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giovedì 3 gennaio 2013

Rischio disastro ecologico in Alaska: Si incaglia chiatta piena di carburante

 NEW YORK - Si rischia un disastro ecologico in Alaska, dove una chiatta per trivellazioni petrolifere con quasi 600mila litri di carburante a bordo ha rotto gli ormeggi a causa del forte maltempo e si è incagliata al largo dell'isola Sitkalidak, che si trova proprio davanti al Parco Nazionale Kodiak.


Nuovi dubbi sull'opportunità delle ricerche petrolifere nell'Artico dopo che una piattaforma della Shell è andata alla deriva e si è arenata in un'isola dell'Alaska presso un parco nazionale. La piattaforma di perforazione Kulluk della Shell nel pomeriggio di lunedì 1° gennaio con il mare in burrasca (vento con raffiche a 110 km/h e onde di 11 metri) ha rotto i cavi che la tenevano collegata a due rimorchiatori e si è arenata davanti alla costa sud-orientale dell'isola disabitata di Sitkalidak, che si trova di fronte al parco dell'isola Kodiak nel golfo dell'Alaska.
 PERDITE - Gli elicotteri che hanno sorvolato la piattaforma - al momento le condizioni del mare con vento a 60 km/h e onde di 10 metri non hanno consentito di salire a bordo - non hanno riscontrato perdite dai serbatoi che contengono 541 mila litri di diesel e 45 mila litri di oli e fluidi idraulici che mettano a rischio le foche e i leoni di mare che vivono nella baie di Sitkalidak. La Shell ha fatto sapere che la piattaforma è stata rinforzata con paratie in acciaio spesse 76 mm ed è tornata in attività la scorsa estate nel mare di Beaufort dopo lavori di ammodernamento per quasi 300 milioni di dollari.

POLEMICHE - La piattaforma di 28 mila tonnellate era in fase di traino diretta a Seattle per ulteriori lavori di manutenzione, ma la tempesta ha rotto i cavi. I 18 membri dell'equipaggio sono stati evacuati con gli elicotteri e nessuno è rimasto ferito. L'incidente ha riattivato negli Stati Uniti le polemiche sulle concessioni per la ricerca e lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio nell'Artico (anche se questo incidente non è avvenuto geograficamente nell'Artico) ed è un duro colpo al programma di 4,5 miliardi di dollari di ricerca offshore Shell. «Le compagnie petrolifere non possono fare ricerche in modo totalmente sicuro nelle condizioni esistenti a quelle latitudini. In caso di incidente le conseguenza per l'ambiente sarebbero disastrose», ha commentato Ed Markey, capogruppo dei democratici alla Camera nella commissione Risorse naturali. Lois Epstein, direttore del programma Artico della Wilderness Society, ha aggiunto che «le compagnie non sono in grado di far fronte alle condizioni ambientali dell'Artico». Rick Steiner, ex professore di biologia marina dell'Università dell'Alaska e attivista ambientale, ha aggiunto che i rischi del transito attraverso il golfo dell'Alaska per raggiungere i giacimenti nell'Artico sono stati sottostimati.

venerdì 17 settembre 2010

effetto serra: trichechi in fuga ... E' altissimo il pericolo di estinzione


Nel nord ovest dell’Alaska decine di migliaia di mammiferi, in prevalenza femmine con i cuccioli, sono migrati lungo la terraferma per trovare riposo. Nel mare le banchine iniziano a scarseggiare per il riscaldamento delle acque.
La sua imponenza ha permesso al tricheco di respingere due dei suoi tre nemici: l’orso polare, dal quale si difende utilizzando le zanne o cercando di buttarsi in acqua, e l’orca, alla quale sfugge andando verso la terraferma. Il terzo è l’uomo, contro cui nulla può.


