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martedì 6 luglio 2010

clima : Per la prima volta misurato il respiro della Terra


Per la prima volta misurato il respiro della Terra: e' il valore della fotosintesi e dell'anidride carbonica in relazione a temperatura.
Due importanti ricerche tedesche, pubblicate su Science e cui hanno collaborato anche centri studi italiani, hanno esplorato il rapporto tra il clima della Terra e il ciclo del carbonio. Per la prima volta misurato il livello di anidride carbonica globale assorbito dalle piante: 123 mld di tonnellate

Uno degli elementi fondamentali delle variazioni climatiche del pianeta riguarda l'immissione di anidride carbonica nell'atmosfera da parte dell'uomo. Essa infatti, aumentando in quantità, incrementa l'effetto serra. Da quando si sono iniziate le ricerche che riguardano questo argomento si è cercato di comprendere quanto gas venisse o meno catturato dalle piante nei loro processi di fotosintesi e respirazione che assorbono e restituiscono l'anidride carbonica all'atmosfera. Ora due importanti ricerche internazionali potranno cambiare il modo con il quale gli scienziati dovranno approcciarsi alla relazione che esiste tra il clima della Terra e il ciclo del carbonio.

Le ricerche, che sono state pubblicate su Science e alle quali l'Italia ha partecipato con il Centro di ricerche europeo di Ispra e le università di Milano Bicocca, Bolzano e la Tuscia di Viterbo, hanno esplorato il rapporto tra la fotosintesi globale e la respirazione del mondo vegetale, in altre parole il modo con il quale il pianeta respira. Questo permetterà di migliorare enormemente i modelli tradizionali che legano le variazioni climatiche planetarie e il carbonio.

Christian Beer del Max Planck Insitute for Biogeochemistry di Jena (Germania) ha studiato quella che viene chiamata la "produzione lorda primaria" della Terra, che rappresenta la quantità totale di anidride carbonica che ogni anno le piante respirano attraverso la fotosintesi. La ricerca ha portato alla conclusione che le piante inalano annualmente circa 123 miliardi di tonnellate di tale gas-serra. L'assorbimento di anidride carbonica è senza dubbio più pronunciato nelle foreste tropicali del pianeta, le quali sono responsabili della sottrazione di ben il 34% del gas presente nell'atmosfera. Le savane sottraggono invece il 26% dell'anidride carbonica, nonostante esse occupino una superficie del pianeta che è circa il doppio rispetto alle foreste tropicali.

Miguel Mahecha, dello stesso Istituto tedesco, ha risolto poi un'altra questione cruciale: come la temperatura agisce sulla quantità di anidride carbonica che viene nuovamente immessa nell'atmosfera dalle piante con la respirazione. Lo studioso ha scoperto che le variazioni della temperatura a breve termine sulla respirazione delle piante sono simili in tutto il pianeta e che il rapporto tra la temperatura dell'aria a livello globale e la presenza di anidride carbonica che trattiene il calore prodotto dalla combustione di combustibili fossili è stato sopravvalutato da molte ricerche e deve essere rivalutato. La sensibilità dei diversi ecosistemi suggerisce infatti una meno pronunciata relazione a breve termine tra clima e carbonio immesso nell'atmosfera. La ricerca sostiene che oltre alla temperatura vi sono altri elementi che influenzano i rapporti con il clima, come le trasformazioni del carbonio nel suolo e la disponibilità di acqua.

"Comprendere gli elementi che controllano il ciclo del carbonio dei vari ecosistemi terrestri è molto importante in quanto l'umanità usufruisce di molti ecosistemi che sfruttano il legno e le fibre delle piante. Inoltre c'è da tener conto delle conseguenze delle emissioni di biossido di carbonio dovute alla combustione dei combustibili fossili", ha spiegato Beer.

Nelle loro ricerche gli scienziati hanno fatto un grande uso dei dati provenienti da Fluxnet, un'iniziativa internazionale che da oltre 10 anni monitora gli scambi di anidride carbonica tra gli ecosistemi terrestri e l'atmosfera. In futuro, i due studi dovrebbero permettere di ottenere previsioni più precise su come il riscaldamento del clima terrestre influenzerà lo scambio di carbonio tra i nostri ecosistemi e l'atmosfera e viceversa.

mercoledì 28 ottobre 2009

co2: studio indica i criteri da adottare come singoli cittadini per ridurre le emissioni riscaldanti

Se a ridurre le emissioni nazionali di gas serra non provvederanno Obama e Hu Jintao, niente paura, saranno i popoli a salvare il pianeta con i loro comportamenti energetici e ambientali più virtuosi. Anche se può sembrare una forzatura, sembra proprio questo il messaggio implicito in uno studio che viene pubblicato oggi sui Proceedings of the National Academy of Science (PNAS) degli Stati Uniti. Un gruppo di sociologi, economisti e ambientalisti americani, conti alla mano, dimostra che le sole azioni domestiche, attuate con impegno e costanza, già nell’arco di un decennio potrebbero abbattere l’anidride carbonica di percentuali significative, paragonabili a quelle richieste dal Protocollo di Kyoto (titolo dello studio: Household actions can provide a behavioral wedge to rapidly reduce U.S carbon emissions, primo firmatario il sociologo Thomas Dietz della Michigan State University). Ma quali sono le azioni domestiche che potrebbero avere, non solo negli Stati Uniti, su cui sono focalizzati i calcoli della ricerca, ma anche nel resto del mondo industrializzato, effetti così benefici per il risparmio energetico e la salute del clima? Gli autori dello studio indicano 17 tipologie d’intervento. Ecco alcuni degli esempi più praticabili.

IN CASA - Innanzitutto l’isolamento termico degli edifici, responsabile di considerevoli perdite di energia che fanno raffreddare le case d’inverno, nonostante il riscaldamento, e arroventarle d’estate, richiedendo più raffrescamento del necessario. I punti più deboli da isolare: le coperture e gli infissi. Poi, occhi agli stessi impianti: caldaie e condizionatori, spesso inefficienti, i quali a fine vita devono essere sostituiti con apparecchi più risparmiosi. Per gli edifici di nuova costruzione, non dimenticare che esistono criteri architettonici ormai ben sperimentali per favorire il condizionamento interno. Un’attenzione speciale deve essere posta alle modalità di uso di tutti gli apparati domestici: senza nulla perdere in comfort, vanno eliminati gli eccessi di caldo e di freddo intervenendo costantemente su termometri e temporizzatori. Inutile, per esempio, tenere al massimo la temperatura degli scaldabagni elettrici, che divorano fiumi di energia; oppure scegliere programmi di lavaggio lunghi ed energici per capi di biancheria non troppo sporchi. Ancora, non è affatto trascurabile in termini di risparmio, staccare le spine degli apparecchi elettrici che continuano a consumare energia anche quando sono apparentemente spenti (posizione di standby).

IN AUTOMOBILE - Passando a quella che nei Paesi industrializzati può essere considerata la casa itinerante, dove spesso si trascorrono alcune ore al giorno, cioè l’automobile, anche per essa valgono i criteri di corretta manutenzione che fanno risparmiare significative quantità di carburante. Particolari di solito trascurati da chi compie quotidianamente lunghi percorsi: l’abolizione della guida cosiddetta brillante, con accelerazioni e frenate continue; la riduzione delle velocità massime di crociera; l’adozione di pneumatici a basso coefficiente di attrito. Anche in questo caso, a fine vita del veicolo, va attentamente meditata la sostituzione con uno a motorizzazione più efficiente. Insomma, all’atto dell’acquisto, non badare solo all’estetica, ma soprattutto ai consumi.

