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domenica 22 gennaio 2012

RISCALDAMENTO GLOBALE: Il clima cambia e stravolge l'ecosistema marino, addio coralli entro la fine del secolo

Solo il 5% dei mari del pianeta avrà entro la fine del secolo le condizioni adatte per la crescita dei coralli, che ora esistono invece in metà degli oceani. Lo ha dedotto una simulazione dell'università delle Hawaii pubblicata dalla rivista "Nature climate change", sulla base dell'aumento dell'acidità dei mari causato dalla CO2 atmosferica prodotta dall'uomo, un terzo della quale si scioglie nell'acqua.

Per escludere la possibilità che la variazione nell'acidità che si vede negli ultimi anni sia naturale, lo studio ha simulato le condizioni a partire da 21mila anni fa fino al giorno d'oggi, basandosi sulla saturazione del minerale
aragonite: maggiore è la CO2 disciolta e minore è la saturazione, e valori inferiori a 3,5 su questa scala non consentono la crescita di coralli.
In alcune regioni del mondo, spiegano gli autori della ricerca, il cambiamento di acidità avvenuto dalla rivoluzione industriale è centinaia di volte maggiore rispetto a quello avvenuto tra l'ultima era glaciale e il periodo pre-industriale: «Quando la Terra ha iniziato a riscaldarsi, 17 mila anni fa - afferma Tobias Friedrich, che ha coordinato la ricerca – il livello di CO2 atmosferica è salito da 190 ppm a 280 in 6mila anni, e gli ecosistemi marini hanno avuto molto tempo per adattarsi. Per il balzo da 280 agli odierni 392 invece il tempo è di 100-200 anni, molto più breve».

Riferito alla saturazione dell'aragonite lo stesso balzo ha implicato che mentre prima il livello era intorno a 4,8 ora è 4,2, una variazione che ha già messo a rischio il 15% dei coralli nel mondo. Il livello di guardia, spiegano gli esperti, è 3,5, e di questo passo entro fine secolo sarà raggiunto dalla maggior parte degli oceani: «In questo momento il 50% dei mari ha una saturazione superiore, e quindi ha la possibilità di ospitare coralli - spiega l'esperto - ma entro il 2100 la percentuale scenderà al 5%. Fra i primi a farne le spese saranno proprio i coralli delle Hawaii».

FONTE: http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2012-01-22/clima-cambia-stravolge-ecosistema-193343.shtml?uuid=AaB8bJhE

lunedì 19 dicembre 2011

MERCURIO: Mercurio in atmosfera minaccia catena alimentare

La catena alimentare e' minacciata dal mercurio rilasciato nell'aria dalle attivita' umane.

Secondo i ricercatori dell'University of Washington di Bothell (Usa), infatti, questo metallo si ossida nella troposfera e nella stratosfera, diventando facilmente trasportabile dalle precipitazioni e dalle correnti d'aria: una volta giunto sulla superficie terrestre, poi, puo' depositarsi nell'acqua ed essere trasformato dai batteri in metilmercurio, una forma che puo' contaminare i pesci. Non solo: il mercurio ossidato puo' essere trasportato a chilometri di distanza dal luogo di emissione dei vapori.

Per questo gli autori dello studio, pubblicato su Nature Geoscience, sottolineano l'importanza di capire dove il metallo viene ossidato e depositato per prevedere gli effetti delle emissioni sul'ecosistema.

venerdì 30 aprile 2010

DISASTRO AMBIENTALE: Golfo del Messico, un ecosistema che rischia di scomparire

La macchia di petrolio fuoriuscita dalla piattaforma della Bp affondata la settimana scorsa, e' inarrestabile. L'Ispra calcola che l'80% del greggio si riversera' sulle coste degli Usa, con un danno ambientale incalcolabile. La marea nera, infatti, e' molto piu' vasta di quanto inizialmente immaginato e rischia di provocare il peggior disastro della storia americana, di dimensioni maggiori di quello della Exxon Valdez nel 1989. A rischio centinaia di specie animali.

Le spiagge della Louisiana sono bianche come lo zucchero, vi abitano tartarughe marine, pellicani, aironi, rondini di mare, sterne e piviere che si nutrono delle ostriche di cui sono coperti i fondali. Il mare è pieno di balene e delfini, e anche di tonni e di gamberi su cui si regge l'industria ittica, quella resa famosa dal peschereccio Bubba Gump del film Forrest Gump. Tutto questo patrimonio ecologico rischia di essere annientato da una gigantesca macchia di petrolio spinta da venti a 20 nodi verso le coste e le oasi ambientali del delta del Mississippi, parchi nazionali designati dalla Audubon Society come aree ornitologiche protette: le isole Chandeleur, il Breton National Life Refuge, le Gulf Islands National Seashore in Louisiana e in Mississippi, il Delta National Wildlife Refuge e il Pass-a-Loutre Wildlife Management Area.

L'ecodisastro non poteva arrivare in un momento peggiore, ovvero all'inizio della stagione di riproduzione di tutte le specie ornitologiche e ittiche, alcune delle quali (il tonno e l'airone per esempio) sono a rischio di estinzione in queste zone. La marea nera potrebbe avvolgere e soffocare i nidi delle tartarughe e degli uccelli a riva, e le uova di pesce e le larve che galleggiano sulla superficie del mare. Un danno incalcolabile per l'ambiente.