IN OGNI migrazione c’è una promessa. Quella di tornare da dove si è partiti. Ripercorrere i passi, volare o nuotare fino a che le forze ti tengono a galla. Fino a casa. Non sempre è così. A volte va per il meglio, altre è tragica. A Point Lay, un piccolo villaggio di 234 abitanti sulla costa nord-ovest dell’Alaska, non si erano mai visti così tanti trichechi. Gli scienziati dicono si tratti di una migrazione di massa sulla terra ferma «senza precedenti». Ne hanno contati decine di migliaia, soprattutto mamme e cuccioli: 10 o 20 mila, forse più. Ammassati uno accanto all’altro, in un tratto di costa di pochi chilometri. Sono scappati dal surriscaldamento climatico, dallo scioglimento dei ghiacci. Non trovando una banchina per rifiatare (e senza riposo rischiano la morte), si sono rifugiati qui.Il loro destino potrebbe essere tragico.

Per vederli basta andare sulla strada principale del villaggio, quella che guarda l’oceano. Il sindaco Leo Ferreira, che li osserva dall’alto e ha invitato turisti e cittadini a non disturbare gli animali, dà la colpa all’aumento del traffico marittimo che costringerebbe i trichechi a deviare verso la riva. Ma gli scienziati dell’Us Geological Survey non la pensano così, la causa è la diminuzione di ghiaccio marino artico. Le uniche altre due occasioni in cui erano arrivati su queste spiagge (in numero nettamente inferiore) erano state nel 2007 e nel 2009, due anni in cui le temperature dell’acqua erano state particolarmente elevate.

Come in ogni stagione estiva, le femmine di tricheco si prendono cura dei cuccioli nel mare di Chukchi, tra Alaska e Russia, il corridoio migratorio. I blocchi di ghiaccio vengono usati come banchine su cui sostare almeno una volta al giorno, dopo essersi procacciati il cibo necessario alla sopravvivenza. Ecco perché, non trovandoli più, si sarebbero trasferiti sulle coste dell’Alaska divenendo però «molto» più vulnerabile. Un fenomeno preoccupante che potrebbe segnalare il pericolo di un imminente estinzione del mammifero marino per colpa dei cambiamenti climatici. Il ghiaccio marino artico in questo mese è sceso al terzo livello più basso nella storia e, secondo gli scienziati, l’intera calotta Chuckchi potrebbe trovarsi a essere priva di ghiaccio durante agosto, settembre e ottobre entro la fine di questo secolo. Le probabilità di estinzione o di grave declino demografico entro il 2095 del tricheco arrivano a toccare il 40%. «A meno che non riduciamo drasticamente le emissioni di gas serra» ha commentato Rebecca Noblin del Centre for Biological Diversity.

Intanto, a Point Lay i voli sono stati sospesi per evitare che il rumore degli aerei possa spaventarli. L’anno scorso più di cento trichechi morirono schiacciati l’uno sull’altro nel tentativo frenetico di gettarsi in mare dopo essere stati spaventati da alcuni rumori nelle vicinanze. Gli scienziati, intervistati dall’Alaska Dispatch, non sanno esattamente quanto possa resistere un tricheco in mare se non ha la possibilità di fermarsi da qualche parte. La loro ipotesi è che per una femmina in normali condizioni di salute la resistenza possa essere al massimo di dieci giorni. I maschi invece possono resistere più a lungo nonostante il loro peso.

L’obiettivo dei ricercatori ora è monitorare i movimenti delle mamme per capire quanto devono allontanarsi da Point Lay per procacciarsi il cibo di cui hanno bisogno e quanto questi spostamenti incidano sulle loro condizioni di salute e su quelle dei cuccioli.

mercoledì 15 settembre 2010

cambiamenti climatici : Allarme estinzione trichechi in Alaska


L'allarme dall'Alaska, animali trasferitisi su calotta bassa
Tragico declino dei trichechi specie in Alaska: gli scienziati del Us geological survey temono la loro estinzione per i mutamenti climatici.La diminuzione di ghiaccio artico pare aver causato una migrazione di massa sulla terraferma e lo studio ha rivelato lo spostamento di migliaia di trichechi lungo la costa: il monitoraggio via satellite ha scoperto che un numero enorme di esemplari (da 10 a 20mila), specie madri e cuccioli, si è trasferito nel Chukchi Sea, una calotta troppo labile.
fonte: Ansa

sabato 29 maggio 2010

DISASTRO AMBIENTALE: Golfo del Messico, prosegue la battaglia, decisive prossime 48 ore

