredibile naufragio, il timore contaminazione diventa una certificazione scientifica: nelle acque attorno alla nave - quattro punti di controllo, a prua, a poppa e lungo le due fiancate - ci sono detersivi in quantità considerevole.
I test realizzati dal battello Poseidon, proprietà dell'Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana, illustrano una concentrazione di tensioattivi di 2-3 milligrammi per litro. A bordo della Concordia, secondo una prima informazione girata all'Arpat dagli armatori della Costa, c'erano detersivi "per alcune centinaia di chili". Tutto quello che nella notte del naufragio non era in bottiglie sigillate, ora si sta sciogliendo nel mare. E si teme che la pressione sul fondo della nave, appoggiata su un roccione di granito a 37 metri di profondità, possa far esplodere anche i prodotti chiusi.
Per avere un termine di paragone dell'inquinamento in corso, bisogna ricordare che il mare dell'Isola del Giglio ha una concentrazione standard di tensioattivi (detersivi) pari a zero. I livelli sono monitorati con costanza dall'Arpat. E ancora, il limite di 2 milligrammi di tensioattivi per litro - che ieri nelle acque davanti al Promontorio del Lazzaretto era stato superato - è quello definito per legge per gli scarichi industriali. In questo momento, grazie all'assurdo naufragio della Costa Concordia, l'immacolato Giglio ha un inquinamento superiore a quello delle aree industriali affacciate sul mare (Marghera a Venezia, Vado a Savona, Piombino in provincia di Livorno, per offrire degli esempi).
I primi otto giorni di controlli al Giglio non hanno accertato presenza di idrocarburi: olio e gasolio. Sono stati accertati solventi in quantità minime (a bordo della nave, è appurato, c'erano solventi e pitture). "I detersivi", spiega Alessandro Franchi, dirigente dell'Arpat, "sono aggressivi in tempi rapidi, quando sono concentrati, ma hanno il vantaggio di disperdersi nel mare altrettanto velocemente".
I biologi marini del battello oceanografico Poseidon nell'arco di un mese porteranno a compimento altri due tipi di test. Il primo, realizzato insieme all'istituto pubblico Ispra, si concentrerà sui sedimenti marini e su flora e fauna ittica. Il secondo, servendosi delle stazioni fisse di controllo posizionate all'Argentario, all'Isola d'Elba e al Parco dell'Uccellina, controllerà eventuali contaminazioni del mare nelle aree limitrofe all'Isola del Giglio.
fonte:http://www.repubblica.it/ambiente/2012/01/25/news/costa_concordia_detersivi_inquinamento_giglio-28727522/?rss
I detersivi e i saponi a bordo della nave Concordia si stanno sciogliendo nel mare cristallino dell'Isola del Giglio. All'ottavo giorno di controlli, e al tredicesimo che segue l'incredibile naufragio, il timore contaminazione diventa una certificazione scientifica: nelle acque attorno alla nave - quattro punti di controllo, a prua, a poppa e lungo le due fiancate - ci sono detersivi in quantità considerevole.
I test realizzati dal battello Poseidon, proprietà dell'Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana, illustrano una concentrazione di tensioattivi di 2-3 milligrammi per litro. A bordo della Concordia, secondo una prima informazione girata all'Arpat dagli armatori della Costa, c'erano detersivi "per alcune centinaia di chili". Tutto quello che nella notte del naufragio non era in bottiglie sigillate, ora si sta sciogliendo nel mare. E si teme che la pressione sul fondo della nave, appoggiata su un roccione di granito a 37 metri di profondità, possa far esplodere anche i prodotti chiusi.
Per avere un termine di paragone dell'inquinamento in corso, bisogna ricordare che il mare dell'Isola del Giglio ha una concentrazione standard di tensioattivi (detersivi) pari a zero. I livelli sono monitorati con costanza dall'Arpat. E ancora, il limite di 2 milligrammi di tensioattivi per litro - che ieri nelle acque davanti al Promontorio del Lazzaretto era stato superato - è quello definito per legge per gli scarichi industriali. In questo momento, grazie all'assurdo naufragio della Costa Concordia, l'immacolato Giglio ha un inquinamento superiore a quello delle aree industriali affacciate sul mare (Marghera a Venezia, Vado a Savona, Piombino in provincia di Livorno, per offrire degli esempi).
I primi otto giorni di controlli al Giglio non hanno accertato presenza di idrocarburi: olio e gasolio. Sono stati accertati solventi in quantità minime (a bordo della nave, è appurato, c'erano solventi e pitture). "I detersivi", spiega Alessandro Franchi, dirigente dell'Arpat, "sono aggressivi in tempi rapidi, quando sono concentrati, ma hanno il vantaggio di disperdersi nel mare altrettanto velocemente".
I biologi marini del battello oceanografico Poseidon nell'arco di un mese porteranno a compimento altri due tipi di test. Il primo, realizzato insieme all'istituto pubblico Ispra, si concentrerà sui sedimenti marini e su flora e fauna ittica. Il secondo, servendosi delle stazioni fisse di controllo posizionate all'Argentario, all'Isola d'Elba e al Parco dell'Uccellina, controllerà eventuali contaminazioni del mare nelle aree limitrofe all'Isola del Giglio.
fonte:http://www.repubblica.it/ambiente/2012/01/25/news/costa_concordia_detersivi_inquinamento_giglio-28727522/?rss
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giovedì 13 ottobre 2011
inquinamento marino: Nuova Zelanda, crepe nello scafo la Rena potrebbe affondare
La nave incagliata da oltre una settimana nella barriera corallina rischia di spezzarsi. Quasi 2000 tonnellate di petrolio finirebbero in mare. Si teme il disastro ambientale. Intanto il comandante è stato incriminato
Il rischio di una nuova catastrofe naturale è concreto. Al largo della Nuova Zelanda sono sempre più critiche le condizioni della Rena, la nave porta-container battente bandiera liberiana incagliata da oltre una settimana nella barriera corallina, a circa 22 km dalla costa. Nello scafo si stanno aprendo delle crepe che potrebbero allargarsi fino a spaccarlo in due tronconi. Se così accadesse, in mare finirebbero 1700 tonnellate di petrolio che si trovano a bordo. Al momento sono 350 le tonnellate di carburante già fuoriuscite 1 che hanno raggiunto le spiagge della vicina Tauranga.
E' stata un'ispezione di funzionari di Maritime New Zealand, l'autorità di sicurezza marittima, a rivelare che una delle fessure aperte nello scafo si sta allargando. Negli ultimi due giorni la nave è stata flagellata da onde alte fino a 5 metri e da un forte vento che hanno fatto cadere in mare molti dei container a bordo. La metà della prua della nave lunga 236 metri è fermamente incastrata nei banchi corallini, la poppa è sommersa a più di 90 metri di profondità e lo scafo è inclinato di 18 gradi. Tre rimorchiatori tentano di evitare l'affondamento.
Intanto il comandante del cargo che trasporta 2100 container è stato arrestato ed è comparso davanti a un tribunale di Tauranga. Si tratta di un cittadino filippino di 44 anni che è stato incriminato secondo la legge marittima per aver "manovrato la nave provocando rischi e danni inutili". L'uomo è stato rinviato a giudizio e liberato su cauzione, ma rischia fino a 12 mesi di carcere e una multa pari a 5700 euro.
Centinaia di militari e di volontari sono impegnati nelle operazioni di pulizia sulle spiagge, raggiunte dalle dense bolle nere ma è certo che molto più petrolio raggiugerà le spiagge della zona. Oltre 200 uccelli sono stati trovati morti.
"Abbiamo identificato fratture da stress nello scafo quindi non possiamo escludere il rischio che la nave si spacchi e affondi, riversando in mare più di 1300 tonnellate di petrolio", ha dichiarato il premier neozelandese John Key durante una visita nella zona. Qualche giorno fa il ministro dell'Ambiente Nick Smith aveva definito l'emergenza come "la peggior catastrofe marittima della storia del Paese".
fonte: http://www.repubblica.it/ambiente/2011/10/13/news/nuova_zelanda-23142329/?rss
Il rischio di una nuova catastrofe naturale è concreto. Al largo della Nuova Zelanda sono sempre più critiche le condizioni della Rena, la nave porta-container battente bandiera liberiana incagliata da oltre una settimana nella barriera corallina, a circa 22 km dalla costa. Nello scafo si stanno aprendo delle crepe che potrebbero allargarsi fino a spaccarlo in due tronconi. Se così accadesse, in mare finirebbero 1700 tonnellate di petrolio che si trovano a bordo. Al momento sono 350 le tonnellate di carburante già fuoriuscite 1 che hanno raggiunto le spiagge della vicina Tauranga.
E' stata un'ispezione di funzionari di Maritime New Zealand, l'autorità di sicurezza marittima, a rivelare che una delle fessure aperte nello scafo si sta allargando. Negli ultimi due giorni la nave è stata flagellata da onde alte fino a 5 metri e da un forte vento che hanno fatto cadere in mare molti dei container a bordo. La metà della prua della nave lunga 236 metri è fermamente incastrata nei banchi corallini, la poppa è sommersa a più di 90 metri di profondità e lo scafo è inclinato di 18 gradi. Tre rimorchiatori tentano di evitare l'affondamento.
Intanto il comandante del cargo che trasporta 2100 container è stato arrestato ed è comparso davanti a un tribunale di Tauranga. Si tratta di un cittadino filippino di 44 anni che è stato incriminato secondo la legge marittima per aver "manovrato la nave provocando rischi e danni inutili". L'uomo è stato rinviato a giudizio e liberato su cauzione, ma rischia fino a 12 mesi di carcere e una multa pari a 5700 euro.
Centinaia di militari e di volontari sono impegnati nelle operazioni di pulizia sulle spiagge, raggiunte dalle dense bolle nere ma è certo che molto più petrolio raggiugerà le spiagge della zona. Oltre 200 uccelli sono stati trovati morti.
"Abbiamo identificato fratture da stress nello scafo quindi non possiamo escludere il rischio che la nave si spacchi e affondi, riversando in mare più di 1300 tonnellate di petrolio", ha dichiarato il premier neozelandese John Key durante una visita nella zona. Qualche giorno fa il ministro dell'Ambiente Nick Smith aveva definito l'emergenza come "la peggior catastrofe marittima della storia del Paese".
fonte: http://www.repubblica.it/ambiente/2011/10/13/news/nuova_zelanda-23142329/?rss
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mercoledì 12 ottobre 2011
SANTUARIO CETACEI : ANCHE IN TOSCANA, SANTUARIO CETACEI E' INQUINATO
Prosegue la protesta di Greenpeace in difesa del Santuario dei Cetacei. Dopo l'azione di questa mattina a Genova, sede simbolo del Santuario, attivisti di Greenpeace vestiti da balena si sono recati al palazzo della regione Toscana, a Firenze, per chiedere al presidente Rossi un intervento immediato: 'Santuario inquinato: ora basta'.
Con il rapporto 'Veleni a galla: Fonti inquinanti nel Santuario dei Cetacei', Greenpeace lancia oggi nuovi dati sulla contaminazione da sostanze chimiche pericolose delle coste liguri e toscane.
Oltre il 50 per cento dei campioni esaminati e' risultato positivo ai test di laboratorio. Tra le sostanze rinvenute, pericolose per la salute dell'uomo e dell'ambiente: metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e composti organici volatili. In Toscana, spiega Greenpeace, ''i dati non sono rassicuranti, con quattro fonti inquinanti (sulle sei campionate) oltre i limiti di riferimento. Alti i livelli di inquinamento nell'area portuale di Piombino dove piu' della meta' degli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), sono stati trovati a un livello 20 volte superiore alla soglia di riferimento. Sempre a Piombino il benzo(a)pirene,cancerogeno per l'uomo, e' stato trovato in quantita' 90 volte superiori al limite. A Livorno, trovato benzo(a)pirene a una concentrazione tre volte superiore la soglia. Il campione prelevato e' stato estratto alla foce dello scolmatore, a poca distanza da una localita' balneare.
