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sabato 21 marzo 2015

scorie radioattive Italia : mobilitazione contro il deposito di scorie nucleari in Sardegna

“Basta pane avvelenato”. Un cartellone con tre parole per dire ‘No’ al deposito delle scorie nucleari in Sardegna: e’ il grido di battaglia di associazioni e comitati per presentare le due giornate di mobilitazione in programma l’1 e 2 aprile in vista del giorno della pubblicazione dell’elenco dei siti. “E’ una battaglia che combatteremo ogni giorno   (annunciato Bustianu Cumpostu, leader di Sni, in rappresentanza del comitato No nucle)


 In poco tempo la petizione "No al sito delle scorie nucleari in Sardegna", promossa da Sardigna Libera, ha raggiunto 7.935 firme. E' diretta al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ai ministri dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, e dello Sviluppo economico, Federica Guidi, al presidente della Regione Francesco Pigliaru e agli assessori Industria, Maria Grazia Piras, e dell'Ambiente, Donatella Spano.
    Nella petizione "si diffida il governo italiano dal prendere in considerazione qualsiasi ipotesi di transito e stoccaggio di scorie radioattive nel territorio sardo" e si invita la Regione e i suoi organi preposti "a vigilare sulla tutela ambientale del nostro territorio e sulla salute dei cittadini, e a respingere concretamente qualsiasi iniziativa che possa identificare la nostra isola come possibile pattumiera nucleare nel Mediterraneo".
    Sardigna Libera ricorda che "il popolo sardo, a maggioranza, ha espresso la sua contrarietà sul nucleare con il referendum del 13 giugno 2011".

Il deposito- spiegano i movimenti in un volantino – costituiscono un pericolo permanente, rappresentano un danno all’immagine dell’isola. Non solo, c’e’ anche il fattore salute: “I primi a pagare saranno i bambini”.

martedì 6 novembre 2012

NUCLEARE ITALIA :Un nuovo carico di materiale radioattivo in transito sul territorio del nord Italia

 Un nuovo carico di materiale radioattivo in transito sul territorio del nord Italia. Il carico arriva dal deposito Avogadro di Saluggia, in provincia di Vercelli, dove si trovano ancora stoccate circa 30 tonnellate di rifiuti radioattivi.

Si tratta di 10 lamine di MTR, un combustibile irraggiato proveniente da attività di ricerca condotte nella centrale nucleare sperimentale olandese di Petten, attese a Trieste per poi essere spedite via nave negli USA, per il programma di rimpatrio del materiale nucleare strategico appoggiato dall’amministrazione di Barack Obama.

Ancora sconosciuta la data esatta del transito del convoglio: il trasporto sarebbe dovuto avvenire questa mattina all’alba, ma è stato rinviato a data da destinarsi a causa di alcuni problemi organizzativi. I sindaci dei comuni interessati dal passaggio dell’autotreno saranno avvisatoi solo all’ultimo momento.

Il trasporto, in ogni caso, dovrebbe avvenire in una notte di questa settimana. Il trasporto del materiale radioattivo percorrerà l’A4 di notte su un autotreno che per motivi di sicurezza non potrà interrompere la corsa, seguito da circa una quindicina di mezzi di scorta che lo accompagneranno lungo tutto il percorso.

venerdì 27 luglio 2012

ENERGIA NUCLEARE : Saranno le scorie il combustibile per le nuove centrali nucleari?

L'energia nucleare sembra essere stata definitivamente abbandonato dall'Italia e dalla Germania in un recente referendum, ma questo non toglie che il pericolo costituito dalle scorie radioattive in giacenza rappresenti una spia d'allarme a cui non si può non prestare attenzione.

A questo proposito c'è un progetto, finanziato dall'Unione europea e dal Belgio, che sembra avere mire molto lungimiranti nel campo energetico.
Si chiama Myrrha (Multi-purpose hybrid research reactor for high-tech applications) il nuovo progetto, appena partito in Belgio, che traformerà le scorie radioattive in nuova energia nucleare.

L'iniziativa costerà circa un miliardo di euro. Anche l'Italia, seppure la notizia non sia nota che tra gli addetti ai lavori, sta contribuendo alla sua realizzazione tramite l'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea). L'idea di fondo è creare una centrale che produca energia utilizzando come combustibile i rifiuti nucleari ereditati dai disastri del passato.

L'ENEA compie da anni ricerche inerenti a questo progetto nel centro del Lago di Brasinone, sull'Appennino settentrionale al confine tra le provincie di Bologna e Pistoia, in stretta collaborazione con il progetto belga.
Pur avendo oramai abbandonato la produzione di energia atomica probabilmente per sempre, al Belpaese è rimasto comunque il fardello delle scorie delle centrali che erano in attività. Queste continuano ad infondere i loro effetti negativi e non esiste ancora nessuna soluzione soddisfacente per il loro smaltimento definitivo. Le sostanze chimiche di scarto infatti conservano la loro radioattività per diverse centinaia di migliaia di anni e nessuno è oggi in grado di garantire il controllo di questo materiale altamente pericoloso e velenoso per periodi così lunghi.
A questo proposito infatti è necessario aggiungere che la quantità delle scorie, su scala mondiale, cresce ogni anni di circa 260 mila tonnellate. Questo materiale inoltre, spesso giace in depositi provvisori costruiti presso le centrali stesse.

Di recente, l'Unione europea ha comunicato di voler promuovere la trasformazione di scorie radioattive con la realizzazione di un acceleratore industriale. La costruzione definitiva dell'acceleratore dovrà iniziare nel 2014 sull'area del centro di ricerca nucleare Sck-Cen (Studiecentrum voor Kernenergie) situato nella città di Mol, in Belgio.
Marco Utili, in vece di portavoce di Enea, ha sottolineato il carattere innovativo del progetto, marcando l'accento sulla fase ancora progettuale in cui si trova Myrrha. Infatti l'acceleratore costruito a Mol, che avrà una potenza termica massima di 70 megawatt, dovrà entrare in funzione nel 2023. MYRRHA dovrà dimostrare che le tecnologie impiegate funzionino non solo in laboratorio, ma anche su scala di alcuni megawatt ed in caso di esito positivo la prospettiva di un'energia più sicura sarà fruibile su larga scala, con il plusvalore di annientare le scorie del passato.
Nel migliore dei casi, questa tecnologia potrebbe costituire un aiuto fondamentale per il trattamento delle scorie nucleari che normalmente devono essere sigillate ermeticamente in depositi adibiti, sorvegliati migliaia di anni.

Myrrhain questo caso avrebbe il potenziale di abbassare drasticamente il periodo di smaltimento rifiuti creando energia in impianti esponenzialmente più sicuri di quelli che abbiamo imparato a temere.

