Google

Visualizzazione post con etichetta rifiuti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta rifiuti. Mostra tutti i post

venerdì 20 agosto 2010

INQUINAMENTO MARI : PATTUMIERA RIFIUTI PLASTICA IN ATLANTICO


Siamo sommersi di plastica e i nostri rifiuti stanno ''affogando'' gli oceani, prima il Pacifico, poi l'Atlantico, ecco che, spedizione dopo spedizione, gli scienziati rintracciano nuove discariche di plastica fluttuanti, prodotte dall'insensatezza dell'uomo. Stavolta i rifiuti sono stati 'pescati' nell'Oceano Atlantico del Nord: uno studio pubblicato sulla rivista Science durato 22 anni, infatti, ha contato qualcosa come 64.000 pezzi di plastica raccolti annualmente nel corso dello studio, in 6100 stazioni di campionamento. Le concentrazioni piu' elevate di plastica sono state trovate in una regione posta a 32 gradi Nord di latitudine, in pratica all'altezza di Atlanta, in Georgia, e si estendono dai 22 ai 38 gradi Nord di latitudine. Lo studio e' stato condotto dal gruppo Sea Education Association (SEA), Woods Hole Oceanographic Institution (WHOI) e della University of Hawaii, coordinato da Kara Lavender Law che attraverso simulazioni della circolazione delle acque oceaniche ha anche decifrato l''enigma' dietro la formazione di queste isole: e' un problema di correnti che fanno convergere i rifiuti tutti in una zona ristretta. Ma non tutto e' chiaro agli scienziati, infatti, in 22 anni (dal 1986 al 2008) il contenuto di questa enorme pattumiera fluttuante nell'Atlantico del Nord non e' aumentato in modo significativo, nonostante sia cresciuto invece lo smaltimento di plastica, che quindi forse si trova chissa' dove in altri ''lidi'', oppure e' affondata nelle profondita' oceaniche. Gli esperti si sono mossi per anni nell'Atlentico del Nord e nel Mar dei Caraibi usando delle reti fittissime per raccogliere i rifiuti, e gia' all'inizio di quest'anno avevano cominciato a divulgare dati del loro studio pluriennale. Alcune anticipazioni sono state date dalla stessa Lavender Law nel corso dell'Ocean Science Meeting di Portland, tenutosi lo scorso febbraio. In quell'occasione i ricercatori dissero che la densita' massima di plastica riscontrata e' di 200 mila frammenti per chilometro quadrato, pari cioe' alla densita' riscontrata nel Pacifico centrale, ovvero nella 'grande pattumiera' tra California e Hawaii, una discarica fluttuante di dimensioni pari a due volte il Texas. Sulle pagine di Science, ora, i ricercatori forniscono ulteriori dettagli parlando di una zona all'altezza di Atlanta come della parte piu' 'infestata' dalla plastica. Secondo i loro calcoli al computer la plastica si concentra in quei punti per effetto di correnti oceaniche convergenti. Ma non e' tutto, di fatto i conti non tornano, perche' i ricercatori hanno visto che i depositi di plastica non sono cresciuti molto nel tempo, eppure noi abbiamo usato negli ultimi decenni sempre piu' plastica. Dov'e' finita dunque quella non trovata nelle pattumiere oceaniche? Le ipotesi avanzate sono molte: o semplicemente e' li' negli oceani ma resta 'invisibile' perche' ridotta in frammenti troppo piccoli per essere raccolti dalle reti; oppure e' affondata o ancora e' diventata 'pappa' per gli abitanti di quei luoghi. In ogni caso non c'e' da star troppo tranquilli, tanto piu' che uno studio recente, di Katsuhiko Saido dell'universita' Nihon a Chiba, ha dimostrato che la plastica, lungi dall'essere indistruttibile, si decompone in mare aperto per esposizione alle intemperie e lo fa velocemente rilasciando numerosi composti tossici, che sono assorbiti dagli 'inquilini oceanici', mettendo a rischio la loro vita e la capacita' riproduttiva.
FONTE: aNSA

Le stesse caratteristiche che rendono la plastica adatta a così tante applicazioni industriali, la sua resistenza e la sua stabilità, rappresentano un problema per gli ecosistemi marini. Ogni anno vengono prodotte quasi dieci milioni di tonnellate di plastica, il 10 per cento delle quali finisce in mare. Il 20 per cento di questa plastica viene gettata dalle imbarcazioni e dalle piattaforme, mentre il resto arriva dalla terraferma.

Basta fare una passeggiata lungo una spiaggia in una qualsiasi parte del mondo per trovare a riva una quantità incredibile di buste, bottiglie e contenitori di plastica, pezzi di polistirolo, frammenti di rete e di copertoni che il vento e le maree trasportano a riva.

I rifiuti che invadono le nostre spiagge sono i segni più evidenti di un problema di più ampia portata. Questi prodotti, infatti, non si decompongono come accade ai materiali naturali. Il mare, il moto ondoso, il sole e l'abrasione meccanica riducono la plastica in minuscoli frammenti: ogni singola bottiglia di plastica può essere ridotta in così tanti piccoli pezzi da poterne mettere uno per ogni miglio di costa nel mondo. I rifiuti di plastica tendono inoltre ad accumularsi in quelle aree di mare dove i venti e le correnti sono deboli.

Una chiazza di rifiuti

Le correnti circolari del Pacifico del Nord subtropicale coprono un'ampia area, all'interno della quale l'acqua ruota lentamente in senso orario, avvolgendosi in una lenta spirale. I venti sono deboli. Le correnti tendono a sospingere qualsiasi materiale galleggiante verso il centro del vortice. Ci sono poche spiagge su cui approdare in quell'area, e così i rifiuti stazionano al centro della spirale con una tale concentrazione che ci sono sei chili di plastica per ogni chilo di plankton: un'area estesa quanto il Texas piena di rifiuti, che ruota lentamente su se stessa. Questa zona è stata chiamata anche il "vortice di plastica" o la "pattumiera asiatica".

Potrebbe anche non sembrare un problema così grave, ma non è così. Purtroppo, i pezzi di plastica più grandi vengono spesso ingeriti da uccelli marini e da altri animali, che li scambiano per prede. Molti uccelli marini sono stati trovati morti con un tappo di plastica nello stomaco. Una tartaruga trovata morta alle Hawaii aveva migliaia di piccoli pezzi di plastica nello stomaco e nell'intestino. Si stima che ogni anno più di un milione di uccelli marini, centomila esemplari di mammiferi e moltissime tartarughe vengano uccisi dall'ingestione di plastica.

Bombe chimiche

I rifiuti di plastica sono inoltre delle vere e proprie bombe chimiche: assorbono molti dei più pericolosi agenti chimici inquinanti che si trovano disciolti nell'oceano. Un animale che mangia per sbaglio questi frammenti di plastica si trova quindi ad essere esposto ai composti chimici pericolosi concentrati su ogni frammento.

Il vortice del Pacifico del Nord è solo uno dei cinque maggiori vortici oceanici, ed è possibile che questo problema sia quindi presente anche in altre zone. Il Mar dei Sargassi, nell'Atlantico, è famoso per le sue correnti blande e alcune ricerche hanno evidenziato un'alta concentrazione di particelle di plastica nell'acqua.

Autostoppisti oceanici

La plastica galleggiante può turbare l'equilibrio dei sistemi marini anche in un modo molto singolare. I piccoli pezzi di plastica possono infatti fungere da superfici pronte ad essere colonizzate da vari microrganismi. Queste piante e questi animali vengono poi trasportati dalle correnti in habitat diversi da quelli originali. In questo modo questi "autostoppisti dell'oceano" invadono altri habitat.

Ovviamente, non tutta la plastica galleggia. Al contrario, il 70 per cento della plastica è più pesante dell'acqua e si adagia sui fondali. Nel Mare del Nord alcuni scienziati tedeschi hanno contato 110 pezzi di rifiuti per chilometro quadrato di fondale: 600mila tonnellate di rifiuti solo nel Mare del Nord. Questi rifiuti possono soffocare i fondali e uccidere le forme di vita che li abitano.

