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venerdì 20 marzo 2015

Clima: i ghiacci dell'Artico sono al loro minimo storico

I ghiacci dell'Artico (che gia' d'estate avevano raggiunto livelli minimi con l'apertura dei, una volta mitici, passaggi a 'nord-ovest' e a 'nord-est') per la prima volta si trovano nella medesima situazione anche d'inverno. Nella stagione piu' fredda appena trascorsa la loro superficie massima e' stata di soli 14,5 milioni di km/q, il minimo dal 1979 quando si inizio' a fotografare con i satelliti la situazione del pack artico. A dare l'allarme e' il centro di ricerca Usa 'National Snow and Ice Data Center' della University of Colorado.

  Secondo i glaciologi Usa il picco del livello di ghiaccio e' stato raggiunto nella stagione appena trascorsa (il 21 marzo inizia formalmente la primavera) il 25 febbraio, quando pero' mancavano all'appello 130.000 km/q di ghiacci rispetto al precedente record minimo registrato nel 2011. Cio' a causa di un mese di febbraio insolitamente 'caldo' in Alaska e Russia.

  Lo studio conferma un'altra ricerca, pubblicata solo il 10 febbraio scorso del 'Polar Science Center' della Universitry of Washington, secondo il quale tra il 1975 ed il 2012 lo strato dei ghiacci artici si e' ridotto di ben il 65%. .


fonte:AGI

giovedì 4 aprile 2013

CAMBIAMENTI CLIMATICI: L’emisfero Nord sta diventando più caldo di quello Sud


La pioggia tropicale tende a spostarsi verso settentrione


I cambiamenti climatici stanno facendo sì che l’emisfero settentrionale del pianeta stia diventando più caldo di quello meridionale e questo potrebbe alterare significativamente il regime delle precipitazioni tropicali. 

Uno studio della University of California di Berkeley sostiene infatti che questi cambiamenti potrebbero cambiare le precipitazioni stagionali in aree come l’Amazzonia, l’Africa Sub-Sahariana o l’Asia orientale, lasciando alcune aree in condizioni più umide e altre in condizioni più secche rispetto a come sono attualmente. 

«Una scoperta fondamentale è che esiste una tendenza della pioggia tropicale a spostarsi verso Nord, il che potrebbe implicare l’intensificarsi dei sistemi meteorologici monsonici in Asia o variazioni della stagione umida da Sud a Nord in Africa e Sud America», ha spiegato Andrew R. Friedman, che ha condotto lo studio accettato per la pubblicazione dal Journal of Climate, una rivista della American Meteorological Society.

FONTE:http://www.lastampa.it/2013/04/04/scienza/ambiente/l-emisfero-nord-sta-diventando-piu-caldo-di-quello-sud-PiGTuV1eOf51YNznYvfSYM/pagina.html

cambiamenti climatici : Al Polo Sud: nel mare si forma più ghiaccio perché fa più caldo

L'acqua dolce e fredda che arriva dai ghiacci sciolti in Antartide forma uno strato superficiale nei mari


E' uno studio apparso il 1° aprile sulla rivista specializzata Nature Geoscience e riscontrato da un gruppo internazionale di scienziati nell’arco di analisi durate alcune anni. Nei mari che circondano l’Antartide in inverno si forma più ghiaccio galleggiante proprio a causa del riscaldamento globale. Sembra un paradosso, ma le conclusioni alle quale sono giunti gli studiosi spiegano una serie di fenomeni che già altri esperti climatici avevano riscontrato e predetto (nell’emisfero boreale): l’aumento delle temperature porterà in alcune zone più freddo.

FENOMENI OPPOSTI - Il fenomeno evidenziato nel ghiaccio marino al Polo Sud è l’opposto di quanto visto al Polo Nord: nell’Artico il ghiaccio si sta ritirando a elevata velocità e quello che rimane si sta assottigliando, tanto che alcuni scienziati hanno previsto che nel 2020 l’Artico sarà completamente libero dal pack in estate. In Antartide, invece, il ghiaccio marino aumenta, in particolare in inverno. Qual è la causa?

PARADOSSO - Secondo Richard Bintanja, climatologo del Reale istituto meteorologico olandese di Utrecht, che insieme ad altri colleghi ha preso parte alla ricerca, il paradosso si spiega con il fatto che lo scioglimento di 250 miliardi di tonnellate all’anno di ghiaccio dalla massa continentale antartica, riversa nei mari un’enorme quantità di acqua dolce che forma uno strato di acqua fredda sulla superficie oceanica, il quale protegge il ghiaccio marino dall'acqua più profonda e leggermente più calda. Gli autori dello studio hanno analizzato i dati di temperatura e salinità registrati dai satelliti e dalle boe oceaniche nel periodo 1985-2010.

DUBBI - Altri scienziati affermano che possono esserci diverse spiegazioni per l'aumento del ghiaccio marino in Antartide. Secondo Paul Holland, oceanografo del British Antarctic Survey di Cambridge, «lo scioglimento di enormi masse di ghiaccio continentale è un fatto, ma non è detto che questo influisca in modo significativo nell'incremento del pack». Holland lo scorso anno ha pubblicato un articolo in cui afferma che l'incremento del ghiaccio marino nel mare di Waddell è dovuto a una diversa distribuzione dei venti circumantartici, basandosi sui dati raccolti dai satelliti sui movimenti dei ghiaccio tra il 1992 e il 2010. In altre aree, come nel mare del Re Håkon, l'aumento del ghiaccio marino è dovuto alla combinazione degli effetti della temperature e del vento. Bintanja replica che gli effetti del vento sono importanti a livello locale, ma a livello continentale sono più decisive le quantità di acqua dolce derivate dallo scioglimento dei ghiacciai.

giovedì 28 marzo 2013

Biocombustibile da ossido di carbonio dell'atmosfera

 Ricerca Georgia University permetterebbe ciclo chiuso


L'eccesso di ossido di carbonio nell'atmosfera è il principale motore dei cambiamenti climatici: una ricerca della statunitense Georgia University ha aperto la strada alla trasformazione del gas ricavato direttamente dall'aria in prodotti industriali.
Come riporta il sito di "Science Daily" la tecnica si basa su un microorganismo creato ad hoc che assorbe l'ossido di carbonio sintetizzando zuccheri utilizzabili ad esempio nella produzione di biocombustibili: di fatto, è lo stesso principio che porta alla produzione di biomasse, che è però poco efficiente; il microoganismo permette invece di prescindere dalle piante.
Il battere deriva dal "Pyrococcus furiosus" - che prolifera nelle zone geotermali sottomarine - opportunamente modificato in modo da sopravvivere a temperature meno elevate sintetizzando non carboidrati ma ossido di carbonio. La tecnica non ridurrebbe la quantità totale di CO2 nell'atmosfera ma renderebbe la produzione di biocobustibile "neutra", ovvero a ciclo chiuso.

fonte:http://www.lastampa.it/2013/03/28/scienza/ambiente/clima-biocombustibile-da-ossido-di-carbonio-dell-atmosfera-OPMx2mcRflljU8ySXVX8pL/pagina.html

lunedì 11 marzo 2013

CAMBIAMENTI CLIMATICI: Fenomeni estremi clima causati da riscaldamento Artico

A provocare gli eventi climatici estremi come le siccita' e le inondazioni che hanno colpito negli ultimi anni Usa e Russia e' lo stop delle ''onde giganti'' d'aria che oscillano dal polo ai tropici, causato dal riscaldamento dell'Artico. Lo ha scoperto uno studio del Potsdam Institute for Climate Impact Research pubblicato sulla rivista Pnas.

Queste onde d'aria, spiegano gli esperti, quando vanno dai tropici al polo estraggono calore, mentre nel percorso inverso portano via e 'redistribuiscono' aria fredda dall'Artico: ''Quello che abbiamo notato - spiegano gli autori - e' che in occasione dei recenti fenomeni estremi le onde si sono fermate per settimane, quindi invece di portare aria fresca dove prima c'era aria calda hanno fatto in modo che rimanesse l'alta temperatura''.

