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domenica 14 giugno 2020

centrale nucleare di Gravelines: rischio esplosioni di origini esterne



La principale centrale nucleare europea a rischio "esplosioni di origini esterne" „principale centrale nucleare europea, che si trova nel nord della Francia, deve proteggere meglio i suoi reattori che sono a rischio per cause esterne e devono essere resi "in grado di far fronte a un'esplosione esterna ad alta intensità" che non è da escludere.

É stata la stessa autorità francese di sicurezza nucleare (Asn) ad avvertire la EDF Energy che gestisce l'impianto di Gravelines del fatto che un potenziale incendio al vicino terminal del gas di Dunkerque, o su una nave che trasportava gas in mare nelle vicinanze, potrebbe compromettere i meccanismi di raffreddamento della centrale nucleare, portare al suo surriscaldamento e scatenare un disastro.“

La principale centrale nucleare europea a rischio "esplosioni di origini esterne"

Un avvertimento del genere era già stato fatto nel 2015 ma è stato nel febbraio scorso che le autorità di controllo hanno ricevuto un altro campanello d'allarme. Allora sono infatti stati scoperti problemi con i tamburi che filtrano l'acqua di mare utilizzata per raffreddare i reattori. La Edf ha assicurato che gli aggiornamenti della struttura, fatti dopo il disastro di Fukushima del 2011, includevano un meccanismo per ristabilire il flusso di acqua fredda entro 24 ore da un eventuale incidente, ma la Ans ha risposto che la messa in atto della misura di emergenza a risposta rapida non era mai stata dimostrata.


Già  il 16.12.2010 la  centrale nucleare di Gravelines ha segnalato all'autorità di sicurezza nucleare (ASN) un incidente di livello 1 su una scala internazionale che ne comporta sette . Questo incidente è accaduto lunedì durante i test periodici per provare la disponibilità ed il buon funzionamento di materiali importanti per la sicurezza delle installazioni.


lunedì 1 aprile 2013

Armi nucleari in Italia: un arsenale nucleare di novanta testate atomiche

Le bombe nelle basi Usa di Ghedi Torre (Brescia) e Aviano (Pordenone). Silenzio assoluto sugli arsenali. Un accordo americano copre tutto


Per ben due volte nell’arco degli ultimi 15 anni milioni di italiani si sono recati alle urne per dire no alla possibilità, per il nostro Paese, di sviluppare e produrre energia nucleare per scopi civili.
Questi stessi italiani però, forse, non sanno che possediamo un verso e proprio arsenale nucleare.
La cosa appare assurda e paradossale considerando che nel 1975 Roma ha sottoscritto il Trattato di non proliferazione nucleare, eppure sul nostro suolo si trovano poco meno di un centinaio di testate atomiche. Per l’esattezza sono 90 le bombe di questo tipo stipate, poco più della metà di queste ovvero 50, nella base Usa di Aviano nei pressi di Pordenone, mentre le restanti si trovano custodite nella base statunitense di Ghedi Torre nel bresciano.
Tecnicamente parlando si tratta di armi tattiche, di potenza e gittata minore rispetto a quelle strategiche quindi, denominate B61; queste sono bombe gravitazionali che per essere utilizzate devono essere lanciate da aerei appositi, o almeno compatibili, attualmente potrebbero essere lanciate solo dagli F16 o dai Tornado; hanno una potenza che varia, a secondo del tipo e della grandezza essendone state costruite almeno tre diversi tipi, da 0,3 a 170 chilotoni che se utilizzate genererebbero una distruzione 900 volte superiore a quella prodotta su Nagasaki o Hiroshima.

Nelle basi per 3 anni
A breve, all’incirca nel 2016, queste testate lasceranno l’Italia, o meglio lasceranno il posto a nuove bombe, più maneggevoli e moderne; in modo molto lento infatti sarà avviato lo smantellamento di questi ordigni e la sostituzione con le nuove testate nucleari, realizzate secondo gli ultimi progetti approvati dal Pentagono, che però non saranno pronte prima del 2019.
Nello specifico questi nuovi ordigni avranno una maggiore precisione e ridurranno il fallout radioattivo conseguente all’esplosione, mentre la carica nucleare verrà riutilizzata, con una potenza massima nell’ordine dei 50 chilotoni.
Nel frattempo inoltre inizieranno gli addestramenti di nuove truppe specializzate capaci di utilizzare questi ordigni, in Italia hanno queste facoltà solamente i militari statunitensi di stanza a Ghedi o Aviano, mentre ai nostri soldati non è concesso l’uso di questi mezzi, anche se la clausola della “doppia chiave” contenuta in alcuni documenti tra le parti prevede la possibilità che queste bombe siano utilizzate anche dalle nostre forze armate, ma solo dopo che gli Usa ne abbiano deciso l’impiego.

Omertà Ovviamente i politici italiani non hanno mai ammesso o confermato la presenza di queste bombe nel BelPaese ma sono stati gli stessi Usa a confermarla in più di una occasione.
Già l’11 luglio 1986, pur nel silenzio generale, alcune agenzie di stampa ribatterono una notizia apparsa sul Washington post in cui si riferiva che il Pentagono aveva appena annunciato il Piano WS3 il quale prevedeva che in 25 diverse basi americane sparse per il mondo, tra cui quelle italiane di Ghedi, Aviano e Rimini, sarebbero stati dislocati bombardieri atomici ed ordigni nucleari non più sotto gli hangar dei bombardieri, bensì all’interno di speciali rifugi.
Una nuova conferma arrivò nel 2005 quando la declassificazione di un rapporto statunitense sulle armi nucleari americane in Europa accertò la presenza nel vecchio continente di circa 400 testate nucleari, 90 delle quali custodite in Italia.
Altra conferma importante quelle giunta alcuni anni fa da parte Robert Norris, uno studioso del Natural resources defense council di Washington, che dopo aver esaminato alcuni documenti ufficiali del Pentagono confermò la presenza di queste bombe in Italia, quantificandole però in una trentina, la maggior parte delle quali custodite ad Aviano.
Inquietante però quanto aggiunto subito dopo dal ricercatore.
Questi infatti disse che quasi tutta la parte riguardante il nostro Paese era stata cancellata; lui e i suoi colleghi avrebbero ricostruito gli “omissis” del documento principale utilizzando altre fonti e analizzando nel minimo dettaglio tutte le tabelle allegate al foglio più importante.
Accordo Italia-Usa
Ma quando, come e perché queste armi sono arrivate in Italia?
I primi ordigni giunsero nel 1957 anche se già dalla fine dell’anno precedente i militari statunitensi di stanza nello Stivale erano equipaggiati con missili Corporal e Honest John su cui vennero montate testate nucleari tattiche da impiegare, in caso di attacco sovietico, contro i carri dell’Armata rossa.
Negli anni ’60 e ’70 vennero dispiegati altri tipi di missili, mortai da otto pollici per il lancio di ordigni nucleari, e bombe atomiche di profondità destinate agli aerei della base di Sigonella per la caccia di sottomarini sovietici nel Mediterraneo.
Successivamente sono arrivate le bombe attualmente stipate tra Ghedi e Aviano.
Gli Usa hanno portato in Italia questo tipo di armamenti grazie all’accordo bilaterale denominato Stone Ax; una prima versione di questo fu siglato negli anni ’50; successivamente tra il 2003 ed il 2004 ne dovrebbe essere stata sottoscritta una nuova versione, figlia del clima post 11 settembre, che tra le principali innovazioni prevedrebbe periodiche revisioni e conseguenti aggiornamenti. Per quanto riguarda l’accordo tra Italia ed Usa purtroppo il condizionale è d’obbligo visto che nessun patto in tal senso è mai stato sottoposto a voto parlamentare e che le uniche informazioni che si hanno le dobbiamo ad alcuni ricercatori statunitensi, come ad esempio William Arkin, un ex analista d’intelligence per l’esercito americano, che hanno diffuso tramite libri e ricerche le informazioni in loro possesso.

http://www.lanotiziagiornale.it/novanta-testate-atomiche-sotto-i-nostri-piedi/

http://www.stampalibera.com/?p=61616

http://www.informarexresistere.fr/2013/03/28/novanta-testate-atomiche-sotto-i-nostri-piedi/#axzz2

venerdì 27 luglio 2012

ENERGIA NUCLEARE : Saranno le scorie il combustibile per le nuove centrali nucleari?