L'ecosistema del delta, una zona paludosa con 25mila chilometri di coste e dimora per 5 milioni di uccelli migratori, oltre che tartarughe e alligatori, è unico nel suo genere e le conseguenze dell'inquinamento petrolifero potrebbero essere particolarmente disastrose e durature. Questa zona protetta, dove sorgono allevamenti ittici controllati, contribuisce a circa la metà del giro d'affari dell'industria ittica dello stato della Louisiana, 962 milioni su un totale di 1,8 miliardi di dollari.

Il danno è quindi ingente anche per l'industria ittica, per cui il mese di aprile marca l'inizio della stagione di pesca per molte specie. Soprattutto per i gamberi e per il pesce noto come breevortia, impiegato nella produzione di farina di pesce e di olio di pesce. La stagione delle ostriche inizia invece il primo maggio.

Ieri i pescatori di gamberi hanno fatto causa contro la British Petroleum chiedendo 5 milioni di dollari, sostenendo che la contaminazione delle acque del Golfo ha causato e continuerà a causare perdita di reddito per l'industria; alla causa possono unirsi non solo i pescatori ma anche chi verrà danneggiato indirettamente dalla sospensione della pesca di gamberi, dai mercati del pesce ai ristoranti.

Oltre ad essere sede della più grande industria ittica d'America, ad eccezione dell'Alaska e delle Hawaii, la Louisiana conta su un altro miliardo di dollari di reddito dalla pesca sportiva e 5,2 dal turismo in generale. Il danno per il turismo è per ora incalcolabile, ma a rischio non è solo la Louisiana: tutti gli stati che si affacciano sul Golfo - Florida, Texas, Alabama e Mississippi - stanno iniziando a tremare.

La marea nera minaccia anche gli animali, a rischio pellicani, sterne, gabbiani e pesci

Le aree ornitologiche più interessate dall'ondata nera, come spiega una nota, sono quelle delle isole Chandeleur, i litorali del Golfo del Messico in Lousiana e Missisipi, le riserve naturali nazionali del delta del Missisipi. Le specie più vulnerabili sono quelle che nidificano nei pressi della costa o nelle zone umide, come il pellicano bruno, che era appena stato escluso dalla lista statunitense delle specie minacciate di estinzione, diverse sterne, gabbiani, ma anche aironi, ibis, anatre e altre specie come la schiribilla nera americana e il passero delle coste.

A forte rischio anche gli uccelli marini pelagici, che passano larga parte della loro vita nel mare, tra i quali si segnala la fregata magnifica. Allarme anche per gli uccelli migratori come pivieri e piovanelli, che si fermano in gran numero sulle spiagge e sulle isole per riposarsi durante il lungo viaggio che li porta dai luoghi di svernamento in Sudamerica alle aree di nidificazione a Nord nelle foreste boreali e nella tundra artica.

In Florida l'associazione Audobon sta reclutando volontari e predisponendo il suo Centro per gli uccelli rapaci per le operazioni di pulizia e riabilitazione degli uccelli colpiti dal petrolio. ''Per gli uccelli è il momento peggiore - ha affermato Melanie Driscoll, Direttore dell'Audobon - la nidificazione è già iniziata ed essi sono particolarmente vulnerabili in molti dei luoghi sulla costa dove il petrolio potrebbe arrivare. Gli sforzi in atto per fermare l'onda nera sono eroici, ma potrebbero non essere sufficienti. Ci stiamo preparando al peggio, inclusa una vera catastrofe per gli uccelli''.

mercoledì 28 aprile 2010

DISASTRO AMBIENTALE: Golfo del Messico, Robot «verdi» in azione per fermare la catastrofe

LOS ANGELES - Una nuova catastrofe ambientale si sta per abbattere sulla Louisiana, distrutta cinque anni fa dall'uragano Katrina, e solo una manciata di robot subacquei telecomandati potrebbe prevenirla. La compagnia petrolifera inglese British Petroleum sta cercando di rimediare al disastro causato dall'esplosione di martedì scorso su una piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico a 50 chilometri dalla costa americana.

Due squarci aperti nel condotto che congiunge la piattaforma al fondale stanno riversando nel mare mille barili di greggio al giorno. Un'immensa macchia di petrolio, lunga 45 chilometri e larga 30, sta avanzando verso la costa e secondo le previsioni dovrebbe arrivarci nei prossimi due giorni. Nell'esplosione sono morti sette operai, mentre le ricerche degli 11 dispersi sono ormai state interrotte.

I robot subacquei della Bp stanno tentando di attivare una valvola di sicurezza da 450 tonnellate per interrompere il flusso di greggio, ma le operazioni sono complicate dalle condizioni atmosferiche e dalla profondità della valvola, che si trova a quasi 1.600 metri sotto il livello del mare (nella migliore delle ipotesi, l'operazione richiederà un giorno e mezzo); la Bp sta inoltre valutando l'impiego di un'altra trivella per perforare in un altro punto il giacimento sottomarino; contemporaneamente potrebbe iniettare delle sostanze molto dense nel foro originario per fermare o almeno arginare la perdita (ma questa seconda operazione potrebbe durare due o tre mesi); la terza opzione prevede di coprire con una sorta di cupola l'area della perdita per intrappolare il petrolio e pomparlo su una petroliera, una tecnica finora utilizzata solo in acque poco profonde.

