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lunedì 7 gennaio 2013

Riscaldamento globale: I mari si alzeranno di un metro nel 2100

L'innalzamento causato dallo scioglimento dei ghiacci di Groenlandia e Antartide potrebbe essere superiore al previsto


L'innalzamento dei mari causato dallo scioglimento dei ghiacci di Groenlandia e Antartide potrebbe essere molto superiore a quello previsto dalle proiezioni dell'Ipcc, il panel di scienziati promosso dall'Onu che sta studiando i cambiamenti climatici. Lo afferma uno studio pubblicato dalla rivista Nature Climate Change, secondo cui c'è la possibilità che si superi il metro di aumento del livello degli oceani.

PREVISIONI - Per stimare le possibili variazioni da qui alla fine del secolo Jonathan Bamber e Willy Aspinall, dell'Università di Bristol, hanno «pesato» le previsioni di 26 scienziati, raccolte con un questionario. Questo metodo, chiamato «expert elicitation», è usato in diversi campi, dalla previsione delle eruzioni dei vulcani a quella della diffusione delle malattie. Secondo le previsioni raccolte, a cui sono stati applicati modelli matematici, l'innalzamento medio dovuto alle due aree nel 2100 è stato stimato in 29 centimetri, con una probabilità del 5% che invece superi gli 84 cm. Ma se si uniscono questi valori con altre fonti di innalzamento del livello del mare, sottolineano gli autori, c'è un rischio plausibile che l'aumento superi il metro.

CONSEGUENZE - E questo, sottolineano i ricercatori, avrebbe profonde conseguenze per l'ecosistema del pianeta e per il genere umano. L'ultimo rapporto dell'Ipcc, ricorda lo studio, ha previsto sei scenari per il livello dei mari nel 2100 in cui l'innalzamento varia da 18 a un massimo di 59 centimetri: «Proprio il contributo dello scioglimento dei ghiacci, però, è quello per cui gli stessi scienziati hanno ammesso la maggiore incertezza. Mentre il metodo usato da noi può essere di grande aiuto nella stima del limite superiore, soprattutto fino a quando non ci saranno dati più certi».

fonte:http://www.corriere.it/ambiente/13_gennaio_07/mari-rialzo-secolo_48776b6c-58a9-11e2-b652-002bcc05a702.shtml

lunedì 19 novembre 2012

CLIMA : Innalzamento del mare, andrà peggio "Le stime dell'IPCC sono ottimistiche"

l livello continuerà ad alzarsi per almeno due secoli. Alcuni scienziati italiani pubblicano il loro studio (incremento minimo entro il secolo dfino a 95 centimetri) e avvertono: ne risentirà tutto il Mediterraneo, bisogna subito ridurre le emissioni di gas-serra e prepararsi.


VENTI centimetri guadagnati nel ventesimo secolo. Ed altri 20, ma in alcune parti del globo anche 60, saranno i centimetri di innalzamento del livello marino terrestre con cui le prossime generazioni faranno i conti entro la fine di questo secolo secondo l'ultimo rapporto dell'IPCC, il gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico. Ma secondo le ultime previsioni di alcuni scienziati italiani, queste cifre sono ottimiste. Loro stimano infatti un incremento minimo compreso tra 80 e 95 centimetri e, ripetono, all'origine di tutto ci sono le attività umane. L'unica opzione ora è una grossa frenata prima dell'impatto, ovvero rallentare il processo e non farsi cogliere impreparati.Lo studio. In uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Global and Planetary Change, Antonio Zecca e Luca Chiari della Università di Trento, presentano un quadro ancora più preoccupante di quello proposto dall'IPCC: malgrado la riduzione dei combustibili fossili (dovuto sia ad un esaurimento naturale che ad un miglioramento della efficienza energetica) il livello del mare salirà di almeno 80-95 centimetri entro la fine del secolo e continuerà a farlo per almeno duecento anni. Lo studio è un ulteriore monito a ridurre, e immediatamente, le emissioni di gas-serra, al fine di rallentare la risalita del livello marino e cominciare a prendere misure per adattarsi ad un nuovo paesaggio costiero.