Ci vorranno altre 48 ore per sapere se l’operazione Top Kill per chiudere la falla nel pozzo petrolifero nel Golfo del Messico avrà avuto successo. Lo ha riferito il numero uno della Bp, Tony Hayward, che ha assicurato che l’operazione "sta andando abbastanza bene". Per l’ammiraglio della Guardia Costiera, Thad Allen, saranno cruciali le prossime 12-18 ore. Dopo una sospensione di 16 ore perchè i risultati non apparivano sufficienti, l’operazione Top kill è ripresa nella notte. Nel pozzo sono stati immessi gomma e altri materiali e altro fango sarà pompato nel corso della giornata.

Una catastrofe Hayward ha ammesso per la prima volta la gravità dell’incidente: "Questa è chiaramente una catastrofe ambientale, non c’è un altro modo per definirla", ha dichiarato in un’intervista alla Cnn, dopo che aveva sempre minimizzato l’impatto dell’incidente. Il gruppo Bp ha aggiornato a 930 milioni di dollari, oltre 750 milioni di euro, il costo che ha dovuto sopportare per la marea nera fuoriuscita dopo l’affondamento della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon. Intanto Barack Obama è arrivato per la seconda volta in meno di un mese in Louisiana per verificare l’andamento delle operazioni per bloccare la falla e arginare la marea nera.

Obama: "Moratoria di sei mesi" Il presidente americano ha annunciato una moratoria di sei mesi sulle trivellazioni offshore in acque profonde,la sospensione delle attività di 33 pozzi di esplorazione attualmente in corso nel Golfo del Messico e ha ribadito che la Bp pagherà fino all’ultimo centesimo. Ma intanto da un sondaggio Zogby emerge che solo il 16% degli americani approva il modo in cui Obama sta gestendo la crisi, 13 punti in meno rispetto a due settimane fa.

venerdì 28 maggio 2010

DISASTRO AMBIENTALE: Golfo del Messico, Falla chiusa, anzi no. Obama: "Bp pagherà tutto"

L'operazione ''top kill'', la procedura con cui da ieri si sta tentando di chiudere definitivamente la fuoriuscita di greggio dal pozzo nel Golfo del Messico, e' ancora inconcludente. Lo ha fatto sapere Bob Dudley, direttore generale della British Petroleum.
L'operazione prevede la copertura della falla con un getto di fango ad alta pressione che dovra' essere poi sigillata con un tappo di cemento.
In una serie di interviste televisive Dudley ha detto che l'operazione sta procedendo come previsto ma che per vedere i risultati effettivi e' necessario attendere il corso della giornata.
Al momento non si possono ''trarre conclusioni'', ha affermato.

"Bp è responsabile di questo orribile disastro. Deve pagare fino all'ultimo centesimo per i danni che ha provocato". Il presidente Usa Barack Obama apre così la sua conferenza stampa a Washington, poche ore dopo la notizia che l'operazione "Top Kill" per fermare la perdita di greggio nel Golfo del Messico sta funzionando. Obama raffredda subito gli entusiasmi. "L'operazione non ha garanzie di successo", dice il presidente. E le sue parole trovano purtroppo conferma più tardi, quando Bp annuncia di aver dovuto fermare
temporaneamente l'operazione per problemi tecnici. I suoi ingegneri hanno constatato che troppo fango pompato nel pozzo fuoriusciva con la perdita di petrolio e stanno rivedendo i piani.

Obama: "Ripulire la corrotta industria del petrolio". Il presidente americano ci tiene a far sapere che l'attenzione sulle responsabilità di chi ha provocato quello che si profila come il più grande disastro ambientale della storia degli Stati Uniti non calerà con il possibile successo di Top Kill. Per dimostrarlo, si fa precedere in conferenza stampa dalla notizia del licenziamento di Elizabeth Birnbaum, capo dell'Mms, l'agenzia federale che avrebbe dovuto vigilare sulle trivellazioni offshore.

