NO AL NUCLEARE ESISTONO LE FONTI RINNOVABILI. AMBIENTE,NATURA,DIFESA DEL PIANETA. SALUTE
domenica 22 gennaio 2012
reattore Fast: L'Italia punta sull'energia delle stelle
La fusione nucleare è un po' il sogno dei fisici impegnati nell'energia. Se si riesce a fare in modo che atomi leggeri si uniscano a formare atomi più pesanti si ottiene il processo che avviene nelle stelle e che produce enormi quantità di energia senza produrre scorie radioattive come avviene invece nella fissione nucleare, quella che spezza atomi pesanti come nelle bombe e nelle centrali che sono in funzione oggi. Il problema è che la fusione, proprio perché è una reazione così potente, è difficile da innescare e controllare. Servono reattori che spingano gli atomi a condizioni limite, portandoli ad essere così vicini da fondersi.
Per ora esistono solo impianti sperimentali, uno dei quali a Frascati, dove dovrebbe trovare posto anche Fast. Ma c'è anche un grande progetto internazionale già in costruzione: si chiama Iter ed è il frutto della collaborazione tra Paesi europei, Stati Uniti, Cina, India, Giappone, insomma la maggior parte delle economie avanzate e dei Paesi che oggi trainano l'economia mondiale. Iter servirà a provare definitivamente che la fusione controllata dall'uomo è possibile e produce più energia di quella necessaria per innescare e far funzionare il processo. Ma anche questo impianto non darà energia al mondo: bisognerà aspettarne uno ancora più grande e costoso (Iter, dopo varie revisioni dei preventivi, arriverà a toccare i 10 miliardi di euro), chiamato Demo, che potrebbe essere pronto per il 2050. Quasi quarant'anni da oggi, però a quel punto i problemi energetici del pianeta sarebbero davvero definitivamente risolti.
Ma se già Iter è in costruzione, allora che bisogno c'è del progetto Fast? «Serve a due cose. Come supporto a Iter, per affrontare in un impianto più piccolo tutti i problemi che potrebbero sorgere in quello è più grande. E poi serve per mantenere e rafforzare l'eccellenza italiana in questo campo. Per Iter le aziende italiane hanno ottenuto oltre 500 milioni di commesse su poco più di un miliardo di euro di opere già finanziate. E saranno italiane le parti principali dell'opera, come il grande magnete che deve confinare il plasma e la camera in cui il plasma viene chiuso», racconta Aldo Pizzuto, dell'Enea, responsabile del Progetto Fusione per l'Italia. «È fondamentale avere un impianto dove formare i nostri giovani ricercatori. E Fast non è solo un'idea, è già un progetto definito e studiato», aggiunge Giuseppe Mazzitelli, responsabile del Laboratorio gestione grandi impianti sperimentali dell'Enea a Frascati e presidente di Frascati Scienza.
Quello che manca, però, è l'impegno economico. In un periodo di grandi sacrifici e risparmi non sembra facile riuscire a convincere il governo a lanciare un progetto da 300-350 milioni di euro che dovrebbero venire tutti o quasi dallo Stato. «Certo, è una cifra grossa, ma il 40% dovrebbe arrivare da finanziamenti europei e quindi si tratta di poco più di 20 milioni all'anno per otto o nove anni. A parte la ricaduta scientifica, rispetto ai 600 milioni di commesse ottenuti dall'Italia per Iter risulta comunque un buon investimento per continuare ad essere noi all'avanguardia», commenta Mazzitelli.
fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2012-01-21/litalia-punta-energia-stelle-103722.shtml?uuid=AaP93ogE
martedì 14 settembre 2010
IDROGENO : Grandi speranze suscita in tutto il mondo la cosiddetta “economia dell’idrogeno”.
Il settore della ricerca nel campo dell’energia ha fruito d’investimenti pari a 33 miliardi di dollari, tra risorse pubbliche e private. Il settore del nucleare civile assorbe circa 14 miliardi di dollari, tra ricerca nel campo della fusione (progetto ITER e RFX) e nei reattori di cosiddetta quarta generazione. Nel campo delle energie rinnovabili il totale degli investimenti a livello mondiale è pari a 1,7 miliardi di dollari. Grandi speranze suscita in tutto il mondo la cosiddetta “economia dell’idrogeno”. Ma solo attraverso la destinazione di rilevanti risorse da destinare alla ricerca sarà possibile l’uso dell’idrogeno in tutti i settori che utilizzano l’energia.
Ora la produzione di idrogeno si basa sul processi che usano tecnologie già oggi disponibili. La metà dell’idrogeno sfrutta il procedimento denominato di “reforming del metano” (per convertire il metano in una miscela gassosa) e circa il 10% attraverso il passaggio della corrente elettrica nell’acqua (elettrolisi).
Quest’ultimo processo permette di ricavare direttamente idrogeno dall’acqua.Appare evidente che questi processi non risolvono i problemi di approvvigionamento energetico, ma li trasferiscono semplicemente sotto un’altra forma, poiché si basano su combustibili fossili, e liberano tanta CO2 quanto gli attuali sistemi di produzione energetica. Se la corrente elettrica proviene da fonti rinnovabili (sole, vento) il processo è in un accumulo di energia solare ma si scontra con l’elevata richiesta energetica, che si traduce in una bassa resa In questo quadro ampio e desideroso di nuove proposte, si collocano le numerose e poco esplorate prospettive di produzione biologica dell’idrogeno.
Le principali possibilità sono: 1) la biofotolisi dell’acqua, che permette di ottenere idrogeno dalla scissione dell’acqua utilizzando direttamente la radiazione solare , 2) la fermentazione di rifiuti e materiali di scarto, che avrebbe il duplice beneficio di trattare i rifiuti e produrre idrogeno 3) sistemi biomimetici basati su meccanismi o componenti biologici 4) sistemi integrati che utilizzano più microrganismi La biofotolisi dell’acqua è probabilmente il processo più interessante per la produzione di idrogeno, poiché prevede (teoricamente) la scissione dell’acqua, con liberazione di idrogeno gassoso e ossigeno gassoso. I microrganismi che utilizzano queste reazioni per la loro sopravvivenza sono anche capaci di catturare la radiazione solare e di indirizzarla più o meno direttamente verso questo processo.
L’interesse nasce quindi dal fatto di poter utilizzare un sistema compatto che è contemporaneamente capace di assorbire la luce solare e trasformarla in un composto chimico ad alta energia che può essere recuperato facilmente: l’idrogeno molecolare. I microrganismi che sono stati studiati per questo particolare metabolismo appartengono ai gruppi delle Alghe verdi e dei Cianobatteri. Rimangono tuttavia alcuni problemi tecnici da risolvere, fra cui quelli riguardanti lo stoccaggio, il trasporto e la distribuzione dell’idrogeno. L’alternativa solida diventa l’accumulo dell’idrogeno in particolari strutture.
Oggi la soluzione che appare più promettente è quella dei nanotubi di carbonio. La soluzione di problemi dell’idrogeno dipende unicamente dalle risorse destinate alla ricerca. Solo una miope Politica prigioniera della lobby industriale nucleare può destinare ogni 100 $ investiti, quaranta al nucleare civile e 4 alle rinnovabili e all’idrogeno.