I fisici dell'atmosfera trentini hanno ripreso i modelli climatici dell'IPCC ed hanno incluso nuovi dati sull'attesa, seppur di incerta entità, diminuizione di combustibili fossili. Lo scopo era vedere in che modo questa diminuizione potrà influenzare la risalita del livello marino. "È importante sottolineare che le nostre stime rappresentano i valori minimi, perché i nostri scenari di emissione non tengono conto dei combustibili fossili non convenzionali e di futuri sviluppi tecnologici che potrebbero migliorare le attuali tecniche di estrazione", chiarisce Luca Chiari. In poche parole: il livellio marino potrebbe salire ancora di più. I risultati dello studio mostrano, purtroppo, che il mare continuerà inesorabilmente a salire anche nel caso della riduzione più drastica delle reserve di combustibili fossili. Ma, secondo Zecca e Chiari, l'innalzamento del mare potrebbe essere se non altro "frenato" con un radicale taglio elle emissioni, e questo consentirebbe all'umanità di muovere qualche passo verso l'adattamento all'inevitabile.

Quali, allora, le aree a maggior rischio di finire sotto il pelo dell'acqua? I casi più noti sono i Paesi come il Bangladesh e le Maldive, o, negli Stati Uniti, la Florida. Più prossime all'Italia, Zecca indica a titolo d'esempio l'Egitto. Nel caso peggiore, cioè quello della risalita di ben un metro, la geografia del Delta del Nilo sarebbe completamente da ridisegnare. "Si tratta di una pianura fertile che dà da mangiare al 70% della popolazione egiziana, che sono 82 milioni oggi, e chissà quanti saranno nel 2100  -  spiega lo scienziato -  in altre parole almeno 55 milioni di egiziani dovrebbero andare a coltivare e vivere altrove."

Il Mediterraneo: una "lente di ingrandimento" del riscaldamento globale. Secondo gli studiosi è inutile sognare: il Mare Nostrum non è una eccezione: "L'innalzamento durante l'ultimo secolo è stato simile a quello medio globale", dice l'esperto trentino. Che precisa però: "Negli ultimi decenni l'incremento del livello del Mediterraneo è stato minore di quello globale". Infatti il nostro è un bacino chiuso e l'accentuato riscaldamento "causerebbe un incremento dell'evaporazione nel bacino, che a sua volta provocherebbe un leggero rallentamento della crescita del livello marino". Insomma, spiega l'esperto, difficile fare una previsione chiara sull'entità dell'innalzamento del Mediterraneo. Ma un aumento ci sarà ed i primi ad accorgersene saranno i comuni costieri delle aree pianeggianti a ridosso di Adriatico e Tirreno.

Zecca disegna allora una linea ideale: "La zona più vasta è naturalmente quella che va da Cesenatico, Cervia, Ravenna, quasi fino a Ferrara, e poi Rovigo, Piove di Sacco, Mestre, fino a Monfalcone". Un'area vastissima: "Sono almeno 1500 km quadrati di pianura agricola fertile". Ma attenzione, avverte Zecca: "I danni alla produzione agroalimentare si estenderebbero a una superficie maggiore perché l'acqua salata risalirebbe nei fiumi e nelle falde salinizzandole".

Se è vero che gli scienziati non possono prevedere il futuro e dirci con esattezza quali cambiamenti ambientali vivranno le diverse regioni del nostro Paese o d'Europa, ciò su cui la maggioranza concorda è sul fatto che il Mediterraneo in particolare è una sorta di "lente di ingrandimento" del riscaldamento globale. Dice Zecca: "Il Mediterraneo sarà una specie di "lente di ingrandimento" del riscaldamento globale: se nella media globale ci sarà un innalzamento di temperatura di 1 grado, per il Mediterraneo sarà forse il doppio".