Bp ha mobilitato una flotta di cinque aerei e 32 motonavi per spruzzare la macchia di greggio con una sostanza chimica capace di disperdere il petrolio e per gettare immense reti sulla superficie del mare per contenere la macchia nera. Il danno ambientale potrebbe essere colossale soprattutto se il petrolio raggiungesse le isole Chandeleurs, un arcipelago a 45 chilometri dalla trivella nel quale si riproducono tartarughe, pellicani e altre specie di uccelli. Secondo la JP Morgan, il costo dell'incidente nella piattaforma - gestita per conto di Bp dalla svizzera Transoceanic - potrebbe raggiungere 1,6 miliardi di dollari. Senza contare il grave danno di immagine: ieri i titoli Bp hanno perso il due per cento.
La catastrofe della Louisiana potrebbe infine avere ripercussioni sulla politica energetica di Barack Obama, che ha da poco annunciato il progetto di aumentare l'esplorazione e la trivellazione nel Golfo del Messico.
FONTE: ilsole24ore

sabato 19 settembre 2009

TONNO ROSSO: IL futuro della specie nel Mediterraneo,E NELLE MANI DELL'ITALIA


Appello del WWF ai ministri Zaia (Agricoltura) e Prestigiacomo (Ambiente), in difesa del tonno rosso. Il futuro della specie nel Mediterraneo, infatti, dipende da un'importante decisione che il governo italiano dovra' prendere entro lunedi' 21 settembre, quando, nell'ambito della riunione del Comitato della CITES dei Paesi della Unione Europea, l'Italia dovra' votare insieme agli altri Paesi dell'Unione per decidere se appoggiare o respingere l'inclusione del Tonno rosso del Mediterraneo (Thunnus thynnus) nell'Appendice I della CITES (Convenzione Internazionale sul commercio delle specie in pericolo di fauna e flora).

Nelle ultime settimane, dopo una attenta e puntuale analisi scientifica dello status della specie e dei dati presentati nella proposta presentata dal Principato di Monaco, la stessa Commissione Europea ha fortemente raccomandato di sostenere la proposta di inclusione del Tonno nell'Appendice I della CITES, cosa che ha ribadito anche il Gruppo di Revisione Scientifica CITES dell'Unione Europea l'11 di settembre.

Il WWF chiede che il governo voti a favore dell'inclusione del Tonno rosso nell'Appendice I della CITES, per salvare una specie prossima al collasso commerciale, anticamera di una possibile estinzione, e per salvare un'attivita' di pesca tradizionale ed industriale di notevole importanza economica e culturale.

E l'appello viene ribadito in questi giorni sui principali quotidiani europei (oggi anche in Italia), attraverso una campagna pubblicitaria rivolta ai Primi ministri e ai Ministri competenti dei singoli Paesi: un tonno pescato dal mare direttamente con due bacchette da sushi e il messaggio inequivocabile ''Ministri Prestigiacomo e Zaia, la sopravvivenza del tonno rosso del Mediterraneo e' nelle vostre mani''.

Sono ormai numerose le analisi tecnico-scientifiche che richiedono in maniera chiara e distinta che la gestione del tonno rosso in Mediterraneo deve cambiare drasticamente se si vuole evitare un iniziale collasso commerciale e un declino drammatico della popolazione di tonni entro i prossimi due anni.

giovedì 10 settembre 2009

innalzamento del mare: ALLE MALDIVE TASSA AI TURISTI DI 3 DOLLARI AL GIORNO PER finanziare il piano ecologico contro l'innalzamento del mare


Male - Una "tassa verde" per i turisti, da tre dollari al giorno, per far fronte alla crisi economica e finanziare il piano "ecologico" contro l'innalzamento del livello del mare. Il presidente, Mohammed Nasheed, che ha promesso in marzo di far diventare l’arcipelago il primo Paese al mondo ad emissioni 0, ha accolto con soddisfazione la legge che sarà approvata dal Parlamento. Ora il governo stima di incassare così 6,3 miliardi di dollari l’anno dai circa 700mila turisti che passano le vacanze alle Maldive.

La tassa "verde" Una tassa "verde" per salvare le Maldive dal rischio scomparsa con l’innalzamento del livello del mare dovuto al riscaldamento globale. L’idea è quella di far pagare ai turisti un contributo di tre euro al giorno oltre al prezzo della vacanza per salvaguardare l’ecosistema: il governo promette che se il Parlamento approverà la proposta i soldi saranno investiti nel piano ecologico già proposto dal presidente. L’incasso previsto è di oltre sei milioni di euro l’anno, considerando che da gennaio a dicembre nei 1.192 isolotti dell’arcipelago ci sono circa 700mila turisti che si fermano almeno tre giorni.