L'energia nucleare sembra essere stata definitivamente abbandonato dall'Italia e dalla Germania in un recente referendum, ma questo non toglie che il pericolo costituito dalle scorie radioattive in giacenza rappresenti una spia d'allarme a cui non si può non prestare attenzione.

A questo proposito c'è un progetto, finanziato dall'Unione europea e dal Belgio, che sembra avere mire molto lungimiranti nel campo energetico.
Si chiama Myrrha (Multi-purpose hybrid research reactor for high-tech applications) il nuovo progetto, appena partito in Belgio, che traformerà le scorie radioattive in nuova energia nucleare.

L'iniziativa costerà circa un miliardo di euro. Anche l'Italia, seppure la notizia non sia nota che tra gli addetti ai lavori, sta contribuendo alla sua realizzazione tramite l'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea). L'idea di fondo è creare una centrale che produca energia utilizzando come combustibile i rifiuti nucleari ereditati dai disastri del passato.

L'ENEA compie da anni ricerche inerenti a questo progetto nel centro del Lago di Brasinone, sull'Appennino settentrionale al confine tra le provincie di Bologna e Pistoia, in stretta collaborazione con il progetto belga.
Pur avendo oramai abbandonato la produzione di energia atomica probabilmente per sempre, al Belpaese è rimasto comunque il fardello delle scorie delle centrali che erano in attività. Queste continuano ad infondere i loro effetti negativi e non esiste ancora nessuna soluzione soddisfacente per il loro smaltimento definitivo. Le sostanze chimiche di scarto infatti conservano la loro radioattività per diverse centinaia di migliaia di anni e nessuno è oggi in grado di garantire il controllo di questo materiale altamente pericoloso e velenoso per periodi così lunghi.
A questo proposito infatti è necessario aggiungere che la quantità delle scorie, su scala mondiale, cresce ogni anni di circa 260 mila tonnellate. Questo materiale inoltre, spesso giace in depositi provvisori costruiti presso le centrali stesse.

Di recente, l'Unione europea ha comunicato di voler promuovere la trasformazione di scorie radioattive con la realizzazione di un acceleratore industriale. La costruzione definitiva dell'acceleratore dovrà iniziare nel 2014 sull'area del centro di ricerca nucleare Sck-Cen (Studiecentrum voor Kernenergie) situato nella città di Mol, in Belgio.
Marco Utili, in vece di portavoce di Enea, ha sottolineato il carattere innovativo del progetto, marcando l'accento sulla fase ancora progettuale in cui si trova Myrrha. Infatti l'acceleratore costruito a Mol, che avrà una potenza termica massima di 70 megawatt, dovrà entrare in funzione nel 2023. MYRRHA dovrà dimostrare che le tecnologie impiegate funzionino non solo in laboratorio, ma anche su scala di alcuni megawatt ed in caso di esito positivo la prospettiva di un'energia più sicura sarà fruibile su larga scala, con il plusvalore di annientare le scorie del passato.
Nel migliore dei casi, questa tecnologia potrebbe costituire un aiuto fondamentale per il trattamento delle scorie nucleari che normalmente devono essere sigillate ermeticamente in depositi adibiti, sorvegliati migliaia di anni.

Myrrhain questo caso avrebbe il potenziale di abbassare drasticamente il periodo di smaltimento rifiuti creando energia in impianti esponenzialmente più sicuri di quelli che abbiamo imparato a temere.

FONTE: http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2012-07-13/saranno-scorie-combustibile-nuove-200110.shtml?uuid=AbueIW7F

sabato 5 maggio 2012

ENERGIA NUCLEARE: Il Giappone chiude l'ultimo reattore nucleare ancora attivo

 Decine di migliaia di persone sono scese in piazza oggi in Giappone perche' si arrivi ad un addio definitivo'' al nucleare, nel giorno in cui l'ultimo reattore ancora attivo, nella centrale di Tomari, e' stato fermato per controlli di manutenzione ordinaria. Un corteo ha attraversato le parti centrali di Tokyo, i ministeri e la sede della Tepco (il gestore della centrale di Fukushima), tra slogan quali ''Sayonara genpatsu'' (''addio alle centrali nucleari!'') e ''Mai piu' Fukushima''.


 I tecnici della Hokkaido Electric Power hanno avviato le procedure per disattivare l'unita' n.3 della centrale di Tomari sull'isola di Haokkaido. A poco piu' di un anno dal terribile tsunami con il disastro di Fukushina e dopo un quarto di secolo il Giappone non avra' quindi piu' energia elettrica generata dal nucleare.

''Una nuova era in Giappone senza energia nucleare e' cominciata'', ha detto Gyoshu Otsu, un monaco che insieme ad una piccola folla protesta di fronte al ministero dell'industria a Tokyo che sovrintende alle centrali elettriche del paese.

''La generazione di energia nucleare e' un atto criminale'' ha detto Otsu che indossa abiti bianchi buddisti: ''Se lasciamo la situazione come e' adesso, un altro incidente si verifichera'''. L'organizzatore della protesta Masao Kimura ha detto: ''E 'una giornata storica. Ora possiamo dimostrare che saremo in grado di vivere senza l'energia nucleare''.

Altri 5mila persone hanno organizzato una manifestazione in un parco di Tokyo soddisfatti della decisione, per niente preoccupati degli allarmi del governo sull'approvigionamento di elettricita: ''Sayonara, energia nucleare'', hanno inneggiato.

mercoledì 25 maggio 2011

energia nucleare: NO SVIZZERA A NUOVE CENTRALI, TUTTE CHIUSE NEL 2034

Berna, 25 mag - Il governo svizzero dice basta al nucleare. In una raccomandazione inviata al Parlamento l'esecutivo chiede che non vengano realizzate le nuove centrali previste per sostituire quelle vecchie, che verranno definitivamente chiuse intorno all'anno 2034.

giovedì 17 marzo 2011

ENERGIA NUCLEARE: DOPO SISMA GIAPPONE ANCHE LA CINA SOSPENDE SUO PROGRAMMA

Dopo la tragedia in Giappone, anche la Cina ha sospeso il Programma Nucleare. La decisione appena annunciate dal Consiglio di Stato cinese di sospendere l'approvazione dei piani di energia nucleare nel paese sta facendo il giro delle agenzie internazionali e segnala come il dubbio su questa fonte energetica si stia espandendo a macchia d'olio viste le enormi difficolta' che purtroppo sta fronteggiando il governo giapponese nelle operazioni di spegnimento della centrale di Fukushima. Un dramma per il quale il Wwf esprime ''massima preoccupazione e solidarieta' per le popolazioni colpite''.

''Persino Putin - aggiunge il Wwf - ha annunciato una revisione dei programmi nucleari russi e l'Unione Europea lunedi' prossimo ha previsto una seconda riunione straordinaria. Anche l'India aveva preso la medesima scelta: stiamo parlando cioe' di paesi che messi insieme rappresentano circa la meta' della popolazione mondiale. Solo il Governo italiano continua, pervicacemente, a sostenere il ritorno al nucleare e non ha nemmeno sospeso l'iter decreto localizzazioni in Parlamento. Non si vuole cogliere la 'fortuna' che ha il nostro paese di non aver scelto la strada dell'atomo 20 anni fa e di poter ancora oggi intraprendere un futuro pulito senza rischi e scorie ingestibili''.

''E' lecito chiedersi perche', - prosegue il Wwf - in un paese che il nucleare non ce l'ha, si manifesti tanta decisione, nonostante l'evidente preoccupazione diffusa in Italia e nel mondo. Un Governo che non ripensa la propria linea di fronte all'evidenza dei fatti non dimostra certo razionalita', fa solo pensare di essere nelle mani di lobby prive di scrupoli''.

''La risposta emotiva alla crisi nucleare - conclude il Wwf - sicuramente esiste e rende inevitabile un ripensamento, ma la differenza dalla crisi di Cernobyl e' che oggi questa risposta combacia perfettamente con quella razionale perche' il futuro delle energie rinnovabili e' gia' una realta' economicamente importante in molti paesi, a partire dalla vicina Germania. I numeri ci dicono che un mondo senza nucleare e' possibile''.