L'EFFETTO - Detti così, più che provvedimenti per conseguire decisive riduzioni delle emissioni riscaldanti (oltre che degli inquinanti ordinari), sembrano azioni di buonsenso per risparmiare energia e spendere meno. Ma gli autori della ricerca PNAS calcolano che, se sistematicamente adottate negli Stati Uniti, queste azioni portano in un decennio all’abbattimento del 7,4 % delle emissioni nazionali. Anche se gli autori non estendono il calcolo ad altri Paesi, aggiungono tuttavia che risultati più o meno simili si potrebbero raggiungere negli altri Paesi industrializzati, con percentuali eguali o più elevate nel caso di sistemi energetici complessivamente inefficienti, come quelli di Canada e Australia; e percentuali più ridotte nei Paesi dell’Europa Occidentale, già dotati di sistemi mediamente più efficienti.

INCENTIVI - Se si considera che nei dieci anni successivi all’approvazione del Protocollo di Kyoto, i provvedimenti presi dai governi hanno in genere fallito, tranne pochissime eccezioni, obiettivi di riduzione delle emissioni di appena il 5,2%, la rivoluzione dal basso proposta da Dietz e collaboratori appare allettante. A patto che, aggiungono gli autori, siano assunti tutti quei provvedimenti per favorirla: campagne di informazione di massa e incentivazioni. Alla vigilia di una Conferenza mondiale sul clima di Copenaghen il cui successo non è affatto scontato, sembra una proposta più che ragionevole.

giovedì 22 ottobre 2009

Etichetta Per il clima: CON ETICHETTA LEGAMBIENTE PRODOTTI DIVENTANO GREEN

Si chiama Etichetta ''Per il clima'' il nuovo progetto di Legambiente che, per la prima volta in Italia, propone una etichettatura volontaria di prodotto per informare il consumatore sul quantitativo di emissioni in carbonio emesso durante una o piu' fasi del ciclo di vita del prodotto. Tra i diversi strumenti incoraggiati dall'Unione Europea, le Politiche Integrate di Prodotto hanno un peso rilevante in quanto determinanti nel ''far lavorare'' il mercato per la sostenibilita': Etichetta ''per il clima'' si inserisce in questa logica e consente alle imprese di compiere un atto di assunzione di responsabilita' nei confronti del consumatore e dell'ambiente.

''Oggi lanciamo la nostra offensiva a sostegno della green economy - dice Andrea Poggio, vicedirettore nazionale di Legambiente - Cos'e' la green economy se non un generale processo di riconversione che investe tutti i beni e i servizi che conosciamo oggi? In Francia, Sarkozy ha proposto accordi con le grandi aziende perche' tutti i prodotti siano a basse emissioni e in Inghilterra c'e' il Carbon Trust che guida le aziende verso una riconversione ecosostenibile dei prodotti. In Italia, Legambiente e' partita, nel vuoto delle istituzioni, per coinvolgere il mondo produttivo e i consumatori in un'azione concreta e tangibile a favore dell'ambiente''.

Philips e' la prima azienda in Italia che ha risposto all'appello di Legambiente e ha realizzato la sua etichetta ''per il clima'' dichiarando, volontariamente, le emissioni di gas serra (CO2eq) emesse da alcuni tipi di lampadine ad alta efficienza nelle loro fasi d'uso e smaltimento. Anche Fiat ha aderito al progetto: la nuova Delta Turbo GPL, l'ammiraglia Lancia dotata del 1.4 Turbo Jet da 120 CV a doppia alimentazione (GPL e benzina) e' la prima vettura sulla quale Legambiente appone la sua Etichetta .

venerdì 28 agosto 2009

CO2: 100.000 alberi artificiali potrebbe assorbire le emissioni di CO2 del PIANETA


Una foresta di 100.000 alberi «artificiali» potrebbe assorbire le emissioni di carbonio della Terra. È la conclusione di uno studio presentato dagli scienziati inglesi dell'Institution of Mechanical Engineers per proteggere il pianeta dal riscaldamento globale e per ridurre le emissioni di CO2.

«Il primo problema è raffreddare il pianeta, il secondo è eliminare l'anidride carbonica dall'atmosfera», ha spiegato il responsabile della ricerca, Tim Fox. Gli scienziati quindi hanno progettato degli alberi in grado di catturare l'anidride carbonica dall'aria attraverso un filtro e di trattenerla; il CO2 sarebbe poi rimosso e conservato. Gli alberi artificiali sono già in una fase molto avanzata di progettazione e in breve tempo potrebbe essere avviata una produzione di massa.

Gli scienziati hanno valutato centinaia di opzioni per ridurre le emissioni di CO2, e, oltre alla creazione di alberi artificiali, hanno ipotizzato altri due progetti realizzabili con le tecnologie attualmente disponibili: l'installazione di contenitori di alghe negli edifici in grado di ridurre l'anidride carbonica durante la fotosintesi e l'installazione di specchi sui tetti degli edifici, in modo da riflettere la luce del Sole nello spazio e da evitare il surriscaldamento della Terra. Tutte e tre le ipotesi richiedono ulteriori ricerche. Per questo, gli scienziati dell'Institution of Mechanical Engineershanno chiesto al governo britannico di investire 10 milioni di sterline per analizzare i costi e i benefici di tali progetti.

martedì 23 giugno 2009

lampadine a incandescenza FUORILEGGE GRADUALMENTE CON BENEFICI PER L'AMBIENTE


Cala il sipario sulle vecchie lampadine a incandescenza (si parte il 1° settembre con le 100 watt). Dopo 130 anni di onorato servizio – dal quel 1879, quando Thomas Alva Edison iniziò a commercializzarle – i bulbi di vetro contenenti un filo di tungsteno stanno per uscire di scena, messi al bando dall'Unione europea. Il motivo è uno solo: sprecano troppa energia. Una ricerca dell'European Companies Federation sostiene infatti che la sostituzione delle lampadine a incandescenza, se fosse realizzata entro il 2015 in tutto il Vecchio Continente, porterebbe alla riduzione di 23 milioni di tonnellate di anidride carbonica, con un risparmio di 7 miliardi di euro. In Italia, invece, la messa "fuori legge" delle vecchie luci permetterebbe di tagliare 3 milioni di tonnellate di CO2 e di risparmiare 5,6 miliardi di chilowattora all'anno, con un beneficio di oltre un miliardo di euro ogni dodici mesi.

Il nostro paese su questo tema si era mosso prima di altri, con un articolo ad hoc della Finanziaria 2008 (il numero 2), che al comma 163 prescriveva «il divieto a decorrere dal 1° gennaio 2011 di importare, distribuire e vendere lampadine a incandescenza». Un provvedimento che suscitò diversi malumori tra le imprese del settore, secondo le quali meglio sarebbe stata un'uscita di scena graduale di questa vecchia tecnologia. Poi lo "stralcio" di quel comma il 14 maggio scorso, quando la Commissione Industria e Senato ha rivisto le date per mandare in pensione le lampadine a incandescenza. Un'azione letta da alcuni come un passo indietro, una volta tanto che l'Italia, proprio su un tema ambientale, si era dimostrata lungimirante.