Rivelata la presenza di IPA, di cui tre composti in quantita' doppia rispetto la soglia di riferimento, e di alcuni metalli pesanti, come arsenico e zinco nei pressi dell'acciaieria di Piombino''.
''Sono dieci anni - afferma Vittoria Polidori, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace - che questo tratto di mare attende di essere protetto, ma niente accade. E' per questo che, in occasione del decimo anniversario, ci rivolgiamo ai Presidenti di Regione Toscana, Liguria e Sardegna per un'immediata presa di posizione pubblica a tutela del Santuario e dei loro stessi territori.
Al presidente Rossi della Toscana chiediamo un impegno a definire entro giugno 2012 piani di monitoraggio e misure efficaci per mitigare e, laddove possibile, eliminare le cause principali di degrado del Santuario, come l'inquinamento chimico''.
Con il rapporto 'Veleni a galla: Fonti inquinanti nel Santuario dei Cetacei', Greenpeace lancia oggi nuovi dati sulla contaminazione da sostanze chimiche pericolose delle coste liguri e toscane.
Oltre il 50 per cento dei campioni esaminati e' risultato positivo ai test di laboratorio. Tra le sostanze rinvenute, pericolose per la salute dell'uomo e dell'ambiente: metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e composti organici volatili. In Toscana, spiega Greenpeace, ''i dati non sono rassicuranti, con quattro fonti inquinanti (sulle sei campionate) oltre i limiti di riferimento. Alti i livelli di inquinamento nell'area portuale di Piombino dove piu' della meta' degli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), sono stati trovati a un livello 20 volte superiore alla soglia di riferimento. Sempre a Piombino il benzo(a)pirene,cancerogeno per l'uomo, e' stato trovato in quantita' 90 volte superiori al limite. A Livorno, trovato benzo(a)pirene a una concentrazione tre volte superiore la soglia. Il campione prelevato e' stato estratto alla foce dello scolmatore, a poca distanza da una localita' balneare.
Rivelata la presenza di IPA, di cui tre composti in quantita' doppia rispetto la soglia di riferimento, e di alcuni metalli pesanti, come arsenico e zinco nei pressi dell'acciaieria di Piombino''.
''Sono dieci anni - afferma Vittoria Polidori, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace - che questo tratto di mare attende di essere protetto, ma niente accade. E' per questo che, in occasione del decimo anniversario, ci rivolgiamo ai Presidenti di Regione Toscana, Liguria e Sardegna per un'immediata presa di posizione pubblica a tutela del Santuario e dei loro stessi territori.
Al presidente Rossi della Toscana chiediamo un impegno a definire entro giugno 2012 piani di monitoraggio e misure efficaci per mitigare e, laddove possibile, eliminare le cause principali di degrado del Santuario, come l'inquinamento chimico''.
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INQUINAMENTO DEI MARI :In Nuova Zelanda si teme affondamento del cargo incagliato
Secondo le autorità neozelandesi, i quattro serbatoi della nave (1700 tonnellate di gasolio) al momento sono ancora intatti e sigillati, e ciò che è arrivato a riva veniva probabilmente da un condotto o da un serbatoio secondario.
Come spiega il Wwf Italia, “a Nord della zona dell’attuale sversamento entriamo nel delicatissimo ambiente del Triangolo dei coralli, luogo privilegiato dalle azioni di conservazione del WWF Internazionale che abbraccia arcipelaghi unici come quelli dell Papua Nuova Guinea e delle isole Salomone”
“Se un inquinamento di questo tipo arrivasse nel cuore delle barriere coralline, che ospitano una diversità incredibile di ambienti e di organismi, sarebbe un vero disastro per la biodiversità del Pianeta”.
Fino a 300 tonnellate di carburante sono già arrivate a riva sulla spiaggia di Tauranga, nella baia di Plenty, dove sono situate riserve marine e paludi che brulicano di vita selvaggia: balene, delfini, pinguini, foche e uccelli rari.
La Rena, il portacontainer di un armatore greco battente bandiera liberiana che si è incagliato la scorsa settimana su una barriera corallina nella Bay of Plenty in Nuova Zelanda, rischia di affondare provocando una catastrofe ambientale irrimediabile. L
a nave si è inclinata ulteriormente: mentre prima erano 12 gradi, ora sono 18. Sullo scafo sono inoltre visibili grosse crepe che possono portare alla frattura in due della nave, dai cui serbatoi sono già fuoriuscite almeno 300 tonnellate di petrolio che hanno contaminato le spiagge. I 1.368 container trasportati si sono spostati e una settantina sono caduti in mare.
ACCUSE - Il capitano filippino della Rena, di 47.230 tonnellate di stazza, è stato arrestato ed è comparso davanti a un tribunale di Tauranga. Il 44enne è stato incriminato per «aver gestito la nave in modo da provocare pericolo o rischio non necessario» e rischia una multa di 10 mila dollari neozelandesi (circa 5.700 euro) o un anno di carcere. L'uomo è stato rinviato a giudizio e liberato su cauzione. «Abbiamo identificato fratture da stress nello scafo quindi non possiamo escludere il rischio che la nave si spacchi e affondi, riversando in mare altre 1.300 tonnellate di petrolio», ha detto il premier John Key durante una visita nella zona. Onde di 5 metri e forte vento hanno investito la Rena per due giorni. Centinaia di militari e di volontari sono impegnati nelle operazioni di pulizia sulle spiagge. Il portavoce di Maritime New Zealand, Steve Jones, ha avvertito che ulteriore petrolio raggiugerà le spiagge della zona. «Undici contenitori che contengono sostanze pericolose sono sempre sulla nave e non compaiono tra i circa 70 che sono caduti», ha aggiunto.
Fonte: http://www.corriere.it/ambiente/11_ottobre_12/nave-inclinata-nuovazelanda_bc4c23de-f4aa-11e0-a9a5-9e683f522ea7.shtml
Come spiega il Wwf Italia, “a Nord della zona dell’attuale sversamento entriamo nel delicatissimo ambiente del Triangolo dei coralli, luogo privilegiato dalle azioni di conservazione del WWF Internazionale che abbraccia arcipelaghi unici come quelli dell Papua Nuova Guinea e delle isole Salomone”
“Se un inquinamento di questo tipo arrivasse nel cuore delle barriere coralline, che ospitano una diversità incredibile di ambienti e di organismi, sarebbe un vero disastro per la biodiversità del Pianeta”.
Fino a 300 tonnellate di carburante sono già arrivate a riva sulla spiaggia di Tauranga, nella baia di Plenty, dove sono situate riserve marine e paludi che brulicano di vita selvaggia: balene, delfini, pinguini, foche e uccelli rari.
La Rena, il portacontainer di un armatore greco battente bandiera liberiana che si è incagliato la scorsa settimana su una barriera corallina nella Bay of Plenty in Nuova Zelanda, rischia di affondare provocando una catastrofe ambientale irrimediabile. L
ACCUSE - Il capitano filippino della Rena, di 47.230 tonnellate di stazza, è stato arrestato ed è comparso davanti a un tribunale di Tauranga. Il 44enne è stato incriminato per «aver gestito la nave in modo da provocare pericolo o rischio non necessario» e rischia una multa di 10 mila dollari neozelandesi (circa 5.700 euro) o un anno di carcere. L'uomo è stato rinviato a giudizio e liberato su cauzione. «Abbiamo identificato fratture da stress nello scafo quindi non possiamo escludere il rischio che la nave si spacchi e affondi, riversando in mare altre 1.300 tonnellate di petrolio», ha detto il premier John Key durante una visita nella zona. Onde di 5 metri e forte vento hanno investito la Rena per due giorni. Centinaia di militari e di volontari sono impegnati nelle operazioni di pulizia sulle spiagge. Il portavoce di Maritime New Zealand, Steve Jones, ha avvertito che ulteriore petrolio raggiugerà le spiagge della zona. «Undici contenitori che contengono sostanze pericolose sono sempre sulla nave e non compaiono tra i circa 70 che sono caduti», ha aggiunto.
Fonte: http://www.corriere.it/ambiente/11_ottobre_12/nave-inclinata-nuovazelanda_bc4c23de-f4aa-11e0-a9a5-9e683f522ea7.shtml
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lunedì 10 ottobre 2011
inquinamento mari : La marea nera del Rena tocca la Nuova Zelanda
Tracce di petrolio su una spiaggia della baia di Plenty: è il carburante fuoriuscito da un cargo che si è incagliato su una barriera corallina. A bordo ce ne sono 1700 tonnellate. Al lavoro le squadre di soccorso
Tracce di petrolio sulla spiaggia di Mount Maunganui, una località turistica della baia di Plenty, una delle più belle della Nuova Zelanda: è la prova che il carburante fuoriuscito dalla portacontainer Rena, incagliata da giorni al largo, ha raggiunto la costa. La nave, di una compagnia di navigazione italiana, si era arenata il 5 ottobre in una barriera corallina al largo del principale porto di esportazione della Nuova Zelanda e aveva cominciato a perdere petrolio, ma la fuga in un primo momento era stata bloccata.
La Rena, di 236 metri, registrata in Liberia, della Mediterranean Shipping Company di proprietà della famiglia dell'armatore di Sorrento Gianluigi Aponte, è carica per tre quarti con 2.100 container e 1.700 tonnellate di carburante pesante ed era a 22 chilometri dal porto di Tauranga, nell'isola del nord, dove era diretta per caricare altro cargo. Nessun ferito fra i 25 membri di equipaggio ma si è aperta una falla nello scafo, la nave si è inclinata di 12 gradi, due delle stive si sono allagate.
Le squadre di soccorso stanno lavorando 24 ore su 24 per mettere in sicurezza l'imbarcazione e svuotare le cisterne, soprattutto in vista di una tempesta annunciata per questa sera. Le autorità temono che possa cedere lo scafo della portacontainer, facendo così riversare in mare le 1700 tonnellate di carburante presenti a bordo. "Stiamo seguendo con attenzione le previsioni del tempo e la struttura dello scafo - ha dichiarato a Radio New Zealand Bruce Anderson, uno dei responsabili del Maritime New Zealand, l'Autorità per la sicurezza delle persone e dell'ambiente in mare - c'è il rischio di grandi danni e non ci facciamo illusioni a riguardo. Per questo stiamo lavorando 24 ore su 24 per portare via il carburante".
Le previsioni meteo indicano per stasera l'arrivo di una tempesta nella baia di Plenty, con piogge intense e venti che possono raggiungere i 90 chilometri orari. Le operazioni di intervento sono rese difficili dalla posizione della nave. Intanto le autorità sanitarie hanno emesso avvertenze sulla spiaggia di Mount Maunganui, invitando a non mangiare frutti di mare.
fonte :http://www.repubblica.it/ambiente/2011/10/10/news/nuova_zelanda-22967242/?rss
Tracce di petrolio sulla spiaggia di Mount Maunganui, una località turistica della baia di Plenty, una delle più belle della Nuova Zelanda: è la prova che il carburante fuoriuscito dalla portacontainer Rena, incagliata da giorni al largo, ha raggiunto la costa. La nave, di una compagnia di navigazione italiana, si era arenata il 5 ottobre in una barriera corallina al largo del principale porto di esportazione della Nuova Zelanda e aveva cominciato a perdere petrolio, ma la fuga in un primo momento era stata bloccata.
La Rena, di 236 metri, registrata in Liberia, della Mediterranean Shipping Company di proprietà della famiglia dell'armatore di Sorrento Gianluigi Aponte, è carica per tre quarti con 2.100 container e 1.700 tonnellate di carburante pesante ed era a 22 chilometri dal porto di Tauranga, nell'isola del nord, dove era diretta per caricare altro cargo. Nessun ferito fra i 25 membri di equipaggio ma si è aperta una falla nello scafo, la nave si è inclinata di 12 gradi, due delle stive si sono allagate.