FONTE: http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2012-07-13/saranno-scorie-combustibile-nuove-200110.shtml?uuid=AbueIW7F

giovedì 24 novembre 2011

DEPOSITI SCORIE NUCLEARI IN ITALIA: NUOVO DEPOSITO SCORIE SALUGGIA DANNO ERARIALE

Vicepresidente della Commissione Lavoro della Camera), ha presentato oggi un'Interrogazione, indirizzata ai Ministri dello Sviluppo economico, dell'Economia e dell'Ambiente, chiedendo al Governo ''come si giustifichi la scelta di non individuare in modo prioritario e in tempi stringenti la localizzazione del deposito unico nazionale delle scorie nucleari e se si intende contestualmente verificare se la decisione invece di costruire a Saluggia il D2 possa costituire un danno per l'erario''.

Spiega Bobba: ''Il D2 sara' pronto entro il mese di luglio 2012, verra' riempito di materiale radioattivo, che ospitera' per dodici anni. Infatti, entro il 2025 sara' svuotato e smantellato, perche' tutto il suo contenuto (4.300 metri cubi di rifiuti) dovra' essere trasferito al Deposito nazionale.

Questo in teoria, perche' fino ad oggi nulla e' stato fatto per individuare il sito unico e c'e' il concreto rischio che il D2 non sia affatto un deposito ''temporaneo', nonostante sia stata formalmente dichiarata la non idoneita' di Saluggia ad ospitare definitivamente rifiuti nucleari. I costi del D2 si aggireranno intorno ai 15,7 milioni di euro, ovvero almeno 3.000 euro al giorno da qui al 2025. Per queste ragioni ritengo che il Governo debba pronunciarsi quanto prima sia sulla questione dell'individuazione della sede del sito unico nazionale sia sulla questione dei costi eccessivi che il D2 comportera' a carico dei cittadini''.

lunedì 6 giugno 2011

CENTRALI NUCLEARI IN ITALIA : Il nucleare che non c’è ci costa già 4 miliardi


Questa al cifra stimata per il riprocessamento del combustibile dalle scorie. Un lavoro pericoloso cui gli Usa hanno rinunciato. Ancora più esorbitanti i costi di smantellamento delle vecchie nucleare. Quasi tutte quelle attive oggi risalgono agli anni 70 ed entro il 2020 verranno chiuse Tra i molti dubbi una cosa è certa: il costo che gli italiani stanno già pagando per il “riprocessamento” del combustibile esausto e per il decommissioning (smantellamento) dei loro impianti nucleari non più funzionanti.

“Riprocessare” il combustibile significa, infatti, separare dalle scorie le parti riciclabili: l’uranio non ancora utilizzato e soprattutto il plutonio formatosi nel combustibile stesso durante il funzionamento del reattore. Si tratta di lavoro “sporco” perché presenta rischi di proliferazione dovuti al fatto che parte del materiale sia sottratto senza che ve ne sia evidenza. Per evitare questi rischi gli Stati Uniti sino ad oggi hanno scelto di non riprocessare le loro scorie, considerando il combustibile come un vero e proprio rifiuto a perdere. Molti altri Paesi sono in una situazione di attesa, cosicché – secondo i dati forniti dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica, l’Aiea – solo un terzo del combustibile nucleare irraggiato prodotto sino a oggi nei reattori di tutto il mondo è stato riprocessato, mentre tutto il resto è stoccato, in attesa dello smaltimento o della decisione circa il suo destino.

L’Italia sceglie di trattare le scorie

A differenza di questi Paesi, l’Italia ha sposato, per il combustibile esausto proveniente dagli impianti oggi fermi, la scelta del riprocessamento, una strada rischiosa e costosa, tant’è che per onorare il contratto con la francese Areva, dal primo gennaio 2007 è stata triplicata la quota della componente A2 (nella bolletta), i cosiddetti “oneri nucleari”, che hanno comportato, come dice l’Autorità per l’energia elettrica ed il gas, “un aumento dell’ordine di un punto percentuale sulla tariffa domestica”. Al netto di imprevisti, la stima degli oneri complessivi del programma di riprocessamento trasmesso all’Autorità, a dicembre 2006 e confermato a marzo 2007, ammonta a 4,3 miliardi di euro, comprensivi, sia dei costi già sostenuti dal 2001 a moneta corrente, sia di quelli ancora da sostenere a moneta 2006.

La stima dei costi per la chiusura del ciclo del combustibile è articolata in tre distinte partite:

1. la sistemazione del combustibile irraggiato delle centrali di Trino, Caorso e Garigliano ancora stoccato in Italia, del quale è previsto l’invio in Francia per il riprocessamento, con ritorno dei prodotti post-ritrattamento al deposito nazionale

2. la sistemazione della quota parte Sogin del combustibile della Centrale di Creys-Malville, per la quale è prevista la cessione onerosa a EdF, con la conseguente presa in carico da parte di Sogin del relativo plutonio presso gli stabilimenti della Areva e quindi la successiva cessione onerosa di detto plutonio

3. la sistemazione del combustibile irraggiato che, a fronte di contratti già stipulati, è stato già inviato in Inghilterra e i cui prodotti post-trattamento saranno trasferiti direttamente al deposito nazionale

Devono poi aggiungersi i costi per le attività tecniche a carattere generale, di supporto, funzionamento sede centrale e imposte. Tutti questi costi sono oggi fatti pagare agli utenti con la bolletta dell’energia elettrica.

Smantellare le centrali

La grandissima maggioranza delle centrali nucleari oggi operanti nel mondo sono state ordinate negli anni ’60 e ’70 (quelle ordinate dopo il 1979 sono pochissime) e sono entrate in servizio negli anni ‘70 e ’80. All’inizio si assegnava a una centrale nucleare una vita produttiva di trent’anni, estesa poi a quarant’anni. Entro il 2020 tutte o quasi le centrali nucleari oggi attive nel mondo compiranno quarant’anni e dovrebbero essere smantellate.

Nel caso italiano gli esperti sostengono che i costi di decommissioning (comprensivi anche del confinamento delle scorie) equivalgono a una volta e mezzo il costo di una nuova centrale. D’altra parte Francia, Inghilterra e Stati Uniti fanno valutazioni analoghe. Nel 2005 il ministero dell’Industria francese, in base a un criterio stabilito nel 1991, valutava in 13,5 miliardi di euro il costo di smantellamento del parco nucleare, ma già nel 2003 la Corte dei conti aveva valutato tale costo in una forchetta di 20-39 miliardi di euro, mentre una commissione ad hoc parla oggi di centinaia di miliardi di euro (e si capisce che i francesi, che pagano oggi il 30% in meno degli Italiani la bolletta elettrica, in realtà stanno staccando un acconto e che la richiesta di Edf al governo di un aumento di 20 euro al Mwh per il decommissioning, finisce col pareggiare già adesso il conto).

L’Inghilterra ha prodotto la sua prima stima del costo della “uscita “ del Paese dal nucleare in circa 80 miliardi di euro, una cifra gigantesca, oltre il doppio del costo di costruzione ex-novo dell’intero parco nucleare inglese. Per il governo Usa trattare i 25 reattori a minore potenza già fermi costa attorno a 500 milioni di dollari a impianto. Senza contare che lo stesso studio di previsione ritiene che occorrano almeno 50 anni di “fermo impianto” per poter consentire nei 60 anni successivi l’accesso sicuro degli operatori. Tutti rilievi e conti confermati dall’Ue, che, attraverso il Joint Research Center nel sito di Ispra (Varese), si appresta al decommissioning di Essor – un reattore sperimentale di 42 MW che ha prodotto nella sua attività 3.000 m3 di scorie – con un budget ventennale di oltre 1,5 miliardi di euro complessivi.

