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giovedì 2 febbraio 2012

cementificazione:L'Italia che scompare, è il consumo di suolo il nemico numero 1 dell'ambiente

L’inquinamento, la caccia, gli incendi dolosi sono i mali minori contro i quali la natura in Italia si trova a dover fare i conti. Il peggiore? È il consumo di suolo: la copertura di terreni vergini o agricoli con asfalto e cemento per costruire case, industrie, strade o grandi arterie autostradali. In Emilia Romagna tra il 1954 e il 2008 sono spariti 9 ettari di suolo al giorno. In Sardegna l’incremento di terreno urbanizzato è cresciuto del 1.154% rispetto agli anni Cinquanta. E le città continuano a ampliarsi nonostante migliaia di residenti scelgano ogni anno di andare a vivere altrove: per ogni abitante «perso» la città cresce invece di 800 metri quadrati. Se il processo non verrà governato, nei prossimi vent’anni si perderanno 75 ettari al giorno.

L'ITALIA CHE SCOMPARE – A lanciare l’allarme su questo fenomeno sono i risultati del dossier Terra rubata–Viaggio nell’Italia che scompare: un progetto di ricerca svolto dall’Università degli studi dell’Aquila e promosso dal Fondo ambiente italiano (Fai) e dal Wwf e presentato martedì mattina, a Milano. «Il territorio è sottoposto a una minaccia spaventosa di cui pochi si rendono conto», ha detto il presidente onorario del Wwf Fulco Pratesi, mentre Giulia Maria Mozzoni Crespi, presidente onorario del Fai, ha sottolineato la necessità di «affrontare il domani e non solo l’emergenza, perché poi si paga se nell’emergenza si è agito nella maniera sbagliata. Mi auguro che il governo Monti, che pure ha dovuto affrontare emergenze che risalgono all’epoca dei nostri padri fondatori, consideri anche il domani che seguirà alle sue scelte».

CEMENTIFICAZIONE - Una «dissennata cementificazione» ha già fatto diminuire il turismo in Italia: «Tutto il territorio italiano è un'opera d'arte creata dall'uomo con l’agricoltura, che, se fatta bene, è un’opera d’arte», ha detto Crespi, ricordando un’ulteriore minaccia che riguarda proprio gli imprenditori agricoli: l’Imu sui terreni, che secondo una stima di Confagricoltura costringerebbe circa 600 mila aziende a cessare le attività, oppure a utilizzare i campi per installare pale eoliche, impianti a biomasse, pannelli fotovoltaici. La ricerca, prima nel suo genere, ha riguardato undici regioni che coprono il 44 per cento della superficie italiana: Umbria, Molise, Puglia, Abruzzo, Sardegna, Valle d’Aosta, Lazio, Liguria, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia. Intorno al secondo dopoguerra, queste regioni avevano tassi molto contenuti di densità di urbanizzazione: dall’1 al 4 per cento. Oggi alcune arrivano al 10%. «In Italia non si può tracciare un cerchio del diametro di 10 km senza intercettare un nucleo urbano», ha detto Costanza Pratesi, responsabile ufficio Ambiente e paesaggio del Fai. Si tratta di una crescita a macchia di leopardo e senza pianificazione, che non è più legata a un contesto storico particolare, come lo era nel dopoguerra, ma che procede costantemente senza essere guidata: alcune leggi vigenti risalgono al 1942.

MANCANZA DI PIANIFICAZIONE - Il risultato? «Mentre negli insediamenti storici c'è vicinanza tra abitazioni e servizi urbani, in quelli urbani moderni la lontananza genera necessità di infrastrutture e ulteriore consumo di territorio», spiega la Pratesi. Un esempio, a questo proposito, è la Legge Obiettivo del 2001, che in dieci anni ha fatto salire il numero delle opere previste da 115 a 390 (nel 45 per cento dei casi si tratta di strade), anche se, a oggi, solo l’1 per cento delle infrastrutture previste è stato ultimato. Alla mancanza di una pianificazione si aggiunge la deriva illegale della cementificazione, con l’abusivismo, lo smaltimento dei rifiuti nelle cave e i condoni. «In occasione delle tre normative del 1985, 1994 e 2003 sono stati richiesti 4 milioni 5oo mila condoni», spiega Gaetano Benedetto, direttore politiche ambientali del Wwf. «Sappiamo però che molte di queste pratiche, soprattutto al Sud, sono ancora giacenti. Due terzi si concentrano in cinque regioni: Campania, Calabria, Lazio, Puglia e Sicilia».