Il piano "ecologico" Il piano "ecologico" del presidente, eletto lo scorso autunno, prevede oltre 150 turbine a vento, mezzo chilometro quadrato di pannelli solari sui tetti e un’innovativa centrale alimentata da gusci di noci di cocco: obiettivo rendere le Maldive primo Paese al mondo a impatto zero. A realizzare il progetto saranno i ricercatori dell’Università Bicocca di Milano: le Maldive hanno messo a loro disposizione un isolotto dove costruire un centro di ricerca e formazione.

giovedì 20 agosto 2009

ecosistema: AUMENTANO ABBANDONI PESCI E TARTARUGHE A RISCHIO L'ecosistema delle acque fluviali


Non solo cani e gatti, ma anche pesci, tartarughe d'acqua e animali esotici. E' ampio il campionario di animali che ogni anno vengono abbandonati nei mesi estivi. E se per cani e gatti si puo' parlare di un'estate tutto sommato positiva con il numero di abbandoni in diminuzione di circa il 50% per quanto riguarda i cani e di circa il 20% per quanto riguarda i gatti rispetto al 2008, la situazione appare molto meno rosea per tutti gli altri animali. Lo riferisce l'Aidaa, Associazione italiana difesa animali e ambiente. Dai primi dati disponibili nel periodo compreso tra il mese di luglio e il 15 agosto sono stati riversati nei fiumi e nei torrenti italiani circa 500.000 pesci appartenenti ad oltre 120 specie alloctone, in particolare si tratta di pesci esotici che sono finiti nei fiumi e nei torrenti travasati direttamente dagli acquari di casa. La presenza di cosi' tanti pesci abbandonati rischia di creare seri problemi al fragile ecosistema delle acque fluviali italiane. Ma purtroppo non e' andata meglio per le tartarughe d'acqua, si stima infatti che nello stesso periodo gli abbandoni siano cresciuti del 17% rispetto allo scorso anno, toccando complessivamente la quota di 13.000 esemplari abbandonati, prevalentemente all'interno di laghetti siti nei parchi pubblici.

Un dato infine riguarda gli animali esotici. Anche in questo caso purtroppo gli abbandoni sono in aumento, in particolare gli animali maggiormente colpiti da questo fenomeno sono i serpenti, le iguane e i pappagalli di piccole dimensioni, ma sono in crescita anche abbandoni di furetti, volatili di piccola taglia ed in alcuni parchi cittadini di Milano, Bologna, Roma e Firenze hanno fatto la loro comparsa esemplari di scoiattoli rossi e grigi; anche in quest'ultimo caso si tratta di animali abbandonati o fuggiti dalle gabbie domestiche in cui erano tenuti.

''Se da una parte possiamo dirci moderatamente soddisfatti per la diminuzione degli abbandoni di cani e gatti, non possiamo non sottolineare come molto spesso ad essere vittime di questa crudelta' sono gi altri animali - ci dice Lorenzo Croce presidente di Aidaa - in particolare quest'anno registriamo un forte incremento di abbandoni di tartarughe d'acqua e di animali esotici, mentre cresce in maniera preoccupante la presenza di specie alloctone di pesci di origine tropicale e dei sistemi fluviali dell'est Europa all'interno dei nostri fiumi e torrenti''.

Occorre, conclude Croce, ''anche in questi casi, cosi' come si e' fatto per cani e gatti, avviare una seria campagna di prevenzione anche a tutela degli animali esotici, di pesci, volatili e tartarughe spiegando alla gente che quando un animale entra a far parte della nostra famiglia non puo' essere abbandonato, si tratti di un cane, di un gatto o piu' semplicemente del pesce rosso di casa''.

mercoledì 19 agosto 2009

ECOSISTEMI MARINI: IN SVEZIA, MASSI PER PROTEGGERE AREE MARINE


Gli attivisti di Greenpeace hanno affondato 180 blocchi di granito nel mare di Kattegat, di fronte alla costa svedese, per creare una barriera di protezione contro la pesca a strascico nelle zone di Lilla Middelgrund e Fladen, due aree marine protette dalla direttiva Habitat. L'operazione si e' conclusa con successo dopo quasi una settimana di intensa attivita'. I massi, fino a tre tonnellate di peso, ostacoleranno le reti a strascico, responsabili della distruzione dei fondali marini, ecosistemi ricchissimi di biodiversita'.

Nel 2003 Lilla Middelgrund e Fladen sono state riconosciute come aree marine da proteggere sia dalla Svezia che dalla Comunita' Europea (secondo la Direttiva Habitat).

Purtroppo, in assenza di effettive misure legali, metodi di pesca distruttiva come lo strascico vengono comunemente praticati in queste zone di grande valore ecologico. Come spesso accade anche in altri paesi europei, la salvaguardia dell'ambiente marino rimane solo sulla carta.

''C'e' bisogno di una riforma urgente della politica comunitaria sulla pesca. I ministri dell'Ambiente e della Pesca hanno l'obbligo di risolvere il blocco legale relativo alla protezione degli habitat marini. Solo cosi' non saremo piu' costretti a gettare blocchi di granito in mare per proteggere habitat particolarmente sensibili'' afferma Giorgia Monti, responsabile della campagna Mare di Greenpeace Italia.

Nel 2008 Greenpeace aveva gia' posizionato 320 massi a Sylt Outer, al largo della costa tedesca, un'altra area ''protetta'' distrutta da attivita' di pesca a strascico. I massi sono serviti a bloccare la pesca su tali fondali e sono gia' stati colonizzati da una gran quantita' di vita marina.