Il problema dei rifiuti di plastica è uno di quelli che deve essere affrontato con maggiore urgenza. Ciascuno di noi può fare la sua parte, cercando di evitare l'acquisto di prodotti che contengano parti in plastica e gestendo i propri rifiuti in maniera responsabile. D'altra parte, occorre sensibilizzare i proprietari di barche, i gestori delle piattaforme e chi lavora nel settore della pesca sulle conseguenze ambientali che ha l'abitudine irresponsabile di gettare oggetti di plastica in mare.

lunedì 5 luglio 2010

ambiente: 12 MODI PER INCASSARE CON IL “COLLASSO DELLA TERRA”


Immaginate una società segreta, nome in codice “Avatar 2154“, in base alla data della “Guerra del 2154″ tra le armate dei “Sec-Ops” dalla “Eaarth”, fondata dalla “Resources Development Corporation” ["Società per lo Sviluppo delle Risorse", ndt], contro le tribù indigene “Na’vi” della luna Pandora. Il motivo della guerra sono i diritti minerari sull’unobtanium di Pandora, una nuova e potente risorsa energetica di cui la “Eaarth” ha bisogno per essere salvata, dove la rapida crescita della popolaziona ha esaurito le limitate risorse naturali, con la conseguente morte della civiltà. Ovviamente questa è una metafora delle odierne minacce globali. Scopi di Avatar 2154: massima sicurezza e protezione del benessere per le generazioni future dei membri delle élite di Wall Street, Washington, AD della Corporate America e dei 400 di Forbes [i 400 uomini più ricchi del mondo secondo la rivista americana Forbes, ndt]. Avatar 2154 sostiene segretamente coloro che negano il cambiamento climatico, ovvero gruppi di riflessione, ricercatori accademici e politici che rifiutano l’evidenza dei dati scientifici. Questo sforzo è necessario quando voci di alto rango come Al Gore e Bill McKibben si fanno sentire e c’è bisogno di una nuova propaganda per attaccare il loro sforzi nel promuovere le iniziative sul clima globale. Ad esempio, McKibben, un economista ambientale, ha pubblicato di recente “Eaarth: Making a Life on a Tough New Planet” ["Eaarth: Vivere su un Nuovo Rude Pianeta", ndt]. Rude? Peggio. La Terra è morta.

E la visione di McKibben della nuova Terra che abbiamo creato è squallida. Nessuna super tecnologica speranza ottimistica per una “rivoluzione verde” come nel libro di Tom Friedman “Hot, flat & Crowded” ["Caldo, schiacciato e affollato", ndt]. Ricordate, vent’anni fa “The End of Nature” ["La Fine della Natura", ndt] di McKibbens fu uno dei primi libri che mettevano in guardia dal surriscaldamento globale, il cambiamento climatico, un pianeta che muore. Il suo nuovo “Eaarth” è un lamento funebre. Lo scorso anno, nella rivista Foreign Policy, McKibben ha così sintetizzato il suo inflessibile messaggio:

“Dobbiamo agire ora, ci dicono, se vogliamo salvare il pianeta dalla catastrofe climatica. Il guaio è che potrebbe essere troppo tardi. La scienza è ferma, il danno è già iniziato. L’unica domanda adesso è quando la smetteremo con i giochi politici e abbracceremo le poche imperfette opzioni che si rimangono”.

Smettere con i giochi politici? mai. Ricordate le sconfitte di Kyoto e Copenaghen? I recenti disastri della miniera di carbone? La catastrofe della BP nel Golfo? E quando la tanto attesa legge Kerry-Lieberman di mille pagine sul cambio climatico è risalita in superficie la scorsa settimana, è stata subito etichettata come un “regalo per inquinatori”. I politici adorano giocare.

Alla fine, “la Terra stessa ci obbligherà a piegarci a nuove regole”

La verità è che i politici non si fermeranno mai in tempo. Di conseguenza, i membri dell’Avatar 2154 devono essere completamente coscienti del fatto che “abbiamo aspettato troppo a lungo”, il pianeta sta davvero morendo. La Terra si trova su un irreversibile sentiero di autodistruzione. Washington non “smetterà alcun gioco politico”. Non può: ci sono troppi “interessi speciali” che combattono per la loro “equa” divisione del jackpot di 1.7 trilioni di dollari del bilancio del governo federale… Troppi azionisti nelle società quotate in borsa che richiedono profitti sul mercato rialzista e una continua crescita economica… E troppi lobbisti che fanno enormi payoff a breve termine ignorando gli avvertimenti a lungo termine di McKibbe, Gore e altri.

Dopo aver citato un rapporto del Pentagono del 2003 – “dato che la portata della terra si riduce, potrebbero emergere delle guerre disperate vecchio stile per il cibo, l’acqua e le forniture di energia” – McKibben propone tre soluzioni: ridurre le emissioni di carbonio, placare la nostra ossessione da crescita economica e tornare ad un modello di agricoltura locale sostenibile. Ma, pur convenendo nella sua recensione sul New York Times, persino l’avvocato Paul Greenberg non intravede molte opportunità per le idde di McKibben di poter cambiare le opinioni o rovesciare il destino della Terra:

“In assenza di un’autorità generale, una sorta di Lenin ambietalista,” le soluzioni di McKibben “resteranno delle scelte di uno stile di vita hipster, piuttosto che qualcosa che possa cambiare il gioco mondiale”. Ma alla fine, afferma Greenberg, “la Terra stessa sarà quel Lenin ambientalista, un severo dittatore ambientale che ci forzerà a piegarci a nuove regole”.

Si, alle nuove regole saranno costretti i politici egoisti… gli Amministratori Delegati di Wall Street ossessionati dai bonus ed i frequentissimi commercianti a breve termire… i 95 milioni di investitori di Main Street.

12 settori: opportunità di investimento prima del “collasso della Terra”

Ad oggi la Terra conta 6.5 miliardi di abitanti. L’ONU ha stimato che entro il 2050 si raggiungeranno i 9.1 miliardi. I 400 milioni di americani competeranno per le risorse in esaurimento. Il “loro” numero già supera il “nostro”. Il rapporto è di 22 a 1. E’ dura. La crescita della popolazione oggi è “la madre di tutte le bolle”, più pericolosa del surriscaldamento globale, della povertà, persino del picco del petrolio. La crescita demografica provocherà una moltitudine di catastrofi come mai nella storia del mondo. Ed ecco perchè.

Basta ricordare il monito dell’antropologo Jared Diamond in “Collapse: How Societies Choose to Fail or Succeed” ["Collassare: Come le Società Scelgono di Fallire o Avere Successo", ndt]: “Uno dei dati storici più sconvolgenti è il fatto che tantissime civiltà collassano”. Molte civiltà “condividono una netta curva di declino… la morte di una società può cominciare anche solo dopo una decina o una ventina di anni dopo aver raggiunto il suo apice in termini di popolazione, benessere e potere”.

L’equazione della fine dei giochi divisa in 12 parti di Diamond è molto semplice e si addice perfettamente allo scenario bellico mondiale del Pentagono: “Più individui richiedono più cibo, spazio, acqua, energia ed altre risorse”. Ma ricordate, dei dodici di questa “formula del collasso”, la popolazione controlla i due elementi principali. I dati sono presi da Diamond, McKibben ed altre fonti:

1. Crescita della poolazione: il tabù dei politici e degli economisti
La rivista Scientific American definisce la popolazione come “la più trascurata ed essenziale strategia per raggiungere un duraturo equilibrio con l’ambiente”, il nuovo “tabù dei politici”. Così la ignorano. Attenzione: se tutte le nazioni consumassero le risorse agli stessi ritmi dell’America, le 6.3 miliardi di persone del mondo avrebbero bisogno dell’equivalente di 6 pianeti per sopravvivere. Ora, ci siamo?! il sogno americano è diventato l’incubo senza fine di un plotone di esecuzione auto-distruttivo globale.

2. L’impatto della popolazione ed il nuovo sogno americano
Diamond avverte: gli ottimisti “credono che il mondo possa sopportare il doppio della popolazione”. Ma loro “considerano solo l’aumento del numero di esseri umani e non la media dell’aumento dell’impatto pro capite”.I paesi sviluppati “consumano 32 volte più risorse… e disperdono 32 volte più rifiuti rispetto agli abitanti del Terzo Mondo”. C’è una gar in atto: “le persone a basso impatto stanno diventando persone ad alto impatto”, aspirando “agli standard del Primo Mondo”: Quindi date un’occhiata alle 10 variabili sulle risorse su cui l’equazione di Diamond “Collapse of Eaarth and End of Civilization” ["Collasso dellla Terra e Fine della Civilità", ndt] è basata… l’ultimo stadio per il genere umano, dopo il fallimento del sostentamento locale agricolo di McKibben.

3. Picco del petrolio: carbone e gas sono i prossimi
Bill Gross della Pimco vede una “notevole rottura” nel “modello di crescita” del mondo. La sua nuova strategia guarda oltre l’odierno punto di svolta del “picco del petrolio”. “Gli utili societari saranno statici”. La spesa dei consumatori crollerà. Le economie rallenterano in modo naturale. Il Foreign Policy Journal mette in guardia dai “7 miti dell’energia alternativa”: i biocarburanti, il vento, il sole ed il nucleare non saranno mai abbastanza. Mai.