ROAD MAP ANTICEMENTO - Il settore edilizio è, tuttavia, molto importante per l’occupazione: ci lavorano tra gli 8 e i 10 milioni di persone, che rappresentano tra il 14 e il 17% della popolazione. Come far convivere le necessità di questo settore con la salvaguardia dell’ambiente? Fai e Wwf propongono una road map. Il primo passo sarebbe una «moratoria delle nuove edificazioni su scala comunale e il censimento degli effetti dell’abusivismo edilizio su sala comunale. Inoltre, dare priorità al riuso dei suoli anche utilizzando la leva fiscale per penalizzare l’uso di nuove risorse territoriali e permettere il cambio di destinazione d’uso di un terreno se coerente con le scelte in materia di ambiente, paesaggio, trasporti e viabilità». Indispensabile, poi, «rafforzare la tutela delle nostre coste, estendendo da 300 a mille metri dalla linea di battigia il margine di salvaguardia e difendere i fiumi non solo attraverso il rispetto delle fasce fluviali, ma con interventi di abbattimento e delocalizzazione degli immobili situati nelle aree a rischio idrogeologico». Questo dovrebbe evitare il ripetersi di esondazioni dagli esiti tragici come quella che ha colpito qualche mese fa le Cinqueterre.

fonte:http://www.corriere.it/ambiente/12_gennaio_31/consumo-suolo-fagnani_43a2472a-4c2e-11e1-8f5b-8c8dfe2e8330.shtml

martedì 29 giugno 2010

Ambiente: crescono i reati di inquinamento marino e abusivismo sulle coste italiane

Cattiva depurazione, inquinamento e cemento abusivo sono i mali endemici del mare italiano, che niente e nessuno sembra poter scalfire. Persistenti sacche d'illegalità a danno delle coste e dell'ecosistema marino, sulle quali, come ogni anno, Legambiente fa il punto nel suo rapporto Mare Monstrum. L'edizione 2010 del dossier è stata presentata a Venezia, in occasione della partenza della Goletta Verde, la storica campagna di monitoraggio delle acque marine dell'associazione ambientalista.

''L'abusivismo edilizio cresce del 7,6% rispetto all'anno precedente e l'inquinamento derivante da scarichi fognari illegali, cattiva depurazione e inquinamento da idrocarburi addirittura del 45%. I sequestri aumentano del 46,2% passando dai 4.049 del 2008 ai 5.920 del 2009. Calano invece del 40% circa i reati accertati fra la costa e il mare, 8.937 infrazioni nel 2009 a fronte delle 14.544 del 2008, un calo determinato soprattutto dalla riduzione di reati accertati nel campo della pesca (-72,4%) e della nautica da diporto (- 76,6%)'', sottolinea Legambiente.

''Sempre in testa nella classifica delle illegalità le regioni a tradizionale presenza mafiosa, dov'è stato accertato il 59% del totale dei reati (a fronte del 55,5% del 2008). La Campania con 1.514 infrazioni è stabile al primo posto, seguita dalla Puglia con 1.338 infrazioni, dalla Sicilia con 1.267 infrazioni e dalla Calabria con 1.160 infrazioni'', continua Legambiente.

''C'è da dire che la riduzione nei reati registrata quest'anno è in parte frutto del lavoro di prevenzione dell'illegalità svolto negli anni dalle forze dell'ordine, ma in parte anche riconducibile al significativo calo dei controlli effettuati dalle Capitanerie di porto, passati dai 618.126 del 2008 ai 529.700 del 2009 con una flessione del 14,3%, determinata da una riduzione di risorse economiche destinate alle attività investigative e repressive che ha penalizzato i controlli svolti in mare, sicuramente più costosi'', continua Legambiente.