FONTE: http://www.terranews.it/news/2010/09/verso-leconomia-dellidrogeno
lunedì 28 giugno 2010
L'energia dallo spazio? «In 10 anni può diventare realtà»
Se a qualcuno sembrasse poca cosa, aspetti di scoprire cos'ha veramente in testa Mankins, che oggi fa il consulente in proprio, ma dopo aver trascorso 25 anni fra il Jet Propulsion Laboratory e la Nasa, dove ha ricoperto per un decennio l'incarico di direttore del dipartimento Studi avanzati. In poche parole, il suo compito era quello di congiungere la scienza con la fantascienza.
«Quand'ero piccolo – racconta – assistevo a bocca aperta ai lanci del Mercury, alle missioni Apollo, e mi chiedevo come sarebbe stato il futuro». Fin quando, quasi fosse un'attrazione fatale, il futuro s'è messo a fabbricarlo di persona.
Lo scopo di quell'esperimento alle Hawaii, condotto insieme al collega Nobuyuki Kaya dell'Università di Kobe, era trovare il modo di trasmettere non 200, ma mille miliardi di watt. E non fra due isole a qualche chilometro di distanza, ma fra la Terra e un satellite in orbita geostazionaria, 35mila chilometri sopra le nostre teste.
«Una crisi energetica – commenta Mankins, incontrato a Rovereto dov'è venuto a partecipare al Festival delle Città Impresa – è alle porte: fra la crescita della domanda da parte delle economie emergenti, il picco del petrolio e i cambiamenti climatici, questo pianeta deve rivedere in fretta il proprio sistema di approvvigionamento dell'energia». L'idea dello space solar power è piuttosto antica: l'ingegnere spaziale Peter Glaser la teorizzò nel 1968. Però Mankins l'ha fatta rivivere nel 1999, con un progetto ufficialmente finanziato dalla Nasa.
Ma questa è scienza, non fantascienza. «Tutti i fondamenti fisici per realizzarla sono conosciuti», assicura John Mankins, che qualche anno fa, quando la Nasa ha tagliato i fondi alla ricerca avanzata, ha detto addio all'agenzia spaziale americana. «Tutti i componenti necessari già esistono e non c'è bisogno di fare altre scoperte rivoluzionarie. Occorre soltanto perfezionare i dettagli, condurre i necessari esperimenti e costruire l'intero sistema». I sistemi complessi, del resto, sono il piatto forte di Mankins. «Il mio mestiere – ammette lui stesso – è scoprire nuove applicazioni di cose già esistenti». Il che, è facile solo a dirsi.
Fra le invenzioni di Mankins, che alla Nasa è stato anche a lungo capo della tecnologia per l'esplorazione spaziale, c'è il MagLifter (una catapulta a levitazione magnetica per lanciare in orbita gli shuttle del futuro), il Solar Clipper (una navicella modulare alimentata a "vele" solari) o l'HabBot (un'unità abitativa e di lavoro per le colonie umane su altri pianeti).
Ma il satellite per l'energia solare a 35mila chilometri comporta problemi su un'altra scala di grandezza. «Si tratta di un satellite dove il corpo principale è largo circa un chilometro, ma spesso una ventina di centimetri, dove da un lato ci sono le celle solari per catturare l'energia solare 24 ore su 24 e, sull'altro, le antenne per la trasmissione». Si tratta di microonde, nell'intorno dei 2 gigahertz di frequenza, che attraversano comodamente l'atmosfera anche in un giorno di pioggia e raggiungono un sistema ricevente a terra – una specie di griglia con un diametro di un chilometro – per poi venire convertite in corrente continua. «Ovviamente abbiamo trovato il modo di modulare questo raggio senza che sia nocivo per piante o animali. Anzi, ci sarà da risolvere il problema degli uccelli che sperano di farci un nido, al caldo», ride lo scienziato.
In questo modo, si potrebbe fornire un gigawatt di energia senza le interruzioni che affliggono gli impianti solari a terra. «Il raggio potrà essere spostato a piacere, e diretto sulle stazioni riceventi che ne hanno bisogno. Se collocato in orbita sopra l'Oceano Indiano, può trasmettere energia in Giappone e, nell'arco di millisecondi, spostarsi sull'Italia». Scusi, ma quanti satelliti solari ci potranno essere, a regime? «Centinaia. Direi fino a un massimo di 2mila». E lei conta di vederne uno in orbita, nell'arco della sua vita? «Assolutamente sì», è la risposta altrettanto secca. «Peter Mankins, un mio antenato, è vissuto 111 anni fra il '700 e l'800. E io ne ho solo 54...», dice.
Mankins giura che, «appena ci saranno i soldi e la volontà», il primo prototipo potrebbe essere messo in orbita nel giro di dieci anni. Certo, c'è ancora un sacco di lavoro da fare. Ad esempio, bisogna costruire un SolarClipper e un MagLifter per abbassare il costo dei molteplici lanci per portare in orbita pezzi di satellite da rimontare.
«Penso a una grande collaborazione internazionale, che includa aziende private e governi. Un po' come l'Airbus A380 o il Boeing 787: progetti giganteschi che sarebbero impossibili senza l'aiuto di imprese, Stati e università di mezzo mondo». E questa è politica, non fantapolitica.
Nel frattempo, la Nasa ha cambiato di nuovo strategia ed è tornata a investire sulla ricerca avanzata. Ma Mankins va avanti per la sua strada. «Come scienziato – dice – il mio sogno è riuscire a fare la differenza». Se un giorno una catapulta magnetica lancerà una navicella a vele solari per costruire una fabbrica spaziale di energia da trasmettere wireless sulla Terra, la differenza sarà fatta.
mercoledì 18 novembre 2009
motore a batteri: Costruito in Italia primo motore a batteri
lunedì 12 ottobre 2009
mini batteria nucleare

La nuova batteria nucleare in futuro potrebbe essere più sottile di un capello umano e potrebbe sostituirsi alle pile standard per alimentare qualsiasi apparecchio necessiti di energia elettrica: questa è la promessa del team dell’Università del Missouri guidato da Jae Wan Kwon, a cui va il merito di aver creato una batteria atomica grande come un soldino, con l’ulteriore particolarità di utilizzare semiconduttore liquido in grado di inibire eventuali danni ai materiali causati dalle radiazioni.
DURA MILIONI DI VOLTE IN PIÙ- L’autonomia di questo atipico accumulatore che sfrutta la potenza dell’atomo è infinitamente superiore a quella delle banali pile alcaline e dunque si risolverebbe uno dei problemi che anche la tecnologia più all’avanguardia fino ad ora non è riuscita ad arginare, vale a dire la breve durata delle batterie.
COME FUNZIONA – In sostanza la batteria nucleare sarebbe azionata da un isotopo e l’elettricità verrebbe originata dalla trasformazione delle particelle decadute: un semiconduttore liquido raccoglierà le particelle decadute e le convertirà in elettricità, evitando i problemi incontrati utilizzando un semiconduttore solido.