Per questo il Wwf chiede ''con forza la massima trasparenza di informazione sulle reali potenzialita' delle fonti di energia pulite e rinnovabili in Italia e nel mondo al Governo di sviluppare al piu' presto un Piano energetico nazionale che tenga conto di tutte le fonti: gas, sole, vento, geotermico, efficienza energetica, risparmio energetico. La politica e' ancora in tempo per un deciso e responsabile cambiamento di rotta''.

ENERGIA NUCLEARE :RUBBIA, FERMIAMOCI A RIFLETTERE, GUARDARE AL SOLARE

"Dobbiamo fermarci e riflettere con attenzione per capire quali sono le misure per affrontare situazioni cosi' gravi". Cosi' il premio Nobel Carlo Rubbia, intervistato dal Tg3, parlando dell'emergenza nucleare in Giappone e delle polemiche in Italia sul programma di sviluppo delle centrali nucleari nel nostro paese. Per Rubbia "sara' una decisione del Governo stabilire cosa fare con il nucleare, ma mi sembra che oggi dovremmo considerare che le energie rinnovabili sono un'alternativa che va utilizzata, dobbiamo aprire la strada a piu' di una possibilita': l'uranio finisce come petrolio e carbone, il solare ci appartiene ed e' per sempre. Dobbiamo chiederci se abbiamo messo abbastanza soldi sulle rinnovabili". L'emergenza in Giappone, ha sottolineato il fisico, "e' stata una grande sorpresa: i giapponesi sono sempre stati i migliori tecnologi mondialmente riconosciuti sul nucleare, il fatto che ci troviamo di fronte a una cosi' grande sorpresa ci dice che qualcosa non ha funzionato. E che ci sono incidenti che hanno pochissime probabilita' di accadere ma che quando succedono fanno un disastro enorme. Credo sia importante che si faccia una seria riflessione sull'effetto sorpresa, oggi la situazione e' fuori controllo, ed e' inaccettabile quando si tratta di nucleare".

lunedì 13 dicembre 2010

centrali nucleari in Italia : L’Enel e il bluff sul nucleare


Tagliare i sussidi è la nuova parola d’ordine del mercato energetico. Ma se per Fatih Birol, capo economista dell’agenzia internazionale dell’energia, la riduzione dovrebbe riguardare le fonti fossili, per Fulvio Conti, ad di Enel «il crescente appetito per gli incentivi ha creato anche distorsioni e meccanismi perversi» nel settore delle rinnovabili. Per Conti, il nucleare, assicura «una stabilità di prezzo» dell’elettricità che «rende conveniente il grande costo iniziale» di costruzione delle centrali. Se non fosse che proprio nei giorni scorsi, il Dipartimento dell’energia statunitense ha stimato al rialzo i costi capitali dei nuovi impianti nucleari.

Rispetto a qualche mese prima, l’incremento stimato si assesta sul 37 per cento. Con il conseguente innalzamento del costo del kWh. «In Italia il dibattito sul nucleare è tra marziani – attacca Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia -. Si parla di una tecnologia, l’Epr, di fatto congelata negli Stati Uniti perché ritenuta svantaggiosa dal punto di vista economico. Chi propone il nucleare in Italia la deve smettere di dire bugie e prendere in giro cittadini e industrie ». Secondo quanto annunciato da Enel, il piano industriale per 4 Epr prevederebbe un investimento di 16 miliardi. «Un piano industriale e finanziario sulla basa del quale – rivela ancora Onufrio – negli Stati Uniti, è stata erogata una copertura pubblica dell’80 per cento del valore di un impianto stima il costo effettivo il doppio di quello detto da Enel e governo». Nonostante questo, anche la Iea continua a strizzare l’occhio all’atomo, ritenuto assieme alle rinnovabili, l’unica soluzione possibile in grado di ridurre la quantità di anidride carbonica presente in atmosfera. Secondo il rapporto, se si vuole ridurre la quantità di gas serra è necessario aumentare entro i prossimi 25 anni la produzione di energia nucleare tra il 52 e il 135 per cento e quella da fonti rinnovabili tra il 75 e il 211 per cento. Nel 2035, quindi, il nucleare da una parte e il solare e l’eolico presi insieme, dovranno coprire ciascuno il 20 per cento dell’energia elettrica prodotta. Per l’agenzia, inoltre, tagliare i sussidi alle fonti fossili aumenterebbe il livello di sicurezza energetica, ridurrebbe le emissioni e l’inquinamento atmosferico, oltre a portare notevoli benefici economici. A livello mondiale i sussidi alle fonti fossili ammonterebbero a 312 miliardi di dollari la gran parte concentrati nei paesi Non-Ocse. L’eliminazione di questi sussidi entro il 2020 consentirebbe di ridurre la domanda mondiale di energia primaria del 5%, ossia quanto i consumi di Giappone, Nuova Zelanda e Corea. Nell’ottica della lotta ai cambiamenti climatici questo sarebbe un passo fondamentale: le emissioni globali si potrebbero ridurre al 2020, solo per questa azione, del 5,8% ovvero di 2 Gt di CO2. Un quadro condivisibile e condiviso da ambientalisti e dallo stesso Greenpeace. Se non fosse per il peso rilevante dato alla cattura e del sequestro della CO2 per le centrali a carbone e all’energia nucleare. La prima ritenuta inaffidabile perchè ancora non provata. Anzi, Greenpeace ritiene irrealistica l’ipotesi che dopo il 2020 il 98% delle nuove centrali alimentate a carbone sia realizzato con la possibilità di catturare e sequestrare le CO2 prodotta, «visto che ad oggi nessun impianto commerciale è stato ancora costruito ». Per quanto riguarda invece la seconda tecnologia, l’atomo, questa «resta la più costosa tra le tecnologie energetiche e ancora incapace di risolvere il problema delle scorie». Inoltre, l’allacciamento alla rete di un reattore nucleare ogni mese fino al 2035, viene ritenuto «qualcosa che va ben oltre la capacità dell’industria».
fonte: http://www.gliitaliani.it/2010/12/lenel-e-il-bluff-sul-nucleare/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+gliItaliani+%28gli+italiani%29&utm_content=Google+Reader