4. Crisi alimentare e povertà
Nel documentario “The End of Plenty” ["La Fine dell'Abbondanza", ndt] il National Geographic avverte che la povertà mondiale sta aumentando persino nella nuova “green revolution”. L’ONU definisce la crisi alimentare mondiale uno “tsunami silezionso”. I prezzi aumentano di 2 dollari al giorno mettendo in difficoltà i 2.7 miliardi che vivono in povertà. Uno studio congiunto della Banca Mondiale e delle Nazioni Unite “ha concluco che gli immensi aumenti di produzione causati dalla scienza e dalla tecnologia negli ultimi 30 anni non sono riusciti a migliorare l’accesso al cibo per la maggior parte della gente povera del mondo”. Fallito.

5. Guerre per l’acqua

Diamond avverte: “I problemi che rigurdano l’acuqa hanno distrutto mote civiltà precedenti, ed oggi oltre un milione di persone non ha accesso ad aqcuqa potabile sicura ed affidabile”. Un Ministro inglese prevede che entro il 2015 due terzi del mondo vivrà in paesi con carenza idrica. Si, le sempre maggiori guerre per le risorse definiranno la vita dell’uomo sulla Terra.

6. Erosione dei terreni agricoli
I terreni coltivabili “vengono portati via dall’erosione idrica ed eolica ad un ritmo più veloce di quello della formazione del suolo che oscilla tra le 10 e le 40 volte”, ancor più nelle foreste dove il ritmo di erosine del suolo oscilla tra “le 500 e le 10.000 volte” rispetto al tasso di ricambio.

7. Ditruzione delle foreste
Stiamo distruggendo gli habitat naturali e le foreste pluviali ad un ritmo allarmante. La metà delle foreste mondiali originali sono state convertite in zone urbane. Un ulteriore quarto sarà trasformato nei prossimi 50 anni. Sia la Cina che l’India stanno progettando 500 nuove città. Inotlre, ci aspetto una nuova era di super-incendi da 100.000 ettari l’uno.

8. Tossicità chimica

Le industire “rilasciano nell’aria, nel suolo, negli oceani, nei laghi e nei fiumi rifiuti chimici tossici”, un’infinita valanga di pesticidi, insetticidi, detergenti e plastiche.

9. Surriscaldamento solare
Diamond avverte: stiamo usando “metà della capacità fotosintetica della Terra”, che si esaurirà nel 2050. In “Pludering tha Amazon” ["Il Saccheggio delle Amazzoni", ndt] Bloomberg avverte che le grandi aziende come Alcoa e Cargill “hanno eluso le leggi ideate per prevenire la distruzione della più grande foresta pluviale del mondo… derubando la Terra del suo migliore scudo contro il surriscaldamento globale”.

10. Perdita dello strato di ozono
“Le attività umane producono gas che si disperdono nell’atmosfera”, provocando la distruzione del nostro strato protettivo di ozono, insieme al disgelo del metano artico.

11. Scomparsa della diversità
“Le specie selvagge, le popolazioni e la diversità genetica è stat persa” e “una vasta percentuale di ciò che resta scoparirà in mezzo secolo” nella lotta per la sopravvivenza.

12. Specie aliene

La globalizzazione ha trasferito molte specie in territori non autoctoni con conseguenze inattese, “depredando, infettando, parassitando e mettendo fuori combattimento” i nativi.

Si, abbiamo molte scelte davanti a noi, come dice Diamond. Questi docidi elementi sono connessi tra loro, inevitabili e auto-distruttivi. E poichè il comportamento umano ed i giochi politici non cambieranno mai abbastanza in tempo, e dato che alla fine i sacrifici degli ambientalisti come McKibben e Gore saranno in fin dei conti inefficaci misure tappabuchi che al massimo possono ritardare l’inevitabile, la conclusione è ora ovvia: il “collasso della Terra” è garantito.

Questo è il messaggio centrale dei membri di “Avatar-2154″: nessuno puà salvare il pianeta o la civiltà umana.

Quindi: i membri di “Avatar-2154″ possono prepararsi per la resa dei conti, proteggendo i loro cari ed i loro eredi in due possibili modi. Breve termine: continuare ad ammassare capitale, investire in compagnie che sfruttano le opportunità di profitto nei 12 settori segnalati da Diamond, mentre si godono la “bella vita”, vivendo “nell’eterno presente”, come praticato dai grandi maestri dello Zen e del Tao.

Lungo termine: assicursarsi di avere una fattoria isolata, sicura, auto-sufficiente dove fare pace insieme alla propria famiglia con il destino finale della Terra. Namasté [saluto indiano, ndt].

Titolo originale: “12 ways to cash in on the ‘collapse of Eaarth’” Fonte: http://www.marketwatch.com Link 18.05.2010 Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ROBERTA PAPALEO

martedì 29 giugno 2010

Ambiente: crescono i reati di inquinamento marino e abusivismo sulle coste italiane

Cattiva depurazione, inquinamento e cemento abusivo sono i mali endemici del mare italiano, che niente e nessuno sembra poter scalfire. Persistenti sacche d'illegalità a danno delle coste e dell'ecosistema marino, sulle quali, come ogni anno, Legambiente fa il punto nel suo rapporto Mare Monstrum. L'edizione 2010 del dossier è stata presentata a Venezia, in occasione della partenza della Goletta Verde, la storica campagna di monitoraggio delle acque marine dell'associazione ambientalista.

''L'abusivismo edilizio cresce del 7,6% rispetto all'anno precedente e l'inquinamento derivante da scarichi fognari illegali, cattiva depurazione e inquinamento da idrocarburi addirittura del 45%. I sequestri aumentano del 46,2% passando dai 4.049 del 2008 ai 5.920 del 2009. Calano invece del 40% circa i reati accertati fra la costa e il mare, 8.937 infrazioni nel 2009 a fronte delle 14.544 del 2008, un calo determinato soprattutto dalla riduzione di reati accertati nel campo della pesca (-72,4%) e della nautica da diporto (- 76,6%)'', sottolinea Legambiente.

''Sempre in testa nella classifica delle illegalità le regioni a tradizionale presenza mafiosa, dov'è stato accertato il 59% del totale dei reati (a fronte del 55,5% del 2008). La Campania con 1.514 infrazioni è stabile al primo posto, seguita dalla Puglia con 1.338 infrazioni, dalla Sicilia con 1.267 infrazioni e dalla Calabria con 1.160 infrazioni'', continua Legambiente.

''C'è da dire che la riduzione nei reati registrata quest'anno è in parte frutto del lavoro di prevenzione dell'illegalità svolto negli anni dalle forze dell'ordine, ma in parte anche riconducibile al significativo calo dei controlli effettuati dalle Capitanerie di porto, passati dai 618.126 del 2008 ai 529.700 del 2009 con una flessione del 14,3%, determinata da una riduzione di risorse economiche destinate alle attività investigative e repressive che ha penalizzato i controlli svolti in mare, sicuramente più costosi'', continua Legambiente.

"Le emergenze del settore non accennano a risolversi e si consolidano anzi vere e proprie sacche di illegalità sempre più difficili da svuotare. A fronte di una riduzione generale dei reati ambientali ai danni del mare nostrum, crescono quest'anno -ha commentato il vice presidente di Legambiente Sebastiano Venneri- gli illeciti nel settore dell'inquinamento e quelli relativi al cemento sulle coste, con una spiccata predilezione per le aree di pregio e le isole minori. Sorgono anche nuove minacce: gli effetti del riscaldamento globale, le centrali nucleari, il traffico delle petroliere, le navi dei veleni, ma soprattutto le trivellazioni off-shore e il rischio petrolio. Il Mediterraneo è un mare piccolo e chiuso, dove una marea nera comporterebbe danni incalcolabili. Tanto per dare un'idea, la macchia che ha invaso il golfo del Messico alle nostre latitudini coprirebbe l'Adriatico da Trieste al Gargano".

''Una di quelle sacche d'illegalità difficili da svuotare raccontate nel dossier è sicuramente la vicenda delle spadare, le reti killer utilizzate per la cattura del pesce spada e vietate dall'Unione Europea sin dal 2002. Ogni anno migliaia di esemplari tra tartarughe, piccoli delfini, capodogli o balenottere trovano la morte per soffocamento in queste reti killer non selettive che dovrebbero già essere state distrutte grazie ai milioni di euro spesi dall'Ue per indennizzare i pescatori proprietari. Ma molti degli indennizzati hanno prima preso i soldi europei e poi continuato ad utilizzare gli attrezzi illegali come se nulla fosse'', continua Legambiente.

