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martedì 26 novembre 2019

gas serra: nessun segnale di abbassamento dei livelli

Nonostante gli accordi di Parigi, non c'è nessun segnale di abbassamento dei livelli. Il Wmo: nel 2018 la CO2 ha toccato le 407,8 ppm.
Nuovo  record dei livelli di gas serra. “Impatti sempre più gravi sui cambiamenti climatici” Nuovo record dei livelli di gas serra. “Impatti sempre più gravi sui cambiamenti climatici” È quanto si legge nel bollettino dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) pubblicato oggi. Inoltre "non vi è alcun segno di rallentamento, per non parlare di un calo", afferma il segretario generale dell’Omm, Petteri Taalas di F. Q. | 25 NOVEMBRE 2019 Altro nuovo record dei livelli di gas serra. È quanto si legge nel bollettino dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) pubblicato oggi. Questa tendenza a lungo termine, dicono gli esperti, si traduce in “impatti sempre più gravi dei cambiamenti climatici, con temperature in aumento, condizioni meteo più estreme, stress idrico, innalzamento del livello del mare e perturbazione degli ecosistemi marini e terrestri”. Inoltre “non vi è alcun segno di rallentamento, per non parlare di un calo”, afferma il segretario generale dell’Omm, Petteri Taalas. L’Omm aveva lanciato l’ennesimo allarme due mesi fa in occasione del Summit Onu a New York sul clima: un bollettino di guerra. Il riscaldamento climatico accelera e con esso gli effetti devastanti che trascina dietro di sé: nuovi record di temperatura in molti Paesi accompagnati da incendi senza precedenti, innalzamento del livello del mare, perdita di ghiacci, eventi estremi. Tanto che il quinquennio ancora in corso, 2015-2019 (dati fino a luglio scorso), si candida al lustro più caldo mai registrato con +0,2 gradi rispetto al 2011-2015, mentre la temperatura media globale è aumentata di 1,1 gradi dal periodo preindustriale. Senza contare la crescita dei gas serra con un tasso del più 20 per cento per la Co2 rispetto ai cinque anni precedenti.

A preoccupare gli esperti è anche la concentrazione di metano (CH4), il secondo gas serra di lunga durata più presente e il ossido di diazoto (N2O), le cui emissioni risultano aumentate al di sopra della media annuale. I picchi di concentrazione sono da ricollegare all'attività umana per il 60% delle emissioni di metano (allevamenti, coltivazione di riso, sfruttamento di combustibili fossili, discariche, ecc.) e il 40% del diossido di diazoto (fertilizzanti, processi industriali, ecc.). Entrambi i gas svolgono anche un ruolo nell'assottigliamento dello strato di ozono della stratosfera che ci protegge dai danni dei raggi UVA emessi dal sole.

martedì 13 novembre 2012

CO2 : 34 miliardi tonnellate CO2 emesse in atmosfera nel 2011, e' record

Nuovo record di emissioni di CO2 su scala globale nel 2011: dopo un lieve calo nel 2009 attribuito agli effetti della crisi economica e finanziaria, lo scorso anno si e' raggiunta la soglia di 34 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio rilasciate in atmosfera.

Lo ha stimato il Forum economico internazionale per le energie rinnovabili (IWR).

La Cina e' in cima alla lista dei maggiori produttori di anidride carbonica con 8,9 miliardi di tonnellate. Seguono gli Stati Uniti con 6 miliardi nel 2011, l'India con 1,8 miliardi, la Russia con 1,67 miliardi e il Giappone con 1,3.

La Germania occupa il sesto posto della graduatoria con 804 milioni di tonnellate. La Francia e' al 18esimo gradino con 380 milioni contro i 403 del 2010.

venerdì 2 marzo 2012

ACIDIFICAZIONE DEGLI OCEANI : Allarme per gli oceani malati non sono mai stati così acidi

I mari stanno assorbendo circa un quarto delle emissioni di CO2 rilasciate nell'atmosfera, abbassando notevolmente il pH della propria superficie: aumenta la presenza di CO2 nell'atmosfera e aumenta la velocità con cui si dissolve nell'acqua di mare, promuovendone l'acidificazione

Il livello di anidride carbonica (CO2) negli oceani non è mai stato così alto: è quanto dimostra uno studio che ha ricostruito per la prima volta l'andamento dell'acidificazione degli oceani, dovuta all'anidride carbonica, nel corso degli ultimi 300 milioni di anni. Il lavoro, pubblicato su Science, si deve a un gruppo di ricerca internazionale coordinato da Barbel Honisch, della Columbia University.

Secondo i ricercatori, dal momento che i dati attuali relativi alla CO2 in atmosfera sembrano non avere precedenti storici non è chiaro come in futuro il fenomeno influenzerà l'acidità degli oceani e quali potrebbero essere le conseguenze. "Sappiamo che la vita durante gli eventi passati di acidificazione degli oceani non è stata spazzata via, nuove specie si sono evolute per sostituire quelle estinte. Ma se le emissioni di carbonio industriali continueranno al ritmo attuale, potremmo perdere organismi come barriere coralline, ostriche e salmoni", ha osservato Honisch.

Esaminando i dati relativi agli ultimi 300 milioni di anni, i ricercatori hanno individuato un periodo nel quale la quantità CO2 è aumentata nell'atmosfera, anche se non velocemente come oggi. Il periodo, chiamato Paleocene-Eocene Thermal Maximum (Petm), risale a 56 milioni di anni fa e i ricercatori hanno osservato che nell'arco di circa 5.000 anni il carbonio è misteriosamente raddoppiato nell'atmosfera, facendo aumentare le temperature medie globali di circa 6 gradi e cambiando drammaticamente il panorama ecologico.

Come risultato si estinsero metà degli organismi unicellulari della specie di foraminiferi bentonici e ciò "potrebbe suggerire che anche gli organismi della catena alimentare superiore potrebbero essere scomparsi", ha osservato una delle autrici, Ellen Thomas, della università di Yale. I ricercatori stimano che durante questo periodo il Ph marino sia sceso di 0,45 unità e di conseguenza gli oceani sono diventati più acidi. Negli ultimi cento anni la CO2 atmosferica è aumentata di circa il 30% e il Ph oceanico è diminuito di 0,1 unità, arrivando a 8,1, un tasso di acidificazione, osserva Honisch, almeno 10 volte più veloce rispetto a quello di 56 milioni di anni fa.

domenica 22 gennaio 2012

RISCALDAMENTO GLOBALE: Il clima cambia e stravolge l'ecosistema marino, addio coralli entro la fine del secolo

Solo il 5% dei mari del pianeta avrà entro la fine del secolo le condizioni adatte per la crescita dei coralli, che ora esistono invece in metà degli oceani. Lo ha dedotto una simulazione dell'università delle Hawaii pubblicata dalla rivista "Nature climate change", sulla base dell'aumento dell'acidità dei mari causato dalla CO2 atmosferica prodotta dall'uomo, un terzo della quale si scioglie nell'acqua.

Per escludere la possibilità che la variazione nell'acidità che si vede negli ultimi anni sia naturale, lo studio ha simulato le condizioni a partire da 21mila anni fa fino al giorno d'oggi, basandosi sulla saturazione del minerale
aragonite: maggiore è la CO2 disciolta e minore è la saturazione, e valori inferiori a 3,5 su questa scala non consentono la crescita di coralli.
In alcune regioni del mondo, spiegano gli autori della ricerca, il cambiamento di acidità avvenuto dalla rivoluzione industriale è centinaia di volte maggiore rispetto a quello avvenuto tra l'ultima era glaciale e il periodo pre-industriale: «Quando la Terra ha iniziato a riscaldarsi, 17 mila anni fa - afferma Tobias Friedrich, che ha coordinato la ricerca – il livello di CO2 atmosferica è salito da 190 ppm a 280 in 6mila anni, e gli ecosistemi marini hanno avuto molto tempo per adattarsi. Per il balzo da 280 agli odierni 392 invece il tempo è di 100-200 anni, molto più breve».

Riferito alla saturazione dell'aragonite lo stesso balzo ha implicato che mentre prima il livello era intorno a 4,8 ora è 4,2, una variazione che ha già messo a rischio il 15% dei coralli nel mondo. Il livello di guardia, spiegano gli esperti, è 3,5, e di questo passo entro fine secolo sarà raggiunto dalla maggior parte degli oceani: «In questo momento il 50% dei mari ha una saturazione superiore, e quindi ha la possibilità di ospitare coralli - spiega l'esperto - ma entro il 2100 la percentuale scenderà al 5%. Fra i primi a farne le spese saranno proprio i coralli delle Hawaii».