venerdì 3 dicembre 2010

centrali nucleari in italia : L’Italia e il bidone nucleare


Con i referendum abrogativi del 1987 era “di fatto” ma non “de jure”, chiusa la stagione nucleare italiana iniziata negli anni ’60. Oggi, 23 anni dopo, “di fatto” ci rimane solo il suo prossimo ritorno sancito dal parlamento il 23 luglio 2009 con la legge Sviluppo. Ma dove ed a quali condizioni? Legambiente, oltre ad aver avviato una contro proposta di legge d’iniziativa popolare, in occasione del ventitreesimo anniversario della vittoria referendaria dell’87 (8 - 9 novembre) ha presentato un ampio dossier dal titolo inequivocabile: “A chi tocca il bidone nucleare?” (.pdf).
Il bidone nucleare tocca, anzitutto, a tutti gli italiani senza eccezioni, anche se in politivherse s’informa che “formalmente non è ancora possibile procedere alla localizzazione degli impianti atomici [...] in realtà è già possibile simulare un processo di selezione di aree disponibili”. I documenti governativi, a tal proposito, rassicurano che “gli standard internazionali per la localizzazione degli impianti atomici sono ampiamente noti e l’Agenzia per la sicurezza nucleare del nostro Paese non potrà che assumerli come propri”.
Sono quindi 50 le “aree atomiche” distribuite in 15 regioni italiane potenzialmente idonee a localizzare una centrale nucleare: “7 in Puglia, 6 in Toscana, 5 in Sardegna e Sicilia, 4 in Calabria, Lombardia e Veneto, 3 in Emilia Romagna, Lazio Friuli e Venezia Giulia, 2 in Campania, 1 in Basilicata, Molise, Piemonte e Umbria”. Nell’elenco, che potete consultare Comune per Comune nel dossier di Legambiente (pagine 10 e 11 .pdf), compaiono vecchie conoscenze del movimento antinucleare italiano come “i 4 siti che ospitano ancora oggi le centrali dimesse di Trino Vercellese (Vc), Caorso (Pc), Latina e Garigliano (Ce), ma anche di Montalto di Castro (Vt)” dove era in costruzione la quinta centrale nucleare prima del referendum.
“Stando a quanto riportano indiscrezioni di Palazzo - si legge sul documento di Legambiente - i progetti delle aziende energetiche sarebbero già pronti e dei 4 reattori EPR oggetto dell’accordo Berlusconi - Sarkozy del febbraio 2009, che dovrebbero essere costruiti da Enel e dalla francese EdF, 2 verrebbero realizzati a Montalto di Castro, al confine tra Lazio e Toscana, 1 sull’asta del fiume Po a partire dai siti ex nucleari di Trino Vercellese, e uno nel centro sud Italia”.
A queste localizzazioni vanno poi aggiunte quelle relative al deposito e allo stoccaggio delle scorie, sia del vecchio che del futuro programma nucleare, problema che coinvolgerà altre 52 possibili aree, “ciascuna di 300 ettari di estensione, localizzate tra Puglia, Molise, Basilicata, (in particolare l’area calanchiva e la Murgia in provincia di Matera), tra il Lazio e la Toscana (la provincia di Viterbo e la Maremma), tra l’Emilia e il Piemonte (soprattutto nel Piacentino e nel Monferrato)”. Anche in questo caso, denuncia Legambiente “l’iter è stato coperto dal segreto e ora si è in attesa del varo dell’Agenzia per la sicurezza nucleare che dovrà validare questa selezione”.
Ma il “dove” non è la sola nota dolente del neo programma nucleare italiano, anche il “come”, che vede protagonista la tecnologica EPR di terza generazione progettata dalla francese Areva e che il Governo vuole importare con 4 esemplari, lascia perplessa Legambiente. Se i fautori dell’EPR, infatti, ne parlano come di un gioiello di sicurezza e tecnologia, quelli in costruzione a Olkiluoto in Finlandia e a Flamanville in Francia stanno palesando costi elevatissimi, ritardi di costruzione e limiti di sicurezza che “hanno spinto diversi governi e aziende energetiche a ripensare le loro strategie e in alcuni casi a ritirare gli ordini d’acquisto”.
“Il reattore di Flamanville, la cui costruzione ha avuto inizio nel 2007, ha già accumulato due anni di ritardo con un primo aumento dei costi di costruzione passati dal preventivo di 3 miliardi di euro ai 4 attuali”, fondi potenzialmente sottratti allo sviluppo “alle fonti di energia rinnovabili e a politiche di efficienza energetica, uniche soluzioni già disponibili per ridurre in tempi brevi e con efficacia le emissioni climalteranti”.
L’EPR sembrerebbe quindi un vero e proprio “bidone” che ha addirittura convinto le Autorità per la sicurezza nucleare di Francia, Finlandia e Gran Bretagna a diffondere una nota riportata in appendice al dossier (pagine 31 e 32 .pdf) che “evidenzia tutti i problemi del sistema di sicurezza EPR, più precisamente la sua inadeguatezza e la mancata indipendenza dal sistema di controllo”.
Quanto basta per desistere? Non ancora, “ma facciamo sempre tempo ad aggiungere - conclude Legambiente - che il problema delle scorie, nel caso dei reattori EPR addirittura più radioattive del solito a causa di un maggior arricchimento dell’uranio fissile, è ancora molto distante dall’essere non solo risolto, ma quanto meno gestito in sicurezza”.
Insomma, se per Enel "il nucleare è buono e fa bene soprattutto in Italia" per Legambiente sembra invece che il contributo di “questo nucleare” in Italia sia davvero irrilevante, tardivo oltre che costoso e pericoloso. In sintesi: “too little, too late, too expensive, too dangerous”

Fonte: Unimondo.org

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lunedì 4 ottobre 2010

reattore ITER : Accelera la fusione nucleare, fra 15 anni energia dalle stelle


Il professor Francesco Romanelli: «Stiamo lavorando per conseganre al mondo il reattore ITER»

Gli scienziati della fusione nucleare stanno per imprimere un colpo di acceleratore ai loro esperimenti e si pongono un ambizioso traguardo: dimostrare entro il 2026 che i processi energetici del Sole e delle stelle potranno essere utilizzati sulla Terra per alimentare i crescenti bisogni di energia delle nostre società.

Il nuovo impegno, e le tappe per raggiungerlo, ci vengono illustrati dal professor Francesco Romanelli, da quest’anno direttore dell’European Fusion Development Agreement (EFDA), il programma comunitario che coordina i laboratori europei impegnati in studi teorici e sperimentali sulla fusione nucleare. Romanelli, che dirige anche il Joint European Tokamak (JET), attualmente la maggiore macchina per esperimenti sulla fusione, collocata a Culham, in Inghilterra, in questi giorni è fra i protagonisti di Frascati Scienza, un vero e proprio festival che vede sfilare per una settimana, dal 18 al 26 settembre, i grandi protagonisti della scienza nazionale e internazionale, con un fitto programma di conferenze, mostre e visite guidate ai laboratori sparsi nella vasta area scientifica a sud di Roma.

«Ce la stiamo mettendo tutta per accelerare i nostri programmi e consegnare al mondo entro una decina di anni ITER, il reattore che dovrà dimostrare la fattibilità scientifica della fusione nucleare, aprendo la strada ad altri impianti che sfrutteranno la stessa tecnologia per produrre energia elettrica da immettere nella rete», annuncia Romanelli.

ITER, la cui costruzione è già iniziata a Cadarache, in Francia, è un progetto internazionale sottoscritto da Europa, Stati Uniti, Cina, Russia, India, Giappone e Corea del Sud. Quest’anno, dopo una pausa di riflessione dovuta al fatto che i suoi costi di realizzazione sono lievitati, passando da 5 a 10 miliardi di euro, di cui circa la metà a carico dell’Europa (e circa 600 milioni in capo all’Italia), i promotori si sono impegnati a superare gli indugi e ad andare avanti con maggior lena, nella speranza di fornire entro questo secolo un valida soluzione dei problemi energetici planetari, con una fonte di energia praticamente illimitata e relativamente pulita.

La fusione, infatti, sfrutta l’enorme energia che si libera quando nuclei di atomi leggerissimi come il deuterio e il trizio (parenti stretti dell’idrogeno), sottoposti ad elevate temperature, fondono. Il processo, pur essendo accompagnato da una consistente attivazione neutronica dei materiali del reattore, tuttavia non produce rifiuti radioattivi di lunghissima vita (decine di migliaia di anni) tipici degli attuali reattori a fissione nucleare. ITER, spiega il professor Romanelli, si basa sul cosiddetto, «confinamento magnetico» già sperimentato da diverse macchine di piccole e medie dimensioni in vari Paesi, fra cui l’Italia. Una miscela di deuterio e trizio, destinata a essere riscaldata fino a diventare un «plasma» a 100 milioni di gradi, è ingabbiata in una camera di acciaio a forma di ciambella, del diametro di circa sei metri . Poiché nessun contenitore metallico potrebbe resistere, il plasma è tenuto sospeso e stretto in un intenso campo magnetico, generato da potenti bobine, in modo da minimizzare il contatto con le pareti della ciambella.

Romanelli riassume così la cronologia dei prevedibili risultati, ormai a portata di mano: «Il reattore ITER dovrebbe essere completato entro il 2019, quindi iniziare a funzionare, per alcuni anni, con il solo idrogeno, però senza produrre energia di fusione. Nel 2026 sarà introdotta la più efficiente miscela di deuterio-trizio e, l’anno dopo, dovrebbe essere raggiunto il fondamentale traguardo di ottenere 500 megawatt di potenza, cioè dieci volte più energia di quella impiegata per sostenere il processo di fusione che si auto sostiene. Ma non è finita. Il passaggio da ITER a reattori dimostrativi in grado di fornire elettricità, che saranno realizzati parallelamente in diversi Paesi, potrà avvenire rapidamente se la ricerca su ITER avrà, come crediamo, successo e si investiranno sufficienti risorse nello sviluppo dei materiali per il reattore».

