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mercoledì 10 aprile 2013

pesticidi: Oltre 166 pesticidi rilevati in acque italiane

Ancora più evidente, rispetto al passato, lo stato di contaminazione delle acque italiane superficiali e sotterranee: nel 2010 sono stati rinvenuti residui nel 55,1% dei 1.297 punti di campionamento delle acque superficiali e nel 28,2% dei 2.324 punti di quelle sotterranee, per un totale di 166 tipologie di pesticidi - a fronte dei 118 del biennio 2007-2008 - individuati nella rete di controllo ambientale delle acque italiane. Si tratta, dice il sito greenews.info, per la maggior parte, di residui di prodotti fitosanitari usati in agricoltura - solo in questo campo si utilizzano circa 350 sostanze diverse per un quantitativo superiore a 140.000 tonnellate - ma anche di biocidi (pesticidi per uso non agricolo) impiegati in vari campi di attività. Anche se spesso basse, le concentrazioni indicano a livello complessivo una diffusione molto ampia della contaminazione.
Inoltre, nel 34,4% dei punti delle acque superficiali e nel 12,3% dei punti di quelle sotterranee i livelli misurati risultano superiori ai limiti delle acque potabili. Le concentrazioni sono state confrontate anche con i limiti di qualità ambientale, recentemente introdotti, basati sulla tossicità delle sostanze per gli organismi acquatici. In questo caso il 13,2% dei punti delle acque superficiali e il 7,9% di quelli delle acque sotterranee hanno concentrazioni superiori al limite.
E' questa la situazione descritta dall'ISPRA nel Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque 2013, realizzato dall'Istituto sulla base delle informazioni fornite dalle Regioni e dalle Agenzie regionali e provinciali per la protezione dell'ambiente. Il rapporto, che analizza l'evoluzione della contaminazione sulla base dei dati raccolti a partire dal 2003, anche grazie alle maggiori dimensioni e completezza del monitoraggio rispetto al passato, mostra un aumento della frequenza di pesticidi nei campioni delle due tipologie di acqua prese in esame.

lunedì 1 aprile 2013

arsenali nucleari: Testate nucleari USA in Europa


Sono 12 le basi aeree che, dislocate in 7 Paesi, possono ospitare armamenti atomici sotto il controllo degli Stati Uniti d’America. Nel 2005 le testate nucleari ivi presenti ammontavano a 480 unità.
I dettagli del Programma di Accordi sul dispiegamento nucleare della NATO sono segreti. Le bombe sono gestite attraverso un Sistema di Sicurezza per l’Immagazzinamento degli Armamenti, ideato durante la Guerra Fredda, che prevedeva di collocare le testate nucleari, insieme ad armi convenzionali, in rifugi sotterranei con apertura a tempo. Tali rifugi sono stati costruiti a partire dal 1987 al di sotto della superficie degli hangar che ospitano i velivoli in grado di trasportare le testate stesse. Completati nel giro di una decina di anni, ognuno di essi è in grado di contenere 4 testate. In alcune basi, la loro custodia e manutenzione è affidata ai cosiddetti Munitions Support Squadron (MUNSS), a ciascuno dei quali sono approssimativamente assegnate 150 unità di personale.
Il quadro completo è il seguente:
1. Kleine Brogel Air Base (d’ora in poi, AB) in Belgio – dove operano F-16 dell’aviazione belga – è dotata di 11 rifugi per una capacità di 44 testate. Ne ospita 20, affidate alle cure del 701° MUNSS;
2. Buchel AB in Germania – dove operano Tornado tedeschi – ha anch’essa 11 rifugi e 20 testate, custodite dal 702° MUNSS;
3. Norvenich AB in Germania – con Tornado tedeschi – ha 11 rifugi ma nessuna testata. Le 20 che vi sostavano fino al 1995 sono state trasferite a Ramstein;
4. Ramstein AB in Germania – sede sia di F-16 statunitensi che di Tornado tedeschi – possiede ben 55 rifugi per una capacità totale di 220 testate. Nel 2005 ne erano presenti 130, più avanti diremo cosa è probabilmente accaduto negli anni successivi;
5. Araxos AB in Grecia – dove operano A-7 dell’aviazione greca – ha 6 rifugi ma nessuna testata. Le 20 presenti fino alla primavera del 2001 (quando la Grecia si è ritirata unilateralmente dalla “NATO Nuclear Strike Mission”) sono probabilmente state spostate a Ramstein, in Germania;
6. Aviano AB in Italia – sede di F-16 statunitensi – possiede 18 rifugi e 50 testate nucleari;
7. Ghedi Torre AB in Italia – dove operano Tornado italiani – ha 11 rifugi e detiene 40 testate, sotto la custodia e manutenzione del 704° MUNSS;
8. Volkel AB in Olanda – sede di F-16 dell’aviazione olandese – ha 11 rifugi e 20 testate, lasciate alle cure del 703° MUNSS;
9. Akinci AB in Turchia – dove operano F-16 turchi – ha 6 rifugi ma nessuna testata;
10. Balikesir AB in Turchia – sede di F-16 turchi – ha 6 rifugi. Le 20 testate nucleari presenti sino al 1995 sono state trasferite alla base di Incirlik;
11. Incirlik AB in Turchia – dove operano F-16 statunitensi – ha 25 rifugi e detiene 90 testate;
12. per finire in bellezza, Lakenheath nel Regno Unito che formalmente è una base della RAF (Royal Air Force) ma ospita solo F-15 statunitensi. Essa possiede 33 rifugi e detiene ben 110 testate nucleari, il che la rende molto probabilmente il luogo in Europa che oggi custodisce il maggior numero di armamenti atomici statunitensi.

Va infatti sottolineato che nel gennaio 2007 la United States Air Force (USAF) ha rimosso la base di Ramstein dall’elenco delle installazioni che ricevono periodiche ispezioni agli armamenti nucleari, possibile conseguenza dello spostamento negli Stati Uniti delle testate presenti. Se ciò corrispondesse al vero, il numero delle testate nucleari dispiegate in Europa si ridurrebbe a 350, l’equivalente circa dell’intero arsenale atomico della Francia (ma comunque ancora superiore al totale delle testate cinesi ed a quello dei tre Paesi non firmatari del Trattato di non Proliferazione Nucleare – India, Israele e Pakistan – messi insieme).
Secondo una fonte anonima della Difesa tedesca, citata dalla rivista Der Spiegel, gli Stati Uniti avrebbero temporaneamente (e discretamente) rimosso le testate nucleari da Ramstein a seguito di importanti lavori di ristrutturazione; l’eliminazione della base dall’elenco delle ispezioni periodiche suaccennato pare significare che la decisione sia diventata definitiva.
A dispetto dell’apparente riduzione, il Gruppo di Pianificazione Nucleare (NPG) della NATO ha riaffermato – nel successivo giugno 2007 – l’importanza del dispiegamento di armi nucleari statunitensi in Europa. Lo scopo di esse sarebbe quello “di preservare la pace e prevenire le minacce ed ogni tipo di guerra”, anche se la NATO non individua alcun preciso nemico dal quale ci si dovrebbe difendere usando questi armamenti. Essa sostiene invece che le testate nucleari “rappresentano un legame politico e militare essenziale tra i membri europei e nord-americani dell’Alleanza”.
Capito l’antifona?

fonte: http://byebyeunclesam.wordpress.com/2008/04/14/testate-nucleari-usa-in-europa/

Armi nucleari in Italia: un arsenale nucleare di novanta testate atomiche

Le bombe nelle basi Usa di Ghedi Torre (Brescia) e Aviano (Pordenone). Silenzio assoluto sugli arsenali. Un accordo americano copre tutto


Per ben due volte nell’arco degli ultimi 15 anni milioni di italiani si sono recati alle urne per dire no alla possibilità, per il nostro Paese, di sviluppare e produrre energia nucleare per scopi civili.
Questi stessi italiani però, forse, non sanno che possediamo un verso e proprio arsenale nucleare.
La cosa appare assurda e paradossale considerando che nel 1975 Roma ha sottoscritto il Trattato di non proliferazione nucleare, eppure sul nostro suolo si trovano poco meno di un centinaio di testate atomiche. Per l’esattezza sono 90 le bombe di questo tipo stipate, poco più della metà di queste ovvero 50, nella base Usa di Aviano nei pressi di Pordenone, mentre le restanti si trovano custodite nella base statunitense di Ghedi Torre nel bresciano.
Tecnicamente parlando si tratta di armi tattiche, di potenza e gittata minore rispetto a quelle strategiche quindi, denominate B61; queste sono bombe gravitazionali che per essere utilizzate devono essere lanciate da aerei appositi, o almeno compatibili, attualmente potrebbero essere lanciate solo dagli F16 o dai Tornado; hanno una potenza che varia, a secondo del tipo e della grandezza essendone state costruite almeno tre diversi tipi, da 0,3 a 170 chilotoni che se utilizzate genererebbero una distruzione 900 volte superiore a quella prodotta su Nagasaki o Hiroshima.