PREGIUDIZI – Il padre della batteria nucleare spiega sottolinea che bisogna smantellare i preconcetti che spesso aleggiano intorno alla parola «nucleare». La pila atomica infatti viene già utilizzata largamente in alcuni settori, ma si è sempre trattato di oggetti di dimensioni molto ingombranti. Inoltre, come ricorda il dottor Kwon, l’energia nucleare trova già da tempo applicazioni in una serie di apparecchi e congegni utilissimi e per nulla nocivi, come per esempio il pacemaker. Tra breve inizieranno i primi test e i ricercatori del Missouri hanno già fatto domanda per ottenere un brevetto.
giovedì 9 luglio 2009
nucleare in Italia: I CRIMINALI COLPISCONO ANCORA!!!!! GIOCANO CON LA SALUTE DEL POPOLO PER RIEMPIRSI LE TASCHE

Via libera dell’Aula del Senato al ddl sviluppo che segna il ritorno dell’Italia al nucleare. Il provvedimento, in quarta lettura, è stato approvato in via definitiva e quindi diventa legge. I voti a favore sono stati 154, i contrari 1, e gli astenuti 1. L’opposizione non ha partecipato al voto. Il ddl sviluppo, rispetto al testo approvato dall’esecutivo, durante i diversi passaggi parlamentari è quasi raddoppiato, passando da 33 a 64 articoli, e giunge in dirittura d’arrivo a oltre dieci mesi dallo stralcio dalla manovra estiva del 2008 varata dal governo Berlusconi.
Queste le misure contenute nel provvedimento:
Nucleare
Il governo avrà la delega per decidere quali tecnologie scegliere, i criteri per l’individuazione dei siti delle future centrali e le compensazioni alle popolazioni che ospiteranno sul loro territorio gli impianti.
Agenzia per la sicurezza nucleare
Sarà costituita l’Agenzia per la sicurezza nucleare. Dovrà dettare le regole tecniche, controllare e autorizzare tutto il ciclo, compreso lo smaltimento delle scorie.
Eliminata la proroga dei tetti antitrust alla vendita di gas dal 2010 al 2015. Resta il tetto del 61 0.000000ino a tutto il prossimo anno.
Petrolio
Aumentate le royalties dal 7al 10, a partire dal primo gennaio 2009, sull’estrazione di idrocarburi in Italia. I maggiori introiti saranno finalizzati alla riduzione del prezzo dei carburanti nelle regioni interessate. Previste anche norme autorizzative più snelle per i giacimenti italiani, compresa l’area dell’Alto Adriatico. Confermato l’obbligo per i gestori delle stazioni di servizio che riforniscono gli autotrasportatori di comunicare i prezzi dei carburanti al Mse.
Editoria e Robin tax
L’addizionale Ires sulle compagnie petrolifere aumenta dal 5,5al 6,5 1e-4934 risorse saranno destinate per coprire il ripristino del fondo per l’editoria con 140 milioni divisi nel biennio 2009-2010.
Class action
Introdotta una nuova disciplina che varrà solo dal momento dell’entrata in vigore della legge. Nessuna possibilità dunque per i risparmiatori coinvolti nei crac finanziari degli ultimi anni di ricorrere all’azione risarcitoria collettiva, poichè è stata esclusa la retroattività. L’entrata in vigore della prima normativa in materia, targata governo Prodi, è stata fatta slittare continuamente in attesa del via libera definitivo del ddl sviluppo. Il decreto legge varato dall’esecutivo la settimana scorsa ne sposta ulteriormente l’applicazione al primo gennaio 2010.
Contraffazione
Sarà sanzionato (sia pecuniariamente con una multa massima di 50mila euro e una pena fino a 6 mesi di carcere)chi trae profitto dalla violazione delle norme sul diritto d’autore.
Assicurazioni poliennali
Sono in arrivo polizze poliennali per l’Rca auto. In cambio di uno sconto, l’assicurato dovrà restare fedele alla compagnia per 5 anni o pagherà una penalità.
Ferrovie private
Le licenze per il servizio ferroviario passeggeri saranno rilasciate solo a imprese italiane o con sede in un Paese legato da vincolo di reciprocità.
Reti d'impresa
Le imprese che si metteranno in rete potranno godere delle stesse agevolazioni dei distretti industriali.
In pensione lampadine a incandescenza e vecchi frigoriferi
Grazie a due emendamenti del Pd, spariranno progressivamente dal mercato le lampadine a incandescenza e i frigoriferi di classe inferiore alla A..
fonte: lastampa.it
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lunedì 6 luglio 2009
FOTOVOLTAICO: Casella Liguria, SI realizzerà la più grande centrale fotovoltaica del Nord Italia.

Sono partiti a Casella i lavori per la realizzazione della più grande centrale fotovoltaica del Nord Italia. L'impianto sorgerà a circa 400 metri d'altitudine nella zona che costeggia il torrente Scrivia e sarà costruito all'interno di due edifici già esistenti alti 12 metri per una superficie complessiva sfruttabile di 36 mila metri quadri. L'operazione, promossa dall'Istituto Ligure Mobiliare, società finanziaria genovese, prevede un investimento complessivo di 8 milioni di euro. L'opera consentirà di sfruttare 2,3 megawatt annui di energia pulita e risparmiare così fino a 476 tonnellate di petrolio all'anno. Il progetto sarà realizzato in collaborazione con il Dipartimento di ingegneria elettrica dell'Università di Genova e con lo studio di architettura Alessandro Savioli.
martedì 23 giugno 2009
lampadine a incandescenza FUORILEGGE GRADUALMENTE CON BENEFICI PER L'AMBIENTE

Cala il sipario sulle vecchie lampadine a incandescenza (si parte il 1° settembre con le 100 watt). Dopo 130 anni di onorato servizio – dal quel 1879, quando Thomas Alva Edison iniziò a commercializzarle – i bulbi di vetro contenenti un filo di tungsteno stanno per uscire di scena, messi al bando dall'Unione europea. Il motivo è uno solo: sprecano troppa energia. Una ricerca dell'European Companies Federation sostiene infatti che la sostituzione delle lampadine a incandescenza, se fosse realizzata entro il 2015 in tutto il Vecchio Continente, porterebbe alla riduzione di 23 milioni di tonnellate di anidride carbonica, con un risparmio di 7 miliardi di euro. In Italia, invece, la messa "fuori legge" delle vecchie luci permetterebbe di tagliare 3 milioni di tonnellate di CO2 e di risparmiare 5,6 miliardi di chilowattora all'anno, con un beneficio di oltre un miliardo di euro ogni dodici mesi.
Il nostro paese su questo tema si era mosso prima di altri, con un articolo ad hoc della Finanziaria 2008 (il numero 2), che al comma 163 prescriveva «il divieto a decorrere dal 1° gennaio 2011 di importare, distribuire e vendere lampadine a incandescenza». Un provvedimento che suscitò diversi malumori tra le imprese del settore, secondo le quali meglio sarebbe stata un'uscita di scena graduale di questa vecchia tecnologia. Poi lo "stralcio" di quel comma il 14 maggio scorso, quando la Commissione Industria e Senato ha rivisto le date per mandare in pensione le lampadine a incandescenza. Un'azione letta da alcuni come un passo indietro, una volta tanto che l'Italia, proprio su un tema ambientale, si era dimostrata lungimirante.