''In Calabria, Campania, Sicilia e Puglia sono state sequestrate nell'ultimo anno, complessivamente, più di 133 mila metri di reti spadare e quasi 111 mila di ferrettare (una piccola spadara lecita, ma spesso utilizzata in maniera fraudolenta). Le marinerie maggiormente coinvolte nelle operazioni di polizia sono state quelle di Reggio Calabria, Catania, Roma e Napoli. Come sottolineato dagli inquirenti nel settore lavorano a tempo pieno non improvvisati pescatori, ma vere e proprie organizzazioni criminali che spesso controllano intere flottiglie e, sempre più spesso, inquinano i mercati ittici imponendo le proprie regole, investendo e riciclando capitali illeciti. Le due località italiane tristemente note per l'utilizzo delle spadare sono Bagnara Calabra (Rc) e Porticello (Pa)'', continua Legambiente.

''Ma anche San Vito lo Capo si è rivelata lo scorso anno una specie di 'porto franco', soprattutto per i pescherecci catanesi, così come alcuni porti esteri, tra cui quello di Biserta, in Tunisia, di fronte alle coste trapanesi, scelto da numerose flottiglie per scaricare il pescato. Impossibile stimare l'incasso di questo mercato illegale che, assicurano gli inquirenti, non sfigura affatto rispetto a quello legale'', continua la nota.

''Dal punto di vista dei reati accertati sul demanio, la Sicilia è la regione con più illegalità sul fronte dell'abusivismo con 749 infrazioni accertate; segue la Campania con 702, la Calabria con 561 e la Sardegna con 499 infrazioni. Il mattone illegale continua ad essere una piaga italiana, spesso terreno d'azione prediletto della criminalità organizzata e scarsamente fronteggiato da un sistema di controlli locali poco efficace e permeabile a logiche clientelari e corruttive. Se al nord si amplia illegalmente, al centro e soprattutto al sud si costruisce ex novo, dalle villette singole fino ad interi complessi turistici e residence di lusso. Con il risultato dello scempio sistematico delle aree di maggior pregio ambientale, come raccontano le numerose storie raccolte in Mare Monstrum. D'altro canto, l'inserimento di un nuovo condono edilizio nella manovra finanziaria rimane per il governo una tentazione sulla quale non è ancora stata detta l'ultima parola'', continua Legambiente.

''Il cemento sulla costa sembra prediligere i luoghi di maggior pregio e le isole minori. A cominciare da Ischia, con le sue 25 mila richieste di condono, che quest'anno si è trovata di nuovo a fare i conti con il tributo di vite umane alla mala gestione del territorio. Ma anche Lampedusa, dove fioriscono gli abusi, realizzati anche con sostanziosi contributi pubblici; Lipari, dov'è prevista la realizzazione di due nuovi approdi turistici; l'Elba dove si pensa all'edificazione di almeno un paio di villaggi turistici'', aggiunge Legambiente.

''Ricorsi in vista contro gli abbattimenti, invece, su quella che da anni è stata ribattezzata la collina del disonore, ora che la seconda sezione della Corte d'appello di Palermo ha bloccato la confisca di 14 ville a Pizzo Sella, la lottizzazione della mafia che affaccia sul mare di Mondello. Secondo i giudici, i proprietari delle 14 case avevano acquistato 'in buona fede', quindi non possono essere considerati complici della colata di cemento abusiva che punteggia l'area di scheletri'', continua la nota.

''Numeri imbarazzanti per il settimo Paese più industrializzato al mondo sono anche quelli sugli scarichi civili non depurati: il 30% degli italiani - pari a 18 milioni di cittadini - non è servito da un impianto di depurazione, mentre il 15% non ha a disposizione una rete di fognatura dove scaricare i propri reflui. Dati che viaggiano spesso insieme con quelli dell'abusivismo edilizio di cui, di solito, gli scarichi illegali sono la conseguenza. Per quanto riguarda le fognature, solo la Lombardia supera il 90% di copertura della popolazione, fanalino di coda la Sardegna e la Liguria con il 75%. Le 15 regioni costiere sono tutte sotto il 90%'', prosegue Legambiente.

''Ma i problemi principali riguardano il servizio di depurazione. La regione in cui si registra il deficit maggiore è la Sicilia dove 2,3 milioni di persone (il 54% del totale) riversano i propri scarichi non depurati nel mare. A seguire la Campania dove il servizio copre solo il 67% della popolazione lasciando scoperti quasi 2 milioni di cittadini, poi il Lazio e la Toscana, con circa 1,4 milioni (il 38% del totale) di persone scoperte. A causa di questi numeri, l'Italia ha in corso una procedura d'infrazione europea per il mancato trattamento delle acque reflue in ben 178 comuni italiani di dimensioni medio-grandi'', continua Legambiente.

''Le 5 regioni sotto accusa dall'Europa sono la Sicilia, con 74 comuni inosservanti, fra cui spiccano diversi capoluoghi di provincia come Palermo, Catania, Messina, Ragusa, Caltanissetta e Agrigento; la Calabria con 32 Comuni tra i quali Reggio Calabria, Lamezia Terme e Crotone; la Campania con Benevento, Napoli, Salerno, Avellino, Caserta ed altri 18 agglomerati tra cui Ischia; la Liguria con 19 comuni fra cui Imperia, Genova e la Spezia; e poi 10 comuni pugliesi, le province di Campobasso, Isernia, Trieste e Chieti e così via'', continua la nota.

''Uno degli esempi più evidenti di cattiva depurazione è quello dei Regi Lagni, una serie di canali d'acqua che attraversano un bacino di più di 1.000 chilometri quadrati tra l'area napoletana e quella di Caserta, la provincia che da anni si attesta al primo posto per maggiore percentuale di costa vietata alla balneazione, dove solo il 35% della costa è considerato balneabile. Proprio la mancata depurazione degli scarichi che confluiscono nei Regi Lagni ha portato nei mesi scorsi all'inchiesta congiunta della Procura di Nola e S. Maria Capua Vetere sui depuratori non funzionanti e i veleni scaricati direttamente in mare, che ha portato all'emissione di numerose ordinanze di custodia cautelare'', aggiunge Legambiente.

''Certo non migliorerà la situazione l'entrata in vigore, già da quest'estate, della nuova normativa sulla balneazione, che allinea l'Italia agli altri paesi dell'Unione europea ma è molto più blanda di quella che ci ha accompagnato fin dal 1982. Un allineamento al ribasso, quindi, rispetto alla severità con la quale era stata recepita la precedente normativa'', spiega Legambiente.

''Tra le novità di quest'anno, anche la minaccia di nuove trivellazioni nel mare italiano. La preoccupazione è tanta e rimanda alla tragedia che si sta consumando negli ultimi due mesi nel Golfo del Messico, con l'incidente occorso alla piattaforma petrolifera della British Petroleum. Molte società energetiche hanno infatti avanzato richieste di ricerca, e in alcuni casi ottenuto permessi, in un'estensione di circa 39mila kmq dislocati in 76 aree, per la gran parte di elevato pregio ambientale e considerate zone sensibili proprio per i loro ecosistemi fragili e preziosi da tutelare'', continua la nota.

''Le attività di ricerca in mare di idrocarburi sono concentrate nel mar Adriatico, Ionio e nell'area antistante la Sicilia meridionale e occidentale: si tratta di 24 permessi di ricerca rilasciati per una superficie complessiva di circa 11mila kmq. I luoghi più interessati dalle attività di ricerca di petrolio sono la costa tra le Marche e l'Abruzzo (3 permessi di ricerca), il tratto di costa pugliese soprattutto tra Bari e Brindisi (2), il golfo di Taranto e il canale di Sicilia (12). L'ultimo permesso in ordine cronologico è stato rilasciato pochi giorni fa alla Shell Italia per avviare le prospezioni in un'area di mare di 1.356 kmq di fronte al golfo di Taranto. Ma la multinazionale energetica sta già pensando a nuove ricerche nel canale di Sicilia a caccia di uno dei più grandi giacimenti d'Europa. E i tratti di mare che rischiano l'arrivo di "trivella selvaggia" e piattaforme nei prossimi anni potrebbero essere molti di più: dal 2008 ad oggi infatti sono state presentate altre 41 domande per 23.408 Kmq'', conclude Legambiente.

lunedì 7 giugno 2010

ecomafie : il traffico di rifiuti vale dieci volte i profitti della Fiat. L'ecomafia fattura 20 miliardi


Sporcare il mare e i fiumi, torturare gli animali, gettare rifiuti tossici nei campi, interrare il resto in luoghi abusivi, costruire dove non è permesso e con cemento depotenziato, devastare il territorio - insomma, commettere illeciti in materia ambientale - è uno dei più recenti e remunerativi business della mafia, della camorra, della 'ndrangheta e della criminalità organizzata in generale. Basti pensare che il profitto di quelle che Legambiente chiama «ecomafie» è dieci volte quello della Fiat e venti volte quello della Benetton.