Nelle basi per 3 anni
A breve, all’incirca nel 2016, queste testate lasceranno l’Italia, o meglio lasceranno il posto a nuove bombe, più maneggevoli e moderne; in modo molto lento infatti sarà avviato lo smantellamento di questi ordigni e la sostituzione con le nuove testate nucleari, realizzate secondo gli ultimi progetti approvati dal Pentagono, che però non saranno pronte prima del 2019.
Nello specifico questi nuovi ordigni avranno una maggiore precisione e ridurranno il fallout radioattivo conseguente all’esplosione, mentre la carica nucleare verrà riutilizzata, con una potenza massima nell’ordine dei 50 chilotoni.
Nel frattempo inoltre inizieranno gli addestramenti di nuove truppe specializzate capaci di utilizzare questi ordigni, in Italia hanno queste facoltà solamente i militari statunitensi di stanza a Ghedi o Aviano, mentre ai nostri soldati non è concesso l’uso di questi mezzi, anche se la clausola della “doppia chiave” contenuta in alcuni documenti tra le parti prevede la possibilità che queste bombe siano utilizzate anche dalle nostre forze armate, ma solo dopo che gli Usa ne abbiano deciso l’impiego.

Omertà Ovviamente i politici italiani non hanno mai ammesso o confermato la presenza di queste bombe nel BelPaese ma sono stati gli stessi Usa a confermarla in più di una occasione.
Già l’11 luglio 1986, pur nel silenzio generale, alcune agenzie di stampa ribatterono una notizia apparsa sul Washington post in cui si riferiva che il Pentagono aveva appena annunciato il Piano WS3 il quale prevedeva che in 25 diverse basi americane sparse per il mondo, tra cui quelle italiane di Ghedi, Aviano e Rimini, sarebbero stati dislocati bombardieri atomici ed ordigni nucleari non più sotto gli hangar dei bombardieri, bensì all’interno di speciali rifugi.
Una nuova conferma arrivò nel 2005 quando la declassificazione di un rapporto statunitense sulle armi nucleari americane in Europa accertò la presenza nel vecchio continente di circa 400 testate nucleari, 90 delle quali custodite in Italia.
Altra conferma importante quelle giunta alcuni anni fa da parte Robert Norris, uno studioso del Natural resources defense council di Washington, che dopo aver esaminato alcuni documenti ufficiali del Pentagono confermò la presenza di queste bombe in Italia, quantificandole però in una trentina, la maggior parte delle quali custodite ad Aviano.
Inquietante però quanto aggiunto subito dopo dal ricercatore.
Questi infatti disse che quasi tutta la parte riguardante il nostro Paese era stata cancellata; lui e i suoi colleghi avrebbero ricostruito gli “omissis” del documento principale utilizzando altre fonti e analizzando nel minimo dettaglio tutte le tabelle allegate al foglio più importante.
Accordo Italia-Usa
Ma quando, come e perché queste armi sono arrivate in Italia?
I primi ordigni giunsero nel 1957 anche se già dalla fine dell’anno precedente i militari statunitensi di stanza nello Stivale erano equipaggiati con missili Corporal e Honest John su cui vennero montate testate nucleari tattiche da impiegare, in caso di attacco sovietico, contro i carri dell’Armata rossa.
Negli anni ’60 e ’70 vennero dispiegati altri tipi di missili, mortai da otto pollici per il lancio di ordigni nucleari, e bombe atomiche di profondità destinate agli aerei della base di Sigonella per la caccia di sottomarini sovietici nel Mediterraneo.
Successivamente sono arrivate le bombe attualmente stipate tra Ghedi e Aviano.
Gli Usa hanno portato in Italia questo tipo di armamenti grazie all’accordo bilaterale denominato Stone Ax; una prima versione di questo fu siglato negli anni ’50; successivamente tra il 2003 ed il 2004 ne dovrebbe essere stata sottoscritta una nuova versione, figlia del clima post 11 settembre, che tra le principali innovazioni prevedrebbe periodiche revisioni e conseguenti aggiornamenti. Per quanto riguarda l’accordo tra Italia ed Usa purtroppo il condizionale è d’obbligo visto che nessun patto in tal senso è mai stato sottoposto a voto parlamentare e che le uniche informazioni che si hanno le dobbiamo ad alcuni ricercatori statunitensi, come ad esempio William Arkin, un ex analista d’intelligence per l’esercito americano, che hanno diffuso tramite libri e ricerche le informazioni in loro possesso.

http://www.lanotiziagiornale.it/novanta-testate-atomiche-sotto-i-nostri-piedi/

http://www.stampalibera.com/?p=61616

http://www.informarexresistere.fr/2013/03/28/novanta-testate-atomiche-sotto-i-nostri-piedi/#axzz2

domenica 22 gennaio 2012

reattore Fast: L'Italia punta sull'energia delle stelle

Gli scienziati italiani e l'Enea vogliono continuare a investire nel nucleare pulito e hanno già pronto il progetto per farlo. In due giorni di incontri a Frascati tutti i ricercatori coinvolti nei progetti di fusione nucleare del nostro Paese, da quelli dell'Enea ai centri universitari, hanno discusso la realizzazione del nuovo reattore Fast e sono usciti tutti convinti che sia la strada giusta. Per mantenere l'Italia all'avanguardia in questo campo. Non è solo una questione di prestigio o di eccellenza scientifica, c'è anche un aspetto molto più concreto di investimenti internazionali che possono confluire verso le imprese italiane, come è già avvenuto in questi anni.

La fusione nucleare è un po' il sogno dei fisici impegnati nell'energia. Se si riesce a fare in modo che atomi leggeri si uniscano a formare atomi più pesanti si ottiene il processo che avviene nelle stelle e che produce enormi quantità di energia senza produrre scorie radioattive come avviene invece nella fissione nucleare, quella che spezza atomi pesanti come nelle bombe e nelle centrali che sono in funzione oggi. Il problema è che la fusione, proprio perché è una reazione così potente, è difficile da innescare e controllare. Servono reattori che spingano gli atomi a condizioni limite, portandoli ad essere così vicini da fondersi.

Per ora esistono solo impianti sperimentali, uno dei quali a Frascati, dove dovrebbe trovare posto anche Fast. Ma c'è anche un grande progetto internazionale già in costruzione: si chiama Iter ed è il frutto della collaborazione tra Paesi europei, Stati Uniti, Cina, India, Giappone, insomma la maggior parte delle economie avanzate e dei Paesi che oggi trainano l'economia mondiale. Iter servirà a provare definitivamente che la fusione controllata dall'uomo è possibile e produce più energia di quella necessaria per innescare e far funzionare il processo. Ma anche questo impianto non darà energia al mondo: bisognerà aspettarne uno ancora più grande e costoso (Iter, dopo varie revisioni dei preventivi, arriverà a toccare i 10 miliardi di euro), chiamato Demo, che potrebbe essere pronto per il 2050. Quasi quarant'anni da oggi, però a quel punto i problemi energetici del pianeta sarebbero davvero definitivamente risolti.

