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venerdì 2 marzo 2012

Ambiente : Lampade fluorescenti a basso consumo ma inquinanti. Ecco come smaltirle

Non vanno mai gettate nel sacco dell'indifferenziata perché contengono il tossico mercurio

A basso consumo ma inquinanti. Ecco perché le lampadine fluorescenti - che contengono una quantità variabile di mercurio da 1 a 50 milligrammi, secondo il modello - sono rifiuti speciali. A parità di emissione luminosa una fluorescente compatta consuma fra il 65 e l'80% di energia in meno rispetto alle lampadine a incandescenza tradizionali. Fanno risparmiare in bolletta, ma vanno smaltite come si fa per le pile, per l’olio lubrificante, per la plastica. Mai gettarle nel sacco dell’indifferenziata.

ECOLAMP - A recuperare e riciclare le lampadine di nuova generazione ci pensa il consorzio Ecolamp, che nel 2011 ne ha raccolte per quasi 1.500 tonnellate. E dal 2008 3.700 tonnellate, raggiungendo 1.627 Comuni per un totale 30 milioni di abitanti. In buona misura le sorgenti luminose – che si tratti di tubi o lampade fluorescenti, di lampade a scarica ad alta intensità, ad alta o bassa pressione - sono per l’85% fatte di vetro. Tra i materiali recuperati dalla massa di lampadine esauste, è infatti il vetro che pesa di più: 3.160 tonnellate. Poi ci sono le plastiche (60 tonnellate), i metalli (189 tonnellate), le polveri di materiali che non si sono disperse nell’ambiente (292 tonnellate). MERCURIO - In particolare la raccolta del 2011 ha permesso di recuperare quasi 120 tonnellate tra mercurio e altri materiali tossici sottratti alla dispersione nell’ambiente. La presenza di mercurio all’interno delle lampade varia con il variare della tipologia: il modello fluorescente lineare ne contiene fra 3 e 30 milligrammi mentre le fluorescenti compatte tra 1 e 5 milligrammi. Le lampade a scarica ad alta intensità tra 20 e 50 milligrammi.

RECUPERO - In totale, i modelli di competenza di Ecolamp, sono un catalogo di ben 120 differenti lampade tutte in commercio. Il consorzio (oltre 140 produttori, 65% del mercato) non tratta lampadine a incandescenza, ma solo Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), tipologia R5, le sorgenti luminose. «Siamo in crescita costante da anni: nel 2011 abbiamo registrato un incremento del 13% e nelle prime sei settimane del 2012 abbiamo già recuperato 175 tonnellate. Ma l’obiettivo è raggiungere 2 mila tonnellate all’anno. Sono ottimista, ci potremo arrivare nel giro di un paio d’anni», commenta il direttore generale di Ecolamp, Fabrizio D’Amico. «Abbiamo bisogno che i distributori, soprattutto supermercati e ipermercati, accettino di collocare i contenitori per la raccolta diretta. Sono ancora una minoranza quelli che espongono i nostri scatoloni che, invece, dovrebbero essere a disposizione dei consumatori in ogni punto vendita. In altri Paesi è la norma, ma da noi c’è un’inspiegabile resistenza», prosegue D’Amico.

SMALTIMENTO - Si tratta di scatole di cartone, simili a quelle per la raccolta delle pile, presenti ormai anche nei piccoli market, ma un poco più voluminosi, che il consorzio si impegna a ritirare per lo smaltimento. Così come è possibile vedere queste scatole all’interno di piccoli negozi di quartiere, dovrebbe – logicamente - essere usuale notare la loro presenza in tutti i supermercati. Invece non è così. «Se non vengono trattate separatamente, le lampadine a basso consumo rilasciano nell’ambiente sostanze nocive. Il mercurio di una singola lampada magari non fa nulla», provoca il direttore generale. «Ma proviamo a pensare a migliaia di lampade abbandonate sul greto di un fiume o sulla riva del mare: le sostanze contenute possono arrivare in falda. Inoltre si perdono materiali riciclabili al 95%: è questa infatti la percentuale di recupero delle componenti».