FONTE: http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2012-01-22/clima-cambia-stravolge-ecosistema-193343.shtml?uuid=AaB8bJhE

lunedì 7 novembre 2011

CAMBIAMENTO CLIMATICO : CO2: emissioni record nel 2010, +5,9%


Il livello è più alto dello scenario peggiore dell'Ipcc, l'organismo Onu sui cambiamenti climatici

Mai le attività umane avevano emesso in un anno nell'atmosfera una quantità simile di anidride carbonica. Il 2010 ha battuto ogni record, secondo i dati premilinari del Centro di informazione e analisi del diossido di carbonio (Cdiac) del dipartimento dell'Energia statunitense: sono stati immessi nell'atmosfera 33,5 miliardi di tonnellate di CO2, con un aumento del 5,9% rispetto al 2009 e del 4,5% rispetto al record del 2008. Il livello complessivo raggiunto lo scorso anno, sottolineano gli esperti, è più alto di quello usato dall'Ipcc, l'organismo Onu sui cambiamenti climatici, per descrivere lo scenario peggiore dal punto di vista dei cambiamenti climatici.

IMPUTATI - I principali imputati sono sempre gli stessi due: Stati Uniti e Cina, che da soli sono responsabili per la metà dell'anidride carbonca emessa sul pianeta. Per quanto riguarda gli Usa, le emissioni sono cresciute del 4% ma, grazie alla crisi economica, sono rimaste in termini assoluti sotto il record registrato nel 2007. La singola fonte energetica che ha fornito il maggiore contributo è il carbone, che ha fatto registrara una crescita delle emissioni dell'8%.

LIMITE - La concentrazione di anidride carbonica misurata nel 2010 nell'atmosfera è di circa 390 ppm (parti per milione), con una crescita di circa 2,2 ppm all'anno. Stime attendibili della concentrazione nel 1850 fanno ritenere che la concentrazione si aggirasse intorno a 290 ppm. Alla conferenza sul clima di Cancun 2010 si era raggiunto un accordo - non vincolante - per limitare a 2 gradi il riscaldamento globale e per raggiungere questo obiettivo diminuire le emissioni di CO2 per non superare i 450 ppm, ma solo l'Unione europea ha approvato direttive stringenti sull'argomento.

FONTE:http://www.corriere.it/ambiente/11_novembre_07/emissioni-record-co2_3cf22088-0932-11e1-a272-24f31f5e1b69.shtml

martedì 31 maggio 2011

CO2 : nuovo record delle emissioni. Nel 2010 cresciute del 5% rispetto all'anno prima, quando erano calate a causa della crisi economica globale

L'ambiente deve «ringraziare» la crisi economica. Solo il rallentamento globale dell'economia nel 2009 aveva fatto diminuire le emissioni di anidride carbonica, il più diffuso gas serra. Nel 2010, infatti, con la ripresa della produzione industriale su scala globale, sono state sparate nell'atmosfera 30,6 miliardi di tonnellate equivalenti di CO2, pari a un aumento del 5% delle emissioni rispetto all'anno precedente. Lo rivela l'Agenzia internazionale di energia (Aie), secondo la quale le emissioni di biossido di carbonio l'anno scorso sono state «le più alte della storia».

LIMITI - Superato di slancio quindi il precedente record di 29,3 gigatonnellate che risaliva al 2008. Il problema consiste, riporta l'Aie, nel fatto che l'80% dell'incremento delle emissioni relativo al settore energetico previsto per il 2020 è già stato raggiunto, poiché è dovuto a impianti già realizzati o in fase di costruzione. Tutto ciò mette fortemente in dubbio il limite massimo di 2 gradi dell'incremento della temperatura media globale fissato al vertice di Cancun dello scorso dicembre, come ha illustrato Fatih Birol, capo economista dell'Aie (agenzia dell'Ocse). Per raggiungere questo obiettivo, però, è necessario non superare il limite di 450 ppm (parti per milione) di gas serra nell'atmosfera. Con l'incremento del 2010, invece, si è toccato il tetto di 390 ppm solo per la CO2, al quale però vanno aggiunti gli altri gas serra: metano soprattutto (1,75 ppm attuali) che produce un effetto di riscaldamento globale decine di volte superiore all'anidride carbonica, e poi ossido di azoto (0,3 ppm) con effetto di riscaldamento centinaia di volte maggiore. L'analisi delle carote di ghiaccio estratte nelle calotte polari dimostra che il livello di CO2 prima dell'inizio della rivoluzione industriale era di 280 ppm.

AVVISO AL MONDO - «Le nostre analisi sono un ennesimo avviso al mondo», ha commentato Birol. «Ci avviciniamo già oggi al limite che invece dovrebbe essere raggiunto nel 2020. Se non verranno assunte decisioni drastiche, sarà molto difficile rispettare l'accordo di Cancun». Gli studi geologici hanno dimostrato che, durante le ere, quando si è raggiunto, per motivi naturali, il limite di 500 ppm di anidride carbonica nell'atmosfera, si sono innescati meccanismi di estinzione diffusa sul pianeta.

ACIDIFICAZIONE - Mentre veniva diffusa l'analisi dell'Aie, un nuovo studio che sarà pubblicato sul numero di giugno di Nature Climate Change, lancia un nuovo allarme sull'acidificazione delle acque degli oceani. Un'analisi effettuata dall'Università di Miami, dall'Istituto australiano di scienze marine e in Germania dall'Istituto Max Planck di microbiologia marina, ribadisce che l'acidificazione dei mari, insieme all'aumento delle temperature dell'acqua farà diminuire entro la fine del secolo in modo netto la biodiversità e le capacità di recupero degli ecosistemi delle barriere coralline. Il pH degli oceani è sceso in pochi anni da 8,2 a 8,1: sembra poco ma la scala è logaritmica. Gli studosi hanno evidenziato che nel 2100 potrebbe arrivare a 7,7 e a quel punto la sviluppo delle barriere coralline si bloccherà. L'acidità degli oceani è legata alla quantità di CO2 disciolta: più l'acqua è calda, maggiore è il rilascio di anidride carbonica gassosa. Se l'acqua è più acida, gli organismi marini che costruiscono le conchiglie o il proprio esoscheletro (placton) partendo dal carbonato di calcio disciolto in acqua, rischiano di scomparire perché l'acidità fa sciogliere il loro guscio di aragonite. E questi organismi sono alla base della catena alimentare.
FONTE: http://www.corriere.it/ambiente/11_maggio_30/record-emissione-co2_c6696626-8ab8-11e0-93d0-5db6d859c804.shtml

venerdì 6 maggio 2011

EFFETTO SERRA: La CO2 che viene dal mare

Secondo un recente studio australiano il surriscaldamento del pianeta potrebbe aver innescato un pericoloso circolo che, per mezzo delle acque marine, amplificherebbe le conseguenze dell’effetto serra.


I risultati di un recente studio condotto tra i ghiacci dell’Antartide attribuiscono un nuovo e inquietante ruolo agli oceani, che per colpa del riscaldamento delle loro acque si trasformerebbero in enormi e potenti amplificatori dell’effetto serra.

Amico oceano
Gli oceani catturano circa il 30% della CO2 prodotta dalle attività umane (30 miliardi di tonnellate l’anno secondo l’ONU) e la nascondono nelle loro profondità. Questo sequestro naturale dell’anidride carbonica contribuisce a contenere il surriscaldamento globale del pianeta e i suoi effetti.
Lo stoccaggio oceanico della CO2 non è però permanente: secondo gli studi ha una durata compresa tra i 400 e i 1300 anni, al termine dei quali viene di nuovo rilasciata nell’atmosfera.
Ma qualcosa in questo meccanismo sembra essersi inceppato: il progressivo aumento delle temperature avrebbe infatti velocizzato il processo e gli oceani avrebbero cominciato a rilasciare le loro scorte di CO2 dopo soli 2 secoli, aumentando così la quantità totale di gas serra nell’atmosfera.