La causa trovata dalle equazioni sviluppate nello studio per descrivere il moto dell'aria e' il riscaldamento dell'Artico, molto piu' veloce rispetto a quello del resto del pianeta: ''Questo - spiegano - riduce le differenze di temperatura tra il polo e le altre zone, che sono la principale forza che spinge il moto di queste 'onde'''.

lunedì 21 gennaio 2013

Amazzonia, in ginocchio per il clima un'area grande due volte la California

 La foresta pluviale - rivelano i dati raccolti dai satelliti dell'ente spaziale americano - ha risentito fortemente di una sicciccità iniziata nel 2005, provocando danni al di la delle previsioni degli esperti. E a rischio sono i delicati ecosistemi della zona


L'allarme rosso è scattato un'area grande quanto due volte la California. Da tempi. Lì, nella foresta pluviale amazzonica si stanno evidenziando i primi chiari segni di degrado ambientale dovuti ai cambiamenti climatici. A certificarlo, forti delle osservazioni satellitari, è l'agenzia spaziale americana secondo la quale è questa l'area che ha patito fortemente una siccità iniziati otto anni fa.

Le cifre non ammettono interpretazioni, sono quelle di un nuovo studio che mostra come la gravissima carenza d'acqua che si verificò nel 2005 ha causato danni molto maggiori di quelli stimati preventivamente dagli studiosi e che il suo impatto dura più a lungo di quanto supposto, aggravato ulterioremente da un'altra siccità nel 2010.

In pratica l'intervallo di tempo tra i due episodi di siccità - come rilevano i dati raccolti dai satelliti - è stato troppo breve per consentire alla flora di riprendersi, danneggiando 70 milioni di ettari di foresta.  "Tutto ciò potrebbe alterare la struttura e le funzioni degli ecosistemi pluviali della foresta amazzonica", ha avvertito Sassan Saatchi del laboratorio Jet populsion della Nasa.


fonte:http://www.repubblica.it/ambiente/2013/01/21/news/amazzonia_rischi_nasa-51015486/?rss

lunedì 19 novembre 2012

CLIMA : Innalzamento del mare, andrà peggio "Le stime dell'IPCC sono ottimistiche"

l livello continuerà ad alzarsi per almeno due secoli. Alcuni scienziati italiani pubblicano il loro studio (incremento minimo entro il secolo dfino a 95 centimetri) e avvertono: ne risentirà tutto il Mediterraneo, bisogna subito ridurre le emissioni di gas-serra e prepararsi.


VENTI centimetri guadagnati nel ventesimo secolo. Ed altri 20, ma in alcune parti del globo anche 60, saranno i centimetri di innalzamento del livello marino terrestre con cui le prossime generazioni faranno i conti entro la fine di questo secolo secondo l'ultimo rapporto dell'IPCC, il gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico. Ma secondo le ultime previsioni di alcuni scienziati italiani, queste cifre sono ottimiste. Loro stimano infatti un incremento minimo compreso tra 80 e 95 centimetri e, ripetono, all'origine di tutto ci sono le attività umane. L'unica opzione ora è una grossa frenata prima dell'impatto, ovvero rallentare il processo e non farsi cogliere impreparati.Lo studio. In uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Global and Planetary Change, Antonio Zecca e Luca Chiari della Università di Trento, presentano un quadro ancora più preoccupante di quello proposto dall'IPCC: malgrado la riduzione dei combustibili fossili (dovuto sia ad un esaurimento naturale che ad un miglioramento della efficienza energetica) il livello del mare salirà di almeno 80-95 centimetri entro la fine del secolo e continuerà a farlo per almeno duecento anni. Lo studio è un ulteriore monito a ridurre, e immediatamente, le emissioni di gas-serra, al fine di rallentare la risalita del livello marino e cominciare a prendere misure per adattarsi ad un nuovo paesaggio costiero.

I fisici dell'atmosfera trentini hanno ripreso i modelli climatici dell'IPCC ed hanno incluso nuovi dati sull'attesa, seppur di incerta entità, diminuizione di combustibili fossili. Lo scopo era vedere in che modo questa diminuizione potrà influenzare la risalita del livello marino. "È importante sottolineare che le nostre stime rappresentano i valori minimi, perché i nostri scenari di emissione non tengono conto dei combustibili fossili non convenzionali e di futuri sviluppi tecnologici che potrebbero migliorare le attuali tecniche di estrazione", chiarisce Luca Chiari. In poche parole: il livellio marino potrebbe salire ancora di più. I risultati dello studio mostrano, purtroppo, che il mare continuerà inesorabilmente a salire anche nel caso della riduzione più drastica delle reserve di combustibili fossili. Ma, secondo Zecca e Chiari, l'innalzamento del mare potrebbe essere se non altro "frenato" con un radicale taglio elle emissioni, e questo consentirebbe all'umanità di muovere qualche passo verso l'adattamento all'inevitabile.

Quali, allora, le aree a maggior rischio di finire sotto il pelo dell'acqua? I casi più noti sono i Paesi come il Bangladesh e le Maldive, o, negli Stati Uniti, la Florida. Più prossime all'Italia, Zecca indica a titolo d'esempio l'Egitto. Nel caso peggiore, cioè quello della risalita di ben un metro, la geografia del Delta del Nilo sarebbe completamente da ridisegnare. "Si tratta di una pianura fertile che dà da mangiare al 70% della popolazione egiziana, che sono 82 milioni oggi, e chissà quanti saranno nel 2100  -  spiega lo scienziato -  in altre parole almeno 55 milioni di egiziani dovrebbero andare a coltivare e vivere altrove."

Il Mediterraneo: una "lente di ingrandimento" del riscaldamento globale. Secondo gli studiosi è inutile sognare: il Mare Nostrum non è una eccezione: "L'innalzamento durante l'ultimo secolo è stato simile a quello medio globale", dice l'esperto trentino. Che precisa però: "Negli ultimi decenni l'incremento del livello del Mediterraneo è stato minore di quello globale". Infatti il nostro è un bacino chiuso e l'accentuato riscaldamento "causerebbe un incremento dell'evaporazione nel bacino, che a sua volta provocherebbe un leggero rallentamento della crescita del livello marino". Insomma, spiega l'esperto, difficile fare una previsione chiara sull'entità dell'innalzamento del Mediterraneo. Ma un aumento ci sarà ed i primi ad accorgersene saranno i comuni costieri delle aree pianeggianti a ridosso di Adriatico e Tirreno.

Zecca disegna allora una linea ideale: "La zona più vasta è naturalmente quella che va da Cesenatico, Cervia, Ravenna, quasi fino a Ferrara, e poi Rovigo, Piove di Sacco, Mestre, fino a Monfalcone". Un'area vastissima: "Sono almeno 1500 km quadrati di pianura agricola fertile". Ma attenzione, avverte Zecca: "I danni alla produzione agroalimentare si estenderebbero a una superficie maggiore perché l'acqua salata risalirebbe nei fiumi e nelle falde salinizzandole".

Se è vero che gli scienziati non possono prevedere il futuro e dirci con esattezza quali cambiamenti ambientali vivranno le diverse regioni del nostro Paese o d'Europa, ciò su cui la maggioranza concorda è sul fatto che il Mediterraneo in particolare è una sorta di "lente di ingrandimento" del riscaldamento globale. Dice Zecca: "Il Mediterraneo sarà una specie di "lente di ingrandimento" del riscaldamento globale: se nella media globale ci sarà un innalzamento di temperatura di 1 grado, per il Mediterraneo sarà forse il doppio".