Ma se già Iter è in costruzione, allora che bisogno c'è del progetto Fast? «Serve a due cose. Come supporto a Iter, per affrontare in un impianto più piccolo tutti i problemi che potrebbero sorgere in quello è più grande. E poi serve per mantenere e rafforzare l'eccellenza italiana in questo campo. Per Iter le aziende italiane hanno ottenuto oltre 500 milioni di commesse su poco più di un miliardo di euro di opere già finanziate. E saranno italiane le parti principali dell'opera, come il grande magnete che deve confinare il plasma e la camera in cui il plasma viene chiuso», racconta Aldo Pizzuto, dell'Enea, responsabile del Progetto Fusione per l'Italia. «È fondamentale avere un impianto dove formare i nostri giovani ricercatori. E Fast non è solo un'idea, è già un progetto definito e studiato», aggiunge Giuseppe Mazzitelli, responsabile del Laboratorio gestione grandi impianti sperimentali dell'Enea a Frascati e presidente di Frascati Scienza.

Quello che manca, però, è l'impegno economico. In un periodo di grandi sacrifici e risparmi non sembra facile riuscire a convincere il governo a lanciare un progetto da 300-350 milioni di euro che dovrebbero venire tutti o quasi dallo Stato. «Certo, è una cifra grossa, ma il 40% dovrebbe arrivare da finanziamenti europei e quindi si tratta di poco più di 20 milioni all'anno per otto o nove anni. A parte la ricaduta scientifica, rispetto ai 600 milioni di commesse ottenuti dall'Italia per Iter risulta comunque un buon investimento per continuare ad essere noi all'avanguardia», commenta Mazzitelli.

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2012-01-21/litalia-punta-energia-stelle-103722.shtml?uuid=AaP93ogE

venerdì 25 novembre 2011

INQUINAMENTO IN EUROPA: Impianti superinquinanti il conto è 102-169 miliardi

L'indagine dell'Agenzia Ue per l'ambiente rivela che i tre quarti dei danni sono attribuibili a 622 stabilimenti. Il costo a carico di ogni cittadino europeo è di 200-300 euro. In testa Germania, Regno Unito, Polonia, Francia, Italia


Mentre una parte del tessuto produttivo si sta riconvertendo a tecnologie a basso impatto ambientale, in Europa l'inquinamento ha uno zoccolo duro. Un gruppo di 191 stabilimenti è responsabile, da solo, di danni valutabili tra i 51 e gli 85 miliardi di euro. Estendendo il calcolo a 10 mila siti, il conto sale e si colloca tra i 102 e i 169 miliardi di euro. Ma i tre quarti del carico inquinante sono attribuibili a 622 impianti.

E' quanto emerge dall'ultimo studio dell'Agenzia europea per l'ambiente che analizza gli effetti prodotti da sostanze come gli ossidi di azoto, l'anidride solforosa, i metalli pesanti, le polveri sottili e l'anidride carbonica. La ricerca utilizza i dati forniti dalle stesse aziende, un assieme di industrie che va dalle società che producono elettricità alle raffinerie, dalle imprese chimiche a quelle che trattano i rifiuti (i trasporti e la maggior parte delle attività agricole sono esclusi).

Questo tipo di inquinamento costa a ogni cittadino europeo una cifra compresa tra 200 e 330 euro l'anno. E un gruppo di Paesi (Germania, Regno Unito, Polonia, Francia, Italia) guida la classifica dei super inquinatori. Se nella valutazione si inserisce però il rapporto con il prodotto interno lordo l'ordine cambia e in cima all'elenco troviamo Bulgaria, Romania, Estonia, Polonia e Repubblica Ceca. Le centrali elettriche che utilizzano fonti fossili sono al primo posto nella lista dei grandi inquinatori e tra i 20 impianti a maggior impatto ambientale figura la centrale elettrica Federico II di Brindisi Sud.


L'analisi dell'Agenzia europea precisa anche i danni prodotti: aumento dell'ozono di bassa quota (con relativo aggravio dei problemi respiratori e cardiovascolari), acidificazione ed eutrofizzazione degli ambienti, aumento di elementi tossici negli ecosistemi terrestri e acquatici.

"I cittadini europei stanno pagando l'inquinamento prodotto dagli impianti inquinanti con un sacrificio personale, con un danno alla loro salute", commenta Jacqueline McGlade, la biologa che guida l'Agenzia europea per l'ambiente. "Per quanto riguarda l'Italia va fatta una riflessione ulteriore: l'età media avanzata della popolazione comporta un'esposizione maggiore ai rischi prodotti dall'inquinamento. Calcolando inoltre che una parte significativa del problema deriva dalle centrali elettriche che utilizzano combustibili fossili, va sottolineata l'importanza di una spinta verso le fonti rinnovabili: il sole e il vento possono migliorare la qualità dell'aria che respiriamo dando un contributo molto importante all'alleggerimento del rischio sanitario".

FONTE:http://www.repubblica.it/ambiente/2011/11/24/news/responsabili_inquinamento-25523711/?rss

giovedì 24 novembre 2011

DEPOSITI SCORIE NUCLEARI IN ITALIA: NUOVO DEPOSITO SCORIE SALUGGIA DANNO ERARIALE

Vicepresidente della Commissione Lavoro della Camera), ha presentato oggi un'Interrogazione, indirizzata ai Ministri dello Sviluppo economico, dell'Economia e dell'Ambiente, chiedendo al Governo ''come si giustifichi la scelta di non individuare in modo prioritario e in tempi stringenti la localizzazione del deposito unico nazionale delle scorie nucleari e se si intende contestualmente verificare se la decisione invece di costruire a Saluggia il D2 possa costituire un danno per l'erario''.

Spiega Bobba: ''Il D2 sara' pronto entro il mese di luglio 2012, verra' riempito di materiale radioattivo, che ospitera' per dodici anni. Infatti, entro il 2025 sara' svuotato e smantellato, perche' tutto il suo contenuto (4.300 metri cubi di rifiuti) dovra' essere trasferito al Deposito nazionale.

Questo in teoria, perche' fino ad oggi nulla e' stato fatto per individuare il sito unico e c'e' il concreto rischio che il D2 non sia affatto un deposito ''temporaneo', nonostante sia stata formalmente dichiarata la non idoneita' di Saluggia ad ospitare definitivamente rifiuti nucleari. I costi del D2 si aggireranno intorno ai 15,7 milioni di euro, ovvero almeno 3.000 euro al giorno da qui al 2025. Per queste ragioni ritengo che il Governo debba pronunciarsi quanto prima sia sulla questione dell'individuazione della sede del sito unico nazionale sia sulla questione dei costi eccessivi che il D2 comportera' a carico dei cittadini''.

domenica 20 novembre 2011

INQUINAMENTO: Nove milioni di italiani vivono in aree contaminate da diossine e altri inquinanti, la denuncia dei geologi

«Nove milioni di cittadini italiani vivono» immersi nei "veleni", «in aree contaminate da diossine, idrocarburi policiclici aromatici, metalli pesanti, solventi organo clorurati e policlorobifenili (Pcb)». A rivelarlo all'Adnkronos è il geologo Francesco Russo, vice Presidente dell'Ordine dei Geologi della Campania. I siti di interesse nazionale coinvolti sono 57 (3% del territorio nazionale). Si tratta di zone industriali dismesse, aree in cui l'attivitá industriale è ancora attiva, porti, ex miniere, cave, discariche non conformi alla legislazione, discariche abusive.

«La gravitá della contaminazione in queste zone, con rilevanti impatti ambientali, sanitari e socio-economici, - denuncia Russo - ha fatto sì che esse venissero prese in carico dallo Stato, con stanziamento di fondi ad hoc per la loro messa in sicurezza e bonifica. Ma urge un Piano Nazionale per le bonifiche che miri a investimenti legati ad efficienza e sostenibilitá, certezza sulle risorse finanziarie e alleggerimento degli iter procedurali degli organi di controllo locali». «Devono, insomma, - aggiunge lo scienziato - essere prese decisioni coraggiose ed impopolari» se si vuole uscire da questo drammatico impasse.