Da ciò si deduce che i costi “nascosti” e “rinviati” del nucleare sono ancora ben lontani dall’essersi manifestati interamente e sono dello stesso ordine di quelli di costruzione. Oggi cominciano a venire al pettine. La chiusura degli impianti che compiono 40 anni di attività, a seguito della crisi finanziaria e dei bilanci statali, viene rinviata di qualche anno, come in Germania e Spagna, ma è una necessità ineludibile. Quindi i costi (e i problemi) del decommissioning salgono alla ribalta e quelli “veri” del nucleare inevitabilmente lievitano. Potremmo dire che, per ogni euro pagato in fase di costruzione di un nuovo reattore oggi, occorre ipotecare un analogo pagamento che andrà a scadenza entro la fine del secolo.
FONTE: Mario Agostinelli Portavoce del Contratto mondiale per l’energia e il clima. L’articolo, pubblicato in anteprima da ilfattoquotidiano.it

giovedì 17 marzo 2011

INCIDENTI NUCLEARI :Canada, guasto a centrale nucleare Contaminato il lago Ontario

Misurate tracce di trizio in quantità inferiori alla soglia considerata pericolosa per la salute delle persone.
Migliaia di litri di acqua radioattiva sono finiti nel lago Ontario, in Canada, a causa di un incidente in un impianto nucleare.

TORONTO - La centrale nucleare di Pickering a 25 chilometri dalla città canadese di Toronto ha riversato nel Lago Ontario 73mila litri di acqua contaminata. Lo ha reso noto la società che gestisce l'impianto, la Ontario Power Generation, dopo averne informato le autorità competenti. Mercoledì l'acqua contaminata è stata «non intenzionalmente» riversata nel lago. Sono state misurate tracce di trizio nell'acqua, ma in quantità molto inferiori alla soglia considerata pericolosa per la salute delle persone. «Dal punto di vista normativo, è un evento di importanza molto bassa. Non vi è alcun impatto sull'acqua potabile», ha spiegato la Ontario Power, assicurando che il malfunzionamento al sistema di scarico è stato nel frattempo risolto.

LA GUARNIZIONE - La centrale nucleare di Pickering, una delle cinque in Canada, è situata a 25 chilometri da Toronto, la città più popolosa del Paese con 2,6 milioni di abitanti. La fuga di materiale radioattivo, provocato da un difetto nella guarnizione della pompa, è stata fermata non appena individuata . «Da un punto di vista normativo, si tratta di un evento a un livello (di pericolosità) molto basso: non c'è alcuna consequenza sulla qualità dell'acqua potabilità», ha detto la società.

mercoledì 5 gennaio 2011

scorie radioattive: container radioattivo a Genova, c’è un piano segreto??!!


Da luglio del 2010 su un molo di Voltri, circondato da una barriera di container pieni di acqua e pietre, è fermo in attesa di bonifica un contenitore con cobalto radioattivo, probabilmente prodotto di residui sanitari. Sei mesi di vertenze e scioperi, adesso la decontaminazione è annunciata per febbraio.

Nessuno può avvicinarsi a quel container da mesi. E nemmeno dovrebbero farlo i pescatori della domenica, che si arrampicano, nonostanti i divieti dell’Autorità portuale, sugli scogli al limitare dei piazzali del terminal per appollaiarsi con le loro canne a qualche metro dal pericolo. Il container sprigiona radiazioni. Da una misteriosa e ancora non identificata scatoletta di cobalto, capace di rilasciare raggi gamma per chilometri se lasciata a cielo aperto. Invece è sigillata, tra le pareti di un parallelepipedo di lamiera isolato in mezzo a un’area del porto liberata da tutto e tutti: dagli operatori e dai visitatori occasionali su gomma. È laggiù, in quarantena sul cemento del sesto e ultimo modulo del porto di Pra’ Voltri, il nuovo incubo del ponente genovese. È il container radioattivo, sbarcato a Genova il 14 luglio scorso da una nave di Msc proveniente dal Medio Oriente e destinato a un’azienda dell’Alessandrino, finito in gran segreto al centro di un intrigo internazionale, giudiziario e amministrativo, che ha alimentato inquietudine tra gli abitanti e persino una serie già nutrita di leggende metropolitane, dopo aver suscitato l’interesse concreto dell’apparato dei servizi di sicurezza nazionale.

UN CONTAINER radioattivo che a 100 metri di distanza emette valori cinque volte superiori al "fondo naturale" (quelli che normalmente si rilevano). E' fermo nel porto di Voltri dal luglio scorso, quando l'allarme scattò durante una verifica dei tecnici del Terminal: gli indicatori degli strumenti dedicati alla ricerca di materiali radioattivi impazzirono, sul posto furono chiamati i vigili del fuoco e gli esperti dell'Azienda regionale. Il container fu isolato, allontanato dal cuore delle attività portuali e collocato su un molo del cosiddetto "Sesto Modulo", in attesa di interventi di bonifica che - fu garantito - sarebbero stati rapidissimi. Dopo sei mesi di scioperi e vertenze, lavoratori e città aspettano ancora.

L'Unità Tecnica Complessa Regionale dell'Arpal ha sempre assicurato che le emissioni radioattive non sono elevate, ma ha comunque suggerito "le opportune attenzioni". Fu lo speciale Nucleo Batterio-Chimico-Radioattivo dei vigili del fuoco ad individuare la natura del materiale: cobalto-60, proveniente da una "sorgente" utilizzata dalle strutture sanitarie per la cobaltoterapia, oppure da industrie che eseguono controlli non distruttivi sui metalli, cioè radiografie. Il container era arrivato in nave a Genova da Gedda - Arabia saudita - con uno scalo intermedio nel porto di Gioia Tauro. Conteneva ufficialmente materiali ferrosi, e fu sbarcato al Vte il 14 luglio. L'importatore era un'azienda della provincia di Genova. La prevista decontaminazione di rimando in rimando sarebbe ora slittata a febbraio, con l'intervento di un robot.

Nell'attesa, il container radioattivo è rimasto fermo a Voltri. La magistratura ha in corso un'inchiesta. Secondo un preventivo fornito da una ditta specializzata di Milano i costi della bonifica dovrebbero aggirarsi intorno agli 800.000 euro, forse un milione.


Il rischio è remoto, ma non si vogliono mettere in pericolo vite umane. È il motivo della cautela con cui viene affrontato il caso del container radioattivo che si trova, dallo scorso luglio, al terminal genovese di Prà-Voltri.

I tempi, le circostanze, le modalità con cui il container è approdato a Genova suggeriscono un supplemento di precauzione. Ed è per questo che il contenitore sarà super-blindato, e aperto solo da un robot.