«Nessun passo indietro – fa sapere Patrizia Di Sano, presidente di Assil, l'associazione nazionale dei produttori d'illuminazione – ma un emendamento indispensabile in quanto il comma 163 dell'articolo 2 della Finanziaria era in palese contrasto con il regolamento 244/2009/Ce, già in vigore dal 13 aprile». Che tradotto significa: c'era una legge italiana in contrasto con una direttiva comunitaria «che anzi non aspetta il 2011 per mandare in soffitta le vecchie lampadine ma inizia a metterle fuori commercio già dal prossimo settembre». Se quindi la Finanziaria dell'ultimo governo Prodi proponeva un'uscita in blocco, anche se fra due anni, delle vecchie lampadine, la correzione di primavera dell'Esecutivo Berlusconi sembra introdurre il principio della gradualità. Ma è proprio così?
«La direttiva punta all'eliminazione progressiva delle vecchie lampadine – sostiene la Di Sano – e questo per consentire ai produttori di sviluppare per tempo tecnologie anche per le lampade di piccola taglia, tutelando allo stesso tempo il consumatore che si sarebbe trovato in difficoltà nella sostituzione di alcune tipologie di lampadine ad incandescenza». Da settembre, quindi, inizieranno a non essere più in vendita le luci con una potenza maggiore o uguale a 100 watt, poi dopo un anno saranno quelle da 75 watt a sparire, nel 2011 le 60 watt fino al blocco totale nel 2016.
Eppure nessuno dei produttori è contro questo cambiamento, almeno a parole. Anche perché la nuova tecnologia, fatta soprattutto dalle lampade fluorescenti compatte, potrebbe essere redditizia per loro. Un vecchio bulbo costa infatti un cifra non lontana da un euro contro i 7-15 euro delle luci di ultima generazione.
«Siamo pronti a questo cambio – racconta Roberto Barbieri, consigliere delegato Osram Spa, che in Italia ha un fatturato di circa 310 milioni di euro – e per noi la scommessa è anche sulle nuove alogene che coniugano un'ottima qualità della luce con un risparmio del 30% rispetto ai modelli del passato». Dello stesso parere Fabio Pedrazzi, direttore affari generali del gruppo Beghelli, che rimarca ancora una volta il tema dell'innovazione: «La sfida sarà migliorare sempre di più questi prodotti, perché le prime lampadine "verdi", qualche anno fa, avevano almeno due problemi: si accendevano lentamente e facevano poca luce, anche se portano a risparmi del 70-80%».
Ma c'è un paradosso: il mondo dell'illuminazione ecosostenibile se da un lato consente di risparmiare sui consumi, dall'altro pone il problema dello smaltimento, visto che le green lamp contengono piccole quantità di materiali tossici come il mercurio, «che con un solo milligrammo – spiegano i ricercatori dell'Università americana di Standford – può comunque contaminare quattromila litri d'acqua». Un problema che non nasconde Paolo Targetti, presidente dell'omonimo gruppo, che l'anno scorso ha chiuso i conti con ricavi a quota 300 milioni: «Se è vero che con queste nuove lampadine limiteremo le immissioni di anidride carbonica – sostiene Targetti – è vero anche che da un punto di vista ambientale il loro bilancio di sostenibilità non è poi così favorevole perché per produrle ci vogliono materiali più inquinanti, dalle polveri fluorescenti al mercurio. Ecco perché secondo noi il vero futuro dell'illuminazione sarà nei led». Peccato che oggi un 7 watt a led, che esprime la potenza di un 35 watt, costi 30-35 euro, «anche se dura 45mila ore, come spiega Aldo Bigatti, direttore Philips Lighting Italia – per una tecnologia che nel prossimo periodo si perfezionerà ancora». E così, forse, l'avventura di Mr. Edison, l'inventore-imprenditore che in vita sua depositò oltre mille brevetti, potrà dirsi definitivamente conclusa.
LEGGI ANCHE:
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sabato 20 giugno 2009
buildup :portale tutto dedicato alla riduzione dei consumi energetici negli immobili

La Commissione europea fa un nuovo passo per promuovere l'efficienza energetica con la creazione di un portale tutto dedicato alla riduzione dei consumi energetici negli immobili. All'indirizzo ''www.buildup.eu'' cittadini, operatori pubblici, costruttori, potranno trovare un valido strumento di lavoro con indicazioni e notizie continuamente aggiornate da Bruxelles. Il sito, gia' attivo da oggi, e' organizzato in modo da dare voce e spazio agli utenti che possono contribuire inviando informazioni, esempi di migliori pratiche, domande. Come ha sottolineato il Commissario per l'energia Andris Piebalgs '' il portale internet ''Build up'' dara' a ciascuno, proprietario o costruttore, la possibilita' di cercare e scambiare buone pratiche e informazioni. Inoltre, e' un mezzo Pper informare il mercato sull'attualita' dell'inquadramento legislativo. Build up puo' essere uno strumento molto utile per migliorare la resa energetica degli edifici''. Intervenire sul settore edilizio , responsabile per il 40% dei consumi energetici Ue, e' una delle politiche chiave adottate dalla Commissione europea per agire sull'energia meno inquinante ed economica che esista, quella che non si consuma. Gia' nel 2002 una direttiva sull'efficienza energetica degli immobili, direttiva PEB, proponeva agli stati membri un approccio integrato con la finalita' di una utilizzazione energetica efficace nell'edilizia. Cio' non e' pero' stato sufficiente per sfruttare al meglio un grosso potenziale di economie energetiche ancora inutilizzato e ha suggerito la necessita' di rimettere mano alla direttiva nel 2008. Secondo Bruxelles con le misure previste in questa nuova proposta si potranno tagliare i consumi di 60, 80 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio l'anno con un risparmio energetico del 5%-6% in piu', rispetto a quello che si potrebbe ottenere con l'applicazione integrale della direttiva 2002.
martedì 16 giugno 2009
ENERGIAE RINNOVABILI: 3 MILIONI DI POSTI LAVORO IN EUROPA LEGATI A ENERGIE RINNOVABILI

Con oltre tre milioni di posti di lavoro in tutta Europa, le attivita' economiche ''verdi'' stanno superando le industrie inquinanti in termini di posti di lavoro. E' quanto rivela il nuovo studio del WWF ''Low carbon jobs for Europe'' (Lavori a basso contenuto di carbonio per l'Europa) lanciato oggi a livello internazionale alla vigilia della riunione del Consiglio Europeo prevista per il 18-19 giugno a Bruxelles.
Lo studio mostra che almeno 3,4 milioni di posti di lavoro in Europa sono direttamente legati ai settori delle energie rinnovabili, della mobilita' sostenibile e dei beni e servizi per l'efficienza energetica, contro i 2,8 milioni di posti di lavoro garantiti da settori inquinanti come attivita' estrattive, elettricita', gas, cemento e industrie del ferro e dell'acciaio. E si prevede che l'economia ''low-carbon'', a basso contenuto di carbonio, continuera' a espandersi in futuro mentre l'impiego nelle industrie estrattive, inquinanti e climalteranti continuera' a diminuire.