Le squadre di soccorso stanno lavorando 24 ore su 24 per mettere in sicurezza l'imbarcazione e svuotare le cisterne, soprattutto in vista di una tempesta annunciata per questa sera. Le autorità temono che possa cedere lo scafo della portacontainer, facendo così riversare in mare le 1700 tonnellate di carburante presenti a bordo. "Stiamo seguendo con attenzione le previsioni del tempo e la struttura dello scafo - ha dichiarato a Radio New Zealand Bruce Anderson, uno dei responsabili del Maritime New Zealand, l'Autorità per la sicurezza delle persone e dell'ambiente in mare - c'è il rischio di grandi danni e non ci facciamo illusioni a riguardo. Per questo stiamo lavorando 24 ore su 24 per portare via il carburante".
Le previsioni meteo indicano per stasera l'arrivo di una tempesta nella baia di Plenty, con piogge intense e venti che possono raggiungere i 90 chilometri orari. Le operazioni di intervento sono rese difficili dalla posizione della nave. Intanto le autorità sanitarie hanno emesso avvertenze sulla spiaggia di Mount Maunganui, invitando a non mangiare frutti di mare.
fonte :http://www.repubblica.it/ambiente/2011/10/10/news/nuova_zelanda-22967242/?rss
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giovedì 18 agosto 2011
inquinamento marino : Coste italiane senza pace. Il bilancio di Goletta Verde
ECOSISTEMA MARINO. Presentati i dati del veliero di Legambiente. Tra le regioni più inquinate Calabria, Campania e Sicilia. Promosse Sardegna, Puglia e Toscana. L’assenza o il malfunzionamento dei depuratori nel mirino degli ecologisti.
Cemento, rifiuti, depuratori inadeguati e trivellazioni dei fondali marini sono i fattori che contribuiscono a rendere i nostri mari sempre più inquinati. Quest’anno in vetta alla classifica delle bandiere nere c’è la Calabria, seguita dalla Campania e dalla Sicilia. A testimoniarlo i risultati raccolti da Goletta Verde, storica campagna estiva di Legambiente che, navigando due mesi in quaranta zone costiere, ha monitorato la contaminazione microbiologica e le libertà che minacciano la bellezza e la salute dell’ecosistema marino. Le spiagge segnalate come critiche, a causa degli scarichi fognari, sono quelle dove i cittadini non rispettano il proprio territorio, versandovi rifiuti e reflui non depurati. Questa cattiva abitudine, di trattare il mare come discarica, contribuisce all’inquinamento microbiologico già aggravato da un inesistente, o spesso inadeguato, sistema di depurazione.
A peggiorare la situazione anche l’abusivismo edilizio. In Sicilia si sono registrate 682 infrazioni, seguite dalle 665 accertate in Calabria e dai 508 reati ambientali commessi in Campania. Un podio tutto meridionale che non sorprende perché si tratta di località dove sono stati realizzati gli ecomostri simboli del nostro Bel Paese. Basti pensare alle ville, mai finite, costruite dalla mafia con la complicità della pubblica amministrazione in Pizzo Sella, la “collina del disonore” di Palermo; alle trentacinque ville abusive di Capo Colonna in Crotone che, nonostante una sentenza di confisca, compromettono l’area archeologica; all’albergo di Alimuri a Vico Equense sulla penisola sorrentina; alle “villette degli assessori” sulla spiaggia di Lido Rossello a Realmonte in Agrigento e ancora il viallaggio abusivo di Torre Mileto nel comune di Lesina, in provincia di Foggia.
«Scarichi fognari illegali, cementificazione selvaggia delle coste e progetti energetici basati sulle fonti fossili sono i principali nemici del mare italiano - spiega Stefano Ciafani, responsabile scientifico nazionale di Legambiente -. Serve un green new deal per la tutela delle coste e per il rilancio dell’economia turistica del Belpaese, fondato sulla realizzazione di opere pubbliche davvero utili alla collettività. Si devono aprire nuovi cantieri per creare depuratori per quel trenta per cento di cittadini che ne è ancora sprovvisto, per migliorare un sistema fognario inadeguato a fronteggiare i picchi turistici estivi, per abbattere, a colpi di tritolo, gli ecomostri di cemento che deturpano le coste». Legambiente denuncia anche il mancato rispetto della direttiva europea 1991/271/CE sul trattamento delle acque reflue. I Comuni che non si sono adeguati alla normativa comunitaria sulla depurazione degli scarichi fognari si trovano tutti in queste tre regioni: novanta in Sicilia e ventidue in Calabria e Campania.
Nemiche delle nostre coste anche le trivellazioni petrolifere dei fondali marini. Da maggio 2011, nonostante il disastro causato dalla Bp nel Golfo del Messico, sono stati rilasciati ben venticinque permessi di ricerca per estrarre idrocarburi: dodici nel canale di Sicilia, sette nell’Adriatico settentrionale, tre nel mare tra Marche e Abruzzo, due in Puglia e uno in Sardegna. Se a questi si sommano anche le richieste per attività di ricerca petrolifera, il risultato finale è che circa 30.000 chilometri di costa (una superficie superiore a quella occupata dalla regione siciliana) potrebbero essere coinvolti in questo tipo di operazioni, rischiose sia per il turismo che per la pesca in caso di incidente, e non in linea con le nuove strategie di produzione energetica che dovrebbero sostituire quanto prima le fonti fossili con quelle rinnovabili.
«Per non aggravare una situazione già complicata - continua Stefano Ciafani - si abbandonino anche progetti insensati come la svendita ai privati delle spiagge con pericolosi diritti di superficie, la corsa alle trivellazioni off shore di petrolio o le ricorrenti proposte di condono edilizio, che costituiscono solo una seria ipoteca per la tutela dell’ecosistema marino e costiero, alla base del turismo di qualità, sempre più importante per il Prodotto interno lordo del nostro Paese». Esistono, però, anche esperienze positive come quelle registrate nelle regioni Sardegna, Puglia e Toscana, premiate per il loro impegno nella tutela delle coste e dei mari. Sono state inserite nella Guida Blu 2011 di Legambiente e Touring Club Italiano che segnala le località più pulite e belle d’Italia dove poter trascorrere vacanze nel pieno rispetto delle natura, immersi in acque cristalline.
Le tre regioni che hanno conquistato l’Oscar per il mare più limpido eccellono anche in ambito enogastronomico, paesaggistico, artistico e sopratutto ambientale. Tra le città sarde Goletta Verde segnala: Villasimius (Ca), Posada (Nu), Bosa (Nu) e Baunei (Og). In Puglia Ostuni e Otranto rientrano tra i lidi più sostenibili. In Toscana vincono Capalbio (Gr), Castiglione della Pescaia (Gr)e l’Isola di Capraia (Li). Un esempio da seguire è di sicuro l’impegno “verde” del comune di Capalbio, cui sono state assegnate cinque vele (massimo punteggio attribuito dalla Guida Blu) per aver realizzato un percorso didattico sulla duna costiera per educare e sensibilizzare cittadini e turisti sull’importanza di questo habitat, seriamente minacciato dall’azione antropica; per aver creato un pista ciclabile sul litorale; per aver investito sulle fonti rinnovabili e il risparmio energetico; per la valorizzazione dei prodotti tipici locali attraverso mercati e manifestazioni a chilometro zero e, infine, per il potenziamento della capacità di depurazione. A parte questi casi, però, la situazione descritta da Goletta Verde non è positiva. Tirando le somme su tutto il territorio nazionale: 146 zone costiere sono critiche (di queste circa l’ottanta per cento è fortemente inquinata) e 112 litorali presentano gravi problemi di depurazione. Cifre che lasciano pochi dubbi sulla necessità di difendere di più il nostro patrimonio marittimo.
fonte: http://www.terranews.it/news/2011/08/coste-italiane-senza-pace-il-bilancio-di-goletta-verde
Cemento, rifiuti, depuratori inadeguati e trivellazioni dei fondali marini sono i fattori che contribuiscono a rendere i nostri mari sempre più inquinati. Quest’anno in vetta alla classifica delle bandiere nere c’è la Calabria, seguita dalla Campania e dalla Sicilia. A testimoniarlo i risultati raccolti da Goletta Verde, storica campagna estiva di Legambiente che, navigando due mesi in quaranta zone costiere, ha monitorato la contaminazione microbiologica e le libertà che minacciano la bellezza e la salute dell’ecosistema marino. Le spiagge segnalate come critiche, a causa degli scarichi fognari, sono quelle dove i cittadini non rispettano il proprio territorio, versandovi rifiuti e reflui non depurati. Questa cattiva abitudine, di trattare il mare come discarica, contribuisce all’inquinamento microbiologico già aggravato da un inesistente, o spesso inadeguato, sistema di depurazione.
A peggiorare la situazione anche l’abusivismo edilizio. In Sicilia si sono registrate 682 infrazioni, seguite dalle 665 accertate in Calabria e dai 508 reati ambientali commessi in Campania. Un podio tutto meridionale che non sorprende perché si tratta di località dove sono stati realizzati gli ecomostri simboli del nostro Bel Paese. Basti pensare alle ville, mai finite, costruite dalla mafia con la complicità della pubblica amministrazione in Pizzo Sella, la “collina del disonore” di Palermo; alle trentacinque ville abusive di Capo Colonna in Crotone che, nonostante una sentenza di confisca, compromettono l’area archeologica; all’albergo di Alimuri a Vico Equense sulla penisola sorrentina; alle “villette degli assessori” sulla spiaggia di Lido Rossello a Realmonte in Agrigento e ancora il viallaggio abusivo di Torre Mileto nel comune di Lesina, in provincia di Foggia.
«Scarichi fognari illegali, cementificazione selvaggia delle coste e progetti energetici basati sulle fonti fossili sono i principali nemici del mare italiano - spiega Stefano Ciafani, responsabile scientifico nazionale di Legambiente -. Serve un green new deal per la tutela delle coste e per il rilancio dell’economia turistica del Belpaese, fondato sulla realizzazione di opere pubbliche davvero utili alla collettività. Si devono aprire nuovi cantieri per creare depuratori per quel trenta per cento di cittadini che ne è ancora sprovvisto, per migliorare un sistema fognario inadeguato a fronteggiare i picchi turistici estivi, per abbattere, a colpi di tritolo, gli ecomostri di cemento che deturpano le coste». Legambiente denuncia anche il mancato rispetto della direttiva europea 1991/271/CE sul trattamento delle acque reflue. I Comuni che non si sono adeguati alla normativa comunitaria sulla depurazione degli scarichi fognari si trovano tutti in queste tre regioni: novanta in Sicilia e ventidue in Calabria e Campania.
Nemiche delle nostre coste anche le trivellazioni petrolifere dei fondali marini. Da maggio 2011, nonostante il disastro causato dalla Bp nel Golfo del Messico, sono stati rilasciati ben venticinque permessi di ricerca per estrarre idrocarburi: dodici nel canale di Sicilia, sette nell’Adriatico settentrionale, tre nel mare tra Marche e Abruzzo, due in Puglia e uno in Sardegna. Se a questi si sommano anche le richieste per attività di ricerca petrolifera, il risultato finale è che circa 30.000 chilometri di costa (una superficie superiore a quella occupata dalla regione siciliana) potrebbero essere coinvolti in questo tipo di operazioni, rischiose sia per il turismo che per la pesca in caso di incidente, e non in linea con le nuove strategie di produzione energetica che dovrebbero sostituire quanto prima le fonti fossili con quelle rinnovabili.
«Per non aggravare una situazione già complicata - continua Stefano Ciafani - si abbandonino anche progetti insensati come la svendita ai privati delle spiagge con pericolosi diritti di superficie, la corsa alle trivellazioni off shore di petrolio o le ricorrenti proposte di condono edilizio, che costituiscono solo una seria ipoteca per la tutela dell’ecosistema marino e costiero, alla base del turismo di qualità, sempre più importante per il Prodotto interno lordo del nostro Paese». Esistono, però, anche esperienze positive come quelle registrate nelle regioni Sardegna, Puglia e Toscana, premiate per il loro impegno nella tutela delle coste e dei mari. Sono state inserite nella Guida Blu 2011 di Legambiente e Touring Club Italiano che segnala le località più pulite e belle d’Italia dove poter trascorrere vacanze nel pieno rispetto delle natura, immersi in acque cristalline.