Tagliare le emissioni. Adesso.  Molti i "se", questo è certo, ma meglio di così non siamo ancora in grado di fare, spiegano gli esperti. E comunque l'avvertimento c'è. Allora non c'è nulla da fare per prepararsi alla geografia del futuro? Gli scienziati su questo non sono d'accordo e lor ripetono da anni: "La prima misura in ordine di tempo e di importanza è tagliare le emissioni di gas-serra cioè ridurre l'impiego di combustibili fossili", dice Zecca. Efficienza energetica, questa la parola d'ordine. Proprio mentre state leggendo questo articolo, avverte Zecca, "la temperatura si sta alzando e il livello del mare anche. Continueranno a farlo per cento o duecento anni e non chiedono il permesso ai governi".


fonte: http://www.repubblica.it/ambiente/2012/11/18/news/livello_marino-46260903/?rss

lunedì 7 novembre 2011

CLIMA: Allarme dell'Onu sul clima "I disastri aumenteranno"


Il nuovo rapporto della task force: "Alluvioni e tempeste sempre più violente. Eventi estremi destinati a crescere". Gli esperti dell'Ipcc: caldo e piogge tropicali in Europa diventeranno la norma

Roma, Cinque Terre, Genova, Napoli. Eccola qui, concentrata in pochi giorni, l'anticipazione del clima che verrà. La rabbia del vento che spazza via tutto, i muri d'acqua che si trasformano in bombe idriche, le tempeste di lampi che riempiono il cielo: fenomeni che chiamiamo estremi perché fino a ieri rappresentavano il limite dell'orizzonte conosciuto, oggi si ripetono con frequenza devastante. Domani potrebbero diventare routine.

L'allarme viene dal quinto rapporto sul cambiamento climatico che l'Ipcc, il panel di oltre 2 mila scienziati messo in piedi dalle Nazioni Unite, sta mettendo a punto. A Kampala, in Uganda, dal 14 al 19 novembre si riuniranno gli esperti di eventi estremi e dalla loro analisi (Special report on managing the risk of estreme events and disasters) emerge un quadro drammatico del caos climatico prodotto dall'uso di carbone e petrolio e dalla deforestazione: è "praticamente certo", dicono gli esperti, che aumenteranno le ondate di gelo e di calore estremo, le inondazioni, i cicloni tropicali ed extratropicali. E a pagare lo scotto maggiore saranno i tropici e l'artico, ma anche le aree temperate più vicine alla fascia in forte riscaldamento.

"Munich Re, uno dei colossi di un settore assicurativo sempre più allarmato, ha fatto i conti del 2010: ci sono stati 950 disastri, legati per il 90 per cento a fattori meteo, che hanno prodotto danni per 130 miliardi di dollari", racconta Mariagrazia Midulla, responsabile clima del Wwf. "Dal 1990 il prezzo pagato al cambiamento climatico continua a crescere. È ora che a Durban, dove tra un mese si incontreranno i governi di tutto il mondo per stabilire una strategia sulla difesa del clima, si decida uno stop rapido alle emissioni serra".

Anche i numeri dei climatologi sottolineano come il 2010 sia stato un anno che ha accelerato il trend di crescita dei disastri climatici: le temperature globali hanno segnato un nuovo record, ondate di incendi hanno messo in ginocchio la Russia, alluvioni record hanno ucciso 2 mila persone in Pakistan e sconvolto l'India, una tempesta di polvere ha soffocato Pechino e ha colpito 250 milioni di persone. Non basta. Quest'anno Bangkok è finita sott'acqua, la siccità e la carestia devastano il Corno d'Africa, l'uragano Irene ha seguito una rotta impazzita arrivando a far tremare New York.

Secondo l'Ipcc l'aumento dell'energia in gioco in atmosfera prodotto dalla crescita delle emissioni serra aggraverà tutti questi problemi. In assenza di un alt ai combustibili fossili e alla deforestazione, le ondate di calore che nel 2003 hanno fatto 70 mila morti aggiuntivi in Europa diventeranno più frequenti; entro il 2050 i massimi di temperatura saranno di almeno 3 gradi superiori ai massimi di temperatura del secolo scorso ed entro il 2010 di 5 gradi superiori; le aree aride e semiaride in Africa si espanderanno almeno del 5-8 per cento; si perderà fino all'80 per cento della foresta pluviale amazzonica; la taiga cinese, la tundra siberiana e la tundra canadese saranno seriamente colpite; il Polo Nord diventerà presto navigabile d'estate; la popolazione mondiale sottoposta a un crescente stress idrico passerà dal miliardo attuale a 3 miliardi.

"Lo scenario devastante indicato dall'Ipcc può ancora essere evitato se si puntano con decisione sulle energie rinnovabili e sull'efficienza energetica", precisa Vincenzo Ferrara, il climatologo dell'Enea. "È un passaggio complesso ma si può avviare subito a costo zero: basterebbe chiudere il rubinetto degli incentivi che, a livello globale, finanziano con circa 400 miliardi di dollari l'anno i combustibili fossili che minano la stabilità climatica e usare questi fondi per rilanciare le energie pulite".

"Non abbiamo scelta: il fatto che in pianura padana le piogge siano complessivamente diminuite mentre le alluvioni aumentano mostra in modo inequivocabile che il clima italiano si è tropicalizzato", aggiunge Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace. "Non possiamo limitarci a contare le vittime del caos climatico senza reagire".

fONTE: http://www.repubblica.it/ambiente/2011/11/07/news/disastri_del_clima-24564477/?rss

venerdì 14 gennaio 2011

RISCALDAMENTO GLOBALE: 2100, ghiacciai alpini a rischio estinzione

Due ricerche pubblicate dalla rivista Nature Geoscience dipingono scenari inquietanti per il futuro a medio e lungo termine. A causa del riscaldamento del pianeta, entro fine secolo potrebbero scomparire il 75% dei ghiacciai alpini e il 70% di quelli neozelandesi. Ma il persistere delle emissioni nell'atmosfera porterebbe entro il 3000 alla fusione dell'Antartide occidentale e all'innalzamento del mare di 4 metri


I cambiamenti climatici potrebbero determinare entro il 2100 lo scioglimento di tre quarti dei ghiacciai alpini e, in una previsione ancor più drammatica, la dissoluzione di buona parte dell'Antartico entro il 3000. Con la conseguenza di un innalzamento del livello del mare di ben 4 metri. E' lo scenario davvero inquetante dipinto da due ricerche pubblicate dalla rivista Nature Geoscience, che mettono in risalto due degli aspetti meno noti della mutazione climatica: i suoi effetti sui ghiacciai e il suo impatto a lungo termine.

Il primo studio, ad opera delle geofisiche Valentina Radic e Regine Hock dell'Università dell'Alaska, stima che i ghiacciai si apprestano a perdere tra il 15 e il 27 per cento del loro volume entro il 2100. Cosa che, ammonisce la ricerca, "potrebbe avere effetti sostanziali sull'idrologia regionale e la disponibilità di risorse in acqua". Alcune aree saranno più a rischio di altre, in funzione dell'altezza dei loro ghiacciai, della natura del terreno e della loro localizzazione, più o meno sensibile al riscaldamento del pianeta. In base a queste variabili, i più a rischio sono i ghiacciai alpini: potrebbe sciogliersene in media il 75 per cento (tra il 60 e il 90 per cento), a seguire quelli della Nuova Zelanda con un rischio medio del 72 per cento (tra il 65 e il 79 per cento).

Per contro, in base al primo studio, il rischio è limitato all'8 per cento dei ghiacciai in Groenlandia e al 10 per quelli asiatici. Secondo questa ricerca, lo scioglimento dei ghiacciai si tradurrebbe in un elevarsi medio del livello del mare, da qui a fine secolo, di 12 centimetri. La stima, che non prende in considerazione l'espansione degli oceani a seguito del riscaldamento dell'acqua, si sposa ampiamente con l'ultimo rapporto stilato nel 2007 dal Giec, il gruppo intergovernativo di esperti messo in piedi dall'Onu per studiare l'evoluzione del clima.