«Nessun passo indietro – fa sapere Patrizia Di Sano, presidente di Assil, l'associazione nazionale dei produttori d'illuminazione – ma un emendamento indispensabile in quanto il comma 163 dell'articolo 2 della Finanziaria era in palese contrasto con il regolamento 244/2009/Ce, già in vigore dal 13 aprile». Che tradotto significa: c'era una legge italiana in contrasto con una direttiva comunitaria «che anzi non aspetta il 2011 per mandare in soffitta le vecchie lampadine ma inizia a metterle fuori commercio già dal prossimo settembre». Se quindi la Finanziaria dell'ultimo governo Prodi proponeva un'uscita in blocco, anche se fra due anni, delle vecchie lampadine, la correzione di primavera dell'Esecutivo Berlusconi sembra introdurre il principio della gradualità. Ma è proprio così?

«La direttiva punta all'eliminazione progressiva delle vecchie lampadine – sostiene la Di Sano – e questo per consentire ai produttori di sviluppare per tempo tecnologie anche per le lampade di piccola taglia, tutelando allo stesso tempo il consumatore che si sarebbe trovato in difficoltà nella sostituzione di alcune tipologie di lampadine ad incandescenza». Da settembre, quindi, inizieranno a non essere più in vendita le luci con una potenza maggiore o uguale a 100 watt, poi dopo un anno saranno quelle da 75 watt a sparire, nel 2011 le 60 watt fino al blocco totale nel 2016.
Eppure nessuno dei produttori è contro questo cambiamento, almeno a parole. Anche perché la nuova tecnologia, fatta soprattutto dalle lampade fluorescenti compatte, potrebbe essere redditizia per loro. Un vecchio bulbo costa infatti un cifra non lontana da un euro contro i 7-15 euro delle luci di ultima generazione.

«Siamo pronti a questo cambio – racconta Roberto Barbieri, consigliere delegato Osram Spa, che in Italia ha un fatturato di circa 310 milioni di euro – e per noi la scommessa è anche sulle nuove alogene che coniugano un'ottima qualità della luce con un risparmio del 30% rispetto ai modelli del passato». Dello stesso parere Fabio Pedrazzi, direttore affari generali del gruppo Beghelli, che rimarca ancora una volta il tema dell'innovazione: «La sfida sarà migliorare sempre di più questi prodotti, perché le prime lampadine "verdi", qualche anno fa, avevano almeno due problemi: si accendevano lentamente e facevano poca luce, anche se portano a risparmi del 70-80%».
Ma c'è un paradosso: il mondo dell'illuminazione ecosostenibile se da un lato consente di risparmiare sui consumi, dall'altro pone il problema dello smaltimento, visto che le green lamp contengono piccole quantità di materiali tossici come il mercurio, «che con un solo milligrammo – spiegano i ricercatori dell'Università americana di Standford – può comunque contaminare quattromila litri d'acqua». Un problema che non nasconde Paolo Targetti, presidente dell'omonimo gruppo, che l'anno scorso ha chiuso i conti con ricavi a quota 300 milioni: «Se è vero che con queste nuove lampadine limiteremo le immissioni di anidride carbonica – sostiene Targetti – è vero anche che da un punto di vista ambientale il loro bilancio di sostenibilità non è poi così favorevole perché per produrle ci vogliono materiali più inquinanti, dalle polveri fluorescenti al mercurio. Ecco perché secondo noi il vero futuro dell'illuminazione sarà nei led». Peccato che oggi un 7 watt a led, che esprime la potenza di un 35 watt, costi 30-35 euro, «anche se dura 45mila ore, come spiega Aldo Bigatti, direttore Philips Lighting Italia – per una tecnologia che nel prossimo periodo si perfezionerà ancora». E così, forse, l'avventura di Mr. Edison, l'inventore-imprenditore che in vita sua depositò oltre mille brevetti, potrà dirsi definitivamente conclusa.
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lampadine a incandescenza:Scoperto negli Usa un procedimento che fa aumentare il rendimento luminoso

venerdì 12 giugno 2009

EFFETTO SERRA :ITALIA IN RITARDO nell'applicazione degli obiettivi fissati a Kyoto


Accelerazione dei processi di desertificazione e abbandono delle colture, mancanza di acqua, aumento dei fenomeni climatici estremi: i cambiamenti climatici sono ormai gia' da qualche anno una realta' con la quale dobbiamo confrontarci e un accordo su base globale per cercare di contrastarli non e' piu' prorogabile.

Sul banco degli imputati l'impatto ambientale di ogni singolo uomo che vive sul pianeta: le emissioni di gas serra, la deforestazione, l'uso scriteriato delle acque, una politica energetica basata sul petrolio e sul carbone. Uno dei dati piu' preoccupanti riguarda i paesi industrializzati, che secondo quanto stabilito dal protocollo di Kyoto avrebbero dovuto ridurre del 5 per cento entro il 2012 le proprie emissioni rispetto ai livelli del 1990. Nonostante l'obiettivo di riduzione, nel 2005 le economie ricche, ad esclusione dei paesi dell'ex blocco sovietico, hanno fatto registrare un aumento dell'11 per cento dei gas climalteranti rispetto ai livelli del 1990.

E il pianeta risponde: sempre nel 2005, secondo uno studio della Nasa, la quantita' di ghiaccio della Groenlandia che si e' fusa con l'oceano e' stata superiore di ben due volte e mezzo rispetto a quella del 1996. Risultato: entro i prossimi cinquanta anni il mar Artico potrebbe essere completamente libero dai ghiacci durante i mesi estivi. La temperatura media globale combinata (superficie terrestre e oceani) del mese di Aprile 2009, secondo i dati preliminari del NOAA, e' stata la quinta piu' calda per questo mese in base ai dati finora registrati (+0.59*C sopra la media).

Ridurre le emissioni di anidride carbonica e realizzare gli obiettivi previsti dal Protocollo di Kyoto - secondo gli esperti - rappresenta un primo ma indispensabile passo per invertire la tendenza rispetto all'effetto serra. Perche' il processo di riscaldamento globale, provocato soprattutto dai consumi crescenti di petrolio e di altre fonti fossili, non e' piu' soltanto una minaccia ma sta gia' producendo effetti drammatici: alluvioni e uragani si stanno ripetendo con una forza e una cadenza senza precedenti e determinano modifiche sempre piu' consistenti negli ecosistemi e nei territori, anche per l'intreccio con la pressione esercitata dall'uomo.

Senza interventi di riduzione delle emissioni di anidride carbonica, gli effetti dei cambiamenti climatici andranno aumentando nel tempo. Il protocollo di Kyoto e' stato solo un primo piccolo passo nella lotta ai cambiamenti climatici. I negoziati per un nuovo accordo sul clima, che dovra' entrare in vigore alla scadenza del protocollo nel 2012, sono stati avviati gia' alla conferenza sul clima di Montreal, in Canada, nel 2005.