Almeno un sito inquinato in ogni regione, "primato" della Lombardia Non c'è regione italiana che non abbia nel suo territorio almeno un sito contaminato. «Il primato - riferisce Russo - lo detiene la Lombardia, con ben 7 aree, seguita dalla Campania con 6, da Piemonte e Toscana con 5, da Puglia e Sicilia con 4. La Campania insieme alla Sardegna condivide, inoltre, il primato delle regioni dove ci sono le aree contaminate più vaste, in totale 345.000 ettari in Campania e 445.000 ettari in Sardegna, il Molise invece, rappresenta la regione con meno superficie contaminata, solo 4 ettari».

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2011-11-20/nove-milioni-italiani-vivono-154655.shtml?uuid=Aa9dL6ME

mercoledì 12 ottobre 2011

SANTUARIO CETACEI : ANCHE IN TOSCANA, SANTUARIO CETACEI E' INQUINATO

Prosegue la protesta di Greenpeace in difesa del Santuario dei Cetacei. Dopo l'azione di questa mattina a Genova, sede simbolo del Santuario, attivisti di Greenpeace vestiti da balena si sono recati al palazzo della regione Toscana, a Firenze, per chiedere al presidente Rossi un intervento immediato: 'Santuario inquinato: ora basta'.

Con il rapporto 'Veleni a galla: Fonti inquinanti nel Santuario dei Cetacei', Greenpeace lancia oggi nuovi dati sulla contaminazione da sostanze chimiche pericolose delle coste liguri e toscane.

Oltre il 50 per cento dei campioni esaminati e' risultato positivo ai test di laboratorio. Tra le sostanze rinvenute, pericolose per la salute dell'uomo e dell'ambiente: metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e composti organici volatili. In Toscana, spiega Greenpeace, ''i dati non sono rassicuranti, con quattro fonti inquinanti (sulle sei campionate) oltre i limiti di riferimento. Alti i livelli di inquinamento nell'area portuale di Piombino dove piu' della meta' degli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), sono stati trovati a un livello 20 volte superiore alla soglia di riferimento. Sempre a Piombino il benzo(a)pirene,cancerogeno per l'uomo, e' stato trovato in quantita' 90 volte superiori al limite. A Livorno, trovato benzo(a)pirene a una concentrazione tre volte superiore la soglia. Il campione prelevato e' stato estratto alla foce dello scolmatore, a poca distanza da una localita' balneare.

Rivelata la presenza di IPA, di cui tre composti in quantita' doppia rispetto la soglia di riferimento, e di alcuni metalli pesanti, come arsenico e zinco nei pressi dell'acciaieria di Piombino''.

''Sono dieci anni - afferma Vittoria Polidori, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace - che questo tratto di mare attende di essere protetto, ma niente accade. E' per questo che, in occasione del decimo anniversario, ci rivolgiamo ai Presidenti di Regione Toscana, Liguria e Sardegna per un'immediata presa di posizione pubblica a tutela del Santuario e dei loro stessi territori.

Al presidente Rossi della Toscana chiediamo un impegno a definire entro giugno 2012 piani di monitoraggio e misure efficaci per mitigare e, laddove possibile, eliminare le cause principali di degrado del Santuario, come l'inquinamento chimico''.

martedì 27 settembre 2011

GHIACCIAI ITALIANI: I ghiacciai d’Italia sono in serio pericolo I ghiacciai italiani si stanno ritirando rapidamente e i dati su volumi ed estensione

I ghiacciai italiani si stanno ritirando rapidamente e i dati su volumi ed estensione appaiono allarmanti. Negli ultimi 24 anni, infatti, il volume totale delle superfici ghiacciate è diminuito del 37 per cento. Questi dati sono stati presentati da Carlo Baroni, presidente del Comitato glaciologico italiano (Cgi), in occasione di Geoitalia 2011, Forum di scienze della terra che vede riuniti a Torino oltre 1500 geologi da tutto il mondo. «La storia dei ghiacciai parla di un trend di ritiro e dal 1982 al 2006 è aumentata la portata dell’arretramento dei fronti ghiacciati», spiega Baroni, anche membro del Dipartimento di scienze delle terra dell’università di Pisa. «In tale periodo i volumi sono diminuiti del 37 per cento, le estensioni del 16. Ed è significativo che i 4 per cento dell’estensione si sia erosa tra il 2003 e il 2006».

La massima superficie dei ghiacciai italiani si è verificata tra il 1820 e il 1850. Poi c’è stata una progressiva contrazione, nonostante un picco di crescita a cavallo tra gli anni 1970 e 1980. I ghiacciai alpini appartenenti all’Italia rappresentano circa lo 0,02 per cento della criosfera totale (la porzione, cioè, di superficie terrestre ricoperta da acqua allo stato solido). Negli anni sono stati effettuati diversi censimenti di queste aree. Nel 1927 si contavano 774 ghiacciai, alla fine degli anni ‘50 il computo era di 838. L’ultima rilevazione effettuata risale agli anni ‘80, con 1397 ghiacciai e glacionevati registrati, per una superficie di 608 chilometri quadrati.

Secondo Barone, la raccolta di questi dati non incontra un supporto adeguato da parte delle istituzioni, si riscontra anzi la necessità di un sistema generale di monitoraggio, anche a causa della tendenza preoccupante che si rileva. Nota infatti Barone che «se dovessimo fare delle proiezioni con i dati attuali, si andrebbe verso un ulteriore arretramento dei fronti, e della riduzione delle volumetrie. Ad esempio, si potrebbe arrivare anche alla riduzione totale entro il 2050 del ghiacciaio dell’Adamello, il più grande d’Italia. Ma è una eventualità, non un dato di fatto». Ma per il futuro, al momento, non sono previste inversioni di tendenza.
FONTE: http://www.terranews.it/news/2011/09/i-ghiacciai-d%E2%80%99italia-sono-serio-pericolo

sabato 10 settembre 2011

RIFIUTI RADIOATTIVI: La galleria radioattiva, Ecco le prove dell'orrore

Nel mare e nel cemento. Per lunghi anni disgraziati la Calabria è stata la pattumiera d’Europa. Fra lo Ionio e l’Aspromonte sono stati smaltiti quintali di rifiuti tossici e radioattivi. È stato il lavoro ordinario di capitani e marinai, operai e geometri. Un affare ben retribuito e conosciuto, almeno in parte, dai nostri servizi segreti. Perché questa è una storia delicatissima e tipicamente italiana, non si chiarisce e neppure si estingue. Dopo lo strano infarto che ha stroncato il capitano Natale De Grazia, mentre stava indagando sulla motonave Jolly Rosso incagliata sulla spiaggia di Amantea (1991). Dopo le dichiarazioni mai riscontrate, eppure molto dettagliate, del pentito di ’drangheta Francesco Fonti (2004). Ora due nuove voci, che la Stampa è in grado di documentare, si aggiungono al coro. E sono voci che fanno paura.

Ha parlato del traffico di rifiuti radioattivi, in almeno due verbali, il pentito principe della ’ndrangheta. Principe perché di alto livello gerarchico, a differenza di Fonti. Principe perché Antonino Lo Giudice detto «il nano», solo per un problema di statura, finora si è rivelato estremamente attendibile. Arrestato ad ottobre del 2010. Si è autoaccusato degli attentati intimidatori contro la procura di Reggio Calabria. «Lo Stato non si stava dimostrando abbastanza riconoscente», ha spiegato con calma. Poi ha iniziato a parlare. Di tutto.

Delle cosche. Dei nuovi rapporti di potere legati al clan Condello. Ha svelato omicidi e affari. Ha fatto arrestare un capitano dei carabinieri, Gaspare Spadaro Tracuzzi, per concorso esterno in associazione mafiosa. Ha messo nei guai avvocati. Fatto iscrivere nel registro degli indagati anche un magistrato in carriera come Francesco Mollace, uno dei due vice procuratori nazionali antimafia. Insomma, Antonino Lo Giudice ha dimostrato di avere molte storie da raccontare. E ha iniziato a parlare anche dei veleni che sono stati seminati in Calabria: «Essendo, diciamo, in amicizia con l’avvocato Gatto e sapendo io che si stava interessando di questo fatto ha messo a verbale - mi ricordai che Pasquale Condello mi disse che c’era questo Galimi - che ha un’agenzia automobilistica nel quartiere Pentimele - che era stato fermato nei pressi di Platì o di San Luca. Con lui c’era il comandante di una nave di Reggio Calabria: stavano andando a trattare, diciamo, cose radioattive per buttarle a mare».