Radic e Hock hanno realizzato i loro calcoli a partire da un modello informatico basato su dati raccolti su oltre 300 ghiacciai tra il 1961 e il 2004. E si sono poggiate sul primo degli scenari intermedi immaginati dal Giec (denominato "A1B"), che coniuga crescita demografica, economica e ricorso a fonti d'energia più o meno inquinanti, e che prevede un aumento della temperatura del pianeta di 2,8 gradi nel corso del 21mo secolo. Ma lo scenario "A1B" non prende in considerazione le calotte ghiacciate dell'Antartico e della Groenlandia, che da sole raccolgono il 99 per cento dell'acqua dolce del pianeta. Se una di queste due aree dovesse sciogliersi sensibilmente, il livello degli oceani aumenterebbe di molti metri, sommergendo molte città costiere. Immaginando la fusione dell'Antartico occidentale, l'aumento del livello del mare sarebbe di 4 metri.

Esattamente lo scenario catastrofico che emerge dal secondo studio pubblicato da Nature Geoscience, realizzato dall'Università di Calgary, in Canada. Una ricerca focalizzata sull'inerzia dei gas a effetto serra che, una volta emessi, resistono per secoli nell'atmosfera. Con la conseguenza che, se anche si potessero fermare tutte le emissioni di gas a effetto serra da qui al 2100, il riscaldamento del pianeta proseguirebbe ancora per altre centinaia di anni. Lo studio dell'università canadese si basa sullo scenario "A2" del Giec, più pessimista del "A1B" in materia di emissioni e che arriva a prevedere un aumento della temperatura di 3,4 gradi centigradi da qui a fine secolo.

giovedì 6 gennaio 2011

Paradossi climatici artificiali: il rallentamento della Corrente del Golfo e le sue ripercussioni

I fragili equilibri della Terra sono stati sconvolti da decenni di manipolazioni. Tra le più recenti aberrazioni climatiche suscita particolare inquietudine il rischio che la Corrente del Golfo deceleri, per via del riscaldamento dell'atmosfera, in buona parte dovuto alle emissioni elettromagnetiche. Stando ad alcuni studi, la corrente calda che si forma ad est del Messico avrebbe già subìto una diminuzione della velocità: è un fenomeno foriero di ulteriori sconquassi meteorologici, suscettibili di influire sugli ecosistemi, sulle produzioni agricole, sullo stile di vita, sui consumi…

Per comprendere le ragioni e le possibili conseguenze di queste "discrasie", è necessario soffermarsi sul cosiddetto "meccanismo della pompa salina".

"Gli oceani del pianeta ricoprono circa il 70% della superficie della Terra. Il volume del mare è immenso e contiene molto calore. Parte di questo calore, per opera delle correnti marine, è trasferito dalle aree calde vicino all’Equatore ad aree più fredde a nord e a sud. Questo trasporto di calore è essenziale per le condizioni climatiche e meteorologiche nelle aree più fredde, poiché esse ricevono proprio dalle correnti marine la maggior parte del calore. Le condizioni climatiche e meteorologiche sono determinate generalmente dagli oceani. La Corrente del Golfo porta calore nel Nord Atlantico ed ha un impatto considerevole sul clima europeo. La salinità della Corrente del Golfo è una condizione fondamentale per consentire la formazione di acque profonde nel Mare del Nord e nel Mare della Groenlandia.

Le condizioni climatiche e meteorologiche in Europa dipendono molto dalla Corrente del Golfo che, dal mare al largo della Florida, porta calore al Nord Europa raggiungendo prima l’Islanda, poi le isole Far Oer e la Norvegia settentrionale. In queste parti dell’Oceano Atlantico l’atmosfera è riscaldata dalla Corrente del Golfo. L’aria calda soffia attraverso l’Europa con venti da ovest. Per questo motivo l’Europa ha inverni più miti.

Nel Mare del Nord e nel Mare della Groenlandia, l’acqua di superficie discende per diversi chilometri fino a raggiungere il fondo dell’oceano per poi dirigersi nuovamente verso sud. La discesa dell’acqua di superficie determina l’arrivo di nuova acqua di superficie da sud. Questa corrente da sud è la Corrente del Golfo.

La formazione di acque profonde nel Nord Atlantico è come una pompa gigantesca. Essa è responsabile della creazione di una corrente marina di profondità che agisce sotto correnti di superficie ben note e che interessa l’intero pianeta. Prima che le acque profonde del Nord Atlantico ritornino in superficie, riapparendo in luoghi diversi, anche nell’Oceano Pacifico, trascorrono molte centinaia (forse persino migliaia) di anni. Ma per quale motivo le masse d’acqua nel Nord Atlantico scendono in profondità? Che cosa determina il funzionamento ininterrotto della pompa? L’acqua scende in profondità in prossimità del fronte di ghiaccio polare e poi scorre nuovamente verso sud.

La discesa è accelerata quando l’acqua di superficie ghiaccia. Il sale nell’acqua di superficie si libera dal ghiaccio e si aggiunge all’acqua proprio sotto il ghiaccio che si è appena formato. L’aumento nella salinità dell’acqua porta anche un aumento di densità dell’acqua. Quindi è l’aumento di salinità il fenomeno che determina la discesa di acqua in profondità. La pompa salina attira acqua calda e salata da sud (la Corrente del Golfo) e spinge acqua fredda e salata di profondità verso sud.

Il Nord Atlantico si caratterizza per una bassa salinità quindi la Corrente del Golfo deve fornire sempre nuova acqua salata per far funzionare la pompa; ecco il perché del nome: pompa salina. Il funzionamento della pompa è determinato anche dal fatto che l’acqua ghiaccia e poi si scioglie nuovamente.

Affinché la pompa salina possa funzionare con efficacia è essenziale che la profondità del mare sia notevole. È quindi importante che la calotta glaciale si trovi nelle aree di fondale profondo del Nord Atlantico, ossia nel Mare di Groenlandia e nel Mare del Nord.

La temperatura media dell’atmosfera è in aumento costante ormai da molti anni. [...] Temperature più elevate nell’atmosfera sposteranno il fronte dei ghiacci polari verso nord e più vicino alla terraferma. Il fronte di ghiaccio, allontanandosi dai tratti di mare profondi tra la Groenlandia e la Norvegia ed entrando in acque più basse, può determinare una sostanziale riduzione della forza della pompa salina.

Se la pompa salina perde in potenza, diminuirà in proporzione anche la fornitura di acqua salata calda verso il Nord Atlantico per opera della Corrente del Golfo. La salinità dell’acqua diminuirà ed anche la potenza della pompa salina diminuirebbe ulteriormente.

Tale processo potrebbe determinare una glaciazione rapida e permanente delle acque a nord dell’Islanda e delle Isole Far Oer. A questo punto la pompa salina e la Corrente del Golfo non potrebbero più portare calore nelle acque a nord dell’Islanda. Le temperature in queste aree diminuirebbero fino a un livello più basso rispetto a quello attuale determinando, in nord Europa, un clima significativamente più freddo, forse vicino a quello dell’Era glaciale.

Alessandro ed Alessio De Angelis chiamano in causa anche l'incidente occorso nella piattaforma petrolifera "Deep water horizon": "L'acqua mista a petrolio è più leggera e può impedirne l'inabissamento, bloccando il meccanismo della pompa salina. Inoltre la marea nera potrebbe sporcare le superfici dei ghiacciai della Groenlandia e del pack artico, determinando un maggiore assorbimento dei raggi solari, in grado di accelerare il processo di scioglimento dei ghiacciai con un più consistente afflusso di acqua dolce, più leggera di quella salata. Ciò aumenterebbe il rischio del blocco della Corrente del Golfo. Circa 11.400 anni or sono avvenne l'ultima "piccola era glaciale", causata dall'immissione di enormi quantità di acqua dolce provenienti dal lago Agassiz nel Nord Atlantico che interruppe la Corrente sicché i ghiacciai si espansero in Europa fino alle Alpi ed in America fino al New England".