SENSO CIVICO - La raccolta avviene in parte grazie al senso civico dei cittadini che portano le lampadine alle isole ecologiche, 3.200 distribuite su tutto il territorio italiano, 1.726 servite da Ecolamp: per facilitare i consumatori, il consorzio ha sviluppato un’applicazione per smartphone e tablet - l'Isola che c'è - che consente la ricerca del centro di raccolta più vicino. È poi attivo da giugno 2010 il servizio «uno contro uno» che permette ai cittadini di restituire le vecchie lampade al momento dell’acquisto delle nuove presso i punti vendita: il consorzio mette a disposizione gratuitamente gli appositi contenitori (Ecopoint). Per installatori e i professionisti del settore offre due servizi: Collection Point, punti di raccolta dove conferire direttamente e senza costi qualsiasi quantitativo di lampade esauste, oppure Extralamp, oltre i 100 chili.

NUOVA VITA - Una volta raccolte, le lampadine tornano a nuova vita dopo un trattamento d’urto (chiamato Crash and sieve, fracassa e setaccia) che in un paio d’ore trita, separa e stocca in un container i materiali differenti. Un tappeto vibrante consente la separazione delle plastiche dai vetri e dai metalli, mentre un processo di aspirazione e filtrazione (chiamato captazione) separa le polveri fluorescenti dal mercurio, che viene recuperato per distillazione e riutilizzato a livello industriale. Il vetro lavato e triturato in scaglie di circa mezzo centimetro trova nuove applicazioni che vanno dalle lane di vetro agli isolanti ai processi di vetrificazione delle piastrelle. Trovano dunque riconversione nell’edilizia le nostre lampade esauste, un mercato che in Italia significa 120 milioni di pezzi venduti ogni anno.

lunedì 19 dicembre 2011

MERCURIO: Mercurio in atmosfera minaccia catena alimentare

La catena alimentare e' minacciata dal mercurio rilasciato nell'aria dalle attivita' umane.

Secondo i ricercatori dell'University of Washington di Bothell (Usa), infatti, questo metallo si ossida nella troposfera e nella stratosfera, diventando facilmente trasportabile dalle precipitazioni e dalle correnti d'aria: una volta giunto sulla superficie terrestre, poi, puo' depositarsi nell'acqua ed essere trasformato dai batteri in metilmercurio, una forma che puo' contaminare i pesci. Non solo: il mercurio ossidato puo' essere trasportato a chilometri di distanza dal luogo di emissione dei vapori.

Per questo gli autori dello studio, pubblicato su Nature Geoscience, sottolineano l'importanza di capire dove il metallo viene ossidato e depositato per prevedere gli effetti delle emissioni sul'ecosistema.

domenica 13 marzo 2011

PESCE AL MERCURIO, SVELATO MECCANISMO TOSSICITA'

Non tutto il mercurio disperso nell'ambiente e' destinato ad entrare nella catena alimentare. Serve un processo di ossidazione, che quando si innesca produce l'inquinamento dei mari, dei pesci ed effetti tossici pericolosi per l'uomo. E' quanto hanno ricostruito su Nature Geoscience i ricercatori della Hebrew University di Gerusalemme e dell'Universita' del Nevada studiando l'atmosfera sul Mar Morto, che anche se privo di specie ittiche e' l'area della terra con la piu' alta concentrazione di mercurio ossidato. I ricercatori guidati da Menachem Luria hanno scoperto che il mercurio sospeso nell'aria ha una forma ''inattiva'', che si trasforma in una biologicamente attiva tramite l'ossidazione innescata da un altro elemento chimico, il bromo. La ricerca permettera' di stabilire con piu' precisione come e dove e' piu' facile l'intossicazione della fauna ittica e quindi e' piu' alta la probabilita' per l'uomo di mangiare prodotti inquinati.

venerdì 8 ottobre 2010

UNGHERIA: COL FANGO TOSSICO 50 TONN di arsenico liberate nell'ambiente, mercurio e cromo a livelli altissimi. ATTESI ALTRI DISASTRI LUNGO IL DANUBIO


Altri disastri simili a quello causato dalla fuoriuscita di fango tossico in Ungheria ''sono attesi'' lungo il fiume Danubio.

''Ci sono una serie di catastrofi che potrebbero accadere da un momento all'altro in alcuni siti lungo il bacino del Danubio'', ha dichiarato il capo del programma Danubio-Carpazi del Wwf, Andreas Beckmann.