Sono le navi a perdere. Sarcofagi immondi. Carrette colate a picco nel mare turchese, che richiama turisti e brutti pensieri. Secondo le nuove rivelazioni, la zona interessata sarebbe quella davanti a Saline Joniche. Particolare non secondario. Perché tre anni fa, su indicazione di Francesco Fonti, gli investigatori erano andati a caccia di un relitto sul versante opposto. Ma la carcassa inabissata di fronte a Cetraro si era rivelata la vecchia nave passeggeri Catania, affondata nel 1917 durante la prima guerra mondiale. Erano tutti presenti, quel giorno, anche il ministro per l’Ambiente Stefania Prestigiacomo. A celebrare lo scampato pericolo.

Ma ora il pentito Lo Giudice indicherebbe altre coordinate. Altri tratti di mare interessati. Diverse le navi affondate piene di scorie. Una pratica quasi banale. Un tipo di lavoro così diffuso e tenuto ben nascosto che solo adesso, dopo sei anni, si scopre un documento firmato da un geometra residente in un piccolo paese della zona. Ha 84 anni, si è ritirato a vivere in montagna. Di quello che ha dichiarato, in un colloquio investigativo reso davanti a un investigatore della Direzione Nazionale Antimafia, non vuole più parlare. Eppure lui era a conoscenza di questo fatto: «Certe volte, quando l’affondamento in mare si rivelava troppo complicato, si usavano le tumulazioni nel cemento». Il geometra ha parlato nello specifico della galleria Limina, 3 chilometri e 700 metri, sulla strada statale 682 che collega i due mari. Da Rosarno a Gioiosa Jonica. L’ultimo tratto, proprio quello della galleria, è stato ultimato nel 1992. Lì, secondo il suo racconto, sarebbero stati tumulati rifiuti radioattivi. Impastati nel cemento e poi inaugurati in pompa magna. Una rivelazione su cui - questo è l’aspetto più straniante - nessuno avrebbe mai fatto accertamenti. Parole che giacevano da sei anni negli archivi investigativi, come lettera morta.

Senza alcuna pretesa di scientificità, possiamo dire questo: all’imbocco della galleria Limina in direzione Tirreno, con un piccolo contatore geiger, si registra una radioattività di 0,41 millisievert ora. Quando il fondo ambientale in Calabria - il livello normale - oscilla fra 0,10 e 0,20. Sul versante opposto le alterazioni sono meno evidenti: 0,31. Altre gallerie della zona non fanno riscontrare lo stesso sbalzo. Va detto subito: 0,41 non è indice di pericolosità. Ma è anche vero che un metro di cemento basta per schermare in massima parte le radiazioni. Resta il dubbio se possa essere un piccolo indizio. Una conferma alle parole del geometra.

A Mammola nessuno ama parlare della galleria, anche se in molti in paese hanno lavorato per costruirla. È uno di quei posti dove nel giro di due minuti ci si sente degli intrusi. Alla fine un ex operaio in pensione, seduto sulla panchina della piazza, ricorda: «Di scorie e rifiuti tossici qui nessuno sa nulla. Ma posso dire che quella galleria è piena d’acqua e roccia friabile tutta uguale. È costruita solo con cemento, centine e tronchi di pioppo. Non ha impermeabilizzazione». Ecco, nel mare e nel cemento. Il procuratore capo di Reggio Calabria, quello a cui erano destinati i bazooka piazzati da Lo Giudice, non si nasconde. Giuseppe Pignatone è qui da due anni: «Quello dei veleni è un tema su cui abbiamo la massima sensibilità - spiega - saranno fatti tutti gli accertamenti. Lasceremo nulla di intentato. In passato però, mi è parso di capire, spesso il problema è stato trovarsi di fronte a segnalazioni troppo generiche».

Molti sapevano. Come dimostrano i documenti riservati numero 488/1 e 488/3 - consegnati da Giorgio Piccirillo, il direttore dell’Aisi (Agenzia di informazione e sicurezza interna), alla commissione parlamentare di inchiesta sui rifiuti. Era il 12 luglio. Documenti attraverso i quali, finalmente, venivano scoperte alcune carte: «Fin dal 1992 il servizio avrebbe acquisito notizie fiduciarie relative all’interesse del clan Mammoliti, in particolare i fratelli Cordì, per lo smaltimento illegale di rifiuti radioattivi, che sarebbero pervenuti sia dal centro, sia dal nord Italia, ma anche da fonti straniere». La Calabria era il posto giusto per risolvere questo tipo di problemi. Nel senso che la ’ndrangheta avrebbe trattato il tema alla stregua di un qualsiasi altro affare. E infatti: «Informatori del settore non in contatto tra loro - quindi fonti diverse che riportano la stessa informazione - hanno riferito che Morabito Giuseppe, detto Tiradiritto, previo accordo raggiunto nel corso di una riunione tenutasi recentemente con altri boss mafiosi, avrebbe concesso in cambio di una partita di armi, l’autorizzazione a far scaricare nella provincia di Africo un quantitativo di scorie tossiche presumibilmente radioattive».

Quel giorno di luglio, il presidente della commissione, Gaetano Pecorella, ha dichiarato: «Vi è una serie di notizie che ci paiono di specifico e rilevante interesse per indagini in materia di rifiuti radioattivi. Rifiuti che sono stati - secondo notizie sempre molto ricche ma poco verificate fino ad ora - occultati soprattutto in Calabria». È il succo velenoso della storia: notizie molto ricche ma poco verificate. A chi è convenuto?
FONTE: http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/419532/

giovedì 18 agosto 2011

inquinamento marino : Coste italiane senza pace. Il bilancio di Goletta Verde

ECOSISTEMA MARINO. Presentati i dati del veliero di Legambiente. Tra le regioni più inquinate Calabria, Campania e Sicilia. Promosse Sardegna, Puglia e Toscana. L’assenza o il malfunzionamento dei depuratori nel mirino degli ecologisti.


Cemento, rifiuti, depuratori inadeguati e trivellazioni dei fondali marini sono i fattori che contribuiscono a rendere i nostri mari sempre più inquinati. Quest’anno in vetta alla classifica delle bandiere nere c’è la Calabria, seguita dalla Campania e dalla Sicilia. A testimoniarlo i risultati raccolti da Goletta Verde, storica campagna estiva di Legambiente che, navigando due mesi in quaranta zone costiere, ha monitorato la contaminazione microbiologica e le libertà che minacciano la bellezza e la salute dell’ecosistema marino. Le spiagge segnalate come critiche, a causa degli scarichi fognari, sono quelle dove i cittadini non rispettano il proprio territorio, versandovi rifiuti e reflui non depurati. Questa cattiva abitudine, di trattare il mare come discarica, contribuisce all’inquinamento microbiologico già aggravato da un inesistente, o spesso inadeguato, sistema di depurazione.

A peggiorare la situazione anche l’abusivismo edilizio. In Sicilia si sono registrate 682 infrazioni, seguite dalle 665 accertate in Calabria e dai 508 reati ambientali commessi in Campania. Un podio tutto meridionale che non sorprende perché si tratta di località dove sono stati realizzati gli ecomostri simboli del nostro Bel Paese. Basti pensare alle ville, mai finite, costruite dalla mafia con la complicità della pubblica amministrazione in Pizzo Sella, la “collina del disonore” di Palermo; alle trentacinque ville abusive di Capo Colonna in Crotone che, nonostante una sentenza di confisca, compromettono l’area archeologica; all’albergo di Alimuri a Vico Equense sulla penisola sorrentina; alle “villette degli assessori” sulla spiaggia di Lido Rossello a Realmonte in Agrigento e ancora il viallaggio abusivo di Torre Mileto nel comune di Lesina, in provincia di Foggia.