Ma quali sono i motivi che hanno indotto le autorità italiane a fare, di questo, un caso unico nella storia degli allarmi radioattivi? Bisogna andare all’indietro. Alla metà dello scorso anno, quando gli Stati Uniti mettevano in guardia il mondo intero proprio mentre il container radioattivo, proveniente da Ajman con il suo contenuto di rame e cobalto, viaggiava verso Genova: «Al Qaeda sta organizzando attentati con “bombe sporche” contro l’occidente. È prudente evitare luoghi affollati come i monumenti simbolo delle metropoli», diceva Barack Obama, citando fonti del suo apparato di sicurezza. “Bombe sporche”, ordigni di cui il cobalto 60 può essere, insieme con l’esplosivo tradizionale, uno dei componenti.

In quegli stessi giorni, nel porto calabrese di Gioia Tauro, dove avrebbe fatto scalo la nave Malaga di Msc, bandiera tedesca e destinazione Genova, era incorso una maxi operazione anti-terrorismo, condotta dalla Direzione investigativa Antimafia con la partecipazione, mai confermata ufficialmente, ma certa, della Cia. Si cercavano contenitori carichi di esplosivo,T4, tritolo, la stessa carica che fece saltare Falcone e Borsellino, con le rispettive scorte. Esplosivo che fu trovato il mese successivo, e in enorme quantità: sette tonnellate.

Ecco il perché della mobilitazione che sta tenendo in ansia Genova.

fonti : http://genova.repubblica.it, http://www.ilsecoloxix.it

martedì 26 ottobre 2010

SCORIE NUCLEARI: Il mare nucleare della Scozia. Spiagge contaminate e un Rov a caccia di hotspot radioattivi sui fondali


All'inizio di agosto il pontone "Mothership" ancorato a a 550 metri al largo della centrale nucleare di Caithness a Dounreay, in Scozia, ha calato un Remotely operated vehicle (Rov) delle dimensioni di una piccola ruspa che ha già trovato 279 "particles", o hotspot, di cui 40 considerati a un rischio "significativo" per la salute. Negli ultimi due mesi sono stati recuperati 255 hotspot.

Il robot sottomarino lavora 24 ore su 24, assistito sul pontone da 22 lavoratori, ed ha fino ad ora esaminato quasi tutti i 31 acri di fondale previsti per le tre campagne estive, un'area grande quanto 17 campi di calcio. La ricerca, che continuerà anche questo mese, fino ad ora è costata 1 milione e 500 mila sterline, senza comprendere il costo del Rov che è di 800 mila sterline. In tutto si prevede di indagare su 40 acri di fondali (100 ettari).

Un portavoce di Dounreay ha spiegato a "The Scotsman": «Sappiamo che non è realistico aspettarsi di recuperare ogni singola "particle " che è stata rilasciato. Tuttavia, nell'ambito della bonifica del sito, stiamo facendo il massimo sforzo possibile per recuperare il maggior numero delle "particle " più pericolose».

Nel 2009, in un'operazione minore svolta su 118 acri di fondale marino, sono state recuperate 115 "particelle" di Cesio 137, tra cui 28 reperti considerati "significativi", provenienti dalle barre di combustibile nucleare ritrattato, residui che sono finiti tranquillamente negli scarichi liquidi a mare per quasi 30 anni, finendo anche sulle spiagge di Dounreay. E' da oltre un quarto di secolo che i frammenti di combustibile nucleare irraggiato scaricato in mare negli anni '60 e '70 davanti a Dounreay stanno causando una forte preoccupazione, ma la dimensione e la gravità del problema sono venute fuori solo alla fine degli anni '90, dopo un'indagine svolta dall' UK Atomic energy authority. Le "particles" vennero rimosse dalle spiagge, ma nessuno indigo du cosa aveva scaricato la centrale nucleare sul fondo del mare. Subito si pensò addirittura di utilizzare dei subacquei per mappare l'area più inquinata e rimuovere il materiale radioattivo, ma poi si capì che era troppo pericoloso.

Solo nel 2007, dopo una consultazione in due anni, è stato si è deciso di rimuovere i materiali più pericolose in mare aperto, intanto si è continuato a bonificare le spiagge recuperando le "particles". Il Rov che sta setacciando i fondali al largo di Dounreay e un "tracked seabed crawler" basato sulla tecnologia svioluppata dall'industria d petrolifera/gasiera offshore, é dotato di un "7ft-wide detection system" capace di trovare frammenti di materiale radioattivo fino a due piedi sotto i sedimenti. Gli "hotspots" vengono stoccati in due tank, per poi venire riportati in superficie sul pontone che li porta alla centrale nucleare per analizzarli.

Nell'area interessata dalle ricerche ci dovrebbero essere almeno 700 "particles" radioattive, 200 delle quali sarebbero ad alto rischio per la salute umana. Secondo le cifre ufficiali, negli anni passati sono stati recuperati dai fondali marini davanti alla centrale di Caithness 1.100 campioni radioattivi e ne sono stati ritrovati altri 400 ritrovati in secche e banchi in mare aperti.

Il lavoro fa parte della dismissione della vetusta e pericolosa centrale di Dounreay che richiederà altri 15 anni ed un costo complessivo valutato fino ad ora in 2,6 miliardi di sterline. La Bbc sottolinea che i contribuenti britannici stanno pagando milioni di sterline solo «per correggere gli errori nucleari del passato».

Bill Thomson, del Dounreay site restoration limited (Dsrl) è incaricato dell'intera operazione di bonifica e spiega a Bbc Scotland: «E' stata un'operazione storica che era stata rappresentata come perfettamente accettabile al tempo in cui è stata realizzata. Le cose cambiano, abbiamo trovato questa roba e abbiamo deciso che dovevamo fare qualcosa al riguardo. Il pubblico ha deciso che dovevamo fare qualcosa di "fine", che è quello che facciamo». Il recupero del materiale radioattivo deve fare i conti spesso con le pessime condizioni del mare di Pentland Firth che limitano il tempo disponibile per le attività di recupero .

Intanto a terra continua lo smantellamento della centrale nucleare e niente, nemmeno la cupola che era diventato un elemento "storico" e cospicuo del paesaggio, rimarrà in piedi, «Gli esperti - sottolinea la Bbc - dicono che il rischio di radiazioni nucleari è troppo grande per consentire l'accesso del pubblico per i prossimi 300 anni».

Mentre succede tutto questo in Gran Bretagna molti continuano a dire che il nuclear fast reactor programme è stato un grande successo, ma ora i costi e i rischi lasciati in eredità da quel progetto abbandonato sono molti di più di quelli che avevano immaginato i suoi progettisti ed i politici che lo hanno reso possibile.
FONTE: http://www.greenreport.it/_new//index.php?page=default&id=6940

mercoledì 20 ottobre 2010

centrali nucleari in Italia : riaccesi i due reattori sperimentali presso il Centro di Ricerche Enea Casaccia, vicino Roma


Il ritorno del nucleare in Italia, dopo il referendum del 1987, ha una data di inizio. Oggi. Sono stati infatti riaccesi i due reattori sperimentali presso il Centro di Ricerche Enea Casaccia, vicino Roma, che rappresentano di fatto il simbolo del ritorno del nucleare in Italia. I due reattori, chiamati Triga e Tapiro. La ripresa del funzionamento avviene in occasione dei 50 anni del centro della Casaccia.

