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mercoledì 13 novembre 2019

Ebola: approvato, Ervebo, nuovo vaccino contro il virus

L'organizzazione mondiale della Sanità ha approvato il primo vaccino mondiale contro il virus Ebola e il fatto potrebbe rappresentare un importante passo avanti per debellare la malattia che, attualmente, nella Repubblica Democratica del Congo, sta uccidendo migliaia di persone, in particolare bambini.

In Congo sono circa 2 mila i casi di morte per ebola confermati e migliaia le dosi di vaccino somministrate agli operatori sanitari e a famigliari e conoscenti entrati in contatto con potenziali vittime del contagio.


 Il farmaco in questone si chiama Ervebo ed è prodotto dalla casa farmaceutica Merck Sharp & Dohme B. V. È stato utilizzato in fase sperimentale nel Paese africano, ma oggi, secondo l'Oms, ci sarebbero prove sufficienti che il vaccino funzioni.

Per il direttore esecutivo Ema, Guido Rasi, è "un passo importante per alleviare il peso di questa malattia mortale" e "la raccomandazione è il risultato di molti anni di sforzi globali collaborativi per sviluppare nuovi medicinali e vaccini contro l'Ebola". L'attuale epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) ha infettato oltre 3.000 persone con tassi di mortalità di circa il 67%. Qui, il vaccino Ervebo, prodotto da Merck, viene utilizzato in base a un protocollo di "uso compassionevole" per proteggere le persone a più alto rischio di infezione, come operatori sanitari o persone che sono venute a contatto con pazienti infetti.

Ebola ha colpito l'Africa occidentale cinque anni fa.

sabato 25 febbraio 2017

effetti delle radiazioni sull'uomo

Nel 1999 a Tokaimura avvenne il peggior disastro nucleare in Giappone prima di Fukushima: il bilancio fu di due vittime, una delle quali morì dopo circa 3 mesi di atroci sofferenze. Il suo nome era Hiroshi Ouchi e la sua storia viene spesso ricordata in vari articoli, in cui appare anche un famoso e terrificante scatto che mostra i devastanti effetti delle radiazioni sul corpo umano.

LE COORDINATE STORICHE. L'incidente avvenne il 30 settembre a Tokaimura, un villaggio situato 130 chilometri a nord est di Tokyo in una piccola fabbrica di combustibile nucleare della JCO (Japan Nuclear Fuels Conversion Company) ed ebbe conseguenze molto gravi: furono coinvolti direttamente tre operai e nella zona circostante vennero evacuate quasi trecentomila persone. All'epoca fu classificato come il terzo più grave incidente al mondo, dopo quello di Three Mile Island (Usa) nel 1979 e quello di Černobyl' nel 1986.

MIX FATALE. A causare il disastro fu una scorretta miscelatura di uranio e acido nitrico all'interno di un serbatoio. Invece di utilizzare 3 chili di uranio impoverito come imposto dalla legge, gli operai eccedettero fino ad arrivare a 16 chili, innescando una reazione nucleare a catena con fortissima emissione di raggi gamma.

L'ISTANTE DELL'INCIDENTE. Un lampo blu, dovuto ai neutroni emessi dall'innesco della reazione nucleare, investì alle ore 10:30 i tre tecnici presenti sul posto: si trattava di Hisashi Ouchi (35 anni), Masato Shinohara (40 anni) e Yutaka Yokokawa (54 anni). Ouchi, che era il più esposto, assorbì radiazioni di 10.000-20.000 millisievert, un quantitativo eccezionalmente superiore alla soglia di sicurezza di 50 millisievert.
DESTINO SEGNATO. Dopo aver perso i sensi, Ouchi fu trasportato all'ospedale dell'Università di Tokyo, dove venne rianimato e riuscì a parlare con i medici.

Immediatamente gli effetti delle radiazioni nucleari si manifestarono in modo evidente con progressivo distaccamento di intere porzioni di pelle. Si trattava però solo della punta dell'iceberg, perché i raggi gamma avevano distrutto gran parte del suo corredo cromosomico, portando a una compromissione irreversibile di tutto l'organismo.

UNA LENTA TORTURA? L'operaio, ormai irriconoscibile, rimase in vita grazie alle macchine per due mesi e mezzo, perdendo circa 20 litri di liquidi al giorno. Durante gli 83 giorni di agonia i medici lo sottoposero a diversi cure, che includevano trasfusioni di sangue, innesti cutanei e trapianti di cellule staminali. Fortunatamente per il povero operaio, il suo corpo fu posto in coma farmacologico per evitargli sofferenze dolorosissime.

Il terribile scatto che vedete qui sotto, rievocato anche in un libro di successo, A Slow Death: 83 Days of Radiation Sickness, mostra in modo brutale le conseguenze delle radiazioni sul corpo dell'uomo (vedi spiegazioni più avanti).
Ancora oggi non è chiaro se le condizioni di Ouchi siano state prolungate oltre il necessario per consentire all'equipe di specialisti di testare nuovi trattamenti clinici, in previsione di altre possibili sciagure nucleari.

GLI ALTRI DUE OPERAI. Il trentacinquenne Hisashi Ouchi non fu la sola vittima del disastro di Tokaimura.  Il collega Masato Shinohara, che assorbì radiazioni di 6.000-10.000 millisievert, si spense il 27 aprile del 2000 dopo diversi mesi di cure intensive. Il terzo tecnico, Yutaka Yokokawa, che venne esposto a un livello di 1.000-5.000 millisievert riuscì invece a sopravvivere dopo una lunga degenza in ospedale.

All'esterno non si registrò uno straordinario rilascio di sostanze radioattive, ma altre 119 persone furono comunque contaminate da basse dosi di radiazioni.
             


CHE COSA ACCADE ESATTAMENTE AL CORPO. Come agisce la radioattività sull’organismo umano? Il primo danno si ha immediatamente, o meglio un decimo di trimilionesimo di secondo dopo che protoni, neutroni, elettroni, raggi gamma, o raggi X prodotti dal decadimento del nucleo hanno colpito un qualsiasi atomo dei tessuti del corpo. Con la loro energia essi strappano all’atomo un elettrone. Sia l’atomo, sia l’elettrone, che prima erano in uno stato di normalità, sono ora in una condizione di instabilità: nel successivo milionesimo di secondo, reagendo con altri atomi, entrambi possono dar vita a nuove molecole.

Alcune di queste, chiamati radicali liberi, hanno la caratteristica di reagire molto facilmente al contatto con altre molecole, dando vita a ulteriori sostanze prima inesistenti. Queste possono alterare la riproduzione e il funzionamento delle cellule, per poco tempo o per molti anni, velocemente o lentamente: dipende dalla quantità di tessuto che è stato colpito e dalla natura della radiazione: se la dose assorbita è molto piccola, gli effetti sono minimi e quest’ultimo è in grado di riparare i danni da solo. Ma se la dose è alta e la zona colpita è estesa, le cellule non sono in grado di far fronte all’invasione di radicali tossici.

La particelle più attive, come protoni e neutroni, possono ledere il Dna, che poi si riproduce in maniera anomala. Questo spiegherebbe l’insorgere dei tumori a distanza di tempo in persone che sono state colpite da forti radiazioni. Anche i cromosomi possono essere spezzati dalla radiazione. In questo caso le nuove cellule avranno un “messaggio” cromosomico alterato e così quelle che da esse nasceranno.

Ci sono comunque organi che risentono più di altri degli effetti delle radiazioni intense. Ecco quali.