La fuoriuscita di fango tossico di lunedi, in cui sono morte 5 persone, ha focalizzato l'attenzione su altri due impianti di stoccaggio di fanghi tossici e altamente alcalini derivanti dalla lavorazione della bauxite.

''Una fuoriuscita dal serbatoio di Almasfuzito avrebbe un serio impatto sull'acqua potabilee i fragili ecosistemi del medio Danubio. Una fuoriuscita dalla struttura di Tulcea, in Romania, che ha gia' subito perdite in passato, avrebbe un impatto devastante sul Delta del Danubio, una zona di importanza mondiale per flora e fauna'', ha spiegato Beckmann.

Cinquanta tonnellate di arsenico liberate nell'ambiente, mercurio e cromo a livelli altissimi.

Greenpeace pubblica oggi i risultati delle analisi dei campioni di fanghi tossici prelevati martedi', a un giorno dall'incidente avvenuto nell'impianto di lavorazione dell'alluminio di Ajka, nell'Ovest dell'Ungheria.

Le analisi rilevano valori di metalli pesanti sorprendentemente alti. Oltre a mercurio e cromo, elevata soprattutto la concentrazione di arsenico che, pericoloso per piante e animali, puo' accumularsi in particolare negli invertebrati e danneggiare il sistema nervoso degli uomini, come il mercurio che si accumula in particolare nei pesci.

''Questa contaminazione - spiega Vittoria Polidori, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Italia - rappresenta un grave rischio per gli ecosistemi acquatici, le falde di acqua potabile e la salute pubblica, anche a lungo termine. Denunciamo il tentativo di occultamento del Governo ungherese, che non ha ancora pubblicato alcun dato sulla contaminazione dei fanghi''.

Greenpeace ha prelevato campioni di fango e acque a Kolontar, una delle due cittadine inondate dalla marea rossa e li ha poi consegnati, rispettivamente, alla Austrian Federal Environment Agency (AFEA) di Vienna e al laboratorio Balint a Budapest. Le analisi dell'AFEA hanno trovato 110 mg/kg di arsenico, 1.3 mg/kg di mercurio e 660 mg/kg di cromo nei fanghi campionati. Nei campioni di acqua contaminata il laboratorio Balint ha riscontrato 0.25 milligrammi per litro di arsenico: un livello 25 volte piu' alto del limite consentito nell'acqua potabile.

Il giorno dopo l'incidente Greenpeace ha misurato, con una strumentazione da campo, il pH dei fanghi rossi, trovando una concentrazione elevatissima e pari a 13. A pH molto elevato, i fanghi sono corrosivi perche' il processo di lavorazione comporta il trattamento della bauxite (minerale che contiene il metallo) con soda caustica. La lavorazione comporta poi l'uso di altre sostanze che possono essere tossiche (sali di litio, criolite...), ma sono necessarie ulteriori analisi dei fanghi per ottenerne un profilo chimico completo.

A concentrazione elevate di pH, come nei fanghi rossi, i metalli pesanti sono relativamente ben legati nella struttura del sedimento, ma con la diluizione (nei fiumi ad esempio) il valore di pH diminuisce e queste sostanze sono rilasciate lentamente ma su vasta scala.

INTANTO E' salito a sette il bilancio delle vittime della sciagura ambientale all'impianto di alluminio a Ajka, nell'ovest dell'Ungheria. Lo ha annunciato stasera la Protezione civile. La settima vittima e' stata rinvenuta a Devecser, una delle due localita', assieme a Kolontar, piu' colpita dalla sciagura. All'appello manca ancora un disperso.

martedì 23 giugno 2009

lampadine a incandescenza FUORILEGGE GRADUALMENTE CON BENEFICI PER L'AMBIENTE


Cala il sipario sulle vecchie lampadine a incandescenza (si parte il 1° settembre con le 100 watt). Dopo 130 anni di onorato servizio – dal quel 1879, quando Thomas Alva Edison iniziò a commercializzarle – i bulbi di vetro contenenti un filo di tungsteno stanno per uscire di scena, messi al bando dall'Unione europea. Il motivo è uno solo: sprecano troppa energia. Una ricerca dell'European Companies Federation sostiene infatti che la sostituzione delle lampadine a incandescenza, se fosse realizzata entro il 2015 in tutto il Vecchio Continente, porterebbe alla riduzione di 23 milioni di tonnellate di anidride carbonica, con un risparmio di 7 miliardi di euro. In Italia, invece, la messa "fuori legge" delle vecchie luci permetterebbe di tagliare 3 milioni di tonnellate di CO2 e di risparmiare 5,6 miliardi di chilowattora all'anno, con un beneficio di oltre un miliardo di euro ogni dodici mesi.