«Scarichi fognari illegali, cementificazione selvaggia delle coste e progetti energetici basati sulle fonti fossili sono i principali nemici del mare italiano - spiega Stefano Ciafani, responsabile scientifico nazionale di Legambiente -. Serve un green new deal per la tutela delle coste e per il rilancio dell’economia turistica del Belpaese, fondato sulla realizzazione di opere pubbliche davvero utili alla collettività. Si devono aprire nuovi cantieri per creare depuratori per quel trenta per cento di cittadini che ne è ancora sprovvisto, per migliorare un sistema fognario inadeguato a fronteggiare i picchi turistici estivi, per abbattere, a colpi di tritolo, gli ecomostri di cemento che deturpano le coste». Legambiente denuncia anche il mancato rispetto della direttiva europea 1991/271/CE sul trattamento delle acque reflue. I Comuni che non si sono adeguati alla normativa comunitaria sulla depurazione degli scarichi fognari si trovano tutti in queste tre regioni: novanta in Sicilia e ventidue in Calabria e Campania.

Nemiche delle nostre coste anche le trivellazioni petrolifere dei fondali marini. Da maggio 2011, nonostante il disastro causato dalla Bp nel Golfo del Messico, sono stati rilasciati ben venticinque permessi di ricerca per estrarre idrocarburi: dodici nel canale di Sicilia, sette nell’Adriatico settentrionale, tre nel mare tra Marche e Abruzzo, due in Puglia e uno in Sardegna. Se a questi si sommano anche le richieste per attività di ricerca petrolifera, il risultato finale è che circa 30.000 chilometri di costa (una superficie superiore a quella occupata dalla regione siciliana) potrebbero essere coinvolti in questo tipo di operazioni, rischiose sia per il turismo che per la pesca in caso di incidente, e non in linea con le nuove strategie di produzione energetica che dovrebbero sostituire quanto prima le fonti fossili con quelle rinnovabili.

«Per non aggravare una situazione già complicata - continua Stefano Ciafani - si abbandonino anche progetti insensati come la svendita ai privati delle spiagge con pericolosi diritti di superficie, la corsa alle trivellazioni off shore di petrolio o le ricorrenti proposte di condono edilizio, che costituiscono solo una seria ipoteca per la tutela dell’ecosistema marino e costiero, alla base del turismo di qualità, sempre più importante per il Prodotto interno lordo del nostro Paese». Esistono, però, anche esperienze positive come quelle registrate nelle regioni Sardegna, Puglia e Toscana, premiate per il loro impegno nella tutela delle coste e dei mari. Sono state inserite nella Guida Blu 2011 di Legambiente e Touring Club Italiano che segnala le località più pulite e belle d’Italia dove poter trascorrere vacanze nel pieno rispetto delle natura, immersi in acque cristalline.

Le tre regioni che hanno conquistato l’Oscar per il mare più limpido eccellono anche in ambito enogastronomico, paesaggistico, artistico e sopratutto ambientale. Tra le città sarde Goletta Verde segnala: Villasimius (Ca), Posada (Nu), Bosa (Nu) e Baunei (Og). In Puglia Ostuni e Otranto rientrano tra i lidi più sostenibili. In Toscana vincono Capalbio (Gr), Castiglione della Pescaia (Gr)e l’Isola di Capraia (Li). Un esempio da seguire è di sicuro l’impegno “verde” del comune di Capalbio, cui sono state assegnate cinque vele (massimo punteggio attribuito dalla Guida Blu) per aver realizzato un percorso didattico sulla duna costiera per educare e sensibilizzare cittadini e turisti sull’importanza di questo habitat, seriamente minacciato dall’azione antropica; per aver creato un pista ciclabile sul litorale; per aver investito sulle fonti rinnovabili e il risparmio energetico; per la valorizzazione dei prodotti tipici locali attraverso mercati e manifestazioni a chilometro zero e, infine, per il potenziamento della capacità di depurazione. A parte questi casi, però, la situazione descritta da Goletta Verde non è positiva. Tirando le somme su tutto il territorio nazionale: 146 zone costiere sono critiche (di queste circa l’ottanta per cento è fortemente inquinata) e 112 litorali presentano gravi problemi di depurazione. Cifre che lasciano pochi dubbi sulla necessità di difendere di più il nostro patrimonio marittimo.
fonte: http://www.terranews.it/news/2011/08/coste-italiane-senza-pace-il-bilancio-di-goletta-verde

venerdì 3 giugno 2011

siti nucleari in Italia : Enel denuncia "Rubato pc con analisi siti nucleari"

Il furto negli uffici romani a Tor di Quinto di un computer "contenente documenti aziendali relativi a studi e analisi preliminari, privi di risvolti operativi, sulle caratteristiche di siti per impianti nucleari in Italia e all'estero. Un fatto singolare a pochi giorni dal referendum"

Enel ha denunciato alla polizia il furto negli uffici romani dell'area nucleare a Tor di Quinto di un computer ''contenente documenti aziendali relativi a studi e analisi preliminari, privi di risvolti operativi, sulle caratteristiche di siti per impianti nucleari in Italia e all'estero''. Per l'azienda, si legge in una nota, ''è davvero singolare che un furto così mirato avvenga proprio a pochi giorni dalla tornata referendaria''.

martedì 12 aprile 2011

TRIVELLAZIONI : MEDITERRANEO A RISCHIO TRIVELLAZIONI. NO A TREMITI

Le recenti autorizzazioni per le trivellazioni petrolifere al largo delle Isole Tremiti ricordano ancora una volta il rischio ambientale che corre il Mediterraneo. E' il WWF a rilanciare l'allarme circa le scoperte di giacimenti colossali di gas e altri idrocarburi sui fondali profondi del Mediterraneo (gia' al largo di Israele e al largo del delta del Nilo lo scorso febbraio), che hanno aperto una caccia al tesoro che rischia di danneggiare inevitabilmente ambienti unici per la biodiversita' marina, protetti in base a convenzioni internazionali.

''Si e' dimostrata per l'ennesima volta l'incapacita' di raccogliere gli insegnamenti che derivano dai disastri, come quello recente della BP nel Golfo del Messico, per arrivare a fare scelte compatibili con l'ambiente'', denuncia Antonio de Feo, presidente di WWF Puglia, sottolineando che ''nel caso delle Tremiti le trivellazioni verranno condotte ai confini virtuali della riserva marina, quindi con un forte impatto ambientale''.

Il WWF ricorda come diversi accordi obblighino i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo a passare attraverso il sistema VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) prima di esplorare e trivellare alla ricerca di gas e petrolio in acque ''offshore'': il piu' recente protocollo e' quello entrato in vigore nel dicembre 2010 nel quale si specifica che qualsiasi potenziale attivita' di sfruttamento di acque profonde, tra cui anche le prospezioni, debbano essere soggette ad autorizzazione sulla base di un'approfondita VIA.

venerdì 8 aprile 2011

contaminazione in Italia: GRAVI PATOLOGIE DA IODIO 131 ARRIVATO ANCHE DA NOI

Non e' cosi' semplice dire, senza alcuna ombra di dubbio, quanto i nostri mari siano effettivamente al sicuro dalla contaminazione causata in Giappone. E' la denuncia di Marevivo che sottolinea come i radionuclidi - gli atomi instabili che decadono emettendo energia sotto forma di radiazione - riversati in mare con le acque contaminate ''mettano a forte rischio'' l'ecosistema in generale e alcune specie in particolare.

''I rischi per la biodiversita' marina - spiega Silvano Focardi, Professore di Ecologia all'Universita' di Siena e membro del Comitato Scientifico di Marevivo - sono legati alla durata e alla dimensione dell'incidente; e sono rappresentati dalla insorgenza di danni gravi che possono arrivare fino a mutazioni genetiche capaci di incidere sulle capacita' riproduttive degli organismi''.

''Per l'uomo - aggiunge - il consumo prolungato di alimenti anche debolmente contaminati, costituisce un pericolo, perche' i radionuclidi si fissano nell'organismo e, con il passare del tempo, possono determinare gravi patologie''.