Per la precisione - dice il Rapporto Ecomafie 2010 presentato ieri a Roma - 20,5 miliardi: una somma che fa spavento e che cresce di anno in anno, perché il business è business e quindi conosce connivenze e complicità, ma che può prosperare - come hanno ricordato sia Sebastiano Venneri di Legambiente sia il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso - anche perché a fronte di reati terribili e che danneggiano fortemente la comunità, le leggi prevedono ancora sanzioni relativamente modeste. Il reato - in definitiva - rende certamente molto, e la pena - se mai verrà comminata - sarà comunque mite, e così il gioco vale la candela.

Per questo «è necessario - come ha scritto Napolitano nel messaggio inviato a Legambiente - un’azione di contrasto che dev’essere sempre più incisiva, attraverso il ricorso a nuove tecnologie di rivelazione e l’adeguamento del quadro normativo al rapido evolversi di un fenomeno criminale in forme sempre più sofisticate e aggressive». Il lavoro delle forze dell’ordine è incessante e sempre più efficace, tant’è che aumentano gli arresti e i reati accertati ma aumentano ancor di più gli illeciti, 28 mila contro 25 mila, il che vuol dire 78 reati al giorno, uno ogni venti minuti. Si delinque, dunque, sempre di più e questo avverrà finché «non saranno introdotti finalmente nel codice penale - dice Vanneri - i delitti contro l’ambiente, consentendo l’uso anche delle intercettazioni telefoniche nelle indagini».

Se uno pensa «ecomafie» pensa al Sud, e a ragione, perché è in queste regioni che si concentra il malaffare, a cominciare dalla Campania, che resta prima della «black list», seguita dalla Calabria, dalla Puglia e dalla Sicilia. Ma se è vero che non ci sono paradisi immuni neppure al Nord, è ancor più vero che in certe regioni il fenomeno è montante. Il Lazio, per esempio, che era al quinto posto nel 2008, è salito al secondo, subito dopo la Campania, perché la provincia di Latina è ormai persa al regno della legalità. E la Liguria è la Campania del Nord. Ma se osserviamo i soli reati legati al ciclo dei rifiuti, allora fa una figuraccia anche l’altrimenti virtuosa Toscana (con 327 reati) e il Piemonte appare come prima regione del Nord per reati del genere.

Gli oltre 20 miliardi di profitto degli ecomafiosi, peraltro, potrebbero essere molti di più, perché nel Rapporto di quest’anno manca il dato dell’Ispra (l’Istituto per la protezione dell’ambiente, che ha avuto problemi al suo interno) sui rifiuti tossici. Tuttavia si sa che 2 miliardi arrivano dall’abusivismo edilizio, 3 dal racket degli animali, 7 dalla gestione dei rifiuti urbani, il grande business in cui legalità e crimine si sfiorano. Questa rete di traffici, affari e profitti - spiega Grasso - si è sviluppata in maniera sempre più trasnazionale, e per contrastarla dev’essere approntato «un sistema repressivo-premiante» con un adeguamento delle leggi al quale «tutte le istituzioni devono dare sostegno». L’idea è quella di una normativa che punisca severamente chi inquina, ma sia indulgente con chi è disposto a rifondere il danno.

sabato 5 giugno 2010

Ecomafie: tre reati ambientali ogni ora E i profitti continuano a crescere.l'unico business immune alla crisi.


L’hanno definito l’unico business immune alla crisi. E’ quello dei reati ambientali che vede crescere le proprie cifre in misura esponenziale: gli illeciti accertati nel 2009 sono stati 28.576 (25.776 l’anno precedente), un numero che equivale a 78 reati al giorno, più di tre ogni ora. E, secondo i calcoli di Legambiente, che ha illustrato il 4 giugno il rapporto «Ecomafia 2010», nonostante l’inasprirsi della crisi economica questo immenso giro di affari ha addirittura visto aumentare i suoi profitti, arrivando a 20, 5 miliardi di euro in un anno.

SPECIALIZZAZIONE - La criminalità ambientale in Italia, è scritto nel rapporto presentato dal presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza e dal suo vice Sebastiano Venneri, si è oggi specializzata in alcuni settori: dai rifiuti (anche elettronici) si è arrivati al cemento depotenziato, ai mercati ortofrutticoli (specialmente in Campania e nel Lazio, in provincia di Latina a Fondi) ai centri commerciali. I numeri raccontano poi che sono aumentati del 43 per cento gli arresti , arrivando a 316 nel 2009, e così le persone denunciate, passate da 21.336 a 28.472 o i sequestri effettuati, da 9.676 a 10.737 nel 2009. «L’azione di contrasto messa in campo dalle forze dell’ordine – ha detto Sebastiano Venneri – deve essere sostenuta dal Governo con nuove leggi e strumenti. Introducendo finalmente i delitti contro l’ambiente nel codice penale e mettendo mano alle situazioni di pericolo più gravi: come le aree inquinate da bonificare o la necessità di rendere sicuri gli edifici a rischio calcestruzzo depotenziato», utilizzato soprattutto al sud in strade, viadotti e perfino in scuole (a Tropea) o ospedali (come al San Giovanni di Dio ad Agrigento).

«RAVVEDIMENTO OPEROSO» - E lo stesso procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso non solo ha invocato nuovi strumenti legislativi ma l’introduzione della figura del «ravvedimento operoso»: i colpevoli dovrebbero riparare ai danni ambientali arrecati. Nella classifica sull’illegalità ambientale il Lazio sale al secondo posto (era al quinto nel 2008) soprattutto per i reati contro il patrimonio faunistico, mentre il suo territorio è sempre più esposto alle infiltrazioni dei clan, soprattutto nel sud Pontino con Latina che si attesta al terzo posto nella classifica del ciclo del cemento in Italia.

LA CLASSIFICA - Al primo posto resta ancora la Campania con 4.874 infrazioni accertate, il 17 per cento del totale, mentre al terzo è la Calabria con 2.898 seguita dalla Puglia con 2.674 infrazioni. Scende di due posizioni la Sicilia con 2.520 infrazioni, mentre la Liguria è la prima regione del nord Italia in questa triste classifica con 1.231 reati. «Raccontano che la crisi dei rifiuti è risolta – inizia così la prefazione al rapporto scritta da Roberto Saviano – ma se aprite le pagine di analisi di questo dossier conoscerete davvero cosa accade in Italia». Perché in questo campo l’ecomafia si conferma come una holding solida: «Gli investimenti a rischio in opere pubbliche e gestione dei rifiuti urbani nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa anche nel 2009 superano i 7 miliardi di euro».

I SETTORI A RISCHIO - A seguire l’abusivismo edilizio, con una somma in nero accumulata dalle ecomafie di circa 2 miliardi: 7.463 le infrazioni accertate in questo campo e come ogni anno la Campania è al primo posto con 1.179 reati. Altri tre miliardi arriverebbero alle Ecomafie dal racket degli animali tra corse clandestine di cavalli e combattimenti tra cani. Anche l’agricoltura si conferma come uno dei pilastri con un giro di affari di 50 miliardi di euro l’anno, mentre si starebbe sempre più allargando il settore del commercio con supermarket e grandi centri: solo in Sicilia a fine 2008 risultavano 100 autorizzazioni per nuove strutture commerciali. «Un business che sottrae risorse preziose all’economia legale e condanna il paese all’arretratezza», ha concluso il presidente Cogliati Dezza. «Sono cifre allarmanti», ha detto il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo presentando la Giornata mondiale dell'Ambiente che si celebra il 5 giugno. Applaudendo il lavoro di Legambiente ricorda che al rapporto presentato qualche giorno fa dal ministero emerge che le forze dell'ordine scoprono un illecito ambientale ogni 43 minuti. «La lotta all'ecomafia – conclude Stefania Prestigiacomo – è uno dei miei pilastri e dell'azione di governo».
fonte: corriere.it

venerdì 2 aprile 2010

rifiuti: Nuova isola nell'Atlantico Galleggia ed è fatta di rifiuti


Anche l'Atlantico — come l'oceano Pacifico — ha la sua discarica flottante, in cui la plastica regna sovrana. Lo ha annunciato Kara Lavender Law, oceanografa di Sea Education Association, nel corso del recente «Ocean Science Meeting» organizzato dall'American Geophysical Union. «L'isola dei rifiuti si trova in un'area che corrisponde all'incirca al Mar dei Sargassi— ha raccontato la Lavender —, dove sono presenti correnti superficiali con una velocità di meno di due centimetri al secondo. Qui, tra il 1986 e il 2008, abbiamo raccolto circa 64.000 pezzi di plastica, che misurano mediamente meno di un centimetro e pesano meno di 0,15 grammi, nel corso di oltre 6.000 “pescate” con particolari reti a strascico a maglie fini».