Negli ultimi anni, in realtà, i reattori Triga Rc-1 (Training, Research, Isotopes, General Atomics-Reattore casaccia 1T) e Tapiro (Taratura Pila Rapida a potenza 0) non sono mai stati del tutto “silenziosi”. Sono stati infatti utilizzati in altri ambiti, come la medicina nucleare.

Il Centro di ricerche della Casaccia torna così ad essere il cuore della ricerca applicata sulle applicazioni pacifiche dell’energia nucleare in Italia, come lo era stato all’epoca della sua istituzione, nel 1960. In quello stesso anno era nato il Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare (Cnen) con il compito di promuovere la ricerca sugli impianti nucleari. Il Cnen è diventato Enea all’inizio degli anni ’80, affiancando la ricerca sul nucleare a quella sulle energie alternative e sull’impatto ambientale della produzione energetica. Dopo l’incidente di Chernobyl il referendum del 1987 ha bloccato la produzione di energia nucleare in Italia, ma in questi 23 anni la ricerca sul nucleare in Italia non si è mai fermata e, nella Casaccia come in molte università e aziende italiane, molti esperti hanno continuato a lavorare in questo campo, anche a livello internazionale.

E intanto l’Ansa riporta delle proteste dei Verdi. Una “farsa”: così definiscono la giornata sui 50 anni del Centro di Ricerche Enea Casaccia, i Verdi che hanno indetto una protesta all’esterno del centro dove sono stati riaccesi i due reattori sperimentali Triga e Tapiro. Una quindicina in tutto, con le tute bianche, i Verdi hanno cartelli con le scritte “Sì al solare, no al nucleare” e “Solare, sì grazie”. C’é anche un cartello con una foto del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, colorato di verde e la scritta “Berlusconi radioattivo”. “Il governo si appresta ad avviare il nucleare, vedremo quando e dove, come un’economia di Stato finanziata con tasse che gli italiani pagheranno”, ha detto il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli. “E’ incredibile – ha aggiunto – che si faccia questo all’Enea, l’ente che doveva condurre la ricerca sulle energie alternative. Si riattivano vecchi reattori, ma l’Enea non dice che 63 chilogrammi di plutonio e 6.300 chilogrammi di scorie radioattive si trovano nei capannoni della Casaccia senza alcuna precauzione”

fonte: http://www.gliitaliani.it/2010/10/alle-porte-di-roma-riaccesi-dopo-anni-due-piccoli-reattori-nucleari-sperimentali-dellenea/

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I VERI COSTI DEL NUCLEARE

mercoledì 13 ottobre 2010

scorie nucleari : Edf autorizzata a scaricare in mare e nell’aria 20.000 miliardi di becquerel *di trizio all'anno


Secondo Channelonline.tv, la televisione delle Isole britanniche del Canale della Manica (Channel Islands: Jersey, Guernensey, Alderney ed Herm), «Il governo francese ha dato il via libera a Electricité de France per aumentare la quantità di trizio radioattivo negli scarichi in mare ed aria a Flamanville (Nella foto), sulla costa della Normandia. In futuro i due reattori nucleari di saranno in grado di scaricare altri 20.000 miliardi di becquerel* di trizio all'anno». Edf a Flamanville gestisce il sito del nuovo European pressurised reactor (Epr) che dovrebbe essere operativo nel 2014, lo stesso tipo di reattori su cui punta il nostro governo per il "rinascimento" nucleare italiano.

Gli abitanti delle isole del Canale sono molto preoccupati, ma l'Autorité de sûreté nucléaire (Asn) il 5 ottobre li assicurava che «la soglia massima degli scarichi autorizzati in mare sarà bassa». Il concetto di "basso" sembrerebbe molto elastico: secondo il decreto apparso sul Journal Officiel (la Gazzetta Ufficiale francese) del 22 settembre, al minimo, l'autorizzazione di scarico di trizio in mare passa da 60.000 Gbq (gigabecquerl) a 80.000 all'anno per i due reattori attuali di Flamanville, ma secondo l'Asn il decreto dovrà essere rivisto perché contiene imprecisioni. In un'intervista concessa qualche giorno fa all'Afp dopo una riunione informativa della Commissione locale della centrale di Les Pieux, adiacente a Flamanville, il capo-divisione di Caen dell'Asn, Thomas Houdré, ha spiegato che «Ad esempio il testo, in un diagramma di flussi di attività delle ciminiere, fa riferimento a dei Bq/annno (becquerels all'anno) mentre dovrebbe menzionare dei Bq al secondo. Ma i limiti indicati sono buoni».

La cosa non convince per nulla ambientalisti, pescatori e cittadini visto che, se si comprende l'Epr in costruzione a Flamanville, la soglia passa a 120.000 Gbq, e l'ex eurodeputato Verde francese Didier Anger, denuncia il «Non rispetto della Convenzione Ospar, firmata dalla Francia e mirante a ridurre a zero gli scarichi radioattivi nell'Atlantico del nord». Si tratta della stessa London Convention for the protection of the marine environment of the North-East Atlantic, fermata dalla Francia nel 1998, che i governi autonomi delle piccolo isole inglesi della Manica pretendono che il governo di Parigi rispetti

Ma il decreto francese prevede anche l'eventuale utilizzo di un nuovo tipo di combustibile nucleare ad "haut taux de combustion" (Htc) che dovrebbe portare i limiti, Epr incluso, a 150.000 Gbq/anno, «Sono due volte e mezzo la soglia attuale», fa notare Anger.

Secondo Houdré è tutto a posto visto che «Flamanville è la sola centrale a vedere rivalutati i suoi limiti di scarichi di trizio in mare, finora molto più bassi che in altre centrali e che erano estremamente complicati da rispettare». Et voilà: siccome è complicato, si alzano i limiti e si scarica tutto in mare in violazione di un accordo internazionale!

l'Association de contrôle de la radioactivité dans l'ouest (Acro) fa anche presente che riguardo all'aumento dei limiti degli scarichi di trizio autorizzati nell'aria, più 60% a 8.000 GBq/anno, «E' stato sottostimato il valore scaricato fino ad adesso a Flamanville». Houdré cerca di smorzare la polemica: «Le soglie del trizio sono i soli limiti degli scarichi radioattivi ad essere stati elevati, nel decreto gli altri (carbonio 14, iodio) calano. L'impatto del trizio resta basso riguardo agli altri radioelementi».

In realtà gli esperti e la stessa Asn ammettono che sulla questione non esiste un consenso e lo stesso Houdré ammette che «Una maggioranza di opinioni considera che l'impatto del trizio oggi sia senza dubbio sottostimato». Anger è certo che i limiti sono già stati abbondantemente superati: «I livelli di inquinamento veri di Flamanville sono almeno 150.000 GBq all'anno».