Sin da allora e' stato evidente l'assoluta urgenza di raggiungere un accordo nel minor tempo possibile in modo da far entrare in vigore il nuovo negoziato entro il 2012 ed evitare cosi' un vuoto normativo dopo la prima fase. Come accaduto per il protocollo di Kyoto infatti, anche il nuovo accordo sara' probabilmente da sottoporre alla ratifica da parte dei singoli stati firmatari. Come accaduto per il protocollo di Kyoto anche in questo caso il processo potrebbe richiedere diversi anni.

Proprio oggi si chiude a Bonn la Conferenza delle sessioni degli Organi sussidiari dell'UNFCCC e del Protocollo di Kyoto che ha fatto entrare nel vivo i negoziati in vista della Conferenza di Copenhagen, a dicembre, che dovra' vedere la sigla di un accordo globale.

Sul piatto, non solo le politiche di riduzione dei Paesi occidentali, ma anche le istanze dei Paesi in via di Sviluppo (fra i quali colossi come la Cina e l'India) che non intendono vedere nell'Accordo un freno alla loro crescita. E anche le esigenze, ribadite di recente dall'Italia, di coniugare ambiente e sviluppo.

L'Unione Europea ha sottoscritto un impegno unilaterale di riduzione delle emissioni del 20 per cento entro il 2020 dichiarandosi pronta ad arrivare al 30 per cento entro la stessa data in caso l'obiettivo venga condiviso anche dagli altri paesi industrializzati.

L'Italia paga un pesante ritardo nell'applicazione degli obiettivi fissati a Kyoto e sta accumulando un debito di 3,6 milioni di euro al giorno per lo sforamento delle emissioni di CO2 rispetto all'obiettivo previsto dal Protocollo.

Anche se per il quarto anno consecutivo le emissioni climalteranti italiane si sono ridotte, dopo essere arrivate nel 2004 ad un livello dell'11% superiore ai livelli del 1990. Nel 2008, in base alle stime del Kyoto Club, sono state del 6% piu' alte rispetto al 1990. Il recupero degli ultimi anni deriva dall'aumentato prezzo dell'energia, da inverni poco rigidi, dall'arrivo della recessione e per finire dai primi risultati delle politiche di efficienza energetica e di incentivazione delle rinnovabili. E tutto fa pensare che anche il 2009, a seguito della crisi, vedra' un'ulteriore riduzione delle emissioni.

venerdì 5 giugno 2009

CO2 : UN ettaro di bosco è capace di neutralizzare almeno 6 tonnellate di CO2


Per conoscere la capacita' di assorbimento di Co2 delle nostre aree naturali, e renderle sempre piu' capaci di adattarsi ad un clima destinato a modificare profondamente l'ambiente, il WWF ha inaugurato oggi la prima stazione di misurazione dei gas serra (una torre alta 13 metri) in un bosco di pianura in area protetta, nell'Oasi umida del WWF di Alviano, in Umbria, che contribuira' ad una serie di rilevamenti utili alla misurazione dei gas serra negli ecosistemi delle oasi.
L'iniziativa si e' svolta per celebrare la Giornata mondiale dell'ambiente che quest'anno l'ONU ha voluto dedicare al tema del clima. La torre, oltre agli aspetti prettamente scientifici, avra' anche un alto valore didattico per il fatto che i visitatori potranno osservare in diretta l'andamento del respiro del bosco e quindi scoprirne concretamente il valore. La torre, insieme a supporti informativi e didattici, costituira' un importante Centro dimostrativo sul monitoraggio dei gas serra.

Un progetto promosso dalla Facolta' di Agraria dell'Universita' della Tuscia di Viterbo, Dipartimento di Scienze dell'Ambiente forestale e delle sue Risorse, con la collaborazione di Microsoft Italia, l'Universita' di Roma Tre, il Museo di Zoologia di Roma e il Corpo Forestale dello Stato, perche' ''boschi e aree naturali sono tra gli ambienti fondamentali per combattere l'innalzamento della temperatura globale, soprattutto se riusciamo a mantenerli in buono stato di salute.

Basti pensare che 1 ettaro di bosco e' capace di neutralizzare almeno 6 tonnellate di CO2 (gas serra, primo responsabile del riscaldamento globale) in un anno, ovvero, le emissioni di un'automobile di piccola cilindrata che percorre circa 43.000 km, oppure quelle determinate dai consumi elettrici medi di 4 famiglie italiane''.

Le Oasi WWF, con un programma avviato da un anno, denominato Osservatorio Clima, sono diventate ormai vere e proprie stazioni di monitoraggio sui cambiamenti del clima e di sperimentazione di progetti di gestione adattativa, in un progetto che vede uniti WWF e Universita' della Tuscia, con la collaborazione di Microsoft Italia e la partecipazione, tra gli altri, del Corpo Forestale dello Stato e del Museo di Zoologia di Roma.

sabato 30 maggio 2009

EFFETTO SERRA: Gas nocivi diminuiscano entro 6 anni e si dimezzino per il 2050


Le emissioni di gas nocivi per 20 premi Nobel devono cominciare a diminuire entro sei anni per evitare cambi climatici gravi e pericolosi.I 20 lanciano l'allarme dal St James's Palace Nobel Laureate's Symposium di Londra: si ritiene necessario che al summit di Copenaghen a dicembre le nazioni si impegnino a dimezzare le emissioni per il 2050. In una nota i Nobel, tra cui Carlo Rubbia, spiegano che se le temperature salgono ancora piu' di due gradi le conseguenze sul clima saranno ingestibili.

''Mai come ora e' urgente arrestare la corsa dell'inquinamento e tagliare le emissioni di gas serra, assumendo impegni seri e condivisi per contrastare il global warming e salvare il pianeta''. Con queste parole Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente, e' intervenuto stamattina alla presentazione del Rapporto sui Diritti Globali 2009, il dossier annuale sulla globalizzazione e sui diritti nel mondo. Tra i partecipanti erano presenti anche Guglielmo Epifani, segretario generale CGIL, Paolo Beni, presidente nazionale ARCI, don Luigi Ciotti presidente del Gruppo Abele, Patrizio Gonnella, presidente nazionale Antigone, Alice Grecchi Dipartimento comunicazione di ActionAid, Ciro Pesacane, presidente nazionale Forum Ambientalista, Sergio Segio, curatore del Rapporto, direttore di Associazione Societa' INformazione, e Armando Zappolini vicepresidente del CNCA. ''Abbiamo solo sei mesi per arrivare preparati alla Conferenza di Copenaghen e fermare la febbre del pianeta. I mutamenti climatici, infatti, non sono piu' una minaccia ipotetica ma una realta' concreta e incontrovertibile, le cui conseguenze sono sempre piu' evidenti e tangibili. Altrettanto palese e' diventato anche l'intreccio tra questioni ambientali e sociali. Non a caso - ha aggiunto Gubbiotti - alcune importanti lotte sociali, come quelle per la sovranita' alimentare, il diritto all'acqua e il diritto alla salute, hanno sposato in pieno la causa ambientale.

venerdì 29 maggio 2009

Nano Share: MONITORAGGIO ATMOSFERA


Ozono, anidride carbonica, particelle inquinanti e perfino raggi cosmici. E' Nano Share a misurare per la prima volta questi preziosi dati atmosferici nella valle del Khumbu. Si tratta di un sofisticato prototipo scientifico testato dalla squadra EvK2Cnr nella valle del Khumbu, e le cui caratteristiche sono state presentate al convegno internazionale ''Mountains, energy, water and food.