Non sono ancora chiare le dimensioni di questa nuova discarica oceanica che, seconda la ricercatrice americana, può essere paragonata come fenomeno e come concentrazione di frammenti di plastica (mediamente circa 20.000 per chilometro quadrato, con punte di 200.000) a quella più famosa e studiata presente nel Pacifico. La Grande Chiazza di Rifiuti del Pacifico (Great Pacific Garbage Patch), la cui dimensione viene stimata da 700.000 kmq a 15.000.000 chilometri quadrati da circa lo 0,41% all'8,1% dell'area dell'oceano Pacifico), si è formata negli anni Cinquanta ed è continuamente alimentata dagli scarti che provengono per il 20% da navi e dalle piattaforme petrolifere e per l'80% direttamente dalla terraferma. Ad «assemblarla», il North Pacific Gyre (Vortice del Nord Pacifico), un sistema formato da quattro correnti oceaniche. Le due gigantesche discariche, quella atlantica e quella pacifica, sono formate principalmente da monofilamenti di plastiche e da fibre di polimeri che si inabissano dalla superficie sino a circa 10 metri di profondità. In realtà le discariche oceaniche potrebbero essere molte di più. «Le simulazioni al computer — ha sottolineato Nikolai Maximenko dell'Università delle Hawaii nel corso dell'Ocean Science Meeting — segnalano a rischio due aree vicino al Sud America, una in prossimità del Cile e l'altra tra Argentina e Sud Africa.

Purtroppo non si hanno molte notizie: sia gli scienziati che i pescatori non frequentano abitualmente queste zone, in quanto poco produttive». La scia di spazzatura è traslucida e non è quindi possibile localizzarla dai satelliti. L'unico modo per studiarla è direttamente da un'imbarcazione. «La plastica — sottolinea Roberto Danovaro, docente del Dipartimento Scienze del Mare dell'Università Politecnica delle Marche — oltre a causare danni diretti per ingestione a delfini, tartarughe e altri grandi animali, frammentandosi viene ingerita da moltissimi organismi marini filtratori». Pericolosi composti, come per esempio i policlorobifenili, possono entrare così nella catena alimentare e da qui raggiungere l'uomo. «Nel Mediterraneo — continua Danovaro — la presenza di plastica è decisamente diminuita in questi anni, così come quella di catrame e di piombo negli organismi marini, grazie alle normative che regolano la materia e alla severità dei controlli ambientali». Attualmente vengono prodotti al mondo, ogni anno, circa 250 milioni di tonnellate di plastica e meno del 5% viene riciclata. L'unico modo per diminuire la dimensione delle discariche oceaniche, segnalano gli esperti, è quello di aumentare il riutilizzo di questo materiale.

venerdì 18 settembre 2009

RIFIUTI TOSSICI: INDAGAVAMO SU 180 NAVI ...

Il Comandante della Capitaneria di Porto Natale De Grazia, deceduto 14 anni fa in circostanze misteriose ''prima di morire stava indagando sulle navi dei veleni e stava lavorando su piani di carico di 180 navi sospette''. Lo ha detto ai microfoni di Radio Anch'io il Procuratore Francesco Neri, che negli Anni Novanta denuncio' piu' volte, inascoltato, la vicenda delle navi cariche di rifiuti pericolosi inabissate nel Mediterraneo. ''De Grazia era il mio migliore investigatore - ha detto - e le nostre indagini al tempo furono portate avanti in tutt'altra atmosfera rispetto ad oggi. Non siamo mai riusciti ad ascoltare il pentito Fonti che oggi ha consentito di rinvenire il relitto, lui dice che fu ostacolato dai Servizi, bisogna vedere se e' vero''. Le indagini furno ostacolate, ha detto, ''a cominciare dal fatto che non vennero erogati i fondi richiesti per approfondire. Probabilmente non ci credettero''.

mercoledì 15 luglio 2009

RACCOLTA DIFFERENZIATA: Cessalto è IL COMUNE CHE GESTISCE MEGLIO I RIFIUTI


E' ancora un comune del Nord il piu' ''riciclone'' d'Italia. Cessalto in provincia di Treviso scala la vetta e si piazza al primo posto della classifica di Legambiente che ogni anno assegna gli Oscar del riciclo ai comuni che gestiscono meglio i propri rifiuti. Ma non c'e' solo il Nord. Anche nella Campania assediata dall'emergenza rifiuti, infatti, sono 61 i comuni da cui prendere esempio in materia di differenziata.

''Sono 10 milioni gli italiani che abitano nei 1280 Comuni Ricicloni 2009 - ha detto Andrea Poggio, vicedirettore Nazionale Legambiente -. Non solo: hanno dimostrato che basterebbe estendere le raccolte differenziate a tutto il Paese per dare un contributo fortissimo agli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2. Attivando servizi di raccolta differenziata i comuni che hanno partecipato aConfermano che riciclare si puo', anzi, si deve. Comuni Ricicloni hanno evitato l'emissione in atmosfera di 2,8 milioni di tonnellate di CO2, pari al 6% di dell'obiettivo del protocollo di Kyoto per l'Italia. A questo risultato si aggiungono i quasi 7 milioni di tonnellate di rifiuti sottratte al business discarica''.

Quest'anno per diventare Comune Riciclone bisognava aver superato la soglia del 45% di raccolta differenziata, nell'anno 2008. Mentre, ai comuni sotto i 10.000 abitanti delle regioni del Nord Italia la giuria ha imposto il superamento della soglia del 55%.

Vincitore assoluto dell'edizione 2009 e' il comune di Cessalto (TV), 3.754 abitanti, che, oltre ad aver conseguito il 77,8% di raccolta differenziata, ha l'indice di buona gestione piu' alto in Italia: 87,6%. Spicca il risultato di Salerno, unico capoluogo riciclone del centro sud, per aver raggiunto il 45,7% di raccolta differenziata.

Oltre la meta' dei Comuni Ricicloni si sono strutturati per la gestione dei servizi in sistemi consortili e i circa 6,3 milioni di abitanti che ne beneficiano sono tutti residenti nel nord Italia, di cui la meta' nel nord est.

Questo conferma la validita' dei sistemi di raccolta e dei servizi offerti dai consorzi, grazie alla distribuzione uniforme su ampie aree di territorio. Tre gli esempi piu' significativi premiati da Legambiente con il premio speciale ''Cento di questi consorzi'': Fiemme Servizi spa provincia di Trento (27.585 ab. che raccolgono in modo differenziato il 78,5%), il Consorzio Intercomunale Priula, provincia di Treviso (241.551 abitanti e 77,1% di r.d.), Amnu spa, provincia di Trento (57.026 ab e 74,6% di r.d.).

domenica 21 giugno 2009

ECOMAFIE: Una catena montuosa DI RIFIUTI di 10 cime con vette che arrivano fino a 3.100 metri di altezza