Tagliare le emissioni. Adesso.  Molti i "se", questo è certo, ma meglio di così non siamo ancora in grado di fare, spiegano gli esperti. E comunque l'avvertimento c'è. Allora non c'è nulla da fare per prepararsi alla geografia del futuro? Gli scienziati su questo non sono d'accordo e lor ripetono da anni: "La prima misura in ordine di tempo e di importanza è tagliare le emissioni di gas-serra cioè ridurre l'impiego di combustibili fossili", dice Zecca. Efficienza energetica, questa la parola d'ordine. Proprio mentre state leggendo questo articolo, avverte Zecca, "la temperatura si sta alzando e il livello del mare anche. Continueranno a farlo per cento o duecento anni e non chiedono il permesso ai governi".


fonte: http://www.repubblica.it/ambiente/2012/11/18/news/livello_marino-46260903/?rss

venerdì 14 gennaio 2011

RISCALDAMENTO GLOBALE: 2100, ghiacciai alpini a rischio estinzione

Due ricerche pubblicate dalla rivista Nature Geoscience dipingono scenari inquietanti per il futuro a medio e lungo termine. A causa del riscaldamento del pianeta, entro fine secolo potrebbero scomparire il 75% dei ghiacciai alpini e il 70% di quelli neozelandesi. Ma il persistere delle emissioni nell'atmosfera porterebbe entro il 3000 alla fusione dell'Antartide occidentale e all'innalzamento del mare di 4 metri


I cambiamenti climatici potrebbero determinare entro il 2100 lo scioglimento di tre quarti dei ghiacciai alpini e, in una previsione ancor più drammatica, la dissoluzione di buona parte dell'Antartico entro il 3000. Con la conseguenza di un innalzamento del livello del mare di ben 4 metri. E' lo scenario davvero inquetante dipinto da due ricerche pubblicate dalla rivista Nature Geoscience, che mettono in risalto due degli aspetti meno noti della mutazione climatica: i suoi effetti sui ghiacciai e il suo impatto a lungo termine.

Il primo studio, ad opera delle geofisiche Valentina Radic e Regine Hock dell'Università dell'Alaska, stima che i ghiacciai si apprestano a perdere tra il 15 e il 27 per cento del loro volume entro il 2100. Cosa che, ammonisce la ricerca, "potrebbe avere effetti sostanziali sull'idrologia regionale e la disponibilità di risorse in acqua". Alcune aree saranno più a rischio di altre, in funzione dell'altezza dei loro ghiacciai, della natura del terreno e della loro localizzazione, più o meno sensibile al riscaldamento del pianeta. In base a queste variabili, i più a rischio sono i ghiacciai alpini: potrebbe sciogliersene in media il 75 per cento (tra il 60 e il 90 per cento), a seguire quelli della Nuova Zelanda con un rischio medio del 72 per cento (tra il 65 e il 79 per cento).

Per contro, in base al primo studio, il rischio è limitato all'8 per cento dei ghiacciai in Groenlandia e al 10 per quelli asiatici. Secondo questa ricerca, lo scioglimento dei ghiacciai si tradurrebbe in un elevarsi medio del livello del mare, da qui a fine secolo, di 12 centimetri. La stima, che non prende in considerazione l'espansione degli oceani a seguito del riscaldamento dell'acqua, si sposa ampiamente con l'ultimo rapporto stilato nel 2007 dal Giec, il gruppo intergovernativo di esperti messo in piedi dall'Onu per studiare l'evoluzione del clima.

Radic e Hock hanno realizzato i loro calcoli a partire da un modello informatico basato su dati raccolti su oltre 300 ghiacciai tra il 1961 e il 2004. E si sono poggiate sul primo degli scenari intermedi immaginati dal Giec (denominato "A1B"), che coniuga crescita demografica, economica e ricorso a fonti d'energia più o meno inquinanti, e che prevede un aumento della temperatura del pianeta di 2,8 gradi nel corso del 21mo secolo. Ma lo scenario "A1B" non prende in considerazione le calotte ghiacciate dell'Antartico e della Groenlandia, che da sole raccolgono il 99 per cento dell'acqua dolce del pianeta. Se una di queste due aree dovesse sciogliersi sensibilmente, il livello degli oceani aumenterebbe di molti metri, sommergendo molte città costiere. Immaginando la fusione dell'Antartico occidentale, l'aumento del livello del mare sarebbe di 4 metri.