Il nostro paese su questo tema si era mosso prima di altri, con un articolo ad hoc della Finanziaria 2008 (il numero 2), che al comma 163 prescriveva «il divieto a decorrere dal 1° gennaio 2011 di importare, distribuire e vendere lampadine a incandescenza». Un provvedimento che suscitò diversi malumori tra le imprese del settore, secondo le quali meglio sarebbe stata un'uscita di scena graduale di questa vecchia tecnologia. Poi lo "stralcio" di quel comma il 14 maggio scorso, quando la Commissione Industria e Senato ha rivisto le date per mandare in pensione le lampadine a incandescenza. Un'azione letta da alcuni come un passo indietro, una volta tanto che l'Italia, proprio su un tema ambientale, si era dimostrata lungimirante.

«Nessun passo indietro – fa sapere Patrizia Di Sano, presidente di Assil, l'associazione nazionale dei produttori d'illuminazione – ma un emendamento indispensabile in quanto il comma 163 dell'articolo 2 della Finanziaria era in palese contrasto con il regolamento 244/2009/Ce, già in vigore dal 13 aprile». Che tradotto significa: c'era una legge italiana in contrasto con una direttiva comunitaria «che anzi non aspetta il 2011 per mandare in soffitta le vecchie lampadine ma inizia a metterle fuori commercio già dal prossimo settembre». Se quindi la Finanziaria dell'ultimo governo Prodi proponeva un'uscita in blocco, anche se fra due anni, delle vecchie lampadine, la correzione di primavera dell'Esecutivo Berlusconi sembra introdurre il principio della gradualità. Ma è proprio così?

«La direttiva punta all'eliminazione progressiva delle vecchie lampadine – sostiene la Di Sano – e questo per consentire ai produttori di sviluppare per tempo tecnologie anche per le lampade di piccola taglia, tutelando allo stesso tempo il consumatore che si sarebbe trovato in difficoltà nella sostituzione di alcune tipologie di lampadine ad incandescenza». Da settembre, quindi, inizieranno a non essere più in vendita le luci con una potenza maggiore o uguale a 100 watt, poi dopo un anno saranno quelle da 75 watt a sparire, nel 2011 le 60 watt fino al blocco totale nel 2016.
Eppure nessuno dei produttori è contro questo cambiamento, almeno a parole. Anche perché la nuova tecnologia, fatta soprattutto dalle lampade fluorescenti compatte, potrebbe essere redditizia per loro. Un vecchio bulbo costa infatti un cifra non lontana da un euro contro i 7-15 euro delle luci di ultima generazione.

«Siamo pronti a questo cambio – racconta Roberto Barbieri, consigliere delegato Osram Spa, che in Italia ha un fatturato di circa 310 milioni di euro – e per noi la scommessa è anche sulle nuove alogene che coniugano un'ottima qualità della luce con un risparmio del 30% rispetto ai modelli del passato». Dello stesso parere Fabio Pedrazzi, direttore affari generali del gruppo Beghelli, che rimarca ancora una volta il tema dell'innovazione: «La sfida sarà migliorare sempre di più questi prodotti, perché le prime lampadine "verdi", qualche anno fa, avevano almeno due problemi: si accendevano lentamente e facevano poca luce, anche se portano a risparmi del 70-80%».
Ma c'è un paradosso: il mondo dell'illuminazione ecosostenibile se da un lato consente di risparmiare sui consumi, dall'altro pone il problema dello smaltimento, visto che le green lamp contengono piccole quantità di materiali tossici come il mercurio, «che con un solo milligrammo – spiegano i ricercatori dell'Università americana di Standford – può comunque contaminare quattromila litri d'acqua». Un problema che non nasconde Paolo Targetti, presidente dell'omonimo gruppo, che l'anno scorso ha chiuso i conti con ricavi a quota 300 milioni: «Se è vero che con queste nuove lampadine limiteremo le immissioni di anidride carbonica – sostiene Targetti – è vero anche che da un punto di vista ambientale il loro bilancio di sostenibilità non è poi così favorevole perché per produrle ci vogliono materiali più inquinanti, dalle polveri fluorescenti al mercurio. Ecco perché secondo noi il vero futuro dell'illuminazione sarà nei led». Peccato che oggi un 7 watt a led, che esprime la potenza di un 35 watt, costi 30-35 euro, «anche se dura 45mila ore, come spiega Aldo Bigatti, direttore Philips Lighting Italia – per una tecnologia che nel prossimo periodo si perfezionerà ancora». E così, forse, l'avventura di Mr. Edison, l'inventore-imprenditore che in vita sua depositò oltre mille brevetti, potrà dirsi definitivamente conclusa.
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lampadine a incandescenza:Scoperto negli Usa un procedimento che fa aumentare il rendimento luminoso