"Le emergenze del settore non accennano a risolversi e si consolidano anzi vere e proprie sacche di illegalità sempre più difficili da svuotare. A fronte di una riduzione generale dei reati ambientali ai danni del mare nostrum, crescono quest'anno -ha commentato il vice presidente di Legambiente Sebastiano Venneri- gli illeciti nel settore dell'inquinamento e quelli relativi al cemento sulle coste, con una spiccata predilezione per le aree di pregio e le isole minori. Sorgono anche nuove minacce: gli effetti del riscaldamento globale, le centrali nucleari, il traffico delle petroliere, le navi dei veleni, ma soprattutto le trivellazioni off-shore e il rischio petrolio. Il Mediterraneo è un mare piccolo e chiuso, dove una marea nera comporterebbe danni incalcolabili. Tanto per dare un'idea, la macchia che ha invaso il golfo del Messico alle nostre latitudini coprirebbe l'Adriatico da Trieste al Gargano".

''Una di quelle sacche d'illegalità difficili da svuotare raccontate nel dossier è sicuramente la vicenda delle spadare, le reti killer utilizzate per la cattura del pesce spada e vietate dall'Unione Europea sin dal 2002. Ogni anno migliaia di esemplari tra tartarughe, piccoli delfini, capodogli o balenottere trovano la morte per soffocamento in queste reti killer non selettive che dovrebbero già essere state distrutte grazie ai milioni di euro spesi dall'Ue per indennizzare i pescatori proprietari. Ma molti degli indennizzati hanno prima preso i soldi europei e poi continuato ad utilizzare gli attrezzi illegali come se nulla fosse'', continua Legambiente.

''In Calabria, Campania, Sicilia e Puglia sono state sequestrate nell'ultimo anno, complessivamente, più di 133 mila metri di reti spadare e quasi 111 mila di ferrettare (una piccola spadara lecita, ma spesso utilizzata in maniera fraudolenta). Le marinerie maggiormente coinvolte nelle operazioni di polizia sono state quelle di Reggio Calabria, Catania, Roma e Napoli. Come sottolineato dagli inquirenti nel settore lavorano a tempo pieno non improvvisati pescatori, ma vere e proprie organizzazioni criminali che spesso controllano intere flottiglie e, sempre più spesso, inquinano i mercati ittici imponendo le proprie regole, investendo e riciclando capitali illeciti. Le due località italiane tristemente note per l'utilizzo delle spadare sono Bagnara Calabra (Rc) e Porticello (Pa)'', continua Legambiente.

''Ma anche San Vito lo Capo si è rivelata lo scorso anno una specie di 'porto franco', soprattutto per i pescherecci catanesi, così come alcuni porti esteri, tra cui quello di Biserta, in Tunisia, di fronte alle coste trapanesi, scelto da numerose flottiglie per scaricare il pescato. Impossibile stimare l'incasso di questo mercato illegale che, assicurano gli inquirenti, non sfigura affatto rispetto a quello legale'', continua la nota.

''Dal punto di vista dei reati accertati sul demanio, la Sicilia è la regione con più illegalità sul fronte dell'abusivismo con 749 infrazioni accertate; segue la Campania con 702, la Calabria con 561 e la Sardegna con 499 infrazioni. Il mattone illegale continua ad essere una piaga italiana, spesso terreno d'azione prediletto della criminalità organizzata e scarsamente fronteggiato da un sistema di controlli locali poco efficace e permeabile a logiche clientelari e corruttive. Se al nord si amplia illegalmente, al centro e soprattutto al sud si costruisce ex novo, dalle villette singole fino ad interi complessi turistici e residence di lusso. Con il risultato dello scempio sistematico delle aree di maggior pregio ambientale, come raccontano le numerose storie raccolte in Mare Monstrum. D'altro canto, l'inserimento di un nuovo condono edilizio nella manovra finanziaria rimane per il governo una tentazione sulla quale non è ancora stata detta l'ultima parola'', continua Legambiente.