Una catena montuosa di 10 cime con vette che arrivano fino a 3.100 metri di altezza. E' quanto si potrebbe ottenere impilando i rifiuti speciali che ogni anno, dal 1997, scompaiono nel nulla in Italia. E la cima piu' alta spetta all'Etna di 'monnezza' pericolosa che si otterrebbe con le 31 milioni di tonnellate svanite nel 2008. E' quanto emerge dall'edizione 2009 del rapporto Ecomafia di Legambiente, presentato oggi a Milano, che mette la citta' in guardia per l'Expo 2015, l'evento ''piu' vulnerabile'' alle infiltrazioni mafiose. Se metodologie e prassi criminali rimangono invariate nel tempo (falsificazioni di documenti di identificazione dei rifiuti, di autorizzazioni, di quantita', di analisi di laboratorio, oltre alla tecnica del 'giro bolla'), il business delle ecomafie e' invece in continua crescita. La gestione del ciclo dei rifiuti e del cemento, del racket degli animali, dell'abusivismo edilizio, dei furti di opere d'arte o reperti archeologici e delle infiltrazioni in appalti di opere pubbliche ha fruttato l'anno scorso 20,5 miliardi di euro (+7,3% rispetto al 2007). Ma sul fronte delle indagini - 123 inchieste della magistratura nei sette anni dall'introduzione del delitto di attivita' organizzata per il traffico illecito di rifiuti - Legambiente denuncia il rischio ''di un pericoloso passo indietro se verra' approvato dal parlamento la riforma delle intecettazioni contenuta nel ddl Alfano''. Nelle 25.766 infrazioni accertate alle normative ambientali e nei 3.911 reati legati al ciclo dei rifiuti protagoniste sono, con il 48,1% dei reati in Italia, Campania, Calabria, Sicilia e Puglia. In particolare la Campania si conferma leader dal 1994. La prima regione del Nord e' invece la Liguria, all'ottavo posto. Ma anche in Lombardia, decima in classifica, la situazione e' preoccupante: sono 886 le infrazioni, 307 i sequestri e 866 i denunciati. E la regione si conferma ''al centro dei piu' pericolosi traffici illeciti di rifiuti''. A rischio poi ci sarebbe l'Expo, giudicato ''una miniera d'oro'' per le organizzazioni criminali e ''vulnerabile'', oggetto di numerosi allarmi lanciati anche dai magistrati della Dda di Milano. Le cosche infatti si starebbero preparando a giocare la loro parte grazie alla disponibilita' di denaro (''che in un momento di crisi potrebbe rivelarsi determinante'', continua il rapporto) e i ritardi negli stanziamenti, delle nomine e dei lavori che ''potrebbe portare gli organi decisionali a prestare meno attenzione su chi avra' i subappalti''. Il vicepresidente di Legambiente Lombardia Sergio Cannavo', appoggiato dall'associazione Libera, ha quindi lanciato la proposta di costituire una task force di controllo degli appalti e dei flussi di risorse legate all'evento.

mercoledì 10 giugno 2009

ECOMAFIE : Se passa la legge sulle intercettazioni il governo farà un regalo alle ecomafie


''Porre la fiducia e approvare un testo che impedira' di fatto d'intercettare gli eco-criminali, ed in particolare i trafficanti di veleni, e' un regalo all'ecomafia. Le intercettazioni telefoniche hanno avuto in questi anni un ruolo risolutivo per fermare tante organizzazioni criminali che hanno smaltito illegalmente rifiuti in tutto il Paese. Impedirle per questi reati e' un atto gravissimo che avra' gravi ripercussioni sulla lotta contro la criminalita' ambientale''.

Cosi' il vicepresidente di Legambiente e responsabile dell'Osservatorio Ambiente e Legalita', Sebastiano Venneri, commenta la decisione del governo di bloccare il testo e porre la fiducia sul ddl intercettazioni.

''Abbiamo denunciato piu' volte la necessita' di mantenere questo strumento indispensabile per tutti i reati contro l'ambiente come i traffici illeciti di rifiuti tossici e gli incendi dolosi, altrimenti esclusi perche' passibili di pene inferiori ai 10 anni. E su questo punto abbiamo avuto al nostro fianco il presidente della Commissione d'inchiesta sui rifiuti Gaetano Pecorella, il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, magistrati, giuristi competenti e anche parlamentari di maggioranza. Senza intercettazioni - prosegue Venneri - sara' piu' difficile continuare a scoprire e perseguire con efficacia certi delitti devastanti, che ogni anno concorrono a danneggiare gravemente il territorio italiano e sgominare il coinvolgimento diretto nelle attivita' criminali di colletti bianchi, professionisti, funzionari pubblici corrotti e cosi' via. Una vera e propria immunita' per chi distrugge l'ambiente e mina la salute dei cittadini''.

Legambiente ricorda che ad oggi i reati ambientali sono ancora pressoche' puniti con sanzioni di tipo contravvenzionale. In appena 7 anni dalla sua entrata in vigore, invece, la norma che riconosce il delitto di attivita' organizzata per il traffico illecito di rifiuti, ha consentito alle forze dell'ordine e magistratura di portare a termine ben 131 inchieste - l'ultima delle quali, coordinata dalla procura di Modena, conclusa ieri - di emettere 841 ordinanze di custodia cautelare, denunciare 2425 persone, con il coinvolgimento di 68 procure di tutto il territorio nazionale. Peraltro il 2008 e' stato l'anno dei record per i trafficanti di rifiuti, che secondo il Rapporto Ecomafia 2009 hanno fatturato circa 7 miliardi di euro, gestendo in maniera criminale circa 31 milioni di tonnellate di rifiuti speciali.

''E' un atto vergognoso - conclude Venneri - una pagina buia per la lotta alla criminalita' organizzata, un freno assurdo e ingiustificato all'azione di contrasto delle Forze dell'Ordine e della Magistratura''

mercoledì 3 giugno 2009

Tecno-rifiuti: Tecnorifiuti dei paesi ricchi smaltiti illegalmente in Africa


La EarthECycle di Pittsburgh finge di riciclare i rifiuti elettronici dei cittadini Usa ma poi li scarica sulle spiagge del continente nero, dove vengono bruciati provocando dense colonne di fumo tossico.

Secondo l’ultimo rapporto «Ban» (
Basel Action Network), l’ondata di rifiuti hi-tech ha raggiunto l'Africa. Gli scarti tecnologici dei paesi ricchi prendono la via di quelli in via di sviluppo con la pretesa di rimediare al «divario digitale»: ma invece di finire tra le mani di chi ne ha bisogno, finiscono in enormi discariche inquinanti. Il reportage scopre un finto riciclo di rifiuti elettronici da parte della EarthECycle che da Pittsburgh sbarca in Africa.

Secondo un rapporto complilato dall'organizzazione ambientalista Basel Action Network (BAN) l'ondata di rifiuti hi-tech avrebbe raggiunto anche l'Africa. Computer, cellulari, scanner e stampanti, gli scarti tecnologici dei paesi ricchi prendono la via di quelli in via di sviluppo come parziale rimedio al loro enorme divario digitale. Una volta sul posto, però, invece di finire tra le mani di chi ne ha bisogno vengono ammassati in enormi discariche inquinanti.
Se fino ad ora le mete preferite dai trafficanti di immondizia cybernetica erano situate in Asia, con un occhio particolare per le province più povere della Cina, adesso le rotte sembrano convergere verso il continente africano, ricalcando in parte quelle del tristemente noto commercio triangolare.
Infatti l'ultima denuncia del gruppo ambientalista riguarda una raccolta di materiale elettronico in disuso effettuata nei dintorni di Pittsburgh, negli Stati Uniti. EarthECycle, la società incaricata dello smalitmento, avrebbe invece riempito sette container spedendoli poi a Hong Kong e in Sud Africa.
Sul rapporto si legge che quelli diretti verso l'ex protettorato britannico sarebbero stati intercettati e rispediti al mittente, mentre il carico diretto in Sud Africa dovrebbe essere arrivato nel porto di Durban.
Generalmente gli USA non vietano questo tipo di esportazioni, ma uno dei container fotografati segnalati da BAN conteneva esclusivamente vechi monitor CRT, per i quali non è consentito l'espatrio senza il consenso della nazione cui sono destinati.
Nonostante gli stessi produttori di hardware incoraggino il riciclaggio pulito secondo la Environmental Protection Agency statunitense nel 2008 solo il 20 per cento degli scarti elettronici è stato riciclato all'interno del territorio USA. La stragrande maggioranza di ciò che è rimasto è stata inviata oltreoceano.
Le autorità portuali di Lagos, uno dei più importanti centri urbani della Nigeria e meta di molte discariche galleggianti, lamentano l'arrivo ogni mese di una grande quantità di inutile ferraglia: solo il 25 per cento dei prodotti scaricati da 500 container è considerato riutilizzabile.
In molti di questi paesi la conseguenza di questi traffici è che ingenti quantità di e-waste vengono prima radunate in discariche dal vago sapore cyber-punk, e poi bruciate: il tutto senza la minima considerazione del pericolo ambientale costituito dalle nubi tossiche sprigionate da questi roghi


Tecno-rifiuti britannici smaltiti illegalmente da bimbi africani
Tonnellate di rifiuti tossico-nocivi vengono raccolti ogni giorno in Gran Bretagna e spediti - in barba agli accordi internazionali a tutela dell'ambiente - in paesi africani come Nigeria e Ghana. A svelare il traffico illegale è un'inchiesta congiunta del quotidiano britannico The Independent, l'emittente Sky News, e l'associazione ambientalista Greenpeace UK. Che, nascondendo in un televisore danneggiato un trasmettitore satellitare, hanno tracciato e smascherato l'orrenda filiera. Secondo le norme in vigore, infatti, ogni apparecchio elettronico ormai inutilizzabile - computer, stereo, televisori: tutti oggetti ricchi di metalli pesanti e altri componenti velenosi - dovrebbero venir smaltiti in modo sicuro senza lasciare il loro paese d'origine.