Prima delle attivita' di questa settimana, Greenpeace ha commissionato uno studio di impatto ambientale per assicurarsi che l'operazione non avesse alcuna ripercussione sull'ecosistema.

mercoledì 22 luglio 2009

CAMBIAMENTI CLIMATICI: nove oasi forestali WWF a fornire i dati utili per monitorare gli effetti dei cambiamenti climatici


Saranno anche gli alberi di nove oasi forestali WWF sparse su tutta la penisola a fornire i dati utili per monitorare gli effetti dei cambiamenti climatici sull'ecosistema forestale italiano ed elaborare una modalita' di gestione adattativa. Il progetto CONECOFOR (CONtrollo ECOsistemi FORestali) del Corpo Forestale dello Stato, avviato nel 2008 anche nelle Oasi WWF, prosegue anche quest'anno con l'attivita' di monitoraggio. All'interno di 9 Oasi sparse in tutta Italia, come parte della rete nazionale verra' monitorato lo stato di salute degli alberi attraverso una valutazione annuale delle chiome. Un progetto che rappresenta una parte del Programma Osservatorio Clima, che il WWF Italia sta realizzando su base nazionale, insieme a altri partner scientifici, quali Universita' della Tuscia, Universita' di Roma 3, Museo Civico di Zoologia di Roma, e, come partner tecnico, Microsoft.

A seguito del primo corso intensivo, svolto presso la scuola del Corpo Forestale dello Stato di Rieti nell'estate 2008, gli operatori delle oasi hanno selezionato gli alberi da monitorare compilando per ogni singolo albero la relativa scheda, controllando lo stato delle chiome, la presenza o meno di patologie, l'entita' delle fioriture insieme ad altri dati.

mercoledì 24 giugno 2009

BALENE: PICCOLI CETACEI DIMENTICATI


Le piccole balene stanno scomparendo dagli oceani e dai corsi d'acqua di tutto il mondo, vittime degli attrezzi da pesca, dell'inquinamento e della perdita degli habitat, e la situazione e' aggravata dalla mancanza di puntuali misure per la loro conservazione paragonabili a quelle sviluppate per le grandi balene.

Mentre le grandi balene oggi sono relativamente protette perche' interessate dalla moratoria internazionale sulla caccia commerciale alle balene, di fatto dal 1986 la caccia ai piccoli cetacei e' continuata in tutto il pianeta, senza essere gestita ne' controllata a livello globale dalla comunita' internazionale.

E' quanto afferma il nuovo studio WWF ''I piccoli cetacei: le balene dimenticate'', presentato oggi a livello internazionale mentre a Madeira, Portogallo, e' in corso l'International Whaling Commission (IWC) che si concludera' venerdi' 26 giugno.

Lo studio dimostra che le attuali inadeguate misure di conservazione stanno spingendo verso l'estinzione i piccoli cetacei - delfini, focene e piccole balene come il delfino dell'Irrawaddi o il platanista del Gange - perche' la loro sopravvivenza e' messa in ombra dagli sforzi fatti per salvare i loro ''fratelli'' maggiori.

''Anche se le specie di grandi cetacei presenti al mondo non sono certo al sicuro e richiedono ancora un serio sforzo di conservazione, la situazione e' ancora piu' critica per molte delle specie piu' piccole e quasi dimenticate - ha dichiarato Massimiliano Rocco, responsabile Specie del WWF Italia. Per esempio, la caccia di almeno 16.000 focene di Dall ogni anno in Giappone e' oramai piu' che insostenibile e rischia di compromettere seriamente la sopravvivenza di questa specie. Cio' nonostante molte delle nazioni favorevoli alla caccia alle balene che questa settimana stanno partecipando all'International Whaling Commission (IWC) non accettano di discutere la conservazione dei piccoli cetacei.

Il WWF ricorda che i piccoli cetacei svolgono un ruolo fondamentale per l'ambiente, stabilizzando l'ecosistema e assicurandone la salute e la produttivita'. Essi sono anche responsabili del piu' proficuo settore del ''whale and dolphin watching'', ovvero l'avvistamento di balene e delfini, che ogni anno genera un traffico di oltre 1,5 miliardi di dollari.

''E' ora che l'IWC e i suoi membri si assumano la piena responsabilita' per la conservazione futura di tutte le balene, grandi e piccole. L'IWC - e il mondo intero - devono smettere di ignorare i piccoli cetacei esistenti al mondo prima che sia troppo tardi per molti di loro'' ha continuato Massimiliano Rocco.

sabato 20 giugno 2009

tartarughe marine: salvare le tartarughe marine

E' partita dal porto di Molfetta la grande festa per le tartarughe marine organizzata oggi dal Wwf a conclusione della Turtle Week.La settimana della tartaruga ha interessato molti dei Paesi impegnati nella conservazione di questi animali. Oggi, lungo le coste di Puglia, Calabria, Basilicata, Sicilia e Toscana, mostre, incontri con i pescatori, feste e liberazioni degli esemplari curati nei centri di recupero. La pesca accidentale 'cattura' ogni anno in Italia almeno 20 mila esemplari