Midollo osseo. Vengono alterate le cellule che producono globuli bianchi, rossi e piastrine. Insorgono perciò anemie, infezioni ed emorragie. Se la dose è stata molto alta, anche la leucemia.
Apparato riproduttivo. I danni dipendono molto dalla dose. Diminuisce o scompare la produzione di spermatozoi. Possono aumentare i tumori alle ovaie.
Apparato digerente. Insorgono vomito, nausea, diarrea, anoressia, ulcere intestinali. Aumenta il rischio di cancro allo stomaco, al colon e all’esofago.
Tiroide. Adenomi (tumori benigni), e scarso funzionamento della ghiandola.
Occhio. Dopo alcuni mesi si possono formare aree opache nel cristallino.
Gravidanza. Il feto sottoposto a radiazioni nelle prime settimane può avere il cranio più piccolo, ritardo mentale e, dopo la nascita, riduzione dell’altezza.

fonte: http://www.focus.it/scienza/corpo-umano/i-terribili-effetti-delle-radiazioni-sulluomo

sabato 21 marzo 2015

scorie radioattive Italia : mobilitazione contro il deposito di scorie nucleari in Sardegna

“Basta pane avvelenato”. Un cartellone con tre parole per dire ‘No’ al deposito delle scorie nucleari in Sardegna: e’ il grido di battaglia di associazioni e comitati per presentare le due giornate di mobilitazione in programma l’1 e 2 aprile in vista del giorno della pubblicazione dell’elenco dei siti. “E’ una battaglia che combatteremo ogni giorno   (annunciato Bustianu Cumpostu, leader di Sni, in rappresentanza del comitato No nucle)


 In poco tempo la petizione "No al sito delle scorie nucleari in Sardegna", promossa da Sardigna Libera, ha raggiunto 7.935 firme. E' diretta al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ai ministri dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, e dello Sviluppo economico, Federica Guidi, al presidente della Regione Francesco Pigliaru e agli assessori Industria, Maria Grazia Piras, e dell'Ambiente, Donatella Spano.
    Nella petizione "si diffida il governo italiano dal prendere in considerazione qualsiasi ipotesi di transito e stoccaggio di scorie radioattive nel territorio sardo" e si invita la Regione e i suoi organi preposti "a vigilare sulla tutela ambientale del nostro territorio e sulla salute dei cittadini, e a respingere concretamente qualsiasi iniziativa che possa identificare la nostra isola come possibile pattumiera nucleare nel Mediterraneo".
    Sardigna Libera ricorda che "il popolo sardo, a maggioranza, ha espresso la sua contrarietà sul nucleare con il referendum del 13 giugno 2011".

Il deposito- spiegano i movimenti in un volantino – costituiscono un pericolo permanente, rappresentano un danno all’immagine dell’isola. Non solo, c’e’ anche il fattore salute: “I primi a pagare saranno i bambini”.

venerdì 20 marzo 2015

malattia di Crohn: Morbo di Crohn, si chiama Mongersen il farmaco del futuro

Si intravede una nuova possibile strada nella terapia della malattia di Crohn, patologia altamente
invalidante che, fino ad oggi, poteva essere gestita solo attraverso il controllo dei sintomi. Uno studio dell’Università di Roma Tor Vergata ha scoperto che il nuovo farmaco, denominato Mongersen, è efficace contro la malattia di Crohn. I risultati sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine.

 Un gruppo di ricercatori coordinato da Giovanni Monteleone, docente di Gastroenterologia presso l'ateneo romano, ha infatti dimostrato l'efficacia di una terapia innovativa che può consentire di eliminare i sintomi in soli 15 giorni.

Pubblicato sul New England Journal of Medicine, lo studio ha testato il trattamento a base di mongersen, una molecola in grado di inibire la proteina associata all'infiammazione tipica del morbo di Crohn, SMAD7. Il farmaco è stato somministrato per via orale a 3 diversi dosaggi (10, 40 e 160 mg) per 2 settimane e la sua efficacia è stata confrontata con quella di un placebo. E' stato così scoperto che nel 65% dei casi la dose più elevata permette di risolvere i sintomi della malattia in 15 giorni. Il trattamento a 40 mg è invece efficace nel 55% dei casi. La dose inferiore consente invece di eliminare i sintomi solo nel 12% dei casi, contro il 10% di successi del placebo. Altri dati positivi riguardano il profilo di sicurezza del farmaco, che è parso molto elevato.

Come ha spiegato Monteleone il mongersen permette di ripristinare i meccanismi antinfiammatori presenti in un intestino sano. La sua efficacia è confermata dal fatto che nel 60% dei pazienti trattati i sintomi non sono ricomparsi entro la fine del periodo di osservazione, che è durato ben 3 mesi. Scendendo nei dettagli del suo funzionamento, il mongersen è un oligonucleotide (una molecola formata dagli stessi “mattoni” di cui sono fatti Dna e Rna) che si lega all'Rna contenente l'informazione per la produzione di SMAD7 e ne promuove la degradazione. La conseguente riduzione dei livelli di SMAD7 impedisce che quest'ultima continui a ridurre l'attività di un'altra molecola, TGF-beta1, e abbassa di conseguenza la produzione di molecole che promuovono l'infiammazione. Se non contrastata, questa infiammazione espone chi soffre di morbo di Crohn al rischio di ulcere intestinali, fistole e stenosi a livello dell'intestino.

Purtroppo le terapie utilizzate fino ad oggi non hanno permesso di ridurre come vorrebbero gli esperti la progressione della malattia o il numero di casi in cui è necessario ricorrere a un intervento chirurgico. Da questo punto di vista il mongersen, nelle dosi da 40 e 160 mg, permette di ottenere risultati decisamente migliori rispetto a diversi altri farmaci e di evitare le recidive associate all'uso di questi ultimi. Prima, però, che possa entrare nella pratica clinica saranno necessarie ulteriori sperimentazioni. Monteleone ha annunciato che stanno per partire studi di fase III che coinvolgeranno più pazienti. Se i loro risultati saranno positivi il farmaco, già acquistato da una società biofarmaceutica americana, rappresenterà davvero la nuova speranza di chi convive con il morbo di Crohn e, forse, anche con altre malattie infiammatorie intestinali.


La malattia di Crohn o morbo di Crohn, nota anche come enterite regionale, è una malattia infiammatoria cronica dell'intestino (MICI) che può colpire qualsiasi parte del tratto gastrointestinale, dalla bocca all'ano, provocando una vasta gamma di sintomi. Essa causa principalmente dolori addominali, diarrea (che può anche essere ematica se l'infiammazione è importante), vomito o perdita di peso[1][2][3], ma può anche causare complicazioni in altri organi e apparati, come eruzioni cutanee, artriti, infiammazione degli occhi, stanchezza e mancanza di concentrazione[1].

La malattia di Crohn è considerata una malattia autoimmune, in cui il sistema immunitario aggredisce il tratto gastrointestinale provocando l'infiammazione, anche se viene classificata come un tipo particolare di patologia infiammatoria intestinale. Ci sono prove di una predisposizione genetica per la malattia e questo porta a considerare gli individui con fratelli ammalati tra gli individui ad alto rischio[4]. La malattia di Crohn tende a presentarsi inizialmente negli adolescenti e nei ventenni, con un altro picco di incidenza tra i cinquanta e i settant'anni, anche se la malattia può manifestarsi a qualsiasi età[1][5].

Non esiste ancora una terapia farmacologica risolutiva o una terapia chirurgica eradicante la malattia di Crohn[6]. Le possibilità di trattamento sono limitate al controllo dei sintomi, al mantenimento della remissione e alla prevenzione delle ricadute.

mercoledì 18 marzo 2015

ricordi:PIU’ RICORDIAMO E PIU’ DIMENTICHIAMO

Abbiamo tutti sperimentato il fatto che richiamare alla mente un evento ha come conseguenza la modifica della sua traccia mnestica e per questo alla lunga finiamo per ricordare, piuttosto che i fatti accaduti, i nostri ricordi di essi. Ma capire come i vecchi ricordi sbiadiscono, lasciando spazio a quelli più recenti, o vengono da questi letteralmente cancellati sarebbe importante per il trattamento di disturbi, come quello post traumatico da stress, legati ad esperienze vissute che si vorrebbero dimenticare.