Ma quanta fretta, dove corri...
Tas van Ommen della Australian Antarctic Division di Hobart ha analizzato delle bolle di CO2 intrappolate nei ghiacci di Siple e Byrd, nell’Antartico Occidentale, le ha datate e la confrontate con i dati sulle temperature medie di quello stesso periodo.
Lo scienziato ha scoperto che all’aumento delle temperature segue regolarmente un incremento nelle emissioni di CO2 oceanica e che l’intervallo di tempo tra il sequestro e il rilascio del gas sta diventando inferiore ai 200 anni.
Ma in che modo l’aumento delle temperature influenza le emissioni di CO2? "Pensate a una bottiglia di Coca Cola: aumentando la temperatura, l’andiride carbonica disciolta nel liquido sale verso la superficie e fugge" ha spiegato Ommen ai media. Non solo: l’aumento delle temperature favorisce il rimescolamento delle acque profonde e la salita verso la superficie delle bolle di gas.
Ommen ha presentato i dati del suo studio alla conferenza sul clima Greenhouse 2011 che si è tenuta a Cairns, in Australia, nei giorni scorsi ma ha ammesso che prima di poterli applicare alla situazione attuale per trarre conclusioni sull’evoluzione del clima del pianeta occorreranno ancora attente verifiche.
fonte: focus.it

sabato 5 febbraio 2011

deforestazione: FORESTE ASSORBONO Assorbono 289 miliardi di tonnellate di Co2 l'anno

Assorbono 289 miliardi di tonnellate di Co2 l'anno, conservano la biodiversita' globale. Coprono il 30% delle terre emerse e contengono il 90% della biomassa planetaria. Eppure rappresentano un ecosistema a rischio, con circa 350 Kmq distrutti ogni giorno dal taglio indiscriminato. Non a caso l'Onu ha indicato il 2011 come l'Anno internazionale delle foreste. Questo il focus di Legambiente pubblicato nel proprio mensile di febbraio: ''La Nuova Ecologia''. Alcune schede del mensile saranno dedicate agli ''eroi della foresta'', donne e uomini che si sono contraddistinti per il loro impegno nella salvaguardia dei piu' importanti polmoni verdi del pianeta: da Chico Mendes, simbolo della lotta contro la deforestazione in Amazzonia, a Julia Butterfly Hill che, a soli 23 anni, sali' per oltre 700 giorni su una sequoia millenaria della California per protestare contro una multinazionale del legno che voleva disboscare la foresta di Headwaters. Fino al Premio Nobel africana Wangari Maathai che, grazie alla sua tenacia, e' riuscita a contrastare la desertificazione di una vasta zona del suo Continente. Volti e storie che il mensile di Legambiente ha raccolto per descrivere lo stato di salute delle foreste a partire dall'Amazzonia, la maggiore foresta pluviale del mondo che ospita un quarto dell'intero patrimonio genetico del pianeta, ma che continua ad essere la piu' attaccata non solo dai disboscatori: il fotoreportage esclusivo di Andrea Frazzetta e Jacopo Pasotti racconta proprio l'attacco alla foresta peruviana da parte delle compagnie petrolifere. L'analisi passa poi alle foreste italiane che negli ultimi decenni sono riuscite a ricoprire il 34% del Paese ma che, a causa della frammentazione di enti e organi dello Stato, non e' possibile gestire organicamente.

martedì 25 gennaio 2011

oceani assorbono 1/3 emissioni

Gli oceani assorbono attualmente circa un terzo delle emissioni di Co2 del Pianeta. Questa capacita' li sta rendendo sempre piu' acidi con ripercussioni su ecosistemi e biologia marina, tema sul quale hanno discusso ad Okinawa, in Giappone, gli scienziati del gruppo intergovernativo dell'Onu, Ipcc. Il gruppo, di cui fa parte l'italiano Riccardo Valentini, dovra' produrre il Quinto rapporto Ipcc sul cambiamento del clima, per il quale l'acidificazione degli oceani e' 'una componente fondamentale'.

sabato 11 dicembre 2010

riscaldamento clobale: A Cancun trovato l'accordo

Approvato il 'pacchetto' di Cancun sul clima, ovvero gli obiettivi a lungo termine tra cui un fondo verde e il riconoscimento della scienza per fermare il riscaldamento a 2 gradi. Il via libera da parte della 16/a Conferenza Onu sul clima a Cancun, in Messico, riguarda un pacchetto di 'visione condivisa' composto da 32 pagine e sette capitoli con premessa e annessi. Previste azioni di adattamento, mitigazione (tagli di Co2) e finanza (subito 30 miliardi di euro per il periodo 2010-2013).

L'intesa alla conferenza Onu tiene insieme i tagli alle emissioni (25-40% entro il 2020) e gli interessi dei vari Stati rinviando la definizione degli impegni vincolanti Paese per Paese

Per ora è solo architettura, ma è un'architettura robusta: il disegno di un progetto concreto per la salvaguardia del clima. Il testo dell'accordo approvato con il dissenso della sola Bolivia messo agli atti fa dimenticare l'incubo del fallimento di Copenaghen e traccia la strada per un'intesa contro il caos climatico a cui dovrà essere data forma definitiva il prossimo anno: taglio delle emissioni del 25-40 per cento rispetto al livello del 1990 entro il 2020 per evitare che l'aumento di temperatura superi i 2 gradi e un pacchetto di fondi (10 miliardi l'anno che arriveranno a 100 miliardi l'anno nel 2020) per il trasferimento delle tecnologie pulite e il mantenimento delle foreste tropicali. Alleggerito dal peso di target immediati sulla riduzione delle emissioni, il meccanismo del piano di protezione dell'atmosfera ha preso forma in due settimane di abile regia messicana della conferenza Onu che ha lasciato spazio a tutti e ha dato a tutti una ragione per aderire. E' stato un successo netto salutato da interminabili applausi.

I delegati degli oltre 190 Paesi riuniti a Cancun si erano trovati di fronte un compito che sembrava quasi impossibile: a due anni dalla scadenza del protocollo di Kyoto (2012) si trattava di ottenere l'adesione a impegni vincolanti da parte di Stati che avevano dichiarato di non volerne sentir parlare. Da una parte c'era questo gruppo di governi recalcitranti, inclusi i due principali inquinatori del pianeta, Cina e Stati Uniti. Dall'altra i Paesi più direttamente minacciati dal caos climatico (le piccole isole che rischiano di essere sommerse e l'Africa minacciata dalla desertificazione) che chiedevano impegni ancora più stringenti.

L'accordo raggiunto è un miracolo di diplomazia che riesce a tenere assieme l'obiettivo - bloccare la crescita della temperatura - e gli interessi dei vari Stati. A un prezzo non trascurabile: rinviare la definizione degli impegni vincolanti di taglio delle emissioni Paese per Paese, un traguardo che dovrebbe essere raggiunto il prossimo anno, ultimo momento utile per approvare e ratificare un piano globale a difesa del clima nel periodo successivo al 2012. Sarà nella conferenza del 2011 che i numeri oggi inseriti nel testo finale come quadro di riferimento scientifico (la necessità di un taglio delle emissioni del 25-40 per cento al 2020) dovranno assumere la forma di un impegno cogente.

Non era questo l'obiettivo di Cancun. L'obiettivo era recuperare l'idea di un processo comune che ha per posta la salvaguardia degli ecosistemi su cui poggia la sicurezza di tutti. E questo obiettivo è stato raggiunto, come hanno dimostrato i ripetuti applausi e le dichiarazioni emozionate dei capi delegazione durante il rush finale notturno.

La sfida che la conferenza Onu doveva affrontare era il mantenimento di un quadro di impegni vincolanti per il taglio delle emissioni serra che stanno moltiplicando i fenomeni climatici estremi (alluvioni, uragani, siccità). Impegni stabiliti a Kyoto nel 1997, ma solo per un gruppo di Paesi industrializzati dal quale gli Stati Uniti hanno preso le distanze con l'arrivo di George W. Bush alla Casa Bianca. Come hanno fatto notare i rappresentanti del Giappone a Cancun, questo cartello rappresenta ormai solo il 27 per cento delle emissioni serra: la battaglia per la stabilità del clima non può essere vinta senza coinvolgere anche Stati Uniti e Paesi emergenti, Paesi che si erano finora dichiarati assolutamente contrari ad accettare impegni vincolanti.

Partendo da questa situazione di crisi, il vertice di Cancun è riuscito a ottenere più di un successo. La Cina ha accettato i criteri di trasparenza 1 nei controlli sulle emissioni serra che per gli Stati Uniti costituivano una precondizione indispensabile per la trattativa e ha aperto alla possibilità di impegni vincolanti per la fine del decennio. L'India ha adottato una posizione simile. I Paesi schierati sulle posizioni più radicali hanno ritrovato lo spirito del multilateralismo e la disponibilità a creare meccanismi più efficienti per il trasferimento di tecnologie pulite.