Obama annuncia che "non verranno concessi nuovi permessi di perlustrazione" fino a che non sarà stata completata una revisione dei regolamenti. "Sono necessarie riforme per ripulire un'industria del petrolio spesso corrotta" dice confermando la moratoria di sei mesi alle trivellazioni offshore in aree di alta profondità, con la sospensione di perforazioni previste in Alaska e la cancellazione di altri 33 progetti avviati nel golfo del Messico e al largo della Virginia. "E' un disastro senza precedenti - sottolinea il capo della Casa Bianca - che evidenzia la necessità di fonti di energia pulita". Una sfida su cui il presidente sollecita "democratici e repubblicani" perché sia affrontata al Congresso al più presto.

Obama: "Emergenza, priorità dal primo giorno". Obama ribatte all'accusa di un intervento tardivo dell'amministrazione: "Eravamo lì fin dal primo giorno, quando abbiamo tenuto la prima riunione nello studio ovale. E' stata la nostra priorità più alta" garantisce Obama, precisando che all'emergenza in Louisiana è stato dedicato un numero di riunioni pari a quello per la revisione della strategia in Afghanistan. Poi il presidente torna sulla Bp: "Ha la migliore tecnologia per riparare il danno che ha provocato nel Golfo del Messico. Il governo americano non ha tecnologie superiori. Dovremmo possederle? E' questo che deciderà la commissione". Infine, un ultimo spot in vista della stagione estiva. ''Fatta eccezione per tre spiagge della Louisiana, tutte sono aperte, sicure e pulite'' assicura Obama, spiegando che l'annuncio gli è stato chiesto dai governatori degli Stati che affacciano sul golfo del Messico.

"Top Kill funziona". La notizia la dà, qualche ora prima della conferenza stampa di Obama, l'ammiraglio della Guardia Costiera Thad Allen, il coordinatore delle operazioni di contenimento della marea nera: spiega che i tecnici sono riusciti a iniettare sufficiente liquido ad alta viscosità per bloccare la perdita di greggio e gas. Al momento c'è ancora pressione nel pozzo petrolifero: quando la pressione cesserà verrà pompato cemento per sigillarlo permanentemente. Intanto le analisi del servizio geologico smentiscono le stime Bp sulla quantità di greggio disperso in mare: nel golfo del Messico si è verificato il più grande disastro ambientale nella storia degli Usa.

La prudenza di Bp. L'annuncio dell'ammiraglio non scuote la prudenza di Bp: il direttore generale Robert Dudley avverte che le operazioni procedono come previsto ma non bisogna trarre conclusioni affrettate. La stessa prudenza che si legge nelle dichiarazioni alla stampa del numero uno della Bp, Tony Hayward: "Le cose procedono come previsto, ma ci vorranno almeno 24 ore per capire se l'operazione è un successo". D'altronde, le incognite non mancano. A un mese dal disastro, con oltre 160 chilometri di costa della Louisiana sporchi di petrolio, si tenta di chiudere la bocca di un pozzo petrolifero a 1600 metri sotto il livello del mare, operazione mai tentata in passato. Alle 20 di ieri sera, i tecnici della compagnia petrolifera hanno cominciato a gettare 22 tonnellate di fango 2 e liquidi densissimi dentro il pozzo che, ormai da un mese, riversa in mare ogni giorno circa 800.000 litri di petrolio.

Il più grande disastro ambientale nella storia Usa. La prudenza di Bp rivelano la consapevolezza del colosso che l'eventuale successo dell'operazione "Top Kill" non lo esenteranno dal dover dare una spiegazione alle tante bugie raccontate in questo mese vissuto in quotidiana emergenza. L'ultima riguarda le stime sulla quantità di petrolio dispersa nel golfo del Messico ogni giorno. Bp ha sempre quantificato in 5.000 barili l'entità del greggio fuoriuscito quotidianamente dalla falla. Secondo stime preliminari del governo Usa, fornite dal Servizio Geologico (Usgs), i barili che hanno avvelenato il golfo del Messico sono tra i 12.000 e i 19.000 al giorno. Fermando il calcolo al 17 maggio, sono andati dispersi 270.000 barili di petrolio, pari a quasi 43 milioni di litri. La Exxon Valdez ne liberò in mare 40,9 milioni. L'affondamento della piattaforma Bp diventa così il più grande disastro ambientale nella storia degli Stati Uniti.