''Il cemento sulla costa sembra prediligere i luoghi di maggior pregio e le isole minori. A cominciare da Ischia, con le sue 25 mila richieste di condono, che quest'anno si è trovata di nuovo a fare i conti con il tributo di vite umane alla mala gestione del territorio. Ma anche Lampedusa, dove fioriscono gli abusi, realizzati anche con sostanziosi contributi pubblici; Lipari, dov'è prevista la realizzazione di due nuovi approdi turistici; l'Elba dove si pensa all'edificazione di almeno un paio di villaggi turistici'', aggiunge Legambiente.

''Ricorsi in vista contro gli abbattimenti, invece, su quella che da anni è stata ribattezzata la collina del disonore, ora che la seconda sezione della Corte d'appello di Palermo ha bloccato la confisca di 14 ville a Pizzo Sella, la lottizzazione della mafia che affaccia sul mare di Mondello. Secondo i giudici, i proprietari delle 14 case avevano acquistato 'in buona fede', quindi non possono essere considerati complici della colata di cemento abusiva che punteggia l'area di scheletri'', continua la nota.

''Numeri imbarazzanti per il settimo Paese più industrializzato al mondo sono anche quelli sugli scarichi civili non depurati: il 30% degli italiani - pari a 18 milioni di cittadini - non è servito da un impianto di depurazione, mentre il 15% non ha a disposizione una rete di fognatura dove scaricare i propri reflui. Dati che viaggiano spesso insieme con quelli dell'abusivismo edilizio di cui, di solito, gli scarichi illegali sono la conseguenza. Per quanto riguarda le fognature, solo la Lombardia supera il 90% di copertura della popolazione, fanalino di coda la Sardegna e la Liguria con il 75%. Le 15 regioni costiere sono tutte sotto il 90%'', prosegue Legambiente.

''Ma i problemi principali riguardano il servizio di depurazione. La regione in cui si registra il deficit maggiore è la Sicilia dove 2,3 milioni di persone (il 54% del totale) riversano i propri scarichi non depurati nel mare. A seguire la Campania dove il servizio copre solo il 67% della popolazione lasciando scoperti quasi 2 milioni di cittadini, poi il Lazio e la Toscana, con circa 1,4 milioni (il 38% del totale) di persone scoperte. A causa di questi numeri, l'Italia ha in corso una procedura d'infrazione europea per il mancato trattamento delle acque reflue in ben 178 comuni italiani di dimensioni medio-grandi'', continua Legambiente.

''Le 5 regioni sotto accusa dall'Europa sono la Sicilia, con 74 comuni inosservanti, fra cui spiccano diversi capoluoghi di provincia come Palermo, Catania, Messina, Ragusa, Caltanissetta e Agrigento; la Calabria con 32 Comuni tra i quali Reggio Calabria, Lamezia Terme e Crotone; la Campania con Benevento, Napoli, Salerno, Avellino, Caserta ed altri 18 agglomerati tra cui Ischia; la Liguria con 19 comuni fra cui Imperia, Genova e la Spezia; e poi 10 comuni pugliesi, le province di Campobasso, Isernia, Trieste e Chieti e così via'', continua la nota.

''Uno degli esempi più evidenti di cattiva depurazione è quello dei Regi Lagni, una serie di canali d'acqua che attraversano un bacino di più di 1.000 chilometri quadrati tra l'area napoletana e quella di Caserta, la provincia che da anni si attesta al primo posto per maggiore percentuale di costa vietata alla balneazione, dove solo il 35% della costa è considerato balneabile. Proprio la mancata depurazione degli scarichi che confluiscono nei Regi Lagni ha portato nei mesi scorsi all'inchiesta congiunta della Procura di Nola e S. Maria Capua Vetere sui depuratori non funzionanti e i veleni scaricati direttamente in mare, che ha portato all'emissione di numerose ordinanze di custodia cautelare'', aggiunge Legambiente.