Il risultato è un accordo giudicato positivamente dalle associazioni ambientaliste ("L'inserimento della definizione di obiettivi vincolanti, sia pure in una formula molto generica che lo definisce come una possibilità, rappresenta un passo avanti importante", commenta Mariagrazia Midulla, del Wwf). Un accordo che però, come osserva il direttore generale dell'Ambiente Corrado Clini, è ancora lontano dall'indicare una strategia concreta capace di bloccare la crescita della temperatura a un livello in cui i danni siano sufficientemente limitati. Per arrivare a un impegno vincolante si è scelta infatti l'unica strada percorribile: ogni Paese indicherà volontariamente lo sforzo che è disposto a fare. Ma la somma degli sforzi finora indicati dà un taglio delle emissioni che è circa la metà di quello considerato necessario dai climatologi delle Nazioni Unite (Ipcc). Serviranno dunque altre due mosse. La prima è incassare le cambiali già firmate rendendo obbligatori questi impegni in un accordo da siglare il prossimo anno. La seconda è rilanciare spingendo sulla green economy e magari ricorrendo anche a una carbon tax.

fonti : Ansa e http://www.repubblica.it/ambiente/2010/12/11/news/cancun_11_dicembre-10063677/?rss

Riscaldamento globale : Un mondo più caldo e più affamato. Il global warming farà raddoppiare i prezzi del cibo entro il 2050


Un mondo più caldo equivale ad un mondo più affamato. Siamo abituati a pensare al global warming in termini di temperature in aumento ed innalzamento dei mari.

Ma i cambiamenti climatici possono causare il raddoppio dei prezzi del cibo entro il 2050.

Lo ha calcolato l’autorevole Ifpri (International Food Policy Research Institute) di Washington. Ah, combinazione: in seguito al clima impazzito degli ultimi mesi, sui mercati internazionali il grano è rincarato ancora, +13% nell’ultima settimana, e continuano ad aumentare anche il mais e la soia. Secondo l’Ifpri, potrebbe essere solo l’antipasto.

Lo studio è stato pubblicato mentre a Cancun si svolge la Conferenza del clima. I ricercatori hanno costruito 15 scenari inserendo nei computer varie dosi e miscele degli ingredienti di fondo: aumento della popolazione, condizioni dell’economia mondiale, emissioni di anidride carbonica (il principale gas dell’effetto serra che entra nell’atmosfera in seguito all’uso dei combustibili fossili) con conseguente aumento delle temperature e cambiamento della distribuzione delle piogge.

Lo scenario più favorevole (e ampiamente improbabile) non è comunque roseo. Se anche le emissioni di gas serra cessassero immediatamente, i prezzi dei cereali aumenterebbero comunque per effetto della crescita demografica accompagnata dalla crescita della domanda di cibo.

In ogni caso, a seconda delle condizioni che si verificheranno a proposito di clima, economia, demografia, i rincari tratteggiati entro il 2050 sono compresi nelle seguenti “forchette”: mais +42-131%; riso +11-78%; grano +17-67%.

Come ovvia conseguenza, aumenterebbe il numero delle persone che non sono in grado di procurarsi cibo a sufficienza.

Secondo gli esperti dell’Ifpri, il peggio può essere evitato solo a patto di ridurre le emissioni ed investire nell’agricoltura.

Dicono anche che bisogna rafforzare lo scambio internazionale dei generi alimentari. Ma io nutro forti dubbi sul fatto che la “mano invisibile” del mercato – che già ci ha portati fin qui – ci guidi in futuro verso il migliore dei mondi possibili.

Sul sito dell’Ifri lo studio sicurezza alimentare e cambiamenti climatici (dalla pagina si può scaricare il rapporto completo) e il comunicato stampa che lo accompagna.
fonte:http://www.blogeko.it/2010/un-mondo-piu-caldo-e-piu-affamato-il-global-warming-fara-raddoppiare-i-prezzi-del-cibo-entro-il-2050/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+Blogeko+%28Blogeko.info%29&utm_content=Google+Reader

martedì 7 dicembre 2010

cambiamenti climatici : Il clima dipende dall'Al.Ba.

Anche lacronimo ha il sapore di una battaglia: Al.Ba. Non bastasse già il significato esplicito: Alternativa Bolivariana, da Simon Bolivar, ovviamente. Otto Paesi, Venezuela e Cuba sono stati i primi, riuniti dentro questa sigla che da un anno, ormai, sta condizionando il destino climatico del mondo. È successo nel 2009 alla conferenza di Copenaghen: furono loro a non far passare il documento nell'assemblea plenaria, facendo saltare all'ultimo il crisma dell'ufficialità all'accordo. Sta succedendo quest'anno a Cancun: senza aspettare le decisioni finali, gli otto Paesi antimperialisti (anche Bolivia, Ecuador, Repubblica Dominicana, Nicaragua, Saint Vincent, Antigua) hanno deciso di alzare la voce già nella sessione tecnica.

METODO - Il metodo è sempre lo stesso: o ci ascoltate o ci alziamo e ce ne andiamo. Che tradotto nelle diplomazie negoziali dell'Onu vuol dire far saltare la conferenza, qui dove sono necessari i voti di tutti i 194 Stati presenti e dove il voto di San Marino è uguale a quello degli Stati Uniti. Sono i Paesi dell'Al.Ba gli unici che hanno il coraggio di questi ultimatum.

SOLON - Si chiama Pablo Solon il novello Bolivar del clima. Ambasciatore dello Stato plurinazionale della Bolivia, è uomo di diplomazia con l'animo rivoluzionario. Solon non ha esitato davanti ai grandi del mondo che stanno cercando di sfilarsi dagli impegni legali del protocollo di Kyoto. Li ha presi di petto, piuttosto. È una tecnica di melina quella che sta condizionando le trattative qui a Cancun: si parla del finanziamento per il clima, dell'adattamento al cambiamento climatico, del negoziato sulle foreste e, intanto, c'è chi fa di tutto per eludere il discorso post-Kyoto. Per eliminare dal tavolo gli impegni vincolanti che i Paesi industrializzati hanno firmato (tranne gli Usa) sulle emissioni di CO2.

ALLEANZA - Al.Ba ha fatto muro contro il Giappone che, apertamente, ha detto di voler riporre Kyoto nel cassetto. Ma Solon ha stoppato anche le diplomazie occidentali, quelle che sotto banco stanno cercando di proporre un secondo protocollo che vada oltre Kyoto con impegni volontari e non vincolanti. Le parole di Solon sono state pungenti, come un colpo di fioretto: «Non ha senso», ha decretato. E ha spiegato: «Chiedere un secondo protocollo fatto così, è come chiedere una seconda moglie per poter portare avanti il proprio matrimonio». E questo quando i negoziati devono ancora entrare nel vivo e i delegati dell'Al.Ba sono in attesa dei loro condottieri, i presidenti Evo Morales dalla Bolivia e Rafael Correa dall'Equador. Dritti verso la vittoria.
fonte: http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/energia_e_ambiente/10_dicembre_06/clima-bolivariana-arachi_8cb35c14-0171-11e0-96e9-00144f02aabc.shtml

lunedì 6 dicembre 2010

riscaldamento globale: I ghiacciai italiani rischiano l'estinzione


L’ultimo rapporto, che sarà pubblicato a giorni dal Comitato glaciologico italiano, non racconta niente di buono. Già dimezzati negli ultimi ottant’anni, i ghiacciai italiani rischiano la stessa sorte in un futuro molto prossimo (una ventina di anni), e la cosa più preoccupante è che il trend di assottigliamento e fusione si sta accentuando. Un processo veloce e malefico che non ha sviluppi negativi soltanto sul panorama alpino e di ghiacciai considerati opere d’arte naturali e patrimoni dell’umanità, ma sul bilancio energetico (si perdono miliardi di litri d’acqua, che possono trasformarsi in energia elettrica), sulla falda acquifera che è anche la risorsa primaria di molte industrie di acque minerali, sul dissesto della montagna (frane, smottamenti, slavine) e sull’equilibrio sociale e antropologico dei centri abitati alpini.