Concentrazioni significative di particelle sono state misurate alle Hawaii e in California e lo iodio 131 e' arrivato anche da noi: ''Le concentrazioni rilevate in Italia sono, si dice, trascurabili e non pericolose ma - rileva Focardi - proprio per le incertezze delle informazioni pervenute finora, e' bene non sottovalutare il problema. Lo iodio 131 ha una emivita di pochi giorni, ma presenta una notevole aggressivita' per la tiroide''.

contaminazione in Italia: IN ITALIA LIEVI TRACCE IODIO131 E CESIO137 NEL FORAGGIO

Dopo i vegetali a foglia larga e il latte, in cui sono state rinvenute lievi tracce di iodio 131, l'Ispra segnala presenza di Iodio 131 e Cesio 137. Lo riferisce lo stesso Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che con il sistema delle Agenzie Regionali e delle Province Autonome per la Protezione dell'Ambiente effettua il monitoraggio della radioattivita' ambientale e che dal 12 marzo scorso ha chiesto di intensificare le misure di particolato atmosferico allo scopo di monitorare l'andamento di una eventuale presenza di radioattivita' in aria riconducibile all'incidente nella centrale di Fukushima in Giappone. I dati sono aggiornati alle 20 di ieri. In particolare, come gia' segnalato dall'istituto, i risultati delle prime misure effettuate sui vegetali a foglia larga a partire dal 30 marzo, hanno evidenziato piccole tracce di Iodio131, compresi tra 0,06 e 0,80 Bq/kg. Si evidenzia che il livello massimo ammissibile di radioattivita' stabilito dai regolamenti Euratom e' pari a 2000 Bq/kg. Sono state, inoltre, effettuate misure su campioni di foraggio che hanno evidenziato, in alcuni casi, la presenza di I-131 tra 0,49 e 2,8 Bq/kg e di Cs-137 (il livello massimo ammissibile di radioattivita' stabilito dai regolamenti Euratom per il Cesio 137 e' pari a 1250 Bq/kg) variabile tra 0,40 e 15,8 Bq/kg. Anche per queste misurazioni non e' stata rilevata la presenza di Cs-134. I risultati delle prime misure effettuate sul latte a partire dal 30 marzo, hanno evidenziato un valore molto piccolo di concentrazione di Iodio 131 variabili tra 0,30 e 1,20 Bq/l.

Si consideri che il livello massimo ammissibile di radioattivita' stabilito dai regolamenti Euratom per lo Iodio 131 nel latte e' pari a 150 Bq/l per gli alimenti per lattanti. Le concentrazioni, evidenzia l'Ispra, sono in generale accordo con quelle rilevate in altri paesi Europei.

I valori di concentrazione rilevati con le prime misure nei vegetali a foglia larga e nel latte sono notevolmente inferiori ai livelli massimi ammissibili stabiliti dai regolamenti Euratom. Si conferma conclude l'Istituto, che, sino ad oggi, la rete automatica di monitoraggio dell'intensita' di dose gamma in aria dell'Ispra non ha rilevato valori anomali rispetto alle normali fluttuazioni del fondo ambientale locale.

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giovedì 7 aprile 2011

CONTAMINAZIONE DA IODIO 131 ANCHE NEL LATTE E NELLA VERDURA ITALIANA

Tracce di Iodio 131 sui vegetali a foglia larga e latte in Italia, ma i valori riscontrati sono nettamente inferiori al livello massimo ammissibile di radioattivita' stabilito dai regolamenti Euratom. Lo riferisce l'Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che con il sistema delle Agenzie Regionali e delle Province Autonome per la Protezione dell'Ambiente effettua il monitoraggio della radioattivita' ambientale e che dal 12 marzo scorso ha chiesto di intensificare le misure di particolato atmosferico allo scopo di monitorare l'andamento di una eventuale presenza di radioattivita' in aria riconducibile all'incidente nella centrale di Fukushima in Giappone. I dati sono aggiornati alle 20 di ieri. I risultati delle prime misure effettuate sui vegetali a foglia larga a partire dal 30 marzo, si legge sul sito dell'Istituto, hanno evidenziato piccole tracce di Iodio131, compresi tra 0,06 e 0,79 Bq/kg.

L'Ispra evidenzia che il livello massimo ammissibile di radioattivita' stabilito dai regolamenti Euratom e' pari a 2000 Bq/kg. Per quanto riguarda il Cesio 137, i valori sono tra 0,07 Bq/kg e 0,66 Bq/kg e l'Istituto evidenzia che ''al momento non e' possibile correlare direttamente, sulla base di queste misure, tale presenza di Cesio 137 ai rilasci in atmosfera generati all'incidente in Giappone''. Per quanto rigarda il latte, invece, i risultati delle prime misure effettuate dal 30 marzo, hanno evidenziato un valore molto piccolo di concentrazione di Iodio 131 variabili tra 0,40 e 1,20 Bq/l.

''Si consideri - sottolinea l'Ispra - che il livello massimo ammissibile di radioattivita' stabilito dai regolamenti Euratom per lo Iodio 131 nel latte e' pari a 150 Bq/l per gli alimenti per lattanti. Le concentrazioni sono in generale accordo con quelle rilevate in altri paesi Europei''.

I valori di concentrazione rilevati con le prime misure nei vegetali a foglia larga e nel latte, conclude, ''sono notevolmente inferiori ai livelli massimi ammissibili stabiliti dai regolamenti Euratom''.

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mercoledì 30 marzo 2011

ENERGIE RINNOVABILI IN ITALIA : la lezione dei comuni "Siamo verdi e autosufficienti"

In comune su otto in Italia è autosufficiente dal punto di vista elettrico grazie a sole, vento, biomasse e geotermia; a Lecce si produce più elettricità verde di Friburgo, la celebrata capitale tedesca del fotovoltaico; nel 94% dei municipi italiani è presente ormai almeno un impianto rinnovabile. Accusate di essere troppo costose, marginali e inaffidabili, le fonti verdi si prendono la loro rivincita e lo fanno con "Comuni Rinnovabili 2011", il dossier di Legambiente che fotografa la diffusione delle micro centrali ad energia alternativa sul territorio nazionale.


Giunto alla sua sesta edizione, il rapporto illustrato oggi a Roma è "la migliore risposta a chi continua a sostenere che il contributo delle fonti rinnovabili sarà comunque marginale nel futuro del Paese". Una presentazione che ha molto il sapore di un "pride". "Per capire come stanno davvero le cose - spiega il curatore del rapporto Edoardo Zanchini - occorre guardarle nella giusta prospettiva. Se continuiamo a raccontare la questione energetica partendo dalle potenzialità d'installazione delle fossili è chiaro che non c'è gara, ma se scendiamo sul territorio per capire come le comunità rispondono alle esigenze locali allora i numeri ci danno ragione e ci rendiamo conto che gli obiettivi fissati dall'Unione Europea sono raggiungibili con incredibili vantaggi per tutti".
"Grazie a questi impianti - si legge nella premessa del documento - si sono creati nuovi posti di lavoro, portati servizi, riqualificati edifici e creato nuove prospettive di ricerca applicata, oltre, naturalmente, a una migliore qualità della vita... senza dimenticare bollette meno salate". Le cifre di questa rivoluzione che ci sta avvolgendo silenziosamente sono eloquenti. Il rapporto "racconta un salto impressionante nella crescita degli impianti installati nel territorio italiano. Sono 7.661 i Comuni in Italia dove si trova almeno un impianto. Erano 6.993 lo scorso anno 2, 5.580 nel 2009. In pratica, le fonti pulite che fino a 10 anni fa interessavano con il grande idroelettrico e la geotermia le aree più interne, e comunque una porzione limitata del territorio italiano, oggi sono presenti nel 94% dei Comuni. Ed è significativo che cresca la diffusione per tutte le fonti, dal solare fotovoltaico a quello termico, dall'idroelettrico alla geotermia ad alta e bassa entalpia, agli impianti a biomasse e biogas integrati con reti di teleriscaldamento e pompe di calore".

Una forza tanto irresistibile quanto discreta che, denuncia ancora Zanchini, "finisce quasi sempre per essere sottorappresentata". Come testimonia il caso di Tocco da Casauria 3, municipio premiato lo scorso anno dal Rapporto, ignorato in Italia, e innalzato a esempio virtuoso per il mondo intero dalla prima pagina del New York Times. Le esperienze raccontate e catalogate nel Rapporto, si legge ancora nella premessa, "mettono il nostro paese senza che ve ne sia la consapevolezza, nel gruppo di punta della ricerca internazionale". Zanchini, oltre a Friburgo, cita quindi il caso di Samso 4, l'isola danese a emissioni zero. "Lì - spiega - la vocazione alla sostenibilità pubblicizzata globalmente è divenuta motivo di attrazione turistica, ma in Italia la percentuale di realtà simili è altissima e in continua crescita".