''Certo non migliorerà la situazione l'entrata in vigore, già da quest'estate, della nuova normativa sulla balneazione, che allinea l'Italia agli altri paesi dell'Unione europea ma è molto più blanda di quella che ci ha accompagnato fin dal 1982. Un allineamento al ribasso, quindi, rispetto alla severità con la quale era stata recepita la precedente normativa'', spiega Legambiente.

''Tra le novità di quest'anno, anche la minaccia di nuove trivellazioni nel mare italiano. La preoccupazione è tanta e rimanda alla tragedia che si sta consumando negli ultimi due mesi nel Golfo del Messico, con l'incidente occorso alla piattaforma petrolifera della British Petroleum. Molte società energetiche hanno infatti avanzato richieste di ricerca, e in alcuni casi ottenuto permessi, in un'estensione di circa 39mila kmq dislocati in 76 aree, per la gran parte di elevato pregio ambientale e considerate zone sensibili proprio per i loro ecosistemi fragili e preziosi da tutelare'', continua la nota.

''Le attività di ricerca in mare di idrocarburi sono concentrate nel mar Adriatico, Ionio e nell'area antistante la Sicilia meridionale e occidentale: si tratta di 24 permessi di ricerca rilasciati per una superficie complessiva di circa 11mila kmq. I luoghi più interessati dalle attività di ricerca di petrolio sono la costa tra le Marche e l'Abruzzo (3 permessi di ricerca), il tratto di costa pugliese soprattutto tra Bari e Brindisi (2), il golfo di Taranto e il canale di Sicilia (12). L'ultimo permesso in ordine cronologico è stato rilasciato pochi giorni fa alla Shell Italia per avviare le prospezioni in un'area di mare di 1.356 kmq di fronte al golfo di Taranto. Ma la multinazionale energetica sta già pensando a nuove ricerche nel canale di Sicilia a caccia di uno dei più grandi giacimenti d'Europa. E i tratti di mare che rischiano l'arrivo di "trivella selvaggia" e piattaforme nei prossimi anni potrebbero essere molti di più: dal 2008 ad oggi infatti sono state presentate altre 41 domande per 23.408 Kmq'', conclude Legambiente.

venerdì 9 ottobre 2009

CEMCENTIFICAZIONE SELVAGGIA VERO PROBLEMA


E' la cementificazione selvaggia la vera fragilita' del territorio italiano, cementificazione che ad ogni condono edilizio e' aumentata vorticosamente. Cosi' e' stato per il primo condono nel 1985 che nei due anni precedenti registro' 230.000 abitazioni abusive, poi durante la sanatoria urbanistica del Governo Berlusconi per la quale furono costruite 83mila abitazioni fuori legge e cosi' abbiamo visto ripetersi nel 2004, in occasione del secondo condono Berlusconi, quando furono realizzate 40mila costruzioni abusive. Un incremento della produzione abusiva tra il 2001 e il 2003 pari al 41%, dopo un trend in diminuzione tra il 1996 al 2001, mentre dell'introito previsto di 3,8 miliardi di euro non entro' nemmeno un decimo'.

Questa la denuncia di Legambiente su come la politica dei condoni e l'assoluta mancanza di repressione abusiva in Italia abbia contribuito a rendere il Paese ancora pu' fragile.

Secondo le stime dell'associazione ambientalista, infatti, la semplice attesa del condono edilizio sia all'epoca del provvedimento del Governo Craxi (ministro dei Lavori pubblici Nicolazzi), sia all'epoca del Governo Berlusconi (ministro dei lavori pubblici Radice) determino' i maggiori picchi di abusivismo. Negli anni in cui si discusse il primo condono, varato poi nell'85 dal Governo Craxi le costruzioni abusive superarono nel 1983 il tetto delle 105mila, nel 1984 la cifra di 125.000. Erano state 70mila nell'82 e scesero a 60mila nel 1985.