The Share project:understanding the impacts of climate change'', che si e' chiuso ieri a Milano.

Il prototipo, destinato a monitorare clima e inquinanti negli ambienti piu' estremi, ha dato ottimi risultati sia nel test a a Syangboche, un promontorio a 3.800 metri di quota incorniciato dalle vette di Everest, Lhotse e Amadablam, sia nel test condotto presso il Laboratorio Piramide, ad oltre 5000 metri di quota. ''Questo box nasce dall'idea - spiega Paolo Bonasoni, ricercatore Isac Cnr ed EvK2Cnr, responsabile del progetto Share - di avere una valigia portatile da trasportare in alta montagna per misurare parametri interessanti e particolari dal punto di vista dell'inquinamento e del clima. Misura infatti gas inquinanti come l'ozono, e ha un contatore ottico per misurare particelle ultrafini, da 0,3 a 15 micron. E' quindi in grado di individuare polveri trasportate qui da molto lontano, per esempio dai deserti dell'Asia o dell'Africa. C'e' poi anche un sensore di CO2 e un dosimetro di radiazione cosmica''.

L'apparecchio, che ha iniziato nei giorni scorsi con successo la prima fase di test in alta montagna, e' gia' stato testato nella camera baroclimatica di Pratica di Mare dell'Aeronautica Militare. Nasce da un'idea Evk2cnr, ed e' stato realizzato a Bologna in ambito Cnr e in collaborazione con il Cnrs.

Il box, in fase di test, ha rilevato per una decina giorni l'atmosfera del Khumbu a 3.800 metri di quota e poi e' stato trasferito al Laboratorio Piramide, dove e' stato reinstallato ad oltre cinquemila metri.

sabato 9 maggio 2009

CAMBIAMENTI CLIMATICI: LA SALUTE DEI BAMBINI LA PIù A RISCHIO


Saranno i bambini a pagare lo scotto maggiore per le conseguenze dei cambiamenti climatici nei prossimi dieci anni. Secondo un nuovo studio dell’americana Mount Sinai School of Medicine con sede a New York, i cui risultati sono da poco stati presentati in anteprima al meeting annuale delle società accademiche pediatriche di Baltimora, in Usa, aumenterà il numero dei bambini che verranno ricoverati in ospedale a causa di malattie respiratorie dovute ai problemi innescati dai cambiamenti climatici nel corso del prossimo decennio. La ricerca, svolta in collaborazione con il Natural Resources Defense Council e la Columbia University Mailman School of Public Health, ha quindi trovato una relazione diretta tra l’inquinamento atmosferico e la salute dei bambini.

Una delle più importanti conseguenze dei cambiamenti climatici da qui ai prossimi anni, sarà l’aumento della quantità di ozono al suolo. L’ozono ha molti effetti negativi noti sulla respirazione, ai quali i bambini sono particolarmente vulnerabili. Per questo studio la dottoressa Perry Elizabeth Sheffield e i suoi colleghi hanno creato un modello che descrive la proiezione dei futuri tassi di ospedalizzazione legata a problemi respiratori dei bambini di età inferiore ai due anni, usando come base di partenza i dati disponibili per l’area metropolitana di New York. Comparando i dati dei ricoveri attuali con una relazione precedentemente svillupata tra i livelli di ozono e i ricoveri per problemi respiratori pediatrici, tenendo conto dei livelli massimi di concentrazione di ozono attesi per il 2020. Nello scenario così disegnato dagli studiosi, che si basano su proiezioni sull’aumento della concentrazione di ozono nell’aria fornite dal NY Climate and Health project, i livelli di ozono salgono nel 2020 e i ricoveri sono destinati a salire tra il 4 e il 7 per cento per i bambini sotto i due anni.

“La nostra ricerca”, commenta Sheffield, “è importante perché mostra che noi come paese dobbiamo implementare delle politiche per il miglioramento della qualità dell’aria e prevenire i cambiamenti climatici, perché questo può migliorare la salute oggi ed evitare malattie respiratorie più gravi in futuro”. “I risultati dello studio vanno a supporto della necessità di migliorare a qualità dell’aria in tutto il mondo”, aggiunge Philip Landrigan, co-autore e professore di Medicina Preventiva e direttore del centro pediatrico di salute ambientale della Mount Sinai School of Medicine. “Dobbiamo cominciare a mettere in atto questi miglioramenti attraverso i controlli delle emissioni industriali e con politiche di riduzione del traffico che siano sostenute da sanzioni per far rispettare le regole”.

sabato 25 aprile 2009

Oceani, allarme acidificazione


Piu' di 150 scienziati provenienti da 26 Paesi hanno sottoscritto un appello per sensibilizzare i governi sui pericoli dell'acidificazione degli oceani, prodotta in gran parte dalle emissioni di CO2. I rappresentanti della comunita' scientifica si sono riuniti a Monaco e l'occasione per lanciare il loro allarme e' scaturita dall'esame della relazione frutto dei lavori del secondo simposio internazionale sul tema 'The Ocean in a High-CO2 World', il secondo Simposio internazionale sull'oceano, organizzato dalla Commissione oceanografica intergovernativa dell'Unesco, dal Comitato scientifico per le ricerche oceanografiche, dall'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Iaea) e dal Programma internazionale geosfera-biosfera. Gli scienziati hanno preso atto delle considerazioni presentate durante il summit: l'acidificazione degli oceani e' gia' diagnosticabile e le ultime rilevazioni confermano che sta accelerando considerevolmente. Anche gli studi presentati durante la riunione di Monaco hanno confermato la tendenza all'incremento dei fenomeni: l'immissione nell'atmosfera di una maggiore quantita' di biossido di carbonio contribuira' all'aumento esponenziale dei livelli di acidita' delle acque oceaniche la cui chimica sta mutando 100 volte piu' rapidamente rispetto ai 650.000 anni che hanno preceduto l'era industriale moderna. E il trend e' sempre piu' inesorabile: dalla fine del 1980, i ricercatori dello Scripps Institution of Oceanography e altri hanno registrato una diminuzione del pH degli oceani da 8,16 a 8,05. Questa maggiore acidita' rappresenta un pericolo per di una grande varieta' di organismi marini, come i coralli, impediti nella formazione delle loro strutture protettive. I ricercatori ritengono che, in fasi cruciali della vita di molti invertebrati marini, l'acidificazione degli oceani inibisce la calcificazione, e inoltre sembra influire sulla riproduzione e la crescita di alcuni organismi. Una diminuzione dello 0,1 del pH sulla superficie degli oceani del mondo puo' sembrare trascurabile, ma ricercatori australiani nel 2008 hanno segnalato che in Antartide le lumache di mare in stanno formando gia' gusci piu' sottili e che la densita' degli scheletri di alcuni coralli della Grande Barriera corallina australiana e' diminuita del 20%. Gli scienziati, nel raccomandare l'avvio di concrete misure per la riduzione delle emissioni, mettono anche in guardia da alcuni interventi che potrebbero avere pesanti controindicazioni. Riferendosi ad esempio ai progetti per assorbire i gas serra attraverso la coltivazione e fertilizzazione delle alghe. Secondo gli studiosi anche se le alghe riducessero i gas serra in atmosfera questi ce li ritroveremmo comunque sotto il mare. Si dichiarano perplessi anche sulle strategie di mitigazione che mirano al trasferimento di CO2 nell'oceano, per esempio dirette allo smaltimento di CO2 in acque profonde o con la fertilizzazione degli oceani per stimolare la produttivita'biologica, che avrebbero l'effetto di ridurre l'acidificazione in alcune zone, rafforzandola in altre.