''Questo studio evidenzia chiaramente chi sono i vincitori della sfida e dimostra che le politiche e le tecnologie 'amiche del clima' danno un contributo fondamentale allo sviluppo dell'economia - ha dichiarato Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF Italia - L'economia pulita e' pronta a prendere il via, e se la politica continuera' a supportare le industrie che invece contribuiscono ad aggravare la crisi climatica, l'Europa dovra' affrontare costi altissimi sia per l'economia che per l'ambiente''.
I dati disponibili evidenziano che in Europa circa 400.000 persone sono impiegate nel settore delle energie rinnovabili, circa 2,1 milioni per la mobilita' sostenibile e oltre 900.000 in beni e servizi per l'efficienza energetica, in particolare nel settore edilizio. Questi impieghi includono, per esempio, la produzione, installazione e manutenzione di turbine eoliche e pannelli solari, o i lavori per il miglioramento dell'efficienza energetica negli edifici esistenti. E tutti questi settori - in particolare eolico, solare fotovoltaico, biomasse, mobilita' pubblica e settore edile - stanno registrando una crescita significativa.
Accanto a questi, ci sono circa altri 5 milioni di posti di lavoro in settori e impieghi correlati.
A guidare la classifica europea delle professioni verdi sono Germania, Spagna e Danimarca per l'eolico, Germania e Spagna per l'energia solare, settori che stanno sviluppandosi anche in altri Paesi con un alto potenziale di miglioramento.
sabato 6 giugno 2009
Indios contro le esplorazioni petrolifere sulle loro terre amazzoniche.

Lima. Sale il bilancio degli scontri in corso nella zona peruviana della foresta amazzonica tra gli indios e le autorità di polizia. Al momento il totale è di 45 morti, 20 agenti e 25 manifestanti. Gli indios avevano preso in ostaggio almeno 50 persone, fra cui 38 poliziotti; un blitz tentato per liberarli ha portato alla morte di 9 ostaggi e alla liberazione di altri 22, mentre si ignora la sorte degli altri sette. Il bilancio effettivo degli scontri non può comunque essere verificato considerato che in zona, nella provincia di Utcubamba, non vi sono giornalisti indipendenti presenti. Nella zona è stato proclamato il coprifuoco. Gli indios protestano contro le esplorazioni petrolifere sulle loro terre amazzoniche.
Gli scontri sono avvenuti nella zona nota come Curva del Diablo nella provincia di Utcubamba. Il presidente del gruppo di protesta, Alberto Pizango, ha accusato il governo di «genocidio» per aver attaccato dei manifestanti pacifici. Secondo l’attivista, la polizia avrebbe aperto il fuoco e lanciato lacrimogeni contro una protesta non violenta. Il presdiente peruviano Garcia, che ha molto incoraggiato gli investimenti stranieri nel settore petrolifero in questa zona della giungla amazzonica, dal canto suo ha risposto a Pizango accusandolo di essere sceso sul piano «dell’azione criminale, assaltando posti di polizia, rubando armi e uccidendo agenti che stavano solo facendo il loro lavoro». Dall’aprile scorso, gli indios stanno effettuando una serie di blocchi a intermittenza contro strade, oleodotti, condotte idriche chiedendo al governo di rispettare i diritti delle popolazioni autoctone.
GIà AD APRILE 2009 La Rettet den Regenwald, una Ong tedesca, ha lanciato una campagna per proteggere i diritti e la vita di alcune delle tribù di indios "non contattate" che vivono nelle remote foreste nord-occidentali del Perù messe in pericolo dalla società petrolifera anglo-francese, Perenco, che ha avuto dal governo di Lima concessioni che le permetterebbero di invadere i territori ancestrali di questi indios che non hanno praticamente mai avuto contatti con l´uomo bianco e che non sanno di vivere sul più grande giacimento di petrolio scoperto in Perù negli ultimi trenta anni. «Le uncontacted tribù sono i più vulnerabili tra gli esseri umani sul pianeta – dice Rettet - I trattati internazionali garantiscono i loro diritti... ma gli interessi economici del governo peruviano e l´industria petrolifera sono molto più forti». La campagna di Rettet invita tutti a premere sul presidente della Perenco, Francois Perrodo, sul presidente del Perù, Alan Garcia, sul ministro dell´energia e delle miniere e sul presidente della Perupetro, Daniel Saba perché «I diritti delle tribù "non contattate" devono essere rispettati e qualsiasi attività petrolifera, di concessione o agricola sul loro territorio, deve essere proibita». Della vicenda si sta interessando anche "Survival" ed il suo direttore Stephen Corry, dice che «Questa è un´ulteriore prova del fatto che le "non contattate" tribù del Perù stanno diventando un problema sempre più globale. Il governo e le imprese come Perenco devono capire le norme e le regole: è assolutamente inaccettabile che i territori di questi indios possa essere invaso e distrutto, i loro diritti violati, e la loro vita messa in grave pericolo». Il progetto "blocco 67" si basa sulla costruzione di un oleodotto ed impianti da un miliardo e mezzo di dollari per trasportare il petrolio estratto da 14 pozzi dell´Amazzonia peruviana alla costa, gli unici dubbi vengono dalla Perupetro, la compagnia petrolifera di Stato, che sta valutando se investire subito nel progetto mentre il prezzo del petrolio è così basso e l´Opec chiede di tagliare la produzione. La giungla interessata dai progetti della Perenco è un´area nella quale vivono almeno due delle ultime tribù "non contattate" del pianeta e le richieste dell´impresa anglo-francese sono fortemente osteggiati dalla Asociación interétnica de desarrollo de la Selva Peruana (Aidesep) che chiedono alla Commissione Inter-Americana per diritti umani di mettere il veto sul progetto . Ma il clima non sembra dei migliori: il presidente "socialdemocratico", Alan Garcia, ha detto che le tribù "non contattate" sono un´invenzione degli ambientalisti contrari alle prospezioni petrolifere e che vogliono impedire al Perù di trasformarsi da importatore di petrolio in esportatore. Le riserve petrolifere scoperte sarebbero di 300 milioni di barili che potrebbero essere raggiunti dalle trivelle della Perenco già nel 2011 e sfruttati ad un ritmo di 100.000 barili al giorno, con un´invasione del territorio indio da parte di 1.500 operai che si porterebbero dietro un discreto indotto e molte malattie come il raffreddore e l´influenza che sterminerebbero i popoli indios. La vicenda si svolge nella zona frontaliera tra Perù ed Equador dove l´isolamento ha permesso a piccoli gruppi di indios di non entrare i contatto con la "civiltà", decidendo di vivere in modo tradizionale, anche grazie a trattati che garantiscono i loro diritti sui territori. Lo studio di impatto ambientale presentato da Perenco però nega completamente l´esistenza di queste tribù che sfuggono ad ogni contatto dopo aver visto gran parte di loro morire per le malattie portate dai "bianchi" o per i massacri perpetrati dai "coloni". E´ così che alla fine degli anni ´80 è scomparsa la metà dei Nahuas dell´Amazzonia peruviana. La Perenco richiama una legge peruviana che autorizza lo sfruttamento economico «delle terre appartenenti allo Stato ed alle comunità contadine ed indigene». L´atteggiamento del Perù è ben diverso da quello del vicino Equador che nel 1999 ha dichiarato l´area di frontiera "zona intangibile" per proteggere gli indigeni e vieta qualsiasi attività estrattiva nella selva dove vivono le tribù "non contattate". Nella nuova Costituzione "ambientalista" dell´Equador i diritti inalienabili degli indios sono uno degli elementi centrali. L´Equador ha anche avviato un´iniziativa unica al mondo che vieta lo sfruttamento petrolifero nella foresta tropicale, nel parco nazionale Yasuní e nell´area Ishpingo-Tambococha- Tiputini, in cambio di una compensazione finanziaria internazionale.
lunedì 18 maggio 2009
I residui delle banane possono essere convertiti in barrette da bruciare per cucinare oltre che per illuminare e riscaldare gli ambienti.