Le tre regioni che hanno conquistato l’Oscar per il mare più limpido eccellono anche in ambito enogastronomico, paesaggistico, artistico e sopratutto ambientale. Tra le città sarde Goletta Verde segnala: Villasimius (Ca), Posada (Nu), Bosa (Nu) e Baunei (Og). In Puglia Ostuni e Otranto rientrano tra i lidi più sostenibili. In Toscana vincono Capalbio (Gr), Castiglione della Pescaia (Gr)e l’Isola di Capraia (Li). Un esempio da seguire è di sicuro l’impegno “verde” del comune di Capalbio, cui sono state assegnate cinque vele (massimo punteggio attribuito dalla Guida Blu) per aver realizzato un percorso didattico sulla duna costiera per educare e sensibilizzare cittadini e turisti sull’importanza di questo habitat, seriamente minacciato dall’azione antropica; per aver creato un pista ciclabile sul litorale; per aver investito sulle fonti rinnovabili e il risparmio energetico; per la valorizzazione dei prodotti tipici locali attraverso mercati e manifestazioni a chilometro zero e, infine, per il potenziamento della capacità di depurazione. A parte questi casi, però, la situazione descritta da Goletta Verde non è positiva. Tirando le somme su tutto il territorio nazionale: 146 zone costiere sono critiche (di queste circa l’ottanta per cento è fortemente inquinata) e 112 litorali presentano gravi problemi di depurazione. Cifre che lasciano pochi dubbi sulla necessità di difendere di più il nostro patrimonio marittimo.
fonte: http://www.terranews.it/news/2011/08/coste-italiane-senza-pace-il-bilancio-di-goletta-verde
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martedì 29 marzo 2011
allarme ambientale in Germania: petroliera piena di benzina esplode in un porto del nord, contaminato il fiume Ems
Una petroliera che trasportava 900 metri cubi di benzina e' esplosa nella notte vicino al ad una raffineria, nei pressi del fiume Ems, in Germania. Lo riferiscono fonti della polizia locale, precisando che una notevole quantita' di benzina ha gia' contaminato il porto e la petroliera e' affondata.
Il canale Dortmund-Ems è stato chiuso fino a nuovo ordine. Secondo la polizia locale, il fiume Ems è stato contaminato.
Ancora sconosciute le ragioni dell'incendio. I cinque membri dell'equipaggio sono riusciti a scappare, ha poi precisato la polizia tedesca. ''Solo uno di loro ha subito lievi ferite''.
Intanto il canale e' stato temporaneamente bloccato e i residenti sono stati invitati dalle autorita' a restare nelle proprie abitazioni con le finestre chiuse per proteggersi dal fumo emesso durante l'esplosione.
Il canale Dortmund-Ems è stato chiuso fino a nuovo ordine. Secondo la polizia locale, il fiume Ems è stato contaminato.
Ancora sconosciute le ragioni dell'incendio. I cinque membri dell'equipaggio sono riusciti a scappare, ha poi precisato la polizia tedesca. ''Solo uno di loro ha subito lievi ferite''.
Intanto il canale e' stato temporaneamente bloccato e i residenti sono stati invitati dalle autorita' a restare nelle proprie abitazioni con le finestre chiuse per proteggersi dal fumo emesso durante l'esplosione.
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giovedì 3 marzo 2011
INQUINAMENTO MARINO: MAR ADRIATICO PATUMIERA NATO
Spiagge di sabbia, mare dolce e affascinanti porticcioli turistici: la costa adriatica in Italia può essere descritta come un paradiso per gli amanti del mare. Tuttavia, pochi sono consapevoli del fatto che tonnellate di rifiuti tossici smaltiti dalla NATO vengono accatastati sotto la sua sfavillante superficie. Secondo il giornalista investigativo Gianni Lannes, gli spruzzi d’acqua che si frangono sulla costa della regione meridionale italiana della Puglia nascondono pericoli reali.
«Una quantità enorme di armi e rifiuti tossici è presente in queste acque: le bombe americane degli anni ’40, e le armi utilizzate dalla NATO nella guerra del 1999 contro la Serbia, tra cui munizioni all’uranio impoverito», ha detto. «Queste armi contengono spesso sostanze tossiche, come lo zolfo, “gas mostarda” e fosforo».
I pescatori locali dicono che la presenza di armi della NATO sta seriamente avvelenando le loro vite, e costituisce una minaccia per l’ecosistema locale.
«Ci sono aree in cui queste bombe s’impigliano nelle nostre reti»“, ha detto un pescatore locale, Vitantonio Tedeschi. «Cerchiamo di evitarle. Dopo la guerra, nel 1999, i pesci sono praticamente scomparsi dalle nostre acque territoriali», ha aggiunto. «I prodotti chimici hanno rovinato la nostra salute, anche provocando eruzioni cutanee, visione offuscata e così via».
I pescatori hanno dovuto abbandonare il lavoro a causa della scarsità di pesce. La cooperativa di pesca nella cittadina balneare di Molfetta, che una volta era composta da quasi 200 soci, ora ne ha solo cinque. Sebbene la NATO dica che ci sono sei aree contaminate lungo la costa adriatica, Lannes afferma che questa è solo la punta dell’iceberg. «La NATO sta mentendo, 24 aree sono interessate, non sei – ha detto -. La posizione di queste aree non è stata ancora resa pubblica. La popolazione viene tenuta all’oscuro».
I ripetuti tentativi di Lannes di sollevare il problema in Italia con il Ministro della Difesa non hanno portato a nulla. Il portavoce militare Usa, colonnello Greg Julian, sostiene che l’esercito americano fa del suo meglio per eliminare tutte le armi pericolose a conclusione delle sue campagne militari. «Noi facciamo tutto il possibile, prima di tutto, per rispettare il diritto ambientale quando eseguiamo qualsiasi operazione o esercitazione militare», ha detto. «A seguito delle operazioni di lancio a mare, durante la campagna in Kosovo, abbiamo eseguito le operazioni di pulizia e fatto tutto il possibile per eliminare i pericoli».
Tuttavia, Gianni Lannes ritiene che la NATO non abbia ancora ammesso le proprie reali responsabilità. «Ci deve essere un compenso economico per le popolazioni colpite – ha dichiarato -. L’Europa, la NATO e, soprattutto, gli Stati Uniti devono essere ritenuti responsabili»..
«Una quantità enorme di armi e rifiuti tossici è presente in queste acque: le bombe americane degli anni ’40, e le armi utilizzate dalla NATO nella guerra del 1999 contro la Serbia, tra cui munizioni all’uranio impoverito», ha detto. «Queste armi contengono spesso sostanze tossiche, come lo zolfo, “gas mostarda” e fosforo».
I pescatori locali dicono che la presenza di armi della NATO sta seriamente avvelenando le loro vite, e costituisce una minaccia per l’ecosistema locale.
«Ci sono aree in cui queste bombe s’impigliano nelle nostre reti»“, ha detto un pescatore locale, Vitantonio Tedeschi. «Cerchiamo di evitarle. Dopo la guerra, nel 1999, i pesci sono praticamente scomparsi dalle nostre acque territoriali», ha aggiunto. «I prodotti chimici hanno rovinato la nostra salute, anche provocando eruzioni cutanee, visione offuscata e così via».
I pescatori hanno dovuto abbandonare il lavoro a causa della scarsità di pesce. La cooperativa di pesca nella cittadina balneare di Molfetta, che una volta era composta da quasi 200 soci, ora ne ha solo cinque. Sebbene la NATO dica che ci sono sei aree contaminate lungo la costa adriatica, Lannes afferma che questa è solo la punta dell’iceberg. «La NATO sta mentendo, 24 aree sono interessate, non sei – ha detto -. La posizione di queste aree non è stata ancora resa pubblica. La popolazione viene tenuta all’oscuro».
I ripetuti tentativi di Lannes di sollevare il problema in Italia con il Ministro della Difesa non hanno portato a nulla. Il portavoce militare Usa, colonnello Greg Julian, sostiene che l’esercito americano fa del suo meglio per eliminare tutte le armi pericolose a conclusione delle sue campagne militari. «Noi facciamo tutto il possibile, prima di tutto, per rispettare il diritto ambientale quando eseguiamo qualsiasi operazione o esercitazione militare», ha detto. «A seguito delle operazioni di lancio a mare, durante la campagna in Kosovo, abbiamo eseguito le operazioni di pulizia e fatto tutto il possibile per eliminare i pericoli».
Tuttavia, Gianni Lannes ritiene che la NATO non abbia ancora ammesso le proprie reali responsabilità. «Ci deve essere un compenso economico per le popolazioni colpite – ha dichiarato -. L’Europa, la NATO e, soprattutto, gli Stati Uniti devono essere ritenuti responsabili»..
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venerdì 18 febbraio 2011
navi dei valeni: NUOVE ROTTE DEI VELENI PORTANO IN SPAGNA
''Le nuove rotte delle navi dei veleni non vanno piu' in Africa ma in paesi europei, dove pero', stando a denunce di ambientalisti e partiti dell'opposizione, gli smaltimenti non avvengono secondo le leggi comunitarie''.
Il quotidiano ''il manifesto'' HA pubblicato un'inchiesta su rifiuti italiani trasferiti regolarmente in Spagna, passando per il porto di Genova, che finiscono nella discarica di Nerva, vicino a Siviglia. Secondo una denuncia di Izquierda Unida pero' non vengono prima trattati in impianti di inertizzazione, ma gettati direttamente nella discarica. Il manifesto ha seguito il percorso di fusti, sacchi e container da Pioltello dove e' in corso la bonifica di una fabbrica chimica, l'ex Sisas, al centro di inchieste e processi, fino al porto di Genova e poi a Siviglia.
Il portolano dei grandi broker dei rifiuti italiani è in fase di aggiornamento. Cambiano le rotte, si rinnovano gli accordi, ma i metodi sono gli stessi da un tempo ormai immemorabile. La nuova rotta delle navi dei veleni porta verso la Spagna: attraversa il mediterraneo, supera Gibilterra, per poi risalire il fiume Guadalquivir, fino al porto di Siviglia. Un percorso utilizzato in queste ore dalle navi che trasportano 80.000 tonnellate di terre di bonifica arrivate dalla ex Sisas di Pioltello, sito industriale alle porte di Milano, la cui bonifica è coordinata direttamente dal ministero dell'Ambiente. Un'operazione da fare in fretta, perché tra pochi giorni arriverà la commissione europea con in tasca pronta l'ennesima multa milionaria per l'Italia, se l'area non sarà stata ripulita.
Siviglia è solo il porto di arrivo per le navi partite da Genova, cariche di rifiuti pericolosi. La meta finale dei container e dei big bags bianchi riempiti con nerofumo contaminato da mercurio è l'enorme e terrificante discarica di Nerva, gestita dall'azienda spagnola Befesa. Una conca stipata di rifiuti pericolosi, un deposito costruito in una zona oggi economicamente depressa dell'Andalusia: da almeno un anno qui vengono stipati i veleni della Liguria e della Lombardia.
Scorrendo l'elenco delle autorizzazioni rilasciate dalla provincia di Genova - le uniche facilmente disponibili online - appare un nome che spaventa chi conosce il mondo sotterraneo dei veleni e delle bonifiche, l'area della Stoppani. «Sono terre dove il cromo esavalente, la vera bestia nera per chi si occupa di scorie industriali, è penetrato in profondità», raccontano esperti del settore appena sentono nominare il nome dell'ex industria chimica situata tra Cogoleto e Arenzano. Dove sono finite quelle terre contaminate, residuo della bonifica?