La realtà invece è ben diversa. Società compiacenti raccolgono la spazzatura elettronica - e-waste, in inglese - raccolta in discariche comunali e la esportano, previa compenso, in paesi in via di sviluppo. Dove un'intera generazione di ragazzini - immersa in vapori cancerogeni - smantella, scava, fonde e recupera le preziose materie prime contenute negli elettrodomestici dell'Occidente. Il viaggio della vergogna ha inizio in un centro di raccolta gestito dal consiglio provinciale dell'Hampshire. Stando alle direttive Ue, la tv avrebbe dovuto essere riciclata dagli specialisti del settore. Invece è stata acquistata dalla BJ Electronics, ditta dell'East End di Londra - che, rivela l'Independent, paga una sterlina per ogni monitor di computer, tre sterline per un grande televisore e cinque sterline per uno stereo con cd.

La tv, insieme ad altri elettrodomestici, è stata quindi rivenduta ad un'altra azienda. Che, riempito un container, l'ha spedita a Lagos, Nigeria, a bordo della motonave Mv Grande America. Una volta approdata a destinazione, la Tv-cimice è stata consegnata a uno dei tanti robivecchi che affollano il 'mercato' di Alaba, centro nevralgico dell'industria dell'usato nigeriana. Dove è stata prontamente riacquistata dagli autori dell'inchiesta - evitando così che finisse nella discarica a cielo aperto, regno incontrastato dei bimbi perduti della Nigeria. "In ogni container - ha detto all'Independent Igwe Chenadu, presidente dell'Alaba Technicians Association - circa il 35-40% degli oggetti non funziona. Di questi, solo un terzo si può riparare. Il resto finisce ai ragazzini".

E ogni giorno, ad Alaba, arrivano in media dall'Europa e dall'Asia 15 container si tecno-spazzatura. Paradossalmente, però, a rendere possibile l'orrenda tratta é la direttiva Ue stessa - 'Waste Electrical and Electronic Equipment Directive', o Weee. La legge, infatti, vieta l'esportazione dei dispositivi rotti e inutilizzabili. Via libera invece per quelli vecchi ma ancora funzionanti. "Il sistema - ha spiegato una fonte interna del settore - dovrebbe fare da filtro e separare i rifiuti tossici da un legittimo mercato dell'usato. In realtà viene spedito tutto all'estero".

mercoledì 29 aprile 2009

DustCart ROBOT: In Italia il primo robot-spazzino


Nel metro e mezzo di altezza e 77 centimetri di larghezza si nasconde un mix di tecnologie: un sistema di navigazione satellitare, un altro basato su ultrasuoni e ancora sistemi laser e una miriade di sensori e meccanismi elettronici e meccanici. Il tutto costruito e assemblato con uno scopo: raccogliere la spazzatura. Il primo robot spazzino sarà sperimentato in Italia da sabato 9 maggio a Pontedera, in provincia di Pisa.

L’automa si chiama DustCart ed è stato realizzato dall’Atr (Advanced Telecommunications Research Institute International), uno dei più prestigiosi laboratori di ricerca giapponesi e dalla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa. Il robot spazzino per ora ha un’autonomia di 24 chilometri e una velocità di 16 ed è utile per la raccolta di spazzatura «porta a porta» soprattutto nei piccoli centri storici e nei centri commerciali. Il funzionamento è semplicissimo. L’utente forma un numero al cellulare, inserisce via e numero civico, e il robottino raggiunge l’appuntamento. A questo punto si inserisce il sacco della spazzatura nel ventre dell’automa che può ospitare sino a 30 chili di materiale. Una delle peculiarità della macchina è la possibilità di fare raccolta differenziata: sfiorando lo schermo sensibile al tocco, infatti, si può selezionare la tipologia di rifiuti (vetro, plastica, carta e altro) e dare la possibilità al robot di raggiungere appositi contenitori.

La sperimentazione di DustCart si svolgerà nelle zone pedonali dei Comuni di Pontedera, Peccioli e Massa (Massa Carrara) e all’estero a Örebro (Svezia) e a Bilbao (Spagna). I primi risultati di laboratori hanno dato un esito positivo. Tecnicamente il robot funziona bene e individua con accuratezza ostacoli e indirizzi. Questo avviene grazie a un innovativo sistema di ultrasuoni e di segnalatori che debbono essere istallati nelle zone operative. Anche il Gps e gli altri sensori compiono il loro dovere egregiamente.

Non mancano però i problemi. Perché passare da un ambiente tutto sommato «protetto» (laboratori, zone di sperimentazione) a quello di una città può trasformarsi per l’automa in una giungla. Per una corretta raccolta di rifiuti è dunque indispensabile avere una rete di robot che, se pur efficienti, hanno bisogno di manutenzione e soprattutto di controllo. E questo vale soprattutto nei Paesi occidentali dove gli episodi di vandalismo sono purtroppo all’ordine del giorno. Anche i costi di produzione avranno un peso. L’impressione è che i netturbini in carne e ossa potranno dormire sonni tranquilli almeno per qualche altro anno. Wall-e, l’automa spazzino della Disney e della Pixar premiato con l’Oscar, resterà ancora un'icona dell’immaginario cinematografico.

vai a leggere anche :
MILANO - WALL•E : è il primo robot-spazzino e inizierà a “lavorare” ad aprile.2009

mercoledì 11 marzo 2009

WALL•E : è il primo robot-spazzino e inizierà a “lavorare” ad aprile.2009


È un robot, assomiglia terribilmente a WALL•E, il robot-cartone animato dell’omonimo film, ma, a differenza del solitario robottino della Disney, è reale, raccoglie rifiuti veri e interagisce con l’uomo. Basterà chiamarlo, a qualsiasi ora, perché venga a ritirare i sacchetti della spazzatura. Il robot fa parte del progetto europeo DustBot – coordinato dal prof. Paolo Dario della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa – che ruota attorno a 2 tipi di macchine. Il primo tipo, DustClean, pulisce e disinfetta le strade; il secondo, DustCart, è il vero WALL•E in software e hardware: si muove per la città raccogliendo i rifiuti porta a porta, ma anche offrendo una serie di informazioni utili, accessibili tramite uno schermo touch-screen: dati sulla qualità dell’aria (rilevate grazie ad appositi sensori di bordo per CO2, ossidi di azoto, polveri sottili e altri elementi inquinanti), suggerimenti per il riciclo, ma anche informazioni turistiche relative ai servizi offerti dalla città.
Prima del film
Proprio come WALL•E («Ma non ci siamo ispirati al film» precisa Barbara Mazzolai, responsabile del progetto: «noi abbiamo iniziato nel 2006»), il Dust­Cart ha una “pancia” capace di accogliere rifiuti di vario genere, ma anche un aspetto rassicurante e pulito: il design è stato studiato per risultare gradevole alle persone, perciò non ricorda affatto cassonetti e bidoni.
Del tutto autonomo, è progettato per operare in città evitando ostacoli e cadute, grazie ai giroscopi del Segway, il dispositivo di trasporto che imita l’equilibrio umano.

La navigazione è gestita da due sistemi che operano contemporaneamente: il primo basato sul GPS, del tutto simile a quello dei navigatori satellitari, e un sistema secondario di “boe” (da installare appositamente per il robot nelle zone operative) che funziona tramite ultrasuoni.
Le boe garantiscono una maggiore risoluzione (segnalano al computer di bordo la posizione del robot con uno scarto di centimetri anziché di metri come nel caso del GPS) e una totale affidabilità anche in caso di cielo coperto o indisponibilità dei satelliti.
Una serie di sensori laser posti sul frontale informano costantemente il DustCart sulla presenza di eventuali ostacoli imprevisti, mentre i LED che formano gli occhi sono anche indicatori del corretto funzionamento della macchina.
Nei prossimi mesi (aprile 2009) inizierà la sperimentazione sul campo: non solo in Italia (nei comuni di Pontedera, Peccioli e Massa, per ora solo all’interno di zone pedonali), ma anche in Svezia (Örebro) e Spagna (Bilbao).
E gli spazzini (quelli veri), che fine faranno? Secondo Barbara Mazzolai, il robot non ruba il mestiere agli esseri umani, ma lo migliora: «c’è una riqualificazione del lavoro: l’operatore non andrà più a contatto con i rifiuti ma potrà occuparsi della gestione del sistema, o della manutenzione delle macchine. Senza contare le opportunità create dall’eventuale produzione del sistema su scala industriale».

Lettori fissi

Visualizzazioni totali