RISCHIO - Si calcola che siano oltre 1.300 i ghiacciai italiani, quasi tutti a rischio. Il «vampiro» si è materializzato intorno ai primi anni del Novecento, ma il vero allarme è scattato negli anni Novanta. «È accaduto quando è stata registrata una diminuzione sia dell’estensione che dello spessore dei ghiacciai», conferma Carlo Baroni presidente del Comitato glaciologico italiano e ordinario di geomorfologia all’Università di Pisa. «In alcuni casi, come per il ghiacciaio Fellaria nel gruppo del Bernina in Lombardia, vi è stato un distacco frontale (nel 2006) di circa 350 metri circa». Secondo il professor Baroni, il dato più allarmante, confermato anche dall’ultimo studio in via di pubblicazione, è che i ghiacciai non solo arretrano il fronte, ma si assottigliano perdendo milioni di metri cubi di acqua. Il dato, come un bilancio economico, viene calcolato sulle entrate e le uscite. Le entrate sono la neve precipitata, le uscite lo scioglimento. Un bilancio negli ultimi trent’anni sempre negativo.

MONITORAGGIO - Un altro esempio? «Il ghiacciaio della Sforzellina, in provincia di Sondrio monitorato dal professor Claudio Smiraglia dell’università di Milano», continua Baroni, «si è abbasto in 25 anni di 26 metri di altezza». L’elenco è lunghissimo e il fenomeno in via di accentuazione. «Se la temperatura aumenterà ancora di 0,6-1 grado i ghiacciai italiani si dimezzeranno ancora», dice lo studioso. Che denuncia anche una mancanza di investimenti per cercare di monitorare al meglio questa risorsa naturale unica e imperdibile. «Il Comitato, grazie anche al contributo di molti volontari, tiene sotto monitoraggio un campione di 200 ghiacciai», spiega Baroni. «Bisognerebbe però aumentarne il numero, far partire attente analisi satellitari, lavorare al catasto dei ghiacciai per aggiornarlo continuamente».

aMBIENTE: Chi uccide il clima in Italia?

Greenpeace Italia pubblica la nuova classifica dei grandi “inquinatori” dell’anno e il primo classificato è sempre lo stesso: il gigante Enel. Per il quarto anno consecutivo il colosso dell’energia si conferma al primo posto nella lista dei cattivi, seguito da Edison e il Gruppo Saras dei Moratti. Lo si apprende da una nota pubblicata sul sito internet del gruppo ambientalista.


fONTE: http://www.greenpeace.org/italy/news/co2-inquinamento-classifica


Abbiamo lanciato la classifica dei grandi "inquinatori" dell'anno e il primo classificato è sempre lo stesso: il gigante Enel. Per il quarto anno consecutivo il colosso dell'energia si conferma al primo posto nella lista dei cattivi, seguito da Edison e il Gruppo Saras.


Sono 13 milioni le tonnellate (Mt) di CO2 emesse nel 2009 dalla centrale Enel a carbone "Brindisi sud". A seguire la Centrale Edison di Taranto con 5,9 Mt di CO2 e la raffineria Saras di Sarroch con 5,2 Mt di CO2.

Anche se le cifre rimangono alte, complici la crisi economica e l'effetto degli interventi di efficientamento energetico, la CO2 nel 2009 è calata. Da 538,6 milioni di tonnellate del 2008 siamo passati a quota 502 milioni. Ma non basta.

Rispetto al 1990, infatti, la diminuzione è stata del 3%, meno della metà dell'obiettivo fissato dal Protocollo di Kyoto. Non solo, le emissioni della centrale Enel a carbone "Brindisi sud" registrate nel 2009, hanno superato ampiamente le quote e i limiti di 10,4 Mt di CO2 imposti dalla Direttiva europea sulle emissioni (Emission Trading Scheme).

I dati degli ultimi cinque anni dimostrano una riduzione costante delle emissioni del settore termoelettrico, passate dalle 147 Mt del 2005 alle 122,2 del 2009. Il merito è anche della massiccia diffusione delle fonti rinnovabili, il cui contributo sulla produzione totale di energia elettrica ha oramai superato il 20%. Esiste un ampio margine per aumentare questa quota di energie verdi, ma si continua a puntare sul carbone e, in un futuro più lontano, sul nucleare.

Le centrali a carbone autorizzate o in corso di autorizzazione prevedono un totale di circa 40 nuovi Mt di CO2. Se realizzate, impediranno all'Italia di raggiungere i suoi obiettivi di riduzione delle emissioni al 2020 e potranno gravare sui contribuenti per centinaia di milioni di euro. In particolare, il piano di investimenti di Enel comporterebbe quasi il raddoppio delle sue emissioni di CO2. Vogliamo veramente che la politica ambientale del maggior gruppo elettrico italiano sia proprio questa?

È il momento giusto per orientare il nostro sistema economico produttivo verso soluzioni innovative, basate sulle fonti rinnovabili e l'efficienza energetica, capaci di generare occupazione sostenibile e durevole, migliorare la qualità dell'ambiente e della vita delle persone.

Nei giorni scorsi il Governo ha presentato una proposta di Decreto legislativo in attuazione della Direttiva rinnovabili. Nonostante alcuni aspetti innovativi, la proposta assesta un colpo mortale allo sviluppo dell'energia eolica e colpisce il comparto fotovoltaico, riducendo il meccanismo degli incentivi in maniera disordinata. Chiediamo al Governo una revisione della proposta, anche alla luce dei dati della nostra classifica.


Ma Enel non ci sta e a poche ore dalla pubblicazione della classifica arriva la replica: l’allarme lanciato da Greenpeace sulle emissioni inquinanti “è ingiustificato” perché l’Enel non inquina: “Le emissioni delle centrali sono sotto i limiti e in costante calo: nessun pericolo di sanzioni all’Italia”. L’azienda precisa poi che “la CO2 non è un inquinante con effetti sull’ambiente e la salute delle regioni dove viene prodotta”. ‘E’ infatti – sottolinea – ritenuta un gas responsabile dell’effetto-serra a livello globale. Basti pensare che in poche ore la Cina emette più CO2 che tutte le centrali pugliesi in un anno”. Come per i diritti del lavoro, ormai, il paragone è con la Cina.

CO2: Taglio delle emissioni di CO2, l'Italia tra i Paesi meno virtuosi

Nelle politiche ambientali siamo al 58° posto su 60. Molte promesse non mantenute

E' in affanno l’Italia sulle politiche ambientali. Meglio: è il fanalino di coda. Germanwatch lo certifica. L’associazione non governativa che ogni anno, in occasione delle conferenza mondiale sui cambiamenti climatici, stila la classifica dei buoni e dei cattivi, analizzando i 60 Paesi che rappresentano oltre il 90 per cento delle emissioni globali di anidride carbonica. Quest’anno Germanwatch, in collaborazione con Can Europe e Legambiente, ha sistemato l’Italia al 41° posto (su sessanta) nella graduatoria dei Paesi che emettono più anidride carbonica nel mondo.

ITALIA IN RITARDO - E dire che ci sarebbe quasi da tirare un sospiro di sollievo, visto che lo scorso anno eravamo al 44°. Ma, purtroppo, è la crisi economica che ci a fatto guadagnare queste tre posizioni in classifica. Le fabbriche chiuse. Le industrie in ribasso. Non certo i nostri sforzi nelle politiche ambientali: l’Italia, infatti, è al 58° posto, in questo. Tradotto: non si è fatto nulla per le tecnologie pulite, le energie rinnovabili, l’efficienza energetica. In una parola: in Italia non abbiamo investito nella cosiddetta green economy.