I conti che non tornano
I primi di luglio dello scorso anno una colonna di camion si mette in fila davanti ai cancelli del deposito di rifiuti pericolosi di Nerva. Trasportano parte di quei resti della bonifica dell'area della Stoppani realizzata dalla società di Parma Riccoboni Spa. Tre mesi prima la provincia di Genova aveva autorizzato l'esportazione di 8.000 tonnellate di rifiuti provenienti dall'ex fabbrica, chiedendo la presentazione delle fideiussioni necessarie a garantire il corretto smaltimento. I rifiuti non possono infatti essere buttati in discarica senza prima subire un processo che li renda inerti. Sulla carta quel carico venne trattato dalla società spagnola Befesa - prima di entrare a Nerva - negli impianti di Palos de la Frontera, a qualche chilometro di distanza. Ma qualcosa non torna.
Izquierda Unida dell'Andalusia nei giorni scorsi ha presentato un esposto dettagliato alla Fiscalia spagnola, chiedendo l'apertura di un'indagine sui rifiuti italiani. Secondo alcuni documenti allegati alla denuncia, il trattamento sarebbe stato solo virtuale. «Nei registri informatici dell'impianto di inertizzazione di Palos - si legge nel dossier che i magistrati spagnoli stanno esaminando - i camion della Riccoboni appaiono senza ora di entrata e uscita». Non solo. Analizzando altri movimenti di quei giorni, Izquierda Unida ha evidenziato altre stranezze nei movimenti dei mezzi: «Ventitré camion vengono caricati con una media di 25.000 chilogrammi di materiale netto ciascuno, pesati e dotati di documentazione in un tempo complessivo di 35 minuti. Questo è impossibile e dimostra la falsità di questi dati». Un'accusa netta e pesante. Per la Riccoboni si tratta di «una questione locale, che verificheremo quanto prima». I tecnici dell'azienda di Parma assicurano in ogni caso di avere in mano tutte le certificazioni previste e di aver visitato personalmente gli impianti: «Non ricordo quando ci sono stato - ha spiegato a il manifesto un dirigente - ma era tutto regolare».
Le navi della Prestigiacomo
La conferma che la discarica spagnola di Nerva piace tanto all'Italia arriva dalla gigantesca operazione in corso in questi giorni a Pioltello. Come nel caso della Stoppani la gestione della bonifica e, di conseguenza, dell'intera filiera che termina in Andalusia è stata affidata direttamente alla struttura commissariale del ministero dell'Ambiente. Nel caso dell'ex Sisas di Pioltello la gestione è in mano all'avvocato Luigi Pelaggi, braccio destro del ministro Stefania Prestigiacomo. «A lui vi dovete rivolgere per ogni informazione», spiega il portavoce dell'assessorato all'ambiente della regione Lombardia. Ma l'avvocato Pelaggi - cercato più volte da il manifesto - di questa storia non ha voluto parlare.
Gli uffici delle autorità portuali di Siviglia hanno confermato il puntuale arrivo delle navi partite da Genova con i residui di Pioltello. La Zeeland, ad esempio, partita il 2 febbraio è arrivata in porto la sera del 6. La spola tra Genova e il porto andaluso è continuo, raccontano. Dalle navi vengono scaricati i container, che partono verso Nerva, attraversando le strade montuose - e a volte dissestate - del sud della Spagna. E non sempre le cose vanno bene: alla fine di gennaio un carico di nerofumo arrivato dall'Italia (il numero di serie del container risulta in carico a Fs Logistica Spa) si è ribaltato, arrivando a sfiorare un torrente che alimenta la falda acquifera della zona. Ma il vero dubbio è se e come vengono trattati i rifiuti pericolosi. E soprattutto cosa c'è scritto nella documentazione che ritornerà in Italia attestando il regolare smaltimento, che dovrà essere controllata e presentata per svincolare le fideiussioni milionarie presentate dalla società che ha vinto l'appalto della bonifica, la Daneco dei fratelli Colucci.
L'impianto di Nerva - secondo Izquierda Unida - non avrebbe la tecnologia necessaria per processare le scorie. Anche in questo caso il sospetto - che la magistratura dovrà verificare - è che tutto finisca in discarica senza nessun trattamento. Una preoccupazione che viene confermata anche da uno degli storici consulenti di Greenpeace, un esperto che si occupa di traffico di rifiuti tossici da almeno una decina di anni.
La scelta della Spagna nasce dai bassi costi che questo tipo di impianti ha rispetto a quelli tedeschi. Secondo alcuni operatori del settore - che chiedono l'anonimato - smaltire a Nerva costa all'incirca 60-70 euro a tonnellata, contro i 90 euro medi degli impianti del nord Europa. Non solo. Il trasporto via mare è sempre stato quello preferito dai broker dei rifiuti tossici, perché più discreto ed economico. «Far partire un cargo di 3000 tonnellate - racconta chi conosce il settore - costa meno di trentamila euro. Cifra decisamente più conveniente rispetto alla via terrestre verso la Germania». Ecco quindi che rispuntano i container contaminati e le navi cariche di veleni, dirette verso discariche lontane dagli occhi dell'Italia, dove si possono gestire le operazioni con la discrezione necessaria. Tutto sotto l'alta egida del ministero dell'Ambiente.
fonte: http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2011/mese/02/articolo/4185/
Il quotidiano ''il manifesto'' HA pubblicato un'inchiesta su rifiuti italiani trasferiti regolarmente in Spagna, passando per il porto di Genova, che finiscono nella discarica di Nerva, vicino a Siviglia. Secondo una denuncia di Izquierda Unida pero' non vengono prima trattati in impianti di inertizzazione, ma gettati direttamente nella discarica. Il manifesto ha seguito il percorso di fusti, sacchi e container da Pioltello dove e' in corso la bonifica di una fabbrica chimica, l'ex Sisas, al centro di inchieste e processi, fino al porto di Genova e poi a Siviglia.
Il portolano dei grandi broker dei rifiuti italiani è in fase di aggiornamento. Cambiano le rotte, si rinnovano gli accordi, ma i metodi sono gli stessi da un tempo ormai immemorabile. La nuova rotta delle navi dei veleni porta verso la Spagna: attraversa il mediterraneo, supera Gibilterra, per poi risalire il fiume Guadalquivir, fino al porto di Siviglia. Un percorso utilizzato in queste ore dalle navi che trasportano 80.000 tonnellate di terre di bonifica arrivate dalla ex Sisas di Pioltello, sito industriale alle porte di Milano, la cui bonifica è coordinata direttamente dal ministero dell'Ambiente. Un'operazione da fare in fretta, perché tra pochi giorni arriverà la commissione europea con in tasca pronta l'ennesima multa milionaria per l'Italia, se l'area non sarà stata ripulita.
Siviglia è solo il porto di arrivo per le navi partite da Genova, cariche di rifiuti pericolosi. La meta finale dei container e dei big bags bianchi riempiti con nerofumo contaminato da mercurio è l'enorme e terrificante discarica di Nerva, gestita dall'azienda spagnola Befesa. Una conca stipata di rifiuti pericolosi, un deposito costruito in una zona oggi economicamente depressa dell'Andalusia: da almeno un anno qui vengono stipati i veleni della Liguria e della Lombardia.
Scorrendo l'elenco delle autorizzazioni rilasciate dalla provincia di Genova - le uniche facilmente disponibili online - appare un nome che spaventa chi conosce il mondo sotterraneo dei veleni e delle bonifiche, l'area della Stoppani. «Sono terre dove il cromo esavalente, la vera bestia nera per chi si occupa di scorie industriali, è penetrato in profondità», raccontano esperti del settore appena sentono nominare il nome dell'ex industria chimica situata tra Cogoleto e Arenzano. Dove sono finite quelle terre contaminate, residuo della bonifica?
I conti che non tornano
I primi di luglio dello scorso anno una colonna di camion si mette in fila davanti ai cancelli del deposito di rifiuti pericolosi di Nerva. Trasportano parte di quei resti della bonifica dell'area della Stoppani realizzata dalla società di Parma Riccoboni Spa. Tre mesi prima la provincia di Genova aveva autorizzato l'esportazione di 8.000 tonnellate di rifiuti provenienti dall'ex fabbrica, chiedendo la presentazione delle fideiussioni necessarie a garantire il corretto smaltimento. I rifiuti non possono infatti essere buttati in discarica senza prima subire un processo che li renda inerti. Sulla carta quel carico venne trattato dalla società spagnola Befesa - prima di entrare a Nerva - negli impianti di Palos de la Frontera, a qualche chilometro di distanza. Ma qualcosa non torna.
Izquierda Unida dell'Andalusia nei giorni scorsi ha presentato un esposto dettagliato alla Fiscalia spagnola, chiedendo l'apertura di un'indagine sui rifiuti italiani. Secondo alcuni documenti allegati alla denuncia, il trattamento sarebbe stato solo virtuale. «Nei registri informatici dell'impianto di inertizzazione di Palos - si legge nel dossier che i magistrati spagnoli stanno esaminando - i camion della Riccoboni appaiono senza ora di entrata e uscita». Non solo. Analizzando altri movimenti di quei giorni, Izquierda Unida ha evidenziato altre stranezze nei movimenti dei mezzi: «Ventitré camion vengono caricati con una media di 25.000 chilogrammi di materiale netto ciascuno, pesati e dotati di documentazione in un tempo complessivo di 35 minuti. Questo è impossibile e dimostra la falsità di questi dati». Un'accusa netta e pesante. Per la Riccoboni si tratta di «una questione locale, che verificheremo quanto prima». I tecnici dell'azienda di Parma assicurano in ogni caso di avere in mano tutte le certificazioni previste e di aver visitato personalmente gli impianti: «Non ricordo quando ci sono stato - ha spiegato a il manifesto un dirigente - ma era tutto regolare».
Le navi della Prestigiacomo
La conferma che la discarica spagnola di Nerva piace tanto all'Italia arriva dalla gigantesca operazione in corso in questi giorni a Pioltello. Come nel caso della Stoppani la gestione della bonifica e, di conseguenza, dell'intera filiera che termina in Andalusia è stata affidata direttamente alla struttura commissariale del ministero dell'Ambiente. Nel caso dell'ex Sisas di Pioltello la gestione è in mano all'avvocato Luigi Pelaggi, braccio destro del ministro Stefania Prestigiacomo. «A lui vi dovete rivolgere per ogni informazione», spiega il portavoce dell'assessorato all'ambiente della regione Lombardia. Ma l'avvocato Pelaggi - cercato più volte da il manifesto - di questa storia non ha voluto parlare.
Gli uffici delle autorità portuali di Siviglia hanno confermato il puntuale arrivo delle navi partite da Genova con i residui di Pioltello. La Zeeland, ad esempio, partita il 2 febbraio è arrivata in porto la sera del 6. La spola tra Genova e il porto andaluso è continuo, raccontano. Dalle navi vengono scaricati i container, che partono verso Nerva, attraversando le strade montuose - e a volte dissestate - del sud della Spagna. E non sempre le cose vanno bene: alla fine di gennaio un carico di nerofumo arrivato dall'Italia (il numero di serie del container risulta in carico a Fs Logistica Spa) si è ribaltato, arrivando a sfiorare un torrente che alimenta la falda acquifera della zona. Ma il vero dubbio è se e come vengono trattati i rifiuti pericolosi. E soprattutto cosa c'è scritto nella documentazione che ritornerà in Italia attestando il regolare smaltimento, che dovrà essere controllata e presentata per svincolare le fideiussioni milionarie presentate dalla società che ha vinto l'appalto della bonifica, la Daneco dei fratelli Colucci.
L'impianto di Nerva - secondo Izquierda Unida - non avrebbe la tecnologia necessaria per processare le scorie. Anche in questo caso il sospetto - che la magistratura dovrà verificare - è che tutto finisca in discarica senza nessun trattamento. Una preoccupazione che viene confermata anche da uno degli storici consulenti di Greenpeace, un esperto che si occupa di traffico di rifiuti tossici da almeno una decina di anni.