Il trizio in realtà non è un prodotto quasi innocuo come vorrebbe presentarlo Edf: rappresenta un rischio quando di contaminazione radioattiva se viene inalato, ingerito per via alimentare o acqua, o assorbito attraverso la pelle, l'unica cosa "positiva" è che rimane pericolosamente radioattivo per anni "solo" 15 o 20 anni. Niente a paragone delle scorie radioattive e delle oltre 80 tonnellate di plutonio che Areva ha stoccato nel sito nucleare di Cap de la Hague, sempre sulla costa della Normandia, e che resteranno radioattive per milioni di anni.
fonte: http://www.greenreport.it/_new//index.php?page=default&id=7095

*Becquerel
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il becquerel (simbolo Bq) è l'unità di misura del Sistema internazionale dell'attività di un radionuclide (spesso chiamata in modo non corretto radioattività), ed è definita come l'attività di un radionuclide che ha un decadimento al secondo. Perciò dimensionalmente equivale a s-1.

1Bq equivale ad 1 disintegrazione al secondo.

Equivalenze rispetto alle vecchie unità:

* 1 Rd = 106 Bq = 1 MBq
* 1 Bq = 2,7×10-11 Ci = 27 picocurie

Il becquerel deve il suo nome a Antoine Henri Becquerel, che nel 1903 vinse il premio Nobel insieme a Marie Curie e Pierre Curie per il loro pionieristico lavoro sulla radioattività.
Prefissi [modifica]

Come per ogni unità di misura del SI, al Bq possono essere aggiunti dei prefissi. Comunemente sono usati questi multipli: kBq (kilobecquerel, 103 Bq), MBq (megabecquerel, 106 Bq), GBq (gigabecquerel, 109 Bq), TBq (terabecquerel, 1012 Bq), e PBq (petabecquerel, 1015 Bq). Nelle applicazioni pratiche, 1 Bq è un'unità troppo piccola, perciò è frequente l'utilizzo dei prefissi. Per fare un esempio, il potassio naturale, presente nel corpo umano, produce 4.000 disintegrazioni per secondo, ovvero ha una attività di 4KBq.[1] La bomba atomica si Hiroshima, si stima abbia prodotto 8×1024 Bq.[2]

giovedì 30 settembre 2010

ENERGIA NUCLEARE: I VERI COSTI DEL NUCLEARE


E’ iniziata in Ucraina la realizzazione di una grande opera pubblica: un sarcofago nuovo di zecca per il sito della centrale nucleare di Chernobyl, dove il 26 aprile 1986 il reattore n. 4 esplose rilasciando nell’atmosfera grandi quantità di vapore radioattivo. All’epoca la nube tossica si diffuse in tutta l’Europa e fu riportata a terra dalle piogge: le particelle radioattive possono essere ancora rilevate a circa 10 centimetri dalla superficie.

Non esistono ancora stime sul numero delle vittime dell’incidente e non potranno aversene di concrete prima del 2016: gli agenti patogeni contenuti dalla nube sono persistenti ed i loro effetti vengono trasmessi di generazione in generazione. Ed anche per i costi economici del disastro, il vostro cronista non è a conoscenza di alcuno studio di valutazione.

E’ noto che per due settimane tecnici, vigili del fuoco, maestranze e piloti dell’aviazione russa lottarono per arrestare l’emissione di vapore radioattivo, realizzando sul nocciolo fuso del reattore quello che è stato chiamato sarcofago, ottenuto ricoprendolo con sabbia a base di boro, silicati, dolomia e piombo e poi sigillando il tutto con calcestruzzo; che da allora le poche centinaia di persone che vivono a Chernobyl (i 350.000 abitanti della città sono stati evacuati) lavorano alla rimozione delle scorie nucleari; che oggi un nuovo sarcofago sarà realizzato per un costo che supera il miliardo di euro; e che sicuramente si dovrà intervenire in futuro perché le reazioni nucleari incontrollate continueranno sotto terra per migliaia di anni.

Quanto agli effetti della nube tossica, il cesio-137 è il principale agente radioattivo di Cernobyl. Esso ha un tempo di dimezzamento di 30 anni e, pertanto, dovranno passare generazioni prima che la sua azione cessi. Gli effetti saranno in funzione della distanza dal sito e dall’andamento delle condizioni meteoriche nei giorni di rilascio della nube, esattamente dal 26 aprile al 10 maggio 1986.

Nell’intera Ucraina le verdure oggi consumate, almeno quelle consumate dai più abbienti, vengono importate. Una curiosità: sembra che la Germania spenda qualcosa come 250.000 euro l’anno per risarcire i propri cacciatori di orsi, che sono costretti a consegnare una quota parte delle loro prede perché radioattive e da destinare all’incenerimento.

Siamo ormai alla terza o alla quarta generazione di centrali nucleari ed al cittadino viene detto che sono più che sicure e che il costo dell’energia, grazie a loro, diminuirà notevolmente. Eppure, se qualcosa non va, non esiste ancora un pulsante da azionare per spegnere un reattore nucleare fuori controllo. E, quando questo dovesse accadere, sarebbe una nuova Chernobyl con i suoi ineludibili immani costi, oltre che umani, sociali ed ambientali, anche economici.

Piuttosto che far comunella con i francesi per costruire nuove centrali nucleari, forse sarebbe meglio comperare qualche piumone e qualche maglione di più per diminuire la temperatura delle nostre abitazioni d’inverno; e convincerli, i francesi, a smetterla anche loro con l’atomo perché Chernobyl non conobbe frontiere. Dal rapporto di Greenpeace sull’incidente nucleare, rapporto di pubblico dominio: «Almeno altri 14 paesi europei [oltre a Ucraina, Bielorussia e Russia] (Austria, Svezia, Finlandia, Norvegia, Slovenia, Polonia, Romania, Ungheria, Svizzera, Repubblica ceca, Italia, Bulgaria, Repubblica di Moldova e Grecia) sono stati contaminati da livelli di radiazione superiori al limite di 1 Ci/m quadrato utilizzato per definire le aree 'contaminate'"».

Forse nessuno sarà mai in grado di sommare assieme tutti i costi della catastrofe nucleare di Cernobyl; e proprio questo motivo le teorie economiche dei fautori dell’atomo e le loro esortazioni alle «magnifiche sorti e progressive» non convincono affatto il cittadino.
fonte : http://www.agoravox.it/I-veri-costi-del-nucleare.html

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venerdì 24 settembre 2010

scorie nucleari : Cinquanta comuni idonei per le scorie nucleari. Ecco la mappa dei siti possibili

Apriti cielo. La mappa delle possibili collocazioni del deposito per i residui atomici,
ha innescato la slavina prevedibile di dichiarazioni indignate e di comunicati stampa furenti. Chi vuole il generoso centro ricerche e il superbo parco tecnologico con annessi ben due stoccaggi di rifiuti nucleari? (Un deposito per le scorie a breve e media radioattività e uno per i residui a lunga attività). Le risposte possono essere riassunte con la locuzione «non qui».

Ma a qualcuno piace il progetto. Quaranta tra aziende e istituzioni – anche colossi dell'energia – sarebbero interessate a entrare nel centro ricerche e deposito atomico, non come costruttori ma soprattutto per aprirvi laboratori e attività di studio.