GREEN ECONOMY - Spiega Mauro Albrizio, responsabile a Bruxelles di Legambiente: «Tutti i Paesi che si stanno riprendendo dalla crisi stanno investendo in questo. Prendiamo, ad esempio, la Cina e gli Usa. La Cina, che è al 56° posto in politiche ambientali, ha investito in green economy 230 miliardi di dollari. Così gli Stati Uniti: al 54° posto, hanno investito 80 miliardi. L’Italia nulla». In Europa l’investimento in green economy non supera i 30 miliardi di dollari, il 40 per cento dei quali soltanto da parte della Germania. Tra i 27 Paesi dell’Europa la performance climatica dell’Italia è al ventunesimo posto, avanti soltanto a Estonia, Grecia, Slovenia, Bulgaria, Lussemburgo e Polonia. Da segnalare: non c’è nessuno fra i Paesi del mondo che hanno conquistato il podio di quelli che emettono anidride carbonico. E il primo di questi in classifica è il Brasile, al quarto posto, posizione meritata per il suo uso dei biocarburanti e per i primi passi nel contenimento della deforestazione.
FONTE: http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/energia_e_ambiente/10_dicembre_05/cancun-classifica-arachi_fcf7d7d4-0090-11e0-861f-00144f02aabc.shtml

domenica 28 novembre 2010

CO2 : Lotta a CO2 salva milioni di vite

Combattere i cambiamenti climatici vuol dire anche migliorare la salute della popolazione mondiale. Lo sottolinea un documento dell'Inter Academy Medical Panel (Iamp) che sarà presentato ufficialmente dall'Organizzazione Mondiale della Sanità alla conferenza delle Nazioni Unite sul clima COP 16, che si aprirà il 29 novembre in Messico a Cancun. Secondo lo Iamp, che riunisce circa settanta accademie nazionali mediche e scientifiche di tutto il mondo e che è rappresentato per l'Italia dall'Accademia dei Lincei, i benefici per la salute potrebbero in parte compensare i costi del cambiamento climatico e contrastare la convinzione che le politiche per combattere i cambiamenti del clima saranno necessariamente gravose da un punto di vista sociale ed economico. Il documento, anticipato dalla rivista Lancet, identifica molti esempi di come le azioni per ridurre le emissioni possono anche portare a miglioramenti della salute: uno di questi è l' introduzione di 150 milioni di forni da cucina a bassa emissione in India, che potrebbe prevenire circa 2 milioni di morti premature causate dall'esposizione a inquinanti domestici e ridurre l'emissione di gas serra.


Inoltre la riduzione dell'uso delle auto private in città e la promozione di forme di mobilità alternative, come andare in bicicletta o camminare, oltre a far risparmiare CO2 farebbero diminuire il numero di malattie croniche. "Molti considerano i cambiamenti climatici soprattutto come una minaccia all'ambiente - spiega Looi Lai Meng, Co-Chair dell'Iamp - e sono meno consapevoli dei problemi per la salute. Inoltre, gli abitanti dei paesi più poveri, che sono meno responsabili delle emissioni di gas serra, sono i più vulnerabili e subiscono le maggiori minacce alla loro salute".

FONTE: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2010/11/26/visualizza_new.html_1677153975.html

giovedì 28 ottobre 2010

energia solare: Fra vent'anni la prima centrale solare spaziale della Terra. L'annuncio della giapponese Jaxa


Onde radio e laser per inviare l'energia ricavata dal Sole

Il conto alla rovescia è iniziato. Nel giro di 20 anni, soldi permettendo, la Terra avrà una centrale solare spaziale. Si tratta di 4.000 m2 di pannelli fotovoltaici orbitanti a 36.000 km dalla Terra, capaci di inviarci grandi quantità d'energia pulita. L'ha annunciato l'agenzia spaziale giapponese, la Jaxa. E già nel 2020 la società spaziale europea Eads Astrium 2 conta di lanciarne una più piccola. L'idea, fantascientifica per l'epoca, era stata lanciata da un ingegnere Usa, Peter Glaser, nel 1973, riferisce "Focus" che anticipa, passo per passo, la strada che potrebbe portare ad un'energia pulita con centrali costruite nello spazio.

Spinta dalla crisi petrolifera, nel 1979 la Nasa, ricorda il periodico scientifico, aveva investito 50 milioni di dollari per studiare un progetto fattibile. Ma 20 anni dopo aveva gettato la spugna: troppi problemi tecnici da risolvere, e soprattutto troppi gli investimenti (275 miliardi di dollari dell'epoca) necessari per realizzarlo. Ora però torna in auge, grazie a nuovi progressi scientifici, al bisogno di puntare sulle energie verdi per abbattere le emissioni di CO2 e ad una nuova crisi energetica che rischia di profilarsi all'orizzonte.

Nello spazio, infatti, l'energia del Sole (1.371 watt/m2) è molto più abbondante che sulla Terra (170 W/m2), dato che la luce non è filtrata dall'atmosfera e dalle nuvole. E questa abbondanza fa gola a molti. Tanto più che "i limiti tecnologici di 40 anni fa non esistono più" sottolinea John Mankins, ex responsabile del progetto solare spaziale della Nasa e fondatore di una società di ingegneria, la Managed Energy Technology. Mandare nello spazio un'enorme struttura ricoperta di pannelli solari su un'orbita geostazionaria, cioé in sincronia con la rotazione della Terra, non è certo un problema. Ma come inviare sulla Terra l'energia ricavata dal Sole?

La tecnologia, spiega il periodico di Gruner+Jahr-Mondadori, ha trovato due soluzioni: le onde radio e il laser. Ciascuna presenta vantaggi, ma anche svantaggi. La prima possibile soluzione, prospettata a suo tempo dallo stesso Glaser, consiste nella conversione dell'energia solare in onde radio della lunghezza di 15 cm (pressappoco la stessa generata da un forno a microonde), in grado di attraversare le nuvole e alimentare tutte le aree del mondo a ogni latitudine.

Questo tipo di impianto, con una massa di 10.000 tonnellate e una superficie di 4.000 m2, prevede due grandi collettori a specchio, capaci di catturare la luce solare e dirigerla verso una piattaforma circolare del diametro di 1 km.

Da qui, sul lato opposto, alcune celle solari convertiranno l'energia luminosa in elettricità, trasformandola poi, attraverso antenne, in un fascio di microonde. Una volta trasmesse a Terra, queste onde saranno raccolte da altre antenne e distribuite ai consumatori finali. Un sogno azzardato? Tutt'altro. Proprio Mankins, nel 2008, è riuscito a stabilire il record mondiale di trasmissione d'energia con le microonde: ha inviato 20 watt di energia fra due isole delle Hawaii distanti 148 km. L'esperimento prova che è possibile trasmettere l'energia solare attraverso l'atmosfera. Ma nelle centrali solari spaziali sono in gioco ben altre proporzioni.

Per inviare miliardi di watt, occorre l'impiego di antenne enormi nello spazio (1 km di diametro) e ricevitori ancor più grandi sulla Terra (10 km di diametro). Difficile, quindi, testarne gradualmente la tecnologia con simulatori di piccola taglia. Ecco perché appare più promettente l'altra soluzione: il laser. Che, con una lunghezza d'onda 100.000 volte più piccola, fino a 1,5 micrometri (millesimi di millimetro), non necessita di antenne smisurate. Proprio in questo sta la forza del secondo modello di stazione solare spaziale: convertire l'energia del Sole, una volta catturata dai pannelli orbitanti, in un fascio laser a infrarossi.

Questo metodo avrebbe, poi, altri vantaggi non da poco: il suo funzionamento può essere testato in laboratorio, a un costo relativamente basso e senza rischi; e adattare i pannelli fotovoltaici terrestri alla ricezione di un'unica lunghezza d'onda, e non di tutto lo spettro visibile, ne aumenta l'efficienza limitando la dispersione di energia.

La tecnologia è già disponibile, afferma Stephen Sweeney, ricercatore dell'Università britannica di Surrey e partner del gruppo Eads Astrium: il telescopio spaziale Herschel (lanciato nel 2009 proprio dalla Astrium) ha uno specchio di 3,5 m di diametro, capace di focalizzare il laser e inviarlo fino a Terra. Dove basterà installare altri pannelli fotovoltaici per riceverlo e ritrasformarlo in elettricità. "L'obiettivo è di arrivare all'80% di rendimento delle celle fotovoltaiche, contro il 40% oggi raggiunto dai migliori laboratori mondiali" afferma Sweeney. Purtroppo, però, la luce a infrarossi presenta un difetto non trascurabile: oltrepassa difficilmente le nuvole.

L'energia della centrale solare spaziale, dunque, dovrebbe essere inviata verso latitudini terrestri con un cielo sempre limpido. In ogni caso, sottolinea Mankins, la centrale solare spaziale non è più un'utopia, grazie a 3 fattori recenti: l'efficienza delle celle fotovoltaiche, quadruplicata rispetto agli anni '70; i progressi nella tecnologia laser e nella trasmissione elettrica; robot capaci di eseguire buona parte dei lavori di costruzione. Ma ben più difficile da superare, avverte "Focus", è la barriera dei costi.

Lanciare oggetti in orbita geostazionaria costa 4 euro al grammo. Dato che la massa della centrale energetica spaziale sfiora le 10.000 tonnellate (35 volte la Stazione spaziale internazionale) il suo costo arriva a 40 miliardi di euro.