NEUROIMAGING

Lo studio del fenomeno dell’oblio e del consolidamento delle memorie, così come quello del richiamo dei suoi contenuti, ha fatto progressi con le moderne tecniche di neuroimaging. E proprio attraverso la risonanza magnetica funzionale, un gruppo di ricercatori dell’Università di Birmingham e della Cognition and Brain Sciences Unit di Cambridge, ha dimostrato che il degradarsi dei ricordi è fisiologico e tanto più rapido quanto più vengono richiamati alla memoria accadimenti passati. I risultati sono appena apparsi sulla rivista Nature Neuroscience.


PIU’ RICORDIAMO E PIU’ DIMENTICHIAMO

Ricordare, in altre parole, sarebbe una delle ragioni per la quale si finisce per dimenticare. I ricercatori hanno osservato con la risonanza magnetica funzionale i modelli di attivazione neurale legati alla visione di oggetti per identificarne le “firme neurali”. Hanno quindi creato nei soggetti delle memorie associative tra parole e immagini e hanno osservato cosa accadeva alle singole firme neurali quando solo una di essa doveva venire ricordata. Ebbene, al potenziarsi delle attivazioni legate ad un certo oggetto (le “firme neurali”), corrispondeva una diminuzione di quelle legate alle altre, il cui ricordo andava affievolendosi.


QUEI RICORDI «SOPPRESSI» PER NON INTERFERIRE

Similmente a quanto accade nella vita reale, al di fuori dal laboratorio, quando ricordiamo vividamente un singolo dettaglio di una vicenda: molti ricordi collegati vengono alla mente e, di questi, numerosi vengono soppressi per evitare interferenze con quanto ci preme ricordare. Ripetere più volte questo processo di ripescaggio ha quindi l’effetto collaterale di rendere inaccessibili in futuro altre memorie. «Penso che molte persone rimarranno sorprese dall’apprendere che richiamare dei ricordi alla mente ha come effetto quello di farcene dimenticare degli altri, attraverso un meccanismo di soppressione attiva» ha affermato la prima autrice dello studio Maria Wimber dell’Unviersità di Birmingham.

L’OBLIO NON È UNA CANCELLAZIONE PASSIVA

L’oblio dunque non sarebbe una cancellazione passiva dei nostri ricordi più vecchi, ma il risultato di una soppressione utile per permetterci di meglio richiamare alla memoria quello che stiamo ricordando. Ogni volta che ricordiamo qualcosa, stiamo modificando il numero di cose che la nostra memoria in futuro riuscirà a recuperare, plasmando così la narrazione del nostro passato.


Fonte : http://www.lastampa.it/

giovedì 4 aprile 2013

Insonnia: i trucchi per dormire

 Un esperto in disturbi del sonno spiega alcuni trucchi per riuscire a dormire quando vi siano delle difficoltà

I disturbi del sonno possono assumere connotati pesanti e invalidanti.

Non dormire, poi, ha effetti in negativo sulla qualità della vita e anche sulla salute.

Un nuovo studio pubblicato su The FASEB Journal qualche giorno fa, e condotto dai ricercatori del Leiden University Medical Center, per esempio suggerisce che uno scarso sonno può causare la cosiddetta sindrome metabolica, con diabete e obesità. Ma, come invece affermato da molti altri precedenti studi, poco sonno fa male in molti e svariati altri modi.

Che fare però se si soffre di problemi nel dormire o di insonnia?
Un esperto, dottor Nitun Verma, direttore del Washington Township Center per i Disturbi del Sonno a Fremont (California) spiega all’Huffington Post quali sono secondo lui gli accorgimenti per favorire il sonno.

Se non ci si riesce ad addormentarsi, o ci si sveglia e non si riesce più a chiudere occhio, il primo consiglio è quello di non restare a letto nella speranza di essere sopraffatto dal sonno. Già solo il fatto di concentrarsi per dormire, o sforzarsi, fa sì che non ci si riesca e, alla fine, ci si innervosisce soltanto – con una maggiore improbabilità di riuscire a dormire.
La cosa migliore sarebbe alzarsi e trovare un’attività che sia al tempo stesso stimolante e conciliante il sonno come, per esempio, la lettura di alcuni capitoli di un libro preferito.
Dopo un po’, si può provare a tornare a letto e vedere se questa volta si riesce ad addormentarsi.

Ma, oltre alle cose da fare, ci sono anche quelle da “non” fare, se si vuole dormire.
Per esempio, spiega Verma, credere che bere un bicchierino prima di coricarsi possa conciliare il sonno è sbagliato. Sì, perché se da un lato inizialmente si può avere la sensazione che la bevuta promuova un senso di intorpidimento o sonnolenza; dall’altro è più probabile che una volta cessato l’effetto dell’alcol ci si svegli, durante la notte, e non si riesca più a dormire. Oppure, i risvegli sono molti e prolungati, rovinando l’effetto riposante che dovrebbe avere il sonno.
Quindi evitiamo le bevande alcoliche già da alcune ore prima di andare a letto.
Allo stesso modo, evitare bevande contenenti caffeina: ci vogliono circa 6 ore per smaltirla.

Anche la luce artificiale è nemica del sonno.
In particolare, per chi ha problemi, è dannosa la luce emessa da monitor, display, TV e altri aggeggi elettronici. Ma anche lampade a risparmio, neon e così via. Secondo il dottor Verma, per tutti coloro che soffrono d’insonnia o problemi di sonno, sarebbe bene che si spegnessero le luci artificiali e schermi vari almeno tre ore prima di coricarsi.

Altri comportamenti da evitare sono il praticare attività sportive o esercizi fisici fino a 2 ore prima di andare a letto: la difficoltà nel prendere sonno deriverebbe dall’innalzamento della temperatura corporea innescato dall’esercizio fisico.
Anche il lavoro dovrebbe essere bandito dal letto: evitiamo di portare notebook, tablet… ma anche bollette di casa, faldoni da ufficio e via discorrendo. Le preoccupazioni, il lavoro eccetera dovrebbero stare fuori dalla stanza da letto e, il letto vero e proprio, dovrebbe servire soltanto per dormire, sottolinea l’esperto.
Anche solo psicologicamente, se consideriamo il letto come il posto dedicato al riposo – e solo a quello – avremo anche un rapporto migliore con esso, perché lo vedremo come un’oasi in cui rifugiarsi per ritemprarci, e non come un campo di battaglia in cui avviene di tutto… fuorché dormire.

FONTE: http://www.lastampa.it/2013/04/04/scienza/benessere/insonnia-i-trucchi-per-dormire-fvDyjLtqv72tI77BLe7AGL/pagina.html

martedì 12 marzo 2013

dieta: l'ultima novità si chiama 5/2 e arriva dalla Gran Bretagna

 Ideata da un giornalista che si occupa di medicina per la Bbc, prevede abbuffate per cinque giorni alla settimana e digiuno per due


In Gran Bretagna, Paese dal quale arriva, la chiamano la "5/2" , ma è stata ribattezzata anche "dieta intermittente", perchè alterna grandi abbuffate a ferrei digiuni. Ad idearla è stato un giornalista (ed ex obeso), Michael Mosley , che si occupa di medicina per la Bbc e ha scritto anche un libro, FastDiet , dedicato al tema.

Cosa prevede? A spiegarlo è la coautrice del volume, destinato a diventare un best seller, Mimi Spencer, che al Time sha spiegato: "Ti limiti a due giorni non consecutivi di digiuno e il peso si smaltisce in fretta e senza fatica". La dieta appare quanto mai elastica, non solo per la distribuzione delle "mangiate" nell'arco della settimana, ma anche dei singoli pasti nell'arco di una sola giornata: è infatti possibile suddividere le calorie complessive ammesse in più spuntini, ripartirle solo tra pranzo e cena, o consumarle tutte insieme in un unico pasto, molto abbondante, una sola volta al giorno.