Questi risultati, aggiunge lo scienziato, saranno anche il frutto di numerosi esperimenti «di accompagnamento» da attuare in diversi laboratori. La macchina JET, per esempio, che si è già avvicinata alle condizioni di pareggio di potenza, dovrà ripetere nel 2014 questa performance, utilizzando nella camera di contenimento del plasma dei materiali di berillio-tungsteno che poi verranno utilizzati in ITER. Anche in Italia, nei laboratori ENEA di Frascati, è prevista la costruzione di un tokamak che dovrà esplorare il comportamento del plasma in condizioni estreme.

«Sono fiducioso che, poco dopo la metà del nostro secolo, la prospettiva dell’energia da fusione diventerà percorribile, naturalmente se i governi continueranno a sostenerci con convinzione –conclude Romanelli–. Basti pensare che il mercato europeo dell’energia assorbe oggi 700 miliardi di euro all’anno. Mentre alla ricerca energetica, di qualunque tipo, vengono destinati solo 2 miliardi di euro all’anno. Una cifra ben modesta se si considera l’importanza strategica del settore».
fonte: http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/10_settembre_23/fusione-nucleare-energia-stelle_e793d280-c747-11df-ad8a-00144f02aabe.shtml

mercoledì 29 settembre 2010

CENTRALI NUCLEARI: FERMO D'EMERGENZA IN REATTORE RUSSO. NESSUNA FUGA RADIOATTIVA ... almeno speriamo...


San Pietroburgo, 28 set - Fermo d'emergenza ieri notte in uno dei quattro reattori di una centrale nucleare della Russia nordoccidentale. Lo ha annunciato la stessa societa' che opera l'impianto precisando che non c'e' stata alcuna fuga radioattiva.

''Il reattore numero tre si e' spento automaticamente alle ore 1:38 locali di lunedi' (le 00:30 di oggi ora italiana) a seguito di un malfunzionamento nel sistema di pressurizzazione'' si legge in un comunicato in cui, pero', non si spiega quale sia stata la causa del malfunzionamento.

Il livello di radioattivita' nella centrale e nell'area circostante, secondo le autorita' russe, non e' salito oltre il livello consentito.

La centrale ora sta operando con due dei quattro reattori visto che il quarto e' ancora in fase di completamento.

L'impianto si trova a 200 chilometri da Murmansk nella penisola di Kola vicino ai confini con la Finlandia.

martedì 28 settembre 2010

centrali nucleari in Italia: Nucleare superfluo e veri costi del nucleare


Analisi di Confindustria mostra i vantaggi dell’efficienza energetica per il paese.
“Un dettagliato e voluminoso rapporto analizza le proposte per un piano straordinario per l’efficienza energetica fino al 2020 per il nostro paese”. Il potenziale risparmio e’ di “oltre 86 Mtep (milioni tonnellate equivalenti di petrolio), con una riduzione di emissioni di oltre 207,6 milioni di tonnellate di CO2″. Un impatto sull’economia “di circa 238 miliardi di euro e una crescita occupazionale di circa 1,6 milioni di addetti”. A fornire questa fotografia- scrive ‘Qualenergia.it’, la rivista-portale di Kyoto Club e Legambiente- e’ la Confindustria, che giovedi’ scorso ha presentato un rapporto con le sue proposte per un ‘Piano straordinario di efficienza energetica 2010′. Dal piano emerge che “sono almeno 400.000 le aziende italiane coinvolte a vario titolo nel settore dell’efficienza energetica, dai produttori di componenti per l’edilizia ai costruttori di motori elettrici, dal settore automotive agli elettrodomestici, dalla piccola cogenerazione al settore dell’illuminazione”, il tutto per “oltre 1 milioni di addetti”.
Alla luce di questo “interessantissimo studio, del suo impatto sul comparto industriale sia per quanto concerne la produzione di tecnologie e prodotti sia per i vantaggi in termini di energia risparmiata e di bollette meno salate, e ancora, dell’impatto positivo sull’economia e anche sui consumi di energia elettrica- scrive Qualenergia.it- ci chiediamo un po’ ingenuamente: a cosa servirebbe spingere ancora per il nucleare? Sarebbe utile allora che Confindustria chiarisse meglio la sua visione di politica energetica nazionale, visto che oggi e’, o dovrebbe essere, uno dei referenti privilegiato del governo”.
fonte: http://www.gliitaliani.it/2010/09/nucleare-superfluo/

giovedì 2 settembre 2010

SCORIE NUCLEARI: in Francia,Trizio nell’acqua del rubinetto


Il “Collectif antinucléaire 84” (“Collettivo antinucleare 84”) è un gruppo anarchico francese operante nella zona di Gard e Vaucluse, sensibile soprattutto alle tematiche della salute (messa a rischio da inceneritori e impianti nucleari). Di seguito la traduzione di un articolo (http://www.fa-30-84.org/news.php?lng=fr&pg=39) del 19 agosto scorso.

Le terrificanti confessioni dei consiglieri

Nel mese di febbraio, a seguito di analisi indipendenti, il “Collectif antinucléaire 84” ha avvertito le autorità della presenza di radioattività nell’acqua di rubinetto di 3 città di Vaucluse, di cui 2 presentavano un tasso anormale (superiore a quello naturale) di trizio, pericoloso per la salute. In aprile, di fronte al mutismo dei consiglieri delle città e delle amministrazioni coinvolte, il “Collectif antinucléaire 84” rendeva pubbliche le sue analisi ed informava la popolazione del rischio del bere l’acqua di rubinetto. L’unica risposta dei sindaci di Carpentras e Mornas in sostanza fu, alla radio e sulla stampa:

non preoccupatevi, è tutto come prima, l’acqua di rubinetto può essere bevuta.

Oggi emerge che quelle frasi rassicuranti non poggiavano su nessun elemento razionale, affidabile o tangibile - al contrario - e che solo il dogmatismo pro-nuclearista o l’incoscienza aveva condotto quei sindaci a simili affermazioni. Il “Collectif antinucléaire 84” aveva immediatamente denunciato questo atteggiamento che considera la gente tanto infantile da accettare qualunque frase ufficiale.
Oggi alcuni documenti "segreti" danno ragione al “Collectif antinucléaire 84”. Nell’ambito di una corrispondenza che avrebbe dovuto rimanere nascosta alla popolazione, il Comune di Carpentras confessa:

riguardo al comune di Carpentras, l’acqua potabile è una competenza trasferita al comitato Rhône Ventoux, che l’ha a sua volta delegata alla SDEI (filiale del gruppo nucleare GDF-Suez). [...] Il Comune di Carpentras non possiede altre analisi tramite le quali confrontare il valore di 8,2 Bq/l. Ho richiesto al comitato Rhône Ventoux di comunicarci i risultati delle analisi relative al trizio sull’acqua proveniente dalla nostra stessa falda. Lo stesso comitato fa riferimento alle analisi dell’ARS....


Così si torna al punto di partenza: tutti fanno riferimento alla stessa fonte, e nessuno è competente né responsabile! Davanti a una tale situazione, il “Collectif antinucléaire 84” ha interpellato con una lettera i Prefetti della Regione e di Vaucluse, il 20 luglio, chiedendo loro di applicare il principio di precauzione:

Come sapete, anche la minima dose di radioattività ha effetti nocivi sulle reauture viventi e sulla salute e non esistono norme internazionali in materia che provino l’innocuità dell’esposizione alle radiazioni delle popolazioni e della catena alimentare... allo stato attuale delle conoscenze, sappiamo che le patologie indotte non si limitano al cancro e si estendono alle patologie del sistema nervoso e alle malattie cosiddette ereditarie dovute agli effetti mutageni del trizio... Noi vi chiediamo quindi di applicare senza indugio o scrupolo per quelli che potrebbero essere gli interessi economici dell’industria, in particolare quella nucleare: il principio di precauzione e di protezione dei lavoratori e della popolazione implica l’arresto immediato della produzione di Trizio e di ogni altro radioelemento, e che si portino avanti analisi sistematiche delle acque distribuite attraversi i rubinetti, della catena alimentare e delle colture locali e regionali, al fine di determinare la presenza di radioattività artificiale (Alpha, Beta, Trizio).