Uno studio realizzato nel 2004 per il Centro aerospaziale tedesco (Dlr) ha calcolato che una centrale laser da 22 gigawatt costerebbe 120 miliardi: 5,5 miliardi a GW contro gli 1,5 a GW del nucleare: ma l'investimento spaziale si ammortizzerebbe in 30 anni e non avrebbe i costi di stoccaggio delle scorie nucleari. "L'unica via d'uscita sono grandi stanziamenti pubblici" propone Martin Hoffert, docente di fisica all'Università di New York. Altrimenti resteremo schiavi del petrolio e dei suoi dannosi effetti collaterali. E sempre finchè ce ne sarà.

martedì 14 settembre 2010

IDROGENO : Grandi speranze suscita in tutto il mondo la cosiddetta “economia dell’idrogeno”.

ENERGIA. Grandi speranze suscita in tutto il mondo la cosiddetta “economia dell’idrogeno”. Ma solo attraverso la destinazione di rilevanti risorse da destinare alla ricerca sarà possibile l’uso dell’idrogeno in tutti i settori che utilizzano l’energia.

Il settore della ricerca nel campo dell’energia ha fruito d’investimenti pari a 33 miliardi di dollari, tra risorse pubbliche e private. Il settore del nucleare civile assorbe circa 14 miliardi di dollari, tra ricerca nel campo della fusione (progetto ITER e RFX) e nei reattori di cosiddetta quarta generazione. Nel campo delle energie rinnovabili il totale degli investimenti a livello mondiale è pari a 1,7 miliardi di dollari. Grandi speranze suscita in tutto il mondo la cosiddetta “economia dell’idrogeno”. Ma solo attraverso la destinazione di rilevanti risorse da destinare alla ricerca sarà possibile l’uso dell’idrogeno in tutti i settori che utilizzano l’energia.

Ora la produzione di idrogeno si basa sul processi che usano tecnologie già oggi disponibili. La metà dell’idrogeno sfrutta il procedimento denominato di “reforming del metano” (per convertire il metano in una miscela gassosa) e circa il 10% attraverso il passaggio della corrente elettrica nell’acqua (elettrolisi).

Quest’ultimo processo permette di ricavare direttamente idrogeno dall’acqua.Appare evidente che questi processi non risolvono i problemi di approvvigionamento energetico, ma li trasferiscono semplicemente sotto un’altra forma, poiché si basano su combustibili fossili, e liberano tanta CO2 quanto gli attuali sistemi di produzione energetica. Se la corrente elettrica proviene da fonti rinnovabili (sole, vento) il processo è in un accumulo di energia solare ma si scontra con l’elevata richiesta energetica, che si traduce in una bassa resa In questo quadro ampio e desideroso di nuove proposte, si collocano le numerose e poco esplorate prospettive di produzione biologica dell’idrogeno.

Le principali possibilità sono: 1) la biofotolisi dell’acqua, che permette di ottenere idrogeno dalla scissione dell’acqua utilizzando direttamente la radiazione solare , 2) la fermentazione di rifiuti e materiali di scarto, che avrebbe il duplice beneficio di trattare i rifiuti e produrre idrogeno 3) sistemi biomimetici basati su meccanismi o componenti biologici 4) sistemi integrati che utilizzano più microrganismi La biofotolisi dell’acqua è probabilmente il processo più interessante per la produzione di idrogeno, poiché prevede (teoricamente) la scissione dell’acqua, con liberazione di idrogeno gassoso e ossigeno gassoso. I microrganismi che utilizzano queste reazioni per la loro sopravvivenza sono anche capaci di catturare la radiazione solare e di indirizzarla più o meno direttamente verso questo processo.

L’interesse nasce quindi dal fatto di poter utilizzare un sistema compatto che è contemporaneamente capace di assorbire la luce solare e trasformarla in un composto chimico ad alta energia che può essere recuperato facilmente: l’idrogeno molecolare. I microrganismi che sono stati studiati per questo particolare metabolismo appartengono ai gruppi delle Alghe verdi e dei Cianobatteri. Rimangono tuttavia alcuni problemi tecnici da risolvere, fra cui quelli riguardanti lo stoccaggio, il trasporto e la distribuzione dell’idrogeno. L’alternativa solida diventa l’accumulo dell’idrogeno in particolari strutture.

Oggi la soluzione che appare più promettente è quella dei nanotubi di carbonio. La soluzione di problemi dell’idrogeno dipende unicamente dalle risorse destinate alla ricerca. Solo una miope Politica prigioniera della lobby industriale nucleare può destinare ogni 100 $ investiti, quaranta al nucleare civile e 4 alle rinnovabili e all’idrogeno.
FONTE: http://www.terranews.it/news/2010/09/verso-leconomia-dellidrogeno

martedì 24 agosto 2010

riscaldamento globale: NEL 2010 RECORD MONDIALE ULTIMI 2 SECOLI

Il ritorno del caldo sulla penisola e' in linea con il record fatto segnare a livello mondiale nei primi sette mesi del 2010 durante i quali la temperatura media globale sulla terra e sugli oceani del 2010 e' stata la piu' elevata mai registrata nella storia delle rilevazioni iniziata nel 1880''. E' quanto afferma la Coldiretti sulla base dei dati preliminari raccolti dal Noaa's - National Oceanic and Atmospheric Administration, relativi ai primi sette mesi dell'anno, dai quali si evidenzia che ''il risultato e' il frutto dei record di sempre per il caldo raggiunti nei mesi di marzo, aprile maggio, giugno e del secondo posto del luglio 2010''.

In particolare, sottolinea la Coldiretti, ''la temperatura del periodo e' stata di 58,1 gradi fahrenheit (14,5 gradi celsius), un valore di 1,22 gradi fahrenheit (0.68 gradi Celsius) superiore alla media del ventesimo secolo. Si tratta di un risultato che conferma il trend al cambiamento del clima che sta provocando danni in molte parti del mondo come in India, Pakistan e in Cina dove pero', insieme alle alluvioni, si e' registrata per la prima volta nella storia di Shanghai una temperatura di 40 gradi celsius che ha fatto scattare l'astensione volontaria dal lavoro''.

Secondo le elaborazioni Coldiretti su dati del National Oceanic and Atmospheric Administration ''anche la temperatura media globale sulla terra e sugli oceani dei primi dieci anni del terzo millennio (2000 - 2009) e' stata la piu' elevata mai registrata con un valore di 57,9 gradi fahrenheit (14,389 gradi celsius), superiore dello 0,3 per cento a quella della decade precedente. A contribuire al risultato finale c'e' stato, tra l'altro il record - riferisce la Coldiretti - della temperatura piu' alta mai fatta registrare nella Russia nord occidentale dove il 30 luglio le temperature hanno raggiunto nel mese di luglio nella Russia occidentale 102 gradi fahrenheit (39 gradi Celsius), superando il massimo precedente di 98,2 gradi fahrenheit (38,8 gradi Celsius), fatto segnare a Mosca nove anni prima''.

In Italia, conclude la Coldiretti, ''il mese di luglio si classifica al sesto posto tra quelli piu' caldi degli ultimi 200 anni con una temperatura media 2,18 gradi piu' alta rispetto al periodo 1961-1990, che viene preso come riferimento, con valori comunque inferiori solo a quelli del 2003, del 2006, del 1950, del 1928 e del 1983, secondo i dati dell'Istituto di Scienze dell' Atmosfera e del Clima del Cnr di Bologna''

venerdì 13 agosto 2010

CAMBIAMENTI CLIMATICI: da Bonn verso Cancun, come i gamberi ma nella bufera


E se le conseguenze dei cambiamenti climatici sono già evidenti, i paesi che ne subiscono le conseguenze più dirette sono proprio quelli che hanno meno responsabilità, alcuni dei quali potrebbero sparire nel giro di poco tempo se non si prendono le misure adeguate.

Mentre intere regioni del Pakistan e della Cina soccombevano ad alluvioni con effetti peggiori dello tsunami, le piogge torrenziali si abbattevano sull'Europa centrale, in Russia scoppiavano i prini incendi a causa del calore e in Groenlandia si staccava una massa di ghiaccio grande quanto l'Elba, nei giorni scorsi a Bonn si concludevano i negoziati in vista della prossima Conferenza delle Parti (COP 16) della Convenzione quadro dell'Onu sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), prevista per il prossimo dicembre a Cancun.