E' possibile che l'esplosione della piattaforma “Deep water horizon” non sia stata casuale: per sciogliere il greggio è stato impiegato un solvente estremamente tossico: il Corexit 9527.

Fonti: http://www.tankerenemy.com/2010/12/paradossi-climatici-artificiali-il.html

lunedì 27 dicembre 2010

RISCALDAMENTO GLOBALE : Inverni sempre più freddi perché il pianeta si riscalda


Gli esperti non hanno dubbi: Europa del nord, Nord America e Asia orientale per i prossimi anni devono aspettarsi inverni sempre più freddi, piovosi e anche nevosi, come quello cioè, che si è avuto a cavallo tra il 2009 e il 2010. Ecco perché

L'INVERNO appena iniziato in Italia è stato preceduto da un periodo di gelo non facile da dimenticare. E sembra che nuove ondate di freddo siano alle porte. Se facciamo memoria poi, non sarà difficile ricordare quanto freddo, soprattutto al centro nord, si è dovuto patire durante l'inverno scorso. E se ci si sposta più a nord del pianeta, verso la Francia settentrionale e l'Inghilterra la situazione è stata ancor più tremenda. Paradossalmente invece, in Groenlandia e nel Nord del Canada la situazione è opposta: le temperature sono sopra le medie. Ma come è possibile ciò se il pianeta si sta riscaldando sempre più? Sembrerà strano, ma la situazione rientra perfettamente in un quadro di un pianeta sempre più caldo. Europa del nord, Nord America e Asia orientale per i prossimi anni devono aspettarsi inverni sempre più freddi, piovosi e anche nevosi. Come quello che si è avuto a cavallo tra il 2009 e il 2010.

La causa è da ricercare molto più su rispetto alla fascia del pianeta interessata dal freddo, bisogna cioè salire in prossimità del Polo Nord. Qui l'area artica si sta riscaldando come in nessuna altra parte del pianeta, al punto che la temperatura degli ultimi anni è cresciuta mediamente di due volte rispetto al resto del pianeta. Ciò causa una variazione sulla pressione atmosferica al Polo Nord che a sua volta determina una variazione della circolazione atmosferica che porta venti freddi a scendere verso sud. "Ciò
fa si che inverni freddi e nevosi diverranno la norma piuttosto che l'eccezione. E tutto ciò è determinato dalla perdita di ghiacci che si sta verificando in prossimità del polo boreale", spiega James Overland dell'US National Oceanic and Atmospheric Administration 1. Questa conclusione Overland e colleghi l'hanno esposta durante un incontro tenutosi ad Oslo. Secondo il ricercatore, la perdita di ghiacci polari (che sta avvenendo ad un ritmo dell'11% al decennio) fa sì che una maggiore quantità di mari accumuli al Polo Nord molto più calore rispetto al passato e le ricadute sul clima causate da tale situazione è di molto superiore a quanto i modelli climatici avevano delineato fino ad oggi.

A questa condizione, secondo un'altra ricerca, si somma l'influenza della "Oscillazione Artica", una relazione tra l'alta pressione sulle medie latitudini e la bassa pressione dell'Artico. Quando le pressioni sono relativamente deboli, la differenza tra loro è piccola e ciò porta a far si che aria dall'Artico fluisca verso sud, mentre aria più calda viaggi verso nord. Questa situazione è quella presente in questi ultimi anni e ciò determina inverni già di per sé freddi e nevosi sul nord Europa, ancora più rigidi.

FONTE: http://www.repubblica.it/ambiente/2010/12/24/news/inverni_freddiriscaldamento-10563676/?rss

sabato 11 dicembre 2010

riscaldamento clobale: A Cancun trovato l'accordo

Approvato il 'pacchetto' di Cancun sul clima, ovvero gli obiettivi a lungo termine tra cui un fondo verde e il riconoscimento della scienza per fermare il riscaldamento a 2 gradi. Il via libera da parte della 16/a Conferenza Onu sul clima a Cancun, in Messico, riguarda un pacchetto di 'visione condivisa' composto da 32 pagine e sette capitoli con premessa e annessi. Previste azioni di adattamento, mitigazione (tagli di Co2) e finanza (subito 30 miliardi di euro per il periodo 2010-2013).

L'intesa alla conferenza Onu tiene insieme i tagli alle emissioni (25-40% entro il 2020) e gli interessi dei vari Stati rinviando la definizione degli impegni vincolanti Paese per Paese

Per ora è solo architettura, ma è un'architettura robusta: il disegno di un progetto concreto per la salvaguardia del clima. Il testo dell'accordo approvato con il dissenso della sola Bolivia messo agli atti fa dimenticare l'incubo del fallimento di Copenaghen e traccia la strada per un'intesa contro il caos climatico a cui dovrà essere data forma definitiva il prossimo anno: taglio delle emissioni del 25-40 per cento rispetto al livello del 1990 entro il 2020 per evitare che l'aumento di temperatura superi i 2 gradi e un pacchetto di fondi (10 miliardi l'anno che arriveranno a 100 miliardi l'anno nel 2020) per il trasferimento delle tecnologie pulite e il mantenimento delle foreste tropicali. Alleggerito dal peso di target immediati sulla riduzione delle emissioni, il meccanismo del piano di protezione dell'atmosfera ha preso forma in due settimane di abile regia messicana della conferenza Onu che ha lasciato spazio a tutti e ha dato a tutti una ragione per aderire. E' stato un successo netto salutato da interminabili applausi.

I delegati degli oltre 190 Paesi riuniti a Cancun si erano trovati di fronte un compito che sembrava quasi impossibile: a due anni dalla scadenza del protocollo di Kyoto (2012) si trattava di ottenere l'adesione a impegni vincolanti da parte di Stati che avevano dichiarato di non volerne sentir parlare. Da una parte c'era questo gruppo di governi recalcitranti, inclusi i due principali inquinatori del pianeta, Cina e Stati Uniti. Dall'altra i Paesi più direttamente minacciati dal caos climatico (le piccole isole che rischiano di essere sommerse e l'Africa minacciata dalla desertificazione) che chiedevano impegni ancora più stringenti.

L'accordo raggiunto è un miracolo di diplomazia che riesce a tenere assieme l'obiettivo - bloccare la crescita della temperatura - e gli interessi dei vari Stati. A un prezzo non trascurabile: rinviare la definizione degli impegni vincolanti di taglio delle emissioni Paese per Paese, un traguardo che dovrebbe essere raggiunto il prossimo anno, ultimo momento utile per approvare e ratificare un piano globale a difesa del clima nel periodo successivo al 2012. Sarà nella conferenza del 2011 che i numeri oggi inseriti nel testo finale come quadro di riferimento scientifico (la necessità di un taglio delle emissioni del 25-40 per cento al 2020) dovranno assumere la forma di un impegno cogente.

Non era questo l'obiettivo di Cancun. L'obiettivo era recuperare l'idea di un processo comune che ha per posta la salvaguardia degli ecosistemi su cui poggia la sicurezza di tutti. E questo obiettivo è stato raggiunto, come hanno dimostrato i ripetuti applausi e le dichiarazioni emozionate dei capi delegazione durante il rush finale notturno.

La sfida che la conferenza Onu doveva affrontare era il mantenimento di un quadro di impegni vincolanti per il taglio delle emissioni serra che stanno moltiplicando i fenomeni climatici estremi (alluvioni, uragani, siccità). Impegni stabiliti a Kyoto nel 1997, ma solo per un gruppo di Paesi industrializzati dal quale gli Stati Uniti hanno preso le distanze con l'arrivo di George W. Bush alla Casa Bianca. Come hanno fatto notare i rappresentanti del Giappone a Cancun, questo cartello rappresenta ormai solo il 27 per cento delle emissioni serra: la battaglia per la stabilità del clima non può essere vinta senza coinvolgere anche Stati Uniti e Paesi emergenti, Paesi che si erano finora dichiarati assolutamente contrari ad accettare impegni vincolanti.