I luoghi ritenuti idonei secondo i criteri dell'Aiea adottati dalla Sogin, la società pubblica del nucleare, sulla base degli stessi standard che erano stati utilizzati dalla task force dell'Enea nel 2003 e dal gruppo di lavoro stato-regioni nel 2008. Rispetto alla cartina di ieri, nella mappa di oggi è stato adottato un criterio aggiuntivo di selezione scelto dalla Sogin: l'impianto avrà bisogno di 300 ettari, e così le zone indicate sul disegno qui a destra sono solamente quelle che hanno un'area di almeno 300 ettari. Qui ci sono i 52 comuni della lista finale.

Perché tanta emotività contro il progetto? Per Stefano Saglia, bresciano, sottosegretario allo Sviluppo economico, i comuni che si candideranno a ospitare gli impianti avranno vantaggi appetitosi. «L'idea del parco tecnologico è una felice intuizione perché il deposito delle scorie derivanti dalle attività nucleari diventa un polo molto attraente». Ci sono molte esperienze di successo nel mondo. «La Sogin ha potuto seguire quanto hanno fatto per esempio in Francia, Spagna e Olanda, dove gli impianti sono luoghi frequentati da visitatori e affollati di ricercatori. Il progetto della Sogin parla di un grande laboratorio di ricerca in cui saranno anche ricoverate le scorie ma dove soprattutto si esercita un'attività scientifica e divulgativa di forte attrazione, come testimonia il caso dell'uisine nucléaire di Le Hagues, in Francia, visitata da migliaia di persone al giorno».

La Sogin ha condotto il suo lavoro di analisi con tempismo perfetto. «La legge dava tempo fino al 23 settembre perché la Sogin completasse lo studio, e la società ha svolto perfettamente il suo ruolo – aggiunge Saglia – come aveva sottolineato il ministro a interim dello Sviluppo economico, Silvio Berlusconi, nella lettera in cui spiegava che la data di consegna non è prerentoria. La mappa, cioè la carta nazionale delle aree potenzialmente idonee, dovrà essere esaminata dall'agenzia della sicurezza nucleare e sarà sottoposta alla valutazione ambientale strategica. Poiché non si possono ancora svolgere queste due tappe fondamentali, va da sé che il documento – specifica il sottosegretario – è una tappa del percorso, e se l'agenzia cambierà i criteri l'elenco potrebbe dare risultati diversi».

Il problema da affrontare non è solamente per le centrali future. «Stiamo lavorando a un progetto che purtroppo tarda da 20 anni. Il programma nucleare del governo ha permesso di riaprire la ricerca di una soluzione per un problema non risolto in 20 anni: oggi l'eredità nucleare e le scorie radioattive che si generano da attività industriali e sanitarie è distribuita fra moltissimi depositi sparsi per l'Italia. Il progetto del deposito nazionale ha un aspetto innovativo – aggiunge Saglia – e cioè che quando sarà completato l'iter di selezione metteremo in competizione i territori che vorranno ospitare gli impianti. Il parco tecnologico e il deposito producono occupazione di alta qualità, e non solo per la costruzione (500 persone per 10 anni) ma anche perché la località diverrà una piccola capitale della ricerca».

La strategia nucleare del governo – un documento agile – è sostanzialmente pronta e la sua ufficializzazione formale dipende dall'insediamento dell'agenzia di sicurezza nucleare. Il prossimo Cipe potrebbe anche delineare le scelte tecnologiche da adottare per le centrali, ovvero i reattori Epr della francese Areva (per i progetti di EdF ed Enel) e probabilmente la tecnologia statunitense Westinghouse (per la cordata di Eon con Gaz de France Suez); escluse forse altre soluzioni, come i reattori canadesi Candu oppure i Vver russi.

Una veloce selezione dei commenti di ieri rischia di essere ripetitiva: se ne sceglie qualcuno. Ecco le regioni più coinvolte: «Mi opporrò a ogni ipotesi di nucleare», sbotta il presidente della Toscana, Enrico Rossi; «Avranno la più civile, pacifica e partecipata reazione popolare della storia pugliese», aggiunge Nichi Vendola dalla Puglia; «Nulla verrà fatto senza la condivisione dei territori interessati», dice più conciliante il presidente della Basilicata Vito De Filippo; in Lazio insorgono tra gli altri anche i dipietrini e Sinistra ecologia libertà. Protestano per la segretezza dei dati la Legambiente e Greenpeace. Più sereno il leghista piacentino Stefano Cavalli: «Chi, come me, è di Caorso, sa bene quanti problemi e preoccupazioni derivano dall'abitare in prossimità di queste istallazioni, ma la scelta dei siti non sarà imposta dall'alto ma concordata con regioni e comuni».
fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2010-09-23/alta-tensione-nucleare-ecco-223631.shtml?uuid=AYrtMxSC
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SITI DI STOCCAGGIO SCORIE NUCLEARI IN ITALIA: Il bluff del nucleare

Sono 52 le aree individuate dalla Sogin per il deposito delle scorie radioattive. Tenute segrete per volontà di Berlusconi, rischiano di diventare un caso politico. Gli ambientalisti: rendetele pubbliche.


Esiste ed è chiuso dentro una cassaforte. È il documento che toglie il sonno a cittadini, amministratori e, da ieri, anche a qualche manager dello Stato. È la lista dei 52 aree individuate dalla Sogin, la società controllata dal Tesoro per la gestione degli impianti nucleari, per il deposito delle scorie nucleari di media e alta intensità, da costruire accanto ad un parco tecnologico. E, per volere di Silvio Berlusconi – in veste di ministro dello Sviluppo economico ad interim -, dovrà rimanere segreta. Anche se, ieri, Corriere della Sera e Sole 24 Ore ne hanno anticipato parte del contenuto. Le zone indicate nel documento della Sogin si troverebbero nel Viterbese, in Maremma, al confine tra Puglia e Basilicata, tra Puglia e Molise, sulle colline emiliane, nel piacentino e nel Monferrato.

Un lavoro, sottolineano gli esperti, che si è svolto per esclusione. Eliminando cioè le aree ritenute oggettivamente inadatte come le località di alta montagna, le zone troppo abitate, i terreni con rischio sismico rilevante e i luoghi soggetti a frane o allagamenti. A sorpresa, nel documento non sarebbero comprese la Sicilia e la Sardegna, due regioni che in un documento del 1979 – la madre di tutti i lavori sull’individuazione di potenziali siti nucleari - ed elaborato dal Comitato nazionale per l’energia nucleare (Cnen) erano invece presenti. Venivano infatti presi in considerazione alcuni tratti della costa meridionale della Sicilia e alcune zone costiere di Ogliastra, della provincia di Nuoro e di Cagliari, per la Sardegna.


Secondo le anticipazioni, in ogni caso, la scelta del sito dovrebbe avvenire con una sorta di asta: la comunità che accetterà di ospitare le scorie verrà ricompensata con forti incentivi economici. Mentre alla Sogin a fatica nascondono il disappunto circa la divulgazione della notizia, che molti considerano «un complotto per screditare il nostro lavoro», dai territori e dall’opposizione si alza forte la voce della protesta. Che il sottosegretario allo sviluppo economico Stefano Saglia cerca di placare. Riferendosi allo studio, lo ritiene «un ottimo lavoro, ma rappresenta la base di partenza per una decisione che intendiamo prendere ma non oggi».