Vi hanno partecipato i rappresentanti di 194 governi con due obiettivi principali: quello di trovare un successore al Protocollo di Kyoto, e stilare un accordo di cooperazione a lungo termine. Quello firmato a Kyoto per ora è l'unico documento vincolante in materia di emissioni e di lotta ai cambiamenti climatici. La scadenza di questo documento - al quale peraltro non hanno mai aderito né USA né Cina, due tra i paesi più inquinanti al mondo - è previsto per il 2012.

Le premesse non sono buone, molti delegati riuniti per 5 giorni nella città tedesca dicono che si sono fatti passi indietro rispetto a Copenaghen, dove dopo un'impasse insormontabile gli Stati Uniti e altri pochi paesi hanno proposto un testo last minute, basato su deboli impegni di riduzione delle emissioni volontari ma senza nessun vincolo. Viene chiamato l'Accordo di Copenaghen (in .pdf) anche se in realtà non è stato “adottato” e dunque non ha nessuna legittimità. Di fatto rappresenta solo un testo da cui si pensava si potesse ripartire per i negoziati successivi.

Anzi, è stato criticato dalla maggior parte dei Paesi cosiddetti in via di sviluppo - la piccola isola di Tuvalu in testa - contribuendo a instaurare un clima di reciproca sfiducia tra Paesi ricchi, che cercano di mantenere una sorta di status quo attivando un mercato delle emissioni che di fatto non riduce le emissioni, e i Paesi poveri che chiedono un maggiore impegno ai responsabili della situazione attuale e fondi per l'adattamento per chi pur non avendo nessuna responsabilità deve affrontare tutti i giorni gli effetti negativi dei cambiamenti climatici.

Il risultato di questo penultimo giro di negoziazioni - l'ultimo sarà il prossimo ottobre a Tianjin in Cina - prima dell'appuntamento messicano è apparso un rimescolamento delle carte rimettendo in discussione lo stesso accordo di Copenaghen. Tutti i paesi hanno radicalizzato le proprie posizioni aumentando così di fatto tutte le opzioni percorribili e allontanando qualsiasi ipotesi di compromesso tra Paesi.

“Ridurre le opzioni sul tavolo dei negoziati sul clima” è stato l'appello lanciato dal nuovo segretario esecutivo della Convenzione quadro dell'Onu sui cambiamenti climatici (Unfccc), Christiana Figueres, al termine dei lavori di Bonn (speach finale in .pdf). Nonostante la mancanza di segnali positivi, secondo Figueres, in Messico potranno comunque essere prese una serie di decisioni, come impegni per la gestione e l'allocazione dei fondi per la lotta contro i cambiamenti climatici e l'incremento del trasferimento di tecnologia, specialmente per i Paesi più poveri e vulnerabili. "Progressi a Cancun - ha aggiunto - potrebbero anche includere un mandato per portare avanti il processo verso un accordo con valore vincolante che prenderebbe più tempo".

Il testo della bozza di intesa per quanto riguarda la cooperazione a lungo termine è passato da 17 a 34 pagine. Anche le discussione sui fondi necessari per finanziare la mitigazione e le conseguenze del riscaldamento globale e la trasformazione delle economie sono precipitate di nuovo nella bufera. A Copenaghen si era deciso che i Paesi ricchi avrebbero stanziato 100 miliardi di dollari l’anno fino al 2020, ma fino ad ora nessuno si è impegnato per trovare questi fondi.

E se le conseguenze dei cambiamenti climatici sono già evidenti, i paesi che ne subiscono le conseguenze più dirette sono proprio quelli che hanno meno responsabilità, alcuni dei quali potrebbero sparire nel giro di poco tempo se non si prendono le misure adeguate. Sono i paesi delle piccole isole del Pacifico che non ci stanno e già a Copenaghen manifestarono i loro problemi concreti e chiedevano innanzitutto il rispetto del Protocollo di Kyoto. Gli scienziati sono convinti che i livelli dei mari aumenteranno come conseguenza del riscaldamento del pianeta causato a sua volta dalle emissioni di gas effetto serra. Se non si inverte questa tendenza Kiribati e altre piccole isole del Pacifico potrebbero essere sommerse entro questo secolo.

Secondo i rappresentanti delle piccole isole è inammissibile che si parli di accettare un aumento delle temperature di due gradi come era stato proposto a Copenaghen. Rajendra K. Pachauri Presidente dell'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) e Premio Nobel per la Pace 2007 dice che “dobbiamo concentrarci in aree specifiche e avere una visione realista. E' necessario un accordo ambizioso che regoli aree come la deforestazione, la regolamentazione dell'industria aerea, i finanziamenti per i paesi più vulnerabili e con minori risorse sono punti fondamentali che non possiamo rimandare alla prossima Conferenza delle Parti, così come gli accordi globali sulla mitigazione e adattamento”.

Pachauri è convinto che fino ad ora non si è tenuto sufficientemente conto della scienza in materia di cambiamenti climatici, tanto è che non solo non sono diminuite le emissioni, ma sono aumentate del 70% tra il 1970 e il 2004. E nonostante siano ormai più di 30 anni che si parla degli effetti negativi delle emissioni solo da pochi anni si iniziano a prendere sul serio. Ora secondo lo scienziato indiano è necessario investire il 3% del Pil globale altrimenti i costi saranno incalcolabili.

La responsabilità storica dei paesi ricchi

Durante i lavori della settimana la Bolivia ma anche altri paesi dei Sud del mondo hanno sollevato la questione della responsabilità storica dei paesi ricchi nei cambiamenti climatici (in .pdf). Per questo propongono che i criteri per la lotta ai cambiamenti climatici vengano stabiliti in base a equità e numero di popolazione, tenendo conto delle responsabilità storiche. Il riferimento è ai paesi ricchi che hanno sovrautilizzato lo spazio atmosferico producendo some risultato un debito climatico nei confronti dei paesi poveri.

Anche l'Uganda ha dichiarato nel corso dei lavori che ogni paese dovrebbe pagare secondo il suo impatto storico sui cambiamenti climatici e che il denaro ottenuto dovrebbe essere utilizzato per le strategie di riduzione delle emissioni. Huang Huikang, rappresentante speciale del Ministero di Relazioni Esterne Cinese ha dichiarato che “i Paesi sviluppati devono assumersi le proprie responsabilità storiche, legali e morali per il cambiamenti climatici. Negli ultimi 200 anni i paesi sviluppati hanno generato una grande accumulazione di diossido di carbonio dovuto al loto modo di produzione e il loro stile di vita. La responsabilità storica è abbastanza chiara” - ha affermato il rappresenta cinese.

L'organizzazione ambientalista Friends of the Earth Europe durante i lavori di Bonn ha ribadito un concetto già espresso dalla delegazione boliviana alle precedenti negoziazioni. La pericolosità dell'esistenza di numerose lacune legali presenti nel Protocollo di Kyoto che potrebbero minacciare seriamente gli sforzi per fare fronte ai cambiamenti climatici. Di queste lacune - avverte Amici della Terra - potrebbero approfittare l'Unione europea e altri paesi storicamente responsabili per continuare a mantenere invariati i livelli attuali delle emissioni.

Héctor de Prado della sezione spagnola di Amici della Terra ha dichiarato che è frustante vedere come per queste lacune legali l'Europa non manterrà neppure il suo debole impegno di riduzione delle emissioni del 20% per il 2010. L'altro numero di compensazioni consentite dal documento di fatto annulla qualsiasi tipo di riduzione significativa. I paesi industrializzati devono smetterla di nascondersi dietro i tecnicismi delle negoziazioni e lavorare una volta per tutte per sopperire a queste lacune legali. L'Europa deve impegnarsi a ridurre del 40% le sue emissioni per il 2020 senza usare il sistema delle compensazioni”.

Il prossimo appuntamento ufficiale per le negoziazioni è previsto nella città cinese di Tianjin. "Per raggiungere risultati a Cancun - ha detto Figueres alla chiusura dei lavori - i governi devono ridurre in maniera radicale le opzioni sul tavolo". Un'opportunità potrebbero essere gli incontri di alto livello previsti a settembre a New York e a Ginevra, prima dell'ultimo round dei negoziati, dal 4 al 9 ottobre appunto a Tianjin.

Elvira Corona (Inviata di Unimondo)

fONTE : http://www.unimondo.org

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