martedì 2 giugno 2009

lampadine a incandescenza:Scoperto negli Usa un procedimento che fa aumentare il rendimento luminoso


E’ morta la lampada a incandescenza, viva la lampada a incandescenza! L’annuncio forse è prematuro, ma sembra proprio questa la prospettiva schiusa da una nuova scoperta effettuata nel laboratori di fisica dell’università di Rochester, negli Stati Uniti. Proprio quando sta per scattare la messa al bando dell’Unione Europea per le lampade col filamento -da settembre prossimo, progressivamente, a partire dai wattaggi più elevati, saranno ritirate dal commercio, fino alla completa cancellazione nel 2016-, una ricerca in corso di pubblicazione sulla rivista scientifica internazionale Physical Review Letters, le riabilita e sembra assicurare ad esse una seconda vita, nel rispetto del risparmio e della sostenibilità.

LA SCOPERTA - Il miracolo tecnologico è stato compiuto da un gruppo di ricercatori americani specializzati in ottica fisica i quali sperimentavano da tempo le trasformazioni indotte, su scala microscopica, dall’esposizione di alcuni metalli a un nuovo tipo di laser di potenza. Racconta Chunlei Guo, professore associato di Ottica all’università di Rochester, e uno degli autori della scoperta: «Mentre stavamo effettuando alcuni esperimenti con il laser ultraveloce, ci siamo chiesti che cosa sarebbe successo se lo avessimo puntato sul filamento di una lampadina. E così abbiamo fatto passare un sottile raggio attraverso il bulbo di vetro e abbiamo colpito solo un segmento di filamento. Ebbene, ci siamo resi conto che quel tratto di filamento colpito emetteva molta più luce rispetto al resto, e tutto ciò senza che la lampada assorbisse più energiA». Che cosa era successo? Come hanno potuto constatare gli scienziati di Rochester, il laser ultraveloce aveva variato la struttura elementare del metallo tungsteno di cui è fatto il filamento, riorganizzandola in una fila di nano strutture che ne fanno aumentare il rendimento luminoso.

APPLICAZIONI - Insomma, pare che basterebbe trattare in questo modo i filamenti delle lampade a incandescenza per far sì, tanto per fare un esempio concreto, che una da 60 watt emetta una luce equivalente a 100 watt, senza richiedere per questo maggiore energia elettrica. Se il trasferimento tecnologico di questa scoperta sarà praticabile e porterà alla commercializzazione di lampade a incandescenza più efficienti, interrogativi che ancora sono senza risposta, allora potremmo assistere a un capovolgimento della situazione a sfavore delle lampade fluorescenti. Quest’ultime, infatti, a fronte dell’indubbio risparmio, presentano il problema dell’inquinamento da mercurio, in un contesto in cui spesso non viene assicurato un corretto smaltimento dei prodotti giunti a fine vita. Per altro, molti utenti, pur riconoscendo l’attuale inefficienza energetica delle lampade a incandescenza, ne rimpiangono la qualità dell’illuminazione che è la più simile alla luce naturale del Sole.

domenica 31 maggio 2009

POLO NORD: Sotto i ghiacci greggio per almeno tre anni e metano per 14 MA L'AMBIENTE????!!!