Ambiente: California su carburanti.. low emission


La California ha adottato la legge che limita le emissioni di Co2 per i carburanti di auto. ''La California e' la prima al mondo ad adottare i limiti alle emissioni per i carburanti, che non solo aiuteranno la riduzione del surriscaldamento globale, ma estenderanno la possibilita' di scelta da parte dei consumatori'' ha dichiarato il governatore, Arnold Schwarzenegger.

Quella che era una proposta di legge è stata dunque adottata. In California vige ormai la legge che regola e limita le emissioni di CO2 relative ai carburanti delle autovetture e fissa al 10% la riduzione di tale emissioni entro il 2020. È la prima volta che uno Stato adotta misure così rigide e decise nei confronti delle emissioni di gas climalteranti; l’obiettivo, come sottolinea il Governatore della California, Arnold Schwarzenegger, non consiste solo nella volontà di ridurre l’inquinamento atmosferico dando un proprio contributo alla lotta contro i cambiamenti climatici, ma rappresenta ancheuna manovra economica favorendo la concorrenzialità fra le distribuzioni attivando la possibilità di scelta da parte dei consumatori e stimolando gli investimenti privati per l’adeguamento delle infrastrutture energetiche. La legge californiana trova dunque la piena approvazione del Presidente degli USA Barack Obama, il quale, a pochi giorni dall’insediamento, aveva chiesto al Ministero dell’Ambiente di riconsiderare la propria decisione in merito alle proposte di legge avanzate non solo dalla California, che ad ogni modo è stata il primo Paese statunitense ad adottarla, ma anche da altri Paesi. La normativa prevede misure che hanno fatto storcere il naso ai produttori di biofuel. Si perché, la legge prende in considerazione anche l’emissione di gas serra indiretta proveniente dai cambiamenti di utilizzo del suolo riservato a colture di biocarburanti. Una mossa che ha visto esaltare gli ambientalisti, provocando la repentina risposta invece dell’industria di biofuel: “Gli effetti indiretti – ha ricordato Bill Coleman, generale partner di Mohr Davidow Ventures – sono presenti in tutti i tipi di combustibili. Invece di applicare la misura ad un solo carburante, dovremmo applicarla a tutti”.

sabato 18 aprile 2009

co2: Spamming: stessa CO2 che 3 milioni di auto auto e l'equivalente di energia consumata da 2,5 milioni di abitazioni


Gli 'spam', le indesiderate email, producono ogni anno la stessa quantita' di anidride carbonica (CO2) di 3,1 milioni di autovetture.Lo dice uno studio della societa' McAfee di sicurezza informatica. Secondo il rapporto, che ha studiato l'impatto ecologico legato ai 62 miliardi di messaggi indesiderati inviati in tutto il mondo nel 2008, ''lo spamming consuma annualmente 33 miliardi di kilowattore (Kwh)'' durante le sue 5 tappe: creazione, invio, ricezione, archiviazione e consultazione.

I costi ambientali maggiori derivano dalla mancanza o dal cattivo funzionamento dei filtri. Quante ore della giornata si passano cercando di filtrare e-mail, scritte in una lingua pressoché incomprensibile, che invitano a visitare questo e quel sito, annunciano un fantomatico regalo o un inaspettato versamento sul vostro conto? Lo smaltimento della posta indesiderata comporta un’ingente perdita di tempo, ma può essere anche molto pericolosa. Certo, è per via del phishing e del rischio di sottrazioni di dati personali. Ma non solo.

LO STUDIO - Un report di McAfee - realizzato dai ricercatori sui cambiamenti climatici di IFC International e da un gruppo di esperti di spam - dimostra come questi messaggi non siano semplicemente una seccatura, ma stiano danneggiando seriamente l’ambiente attraverso una macroscopica emissione di gas serra. Il Carbon Footprint dello Spam - questo il nome dello studio - analizza l’energia spesa per creare, inviare, ricevere, visualizzare e filtrare la posta indesiderata, che a livello globale ammonta a 33 miliardi di kilowatt/ora, pari all’elettricità consumata da poco meno di 2,5 milioni di abitazioni e con lo stesso inquinamento prodotto da oltre 3 milioni di automobili. Ogni e-mail spazzatura, dunque, comporta nel suo complesso un’emissione di 0,3 grammi di CO2, stessa quantità prodotta da un metro di guida.

FILTRI MANUALI - Entrando più nel dettaglio, colpisce quanto gli sprechi derivanti dalla sola produzione di spamming siano davvero irrisori e superino a stento il 2 per cento del totale. Con una certa sorpresa, invece, il costo ambientale più elevato è rappresentato dal processo di visualizzazione e cancellazione dei messaggi non filtrati o scappati all’anti-spam, nonché dei cosiddetti falsi positivi, ovvero quelle e-mail legittime erroneamente intrappolate dai filtri. Questo processo provoca oltre il 50 per cento delle emissioni di gas serra da spam.

FILTRI AUTOMATICI - Per contro, non risulta eccessiva l’inquinamento causato dal filtering automatico, che riguarda il 16 per cento di tutto il processo. Di conseguenza, come sostenuto da Jeff Green, senior vice president dei McAfee Avert Labs: “contrastare lo spam alla fonte, così come investire in una tecnologia allo stato dell’arte per filtrare lo spam, consentirebbe di risparmiare tempo e denaro, ma soprattutto ripagherebbe i dividendi al pianeta riducendo sensibilmente le emissioni di CO2”. Tale risparmio è stato quantificato in 25 miliardi di kilowatt/ora, che corrisponderebbero alla rimozione dalla strada di poco meno di 2,5 milioni di vetture.