Tutti insieme per salvare la tartaruga marina, simbolo dei nostri mari.
Oggi e domani a Molfetta nel barese, ma anche in Sicilia, Basilicata, Calabria e Toscana (mappa delle attività: http://www.wwf.it/client/default_turtle.aspx ) la settimana del WWF
( http://www.wwf.it/client/render.aspx ) per celebrare il centenario della nascita dello scienziato Archie Carr, che ha dato un fondamentale contributo alla conservazione di questi animali, la cui sopravvivenza è fortemente minacciata dalla pesca involontaria e dall’impatto con le attività umane. Sono previste per l’occasione mostre, liberazioni di esemplari in mare, monitoraggio delle spiagge, chiamando a raccolta l’intera comunità della gente di mare - pescatori, turisti, abitanti della costa e tutti gli amanti degli animali - per unire le forze nella salvaguardia delle sette specie di tartarughe marine presenti negli oceani, di cui tre la Caretta caretta, la tartaruga verde e la tartaruga liuto frequentano anche il Mediterraneo.
Oggi a Molfetta nel barese si comincia con una dimostrazione con i pescatori locali su come trattare l'animale, una volta recuperato: taglio della lenza (per i palangresi) e recupero a bordo (strascico) attraverso l’utilizzo di una sagoma di tartaruga a grandezza naturale. Per concludere ci sarà la partenza a bordo della motovedetta della Capitaneria di Porto di Molfetta per la liberazione al largo di quattro esemplari di tartaruga marina da parte dello staff del WWF Italia. Domani proiezione sul maxi-schermo dei filmati del WWF Italia e mostra tematica sulla banchina. In serata raccolta di adesioni per le uscite in motopesca e, in serata, animazione per bambini di clown prestigiatori di Molfetta nell'ambito del Progetto Tartarughe.

Sono infatti gli impatti con le attività umane le peggiori minacce da cui le tartarughe devono guardarsi ogni giorno, a cominciare dalla pesca accidentale. Si stima che ogni anno più di 20 mila tartarughe marine vengano accidentalmente catturate negli attrezzi da pesca utilizzati in Italia, e forse più del 30% di esse muore. Mentre i nidi e i piccoli sono minacciati dall’edificazione eccessiva delle coste e delle spiagge: alberghi e lidi balneari possono spaventare una femmina che voglia deporre; gli ombrelloni possono danneggiare il nido e abbassarne la temperatura; i mezzi meccanici possono compattare la sabbia rendendo difficile ai piccoli uscire in superficie; le luci possono confondere i piccoli che anziché raggiungere il mare vengono attirati altrove, ad esempio su una strada. Nel bacino del Mediterraneo ogni anno vengono deposti più di 7000 nidi, mentre in Italia le coste eccessivamente 'abitate' lasciano ormai spazio ad appena 30 nidi, localizzati per la maggior parte tra la Sicilia meridionale e la Calabria Jonica. Oltre a costituire una gravissima perdita per nostro patrimonio naturale, la diminuzione delle tartarughe marine ha anche importanti conseguenze sulla vita e la salute dei nostri mari.

Le tartarughe sono infatti vere divoratrici di meduse, in particolare nei loro primi anni di vita, tanto che si stima che ogni tartaruga nella propria vita arrivi a mangiare migliaia di meduse, svolgendo un fondamentale ruolo per l’equilibrio ecologico marino.

giovedì 18 giugno 2009

DELFINI DEL MEKONG a rischio di estinzione


I delfini del Mekong a rischio di estinzione, l'allarme arriva dal Wwf. Questi mammiferi sono classificati con il nome scientifico di delfini dell'Irrawaddy, dal nome del principale fiume birmano dove furono scoperti la prima volta.

I delfini vivono soprattutto nei 190 chilometri compresi tra Si Pahn Don (Laos Meridionale), dove il fiume forma la grande ansa di 4 mila isole e la zona oltre le rapide del Mekong (Cambogia Settentrionale). L'ultimo censimento ha stimato una popolazione compresa tra 64 a 76 esemplari, una volta superavano il migliaio di unita'.

Dal 2003 sono morti circa 80 esemplari e la moria si e' accentuata in queste ultime settimane. Nei corpi degli animali morti sono state trovati quantita' eccessive di pesticidi, mercurio e altri agenti inquinanti. Per il Wwf occorre subito un programma di preservazione di questa specie combattendo sia l'inquinamento e combattendo la pesca illegale con come le reti a barriera, dove speso rimangono intrappolato questi mammiferi. Il programma di ripopolamento dei governi di Ventiane e Phonm Penh contava di portare il numero di delfini a 170, ma per ora sembra destinato al fallimento.

I delfini del Mekong furono decimati da parte dei Kmer Rossi nella seconda parte degli anni 70. I seguaci di Saloth Sar, alias Pol Pot, utilizzavano il grasso dei mammiferi per lubrificare i mezzi di trasporto e per l'illuminazione. Il Mekong attraversa sei paesi: nasce nella provincia meridionale cinese dello Yunnan, per poi attraversare Birmania, Tailandia, Laos, Cambogia e Vietnam.

venerdì 29 maggio 2009

MEDUSE: Avvistate a milioni


Il pilota della Marina militare francese l’ha scambiata per una chiazza di petrolio. Troppo estesa, per essere altro, ha pensato. Quando però è giunta sul luogo dell’avvistamento una motovedetta, la sorpresa: si trattava di una enorme, immensa colonia di meduse. Una «macchia» lunga quasi 10 chilometri, larga dai 10 ai 100 metri, che fluttuava a Nord del «dito» della Corsica, a 20 miglia dallo scoglio della Giraglia.