Sondaggio: Obama ha le sue colpe. Il problema di Obama è che anche l'opinione pubblica americana sta perdendo la pazienza e non solo con la Bp. Secondo un sondaggio Usa Today/Gallup, 53 americani su 100 sono convinti che il presidente abbia gestito la situazione "male" o "molto male", il 43% pensa che stia facendo un buon lavoro. Messi peggio a livello di immagine Tony Hayward e gli altri manager del colosso petrolifero: per 73 americani su 100 si sono comportati male, anche se il 68% è convinto che le operazioni di contenimento e decontaminazione della falla dovrebbero restare nelle loro mani. Per due terzi degli interpellati la marea nera è "un disastro": 37 su 100 l'hanno giudicato "il peggiore del secolo". Tuttavia, oltre un americano su due (il 52%) continua ad appoggiare le trivellazioni offshore.

giovedì 27 maggio 2010

DISASTRO AMBIENTALE: Golfo del Messico, stop alle trivellazioni off-shore nell'Artico fino al 2011

L'amministrazione Usa ha intenzione di annunciare la sospensione delle trivellazioni off-shore nell'Artico fino al 2011.
Tra i progetti che sarebbero bloccati in Alaska, anche le esplorazioni della Shell Oil.

La Bp ha dato il via all'operazione per tappare la falla nel Golfo del Messico. Bisognerà ora aspettare almeno 24 ore per capire se le iniezioni di fango ad alta pressione per fermare il flusso di petrolio hanno effettivamente posto fine alla fuoriuscita di greggio.

Non più petrolio ma solo fango. Questo si vedrebbe sgorgare ora, dopo la messa a segno dell'operazione 'top kill' messa a segno dalla British Petroleum, dalla falla nel che si era aperta nel pozzo del Golfo del Messico.

"Non possiamo esserne certi - hanno fatto sapere dalla Bp - perché non possiamo fare campionature" ma le prime immagini che arrivano da sotto il mare lasciano ben sperare. Ora bisogna aspettare. Aspettare almeno 24 ore per capire se le iniezioni di fango ad alta pressione hanno effettivamente posto fine alle fuoriuscite di greggio.

Intanto l'amministrazione Usa si appresta ad annunciare oggi lo stop alle trivellazioni off-shore nell'Artico fino al 2011.

mercoledì 26 maggio 2010

PERDITA DI GREGGIO,CHIUSO OLEODOTTO BP IN ALASKA

Un oleodotto della Bp in Alaska e' stato chiuso in seguito a una perdita di greggio dovuta ad alcuni inconvenienti tecnici. La decisione e' stata presa dopo che migliaia di barili di petrolio si sono riversati in un contenitore di emergenza durante un test dei comandi anti-incendio alla stazione di pompaggio numero 9, 160 chilometri a sud di Fairbanks. Un problema tecnico ha fatto aprire le valvole di scarico. Non ci sono stati feriti, ma i 40 tecnici che lavorano nella stazione sono stati evacuati.
Per la Bp, che controlla il 47% della a del Trans-Alaska Pipeline, si tratta di un nuovo guaio che si aggiunge alla perdita di greggio da un pozzo nel Golfo del Messico che sta causando un disastro ambientale lungo le coste meridionali degli Stati Uniti. Il flusso di greggio e' stato ridotto al 16% e questo permettera' di far defluire il greggio nel contenitore per almeno 48 ore. Il contenitore ha una capacita' di 104.500 barili. Per la Tras-Alaska Pipeline, che va dalla baia di Prudhoe al porto di Valdez, normalmente transitano 667.000 barili di greggio al giorno.