Come spesso accade nei Paesi nordici, le proteine sono vivamente consigliate, ma in questo caso accompagnate anche da frutta e verdura. Seguendo questo regime alimentare intermittente, Mosley è convinto che si possa tagliare un bel po' di calorie (e precisamente 500 per le donne e 600 per gli uomini) semplicemente stando a digiuno per due giorni alla settimana. La prova vivente del successo della "5/2" sarebbe lo stesso giornalista che ha avuto modo di raccontare come lui stesso si sia dovuto mettere a "stecchetto" dopo che il suo medico gli aveva fatto notare gli elevati livelli di glucosio e colesterolo nel sangue.

Ispirandosi ad un trend in voga negli Usa, quello delle diete ipocaloriche, Mosley è andato a ricercare esempi illustri dal passato, scomodando i nostri antenati: loro - secondo il giornalista della Bbc - alternavano grandi mangiate, quando tornavano dalla caccia, a periodi di digiuno, in attesa di trovare nuove prede. Il successo di pubblico della sua teoria è confermato dai dati d'ascolto di un documentario, sempre sulla Bbc, dal titolo "Eat, Fast and Live Longer", andato in onda in agosto, nel pieno delle Olimpiadi, con notevoli ascolti.

Come molte diete non esattamente "tradizionali", anche questa ha sollevato più di un dubbio negli esperti di nutrizione: i digiuni non sono mai visti di buon occhio da chi si occupa di alimentazione, che ricorda come il salto dei pasti debba essere limitato al massimo ad una giornata, perchè ha come effetto un affaticamento del fegato, del cervello e conseguenze anche sui globuli rossi. Infine, perplessità sono state mostrate anche dal National Health Service , il servizio sanitario britannico, che ha sottolineato il rischio di un aumento di irritabilità, ansia, disidratazione e alitosi.



fonte:http://scienza.panorama.it/salute/alimentazione/Diete-l-ultima-novita-si-chiama-5-2-e-arriva-dalla-Gb

giovedì 24 gennaio 2013

Erbe e integratori, una guida per evitare «mix» dannosi con le medicine

Spesso i rimedi «verdi» condizionano l'azione dei farmaci in misura significativa. Importanti gli effetti sulla coagulazione


 Supplementi, medicinali a base di erbe, tisane, prodotti naturali di ogni genere possono essere utili e migliorare il nostro benessere, ma vanno presi con cautela: soprattutto se nello stesso tempo si stanno assumendo farmaci, le interazioni fra i diversi principi attivi si possono rivelare assai pericolose. Un concetto certo non nuovo, ma ribadito da una revisione degli studi sull'argomento pubblicata dall’International Journal of Clinical Practice, che sottolinea come le possibili interazioni fra erbe, supplementi dietetici e farmaci non debbano essere né sottaciute né ignorate, perché si stima che almeno metà dei pazienti con malattie croniche o tumori faccia uso di questi prodotti assieme ai medicinali prescritti (GUARDA).

Secondo l'indagine, erba di San Giovanni, gingko biloba, calcio e ferro sono le sostanze che più spesso provocano qualche problema serio, mentre echinacea, ioimbina e semi di lino sono i prodotti con la lista più lunga di possibili controindicazioni. Sul versante farmaci il maggior numero di interazioni si registra per acido acetilsalicilico, warfarina, insulina, ticlopidina e digossina. «Per lo più le interazioni provocano effetti negativi di intensità moderata; in un caso su quattro le conseguenze sono consistenti — tranquillizzano gli autori della revisione —. In quasi la metà dei casi i problemi derivano dal fatto che erbe e supplementi alterano i processi di assorbimento, distribuzione ed eliminazione del farmaco prescritto. Per lo più le conseguenze sono disturbi gastrointestinali (16 per cento), neurologici (14 per cento) o genitourinari (12 per cento).

Purtroppo, nonostante le prove sempre più numerose delle possibili interazioni e degli effetti collaterali che derivano dall'uso contemporaneo di erbe e farmaci, le conoscenze in merito sono tuttora incomplete». È d’accordo Catherine Ulbricht, farmacista al Massachusetts General Hospital di Boston, che, proprio per colmare queste lacune, ha pubblicato sulla rivista Alternative and Complementary Therapies un documento ad accesso libero in cui ha riassunto quel che si sa ad oggi circa le interazioni fra erbe, supplementi e farmaci e soprattutto ciò che è davvero indispensabile non ignorare. «Naturale non significa sicuro — ricorda Ulbricht —. Se qualcosa, di qualsiasi natura sia, ha un’azione terapeutica sul nostro organismo, può provocare anche eventi avversi o dare interazioni con altre sostanze. Purtroppo è difficile prevedere che effetti o interazioni possano comportare prodotti come gli energy drink, le barrette di integratori, gli alimenti funzionali. Alcuni dati su erbe e supplementi sono però noti ed è importante conoscerli».

Ad esempio, bisogna essere consapevoli che i pericoli maggiori li corrono i bambini, gli anziani (entrambi per via di un metabolismo diverso da quello degli adulti) e tutti coloro che soffrono di varie patologie e che quindi si curano con più di un medicinale. È a rischio anche chi non parla con il proprio medico di ciò che sta assumendo oltre ai farmaci prescritti: «Il medico deve essere sempre messo a conoscenza di tutto ciò che si prende, dalle erbe ai supplementi dietetici, così che si possano pianificare i mix più adeguati caso per caso e monitorare le potenziali interazioni. Parlare serve anche a capire da che cosa dipendono disturbi che altrimenti potrebbero restare inspiegabili» dice la Ulbricht.

Stando al documento dell'esperta bisogna ad esempio stare attenti agli effetti di erbe e supplementi sulla coagulazione del sangue, perché molte sostanze ampiamente usate come integratori, quali il gingko biloba, l'aglio o lo zenzero, aumentano il sanguinamento e possono essere pericolosi se si è in cura con anticoagulanti. «Chi prende queste erbe e ha in programma un intervento chirurgico inoltre deve interromperle almeno due settimane prima dell'operazione — osserva Ulbricht —. Il coenzima Q10 e la melatonina, così come i cibi ricchi di vitamina K (broccoli, spinaci) possono al contrario avere un effetto pro-coagulante e ridurre l'azione di farmaci come la warfarina.

Altro parametro da tenere sotto controllo quando si assumono erbe o integratori è la glicemia: moltissimi prodotti (dai semi di lino alla cannella, dal cacao alla liquirizia) agiscono sui livelli di glucosio e possono quindi interagire con i farmaci ipoglicemizzanti dei diabetici. Ci sono poi erbe che hanno effetti simili a quelli di alcuni ormoni e devono perciò essere assunte con cautela: è il caso ad esempio di soia, trifoglio, cimicifuga. Queste, così come gli integratori che contengono DHEA, devono essere prese valutando attentamente le interazioni con altre cure ormonali e comunque nella consapevolezza che possono avere effetti sull'equilibrio ormonale generale». L’esperta spiega che non sempre le interazioni di erbe e integratori fra loro o con i farmaci sono negative: a volte possono rivelarsi utili. se ad esempio un prodotto riduce la possibilità di effetti collaterali di un medicinale o ne rende possibile l'uso a un dosaggio inferiore. «Ciò che conta è essere consapevoli che le interazioni esistono anche facendo uso dei prodotti cosiddetti naturali: bisogna perciò tenere gli occhi aperti su qualsiasi sintomo insolito e informare sempre il medico curante di tutto ciò che si prende» conclude Ulbricht.


fonte:http://www.corriere.it/salute/13_gennaio_18/erbe-integratori-interazione-farmaci_b6bd3f08-5bf0-11e2-b348-07f13d8a1ca0.shtml

domenica 6 gennaio 2013

Gotta: le ciliegie per prevenire gli attacchi Limitare carne, sardine e molluschi

La malattia in aumento ovunque. Gli esperti suggeriscono di diminuire il consumo di birra e di bevande a base di fruttosio

 Come prevenire gli attacchi di gotta con modifiche dello stile di vita? Quali sono i farmaci più adatti per curarla? Quale terapia preventiva è considerata più efficace? A queste e altre domande rispondono le nuove linee guida sulla gotta pubblicate su Arthritis Care and Research, messe a punto dall'American College of Rhemautology per venire incontro alle esigenze dei pazienti, che continuano purtroppo ad aumentare.