Lo stesso e' avvenuto nel 1994, durante il Governo Berlusconi che varo' la seconda legge di sanatoria urbanistica, registrando solo durante i mesi di discussione delle legge la costruzione di 83mila abitazioni fuorilegge (l'anno prima erano state 58mila, l'anno successivo scesero a 59mila).
Nel 2004, poi, in occasione del terzo condono italiano, sempre durante un Governo Berlusconi - secondo le stime del Cresme, elaborate da Legambiente - al solo annuncio della sanatoria nel 2003 sono state realizzate ben 40.000 costruzioni abusive: 29 mila nuovi immobili e 11 mila trasformazioni d'uso rilevanti, contro le circa 30.821 mila del 2002 (con 25 mila nuovi immobili abusivi e 6 mila trasformazioni) e le 28.276 del 2001, quando le nuove case abusive erano state 22 mila e le trasformazioni rilevanti erano stimate dal Cresme sempre a quota 6 mila. In due anni, da quando si sono diffusi i primi ''annunci'' del terzo condono edilizio, il mattone selvaggio ha registrato un impennata di oltre il 40% una superficie equivalente di cemento illegale che si e' abbattuta sul territorio italiano di circa 5,4 milioni di metri quadrati, nel solo 2003, per un valore immobiliare stimabile in oltre 2,7 miliardi di euro.

domenica 28 giugno 2009

ecomostri: IN ITALIA COSTE MANGIATE DA CEMENTO


Il mare del Bel Paese viene mangiato dal cemento che e' ''il primo nemico delle coste italiane: dal calcestruzzo illegale o 'legalizzato' in Italia si ''impasta senza sosta ai danni del mare''. Questo il dato che emerge dal dossier di Legambiente 'Mare Monstrum', presentato IL 26 GIUGNO a Roma in occasione della 24/a edizione di Goletta Verde, che conferma come il cemento sia ''divoratore di litorali''. Cosi', prosegue il rapporto, ''tra villette, alberghi e porti turistici sono migliaia i nuovi edifici che ogni estate spuntano lungo le coste italiane'': soltanto nel 2009 a causa del mattone selvaggio si sono registrate 3.674 infrazioni, con 1.569 sequestri e 4.697 denunce. Esempi di abusi sono quelli di Ischia, con 600 demolizioni da effettuare, e quello di Lampedusa, dove non esiste un piano regolatore. Mentre ''l'assalto ai nuovi porti'' deroga ai piani urbanistici per ''un business da milioni di euro'' ai danni delle coste. ''Abbattere diviene la parola d'ordine - dichiara Sebastiano Venneri, vicepresidente e responsabile mare di Legambiente - per vincere la guerra contro il cemento abusivo che nelle regioni del sud e' diventato una vera e propria piaga''. Legambiente ha stilato una top five degli ecomostri da abbattere: l'hotel di Alimuri a Vico Equense (Na), le palazzine di Lido Rossello a Realmonte (Ag), Palafitta a Falerna (Cz), il villaggio abusivo di Torre Mileto (Fg) e la ''collina del disonore'' a Pizzo Sella alle porte di Palermo.

Sono i numeri del calcestruzzo illegale o «legalizzato»nel cantiere Italia, dove si impasta senza sosta ai danni del mare: a ’dare i numerì è il rapporto ’MAre Monstrum 2009’ di Legambiente. Tra villette per le vacanze, grande alberghi a strapiombo sul mare o porti turistici con ristoranti e shopping center sono davvero migliaia i nuovi edifici che ogni estate spuntano lungo le coste italiane.

Ma il mare italiano non soffre solo il mal di cemento, è afflitto anche da tanti altri guai: scarichi illegali, cattiva depurazione, pesca di frodo, infrazioni al codice della navigazione sembrano, infatti, non passare mai di moda. Crescono, quindi, le infrazioni accertate che passano da 14.315 nel 2007 a 14.544 (+1,6), quasi 2 reati a chilometro lungo i 7.400 di costa del Belpaese. Aumentano anche le persone denunciate che da 15.756 arrivano a 16.012 (+1.6%) mentre, parallelamente, diminuiscono i sequestri che da 4.101 scendono a quota 4.049. A guidare la classifica dell'illegalità costiera è la Campania, con 2.776 infrazioni accertate dalle Forze dell'ordine e dalle Capitanerie di porto, seguita da Sicilia (2.286), Puglia (1.577) e Calabria (1.435).

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