Verso la fine del 2008, McColo, una delle principali fonti di spam online, e' stato messo ''offline'' e il volume di spam globale e' sceso del 70 percento. L'energia risparmiata prima che gli spammer ristabilissero la loro capacita' d'invio e' stata equivalente a rimuovere 2,2 milioni di auto dalla strada quel giorno, a dimostrazione dell'impatto dei 62 trilioni di e-mail di spam che sono inviati ogni anno.
Lo studio ''Il Carbon Footprint dello Spam'' ha preso in considerazione l'energia globale necessaria per trasmettere, immagazzinare, visualizzare e filtrare lo spam at in 11 nazioni, tra cui Australia, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, Giappone, India, Messico, Spagna, Stati Uniti e Regno Unito. E' stata calcolata l'elettricita' utilizzata per lo spam con le emissioni di gas serra associate all'utilizzo di tale energia, derivante principalmente dalla combustione di carburanti fossili, dal momento che questo tipo di carburanti rappresenta oggi la fonte principale per la generazione di elettricita' al mondo.
Dal momento che le emissioni non possono essere isolate e riferite a una sola nazione, e' stata calcolata la media dei risultati per giungere all'impatto globale. I risultati principali del report ''Il Carbon Footprint dello Spam'' dimostrano che: * Le emissioni GHG medie per ogni singolo messaggio di spam ammontano a 0,3 grammi di CO2. Cio' equivale, in termini di emissioni, a guidare per 1 metro, ma se moltiplicati per il volume annuale dello spam, e' come guidare in giro per il mondo 1,6 milioni di volte.
* Il report attribuisce un'impressionante maggioranza di emissioni GHG di spam - circa l'80 percento - all'energia utilizzata nel processo di visualizzazione e cancellazione dello spam o ricerca di e-mail legittime erroneamente intrappolate nei filtri spam (falsi positivi). Il filtering dello spam ammonta a solo il 16 percento dell'utilizzo di energia relativa allo spam.
* Filtrare lo spam permette di risparmiare 135 TWh di elettricita' all'anno. Cio' equivale a rimuovere 13 milioni di automobili dalla strada.
* Se ogni casella di posta in arrivo fosse protetta da un filtro spam allo stato dell'arte, organizzazioni e singoli utenti potrebbero ridurre l'energia spam odierna di circa il 75% o 25 TWh all'anno. Che equivarrebbe a rimuovere 2,3 millioni di automobili dalla strada.
* Le nazioni con una maggior connettivita' Internet tendono ad avere piu' utenti di posta, come Stati Uniti e India; e le nazioni dove una percentuale maggiore di email in arrivo corrisponde a spam, in proporzione, hanno emissioni piu' elevate per ogni utente di posta. Ad esempio, gli Stati Uniti hanno emissioni 38 volte maggiori della Spagna.
* Mentre Canada, Cina, Brasile, India, Stati Uniti e Regno Unito hanno ciascuno un utilizzo simile di energia per lo spam, Australia, Germania, Francia, Messico e Spagna tendenzialmente hanno ottenuto un 10 percento in meno. La Spagna ha registrato il livello piu' basso, con il minor numero di e-mail spam ricevute e minore energia per lo spam utilizzata per ogni utente di posta.
Ulteriori informazioni sono disponibili su Internet all'indirizzo: www.mcafee.com.

co2 : Ambiente, l'americana Epa conferma: «I gas serra sono nocivi per la salute»

''I gas inquinanti nell'atmosfera rappresentano un rischio per la salute e per il benessere di questa e delle future generazioni''. Il rapporto dell'Agenzia per l'Ambiente americana apre di fatto la strada a probabili nuovi interventi legislativi da parte degli Stati Uniti. L'Epa rileva anche che ''i veicoli a motore contribuiscono al riscaldamento del clima'' e che i gas prodotti dalle attivita' dell'uomo sono ''con ogni probabilita''' la causa dell'effetto serra.
L'anidride carbonica è nociva per l'uomo: a ufficializzare la notizia è l'Environmental Protection Agency (EPA), l'Agenzia americana per l'Ambiente, che ha certificato che il gas CO2 emesso dalle fabbriche, dalle case e dalle automobili, dalle «attività dell'uomo» , rappresenta negli Stati Uniti un rischio per la salute delle persone.

Niente di nuovo da punto di vista scientifico, gli ambientalisti di tutto il mondo da anni sostengono che l'inquinamento fa male alla salute e che l'effetto serra è causato dalle emissioni delle fabbriche, delle case e delle automobili. Ma la certificazione di un organismo pubblico come l'Epa, che in tema di Ambiente, negli Stati Uniti, è l'istituto tenuto a vigilare in nome e per conto di tutti gli americani, ha un altro peso.
Il rapporto reso noto oggi rileva appunto che «i gas inquinanti presenti nell'atmosfera rappresentano un rischio per la salute umana e per il benessere di questa e delle future generazioni» e che «con ogni probabilità» l'effetto serra è causato dalle attività umane. Significa, nei fatti, produrre dal punto di vista politico un'incredibile base d'appoggio per qualsiasi misura possa ora varare la Casa Bianca a tutela della salute.
Il documento infatti non certifica solo che «l'inquinamento fa male», ma anche che «l'inquinamento è causato dall'uomo». Evidente l'invito a che si prendano dei provvedimenti, anche se l'Agenzia precisa che eventuali nuove regole non sono necessariamente da mettere in relazione al rapporto. Nei fatti, la relazione dell'EPA è la giustificazione "scientifica" che la Casa Bianca aspettava per varare una serie di riforme in tema di produzione e tutela dell'ambiente.

«La nostra scoperta - ha commentato l'amministratore dell'Epa, Lisa P. Jackson - conferma che l'inquinamento da emissioni di gas è un problema serio non solo per il presente, ma anche per il futuro». Si tratta dunque di prendere provvedimenti che inevitabilmente andranno a condizionare alla base gli attuali modelli di produzione industriale, così come quelli riguardanti il consumo energetico. Il presidente Obama non ha mai nascosto la sua sensibilità ambientalista. Anzi, la colloca tra le priorità della sua amministrazione, uno dei temi da affrontare subito e in concerto con partner e alleati, così come la crisi economica o la guerra in Afghanistan. Ma, tradotta in termini pratici, una riduzione delle emissioni significa andare inevitabilmente a modificare gli attuali modelli di consumo e di produzione. In nome, però, della salute delle persone.

giovedì 19 marzo 2009

ULTERIORE AUMENTO TEMPERATURE A RISCHIO CALOTTA POLARE


Un ulteriore aumento delle temperature medie globali potrebbe causare il collasso della calotta antartica occidentale. Lo evidenzia l'analisi di carote di sedimenti prelevate al di sotto della piattaforma di ghiaccio galleggiante del mare di Ross (Ross Ice Shelf), in Antartide, che ha portato un numeroso gruppo di ricercatori del progetto ANDRILL (ANtarctic geological DRILLing), fra i quali Fabio Florindo (coordinatore del progetto), Massimo Pompilio e Leonardo Sagnotti dell'INGV a interessanti scoperte sull'evoluzione della calotta occidentale dell'Antartide (West Antarctic Ice Sheet) in un intervallo che va da 5 a 3 milioni di anni fa, quando la temperatura media del nostro pianeta ed il contenuto di CO2 in atmosfera erano piu' alte delle condizioni attuali.

I risultati hanno messo in luce per la prima volta una calotta polare estremamente dinamica, le cui fluttuazioni sono avvenute seguendo la periodicita' di un parametro dell'orbita terrestre (variazione ciclica dell'inclinazione dell'asse terrestre). La calotta polare occidentale e' periodicamente collassata e, nella regione del Mare di Ross, la piattaforma di ghiaccio galleggiante, oggi estesa come la Francia, e' andata progressivamente ritirandosi fino a dare spazio a condizioni di mare aperto.

I dati raccolti da questa ricerca - avvertono gli studiosi - sono estremamente importanti per avere un'idea di quello che potrebbe accadere nei prossimi decenni in conseguenza dell'aumento incontrollato delle emissioni di gas serra in atmosfera.

Secondo Enzo Boschi, presidente dell'INGV un fenomeno analogo di collasso della calotta occidentale potrebbe infatti verificarsi di nuovo, se le temperature aumentassero di 3*C.