Esattamente lo scenario catastrofico che emerge dal secondo studio pubblicato da Nature Geoscience, realizzato dall'Università di Calgary, in Canada. Una ricerca focalizzata sull'inerzia dei gas a effetto serra che, una volta emessi, resistono per secoli nell'atmosfera. Con la conseguenza che, se anche si potessero fermare tutte le emissioni di gas a effetto serra da qui al 2100, il riscaldamento del pianeta proseguirebbe ancora per altre centinaia di anni. Lo studio dell'università canadese si basa sullo scenario "A2" del Giec, più pessimista del "A1B" in materia di emissioni e che arriva a prevedere un aumento della temperatura di 3,4 gradi centigradi da qui a fine secolo.

venerdì 3 settembre 2010

INNALZAMENTO DEL MARE : Allarme livello del mare la geoingegneria non basta

Ricercatori britannici, cinesi e danesi hanno studiato il futuro degli oceani. Secondo loro non c'è scampo: il livello marino salirà di almeno 30-70 centimetri entro la fine del 2100, anche usando le tecniche più avanzate

LA GEOINGENERIA non impedirà affatto la risalita del mare. L'ingegneria su scala planetaria non è una soluzione, nemmeno d'emergenza, ai danni procurati al clima dalle attività umane. È questa la conclusione a cui è giunto un team di ricercatori britannici, cinesi, e danesi al termine di un nuovo studio sul futuro degli oceani terrestri. A loro parere non c'è scampo: il livello marino salirà di almeno 30-70 centimetri entro la fine del 2100, anche usando le tecniche di geoingegneria più avanzate. "Sostituire la geoingegneria al controllo delle emissioni significherebbe addossare un enorme rischio alle future generazioni", affermano i ricercatori sulla rivista scientifica Proceedings of National Academy of Science.

La massima autorità mondiale sul clima, l'Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change), ha previsto che il livello marino sarà di 20-60 centimetri più elevato per la fine di questo secolo. Una stima, questa, che molti scienziati ora ritoccherebbero verso l'alto portandola a 1-1.5 metri.


Sarà un problema che "colpirà circa 150 milioni di persone che vivono in aree costiere, incluse alcune delle maggiori città del pianeta", spiega Svetlana Jevrejeva, del National Oceanography Centre di Liverpool, in Inghilterra, coautrice della ricerca. Solamente in Cina, nei prossimi decenni milioni di persone dovranno spostarsi verso l'interno del paese.

La maggior parte degli scienziati è d'accordo: per rallentare la risalita del livello dei mari bisogna affrontare il problema alla radice ed abbattere le emissioni. Ma per ottenere questo potremmo essere in ritardo. Sono nate così proposte alternative che hanno dato vita ad un intero nuovo ramo della ricerca. L'idea è di sviluppare tecniche ingegneristiche per manipolare il clima. Ci sono proposte di "fertilizzare" gli oceani con polvere di ferro, o di rimescolare le acque profonde per favorire la crescita di alghe che, crescendo, catturerebbero anidride carbonica. Altre idee sono di lanciare in orbita un ciclopico parasole planetario, o di iniettare colossali quantità di zolfo nell'atmosfera per simulare l'effetto di un'eruzione vulcanica e generare una nube di particelle in grado di schermare la radiazione solare. O, ancora, puntare su sistemi agricoli che facilitano la fissazione al suolo di carbonio (come il biochar: un modo per convertire il materiale organico in carbone).

Un invito alla cautela arriva ora però da Jevrejeva e colleghi, che hanno concluso uno studio sull'impatto che cinque tecniche di geoingegneria avrebbero sul livello marino verso la fine del secolo. "Entro il 2100 il mare si alzerà di 30-70 centimetri anche con l'impiego di qualsiasi tecnica di ingegneria, a meno di usare quelle più estreme e sotto il più stringente scenario di emissioni globali", concludono i ricercatori. Un moderato o, peggio ancora, intermittente, uso della geoingegneria non servirebbe a molto.