Sotto la calotta artica che va assottigliandosi, un oceano di materie prime. Miliardi di barili di petrolio e migliaia di miliardi di metri cubi di gas naturale, probabilmente destinati a intensificare la battaglia geostrategica, già in corso, per le risorse energetiche nascoste all'ombra dei ghiacci eterni. Una potenziale benedizione, secondo i fautori delle trivellazioni senza confini e senza patemi. O una pericolosa e devastante tentazione, secondo gli ambientalisti, preoccupati dello stato di salute di un ecosistema fragilissimo e già a rischio.

Uno studio dell'Us Geological Survey, pubblicato questa settimana su Science Magazine, rivela che il 30% di tutti i giacimenti non ancora scoperti del pianeta di gas naturale e il 13% di quelli di petrolio, sono localizzati sotto i fondali del Polo Nord. Detto altrimenti, la regione più settentrionale della Terra conterrebbe da sola l'equivalente dell'intero fabbisogno mondiale di greggio per 3 anni e di metano per 14 anni. Quest'ultimo dato, soprattutto, porta Donald Gautier, lo scienziato che ha guidato la ricerca, a concludere che «la futura preminenza della Russia nel controllo strategico delle risorse di gas è destinata ad accentuarsi ed estendersi». Gran parte dell'area che contiene il futuro scrigno dell'energia appartiene infatti alla Federazione Russa, già oggi maggior produttore al mondo di gas naturale. Quello degli studiosi americani è il primo rapporto dettagliato sul potenziale energetico dell'Artico, dove la durezza delle condizioni climatiche e orografiche, oltre ai relativi ritardi della tecnologia, ha finora limitato le esplorazioni a poche zone al largo delle coste degli Stati Uniti o della Russia.

Ma l'assottigliamento progressivo delle riserve di greggio (la cui produzione, in mancanzadi nuove scoperte, dovrebbe cominciare a calare dal 2020) e il lento ma progressivo scioglimento della calotta artica, dovuto all'effetto serra, hanno improvvisamente reso più attraente la nuova frontiera energetica del Grande Nord. Con il corollario che tutti i Paesi, i cui confini toccano il circolo polare, sono già pronti a lottare per rivendicare la loro quota del bottino. Oltre a Russia e Usa, anche Norvegia, Danimarca (per via della sovranità sulla Groenlandia) e Canada sono nella partita. «Nel bene e nel male — dice Paul Berkman, dello Scott Institute presso la Cambridge University in Inghilterra — le limitate prospettive di esplorazione altrove e i nuovi progressi tecnologici hanno reso l'Artico sempre più interessante per questo tipo di sviluppo». Nel 2001 Mosca aveva rivendicato formalmente presso le Nazioni Unite i suoi diritti di ricerca nella zona, contestata da tutti gli altri Paesi. Poi, due anni fa, un mini-sottomarino russo aveva piantato una bandiera di titanio sul fondale sotto il Polo Nord, in un'area rivendicata anche da Copenaghen.

All'inizio di maggio, la Russia ha fatto sapere di essere pronta a usare anche la forza militare per proteggere i suoi diritti nella regione. Illustrando le metodologie e i risultati della ricerca, Gautier ha detto che alle stime si è giunti grazie alla creazione di una mappa geologica, che ha permesso di identificare le rocce sedimentarie, potenzialmente in grado di ospitare riserve di petrolio e gas. Queste sono state poi comparate, grazie a modelli matematici di probabilità, a identiche stratificazioni in altre regioni del mondo, che contengono greggio o metano. L'esito è stato ben oltre le aspettative più ottimistiche: «A nostro avviso, a Nord del Circolo polare artico ci sono tra 40 e 160 miliardi di barili di petrolio, abbastanza cioè da soddisfare la domanda mondiale per più di tre anni. E 1,6 milioni di miliardi di metri cubi di gas naturale, che equivalgono a quasi 15 anni di consumo planetario». Ancora più invitante è il fatto che la maggior parte delle riserve si troverebbe sotto la cosiddetta piattaforma continentale, in una zona dove i fondali marini non sono mai a più di 500 metri, quindi relativamente facili da trivellare. Gautier e il suo team tuttavia non hanno volutamente preso in considerazione la praticabilità economica o l'impatto ambientale di eventuali perforazioni. Hanno però ricordato nello studio che, per quanto ingente, la quantità di greggio e gas potenzialmente individuata non è grande abbastanza da modificare gli attuali equilibri tra i grandi produttori mondiali, con la sola eccezione di rafforzare il ruolo dominante della Russia sul gas. Il dilemma sull'opportunità delle trivellazioni rimane quindi aperto, com'era già emerso durante la campagna elettorale americana dello scorso anno. «Drill, baby, drill» (Trivella, ragazza, trivella) era stato il grido di battaglia, dal richiamo ambiguamente sessuale, con cui Sarah Palin, governatrice dell'Alaska, lo Stato americano che si affaccia sull'area del tesoro nascosto, aveva inutilmente tentato di rilanciare le sorti del ticket repubblicano.