Così, qualche giorno fa, è scattato l’allarme. Dove andrà a parare questa minaccia? In realtà, si tratta di migliaia di «barchette di San Pietro» (il nome scientifico velella-velella), meduse piccole con un diametro oscillante tra i 2 e 7 centimetri, trasparenti e con i riflessi azzurri e verdi, e dal potere urticante minimo. Gli esperti di correnti hanno previsto lo spiaggiamento tra Costa Azzurra e Versilia, con i venti da Sud; in Corsica e Sardegna con la tramontana.

Per qualcuno, le propaggini della colonia sarebbero già giunte in Liguria. Dove sono 15 giorni che si susseguono gli avvistamenti. E così anche in Toscana, a Capri. E nel Nord della Corsica, mentre non sarebbero ancora arrivate in Sardegna. L’allerta è scattata però in Spagna: sono state avvistate decine di «caravelle portoghesi», una medusa oceanica (entra da Gibilterra) ben più pericolosa della «barchetta di San Pietro»: ha lunghissimi tentacoli che rilasciano aculei particolarmente urticanti e che hanno il potere di far abbassare la pressione sanguigna con il rischio di collasso. Allarmi su allarmi, che si rincorrono. E che fanno temere un’altra estate dal tuffo difficile. Come quella di due anni fa. Con una domanda di fondo: le meduse sono in aumento nel Mediterraneo? «È un’ipotesi, ma non ci sono le prove, perché non possiamo contare su dati storici», spiega Alessandro Giannì, biologo marino, direttore delle campagne Greenpeace. «Non sappiamo se è effettivamente è aumentato il loro numero oppure se ci sono più allarmi perchè il mare è più frequentato».

Pochi giorni fa, da Barcellona, l’Istituto di Scienze Marine ha messo in guardia sullo spopolamento delle nostre acque: meno pesce, più meduse. Più o meno come aveva predetto una decina di anni fa un biologo: continuando a pescare senza regola nel Mediterraneo (e altrove), questo l’assunto, sarebbero venuti meno i predatori, quindi le prede, e dunque i «competitor» delle meduse, che sarebbero proliferate. «Nel Mediterraneo non ci sono dati certi che provino questo scenario. Vi sono invece per le acque della Namibia, Giappone e Antartide» spiega Giannì. Dunque, l’ipotesi non può essere esclusa. L’ambientalista parla di «alterazione dell’eco-sistema». Le meduse sono avvistate sempre più sottocosta: «Ma sono fatte per stare al largo. Vuol dire, allora, che il corso delle correnti è mutato». Poi, vi sono altri fattori: l’inquinamento, i cambiamenti climatici, appunto la pesca «Stiamo parlando di un equilibrio delicato: se ci sono meno pesci che si cibano di meduse, come quello azzurro e il pesce luna, oppure le tartarughe, ma soprattutto se ci sono sempre meno pesci che si cibano di plancton, alimento principe delle meduse, diminuisce la mortalità di queste ultime e ci sono le condizioni favorevoli perché possano riprodursi e proliferare» spiega Giannì. Il rimedio? «Smetterla col saccheggio del mare, istituire riserve sottocosta, ma anche al largo» dice Greenpeace. Prima che sia tardi.

mercoledì 20 maggio 2009

AMBIENTE :MESSAGGIO IV Giornata per la salvaguardia del creato


''Una tempestiva riduzione delle emissioni di gas serra'' e' ''una precauzione necessaria a tutela delle generazioni future, ma anche di quei poveri della terra che gia' ora patiscono gli effetti dei mutamenti climatici''. E' quanto si legge nel Messaggio per la IV Giornata per la salvaguardia del creato, che si celebrera' il prossimo 1° settembre, diffuso ieri dalla Conferenza episcopale italiana.
Occorre, si legge ancora, ''un profondo rinnovamento del nostro modo di vivere e dell'economia, cercando di risparmiare energia con una maggiore sobrieta' nei consumi, per esempio nell'uso di automezzi e nel riscaldamento degli edifici, ottimizzando l'uso dell'energia , a partire dalla progettazione degli stessi, e valorizzando le energie pulite e rinnovabili''.

''L'impegno per la tutela della stabilita' climatica - riporta il messaggio - e' questione che coinvolge l'intera famiglia umana in una responsabilita' comune, che pone anche una grave questione di giustizia: a sopportarne maggiormente le conseguenze sono spesso le popolazioni a cui e' meno imputabile il mutamento climatico''. Di qui l'importanza della Conferenza internazionale sui cambiamenti climatici in programma in dicembre a Copenaghen ''nella quale la comunita' internazionale dovra' definire le linee di un'efficace azione di contrasto del riscaldamento del pianeta per i prossimi decenni''.