La scelta della Spagna nasce dai bassi costi che questo tipo di impianti ha rispetto a quelli tedeschi. Secondo alcuni operatori del settore - che chiedono l'anonimato - smaltire a Nerva costa all'incirca 60-70 euro a tonnellata, contro i 90 euro medi degli impianti del nord Europa. Non solo. Il trasporto via mare è sempre stato quello preferito dai broker dei rifiuti tossici, perché più discreto ed economico. «Far partire un cargo di 3000 tonnellate - racconta chi conosce il settore - costa meno di trentamila euro. Cifra decisamente più conveniente rispetto alla via terrestre verso la Germania». Ecco quindi che rispuntano i container contaminati e le navi cariche di veleni, dirette verso discariche lontane dagli occhi dell'Italia, dove si possono gestire le operazioni con la discrezione necessaria. Tutto sotto l'alta egida del ministero dell'Ambiente.
fonte: http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2011/mese/02/articolo/4185/
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martedì 26 ottobre 2010
SCORIE NUCLEARI: Il mare nucleare della Scozia. Spiagge contaminate e un Rov a caccia di hotspot radioattivi sui fondali

All'inizio di agosto il pontone "Mothership" ancorato a a 550 metri al largo della centrale nucleare di Caithness a Dounreay, in Scozia, ha calato un Remotely operated vehicle (Rov) delle dimensioni di una piccola ruspa che ha già trovato 279 "particles", o hotspot, di cui 40 considerati a un rischio "significativo" per la salute. Negli ultimi due mesi sono stati recuperati 255 hotspot.
Il robot sottomarino lavora 24 ore su 24, assistito sul pontone da 22 lavoratori, ed ha fino ad ora esaminato quasi tutti i 31 acri di fondale previsti per le tre campagne estive, un'area grande quanto 17 campi di calcio. La ricerca, che continuerà anche questo mese, fino ad ora è costata 1 milione e 500 mila sterline, senza comprendere il costo del Rov che è di 800 mila sterline. In tutto si prevede di indagare su 40 acri di fondali (100 ettari).
Un portavoce di Dounreay ha spiegato a "The Scotsman": «Sappiamo che non è realistico aspettarsi di recuperare ogni singola "particle " che è stata rilasciato. Tuttavia, nell'ambito della bonifica del sito, stiamo facendo il massimo sforzo possibile per recuperare il maggior numero delle "particle " più pericolose».
Nel 2009, in un'operazione minore svolta su 118 acri di fondale marino, sono state recuperate 115 "particelle" di Cesio 137, tra cui 28 reperti considerati "significativi", provenienti dalle barre di combustibile nucleare ritrattato, residui che sono finiti tranquillamente negli scarichi liquidi a mare per quasi 30 anni, finendo anche sulle spiagge di Dounreay. E' da oltre un quarto di secolo che i frammenti di combustibile nucleare irraggiato scaricato in mare negli anni '60 e '70 davanti a Dounreay stanno causando una forte preoccupazione, ma la dimensione e la gravità del problema sono venute fuori solo alla fine degli anni '90, dopo un'indagine svolta dall' UK Atomic energy authority. Le "particles" vennero rimosse dalle spiagge, ma nessuno indigo du cosa aveva scaricato la centrale nucleare sul fondo del mare. Subito si pensò addirittura di utilizzare dei subacquei per mappare l'area più inquinata e rimuovere il materiale radioattivo, ma poi si capì che era troppo pericoloso.
Solo nel 2007, dopo una consultazione in due anni, è stato si è deciso di rimuovere i materiali più pericolose in mare aperto, intanto si è continuato a bonificare le spiagge recuperando le "particles". Il Rov che sta setacciando i fondali al largo di Dounreay e un "tracked seabed crawler" basato sulla tecnologia svioluppata dall'industria d petrolifera/gasiera offshore, é dotato di un "7ft-wide detection system" capace di trovare frammenti di materiale radioattivo fino a due piedi sotto i sedimenti. Gli "hotspots" vengono stoccati in due tank, per poi venire riportati in superficie sul pontone che li porta alla centrale nucleare per analizzarli.
Nell'area interessata dalle ricerche ci dovrebbero essere almeno 700 "particles" radioattive, 200 delle quali sarebbero ad alto rischio per la salute umana. Secondo le cifre ufficiali, negli anni passati sono stati recuperati dai fondali marini davanti alla centrale di Caithness 1.100 campioni radioattivi e ne sono stati ritrovati altri 400 ritrovati in secche e banchi in mare aperti.
Il lavoro fa parte della dismissione della vetusta e pericolosa centrale di Dounreay che richiederà altri 15 anni ed un costo complessivo valutato fino ad ora in 2,6 miliardi di sterline. La Bbc sottolinea che i contribuenti britannici stanno pagando milioni di sterline solo «per correggere gli errori nucleari del passato».
Bill Thomson, del Dounreay site restoration limited (Dsrl) è incaricato dell'intera operazione di bonifica e spiega a Bbc Scotland: «E' stata un'operazione storica che era stata rappresentata come perfettamente accettabile al tempo in cui è stata realizzata. Le cose cambiano, abbiamo trovato questa roba e abbiamo deciso che dovevamo fare qualcosa al riguardo. Il pubblico ha deciso che dovevamo fare qualcosa di "fine", che è quello che facciamo». Il recupero del materiale radioattivo deve fare i conti spesso con le pessime condizioni del mare di Pentland Firth che limitano il tempo disponibile per le attività di recupero .
Intanto a terra continua lo smantellamento della centrale nucleare e niente, nemmeno la cupola che era diventato un elemento "storico" e cospicuo del paesaggio, rimarrà in piedi, «Gli esperti - sottolinea la Bbc - dicono che il rischio di radiazioni nucleari è troppo grande per consentire l'accesso del pubblico per i prossimi 300 anni».
Mentre succede tutto questo in Gran Bretagna molti continuano a dire che il nuclear fast reactor programme è stato un grande successo, ma ora i costi e i rischi lasciati in eredità da quel progetto abbandonato sono molti di più di quelli che avevano immaginato i suoi progettisti ed i politici che lo hanno reso possibile.
FONTE: http://www.greenreport.it/_new//index.php?page=default&id=6940
lunedì 18 ottobre 2010
DISASTRO AMBIENTALE: Golfo del Messico, Le tartarughe si salvano con la maionese
Mentre la NASA mette in campo i suoi mezzi e le sue tecnologie per evitare una strage tra le tartarughe marine del Golfo del Messico, un piccolo centro faunistico della Florida le salva dal petrolio grazie alla... maionese. (Riccardo Galli, 15 ottobre 2010)
Se durante una visita al Turtle Hospital di Marathon (Florida) vi imbattete in un distinto signore che sta spalmando della maionese su una tartaruga (viva), non spaventatevi: non è un amante della cucina esotica alle prese con un macabro spuntino, ma Ryan Butt, il direttore del centro faunistico, che sta ripulendo dal petrolio e dal catrame una vittima del disastro della Deep Water Horizon. La maionese infatti, contenendo olio in abbondanza, si lega al catrame che in questo modo può essere rimosso asciugando l’animale con una salvietta. Non solo: è molto sicura anche dal punto di vista dermatologico e può essere utilizzata per liberare dalle sostanze tossiche anche narici, bocca e occhi delle testuggini. E la cosa sembra funzionare davvero, visto che Butt ha salvato con questo sistema decine di animali.
Secondo Butt petrolio e catrame hanno ormai invaso i sargassi, alghe scure che vivono in superficie e che offrono alle testuggini cibo e riparo Nuotando tra queste alghe le tartarughe si ricoprono di uno spesso strato di sostanze oleose e tossiche che finisce per soffocarle.Secondo i dati diffusi dalla National Oceanic and Atmospheric Administration la chiazza di greggio e gli incendi controllati appiccati dalla BP per contenerla hanno causato la morte di 525 tartarughe.
La buona notizia
Per salvare queste simpatiche creature marine è intervenuta addirittura la NASA che ha spostato 28mila uova dalla Louisiana alla Florida permettendo fino ad oggi la nascita di almeno 15.000 tartarughine.
Fonte : http://www.focus.it/natura/news/le-tartarughe-si-salvano-con-la-maionese_071010_2227.aspx
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venerdì 8 ottobre 2010
INQUINAMENTO CHIMICO : Collisione nella Manica, sta affondando nave piena di solventi

Un cargo contenente 6000 tonnellate di solventi chimici si è scontrato con una nave battente bandiera panamense. L'incidente è avvenuto al largo della Bretagna, nel nord-ovest della Francia. Gli equipaggi sono stati evacuati ma resta l'allarme per i rischi di contaminazione ambientale, anche se al momento non si registrano fughe inquinanti. A rassicurare è soprattutto la doppia blindatura del deposito del cargo in cui si trovano le sostanze chimiche.
Il mercantile YM Uranus, 120 metri di lunghezza, battente bandiera di Malta, era partito da Porto Marghera ed era diretto ad Amsterdam. I 13 uomini d'equipaggio sono stati tratti in salvo grazie all'intervento di un elicottero e trasportati alla base aeronavale francese di Lanveoc-Poulmic. Nella collisione con la Hanjin Richzad, che faceva la rotta Canarie-Rotterdam, è stato seriamente danneggiato lo scafo. Tanto che resta la preoccupazione per i rischi di affondamento.
"Imbarca acqua", hanno riferito diversi testimoni, mentre le squadre di soccorso sono ottimiste: "Il quadro è più favorevole che negativo", ha sottolineato Marc Gander, portavoce delle autorità marittime di Brest.
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Pacific Trash Vortex: un'enorme isola di spazzatura galleggiante nelle acque dell’oceano Pacifico

E' un'enorme isola di spazzatura galleggiante nelle acque dell’oceano Pacifico, viene definito Pacific trash vortex ed è composta principalmente di plastica. Ha una estensione poco chiara e definita. Secondo alcune fonti è stimata sui 700mila chilometri quadrati, altre fonti affermano che superi i 10 milioni. Sono superfici che rispettivamente equivalgono a poco più della estensione della Spagna e due volte quella degli Stati Uniti. Uno studio svolto dalla Algalita Marine Research Foundation e dalla marina militare statunitense afferma inoltre che l’ammontare della plastica accumulata finora si attesti sui 3-3,5 milioni di tonnellate. Un grande contributo a questo disastro è fornito dalla Nike. Ad esempio nel 1990, la nave Hansa Carrier ha persi in mare 80.000 tra scarpe e stivali. Quindi non sono di certo solo i floatsam (perdita di materiale in caso di incidente) e jetsam (lanciare volontariamente oggetti fuori bordo in situazioni di emergenza) a provocare tale disastro. E' molto più credibile che la causa principale sia legata all'abbandono volontario di rifiuti in mare ad opera di grandi multinazionali.