E lì ancora una volta: imbarazzo e silenzio ufficiale. Ed anche disprezzo delle popolazioni. L’influenza della lobby nucleare e dei suoi affiliati sui consiglieri e sulle istituzioni, tanto al livello locale quanto a quello regionale e nazionale, è una minaccia concreta per la democrazia e la salute, che sottomette la popolazione all’arbitrio e alla menzogna.
[...] Il “Collectif antinucléaire 84” invita la popolazione e gli operatori del settore nucleare a rifiutare di servire da cavie ai dogmi degli scienziati nucleocrati, ad esigere l’arresto immediato del nucleare.
FONTE: http://www.agoravox.it/Nucleare-in-Francia-Trizio-nell.html

sabato 28 agosto 2010

energia nucleare : Se vi piace il nucleare, preparatevi a pagare


Vi piace pagare di più qualcosa che costa meno? Allora l’energia nucleare fa al caso vostro. Un recente studio della Duke University (americana), ha infatti mostrato che l’energia rinnovabile prodotta con il fotovoltaico costa meno.

Il fatto che ENEL abbia messo in dubbio la bontà del calcolo non ha alcuna rilevanza (e nulla conta la questione degli incentivi: anche il nucleare ha i suoi incentivi ad hoc, e ha sempre visto una massiccia e decisiva partecipazione statale) perché lo studio mostra che quella al ribasso è una tendenza del fotovoltaico (che andrà sempre meglio, perché il Sole non è una risorsa scarsa), mentre quella al rialzo è una tendenza del nucleare (che andrà sempre peggio, anche perché le risorse di combustibile atomico vanno esaurendosi). Fra soli 5 anni l’energia nucleare costerà il triplo di quella solare (e per costruire una centrale nucleare occorrono ben più che 5 anni). In più, il fotovoltaico non necessita di ingenti investimenti; il nucleare sì. Ma, se vi piace spendere di più e contrarre debiti trentennali, il nucleare è un’opportunità a portata di mano.

Se vi piace pagare più tasse, il nucleare fa per voi. Dopo l’evacuazione del sito di stoccaggio scorie di Asse (vittima di una infiltrazione d’acqua), il governo tedesco sta valutando l’ipotesi di istituire una "tassa sul nucleare", per recuperare i 3 miliardi di euro necessari alla ricollocazione delle scorie. Il fotovoltaico non produce scorie. Ma se vi piacciono le tasse (più che altro, se piacciono ai vostri figli: il sito di Asse si è allagato dopo quasi 30 anni), fateci un pensierino.

Se vi piace pagare per le conseguenze degli incidenti nucleari, date un’occhiata a questo articolo: per compensare i danni derivanti dal fallout di Chernobyl, il governo tedesco ha speso fino ad oggi quasi 240 milioni di euro. Altro che incentivi alle rinnovabili. Se invece che gli incentivi alle fonti di energia pulita, preferite pagare indennizzi al settore venatorio (come in Germania), fatevi promotori di una bella campagna nuclearista internazionale.

È chiaro che i liberisti amino il nucleare e odino le rinnovabili: perché essi, amanti del mercato, preferiscono sempre le risorse scarse (come l’uranio) a quelle sovrabbondanti (come il Sole); perché inoltre, amanti del profitto, preferiscono accentrare tutto nei grandi appalti, anziché decentrare la produzione di energia sui tetti di ogni casa, ogni ufficio, ogni pensilina d’autobus. Non è una questione d’ideologia né di pregiudizio: è una questione di gusti. Il nucleare può anche piacervi. È solo che costa di più.
fonte:http://www.agoravox.it

giovedì 26 agosto 2010

CENTRALI NUCLEARI IN ITALIA : Centrali nucleari e leucemia, violato il principio di precauzione


Il dibattito sull’aumento del rischio di cancro per coloro che vivono vicino ad una centrale nucleare, in particolare i bambini, rimane largamente aperto a prescindere o meno dal poter dimostrare un nesso causale diretto tra le emissioni radioattive e l’insorgenza della malattia stessa.

Alla fine degli anni ottanta, nel Regno Unito, alcuni studi misero in evidenza un aumento di incidenza di casi di leucemia infantile vicino a centrali elettriche nucleari. Nel 2002, in Germania, la pressione esercitata dall’opinione pubblica ha indotto il governo tedesco a commissionare al Childhood Cancer Registry della University of Mainz uno studio caso-controllo per valutare l’incidenza del cancro intorno alle 16 centrali nucleari commerciali allora in attività (KIKK study).

I risultati di questo studio hanno messo in evidenza un aumento statisticamente significativo dell’incidenza di neoplasie maligne, in particolare dei casi di leucemia, nei bambini di età inferiore ai 5 anni che vivevano entro un raggio di 5 chilometri da una centrale nucleare. Successivamente alla pubblicazione dei preoccupanti risultati dello studio KIKK, iI Federal Minister for the Environment, Nature Conservation and Nuclear Safety, ha incaricato la Commission on Radiological Protection di riesaminare i dati dello studio.

Nel settembre 2008 la Commission on Radiological Protection ha pubblicato i risultati della rielaborazione confermando l’aumento di incidenza del cancro infantile osservata nella studio originale. L’aumento dei casi di cancro intorno ad una centrale nucleare osservato in Germania è stato confermato in due metanalisi. Altri studi effettuati in Francia, UK, Spagna e Finlandia sono giunti a conclusioni diverse non avendo rilevato un aumento di mortalità e/o di incidenza dei casi di cancro in coloro che risiedono in prossimità di una centrale nucleare. Tuttavia, bisogna mettere in evidenza che nelle conclusioni di alcuni degli studi sopra citati le parole “no evidence” e “do not indicate an excess risk” potrebbero essere fuorvianti perché interpretate come risultati negativi invece che non conclusivi. Infatti, l’assenza dell’evidenza di un effetto non costituisce evidenza dell’assenza dell’effetto stesso.


Vale a dire che studi che potrebbero non avere lo stesso potere statistico dello studio KIKK non potranno mai invalidarne i risultati. In seguito all’aumento statisticamente significativo, già rilevato in Italia, del tasso di incidenza del cancro nella fascia di età 0 -14 anni, sembra veramente opportuna l’applicazione del Principio di Precauzione al fine di evitare un eventuale, non escludibile ulteriore incremento dei tumori infantili. Il “Principio di Precauzione” esprime un’esigenza tipicamente cautelare e consiste nella necessità di perseguire gli obiettivi della tutela della salute “anche quando manchi l’evidenza scientifica di un danno incombente, vale a dire quando non sussista interamente l’evidenza di un collegamento causale tra una situazione potenzialmente dannosa e conseguenze lesive della salute o quando la conoscenza scientifica non sia comunque completa”.

La Corte Costituzionale e la Corte di Giustizia Europea applicano con fermezza questo principio. L’applicazione del Principio di Precauzione entra in contrasto con la costruzione di nuove centrali nucleari. Secondo la Direttiva 2003/35/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 26/05/2003, al fine di contribuire a tutelare il diritto di ogni persona, nelle generazioni presenti e future, a vivere in un ambiente atto ad assicurare la sua salute e il suo benessere, deve essere garantito anche il diritto di partecipazione del pubblico ai processi decisionali in materia ambientale. Vale a dire che le popolazioni devono essere informate che, al momento, alla luce delle più recenti evidenze scientifiche, non è possibile escludere un aumento del rischio di cancro, soprattutto nella fascia di età più giovane, in coloro che risiedono nei pressi di un impianto nucleare che produce energia elettrica.

In conclusione, il dibattito sull’aumento del rischio di cancro per coloro che vivono vicino ad una centrale nucleare, in particolare i bambini, rimane largamente aperto a prescindere o meno dal poter dimostrare un nesso causale diretto tra le emissioni radioattive e l’insorgenza della malattia stessa.

Ne consegue che, qualora si proseguisse nella volontà di costruire nuove centrali nucleari in Italia, la popolazione che vive vicino ai siti designati come sedi di installazione, dovrà essere sottoposta ad uno stretto controllo epidemiologico, al fine di valutare precocemente l’eventuale aumento d’incidenza di neoplasie maligne.
fonte: http://www.terranews.it/news/2010/08/centrali-nucleari-e-leucemia-violato-il-principio-di-precauzione

lunedì 23 agosto 2010

CENTRALI NUCLEARI IN ITALIA: L’energia prodotta dalle centrali nucleari costa meno?