Secondo la Cei occorrera', in particolare, ''una chiara disponibilita' dei Paesi piu' industrializzati, anzitutto quelli dell'Unione europea, all'assunzione di responsabilita''' perche' ''senza il contributo di tutti'' non sara' possibile conseguire gli obiettivi prefissati. ''Neppure il peso della crisi economico-finanziaria'', concludono i vescovi, ''puo' esonerare da una collaborazione lungimirante per individuare e attivare misure efficaci a garantire la stabilita' climatica: e' un passaggio cruciale per verificare la disponibilita' della famiglia umana ad abitare la terra secondo giustizia''.

''Viviamo in un mondo contrassegnato dal peccato e nel contempo gia' redento e avviato a un processo di trasformazione'' affermano i vescovi, secondo i quali ''la crisi ecologica appare come un momento di questo processo: e' conseguenza del peccato se la rete delle relazioni con il creato appare lacerata e se gli effetti sul cambiamento climatico sono innegabili, se proprio l'aria - cosi' necessaria per la vita - e' inquinata da varie emissioni, in particolare da quelle dei cosiddetti gas serra''.

Di qui, si legge ancora nel messaggio l'urgenza della ''conversione ecologica'' piu' volte richiamata da Giovanni Paolo II. Rammentando che il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa segnala la necessita' di considerare ''i rapporti tra l'attivita' umana e i cambiamenti climatici'' che ''devono essere opportunamente e costantemente seguiti a livello scientifico, politico e giuridico, nazionale e internazionale'', i vescovi sottolineano: ''Il clima e' un bene che va protetto'' attraverso comportamenti responsabili di consumatori e operatori di attivita' industriali.

giovedì 14 maggio 2009

Riscaldamento globale: le capacità di adattamento dell’uomo e della natura ai cambiamenti climatici si stanno esaurendo


La colonnina del termometro in dieci delle ultime dodici estati è salita ben al di sopra della media registrata nell’arco di cento anni. Quali sono le conseguenze del surriscaldamento del globo? E in particolare quali quelle sulla salute? Un gruppo di scienziati dell’University College di Londra, in collaborazione con la prestigiosa rivista The Lancet, ha effettuato uno studio arrivando alla conclusione che le capacità di adattamento dell’uomo e della natura ai cambiamenti climatici si stanno esaurendo. Ciò significa che, nonostante i progressi della medicina, le barriere contro infezioni, epidemie e malattie appaiono insufficienti.

LA CATENA - L’innalzamento della temperatura determinato dalle emissioni di CO2 ha ricadute allarmanti sull’ecosistema e sulla vita dell’uomo. Nel 2003, ad esempio, nel Nord Europa 30 mila persone sono morte a causa dell’ondata di caldo. Una dato che sembra eccessivamente allarmistico e al limite del catastrofismo ma che i ricercatori di Londra spiegano in modo semplice: la calura mette a rischio il sistema cardiovascolare e respiratorio e i dati confermano che, in modo particolare nelle aree meno abituate all’eccessiva irradiazione, le difese dell’organismo non reggono. Così i decessi, proprio nei periodi di maggiore e più pesante insolazione, aumentano. Il surricaldamento determina una catena di effetti a vari livello: stress, collassi, incidenti.

INONDAZIONI E CIBO – L’instabilità è la causa di inondazioni e uragani o all’opposto di siccità. Ne soffrono l’agricoltura e i raccolti. Il 17 per cento della colture di soia, di riso e di cereali va in fumo per ogni grado in più delle temperature. Già oggi, stimano gli studiosi, dieci milioni di bambini muoiono ogni anno a causa della pessima o insufficiente nutrizione. Le riserve d’acqua potabile si esauriscono (250 milioni di africani sono a rischio entro il 2020, ma il prosciugamento riguarda anche le grandi città del Centro America e persino dell’Europa, a cominciare dalla Catalogna). I numeri sono perciò destinati a modificarsi in maniera drammatica: la metà della popolazione mondiale, entro la fine del secolo, potrebbe essere costretta a fronteggiare «severe carenze di cibo» e gravi problemi di salute. Non solo per il collasso idrico-alimentare nelle zone già povere, ma anche per la progressiva diffusione di virus e di malattie (malaria, salmonella, infezioni intestinali). È un processo naturale, quello delle migrazioni, che, anche a causa dei cambiamenti climatici, si intensificherà. E se non saranno adottate misure sanitarie efficaci provocherà nuove epidemie.

LE SPECIE – Il caldo sta alterando l’ecosistema. Negli ultimi 30 anni il 25 per cento dei vertebrati che vivono sulla terra è stato cancellato. E così pure il 28 per cento delle specie marine. L’estinzione è un pericolo per numerosi animali. E’ un’altra minaccia alla catena alimentare.

NO AGLI ALLARMISMI – Il quadro della situazione è pessimo, ma lo scandalismo e il catastrofismo non servono. È vero che l’uomo sta esaurendo le sue capacità di adattamento alle nuove condizioni, ma non serve cadere nella disperazione. Gli scienziati dell’University College di Londra ritengono che vi siano i margini «per riparare» il disastro ambientale. E la prima sfida da vincere è quella della consapevolezza: dai governi ai semplici cittadini, nei Paesi sviluppati e nei Paesi poveri, tutti devono essere responsabilmente coinvolti in una campagna per la limitazione delle emissioni di CO2 e dunque per la difesa della salute. «È la sfida del ventunesimo secolo».

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