IN AUMENTO – Secondo i dati statunitensi, infatti, negli ultimi vent'anni il numero di nuove diagnosi ha continuato a crescere; lo stesso è accaduto nel nostro Paese, dove si stima una prevalenza fra l'1 e il 2 per cento della popolazione generale (circa un milione di persone) ma soprattutto si sottolinea che si tratta di un problema misconosciuto negli anziani e in continuo aumento fra «insospettabili». Stando ai dati riferiti dall'Associazione Nazionale Malati Reumatici, infatti, la prevalenza sfiora addirittura il 7 per cento fra gli over 65, mentre la malattia sta pian piano diventando un problema non più quasi esclusivo di uomini di mezza età, ma anche appannaggio di giovani donne che usano i diuretici per dimagrire: questi farmaci infatti ostacolano l'eliminazione dell'acido urico favorendo l'iperuricemia. Gli accumuli di acido urico provocano poi la deposizione di cristalli nelle articolazioni, e questi possono causare attacchi acuti molto dolorosi e debilitanti. Stando alle linee guida statunitensi, inoltre, accanto all'invecchiamento della popolazione e alle manie di magrezza delle giovani donne fra le cause della maggior frequenza della malattia ci sarebbe anche l'incremento del numero di pazienti ipertesi, diabetici, obesi, con sindrome metabolica o in cura con i diuretici.

PREVENZIONE – Qualunque sia il motivo, sta di fatto che ci ritroviamo con un bel po' di pazienti che devono fare i conti con gli attacchi di gotta. Per prevenirli e gestirli al meglio gli esperti dell'American College of Rheumatology hanno revisionato tutti gli studi sull'argomento, dal 1950 a oggi, giungendo a stilare un documento in due parti. La prima, dedicata alla prevenzione, sottolinea l'importanza dell'educazione dei pazienti a un corretto stile di vita e a una buona gestione di eventuali patologie concomitanti. Primo passo, una dieta adeguata: i reumatologi confermano che chi soffre di gotta deve tenere sotto controllo il consumo di carne e anche di alcuni tipi di pesce ricchi di purine (come acciughe, sardine e molluschi), riducendo al minimo frattaglie e selvaggina; non sono “pericolosi” invece vegetali come gli spinaci, che contengono purine ma probabilmente anche sostanze che ne contrastano gli effetti. Da diminuire il consumo di birra e di bevande dolcificate a base di fruttosio, mentre il vino sembra non avere molti effetti sul rischio di attacchi di gotta e l'acqua si riconferma fondamentale per «drenare» via i cristalli di acido urico (se ne dovrebbe bere almeno un litro e mezzo al giorno). Gli attacchi, va detto, si manifestano spesso dopo che si è esagerato a tavola: essere morigerati e non abbuffarsi è quindi un'altra regola d'oro da non dimenticare.

TERAPIE – Le linee guida sottolineano quindi, nella seconda parte, che sarebbe opportuno mantenere i livelli di urati al di sotto dei 6 milligrammi per decilitro di sangue; per riuscirci, il farmaco di prima scelta si conferma l'allopurinolo, iniziando con dosi pari a 100 milligrammi al giorno per poi salire, se necessario, intorno ai 300 milligrammi; altrettanto efficaci i farmaci con analogo meccanismo d'azione (inibiscono un'enzima, la xantina-ossidasi, che porta alla formazione di acido urico), che in caso di necessità possono essere associati agli uricosurici, medicinali che facilitano l'escrezione degli urati. Per risolvere gli attacchi acuti le linee guida raccomandano di iniziare la terapia entro 24 ore dall'inizio dei sintomi utilizzando antinfiammatori, cortisonici o colchicina per via orale (se necessario anche in associazione), senza interrompere i trattamenti per ridurre l'acido urico.

CILIEGIE – Chi infine vuole prevenire in modo piacevole gli attacchi di gotta potrebbe provare con le ciliegie: uno studio statunitense pubblicato su Arthritis and Rheumatism ha da poco dimostrato che mangiare regolarmente ciliegie (la dose opportuna pare sia mezza tazza, pari a dieci-dodici frutti) o consumarne estratti potrebbe ridurre fino al 75 per cento la probabilità di recidive. I ricercatori, che hanno seguito per un anno oltre 600 pazienti, sostengono che le ciliegie siano ottime per diminuire i livelli di acido urico e abbiano pure preziosi effetti antinfiammatori; un dato empiricamente noto attraverso studi precedenti ma mai messo alla prova in una ricerca scientifica rigorosa. «Il rischio di attacchi di gotta scende all'aumentare del consumo di ciliegie: il massimo si ottiene con tre porzioni nell'arco di due giorni», scrivono i ricercatori. Tutto da confermare, aggiungono però gli autori di un editoriale che accompagna l'articolo; speriamo che i ricercatori abbiano ragione, perché questa “terapia preventiva” ha tutta l'aria di essere se non altro piacevole.

fonte:http://www.corriere.it/salute/reumatologia/13_gennaio_04/gotta-linee-guida_9a91844e-16c0-11e2-be27-71fc27f55c26.shtml

venerdì 27 gennaio 2012

Salute:Cinquemila passi al giorno per mantenersi in forma

E camminare fa bene anche al portafoglio. La sedentarietà provoca 600 mila decessi all'anno in Europa


Cinquemila passi. È la distanza, pari a circa 3 km, che ognuno dovrebbe percorrere quotidianamente per mantenersi in salute. Lo dice l'Organizzazione Mondiale della Sanità che ha stimato i danni della sedentarietà nel vecchio continente. Camminare però, fa bene anche al portafoglio. Lasciando l'auto in garage si possono risparmiare infatti circa 700 euro all'anno. Di questi, 400 sono direttamente legati al costo del carburante e della manutenzione dell'auto (più di un euro al giorno per percorrere i "fatidici" 3000 m). A questa cifra vanno aggiunti i 300 euro che ciascuno sborsa per curare i cittadini "ammalati" di pigrizia.

LE REGOLE - Le regole base da seguire, che spaziano dalla dieta, alla quantità di attività fisica in base all'età, fino ai suggerimenti per curare i piccoli traumi, sono contenute nell'opuscolo a vignette «Una passeggiata di salute», presentato al Senato nel Convegno nazionale «Il ritratto della salute e la medicina dei sani: modelli di sviluppo e strategie di comunicazione», promosso dalla Simg e dall'Associazione parlamentare per la tutela e la promozione del diritto alla prevenzione. La sedentarietà «provoca 600.000 decessi l'anno in Europa e rappresenta una delle dieci cause principali di mortalità e disabilità nel mondo. Diabete, cardiopatie, ipertensione, cancro, osteoporosi - spiega il dott. Claudio Cricelli, presidente della Società Italiana di Medicina Generale (Simg) - sono le malattie croniche che colpiscono in massa gli italiani, legate proprio a stili di vita sbagliati. La salute, infatti, si conquista e si conserva soprattutto a tavola, sin da bambini».