I ricercatori spiegano per esempio che immettere nella stratosfera biossido di zolfo quanto ne produrrebbe una eruzione vulcanica pari a quella del Pinatubo del 1991 (circa 10 milioni di tonnellate di SO2) potrebbe rimandare la risalita del livello marino di 40-80 anni. Per mantenere invece il mare al livello che aveva alla fine degli anni '90 dovremmo ripetere questa "eruzione artificiale" ogni 18 mesi.

Questo però, fanno notare i ricercatori, non arresterebbe la acidificazione degli oceani, inevitabile a meno di un taglio radicale delle emissioni di anidride carbonica. Senza contare poi che l'impresa sarebbe costosa e potrebbe causare "effetti indesiderati", come cambiamenti nei regimi delle precipitazioni o il pericolo di danneggiare lo strato di ozono nella alta atmosfera. La messa in orbita di colossali specchi per riflettere la luce solare, un'altra ipotesi di geoingegneria, nasconde sfide tecnologiche e costi che sono, secondo gli studiosi, a dir poco scoraggianti.

L'unico metodo che lascia qualche spiraglio è l'impiego dei biocombustibili che, impiegati congiuntamente alla riforestazione e al biochar, combinati ad una rigorosa riduzione delle emissioni, potrebbe limitare la risalita dei mari a 20-40 centimetri. Insomma, attenzione a progetti ingegneristici fantascientifici e miliardari, avverte Jevrejeva: "Non sappiamo come reagirebbe il pianeta ad attività di geoingegneria di così grande scala".

martedì 6 aprile 2010

INNALZAMENTO DEL MARE: Nuova isola alle Maldive. Galleggiante


Il progetto-pilota per fronteggiare erosione e scomparsa degli atolli. E per il primo campo da golf dell'arcipelago.

Il rischio di essere cancellati dal possibile (e previsto) innalzamento delle acque dell'Oceano lo hanno messo in conto da tempo. Alle Maldive, dove il punto più «alto» è soltanto 2 metri sul livello del mare, governo e abitanti hanno già messo in atto iniziative anche clamorose per cercare di sensibilizzare il mondo sulle conseguenze , per loro drammatiche, dei cambiamenti climatici, tra l'altro effettuando lo scorso ottobre una vera e propria riunione del governo sott'acqua.

L'IDEA - Accanto alle proteste, il governo delle Maldive pensa anche alle possibili soluzioni per sopravvivere. E far sopravvivere anche la propria economia basata sul turismo. Tra le possibilità, sia per un possibile trasferimento degli abitanti per emergenze future, sia per mantenere attività turistiche, ci sono le tecnologie che oggi permettono di progettare e realizzare delle isole artificiali galleggianti, quindi insensibili al mutamento del livello delle acque. E così nei giorni scorsi ha siglato un accordo con una società olandese, la Docklands International, che in questi anni si è specializzata nella realizzazione di grandi strutture galleggianti. Oggetto dell'intesa: progettare e costruire la prima isola galleggiante dell'arcipelago delle Maldive, sulla quale realizzare anche un campo da golf, struttura che manca all'arcipelago per fare concorrenza ad altre destinazioni dell'Oceano Indiano. Non si tratta di un progetto di poco conto, ma il piano del governo delle Maldive è quello di tentare questa strada per vedere se potrà essere un'eventuale alternativa futura. Le Maldive hanno già realizzato, nel 2004, un'isola artificiale, Hulhumalé, una sorta di prolungamento dell'atollo di Malè, per ridurre la densità abitativa sull' isola di Malé (100mila persone su un miglio quadrato). Ma si tratta di una costruzione» sul fondale, un po' come le isole artificiali realizzate a Dubai per lo sviluppo turistico.