domenica 21 giugno 2009

ORSI POLARI TRICHECHI, IN ALASKA SONO IN VIA DI ESTINZIONE


La popolazione degli orsi polari in Alaska e' in declino a causa del ritiro dei ghiacci e del bracconaggio della Russia. L'allarme e' stato lanciato dall'agenzia statunitense Fish and Wildlife.
Solo pochi orsi polari sono sopravvissuti nella zona che si estende tra il Canada e il nord dell'Alaska, a causa di una veloce fusione dei ghiacci marini, necessari agli orsi per procurarsi il cibo e per fare tappa tra uno spostamento e l'altro.
L'agenzia statunitense ha anche affermato che il bracconaggio della Russia e' una sensibile minaccia alla popolazione degli orsi.
Il rapporto di Fish and Wildlife stima che ogni anno vengono uccisi illegalmente dai 150 ai 250 orsi polari e il numero totale degli orsi, dal 2001 al 2007, e' calato dello 0,3%. Lo scorso anno, a causa del riscaldamento del clima globale, gli Stati Uniti hanno inserito ufficialmente gli orsi polari nelle specie in via d'estinzione. Il ritiro del ghiacci sta seriamente preoccupando anche un altro mammifero marino, il tricheco del Pacifico. "Se non c'e' piu' ghiaccio, scompare l'habitat degli animali e aumenta il rischio che queste specie si estinguano", ha dichiarato Bruce Woods, portavoce di Fish and Wildlife in Alaska.



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POLO NORD: Sotto i ghiacci greggio per almeno tre anni e metano per 14 MA L'AMBIENTE????!!!

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domenica 31 maggio 2009

POLO NORD: Sotto i ghiacci greggio per almeno tre anni e metano per 14 MA L'AMBIENTE????!!!


Sotto la calotta artica che va assottigliandosi, un oceano di materie prime. Miliardi di barili di petrolio e migliaia di miliardi di metri cubi di gas naturale, probabilmente destinati a intensificare la battaglia geostrategica, già in corso, per le risorse energetiche nascoste all'ombra dei ghiacci eterni. Una potenziale benedizione, secondo i fautori delle trivellazioni senza confini e senza patemi. O una pericolosa e devastante tentazione, secondo gli ambientalisti, preoccupati dello stato di salute di un ecosistema fragilissimo e già a rischio.

Uno studio dell'Us Geological Survey, pubblicato questa settimana su Science Magazine, rivela che il 30% di tutti i giacimenti non ancora scoperti del pianeta di gas naturale e il 13% di quelli di petrolio, sono localizzati sotto i fondali del Polo Nord. Detto altrimenti, la regione più settentrionale della Terra conterrebbe da sola l'equivalente dell'intero fabbisogno mondiale di greggio per 3 anni e di metano per 14 anni. Quest'ultimo dato, soprattutto, porta Donald Gautier, lo scienziato che ha guidato la ricerca, a concludere che «la futura preminenza della Russia nel controllo strategico delle risorse di gas è destinata ad accentuarsi ed estendersi». Gran parte dell'area che contiene il futuro scrigno dell'energia appartiene infatti alla Federazione Russa, già oggi maggior produttore al mondo di gas naturale. Quello degli studiosi americani è il primo rapporto dettagliato sul potenziale energetico dell'Artico, dove la durezza delle condizioni climatiche e orografiche, oltre ai relativi ritardi della tecnologia, ha finora limitato le esplorazioni a poche zone al largo delle coste degli Stati Uniti o della Russia.