Più nel dettaglio
Che cosa succederà se le temperature medie del nostro pianeta dovessero aumentare di tre gradi entro la fine di questo secolo, come temuto da molti climatologi alla luce del galoppante aumento delle concentrazioni di gas serra? Questa volta la risposta arriva dalla ricostruzione di eventi del passato, piuttosto che da modelli matematici che dipingono incerti scenari futuri. Succederà che una consistente porzione della calotta glaciale antartica collasserà, inondando di acque gli oceani della Terra. La conferma che è sufficiente un aumento delle temperature apparentemente piccolo, per provocare conseguenze enormi è contenuta in un articolo apparso sull’ultimo numero di Nature a firma di un numeroso gruppo internazionale di geologi del progetto Andrill (ANtarctic geological DRILLing), fra i quali tre italiani dell’Istituto nazionale di geofisica vulcanologia (Ingv): Fabio Florindo (coordinatore del progetto), Massimo Pompilio e Leonardo Sagnotti. La ricerca, partita dall’analisi di sedimenti prelevati al di sotto della piattaforma di ghiaccio galleggiante del mare di Ross (Ross Ice Shelf), è approdata a fondamentali scoperte sull'evoluzione della calotta occidentale dell'Antartide (West Antarctic Ice Sheet) in un intervallo di tempo che va da 5 a 3 milioni di anni fa, quanto la temperatura media del nostro pianeta ed il contenuto di CO2 in atmosfera erano più alte delle condizioni attuali.

ASSE TERRESTRE - Per la prima volta è stata acquisita la certezza che la calotta polare antartica è estremamente dinamica, molto sensibile a piccole variazioni di temperatura e che, sui lunghi periodi del passato, queste fluttuazioni sono correlabili a cicliche variazioni dell'inclinazione dell'asse terrestre. «In coincidenza dei periodi relativamente più caldi, con temperature più elevate di 3 gradi rispetto a oggi, la calotta polare occidentale è periodicamente collassata –spiega il dottor Fabio Florindo dell’Ingv- . Nella regione del Mare di Ross, la piattaforma di ghiaccio galleggiante, oggi estesa come la Francia, e' andata progressivamente ritirandosi fino a dare spazio a condizioni di mare aperto. I dati raccolti da questa ricerca sono estremamente importanti per avere un’idea di quello che potrebbe accadere nei prossimi decenni in conseguenza dell’aumento incontrollato delle emissioni di gas serra in atmosfera».

PERFORAZIONE - «Per raggiungere i sedimenti da analizzare», ha aggiunto il ricercatore, «abbiamo dovuto perforare circa 1300 m di sedimenti, dopo avere attraversato con le aste di perforazione 85 metri di ghiaccio del Ross Ice Shelf e 850 metri di acqua. Così facendo è stato possibile andare più a ritroso nel tempo». Infatti, a differenza delle carote di ghiaccio prelevate nell’ambito del progetto Epica (European Project for Ice Coring in Antarctica), che hanno permesso di estendere le conoscenze sul clima della Terra fino a circa un milione di anni fa, con lo studio di sedimenti profondi è possibile spingersi indietro di diverse decine di milioni di anni, quando ancora non esistevano delle calotte di ghiaccio in Antartide.

PROIEZIONI - Programmi di ricerca come Andrill sono considerati di estrema importanza per risolvere le incertezze sul comportamento futuro delle calotte polari dell’Antartide in questa fase di riscaldamento globale. I dati acquisiti aiutano a comprendere la dinamica delle antiche calotte polari e del ghiaccio marino stagionale, e a verificare i modelli matematici sull’evoluzione del clima a scala planetaria. Ma è verosimile che un fenomeno analogo al collasso della calotta antartica occidentale possa verificarsi di nuovo, questa volta a causa dell’uomo, se le temperature aumentassero di 3°C? «Certamente si –risponde il presidente dell’Ingv professor Enzo Boschi-. Negli ultimi anni è salito alla ribalta dell’informazione di massa il problema del progressivo riscaldamento del nostro Pianeta legato all’emissione indiscriminata di gas serra nell’atmosfera. Nel corso del XX secolo il riscaldamento è stato di circa 0.7°C, ma secondo una delle proiezioni dell’IPCC-2007 nel 2100 la temperatura sarà analoga a quella presente sulla Terra prima della formazione di una calotta di ghiaccio in Antartide. In quest’ottica, è importante tenere sotto controllo gli effetti di questo riscaldamento ai poli poiché l’Artide e l’Antartide, le regioni più fredde del Pianeta, sono quelle che risentono maggiormente delle variazioni climatiche. A titolo di esempio, basti pensare a quello che è accaduto nel febbraio del 2002 alla piattaforma di ghiaccio del Larsen B (Penisola Antartica) a causa del riscaldamento globale. Questa piattaforma che aveva una estensione di ben 3.250 chilometri quadrati e uno spessore di 220 metri, si è disintegrata nel giro di 30 giorni».

martedì 17 marzo 2009

Riscaldamento globale e CO2: danni inreversibili

Un nuovo studio sembra dimostrare che la quantità di CO2 assorbita dagli oceani non ci consente più di tornare indietro. È la dimostrazione che gli scenari peggiori non sono stati "gonfiati" o l'ennesima interpretazione di un modello matematico tutto da dimostrare? Purtroppo risposte certe non ce ne sono, anche se questa notizia arriva da una fonte molto autorevole.

Il riscaldamento globale è irreversibile. Questa notizia, che sembra presa da un tabloid sensazionalistico, arriva invece da uno studio di Susan Solomon, uno dei più autorevoli climatologi al mondo, il primo a denunciare lo stretto rapporto tra clorofluorocarburi (i Cfc) e il "buco dell'ozono" nell'Antartico, nell'agosto del 1986. Nel 2007 ha condiviso il premio Nobel con Al Gore e l'Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) per l'impegno nella divulgazione dei problemi legati ai cambiamenti climatici.

È TARDI PER GRIDARE "ALLARME!" «Siamo soliti pensare ai problemi d'inquinamento come a cose che possiamo sistemare», afferma la Solomon. «La gente immagina che, se fermiamo le emissioni di CO2, il clima tornerà alla normalità in 100 o 200 anni. Non è vero. Quello che stiamo vivendo è invece un cambiamento irreversibile». Il principale imputato identificato dallo studio (pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences) è proprio l'anidride carbonica. Riportando nella norma il livello di altri gas prodotti dalle attività umane si risolverebbero i problemi da essi derivati nel breve termine, ma lo stesso non può accadere con la CO2. Stando alla Solomon, anche azzerando le emissioni di questo gas (cosa oggettivamente impossibile), il riscaldamento globale non si arresterà. Questo perché gli oceani funzionano come enormi spugne che assorbono calore e CO2 dall'aria. Anche se le emissioni termiche e gassose cessassero, sarebbero poi le distese d'acqua a rilasciare quanto assorbito, e per diversi secoli a venire. (focus.it)
Gli effetti degli aumenti della temperatura e della concentrazione di CO2 (in ppm, parti per milione) sulla barriera corallina. Anche portando a zero le emissioni causate dalle attività umane, a un certo punto saranno gli oceani a rilasciare anidride carbonica in atmosfera. (Fonte: NOAA Coral Reef Watch)

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