Partendo da questa situazione di crisi, il vertice di Cancun è riuscito a ottenere più di un successo. La Cina ha accettato i criteri di trasparenza 1 nei controlli sulle emissioni serra che per gli Stati Uniti costituivano una precondizione indispensabile per la trattativa e ha aperto alla possibilità di impegni vincolanti per la fine del decennio. L'India ha adottato una posizione simile. I Paesi schierati sulle posizioni più radicali hanno ritrovato lo spirito del multilateralismo e la disponibilità a creare meccanismi più efficienti per il trasferimento di tecnologie pulite.

Il risultato è un accordo giudicato positivamente dalle associazioni ambientaliste ("L'inserimento della definizione di obiettivi vincolanti, sia pure in una formula molto generica che lo definisce come una possibilità, rappresenta un passo avanti importante", commenta Mariagrazia Midulla, del Wwf). Un accordo che però, come osserva il direttore generale dell'Ambiente Corrado Clini, è ancora lontano dall'indicare una strategia concreta capace di bloccare la crescita della temperatura a un livello in cui i danni siano sufficientemente limitati. Per arrivare a un impegno vincolante si è scelta infatti l'unica strada percorribile: ogni Paese indicherà volontariamente lo sforzo che è disposto a fare. Ma la somma degli sforzi finora indicati dà un taglio delle emissioni che è circa la metà di quello considerato necessario dai climatologi delle Nazioni Unite (Ipcc). Serviranno dunque altre due mosse. La prima è incassare le cambiali già firmate rendendo obbligatori questi impegni in un accordo da siglare il prossimo anno. La seconda è rilanciare spingendo sulla green economy e magari ricorrendo anche a una carbon tax.

fonti : Ansa e http://www.repubblica.it/ambiente/2010/12/11/news/cancun_11_dicembre-10063677/?rss

martedì 7 dicembre 2010

Clima: la svolta della Cina "Sì al taglio dei gas serra"

Un passo indietro del Giappone e un passo avanti della Cina. Un rapporto di Greenpeace che parla di un aumento del 3 per cento della mortalità per ogni grado di aumento della temperatura e la preoccupazione dei delegati per il documento base del negoziato ancora non pronto. La settimana conclusiva del vertice Onu di Cancun che ha per posta il futuro del clima si è aperta rispettando il copione degli ambientalisti all'assalto e delle istituzioni titubanti. Ma, mentre migliaia di indios si preparano a marciare sul palazzo della conferenza per far valere i diritti di chi rischia di perdere tutto per colpa del cambiamento climatico, sono arrivate le prime sorprese.

La più importante è il ruolo che Pechino sembra intenzionata a giocare: dopo aver dato il contributo fondamentale nel fallimento della conferenza di Copenaghen del dicembre scorso, è tornata di nuovo in prima fila ma in una veste opposta. Per la prima volta la Cina ha fatto un'apertura importante aprendo la strada al negoziato per impegni vincolanti sul taglio dei gas serra da definire in tempi rapidi e da attuare a partire dal 2020. In questa prospettiva sta anche esaminando la possibilità di realizzare un sistema interno di permessi di emissione: una possibilità che si lega al ruolo di principale produttore di energie rinnovabili che Pechino ormai ha conquistato.

E' stato il capo negoziatore cinese Su Wei a dichiararsi favorevole a una soluzione di compromesso che, rinviando a un secondo momento la discussione sulla quantificazione
dei tagli di emissioni serra, punti a un impegno globale nella lotta contro il riscaldamento climatico: "Stiamo aspettando segnali fin dal 2005. Oggi è tempo di avere una conferma del Protocollo di Kyoto espressa in termini cristallini'".

Anche l'India, l'altra nuova potenza che aveva bloccato Copenaghen, segue a ruota l'apertura cinese riaprendo di fatto i giochi. E di fronte a una nuova disponibilità a trovare un accordo generale (pur omettendo per il momento i numeri) l'irrigidimento di Giappone e Canada - che avevano annunciato di non voler partecipare alla seconda fase del protocollo di Kyoto (dopo il 2012) - potrebbe sciogliersi.

L'alternativa del resto è difficile da prendere in considerazione. Il Climate Action Tracker, il programma scientifico di valutazione indipendente realizzato da Ecofys, Climate Analytics e Potsdam Institute for Climate Impact Research, ha calcolato che le riduzioni derivanti dagli impegni dei paesi dell'accordo di Copenhagen sono del tutto insufficienti: porteranno a fine secolo a un surriscaldamento del pianeta oltre i 3 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Le proposte più avanzate sul tavolo negoziale sono infatti la metà dei tagli necessari per avere buone possibilità di limitare il riscaldamento a 2 gradi. Insomma, continuando sulla strada del rinvio di ogni decisione sulla fuoriuscita dall'era del petrolio, la febbre del pianeta continuerà a crescere fino ad arrivare a una soglia non compatibile con la presenza di 9 miliardi di esseri umani.
fonte: http://www.repubblica.it/ambiente/2010/12/06/news/clima_la_svolta_della_cina_s_al_taglio_dei_gas_serra-9905922/?rss

cambiamenti climatici : Il clima dipende dall'Al.Ba.

Anche lacronimo ha il sapore di una battaglia: Al.Ba. Non bastasse già il significato esplicito: Alternativa Bolivariana, da Simon Bolivar, ovviamente. Otto Paesi, Venezuela e Cuba sono stati i primi, riuniti dentro questa sigla che da un anno, ormai, sta condizionando il destino climatico del mondo. È successo nel 2009 alla conferenza di Copenaghen: furono loro a non far passare il documento nell'assemblea plenaria, facendo saltare all'ultimo il crisma dell'ufficialità all'accordo. Sta succedendo quest'anno a Cancun: senza aspettare le decisioni finali, gli otto Paesi antimperialisti (anche Bolivia, Ecuador, Repubblica Dominicana, Nicaragua, Saint Vincent, Antigua) hanno deciso di alzare la voce già nella sessione tecnica.

METODO - Il metodo è sempre lo stesso: o ci ascoltate o ci alziamo e ce ne andiamo. Che tradotto nelle diplomazie negoziali dell'Onu vuol dire far saltare la conferenza, qui dove sono necessari i voti di tutti i 194 Stati presenti e dove il voto di San Marino è uguale a quello degli Stati Uniti. Sono i Paesi dell'Al.Ba gli unici che hanno il coraggio di questi ultimatum.

SOLON - Si chiama Pablo Solon il novello Bolivar del clima. Ambasciatore dello Stato plurinazionale della Bolivia, è uomo di diplomazia con l'animo rivoluzionario. Solon non ha esitato davanti ai grandi del mondo che stanno cercando di sfilarsi dagli impegni legali del protocollo di Kyoto. Li ha presi di petto, piuttosto. È una tecnica di melina quella che sta condizionando le trattative qui a Cancun: si parla del finanziamento per il clima, dell'adattamento al cambiamento climatico, del negoziato sulle foreste e, intanto, c'è chi fa di tutto per eludere il discorso post-Kyoto. Per eliminare dal tavolo gli impegni vincolanti che i Paesi industrializzati hanno firmato (tranne gli Usa) sulle emissioni di CO2.