Anziché biodegradare, la plastica si "fotodegrada" disintegrandosi in pezzi sempre più piccoli, fino alle dimensioni dei polimeri che la compongono la cui ulteriore biodegradazione è molto difficile.[3] La fotodegradazione della plastica può produrre inquinamento da PCBS. Il galleggiamento di tali particelle che apparentemente assomigliano a zooplancton, inganna le meduse che se ne cibano, causandone l'introduzione nella catena alimentare. In alcuni campioni di acqua marina presi nel 2001 la quantità di plastica superava di sei volte quella dello zooplancton (la vita animale dominante dell'area).... fonte: wikipedia
È un fenomeno che ormai è conosciuto fin dal 1950 con il nome di Pacific Trash Vortex, ma che ultimamente sta assumendo dimensioni preoccupanti, pensate che l’estensione totale delle isole raggiunge i 2500 chilometri di diametro per una profondità di circa 30 metri
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venerdì 20 agosto 2010
INQUINAMENTO MARI : PATTUMIERA RIFIUTI PLASTICA IN ATLANTICO

Siamo sommersi di plastica e i nostri rifiuti stanno ''affogando'' gli oceani, prima il Pacifico, poi l'Atlantico, ecco che, spedizione dopo spedizione, gli scienziati rintracciano nuove discariche di plastica fluttuanti, prodotte dall'insensatezza dell'uomo. Stavolta i rifiuti sono stati 'pescati' nell'Oceano Atlantico del Nord: uno studio pubblicato sulla rivista Science durato 22 anni, infatti, ha contato qualcosa come 64.000 pezzi di plastica raccolti annualmente nel corso dello studio, in 6100 stazioni di campionamento. Le concentrazioni piu' elevate di plastica sono state trovate in una regione posta a 32 gradi Nord di latitudine, in pratica all'altezza di Atlanta, in Georgia, e si estendono dai 22 ai 38 gradi Nord di latitudine. Lo studio e' stato condotto dal gruppo Sea Education Association (SEA), Woods Hole Oceanographic Institution (WHOI) e della University of Hawaii, coordinato da Kara Lavender Law che attraverso simulazioni della circolazione delle acque oceaniche ha anche decifrato l''enigma' dietro la formazione di queste isole: e' un problema di correnti che fanno convergere i rifiuti tutti in una zona ristretta. Ma non tutto e' chiaro agli scienziati, infatti, in 22 anni (dal 1986 al 2008) il contenuto di questa enorme pattumiera fluttuante nell'Atlantico del Nord non e' aumentato in modo significativo, nonostante sia cresciuto invece lo smaltimento di plastica, che quindi forse si trova chissa' dove in altri ''lidi'', oppure e' affondata nelle profondita' oceaniche. Gli esperti si sono mossi per anni nell'Atlentico del Nord e nel Mar dei Caraibi usando delle reti fittissime per raccogliere i rifiuti, e gia' all'inizio di quest'anno avevano cominciato a divulgare dati del loro studio pluriennale. Alcune anticipazioni sono state date dalla stessa Lavender Law nel corso dell'Ocean Science Meeting di Portland, tenutosi lo scorso febbraio. In quell'occasione i ricercatori dissero che la densita' massima di plastica riscontrata e' di 200 mila frammenti per chilometro quadrato, pari cioe' alla densita' riscontrata nel Pacifico centrale, ovvero nella 'grande pattumiera' tra California e Hawaii, una discarica fluttuante di dimensioni pari a due volte il Texas. Sulle pagine di Science, ora, i ricercatori forniscono ulteriori dettagli parlando di una zona all'altezza di Atlanta come della parte piu' 'infestata' dalla plastica. Secondo i loro calcoli al computer la plastica si concentra in quei punti per effetto di correnti oceaniche convergenti. Ma non e' tutto, di fatto i conti non tornano, perche' i ricercatori hanno visto che i depositi di plastica non sono cresciuti molto nel tempo, eppure noi abbiamo usato negli ultimi decenni sempre piu' plastica. Dov'e' finita dunque quella non trovata nelle pattumiere oceaniche? Le ipotesi avanzate sono molte: o semplicemente e' li' negli oceani ma resta 'invisibile' perche' ridotta in frammenti troppo piccoli per essere raccolti dalle reti; oppure e' affondata o ancora e' diventata 'pappa' per gli abitanti di quei luoghi. In ogni caso non c'e' da star troppo tranquilli, tanto piu' che uno studio recente, di Katsuhiko Saido dell'universita' Nihon a Chiba, ha dimostrato che la plastica, lungi dall'essere indistruttibile, si decompone in mare aperto per esposizione alle intemperie e lo fa velocemente rilasciando numerosi composti tossici, che sono assorbiti dagli 'inquilini oceanici', mettendo a rischio la loro vita e la capacita' riproduttiva.
FONTE: aNSA
Le stesse caratteristiche che rendono la plastica adatta a così tante applicazioni industriali, la sua resistenza e la sua stabilità, rappresentano un problema per gli ecosistemi marini. Ogni anno vengono prodotte quasi dieci milioni di tonnellate di plastica, il 10 per cento delle quali finisce in mare. Il 20 per cento di questa plastica viene gettata dalle imbarcazioni e dalle piattaforme, mentre il resto arriva dalla terraferma.
Basta fare una passeggiata lungo una spiaggia in una qualsiasi parte del mondo per trovare a riva una quantità incredibile di buste, bottiglie e contenitori di plastica, pezzi di polistirolo, frammenti di rete e di copertoni che il vento e le maree trasportano a riva.
I rifiuti che invadono le nostre spiagge sono i segni più evidenti di un problema di più ampia portata. Questi prodotti, infatti, non si decompongono come accade ai materiali naturali. Il mare, il moto ondoso, il sole e l'abrasione meccanica riducono la plastica in minuscoli frammenti: ogni singola bottiglia di plastica può essere ridotta in così tanti piccoli pezzi da poterne mettere uno per ogni miglio di costa nel mondo. I rifiuti di plastica tendono inoltre ad accumularsi in quelle aree di mare dove i venti e le correnti sono deboli.
Una chiazza di rifiuti
Le correnti circolari del Pacifico del Nord subtropicale coprono un'ampia area, all'interno della quale l'acqua ruota lentamente in senso orario, avvolgendosi in una lenta spirale. I venti sono deboli. Le correnti tendono a sospingere qualsiasi materiale galleggiante verso il centro del vortice. Ci sono poche spiagge su cui approdare in quell'area, e così i rifiuti stazionano al centro della spirale con una tale concentrazione che ci sono sei chili di plastica per ogni chilo di plankton: un'area estesa quanto il Texas piena di rifiuti, che ruota lentamente su se stessa. Questa zona è stata chiamata anche il "vortice di plastica" o la "pattumiera asiatica".
Potrebbe anche non sembrare un problema così grave, ma non è così. Purtroppo, i pezzi di plastica più grandi vengono spesso ingeriti da uccelli marini e da altri animali, che li scambiano per prede. Molti uccelli marini sono stati trovati morti con un tappo di plastica nello stomaco. Una tartaruga trovata morta alle Hawaii aveva migliaia di piccoli pezzi di plastica nello stomaco e nell'intestino. Si stima che ogni anno più di un milione di uccelli marini, centomila esemplari di mammiferi e moltissime tartarughe vengano uccisi dall'ingestione di plastica.
Bombe chimiche
I rifiuti di plastica sono inoltre delle vere e proprie bombe chimiche: assorbono molti dei più pericolosi agenti chimici inquinanti che si trovano disciolti nell'oceano. Un animale che mangia per sbaglio questi frammenti di plastica si trova quindi ad essere esposto ai composti chimici pericolosi concentrati su ogni frammento.
Il vortice del Pacifico del Nord è solo uno dei cinque maggiori vortici oceanici, ed è possibile che questo problema sia quindi presente anche in altre zone. Il Mar dei Sargassi, nell'Atlantico, è famoso per le sue correnti blande e alcune ricerche hanno evidenziato un'alta concentrazione di particelle di plastica nell'acqua.
Autostoppisti oceanici
La plastica galleggiante può turbare l'equilibrio dei sistemi marini anche in un modo molto singolare. I piccoli pezzi di plastica possono infatti fungere da superfici pronte ad essere colonizzate da vari microrganismi. Queste piante e questi animali vengono poi trasportati dalle correnti in habitat diversi da quelli originali. In questo modo questi "autostoppisti dell'oceano" invadono altri habitat.
Ovviamente, non tutta la plastica galleggia. Al contrario, il 70 per cento della plastica è più pesante dell'acqua e si adagia sui fondali. Nel Mare del Nord alcuni scienziati tedeschi hanno contato 110 pezzi di rifiuti per chilometro quadrato di fondale: 600mila tonnellate di rifiuti solo nel Mare del Nord. Questi rifiuti possono soffocare i fondali e uccidere le forme di vita che li abitano.
Il problema dei rifiuti di plastica è uno di quelli che deve essere affrontato con maggiore urgenza. Ciascuno di noi può fare la sua parte, cercando di evitare l'acquisto di prodotti che contengano parti in plastica e gestendo i propri rifiuti in maniera responsabile. D'altra parte, occorre sensibilizzare i proprietari di barche, i gestori delle piattaforme e chi lavora nel settore della pesca sulle conseguenze ambientali che ha l'abitudine irresponsabile di gettare oggetti di plastica in mare.
martedì 17 agosto 2010
Mare italiano: 169 punti critici, Maglia nera a Campania, Calabria e Sicilia. Sardegna al top

Sono 169 i tratti di mare italiano inquinati da mancata o scarsa depurazione o a causa degli scarichi illegali. Maggiormente interessate sono le coste di Campania, Calabria e Sicilia; si distinguono in positivo Sardegna e Puglia. E' il bilancio di Goletta Verde, campagna di Legambiente, presentata oggi a Capalbio (Grosseto). Si registra un punto critico ogni 44 km di costa e risultano inquinate 132 foci di fiumi.
Ogni 44 chilometri di costa si trova il mare inquinati per un totale di 169 punti critici. A Campania, Calabria e Sicilia la maglia nera per l'inquinamento. Risultano inoltre inquinate 132 foci di fiumi. Il 15% degli italiani e' privo di allacciamento alla rete fognaria, mentre addirittura il 30%, pari a 18 milioni di cittadini, scarica i propri reflui non depurati direttamente nei fiumi, nei laghi o in mare.
Sardegna e Puglia invece si distinguono in positivo anche per l'assegnazione delle vele, il riconoscimento ottenuto dai comuni costieri con la Guida Blu 2010 di Legambiente e Touring Club. E' questo il bilancio finale di Goletta Verde, la campagna di Legambiente dedicata al monitoraggio e all'informazione sullo stato di salute delle coste e delle acque italiane, stilato in collaborazione con il Consorzio Ecogas e Novamont che e' stato presentato oggi a Capalbio.
Una navigazione di oltre 2.000 miglia in 25 tappe per due mesi, per fare un check up del mare italiano, ma anche per denunciare i casi di accesso negato alla spiaggia, gli abusi edilizi sul demanio marittimo, i nuovi e inutili porti turistici e le minacce energetiche che assediano le coste italiane: il petrolio con le trivellazioni off-shore, le raffinerie lungo costa e il traffico di petroliere via mare, il rischio di nuove centrali nucleari o a carbone.
Nella sua venticinquesima edizione, Goletta Verde ha puntato i riflettori sui punti critici dell'ecosistema marino-costiero analizzando le foci dei fiumi e i tratti di mare interessati da fenomeni di inquinamento causati dalla mancata o scarsa depurazione o da scarichi illegali.
E' risultato gravemente inquinato l'87% dei campioni contaminati, rilevati dai biologi del Cigno Verde con valori di batteri di origine fecale superiori al doppio dei limiti di legge. Numeri che evidenziano un netto peggioramento rispetto allo scorso anno, quando era risultato fortemente contaminato l'81% dei campioni analizzati.
In vetta alla poco onorevole classifica del mare inquinato si piazzano Campania (24 punti critici, 1 ogni 20 km di costa), Calabria (22 punti critici, 1 ogni 32 km di costa) e Sicilia (20 punti critici, 1 ogni 74 km di costa). Si distinguono in positivo, invece, la Sardegna e la Puglia. Non solo la Sardegna fa registrare un punto critico ogni 247 km di costa, ma vanta anche 3 localita' premiate con le Cinque Vele della Guida Blu di Legambiente e Touring Club Italiano e altre 11 segnalate con quattro vele.
La Puglia, invece, fa registrare un punto critico ogni 79 km di costa e vanta 3 comuni insigniti del massimo riconoscimento della Guida Blu e altri 10 premiati con le quattro vele. Vanta 3 localita' a Cinque Vele anche la Toscana, che conta anche 5 comuni a quattro vele.
I dati emersi dalle analisi di Goletta Verde sulle foci dei corsi d'acqua fotografano un pessimo stato di salute dei fiumi italiani, tracciando un quadro da emergenza nazionale. I fiumi sono la maggiore fonte di inquinamento per le acque dei nostri mari, a conferma che gli scarichi fognari non trattati derivano soprattutto dai comuni dell'entroterra. Su 169 punti critici sono infatti 132 quelli rilevati alle foci, l'87% delle quali sono risultate fortemente inquinate.