REGIME ALIMENTARE - «Il tradizionale modello alimentare mediterraneo - spiega Cricelli - è ritenuto oggi in tutto il mondo fra i più efficaci per la prevenzione ed è anche uno dei più vari e bilanciati. Dobbiamo rivolgere ai cittadini messaggi chiari, senza chiedere loro di stravolgere drasticamente le loro abitudini ma con consigli pratici da attuare nella vita quotidiana». Questo è quanto si propone ogni giorno la trasmissione "Benessere - Il ritratto della salute", giunta alla seconda edizione e parte integrante del progetto. In onda dal lunedì al venerdì dalle 10.50 alle 11.30 su Rete 4 fino al 24 febbraio, è condotta da Emanuela Folliero, accompagnata ogni giorno dal dott. Claudio Cricelli. «Nel programma parliamo soprattutto di prevenzione ma anche di nuove terapie, ricerca e qualità della vita - continua il presidente SIMG -, con messaggi autorevoli e certificati e il coinvolgimento diretto delle Istituzioni». Per approfondire gli argomenti trattati in video e offrire la possibilità di contattare gli esperti è attivo anche il portale che rappresenta il versante "virtuale" del progetto.

fonte:http://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/12_gennaio_26/passeggiata-salute-informa_f1a1258a-47fb-11e1-9901-97592fb91505.shtml

domenica 15 gennaio 2012

ENERGIA NUCLEARE: Leucemia, rischio doppio vicino le centrali nucleari

Il rischio di leucemia infantile aumenta del doppio in prossimità delle centrali nucleari. È quanto rivela Le Monde da uno studio sul nucleare francese, condotto da Dominique Laurier dell’Istituto Nazionale di Sanità d’oltralpe e presto pubblicato sull’International Journal of Cancer.

Il dato preoccupante emerge dall’analisi delle località in prossimità di 19 centrali nucleari francesi, dove si riscontra un numero anomalo di casi di leucemia fra adolescenti e bambini di età inferiore ai 15 anni. Nel periodo di studio dal 2002 al 2007, 14 bambini malati di cancro sono stati rinvenuti in un raggio di cinque chilometri dai reattori, quando invece la media nazionale per le zone non nuclearizzate sarebbe decisamente più bassa, ovvero la metà: 7 casi.

Le autorità francesi, tuttavia, sono caute nell’esprimere un’immediata correlazione tra il manifestarsi della leucemia e le radiazioni provenienti dalle centrali, perché lo scioccante dato rilevato in questo studio non trova identica conferma in un follow up a lungo termine effettuato nei precedenti 17 anni. Così ha affermato Jacqueline Clavel, autrice della ricerca:

Quando si considera globalmente il periodo 1990-2007, questo aumento di rischio non viene rilevato. Il collegamento fra le deboli radiazioni ionizzanti emesse dalle centrali nucleari in funzione non può essere stabilito, anche perché non è stato osservato un eccesso di rischio in alcune zone con alta esposizione da emissioni gassose dei reattori.

Secondo i detrattori, in particolare emersi sui social network, le dichiarazioni rassicuranti francesi risponderebbero più a una logica di conservazione economica che di reale interesse per la salute dei cittadini. Senza voler necessariamente appoggiare questa ipotesi estrema, effettivamente la Francia è un paese totalmente dipendente dall’energia nucleare e rinunciarvi sulla base dei rischi alla salute non risulta essere una possibilità attualmente contemplata. La notizia, tuttavia, ha comunque acceso il dibattito politico sull’inquinamento e le possibili catastrofi derivanti dallo sfruttamento del nucleare. François Hollande, candidato socialista alle presidenziali, si è dichiarato favorevole alla diminuzione della dipendenza nucleare, mentre i partiti ecologisti han richiesto un’uscita tout-court da questo tipo di approvvigionamento energetico, ipotesi entrambe rifiutate dal presidente Nicolas Sarkozy. L’Autorité de Sûreté Nucléaire, infine, ha promesso di investire capitali miliardari per la messa in sicurezza delle centrali e l’informazione verso la popolazione d’oltralpe, ancora spaventata dal recente disastro di Fukushima.

Le centrali nucleari francesi responsabili dell'incremento di leucemie infantile acute

International Journal of Cancer pubblica la ricerca "Childhood leukemia around French nuclear power plants - the Geocap study, 2002-2007" nella quale un team di ricercatori francesi dell' Institut national de la santé et de la recherche médicale (Inserm) e dell'Institut de radioprotection et de sûreté nucléaire (Irsn) riportano i risultati degli studi sui rischi di leucemia leucemia infantile acuta (Al) nei dintorni delle centrali nucleari francesi, a partire dalla ricerca Geocap dell'Inserm che include i 2.753 casi diagnosticati in tutta la Francia continentale tra il 2002 ed il 2007, geo-codificati e situati intorno alle 19 centrali nucleari francesi, e gli oltre 30.000 controlli sulla popolazione.
Lo studio ha utilizzato distanza di centrali nucleari e dose-based geographic zoning (Dbgz) , «Basata sulla dose stimata di midollo osseo in relazione agli scarichi gassosi delle centreali nucleari». E' venuto fuori che « Un odds ratio (Or) di 1.9 [1.0-3.3], basato su 14 casi, è stato evidenziato per i bambini che vivono entro 5 Km dalle centrali nucleari, paragonati con quelli che vivono lontano 20 km o più, ed un'associazione molto simile è stata osservata in concomitanti studi di incidenza (standardized incidence ratio (Sir) = 1.9 [1.0-3.2]). Questi risultati sono stati simili per tutti i 5 gruppi di anni di età . Questo persiste anche dopo le stratificazioni per alcune caratteristiche contestuali di comuni di residenza». I risultati, utilizzando il Dbgz risultato nell'Or e nel Sir, si avvicinano maggiormente. Inoltre non c'è stato un aumento dell'evidenza di leucemia acuta nel periodo 1990-2001 e per l'intero periodo 1990-2007. Secondo i ricercatori. «I risultati suggeriscono un possibile eccesso di rischi di Al nelle immediate vicinanze delle centrali nucleari francesi nel 2002-2007. L'assenza di qualsiasi associazione con il Dbgz può indicare che questa associazione non può essere spiegata con le emissioni gassose delle centrali nucleari Complessivamente, i risultati dell'inchiesta e le analisi collaborative su studi "multisite" condotti in vari Paesi evidenziano potenziali fattori di rischio legati alla vicinanza con le centrali nucleari». Infatti, lo studio pubblicato dall' International Journal of Cancer conferma quello condotto in Germania dal Registro dei cancri di Mayence nel 2008, che era giunto alle stesse conclusioni.
Réseau "Sortir du Nucléaire" spiega che «Questo studio epidemiologico rigoroso condotto da un'équipe dell'Inserme dell'Irsn, cosi come il Registre National delle malattie ematologiche dei bambini di Villejuif, dimostra per il periodo 2002-2007 in Francia un raddoppio della frequenza della comparsa di leucemie infantili: l'aumento va fino a 2,2 tra i bambini di meno di 5 anni».
«Per anni - ricorda Sortir du nucléaire, che non rinuncia a prendersi una rivincita - abbiamo visto l'Irsn lavorare allo smontaggio di tutti gli studi epidemiologici che dimostrano un impatto delle installazioni nucleari sulla salute: smontaggio dello studio di JF Viel che dimostra un eccesso di leucemie e cancri infantili intorno a La Hague: smontaggio dello studio che dimostrava eccessi di leucemie infantili intorno alle centrali tedesche. Réseau "Sortir du nucléaire", una volta tanto, non farà male a complimentarsi con l'Irsn per la sua partecipazione a questo studio epidemiologico. Anche in una situazione non accidentale, ancora una volta viene portata la prova che la tecnologia nucleare non appartiene più ad al mondo civile»

domenica 12 giugno 2011

CIOCCOLATO FA BENE AL CUORE E AIUTA A BRUCIARE I GRASSI

Da oggi sara' possibile mangiare cioccolato senza piu' sensi di colpa. Il dolce tanto amato sembrerebbe possedere proprieta' benefiche in grado, oltre che di favorire la salute del cuore, di aiutare chi lo mangia a perdere peso. A dare la buona notizia e' un libro, ''La dieta della cioccolata: come mangiare cioccolata e sentirsi bene'' che vede, tra gli autori, Lily Stojanovska, ricercatrice della Victoria University di Melbourne (Australia), che da oltre 20 anni si occupa di salute e alimentazione.