ALLEANZA - Al.Ba ha fatto muro contro il Giappone che, apertamente, ha detto di voler riporre Kyoto nel cassetto. Ma Solon ha stoppato anche le diplomazie occidentali, quelle che sotto banco stanno cercando di proporre un secondo protocollo che vada oltre Kyoto con impegni volontari e non vincolanti. Le parole di Solon sono state pungenti, come un colpo di fioretto: «Non ha senso», ha decretato. E ha spiegato: «Chiedere un secondo protocollo fatto così, è come chiedere una seconda moglie per poter portare avanti il proprio matrimonio». E questo quando i negoziati devono ancora entrare nel vivo e i delegati dell'Al.Ba sono in attesa dei loro condottieri, i presidenti Evo Morales dalla Bolivia e Rafael Correa dall'Equador. Dritti verso la vittoria.
fonte: http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/energia_e_ambiente/10_dicembre_06/clima-bolivariana-arachi_8cb35c14-0171-11e0-96e9-00144f02aabc.shtml

riscaldamento del pianeta: cambia geografia malattie

Un esempio e' comparsa della zanzara tigre inelle aree temperate

Il cambiamento climatico sta modificando la geografia delle malattie infettive e delle parassitosi. Lo conferma un rapporto di Greenpeace e Isde che fa il punto sui principali allarmi creati per l'uomo dall'emergenza clima. 'Un tipico esempio di come si sta modificando la geografia di queste malattie - si legge - e' la comparsa della zanzara tigre nelle zone climatiche temperate: oltre alle fastidiosissime punture, ha gia' provocato in Italia la trasmissione di malattie infettive'.
fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/scienza/2010/12/06/visualizza_new.html_1672656747.html

lunedì 6 dicembre 2010

aMBIENTE: Chi uccide il clima in Italia?

Greenpeace Italia pubblica la nuova classifica dei grandi “inquinatori” dell’anno e il primo classificato è sempre lo stesso: il gigante Enel. Per il quarto anno consecutivo il colosso dell’energia si conferma al primo posto nella lista dei cattivi, seguito da Edison e il Gruppo Saras dei Moratti. Lo si apprende da una nota pubblicata sul sito internet del gruppo ambientalista.


fONTE: http://www.greenpeace.org/italy/news/co2-inquinamento-classifica


Abbiamo lanciato la classifica dei grandi "inquinatori" dell'anno e il primo classificato è sempre lo stesso: il gigante Enel. Per il quarto anno consecutivo il colosso dell'energia si conferma al primo posto nella lista dei cattivi, seguito da Edison e il Gruppo Saras.


Sono 13 milioni le tonnellate (Mt) di CO2 emesse nel 2009 dalla centrale Enel a carbone "Brindisi sud". A seguire la Centrale Edison di Taranto con 5,9 Mt di CO2 e la raffineria Saras di Sarroch con 5,2 Mt di CO2.

Anche se le cifre rimangono alte, complici la crisi economica e l'effetto degli interventi di efficientamento energetico, la CO2 nel 2009 è calata. Da 538,6 milioni di tonnellate del 2008 siamo passati a quota 502 milioni. Ma non basta.

Rispetto al 1990, infatti, la diminuzione è stata del 3%, meno della metà dell'obiettivo fissato dal Protocollo di Kyoto. Non solo, le emissioni della centrale Enel a carbone "Brindisi sud" registrate nel 2009, hanno superato ampiamente le quote e i limiti di 10,4 Mt di CO2 imposti dalla Direttiva europea sulle emissioni (Emission Trading Scheme).

I dati degli ultimi cinque anni dimostrano una riduzione costante delle emissioni del settore termoelettrico, passate dalle 147 Mt del 2005 alle 122,2 del 2009. Il merito è anche della massiccia diffusione delle fonti rinnovabili, il cui contributo sulla produzione totale di energia elettrica ha oramai superato il 20%. Esiste un ampio margine per aumentare questa quota di energie verdi, ma si continua a puntare sul carbone e, in un futuro più lontano, sul nucleare.

Le centrali a carbone autorizzate o in corso di autorizzazione prevedono un totale di circa 40 nuovi Mt di CO2. Se realizzate, impediranno all'Italia di raggiungere i suoi obiettivi di riduzione delle emissioni al 2020 e potranno gravare sui contribuenti per centinaia di milioni di euro. In particolare, il piano di investimenti di Enel comporterebbe quasi il raddoppio delle sue emissioni di CO2. Vogliamo veramente che la politica ambientale del maggior gruppo elettrico italiano sia proprio questa?

È il momento giusto per orientare il nostro sistema economico produttivo verso soluzioni innovative, basate sulle fonti rinnovabili e l'efficienza energetica, capaci di generare occupazione sostenibile e durevole, migliorare la qualità dell'ambiente e della vita delle persone.

Nei giorni scorsi il Governo ha presentato una proposta di Decreto legislativo in attuazione della Direttiva rinnovabili. Nonostante alcuni aspetti innovativi, la proposta assesta un colpo mortale allo sviluppo dell'energia eolica e colpisce il comparto fotovoltaico, riducendo il meccanismo degli incentivi in maniera disordinata. Chiediamo al Governo una revisione della proposta, anche alla luce dei dati della nostra classifica.


Ma Enel non ci sta e a poche ore dalla pubblicazione della classifica arriva la replica: l’allarme lanciato da Greenpeace sulle emissioni inquinanti “è ingiustificato” perché l’Enel non inquina: “Le emissioni delle centrali sono sotto i limiti e in costante calo: nessun pericolo di sanzioni all’Italia”. L’azienda precisa poi che “la CO2 non è un inquinante con effetti sull’ambiente e la salute delle regioni dove viene prodotta”. ‘E’ infatti – sottolinea – ritenuta un gas responsabile dell’effetto-serra a livello globale. Basti pensare che in poche ore la Cina emette più CO2 che tutte le centrali pugliesi in un anno”. Come per i diritti del lavoro, ormai, il paragone è con la Cina.

sabato 4 dicembre 2010

CAMBIAMENTO CLIMATICO : ALLARME DELLA NASA, I LAGHI SI STANNO SURRISCALDANDO

I cambiamenti climatici hanno prodotto negli ultimi 25 anni un surriscaldamento dei piu' grandi laghi mondiali. A lanciare l'allarme sono stati i ricercatori della Nasa, che hanno condotto il primo studio globale sull'argomento. Usando dati satellitari per misurare la temperatura superficiale di 167 laghi, Philipp Schneider e Simon Hook, del laboratorio di Pasadena (California), hanno individuato una media di surriscaldamento di circa 0,8 gradi Fahrenheit, con punte fino a 1,8. In base allo studio della Nasa, il nord Europa risulta la zona piu' colpita dal fenomeno mentre il sud del Vecchio Continente, cosi' come il Mar Nero e il Mar Caspio, hanno medie di surriscaldamento leggermente piu' blande. Trend piu' elevati anche per la Siberia, la Mongolia e la Cina settentrionale. Per quanto riguarda gli Usa, infine, la zona dei Grandi laghi riporta medie di surriscaldamento leggermente piu' basse di quella delle regioni sudoccidentali.
Il rapporto dei ricercatori della Nasa e' stato pubblicato sulla rivista Geophysical Research Letters

mercoledì 22 settembre 2010

effetto serra: nell’Artico a settembre terzo minimo storico per l’estensione del ghiaccio marino

Secondo il National snow and ice data center Usa e la Nasa «Il ghiaccio marino artico il 10 settembre sembra aver raggiunto il suo minimo annuale. L'estensione minima del ghiaccio è stata la terza più basso dei dati satellitari, dopo il 2007 e il 2008, e continua il trend di diminuzione del ghiaccio marino estivo». Il 10 settembre 2010 la superficie del mare Artico coperta di ghiacci era calata a 4,76 milioni di km2. Dopo sembra iniziato il ciclo di crescita invernale. Si tratta del terzo dato più basso registrato dal 1979, 240.000 km2 in più del 2008 e 630.000 km2i sopra il minimo storico registrato nel 2007. Ma il National snow and ice data center evidenzia che sono anche 340.000 km2 in meno della superficie di ghiacci marini artici dell'estate 2009 e che il 2010 è stato 1,95 milioni di km2 al di sotto della media minima 1979 - 2000 e 1,62 milioni di km2 al di sotto del la media registrata nel trentennio 1979 - 2009.

I dati dalla Nasa dimostrano che «Questa è solo la terza volta che i dati satellitari che misurano il ghiaccio sono scesi sotto i 5 milioni di km2i (1,93 milioni di miglia quadrate) e tutti questi sono stati registrati negli ultimi quattro anni». Il minimo del 2009 è stato 5,10 milioni km2, il quarto dato più basso da quando si effettuano rilevazioni satellitari dei ghiaccia artici.