Agli inzi di luglio del 2009, l’Aula del Senato ha approvato con 154 si’, 1 no, 1 astenuto in via definitiva il ddl sviluppo che di fatto da il via alle procedure per costruire in Italia diverse centrali nucleari.

A favore il voto del Pdl, Lega Nord ed Udc. Contro Pd. Al Senato il dibattito sul ritorno al nucleare è stato motivato con i bassi costi certi dell’energia elettrica di derivazione nucleare.
In un’intervista al Tg2 delle 13 di quel giorno il ministro Scaiola ribadì questo concetto: l’energia elettrica prodotta dalle centrali nucleari costa meno.

Ma è veramente così?
Facendo i conti viene fuori che il costo dell’elettricità prodotta dalle centrali nucleari è ben più alto del costo dell’elettricità ottenibile dai combustibili fossili, da fonte idroelettrica o geotermica e anche da fonti rinnovabili.

I costi monetari dell’elettricità nucleare devono essere infatti calcolati in riferimento al suo intero ciclo a cominciare dai costi relativi all’estrazione dei minerali di uranio la cui fase di estrazione, frantumazione, macinazione, fabbricazione del combustibile, arricchimento e gestione delle scorie, necessitano di parecchio combustibile fossile che emette tantissimo gas serra.
Seguono i costi della trasformazione per via chimica dell’ossido di uranio in esafluoruro di uranio, con formazione anche qui di scorie sia pur blandamente radioattive.

Poi vi sono i costi della trasformazione dell’esafluoruro di uranio in un concentrato di esafluoruro di uranio contenente dal 3 al 4 % di uranio-235, con formazione di sottoprodotti di uranio “impoverito”.
Tale “arricchimento” in uranio-235 può avvenire con il vecchio processo di diffusione gassosa o con il processo di centrifugazione, entrambi basati sul fatto che il fluoruro di uranio-235 è “un poco” più leggero del fluoruro dell’uranio-238 presente in ragione di circa il 99,3 % nel minerale.

Una parte dei costi di arricchimento è pagato dal fatto che il residuo di fluoruro di uranio impoverito può essere trasformato in uranio metallico, blandamente radioattivo, che, essendo un metallo pesante ed essendo piroforico, trova “utile” impiego come proiettile di cannoni o di aerei.

Il ricavato di questo commercio va detratto dal costo (ben maggiore) del processo di arricchimento.

Poi vanno contabilizzati i costi di trasformazione chimica dell’esafluoruro arricchito di uranio-235, in ossido, che viene introdotto nei reattori per liberare calore per la fissione nucleare.

A questo punto debbono cominciare ad aggiungersi i costi relativi alla costruzione e all’installazione del reattore e della centrale, costi che incidono sul chilowattora dell’elettricità nucleare sotto forma di una frazione (ammortamento) del capitale investito. Più a lungo la centrale produce e vende elettricità, meno i costi fissi incidono sul costo del chilowattora elettrico nucleare.
E ancora, ogni uno o due anni il combustibile deve essere estratto dal reattore, sotto forma di “combustibile irraggiato”.
Il combustibile irraggiato deve stazionare per mesi o anni in una piscina sott’acqua, e anche questo costa. A questo punto il combustibile irraggiato può seguire due strade.
La prima, quella del recupero del plutonio che va separato dall’uranio, può peraltro avere anche un piccolo ritorno monetario sotto forma di plutonio venduto a fini militari.
La seconda strada consiste nella sepoltura, per migliaia di anni, del combustibile irraggiato i cui costi sono imprevedibili (prospezioni geologiche, costruzione di gallerie sotterranee, etc).
C’è da considerare poi che una centrale nucleare e’ sempre una centrale termoelettrica che sfrutta un ciclo di Carnot e, quindi, deve utilizzare una grande quantità d’acqua fredda.
Ricordo che in Italia nel 2003 si sono dovute spegnere delle centrali a combustibile fossile proprio per la siccità. Fenomeno questo che potrebbe ripetersi. Immaginiamo i costi di un tale fermo per una centrale nucleare.
Le precedenti considerazioni mostrano che qualsiasi “ragionevole” indicazione di un basso costo dell’elettricità nucleare è falsa pur essendo noti e contabilizzabili soltanto alcuni costi ed essendo del tutto sconosciuti in gran parte i costi complessivi come ad esempio i costi di”derivazione” umana, come lo spostamento di popolazioni dalle zone a rischio, i costi della militarizzazione e del controllo poliziesco delle zone coinvolte con attività nucleari..etc. ..etc..etc..

ARTICOLO DI : di Raffaele Langone ...... http://www.gliitaliani.it/2010/08/lenergia-prodotta-dalle-centrali-nucleari-costa-meno/


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domenica 22 agosto 2010

energia nucleare : mappa dei siti iraniani, al via prima centrale

Ecco una mappa del nucleare in Iran, secondo fonti giornalistiche e dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea).

- MINIERE DI URANIO: Una a SAGHAND vicino alla città di Yazd, nel deserto dell'Iran centrale. Si estrae minerale molto ricco di uranio. Il minerale, macinato, diventa ossido di uranio giallo chiamato "yellowcake". - CONVERSIONE: Un impianto si trova a ISFAHAN. Trasforma lo yellowcake in gas, esafluoride di uranio (UF6). Il gas è destinato ad essere immesso per l'arricchimento in centrifughe supersoniche messe in serie, o a cascata.

- ARRICCHIMENTO: a NATANTZ, circa 200 chilometri a sud di Teheran c'è un impianto in grado di ospitare fino a 50 mila centrifughe. A QOM c'è un impianto ancora in costruzione. Sarebbe situato all'interno di una montagna, secondo fonti di intelligence Usa. Secondo queste ultime, l'impianto, che potrebbe ospitare 3.000 nuove centrifughe, avrebbe le "dimensioni giuste" per un uso militare.

- CENTRALI NUCLEARI: La centrale di Bushehr, il primo impianto nucleare iraniano, è stata avviata oggi. Il progetto, sul Golfo Persico, fu avviato negli anni Settanta, ai tempi dello Scià, con l'aiuto delle imprese tedesche Siemens e Aeg-Telefunken. Dal 1995 sono ripartiti i lavori con l'appoggio della Russia. La messa in funzione era stata rinviata di diversi anni.

- REATTORE AD ACQUA PESANTE: ad ARAK, circa 250 km a sud di Teheran, sorge un reattore sperimentale, visitato da ispettori dell'Aiea. Il progetto preoccupa Usa, Ue e l'Aiea in quanto potrebbe essere sfruttato per la costruzione della bomba atomica.

Inizia per l'Iran l'era nucleare. La prima centrale è stata inaugurata da funzionari iraniani e russi nel porto meridionale di Bushehr a 35 anni dall’inizio della sua costruzione. Con l’apertura dello stabilimento di fabbricazione russa, 82 tonnellate di combustibile nucleare già consegnate sigillate all’Iran dalla Russia sono state aperte dall’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA) e conservate in un contenitore esterno in prossimità del reattore. Il carburante verrà gradualmente versato nel reattore sotto la supervisione dell’Aiea e, secondo le previsioni, occorreranno due mesi prima che il reattore raggiunga il 50% della sua capacità e quindi, in sei-sette mesi, la centrale e il suo reattore da mille megawatts potranno essere collegati alla rete nazionale elettrica iraniana.

Produrre energia elettrica L’obiettivo annunciato da Teheran è produrre, con l’aiuto di Mosca, elettricità sufficiente per rispondere alla crescente domanda nazionale di energia. All’inaugurazione dell’impianto hanno partecipato il vicepresidente Ali Akbar Salehi, responsabile dell’agenzia nucleare iraniana e Serghiei Kiriyenko, direttore della Rosatom, l’agenzia di Stato russa per l’energia atomica. Con l’apertura dell’impianto di Bushehr, ha detto Salehi, "la Russia si è resa immortale" nella storia della Repubblica iraniana.