«Siamo prontissimi ad accoglierli, non specifico come – ha dichiarato il Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola -. Mentre devono sapere che noi lotteremo in generale contro la follia del nucleare e qui in Puglia con la massima serenità: avranno la più civile, pacifica e partecipata reazione popolare della storia pugliese». Vito de Filippo, governatore della Basilicata, «per evitare quella che sembra essere diventata una triste roulette russa sull’allocazione del deposito per le scorie nucleari» chiede «un’affermazione chiara da parte di chi ha la responsabilità di guidare questo Paese: che nulla verrà fatto senza la condivisione dei territori interessati».

Sullo stesso tenore si sono levate voci contrarie anche dal lazio e dalla Toscana. A chiedere l’immediata pubblicazione della lista è anche il presidente nazionale dei Verdi Angelo Bonelli che si chiede inoltre «con quali criteri siano stati definiti i siti, visto che l’Agenzia per la sicurezza nucleare non esiste nemmeno sulla carta, non è stata avviata alcuna procedura di Valutazione ambientale e l’intero piano d’identificazione dei siti deve essere sottoposto a Valutazione ambientale strategica . Come al solito – aggiunge Bonelli - per quanto riguarda il nucleare si procede a colpi di leggi non concertate che non coinvolgono i cittadini e gli enti locali, secretando i documenti e con procedure che non tengono conto degli obblighi normativi, alcuni dei quali sono dettati direttamente dall’Unione europea. Definire Polo tecnologico un deposito – conclude il leader ambientalista - significa prendere in giro sia i cittadini, sia gli enti locali, poiché la ricerca sulle problematiche delle scorie non si fa nei siti, ma nei laboratori di fisica nucleare con appositi reattori sperimentali, mentre i depositi sono solo dei magazzini, possibilmente in zone poco abitate».

Dalle pagine del blog di Greenpeace, il direttore generale Giuseppe Onufrio evidenzia un altro aspetto di quella che definisce la “truffa nucleare”: «Corre voce che si voglia dare all’elettricità da nucleare oltre che la precedenza sulla rete elettrica anche un prezzo fisso (dunque fuori mercato) di 90-100 euro al MWh: il 50-60 per cento in più del prezzo attuale alla Borsa elettrica. A meno che – sottolinea ancora - la truffa nucleare non sia molto più semplice: creare un quadro giuridico per poter firmare i contratti, che si sa non verranno mai rispettati, emanare un decreto che copre con garanzie pubbliche questi contratti (atteso per ottobre) e poi scaricare le penalità sulle bollette degli italiani. Una specie di assalto alla diligenza – conclude Onufrio - che oltre a dare risorse a qualche gruppo industriale (francese e italiano) avrebbe come effetto quello di fermare lo sviluppo delle rinnovabili». Un quadro confuso, reso ancora più complicato dalla situazione della Sogin stessa. Commissariata dal 16 agosto del 2009, dal prossimo 30 settembre sarà senza vertice per la scadenza degli incarichi.
ARTICOLO DI : Vincenzo Mulè
fonte: http://www.terranews.it/news/2010/09/il-bluff-del-nucleare

centrali nucleari in italia : silenzio sulla lista dei siti delle scorie in Italia



“I motivi che portarono nel 2003 il Governo Berlusconi a fare dietro front rispetto alla scelta di Scanzano Jonico come sito di smaltimento, senza condivisione con il territorio e nelle segrete stanze dei palazzi governativi a Roma, non hanno insegnato nulla al Governo Berlusconi. Sembra quindi che il lupo perda il pelo ma non il vizio”.

Così Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente, commenta la scelta di non rendere nota la lista dei siti di smaltimento delle scorie che l’esecutivo avrebbe chiesto di redigere alla Sogin.

“Anche in questa occasione – aggiunge Ciafani - l’iter che sta seguendo il Governo lascia presagire scenari alla Scanzano Jonico. La realizzazione di qualsiasi impianto, a partire da quelli più impattanti come è il deposito per i rifiuti radioattivi, non può prescindere da un confronto trasparente con gli enti locali, i soggetti economici e i cittadini. Si tratta di una scelta, infatti, che ipotecherà il futuro di quelle zone per centinaia o piuttosto migliaia di anni e che è indispensabile fare nel modo più democratico e trasparente possibile, senza logiche militari. Staremo a vedere infine – conclude Ciafani – se anche in caso di elezioni anticipate il Governo sul nucleare manterrà la linea decisionista o ripeterà l’imbarazzante pantomima vista durante l’ultima campagna elettorale per le regionali quando l’atomo scomparve dal dibattito politico per evitare l’inevitabile dissenso degli elettori”.
fonte: http://www.legambiente.it/dettaglio.php?tipologia_id=3&contenuti_id=1677

Bonelli(Verdi): «Governo renda noti siti Sogin e non giochi con parole»

La vicenda dei 52 siti preposti a ospitare il sito per lo stoccaggio delle scorie ha dei risvolti francamente inquietanti, a cominciare dal blocco della divulgazione delle località chiesto a Sogin dal ministro dello Sviluppo economico a interim Silvio Berlusconi, in una delle sue rare attività da ministro. Sogin è un'azienda pubblica, in quanto tale i suoi atti devono essere pubblici, quindi non si capisce a quale titolo l'identificazione dei siti debba rimanere segreta".

Non comprendiamo, inoltre, con quali criteri siano stati definiti i siti, visto che l'Agenzia per la sicurezza nucleare non esiste nemmeno sulla carta, non è stata avviata alcuna procedura di Valutazione ambientale e l'intero piano d'identificazione dei siti deve essere sottoposto a Valutazione ambientale strategica spiega il leader ecologista -. Come al solito - per quanto riguarda il nucleare si procede a colpi di leggi non concertate che non coinvolgono i cittadini e gli enti locali, secretando i documenti e con procedure che non tengono conto degli obblighi normativi, alcuni dei quali sono dettati direttamente dall'Unione europea.

Per quanto riguarda il deposito nazionale delle scorie, inoltre, il Governo faccia chiarezza e non giochi con le parole.Definire Polo tecnologico un deposito significa prendere in giro sia i cittadini, sia gli enti locali, poiché la ricerca sulle problematiche delle scorie non si fa nei siti, ma nei laboratori di fisica nucleare con appositi reattori sperimentali, mentre i depositi sono solo dei magazzini, possibilmente in zone poco abitate come nel caso di Yucca Mountain negli Usa, nei quali si tenta di mettere in sicurezza questa pesante eredità del nucleare, nella speranza che in futuro si trovi una soluzione scientifica per ridurre la pericolosità delle scorie, cosa sulla quale le lobby nucleari lavorano da 50 anni senza che si intraveda all'orizzonte una soluzione.
fonte : http://www.greenreport.it/_new//index.php?page=default&id=6796

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NUCLEARE : LA TOSCANA DICE NO

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CENTRALI NUCLEARI IN ITALIA: mappa delle centrali pronta entro primavera. E su internet scatta il “toto” sito

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