Con un compromesso bipartisan, il Congresso degli Stati Uniti ha già autorizzato una limitata attività di perforazione in alcune zone dell'Alaska, ma solo a partire da 250 chilometri al largo delle coste. Già troppo però per gli ambientalisti, mobilitati in difesa di quello che definiscono «il più fragile ecosistema del pianeta». Secondo Lisa Speer, direttrice dell'International Ocean Program al National Resources Defence Council, trivellare l'Artico potrebbe causare il rilascio di elementi tossici come arsenico, mercurio e piombo nell'Oceano: «Abbiamo bisogno di criteri uniformi e severi per ogni attività off-shore di petrolio: un solo Paese ha il potenziale di produrre conseguenze ben oltre i suoi confini». La minaccia a molte specie animali viene evocata da Steve Armstrup, dello stesso Us Geological Survey che ha prodotto lo studio, il quale ricorda che le aree dell'Alaska, identificate nella ricerca come potenzialmente più ricche di riserve di petrolio, hanno anche l'habitat ideale per orsi polari, foche e balene: «Occorrerà — spiega Armstrup — valutare con attenzione cosa significherebbe lo sviluppo di attività di ricerca e produzione di petrolio e gas per queste specie, alcune delle quali sono già oggi a rischio di estinzione».

sabato 18 aprile 2009

MERCURIO: Pesci inquinati da mercurio anche nel Mediterraneo


Nonostante una minore presenza di mercurio nel Mediterraneo rispetto agli oceani, anche i pesci del Mare Nostrum ne presentano una certa quantità e la trasformazione che rende possibile l'assorbimento avviene in profondità La denuncia arriva da Nicola Pirrone, direttore dell'Istituto sull'Inquinamento Atmosferico del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Cnr, con un articolo sulla rivista Limnology and Oceanography, ripreso da «Nature». Il mercurio arriva al mare dalle discariche, dalle emissioni delle centrali a carbone, dagli inceneritori. Sulla salute dell'uomo ha effetti devastanti: può danneggiare le funzioni cerebrali, il Dna e la riproduzione umana.

DISCARICHE - Per limitare i danni, il consiglio dell'esperto del Cnr è di scegliere pesci di taglia piccola, piuttosto che tonni o pesci spada: «Poiché, dal momento che il mercurio si bioaccumula - spiega Pirrone - la quantità presente nella carne dipende dalla dimensione e dall'età del pesce: una volta ingerito, questo inquinante si espelle difficilmente. Quindi più é grosso il pesce, e più tempo ha avuto per accumulare il metallo più ne conterrà ».
«É vero che i pesci grossi sono quelli più "a rischio"- conferma Andrea Ghiselli, ricercatore dell'Inran(Istituto nazionale Alimenti e Nutrizione) di Roma- ma i valori di mercurio rintracciati nel Mediterraneo non sono tali da destare grosse preoccupazioni per la salute di una persona con un'alimentazione sufficientemente variata, che preveda quindi il pesce, ma non tutti i giorni: due-tre volte alla settimana sono sufficienti». «Altro accorgimento da adottare» prosegue l''esperto, «è poi quello di cambiare ogni volta il pese, non mangiando quindi ogni volta tonno o altri pesci di grossa taglia». «Seguendo questi criteri» conclude il nutrizionista, «non ci dovrebbero essere problemi».

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