Usa: "Nessun rischio di proliferazione nucleare" L’entrata in funzione della centrale nucleare iraniana di Bushehr non rappresenta alcun rischio di proliferazione: lo ha affermato il Dipartimento di Stato americano, sottolineando come l’impianto sia destinato ad un utilizzo civile e la sua attività sia sorvegliata dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (aiea) e dalla Russia. Tuttavia proprio la cooperazione russa nella fornitura e recupero del combustibile nucleare dimostra come "l’Iran non abbia affatto bisogno di possedere delle autonome capacità di arricchimento se le sue intenzioni sono pacifiche", ha concluso il portavoce del Dipartimento, Darby Holladay

venerdì 13 agosto 2010

Energia nucleare e CO2: quanto è verde l'atomo?

L'Italia, l'Europa e gli Usa puntano sul nucleare anche per contenere le emissioni di CO2, e così facendo colorano di verde il nucleare. Ma l'atomo è per davvero una fonte di energia elettrica a "zero CO2" come dicono? No! Le sue emissioni sono di molto inferiori a quelle di carbone e petrolio, ma non sono "zero" e neppure le più basse possibili.

IN SINTESI
1) L'energia nucleare non è a "zero emissioni di CO2" come dicono i politici.
2) Il suo impatto in CO2 varia molto in funzione delle tecnologie usate.
3) Il solare potrebbe avere un impatto inferiore, con i dovuti investimenti.
4) L'eolico ha un impatto inferiore, ma la resa è scarsa ed è molto invasivo.



La maggior parte dell'energia elettrica consumata al mondo viene prodotta a partire da fonti fossili: carbone, soprattutto, e poi petrolio e gas. La combustione di carbone e petrolio è la principale causa dell'aumento innaturale dei gas serra (greenhouse gas, GHG) e tra questi, in particolare, dell'anidride carbonica, la CO2: è questo a produrre i cambiamenti climatici che sono diventati il grande tema economico, politico e sociale del XXI secolo? A differenza di qualche anno fa è ormai difficile trovare uno scienziato disposto a negare l'effetto delle attività umane sul clima della Terra.

DALLA CULLA ALLA TOMBA Come si calcola quanto inquina un'attività umana? Analizzando ogni singola fase di quell'attività, da quando era solo un progetto a quando non esisterà più. Per esempio, è corretto pensare che una centrale a carbone emette la maggior parte degli inquinanti in atmosfera durante il suo funzionamento, dal camino, anche se quest'ultimo è dotato di filtri e sistemi di depurazione. Occorre però indagare anche su come sono stati costruiti i filtri e i depuratori, sulla quantità di energia spesa per costruirli e sul tipo di energia usata (ancora da carbone? gasolio? gas?). Quanto hanno inquinato navi e camion per portarli a destinazione dai luoghi di fabbricazione (Germania, Cina, Australia...)? E poi, filtri e depuratori hanno bisogno di ricambi, di sistemi di controllo (sonde e computer) e certamente producono polveri e fanghi che, "catturati" grazie ad apposite tecnologie, devono essere smaltiti: perciò servono contenitori di sicurezza, tute anticontaminazione per i lavoratori, costosi processi di vetrificazione (esattamente come per i fanghi tossici dei termovalorizzatori e per alcuni rifiuti radioattivi).

LA SOMMA DELLE PARTI Il camino stesso e gli edifici della centrale e i serbatoi del vapore, le turbine e gli alternatori, i cavi, le travi in acciaio, le viti e i bulloni... Tutto è stato trasportato e tutto è stato costruito a partire da materie prime estratte da cave (il cemento), miniere (ferro, rame...), pozzi petroliferi (plastiche, olii, solventi...). Anche il carbone per la caldaia della centrale è stato estratto, lavorato e trasportato. Quando infine arriverà il momento la centrale sarà smantellata e fatta a pezzi, ogni singolo frammento trasformato in qualcos'altro: mettete tutto assieme e ottenete un fiume di energia spesa in lavorazioni che, con le loro emissioni, hanno sempre un impatto sull'ambiente.

NON CI SONO PASTI GRATIS Che l'abbia detto un economista degli anni '90, Einstein all'inizio del secolo scorso o un cinese di 4.000 anni fa, il risultato non cambia: tutto quello che "succede" ha un prezzo. Per calcolare quello di un sistema complesso come una filiera energetica occorre uno strumento altrettanto complesso, il Life Cycle Assesment (LCA, "analisi del ciclo di vita"), grazie al quale i ricercatori riescono a frazionare la filiera in ogni suo singolo evento e a valutarlo in termini di impatto ambientale grazie a una "matematica" che consente di convertire ogni processo in "emissioni di CO2 equivalente" (CO2eq). Questa è una misura "relativa", che confronta gli altri gas serra (vapor d'acqua, metano, protossido di azoto, ozono e gas fluorurati) con una uguale massa di CO2.

L'ATOMO E LE ALTRE Valutando ogni input e output di materie ed energia l'LCA dà dunque una valutazione d'impatto ambientale per comparto (consumo risorse, inquinamento acque, inquinamento atmosferico e via dicendo) e riassume tutto in un singolo valore. Qui sotto, una tabella riassuntiva, molto sintetica, delle emissioni in grammi di CO2eq rapportate al chilowattora elettrico (kWhel) prodotto durante l'esercizio commerciale di una centrale elettrica:

# fonti fossili: 600-1.200 grammi di CO2eq / kWhel
# solare fotovoltaico e termico: attorno ai 90 g CO2eq / kWhel
# nucleare: 10-130 g CO2eq / kWhel
# eolico, idroelettrico: 15-25 g CO2eq / kWhel

Questi risultati sono tratti dallo studio Life cycle energy and greenhouse gas emission of nuclear energy: A review, di Manfred Lenzen, PhD in fisica nucleare all'Università di Bonn (Germania) e ricercatore alla Sydney University (Australia), pubblicato su ScienceDirect nell'aprile 2008. Lo studio completo riporta i criteri, i metodi e gli strumenti matematici utilizzati.

LE FORBICI L'ampiezza dei valori riportati nella nostra tabella è giustificata dal fatto che abbiamo voluto fornire valori indicativi piuttosto che dettagli, che nello studio di Lenzen abbondano. Nelle fonti fossili sono accorpati carbone, petrolio e gas, indipendentemente dalle tecnologie di estrazione e dal tipo di centrale, con quelle a gas a ciclo combinato che si avvicinano ai valori minimi. Allo stesso modo, con "nucleare" non abbiamo fatto differenza tra le tipologie di reattori, ma in quella forbice di valori il peso ambientale si avvicina al minimo se utilizza uranio poco arricchito e se per la filiera non è previsto il riprocessamento del combustibile: l'arricchimento dell'uranio e il recupero di elementi della fissione che possono essere riutilizzati sono infatti operazioni costose anche in termini ambientali.

SOLE, ACQUA E VENTO Quanto alle "alternative", non devono sorprendere i costi ambientali del solare, che ha rendimenti ancora bassi e si basa su tecnologie sofisticate e innovative, per le quali le analisi di impatto ambientale andrebbero approfondite per tutte le fasi della filiera, dalla produzione dei componenti ai materiali termovettori, dalle ipotesi di mega-centrali nei deserti del mondo allo smaltimento degli impianti stessi. Tra i sistemi più vantaggiosi sembrerebbe perciò ragionevole puntare in misura maggiore sull'idroelettrico, che tuttavia ha un limite nel potenziale d'acqua disponibile (che in Italia è sfruttato quasi al 100%). Sull'eolico, infine, va detto che ci sono ancora molte questioni aperte, a partire dalla rumorosità e dall'impatto paesaggistico delle grandi centrali, che fanno storcere il naso agli ambientalisti. L'eolico ha però anche un serio problema di rendimento complessivo: per avere una potenza equivalente a quella di una qualunque centrale da 1.000 MW, in una zona adeguatamente ventosa, servono circa 600 torri eoliche da 5 MW (non 200, per compensare l'intermittenza dei venti), alte un centinaio di metri, con pale da 80 metri di diametro e disposte a 200 metri l'una dall'altra. Per quanto promettente, anche questa alternativa alle energie tradizionali ha ancora bisogno di investimenti e ricerca.
fonte: Focus.it

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