Il Rapporto 2011 esalta in particolare i comuni alpini di Morgex e Brunico per la loro capacità di diventare 100% rinnovabili, non solo per i consumi elettrici ma anche per quelli termici (riscaldamento e acqua calda), attraverso un mix di fonti diverse. Un contributo decisivo, così come avviene per gli altri 18 municipi italiani che possono vantarsi di essere completamente autosufficienti, arriva in particolare dagli impianti di teleriscaldamento a biomasse. Il bacino delle realtà locali virtuose si allarga poi massicciamente se ci si limita a prendere in considerazione l'indipendenza elettrica. In questo caso il numero di municipi 100% rinnovabili balza a quota 964. Importante, per capire davvero la portata del fenomeno, il fatto che nella classifica dei migliori accanto alle "solite" piccole comunità di montagna inizino ad affacciarsi anche delle vere e proprie città e località del meridione. Un capoluogo di provincia come Treviso riesce ad esempio a coprire il 100% del fabbisogno elettrico dei residenti, mentre tra i comuni che raggiungono l'autosufficienza ci sono anche Isernia, Agrigento e Lecce.

"Anche il Sud comincia a muoversi - conclude soddisfatto Zanchini - ma per dare continuità a questa straordinaria rivoluzione occorre semplificare le normative d'autorizzazione, dare certezze agli investimenti, avviare serie politiche di efficienza energetica e iniziare gli indispensabili interventi di adeguamento della rete alle nuove caratteristiche della microgenerazione distribuita". In altre parole occorre che veda finalmente la luce il Piano energetico nazionale atteso ormai da anni e che sia un piano orientato alla sostenibilità.
FONTE: http://www.repubblica.it/ambiente/2011/03/29/news/comuni_rinnovabili-14190768/?rss

sabato 26 marzo 2011

Acqua pubblica e no all'atomo

Sono 300 mila le persone che, secondo gli organizzatori, hanno sfilato questo pomeriggio a Roma per l'acqua pubblica. Il corteo, promosso dal comitato referendario '2 si' per l'acqua bene comune' e' arrivato a piazza San Giovanni. 'Le furbizie del governo sulla moratoria nucleare non ingannano nessuno. Il 12 giugno andremo a dire si' per l'acqua pubblica e contro il nucleare. No a una moratoria di un anno, si' a una moratoria per sempre', ha detto il presidente della Regione Puglia Vendola.
fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/politica/2011/03/26/visualizza_new.html_1530518930.html

centrali nucleari in Italia : Centrale Nucleare del Garigliano, è silenzio!

Gli occhi del mondo sono rivolti verso la Libia, scenario dell'ultimo conflitto dalle dimensioni planetarie. Già sembrano sfumare alla mente, le immagini apocalittiche del terremoto giapponese e delle sue catastrofiche conseguenze. Oggi le notizie corrono in rete ad una velocità spaventosa, restano impresse solo quelle che davvero scuotono le coscienze. Tutto scorre freneticamente, in modo vertiginoso, diventando "vecchio" dopo poche ore. Notizie apparentemente minori, ma al tempo stesso, di notevole impatto, restano invece sottaciute, proprio perchè non riescono ad essere imbavagliate dalla rete, per un fattore di casualità o per strategica scelta. E' il caso di ciò che sta avvenendo sul Garigliano, nella centrale atomica dismessa (*), argomento di forte attualità dopo la sciagura avvenuta nel paese del sol levante. Da settimane si vedono grossi movimenti intorno alla centrale, oggetto di lavori interni, per mettere a definitiva dimora una grande quantità di scorie nucleari. Su tali interventi, c'è un assoluto e preoccupante mistero. A nessuno è permesso di entrare per visionare ciò che realmente sta accadendo all'interno del complesso nucleare. La popolazione locale, vorrebbe una maggior informazione in merito. Solo qualche giorno or sono, c'è stato il serio rischio di allagamento della centrale, con tutti i pericolosi rischi del caso, per lo straripamento del fiume Garigliano, a seguito delle abbondanti piogge. Anche di questo minaccioso accadimento, stranamente, non se ne è parlato più di tanto. A livello nazionale si è deciso di sospendere la decisione in merito alla realizzazione di nuove centrali atomiche. Nulla ahimè si conosce, circa la sorte di quelle in disuso, nello specifico di quella che insiste sul territorio di Sessa Aurunca. Penso che la popolazione campana, nello specifico quella casertana, abbia già dato in termini di qualità dell'ambiente. Si faccia chiarezza, alla luce del sole!

(*) La centrale del Garigliano è una centrale nucleare che sorge in un'ansa del fiume Garigliano, nel comune di Sessa Aurunca (CE). L'impianto, di tipo BWR, fu costruito tra il 1960 e il 1963 dalla General Electric su commissione della SENN (Società Elettro Nucleare Nazionale) del gruppo IRI-Finelettrica. Il reattore, della potenza di 160 MWe, raggiunse la prima criticità il 5 giugno 1963. Basato su una configurazione impiantistica eccessivamente complicata (presto abbandonata dalla stessa General Electric), il reattore del Garigliano ebbe un funzionamento discontinuo, finché nel 1978 venne fermato a causa di un guasto tecnico a un generatore di vapore secondario. Considerato il costo dell’intervento di sostituzione, nel 1981 l’ENEL (subentrata alla SENN nel 1965) decise di non riavviare più la centrale, in considerazione della breve vita residua dell’impianto. Nel novembre 1999 la proprietà della centrale - così come per le altre tre centrali nucleari italiane - è stata trasferita a SOGIN. Il programma predisposto da SOGIN punta al totale smantellamento dell’impianto e al ripristino ambientale dell’area entro il 2016.
Articolo di Angelo D'Amore.
fonte: http://liberalvox.blogspot.com/2011/03/centrale-nucleare-del-garigliano-il.html

venerdì 25 marzo 2011

CENTRALI NUCLEARI IN ITALIA : SPENTE NOSTRE CENTRALI ELETTRICHE A FAVORE FRANCESI

'L'Italia lascia spente le centrali elettriche per importare l'energia nucleare francese''. E' quanto afferma il Capogruppo dell'Italia dei Valori in Commissione Finanze al Senato, Elio Lannutti, in due interrogazioni inviate ai Ministeri dello Sviluppo, dell'Economia e dell'Ambiente.

''Altro che necessita' di renderci autonomi, il progetto atomico del governo e' palesemente inutile e controproducente perche', se favorira' i gruppi economici collegati, esporra' a rischi inaccettabile i cittadini e i territori - prosegue Lannutti -. A causa del dumping praticato dai francesi il Gestore della Rete di Trasporto dell'energia elettrica nazionale immette in rete solo 5 gigawatt sui 45 che puo' produrre, perche' non utilizza gli impianti elettrici italiani ma importa i pacchetti energetici che arrivano dalle centrali nucleari francesi. Non e' vero, quindi, che il fabbisogno italiano deve essere coperto per il 19% dal nucleare della Francia: la realta' e' che si lasciano spente le nostre centrali elettriche per importare l'energia da oltralpe, perche' altrimenti i francesi avrebbero energia invenduta e il loro nucleare non risulterebbe piu' conveniente. Romani abbia almeno il coraggio di ammettere l'evidenza: abbiamo un potenziale energetico che non viene sfruttato. E' assurdo lasciare inutilizzati i nostri impianti per arricchire i francesi, peggio ancora sarebbe costruire anche in Italia centrali nucleari quando al contrario e' piu' logico sfruttare gli impianti elettrici esistenti e sviluppare soprattutto le fonti alternative. Il governo dovrebbe rispondere di questa politica energetica suicida: di sicuro - conclude Lannutti - sara' il responso dei referendum ad imporre un deciso cambio di rotta''.

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