Di combustibili verdi si è già parlato abbondantemente, ma il futuro dell’Africa, è questa l’ultima novità in campo energetico, sta nei combustibili “gialli”.Joel Chaney, un giovanissimo ricercatore ’dell’Università inglese di Nottingham, ha infatti trovato un modo per trasformare le bucce di banana in energia.
Grazie a un procedimento molto semplice, i residui delle banane possono essere convertiti in barrette da bruciare per cucinare oltre che per illuminare e riscaldare gli ambienti. Utilizzando questo metodo i Paesi africani potrebbero significativamente ridurre la quantità di legname bruciata ogni anno -in Rwanda, Tanzania e Burundi, principali produttori di banane del continente, l’80 per cento della fornitura energetica annuale è garantita dal legname-, che a sua volta permetterebbe di contenere l’aumento del tasso di deforestazione, con benefici innegabili per il riscaldamento globale.
Chaney ha pensato all’Africa proprio per la presenza di abbondanti coltivazioni di banane. In Rwanda, ad esempio, sono usate per produrre vino e birra oltre che come frutta. Inoltre, la ricetta dei combustibili gialli necessita solo dell’utilizzo delle parti non commestibili della pianta. E se si pensa che per ottenere una tonnellata di banane se ne producono circa dieci di rifiuti, l’utilità di riutilizzarli risulta ancora più evidente.
Chaney racconta di aver avuto l’intuizione del combustibile giallo proprio in occasione di un viaggio in Rwanda. La ricetta è elementare: “sfruttando le proprietà collanti delle banane, bucce e foglie andate a male vanno impastate in una poltiglia cui va aggiunta un po’ di segatura, il composto va poi pressato per eliminare i liquidi e messo ad essiccare al sole per un paio di settimane”.
Per produrre le barrette di energia gialla non servono macchinari tecnologicamente avanzati né un know how particolare: “ecco perché l’Africa riuscirà a trarre vantaggi dalla nostra scoperta”, commenta Mike Clifford, supervisore di Chaney al dipartimento di ingegneria di Nottingham, lodando il suo laboratorio per aver sempre cercato di studiare soluzioni semplici e accessibili per i problemi basilari delle popolazioni di tutto il mondo.
venerdì 15 maggio 2009
energia eolica , energia solare E CONTO ENERGIA

Qualche giorno fa l’assessore veneto all’Ambiente Federico Sboarina ha presentato lo studio commissionato ad AGSM che porterà a installare allo stadio Bentegodi di Verona il più grande impianto fotovoltaico d’Italia, in grado di generare 935 mila kWh all’anno.
I pannelli solari collegati alla griglia elettrica (in grado cioè di rivendere l’elettricità prodotta al gestore della rete) sono la tecnologia energetica che sta crescendo più rapidamente nel mondo, con aumenti del 50 per cento nel 2006 e nel 2007 secondo i dati raccolti nel Renewables 2007 Global Status Report della società REN21. L’accesso all’energia solare non è più, però, solo appannaggio delle grandi aziende e compagnie elettriche: grazie alla sempre più rapida evoluzione delle tecnologie (spinta dall’aumento del prezzo dei carburanti fossili e dalle esigenze ambientali del pianeta) e all’introduzione nella finanziaria 2007 del nuovo Conto Energia, oggi installare un pannello fotovoltaico è diventato un investimento in grado di ripagarsi interamente in pochi anni, permettendo addirittura di rivendere l’energia in eccesso alla compagnia elettrica.
In Italia le regioni che hanno maggiormente introdotto il fotovoltaico anche a livello privato sono quelle del Nord, come la Lombardia e il Veneto. Per molti versi, però, lo sfruttamento dell’energia solare è un’opportunità ancora maggiore per le soleggiate regioni del Sud, tra cui la Sardegna, dove la serie di incontri organizzati in collaborazione con Legambiente presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Sassari, sta ottenendo un grandissimo successo di pubblico interessato a conoscere le opportunità offerte dai GAS, i Gruppi d’Acquisto per il Solare.
“La spesa per l’impianto di una casa di medie dimensioni si aggira intorno ai 20.000 euro - spiega Luciano Deriu, segretario regionale di Legambiente – e può essere recuperata in circa 8 anni se l’investimento è liquido o in 11 anni se finanziato da un prestito bancario. Attraverso gli incentivi offerti dal Conto Energia si possono ottenere risultati economici incredibili e sicuri”. Le difficoltà maggiori riguardano la scelta di un fornitore e le problematiche legate agli adempimenti legali, edilizi e naturalistici. “Per questo il GAS è fondamentale – prosegue Deriu. Più persone insieme sono in grado di trovare i fornitori migliori per l’installazione e la manutenzione, oltre che ottenere condizioni economiche più favorevoli dalle banche e risolvere più facilmente le questioni burocratiche”.
Il primo GAS in Sardegna è nato grazie a un’iniziativa del sindaco di Loceri, Carlo Balloi, che ha coinvolto oltre mille famiglie. In seguito sono nate altre iniziative simili anche in provincia di Sassari e ad Alghero, dove, appunto, la facoltà d’Architettura guidata dal professor Cecchini ha più volte riempito l’aula magna con persone interessate a saperne di più.
I pannelli solari di nuova generazione per le abitazioni sfruttano la capacità del silicio di trasformare l’energia solare in energia elettrica. Le tecnologie più comuni (che variano per prezzo e prestazioni) sono il silicio mono-cristallino, il silicio policristallino e il silicio amorfo, che costa meno e ha un tempo di vita inferiore. In generali i moduli fotovoltaici sono grado di durare anche 50-100 anni ma è presumibile che debbano essere cambiati ogni 25-30 anni per obsolescenza della tecnologia. La parte più piacevole è sicuramente la possibilità di dimenticare interamente la bolletta di luce e gas e persino rivendere l’energia in eccesso all’ENEL.
Dopo l’energia solare, la prossima fonte rinnovabile che potrà farsi strada verso le case degli italiani sarà l’energia eolica. In questo caso il funzionamento del generatore è ancora più semplice: una pala, spinta dal vento, trasforma l’energia cinetica in energia meccanica, che viene usata per generare energia elettrica. I problema legati all’utilizzo del “mini-eolico” sono soprattutto di natura estetica: è difficile ipotizzare l’installazione di troppe pale sui tetti della case o nelle tante aree tutelate dal punto di vista naturale e storico/architettonico. Dopo l’approvazione di una nuova normativa all’inizio del 2008 sono stati stanziati i primi fondi statali: “Bisognerebbe far rientrare la produzione di energia eolica nella produzione agricola, sfruttando campi e terreni con gli stessi incentivi – conclude Deriu, l’idea è di ‘Coltivare il Sole e il Vento con la Terra’”.