Nel libro si legge di come il cioccolato fondente di buona qualita', oltre a possedere il doppio degli antiossidanti normalmente contenuti nel vino rosso e a smorzare l'appetito, possieda la capacita' di aumentare la velocita' con la quale il nostro corpo brucia i grassi. Ricco di teobromina, e' in grado di incrementare la stimolazione muscolare, dilatare i vasi sanguigni e diminuire la pressione; inoltre aiuta Ad abbassare i livelli di colesterolo nel sangue e a ridurre l'incidenza di ictus e malattie cardiovascolari. Ma senza esagerare, precisa la ricercatrice: ''Bisogna mangiarne quantita' moderate e meglio se amaro''.

giovedì 21 aprile 2011

SALUTE: SUCCO DI FRUTTA 100% PROTEGGE CUORE E COMBATTE DECLINO COGNITIVO

Il succo di frutta puro al 100% elisir per una lunga e buona salute: e' quanto emerge dauno studio presentato dai ricercatori dell' University of California di Davis (Usa) guidati da Dianne Hyson all'Eperimental Biology 2011 in corso in questi giorni a Washington DC (fino a mercoledi'). Secondo lo studio - che e' una revisione di 60 ricerche condotte sull'argomento dal 2005 in poi - bere succo di frutta naturale al 100% puo' offrire gli stessi benefici della frutta fresca, e combattere quindi l'insorgenza di patologie cardiovascolari, declino cognitivo e alcuni tumori. ''Mentre e' universalmente accettato che l'assunzione di frutta e verdura sia protettiva, non c'e' un chiaro consenso sui benefici del consumo dei succhi di frutta - spiega Hyson - . L'analisi delle evidenze scientifiche indica che i succhi di frutta al 100% conservano importanti componenti bioattivi che possono promuovere la buona salute e l'aiuto nella prevenzione delle malattie''. Tra i succhi di frutta inclusi nella revisione, quelli alla mela, agli agrumi, ai mirtilli, all'uva e al melograno. Tra glieffetti benefici dimostrati, riduzioni delle infezioni del tratto urinario (mirtillo) miglioramento rispetto al declino cognitivo (uva e mele), riduzione del rischio di cancro alla prostata (melograno) e dei tumori dell'apparato respiratorio e digestivo (arancio, pompelmo).

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venerdì 8 aprile 2011

contaminazione in Italia: GRAVI PATOLOGIE DA IODIO 131 ARRIVATO ANCHE DA NOI

Non e' cosi' semplice dire, senza alcuna ombra di dubbio, quanto i nostri mari siano effettivamente al sicuro dalla contaminazione causata in Giappone. E' la denuncia di Marevivo che sottolinea come i radionuclidi - gli atomi instabili che decadono emettendo energia sotto forma di radiazione - riversati in mare con le acque contaminate ''mettano a forte rischio'' l'ecosistema in generale e alcune specie in particolare.

''I rischi per la biodiversita' marina - spiega Silvano Focardi, Professore di Ecologia all'Universita' di Siena e membro del Comitato Scientifico di Marevivo - sono legati alla durata e alla dimensione dell'incidente; e sono rappresentati dalla insorgenza di danni gravi che possono arrivare fino a mutazioni genetiche capaci di incidere sulle capacita' riproduttive degli organismi''.

''Per l'uomo - aggiunge - il consumo prolungato di alimenti anche debolmente contaminati, costituisce un pericolo, perche' i radionuclidi si fissano nell'organismo e, con il passare del tempo, possono determinare gravi patologie''.

Concentrazioni significative di particelle sono state misurate alle Hawaii e in California e lo iodio 131 e' arrivato anche da noi: ''Le concentrazioni rilevate in Italia sono, si dice, trascurabili e non pericolose ma - rileva Focardi - proprio per le incertezze delle informazioni pervenute finora, e' bene non sottovalutare il problema. Lo iodio 131 ha una emivita di pochi giorni, ma presenta una notevole aggressivita' per la tiroide''.

contaminazione in Italia: IN ITALIA LIEVI TRACCE IODIO131 E CESIO137 NEL FORAGGIO

Dopo i vegetali a foglia larga e il latte, in cui sono state rinvenute lievi tracce di iodio 131, l'Ispra segnala presenza di Iodio 131 e Cesio 137. Lo riferisce lo stesso Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che con il sistema delle Agenzie Regionali e delle Province Autonome per la Protezione dell'Ambiente effettua il monitoraggio della radioattivita' ambientale e che dal 12 marzo scorso ha chiesto di intensificare le misure di particolato atmosferico allo scopo di monitorare l'andamento di una eventuale presenza di radioattivita' in aria riconducibile all'incidente nella centrale di Fukushima in Giappone. I dati sono aggiornati alle 20 di ieri. In particolare, come gia' segnalato dall'istituto, i risultati delle prime misure effettuate sui vegetali a foglia larga a partire dal 30 marzo, hanno evidenziato piccole tracce di Iodio131, compresi tra 0,06 e 0,80 Bq/kg. Si evidenzia che il livello massimo ammissibile di radioattivita' stabilito dai regolamenti Euratom e' pari a 2000 Bq/kg. Sono state, inoltre, effettuate misure su campioni di foraggio che hanno evidenziato, in alcuni casi, la presenza di I-131 tra 0,49 e 2,8 Bq/kg e di Cs-137 (il livello massimo ammissibile di radioattivita' stabilito dai regolamenti Euratom per il Cesio 137 e' pari a 1250 Bq/kg) variabile tra 0,40 e 15,8 Bq/kg. Anche per queste misurazioni non e' stata rilevata la presenza di Cs-134. I risultati delle prime misure effettuate sul latte a partire dal 30 marzo, hanno evidenziato un valore molto piccolo di concentrazione di Iodio 131 variabili tra 0,30 e 1,20 Bq/l.

Si consideri che il livello massimo ammissibile di radioattivita' stabilito dai regolamenti Euratom per lo Iodio 131 nel latte e' pari a 150 Bq/l per gli alimenti per lattanti. Le concentrazioni, evidenzia l'Ispra, sono in generale accordo con quelle rilevate in altri paesi Europei.

I valori di concentrazione rilevati con le prime misure nei vegetali a foglia larga e nel latte sono notevolmente inferiori ai livelli massimi ammissibili stabiliti dai regolamenti Euratom. Si conferma conclude l'Istituto, che, sino ad oggi, la rete automatica di monitoraggio dell'intensita' di dose gamma in aria dell'Ispra non ha rilevato valori anomali rispetto alle normali fluttuazioni del fondo ambientale locale.

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giovedì 7 aprile 2011

CONTAMINAZIONE DA IODIO 131 ANCHE NEL LATTE E NELLA VERDURA ITALIANA

Tracce di Iodio 131 sui vegetali a foglia larga e latte in Italia, ma i valori riscontrati sono nettamente inferiori al livello massimo ammissibile di radioattivita' stabilito dai regolamenti Euratom. Lo riferisce l'Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che con il sistema delle Agenzie Regionali e delle Province Autonome per la Protezione dell'Ambiente effettua il monitoraggio della radioattivita' ambientale e che dal 12 marzo scorso ha chiesto di intensificare le misure di particolato atmosferico allo scopo di monitorare l'andamento di una eventuale presenza di radioattivita' in aria riconducibile all'incidente nella centrale di Fukushima in Giappone. I dati sono aggiornati alle 20 di ieri. I risultati delle prime misure effettuate sui vegetali a foglia larga a partire dal 30 marzo, si legge sul sito dell'Istituto, hanno evidenziato piccole tracce di Iodio131, compresi tra 0,06 e 0,79 Bq/kg.