La cosa preoccupante è che questo è avvenuto nonostante un ritardo notevole nell'inizio della stagione di scioglimento dei ghiacci marini, ma l'estensione del ghiaccio è in seguito diminuita molto rapidamente, con record di tassi medi giornalieri di perdita di ghiaccio nell'Artico a maggio e giugno. Se davvero il 10 settembre è stato il culmine dello scioglimento dei ghiacci, si tratterebbe della più breve stagione di "fusione" del giaccio, durata solo 163 giorni per passare dal livello massimo a quello minimo di estensione dei ghiacci marini .

Le zone dell'Artico si sono comportate in maniera diversa:il ghiaccio è rimasto piuttosto esteso sui mari della Siberia orientale, mentre nel 2007 questa zona era libera dai ghiacci; c'è stato molto meno ghiaccio nei mari di Beaufort e della Groenlandia orientale. Sia il Passaggio a Nord Ovest che la Northern Sea Route, lungo le coste euroasiatiche, sono rimasti aperti per un minimo di ghiaccio nel 2010, mentre nel 2007 il ghiaccio aveva bloccato una parte della Northern Sea Route.

Attualmente le immagini fornite dal Moderate resolution imaging spectroradiometer (Modis) della Nasa confermano che è in atto il "ri-congelamento" in alcune parti dell'Artico. La crescita di ghiaccio recente è visibile nelle immagini fornite dal 14 settembre che dimostrano un allargamento del mare ghiacciato nell'ara a nord-est del mare della Siberia orientale stendano fuori la borsa del ghiaccio che rimane nella parte nord-ovest del mare della Siberia orientale. Ma mente si forma il ghiaccio nuovo in alcune aree il calo continua, soprattutto a causa del caldo anomalo dell'oceano..

Lo stesso National snow and ice data center sottolinea però l'estrema variabilità del ghiaccio marino in questo periodo dell'anno, e per questo fornisce il valore minimo ogni 5 giorni: «Abbiamo osservato quattro giorni di aumento dell'estensione - spiega una nota stampa - E' ancora possibile che la misura ghiaccio possa scendere leggermente, a causa di uno scioglimento o di una ulteriore contrazione nell'area di produzione o per il movimento del ghiaccio. Per esempio, nel 2005, la serie temporale hanno cominciato a livellarsi ai primi di settembre, suscitando la previsione che avevamo raggiunto il minimo. Tuttavia, il ghiaccio marino si è contratto più avanti nella stagione, con ancora una volta la riduzione dell'estensione del ghiaccio marino e causando un ulteriore calo nel minimo assoluto. Quando avremo tutti i dati per settembre, confermeremo la misura minima del ghiaccio per questa stagione».
fonte: http://www.greenreport.it/_new//index.php?page=default&id=6744

venerdì 17 settembre 2010

effetto serra: trichechi in fuga ... E' altissimo il pericolo di estinzione


Nel nord ovest dell’Alaska decine di migliaia di mammiferi, in prevalenza femmine con i cuccioli, sono migrati lungo la terraferma per trovare riposo. Nel mare le banchine iniziano a scarseggiare per il riscaldamento delle acque.
La sua imponenza ha permesso al tricheco di respingere due dei suoi tre nemici: l’orso polare, dal quale si difende utilizzando le zanne o cercando di buttarsi in acqua, e l’orca, alla quale sfugge andando verso la terraferma. Il terzo è l’uomo, contro cui nulla può.


IN OGNI migrazione c’è una promessa. Quella di tornare da dove si è partiti. Ripercorrere i passi, volare o nuotare fino a che le forze ti tengono a galla. Fino a casa. Non sempre è così. A volte va per il meglio, altre è tragica. A Point Lay, un piccolo villaggio di 234 abitanti sulla costa nord-ovest dell’Alaska, non si erano mai visti così tanti trichechi. Gli scienziati dicono si tratti di una migrazione di massa sulla terra ferma «senza precedenti». Ne hanno contati decine di migliaia, soprattutto mamme e cuccioli: 10 o 20 mila, forse più. Ammassati uno accanto all’altro, in un tratto di costa di pochi chilometri. Sono scappati dal surriscaldamento climatico, dallo scioglimento dei ghiacci. Non trovando una banchina per rifiatare (e senza riposo rischiano la morte), si sono rifugiati qui.Il loro destino potrebbe essere tragico.

Per vederli basta andare sulla strada principale del villaggio, quella che guarda l’oceano. Il sindaco Leo Ferreira, che li osserva dall’alto e ha invitato turisti e cittadini a non disturbare gli animali, dà la colpa all’aumento del traffico marittimo che costringerebbe i trichechi a deviare verso la riva. Ma gli scienziati dell’Us Geological Survey non la pensano così, la causa è la diminuzione di ghiaccio marino artico. Le uniche altre due occasioni in cui erano arrivati su queste spiagge (in numero nettamente inferiore) erano state nel 2007 e nel 2009, due anni in cui le temperature dell’acqua erano state particolarmente elevate.

Come in ogni stagione estiva, le femmine di tricheco si prendono cura dei cuccioli nel mare di Chukchi, tra Alaska e Russia, il corridoio migratorio. I blocchi di ghiaccio vengono usati come banchine su cui sostare almeno una volta al giorno, dopo essersi procacciati il cibo necessario alla sopravvivenza. Ecco perché, non trovandoli più, si sarebbero trasferiti sulle coste dell’Alaska divenendo però «molto» più vulnerabile. Un fenomeno preoccupante che potrebbe segnalare il pericolo di un imminente estinzione del mammifero marino per colpa dei cambiamenti climatici. Il ghiaccio marino artico in questo mese è sceso al terzo livello più basso nella storia e, secondo gli scienziati, l’intera calotta Chuckchi potrebbe trovarsi a essere priva di ghiaccio durante agosto, settembre e ottobre entro la fine di questo secolo. Le probabilità di estinzione o di grave declino demografico entro il 2095 del tricheco arrivano a toccare il 40%. «A meno che non riduciamo drasticamente le emissioni di gas serra» ha commentato Rebecca Noblin del Centre for Biological Diversity.

Intanto, a Point Lay i voli sono stati sospesi per evitare che il rumore degli aerei possa spaventarli. L’anno scorso più di cento trichechi morirono schiacciati l’uno sull’altro nel tentativo frenetico di gettarsi in mare dopo essere stati spaventati da alcuni rumori nelle vicinanze. Gli scienziati, intervistati dall’Alaska Dispatch, non sanno esattamente quanto possa resistere un tricheco in mare se non ha la possibilità di fermarsi da qualche parte. La loro ipotesi è che per una femmina in normali condizioni di salute la resistenza possa essere al massimo di dieci giorni. I maschi invece possono resistere più a lungo nonostante il loro peso.

L’obiettivo dei ricercatori ora è monitorare i movimenti delle mamme per capire quanto devono allontanarsi da Point Lay per procacciarsi il cibo di cui hanno bisogno e quanto questi spostamenti incidano sulle loro condizioni di salute e su quelle dei cuccioli.

mercoledì 15 settembre 2010

cambiamenti climatici : Allarme estinzione trichechi in Alaska


L'allarme dall'Alaska, animali trasferitisi su calotta bassa
Tragico declino dei trichechi specie in Alaska: gli scienziati del Us geological survey temono la loro estinzione per i mutamenti climatici.La diminuzione di ghiaccio artico pare aver causato una migrazione di massa sulla terraferma e lo studio ha rivelato lo spostamento di migliaia di trichechi lungo la costa: il monitoraggio via satellite ha scoperto che un numero enorme di esemplari (da 10 a 20mila), specie madri e cuccioli, si è trasferito nel Chukchi Sea, una calotta troppo labile.
fonte: Ansa

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