Green University: Ambiente, nasce alla Luiss il primo programma di Green University
Raccolta differenziata, consumi ridotti delle risorse, meno spreco di acqua, carta ed energia. Nasce con questi obiettivi all'Ateneo Luiss 'Guido Carli' il primo progetto di Green University. Un progetto nato dall'iniziativa degli studenti del campus romano ma sostenuto dall'Universita' nei suoi vertici che, attraverso la Codiscu, lo ha finanziato gia' con 200mila euro, dando cosi' alla luce l'Associazione Culturale Luiss Sostenibile. E per allargare la platea dei giovani ecologisti dell'universita', nell'Ateneo della Capitale e' partito oggi il primo di una serie di incontri con i massimi esperti di ecosostenibilita'.
A discutere, alla presenza del Direttore generale della Luiss Pierluigi Celli e del Rettore dell'Ateneo Massimi Egidi, sul tema de "Le nuove frontiere dell'Ambiente: sicurezza energetica e tutela ambientale" sono stati esponenti delle maggiori imprese produttrici di energia, ambientalisti e esperti di geopolitica che, davanti ad una platea di laureandi e neolaureati, si sono confrontati sui temi piu' scottanti legati ai cambiamenti climatici e alla tutela dell'ambiente, senza tralasciare l'opzione energetica del nucleare o la scelta delle rinnovabili. L'incontro ha rappresentato anche presentazione ufficiale dell'associazione Luiss Sostenibile, guidata da Emanuela Cappuccini.
A realizzare cosi' un'inedita occasione di formazione sulla sostenibilita' per gli studenti della Luiss sono stati, tra gli altri, il presidente di Nomisma, Davide Tabarelli, il responsabile di Ingegneria di Enel Green Power, Vittorio Vagliasindi, il responsabile scientifico di Legambiente, Stefano Ciafani, e il docente di Studi strategici della Luiss, Carlo Jean, uno dei massimi esperti italiani di geopolitica.
La Luiss si propone cosi' come "la prima Green University italiana, senza pero' nascondere l'importanza di dover coniugare sostenibilita' con economicita' e sicurezza energetica" come sottolinea all'ADNKRONOS Carlo Jean che, da consulente per la decomission delle centrali nucleari italiane e per sommergibili e navi nucleari della flotta sovietica, ricorda che "se in un Paese aumenta il Pil aumenta anche la domanda di energia". Jean, inoltre, guardando al ritorno del nucleare in Italia da' secco il suo commento: "Magari".
"L'Italia -dice ancora Jean- non e' mai uscita dal nucleare ed ha sempre dovuto contare sul 15% di importazione di energia dall'atomo da Francia e Slovenia". "L'Italia -aggiunge l'esperto di geopolitica- ha si' smantellato la sua produzione di energia nucleare dopo il referendum, ma non certo le tecnologie e le collaborazioni internazionali come quelle con la Romania, la Slovacchia, l'India, la Cina, per non parlare poi dell'accordo recente con la Francia per la costruzione di 4 centrali Epr nel nostro Paese". Jean, che sottolinea il suo interesse e apporto all'associazione Luiss Sostenibile, afferma pero' di essere "dubbioso sul peso antropico sui cambiamenti del clima, un impatto -ricorda- che dallo stesso climatologo del Cnr Vittorio Prodi, e' stato calcolato nello 0,5%".
Interessato al progetto di Green University varato dalla Luiss anche il responsabile degli impianti di Enel Green Power, Vittorio Vigliasindi. "Siamo pronti -dice- a fare la nostra parte. Da sempre Enel si occupa di rinnovabili e con Enel Green Power cercheremo di focalizzare gruppi di persone esperte per migliorare l'efficienza e l'esercizio, dando giusta attenzione alla gestione degli impianti".
Un "si'" al progetto Luiss Sostenibile arriva anche dal responsabile scientifico di Legambiente Stefano Ciafani che, ricordando gli "impegni degli anni '70 dell'associazione ambientalista nelle universita' italiane" sottolinea l'importanza di "contaminare un percorso universitario con temi di ecosostenibilita'" e di formare cosi' "una coscienza piu' ecologica nella futura classe dirigente che uscira' dalla Luiss".
Intervendo quindi sul tema dell'incontro promosso dall'Associazione Luiss Sostenibile", Ciafani sottolinea anche che e' "fondamentale che l'Italia investa in tecnologie del futuro e non in tecnologie del passato come il nucleare" e rimarca come "il progetto della Luiss dimostra che le giovani generazioni spingono verso obiettivi piu' sani". Quindi, agli studenti promotori del progetto Green University, assicura: "Porte aprte alla Legambiente per tutti i giovani che vogliano approfondire le tematiche di ecosostenibilita'".
"Il Paese che comandera' il mondo domani e' il Paese che avra' investito nelle tecnologie verdi. E la Green Economy e' il futuro dell'economia di domani" conclude Ciafani che si aggancia cosi' al messaggio lanciato dal Capo della Casa Bianca, Barack Obama, nel Giorno della Terra. "Mi fa piacere che i giovani si interessino al tema della sostenibilita' con un approccio intelligente, acquisendo informazioni da esperti. Ed Eni e' sempre aperta alla richiesta di formazione che arriva dagli studenti" e', infine, il messaggio portato dal responsabile Studi Economici di Eni, Giuseppe Sammarco, al primo incontro sui temi ambientali di Luiss Sostenibile.
mercoledì 13 maggio 2009
scorie nucleari :Yucca Mountain a rischio deposito nucleare Usa

I rilievi montuosi di Yucca Mountain nel Nevada, che fanno da cappello al mai ultimato e contestato deposito nazionale di rifiuti radioattivi degli Stati Uniti, non sono così geologicamente stabili come si pensava e potrebbero essere spianati fra mezzo milione di anni, forse anche prima, a causa dell’effetto erosivo delle acque. Lo afferma uno studio sviluppato da geologi austriaci dell’Università di Graz, pubblicato sull’ultimo numero della rivista Geomorphology e ripreso anche da Nature.
MODELLI EVOLUTIVI - Gli studiosi austriaci sono arrivati a questa ipotesi, che contraddice molte delle indagini effettuate dai colleghi americani, applicando alla Yucca Mountain Crest un sofisticato modello evolutivo numerico del paesaggio in grado di calcolare il tasso di erosione di formazioni montuose. E’ la prima volta che un simile strumento previsionale viene utilizzato per verificare la stabilità della Yucca Mountain Crest che, sulla base di precedenti studi, sembrava poter garantire i tempi di conservazione di milioni di anni richiesti dalla frazione più longeva e radio tossica dei rifiuti nucleari. «Conosco i modelli numerici di evoluzione del paesaggio usati dai colleghi austriaci –commenta il geologo Roberto Basili dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia- e li giudico attendibili grazie alla loro capacità di descrivere i processi erosivi con equazioni semplici. In pratica, partendo da una configurazione nota, e simulando l’azione erosiva delle acque per tempi di centinaia di migliaia di anni, si possono generare paesaggi sintetici e valutare con buona approssimazione le variazioni altimetriche nel tempo». Da questa operazione, spiega Basili, emerge il fatto che in tempi dell’ordine di mezzo milione di anni, le creste di Yucca Mountain si abbasseranno di alcune centinaia di metri, cioè a livelli tali da raggiungere il deposito sotterraneo di scorie nucleari.