L'Ispra evidenzia che il livello massimo ammissibile di radioattivita' stabilito dai regolamenti Euratom e' pari a 2000 Bq/kg. Per quanto riguarda il Cesio 137, i valori sono tra 0,07 Bq/kg e 0,66 Bq/kg e l'Istituto evidenzia che ''al momento non e' possibile correlare direttamente, sulla base di queste misure, tale presenza di Cesio 137 ai rilasci in atmosfera generati all'incidente in Giappone''. Per quanto rigarda il latte, invece, i risultati delle prime misure effettuate dal 30 marzo, hanno evidenziato un valore molto piccolo di concentrazione di Iodio 131 variabili tra 0,40 e 1,20 Bq/l.

''Si consideri - sottolinea l'Ispra - che il livello massimo ammissibile di radioattivita' stabilito dai regolamenti Euratom per lo Iodio 131 nel latte e' pari a 150 Bq/l per gli alimenti per lattanti. Le concentrazioni sono in generale accordo con quelle rilevate in altri paesi Europei''.

I valori di concentrazione rilevati con le prime misure nei vegetali a foglia larga e nel latte, conclude, ''sono notevolmente inferiori ai livelli massimi ammissibili stabiliti dai regolamenti Euratom''.

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ENERGIA NUCLEARE : A CERNOBYL LATTE E FUNGHI CONTAMINATI 25 ANNI DOPO

25 anni di distanza dal disastro di Cernobyl, una nuova ricerca di Greenpeace in Ucraina rileva alti livelli di contaminazione radioattiva in molti alimenti di base, come latte e funghi.

In un villaggio della regione di Rivnenska, ad esempio, Greenpeace ha trovato concentrazioni di Cesio-137 che nel 93% dei campioni di latte analizzati eccedono di un fattore compreso tra 1.2 e 16.3 volte i livelli previsti per i bambini in Ucraina, dove 18.000 chilometri quadrati di terreni agricoli sono stati contaminati in seguito all'esplosione e si stima che il 40% dei boschi, pari a una superficie di 35.000 km2, siano contaminati.

''A Fukushima - denuncia l'organizzazione - stiamo verificando circostanze identiche riguardo alla contaminazione del latte e delle verdure. Se vogliamo evitare disastri futuri quali quelli di Cernobyl e Fukushima, i governi devono interrompere la produzione di energia nucleare e investire nell'efficienza e in fonti rinnovabili pulite e sicure''.

lunedì 28 marzo 2011

RADIOATTIVITA' : UNA TAC PARI A 5 ANNI DI ESPOSIZIONE NATURALE

L'emergenza nucleare nella centrale giapponese di Fukushima riporta l'attenzione sui rischi per la salute legati alla radioattivita'. Ma quanti conoscono la quantita' di raggi a cui si e' esposti, ad esempio, per un banale esame radiografico? Secondo i dati dell'American College of Radiology (Acr) una radiografia al torace comporta una singola dose di 1,5 millisievert. Il sievert e' l'unita' di misura dei raggi assorbiti dai tessuti umani ed equivale a 1.000 millisievert. Una ''lastra'' e' pari a circa sei mesi di radioattivita' naturale, ovvero quello che ogni essere umano riceve dalle fonti terrestre o cosmiche di radiazioni.

In un anno il fondo di radioattivita' naturale e' pari a 2,4 millisievert. Rischi minimi, se si pensa che a quanto ricordano i radiologi le probabilita' di sviluppare il cancro si manifestano superando una contaminazione annua pari a 100 mSv.

Piu' ''invasiva'' per l'organismo umano e' la Tac, la tomografia computerizzata. Un esame ad addome e pelvi procura un'emissione di 15 mSv in una singola volta, l'equivalente di quanto si assorbe dalla natura in 5 anni. Se poi l'esame viene ripetuto due volte, con e senza mezzo di contrasto, la dose singola si raddoppia, 30 mSv in una volta, pari a 10 anni di radioattivita' naturale che secondo la tabella dei radiologi americani coincide, in questo caso, con un ''moderato'' aumento del rischio di ammalarsi di cancro durante la vita.

martedì 22 marzo 2011

CENTRALI NUCLEARI IN ITALIA : L'atomo e i costi troppo alti, non conviene

Il nucleare, questo nucleare, non convince per diversi motivi. Innanzitutto non sono escludibili eventi catastrofici a causa di fattori esterni o di errori umani. Si spera nella quarta generazione che, verso il 2030, dovrebbe portare a reattori intrinsecamente sicuri. C'è poi una valutazione economica, in quanto i costi tendono costantemente ad aumentare. Nell'ultima valutazione del Dipartimento dell'Energia Usa (Energy Outlook 2010) sugli impianti da costruire nei prossimi due decenni, l'elettricità da nucleare risulta la più cara. È il motivo per cui negli Stati Uniti sono previsti dei meccanismi di incentivazione per le nuove centrali, altro che riduzione della bolletta... Infine pesa una considerazione etica. A quasi cinquant'anni dalla prima centrale, non esiste un solo Paese al mondo che abbia realizzato un deposito definitivo per le scorie altamente radioattive. Per tutti gli oggetti che noi conosciamo - un frigorifero, un'automobile, una bottiglia - è prevista la chiusura del ciclo. Per i rifiuti nucleari, la cui pericolosità ha tempi di dimezzamento di decine di migliaia di anni, non abbiamo ancora trovato una soluzione, lasciando in questo modo alle generazioni future un velenoso regalo.

I fautori di questa tecnologia sostengono che però consente di ridurre i consumi di combustibili fossili e le emissioni dei gas serra. Vero, ma è possibile ottenere lo stesso risultato in modo più efficace e meno rischioso. Le fonti rinnovabili, considerate marginali fino a poco tempo fa, stanno crescendo a ritmi imprevedibili e i loro costi si stanno rapidamente riducendo. L'elettricità producibile dagli impianti solari ed eolici installati nel mondo tra il 2005 e il 2010 è tre volte maggiore rispetto a quella dei reattori nucleari entrati in servizio negli stessi anni. La metà della potenza elettrica installata in Europa lo scorso decennio è rinnovabile. E l'accelerazione della crescita è formidabile. La potenza fotovoltaica globale installata nel 2010 è, ad esempio, aumentata del 120% rispetto all'anno prima.

Grazie al contesto energetico così drasticamente mutato, la riflessione internazionale che seguirà all'incidente di Fukushima avrà un decorso diverso rispetto all'impatto che si ebbe dopo Chernobyl. Allora l'effetto fu quello di bloccare la crescita del nucleare senza innescare però una vera alternativa. Le fonti rinnovabili erano all'inizio del loro sviluppo e non rappresentavano un'opzione credibile, anche se le esperienze californiane, danesi, giapponesi già facevano intuire le enormi potenzialità di queste tecnologie. La potenza eolica oggi è cento volte superiore, quella solare addirittura mille volte più ampia. E i costi sono scesi drasticamente.

Tutto ciò fa ritenere che altri Paesi seguiranno la strada della Germania che aveva deciso, già prima dell'incidente giapponese, di uscire dal nucleare puntando a soddisfare nel 2050 almeno l'80% della richiesta elettrica con le rinnovabili. Una strategia lungimirante che negli ultimi anni ha consentito di raddoppiare l'elettricità verde grazie a un milione di impianti solari, eolici, a biomassa e di creare un comparto che conta 340.000 addetti, un pilastro ormai dell'economia tedesca.
Dunque, le riflessioni dopo la tragedia giapponese possono portare ad un drastico ripensamento delle strategie energetiche con un rilancio delle politiche dell'efficienza energetica e dell'utilizzo delle rinnovabili. Una strada fortemente innovativa che garantisce maggiore sicurezza energetica, riduce i rischi di cambiamenti climatici, crea imprese ed occupazione. L'Italia, che ultimamente ha ottenuto risultati interessanti nelle rinnovabili, farebbe bene a seguire questa strada.

fonte: Gianni Silvestrini http://www.corriere.it/cronache/11_marzo_17/l-Atomo-ha-Costi-Sempre-piu-Alti-non-Conviene_0723cd38-5070-11e0-9bca-0ee66c45c808.shtml

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