L'inquinamento da scarichi fognari rilevato dal laboratorio mobile di Goletta Verde e' causato da un insufficiente o inesistente servizio di depurazione. Secondo i dati del rapporto Blue Book 2009 di Utilitatis e Anea, il 30% degli italiani non puo' usufruire di un depuratore.
La Regione in cui si registra il deficit maggiore e' la Sicilia dove 2,3 milioni di persone scaricano i propri reflui direttamente nei fiumi o in mare senza alcun trattamento. A seguire la Lombardia e la Campania dove il servizio di depurazione non e' garantito per 2,1 e 1,9 milioni di cittadini.
Un deficit impiantistico che ha determinato l'avvio, nel giugno 2009, di una procedura d'infrazione a parte della Commissione Europea nei confronti dell'Italia per la violazione della direttiva 1991/271/Ce sul trattamento dei reflui urbani, e in particolare per il mancato adempimento da parte di ben 178 comuni italiani.
Tra le regioni sotto accusa figurano la Sicilia, con 74 comuni tra cui diversi capoluoghi di provincia come Palermo, Catania, Messina, Ragusa, Caltanissetta e Agrigento; la Calabria con 32 comuni tra cui Reggio Calabria, Lamezia Terme e Crotone; in Campania figurano citta' come Napoli, Salerno, Avellino, Caserta e Benevento.
"Rischiamo pesanti multe per la procedura d'infrazione sul mancato trattamento delle acque reflue, ma l'Europa non concedera' condoni al nostro Paese, storicamente abituato a questo strumento che premia solo i furbi. Servono 30 miliardi di euro - dichiara Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente - per completare la rete di fognatura e depurazione: il Governo e gli enti locali si attivino subito per trovare le risorse economiche necessarie a questa grande opera pubblica, anche per evitare di spendere inutilmente i soldi dei contribuenti per imperdonabili sanzioni comunitarie''.
L'estate 2010 si e' caratterizzata anche per il cambio di normativa sulla balneazione che rischia di rendere il ''mare italiano pulito per decreto''.
Per citare qualche caso esemplare nelle regioni con il mare piu' inquinato d'Italia, in Calabria a fine giugno sono stati classificati come balneabili 18 dei 22 chilometri interdetti alla balneazione fino allo scorso maggio, quando era in vigore la normativa precedente.
Situazione del tutto simile in Campania, dove a fine giugno sono state classificate come balneabili dieci spiagge interdette alla balneazione fino allo scorso maggio in provincia di Napoli e quattro in provincia di Salerno.
A minacciare mare e litorali italiani, purtroppo, non ci sono solo i batteri fecali, ma anche le speculazioni e il cemento lungo la costa. Come denunciato dal rapporto di Legambiente Mare Monstrum 2010, infatti, l'abusivismo edilizio su demanio marittimo nel 2009 e' cresciuto del 7,6% rispetto all'anno precedente, facendo registrare ben 3.954 illeciti.
Oltre a case, ville, residence e alberghi vista mare, assediano le coste anche i progetti di porti. L'assalto degli approdi turistici infatti, si conferma uno degli escamotage piu' efficaci per urbanizzare la costa, derogando e aggirando i piani urbanistici. E tutto cio' nonostante lungo le coste del Belpaese siano gia' disponibili 130 mila posti barca e uno studio Ucina, l'associazione degli imprenditori della nautica aderente a Confindustria, elaborato nel 2008 stimi che, senza aggiungere un metro cubo di cemento in piu' sulle coste italiane, ma semplicemente riorganizzando, ristrutturando e adeguando i bacini gia' oggi esistenti lungo la Penisola, si potrebbero realizzare 40 mila nuovi posti barca, di cui 13.500 da realizzare entro sei mesi.
Tra i nuovi pericoli che minacciano mare e coste italiane, inoltre, Goletta Verde ha denunciato il ''rischio Louisiana'', ossia i pericoli di sversamento di greggio in mare derivanti dalle trivellazioni petrolifere off-shore e dal trasporto marittimo di idrocarburi. Nei nostri mari oggi operano 9 piattaforme da cui si estrae olio greggio. Due sono localizzate di fronte la costa marchigiana (Civitanova Marche - MC), tre di fronte quella abruzzese (Vasto - CH) e le altre quattro nel canale di Sicilia di fronte il tratto di costa tra Gela e Ragusa.
Non solo tasti dolenti, ma anche note positive. Il periplo di Goletta Verde lungo la Penisola ha messo a fuoco anche le eccellenze dei nostri litorali e ha promosso la conservazione della biodiversita' e le Aree Marine Protette. Sono ben 295, infatti, le localita' costiere che si distinguono per tutela dell'ambiente e promozione del turismo sostenibile inserite nelle Guida Blu di Legambiente e Touring Club Italiano, divise in una classifica che va da una a cinque vele, il massimo riconoscimento. Le regine delle vele dell'estate 2010 sono la Sardegna, la Puglia e la Toscana. Le Cinque Vele sventolano su 14 localita': Pollica (Sa), Cinque Terre (Sp), Ostuni (Br), Capalbio (Gr), Castiglione Della Pescaia (Gr), Nardo' (Le), Capraia (Li), Salina (Me), San Vito lo Capo (Tp), Bosa (Or), Baunei (Og), Noto (Sr), Posada (Nu) e Otranto (Le), mentre altre 42 localita' hanno conquistato le quattro vele.
La conferenza stampa di chiusura della Goletta Verde e' stata l'occasione per assegnare al sindaco di Capalbio (Gr) la bandiera con le cinque vele per l'ottimo livello di sostenibilita' e per la tutela dell'area costiera e del territorio aperto (ambiente, paesaggio, economia rurale e agricoltura). Molte le iniziative rivolte alla promozione e valorizzazione dei prodotti tipici locali. Continua l'impegno nella raccolta differenziata dei rifiuti e sul fronte della diffusione delle fonti energetiche rinnovabili e del risparmio energetico, con una particolare attenzione all'efficienza degli edifici pubblici. Dall'attenzione al risparmio delle risorse deriva il nuovo percorso intrapreso per giungere alla certificazione Iso 14001 e alla registrazione Emas II.
A bordo di Goletta Verde hanno viaggiato anche i progetti di Legambiente di promozione dell'energia sostenibile - come ''Nucleare? Respingilo al mittente!'', ''Firma per le rinnovabili, no al nucleare'' - ed altre iniziative come ''Handiamo!'', ''2010, Anno Internazionale della Biodiversita''', ''Legambiente Turismo'', ''Stop ai sacchetti di plastica'' e la promozione del Gpl nella nautica.
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lunedì 26 luglio 2010
Inquinamento Mari :GRAVE SILENZIO GOVERNO TRIVELLAZIONI BP IN LIBIA

La Bp comincera' presto nuove perforazioni nel golfo libico della Sirte e gia' qualcuno ha l'incubo di una nuova marea nera nel Mediterraneo Entro le prossime settimane la Bp dara' il via alla prima delle 5 trivellazioni previste da un accordo del 2007 da 900 milioni dollari con la Libia e sbloccato di recente. Sarebbe questa la ragione del pressing esercitato dalla compagnia sulle autorita' britanniche per la liberazione di al-Megrahi, il libico condannato per la strage di Lockerbie.
Il silenzio del governo italiano sull'annuncio di nuove esplorazioni petrolifere della BP in Mediterraneo e' preoccupante. E' necessario intervenire con urgenza e avanzare, anche raccogliendo quanto proposto dal Commissario europeo per l'energia, la richiesta di una moratoria per lo stop a nuove trivellazioni nel Mediterraneo, almeno fino a quando non saranno accertate le cause della sciagura alla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon''. E' quanto afferma Ermete Realacci, responsabile green economy del PD che ieri ha presentato un'interrogazione parlamentare ai Ministeri degli Esteri, dello Sviluppo Economico e dell'Ambiente.
''L'annuncio da parte della BP di aprire un'esplorazione petrolifera al largo del Golfo della Sirte in Libia - prosegue Realacci - e' una notizia che desta grande preoccupazione. La nuova trivellazione prevista dalla British Petroleum e' particolarmente critica perche' si dovrebbe effettuare a grandi profondita' e questo e' un elemento di ulteriore insicurezza in caso di incidente. Se quello che sta accadendo in Messico accadesse nel Mediterraneo, un mare chiuso e con un ricambio lentissimo, che gia' con 38 milligrammi per metro cubo di catrame pelagico e' il mare piu' inquinato al mondo da petrolio, sarebbe una sciagura senza eguali''.
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Inquinamento Mari : OGNI ANNO 150.000 TONNELLATE DI PETROLIO NEL MEDITERRANEO
''Oltre 150 mila tonnellate l'anno di petrolio nel Mar Mediterraneo. Sono le dimensioni impressionanti di un disastro ecologico invisibile che affligge il nostro mare. Uno scempio paragonabile soltanto a quello della falla apertasi nel golfo del Messico dalla piattaforma BP''. A denunciare lo scandalo ecologico del greggio disperso nel Mediterraneo e' Focus, mensile diretto da Sandro Boeri. Focus documenta, dati alla mano, la mappa di un disastro ambientale. Le cause del versamento costante di greggio nel Mediterraneo sarebbero principalmente due: il traffico eccessivo di petroliere e la presenza diffusa di scarichi illegali. ''Per dare un'idea del sovraffollamento del nostro mare, basti pensare che ogni anno transita il 25% dell'intero traffico mondiale di petroliere: non solo, ma le cifre diventano spaventose se si pensa che nei mari italiani vengono trasportate 1.008 tonnellate di petrolio per km (contro una media di 10 tonnellate degli altri mari)'', scrive il mensile. L'altra grave causa di inquinamento sono gli scarichi di greggio in mare aperto. Come spiega a Focus Ugo Bilardo, docente di meccanica dei giacimenti di idrocarburi alla Sapienza di Roma: ''Il problema sono le pratiche illegali di lavaggio delle stive delle petroliere.
Per molti e' piu' conveniente lavare le stive a mare, anziche' aspettare il proprio turno nei porti''. Le responsabilita' di questi comportamenti dannosi per l'ambiente sono da ricercare nella mancanza di controlli e di sicurezza nelle operazioni: ''Gli Stati dovrebbero investire di piu' sui controlli, scarsi e spesso non tempestivi, e i petrolieri sulla sicurezza'', dichiara Giuseppe Madeddu, economista alla Sapienza di Roma. ''Ma il problema di fondo'', continua Madeddu, ''e' l'entita' del traffico: bisogna regolarlo e rallentarlo. Perche' se avviene un grosso incidente a una petroliera, il Mediterraneo e' spacciato''.
Per molti e' piu' conveniente lavare le stive a mare, anziche' aspettare il proprio turno nei porti''. Le responsabilita' di questi comportamenti dannosi per l'ambiente sono da ricercare nella mancanza di controlli e di sicurezza nelle operazioni: ''Gli Stati dovrebbero investire di piu' sui controlli, scarsi e spesso non tempestivi, e i petrolieri sulla sicurezza'', dichiara Giuseppe Madeddu, economista alla Sapienza di Roma. ''Ma il problema di fondo'', continua Madeddu, ''e' l'entita' del traffico: bisogna regolarlo e rallentarlo. Perche' se avviene un grosso incidente a una petroliera, il Mediterraneo e' spacciato''.
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Marea nera cinese : La Cina ha sostenuto di essere riuscita a contenere la marea nera

La Cina ha sostenuto di essere riuscita a contenere la marea nera che si e' prodotta dieci giorni fa sulla sua costa orientale. La fuoriuscita, al largo della citta' di Dalian, si e' prodotta dopo che due esplosioni avevano squarciato due oleodotti. Dalle falle 1.500 tonnellate di petrolio si sono riversate nel Mar Giallo. Le autorita' affermano che la marea nera si e' estesa per 435 kmq e che l'operazione di pulizia sara' 'completata' entro la settimana.
fonte: ansa
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