FINANZIAMENTI TAGLIATI - La ricerca dei geologi austriaci pone un’ulteriore ipoteca sul futuro di questo sito che da vent’anni divide esperti e politici americani fra favorevoli e contrari. Infatti, un colpo quasi mortale per Yucca Mountain è arrivato alcuni giorni fa, quando l’amministrazione Obama ha fatto sapere di avere tagliato i fondi per l’avanzamento dei lavori del deposito e di voler destinare la somma alla ricerca di più valide alternative. Yucca Mountain, nel deserto del Nevada, a circa 160 km a nordovest di Las Vegas, era stato indicato già venti anni fa come un possibile sito nazionale di raccolta dei rifiuti nucleari, sia civili sia militari, che oggi sono sparsi in oltre 130 depositi provvisori di superficie, esposti anche a pericoli di natura terroristica. Trattandosi di un’antica caldera, cioè di una formazione vulcanica collassata, caratterizzata da potenti stratificazioni tufacee, sembrava il sito ideale per accogliere il plutonio e materiale radioattivo di più lunga vita. Ma la svolta politica di Obama e le perplessità scientifiche sembrano averlo messo fuori gioco, confermando il fatto che la conservazione di lunga durata delle scorie rimane uno dei nodi più costosi e irrisolti dell’energia da fissione nucleare.
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mercoledì 6 maggio 2009
Energie rinnovabili, posti di lavoro "verdi". Le opportunità in Italia

Da un installatore dell'elettronica se ne farà uno di pannelli fotovoltaici, da uno della meccanica se ne farà uno di impianti eolici. La riconversione che un tempo riguardava soprattutto i siti industriali oggi è diventato un tema che interessa anche, o forse soprattutto, i lavoratori. Per trovare un'occupazione il cartello da seguire, secondo gli intermediari privati, è quello che porta alle energie rinnovabili e così Adecco per quest'anno ha già lanciato un'iniziativa «per formare tecnici per l'industria fotovoltaica e per l'eolico – spiega Diego Biolo, direttore sviluppo specializzazioni industriali dell'agenzia in Italia –. I corsi finanziati attraverso i fondi interprofessionali saranno orientati a fornire delle competenze molto pratiche ai partecipanti, per esempio come si monta un pannello fotovoltaico per gli installatori o la legge italiana in materia per gli esperti normativi, in modo tale che possano poi essere candidati a lavorare nelle aziende da cui nelle ultime settimane stanno arrivando centinaia di richieste. Così, chi fino a ieri si occupava di cablaggio nella metalmeccanica o di assemblaggio di componenti elettronici diventerà un operaio che installa pannelli fotovoltaici».
La gemmazione di nuove imprese a cui si sta assistendo ha generato soprattutto la richiesta di tecnici commerciali di energie rinnovabili, ossia i professionisti che devono andare alla ricerca di nuove opportunità sul territorio per la costruzione di impianti solari, eolici o biomasse. È a loro che è affidato lo sviluppo e il mantenimento delle relazioni commerciali con tutte le istituzioni e gli enti locali per consolidare le opportunità esistenti e le potenzialità. A loro si affiancano gli esperti che monitorano e analizzano l'evoluzione normativa e la regolazione del settore, seguendo le dinamiche del mercato e le prospettive future per individuare i corretti strumenti di investimento e le fonti di finanziamento. «In questo caso serve un laureato in giurisprudenza che però abbia una conoscenza specifica della normativa esistente in Italia nel settore delle rinnovabili – aggiunge Biolo – ed è per questo che stiamo pensando anche a corsi di formazione sulle norme». Senza tralasciare l'energy manger ossia la figura che «in azienda si occupa della gestione e pianificazione dei consumi energetici, applicando strategie di efficienza energetica e limitando gli sprechi in una logica di tutela dell'inquinamento – continua Biolo –. A lui spetta la responsabiltià di progettare impianti di energia alternativa che consentano un effettivo risparmio energetico e pianifica le azioni necessarie a promuovere un uso razionale dell'energia all'interno dell'azienda».
Per orientare meglio chi cerca lavoro l'agenzia ha anche istituito un servizio di candidate caring attraverso cui orienta le persone in cerca di lavoro verso le professioni più richieste e imposta la loro formazione in modo da aiutarle a riconvertirsi nel settore delle rinnovabili, nel solare o nell'eolico. Del resto «gli incentivi hanno trascinato la produzione delle aziende delle nuove energie che oggi stanno vivendo un momento di grande dinamismo – spiega Arturo Lorenzoni che insegna Economia dell'energia all'Università di Padova –. Non è un caso che stiano fiorendo molti corsi universitari specializzati in questo settore». A Padova dalla collaborazione tra università e studenti «è stato fatto uno spin off per creare una società di consulenza che oggi dà supporto alle decisioni in campo energetico», continua Lorenzoni. Del resto una delle maggiori difficoltà delle imprese, degli enti, ma anche dei privati che vogliono fare un investimento verde riguarda «l'effettiva redditività – spiega Sara Quotti Tubi, direttore di SolarExpo, la mostra convegno internazionale sulle energie rinnovabili che inizia domani alla fiera di Verona –. Servono profili con competenze giuridiche ed economiche in grado di capire quanto siano vantaggiosi i progetti presentati e per avviare l'iter autorizzativo per accedere agli incentivi e ai finanziamenti».
La vivacità del settore è testimoniata anche dalla crescita di Solarexpo che «in soli quattro anni è più che decuplicato. Questa edizione saranno oltre mille le imprese che parteciperanno. Sono la quasi totalità dei grandi player del mercato italiano, ma c'è anche una buona presenza internazionale con industrie tedesche, spagnole, cinesi, coreane, in tutto sono 31 i paesi rappresentati». Oltre ad essere una vetrina per le imprese, Solarexpo ha anche «un approccio molto formativo – sottolinea Quotti Tubi –. Nei tre giorni dell'evento vengono organizzati oltre 50 convegni dalle associazioni che rappresentano i diversi settori e quindi è un momento di aggiornamento in cui è possibile cogliere tutte le ultime novità normative e tecnologiche».
Proprio dagli operatori è arrivata la richiesta di sfruttare questo momento di incontro per creare una piattaforma in grado di fare incontrare domanda e offerta di lavoro nelle rinnovabili, vista la difficoltà nel reperire risorse umane adeguate. «Il progetto è stato avviato lo scorso anno e ha portato alla creazione del job center Solarexpo-Adecco – spiega Quotti Tubi –. In un momento in cui il mercato del lavoro non brilla le rinnovabili costituiscono una grande opportunità e Solarexpo per i giovani interessati a lavorare in questo settore è un'occasione molto ricca per poter avere una mappa completa delle attività che svolgono». Dato il grande successo delle fiere del lavoro virtuali, per dare continuità all'iniziativa è stata creata anche una piattaforma online che si può consultare sul sito www.solarexpo.com e che sarà attiva sia prima che dopo la fiera.