Ma l'assottigliamento progressivo delle riserve di greggio (la cui produzione, in mancanzadi nuove scoperte, dovrebbe cominciare a calare dal 2020) e il lento ma progressivo scioglimento della calotta artica, dovuto all'effetto serra, hanno improvvisamente reso più attraente la nuova frontiera energetica del Grande Nord. Con il corollario che tutti i Paesi, i cui confini toccano il circolo polare, sono già pronti a lottare per rivendicare la loro quota del bottino. Oltre a Russia e Usa, anche Norvegia, Danimarca (per via della sovranità sulla Groenlandia) e Canada sono nella partita. «Nel bene e nel male — dice Paul Berkman, dello Scott Institute presso la Cambridge University in Inghilterra — le limitate prospettive di esplorazione altrove e i nuovi progressi tecnologici hanno reso l'Artico sempre più interessante per questo tipo di sviluppo». Nel 2001 Mosca aveva rivendicato formalmente presso le Nazioni Unite i suoi diritti di ricerca nella zona, contestata da tutti gli altri Paesi. Poi, due anni fa, un mini-sottomarino russo aveva piantato una bandiera di titanio sul fondale sotto il Polo Nord, in un'area rivendicata anche da Copenaghen.

All'inizio di maggio, la Russia ha fatto sapere di essere pronta a usare anche la forza militare per proteggere i suoi diritti nella regione. Illustrando le metodologie e i risultati della ricerca, Gautier ha detto che alle stime si è giunti grazie alla creazione di una mappa geologica, che ha permesso di identificare le rocce sedimentarie, potenzialmente in grado di ospitare riserve di petrolio e gas. Queste sono state poi comparate, grazie a modelli matematici di probabilità, a identiche stratificazioni in altre regioni del mondo, che contengono greggio o metano. L'esito è stato ben oltre le aspettative più ottimistiche: «A nostro avviso, a Nord del Circolo polare artico ci sono tra 40 e 160 miliardi di barili di petrolio, abbastanza cioè da soddisfare la domanda mondiale per più di tre anni. E 1,6 milioni di miliardi di metri cubi di gas naturale, che equivalgono a quasi 15 anni di consumo planetario». Ancora più invitante è il fatto che la maggior parte delle riserve si troverebbe sotto la cosiddetta piattaforma continentale, in una zona dove i fondali marini non sono mai a più di 500 metri, quindi relativamente facili da trivellare. Gautier e il suo team tuttavia non hanno volutamente preso in considerazione la praticabilità economica o l'impatto ambientale di eventuali perforazioni. Hanno però ricordato nello studio che, per quanto ingente, la quantità di greggio e gas potenzialmente individuata non è grande abbastanza da modificare gli attuali equilibri tra i grandi produttori mondiali, con la sola eccezione di rafforzare il ruolo dominante della Russia sul gas. Il dilemma sull'opportunità delle trivellazioni rimane quindi aperto, com'era già emerso durante la campagna elettorale americana dello scorso anno. «Drill, baby, drill» (Trivella, ragazza, trivella) era stato il grido di battaglia, dal richiamo ambiguamente sessuale, con cui Sarah Palin, governatrice dell'Alaska, lo Stato americano che si affaccia sull'area del tesoro nascosto, aveva inutilmente tentato di rilanciare le sorti del ticket repubblicano.

Con un compromesso bipartisan, il Congresso degli Stati Uniti ha già autorizzato una limitata attività di perforazione in alcune zone dell'Alaska, ma solo a partire da 250 chilometri al largo delle coste. Già troppo però per gli ambientalisti, mobilitati in difesa di quello che definiscono «il più fragile ecosistema del pianeta». Secondo Lisa Speer, direttrice dell'International Ocean Program al National Resources Defence Council, trivellare l'Artico potrebbe causare il rilascio di elementi tossici come arsenico, mercurio e piombo nell'Oceano: «Abbiamo bisogno di criteri uniformi e severi per ogni attività off-shore di petrolio: un solo Paese ha il potenziale di produrre conseguenze ben oltre i suoi confini». La minaccia a molte specie animali viene evocata da Steve Armstrup, dello stesso Us Geological Survey che ha prodotto lo studio, il quale ricorda che le aree dell'Alaska, identificate nella ricerca come potenzialmente più ricche di riserve di petrolio, hanno anche l'habitat ideale per orsi polari, foche e balene: «Occorrerà — spiega Armstrup — valutare con attenzione cosa significherebbe lo sviluppo di attività di ricerca e produzione di petrolio e gas per queste specie, alcune delle quali sono già oggi a rischio di estinzione».

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