SICUREZZA E TURISMO - L'isola galleggiante, invece, dovrebbe essere una sorta di progetto-pilota. Uno dei ministri maldiviani, Mahmood Razee, dichiara al Times di Londra che «se possono realizzare opere del genere, potremo pensare a isole per le nostre case. Ne abbiamo bisogno, già ora l'erosione continua ci sta sottraendo ogni anno porzioni di isole». Times Online pubblica anche un disegno di un possibile progetto, simile ad altre ipotesi suggestive già apparse su altri siti a proposito di vere e proprie città galleggianti. In un comunicato la Docklands International, dice di volersi ispirare alla lunga battaglia degli olandesi per strappare al mare la loro terra. L'impresa, in una situazione frammentata ed estesa come quella delle Maldive, è certamente più difficile. Si possono realizzare alcune strutture come la barriera da 30 milioni di dollari per proteggere la capitale Malè. Ma in altri casi una difesa strutturale di piccoli atolli sarebbe impossibile. Così come è impossibile trovare scampo in caso di Tsunami, specie se l'origine dell'evento è vicina e le onde sono alte. Qui, per lo Tsunami del 2004 sono morte 100 persone.

NOVE BUCHE - Dall'altra parte l'eventuale realizzazione dell'isola artificiale e del campo da golf, è vista come un'opportunità per richiamare turismo d'affari e d'élite, ottenendo così fondi per ulteriori progetti. La localizzazione è stata scelta: sarà ancorata accanto all'atollo di Malè, il nucleo principale dell'arcipelago, e sarà progettato per avere un impatto ambientale minimo. E proprio per questo non sarà molto grande. Di conseguenza, hanno anticipato i responsabili della società olandese, difficilmente potrà avere un campo da golf da 18 buche. Ma anche nove, vista la particolarità della «location» basterebbero di sicuro ad alimentare i flussi turistici che il governo maldiviano si aspetta: non è cosa di tutti i giorni giocare su un campo galleggiante.
FONTE: corriere.it

mercoledì 9 dicembre 2009

INNALZAMENTO DEL MARE:i mari, saliranno di quasi 2 metri entro il 2100


A causa del termometro globale che continua a salire, entro il 2100 il livello dei mari potrebbe salire più del previsto, dai 75 ai 190 centimetri, poco meno di due metri. E' quanto stima uno studio pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America che tiene conto di 130 anni di dati di temperature globali e livello del mare, nonché di altri fattori che possono influenzare quest'ultimo. Lo studio - che stima ancora più elevato il rischio di innalzamento del livello dei mari, l'ultimo di pochi giorni dello Scientific Committee on Antartic Research (SCAR) parlava di 1,4 metri - è stato diretto da Martin Vermeer dell'Università della Tecnologia di Helsinki in Finlandia e Stefan Rahmstorf del Potsdam Institute for Climate Impact Research in Germania. Le proiezioni dell'innalzamento emerse da questo studio sono tre volte maggiori di quelle sviluppate dal Fourth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change nel 2007, che non tenevano conto di tutti i fattori in gioco (per esempio le dinamiche dei ghiacci). Poiché dal 1990 il livello dei mari sta salendo alla velocità di 3,4 millimetri l'anno, spiega Rahmstorf, anche se questo tasso di crescita rimanesse costante, porterebbe comunque già a 34 centimetri di innalzamento nel XXI secolo. "Ma i dati ci mostrano chiaramente che più aumenta il caldo - avverte Rahmstorf - più rapidamente crescerà il livello globale dei mari". Tenendo conto di tutti i fattori che possono avere un ruolo nell'innalzamento dei mari oltre all'aumento delle temperature globali, spiega Rahmstorf, lo studio stima che, anche per uno scenario ottimistico di aumento di soli 2 gradi Celsius entro questo secolo, il livello dei mari potrebbe salire di oltre un metro. Nello scenario più pessimistico, invece, con un aumento di oltre 4 gradi Celsius, potremmo arrivare a oltre 1,4 metri di innalzamento entro il 2100. Considerando infine l'intero set di possibili scenari di emissioni di gas serra, la ricerca stima in via definitiva che le acque potrebbero salire di qualcosa tra 75 centimetri e 1,9 metri entro la fine del 2100, un valore coerente con altre recenti stime che ponevano come limite superiore 2 metri di innalzamento, stime basate sulle dinamiche dei ghiacci, sottolinea Rahmstorf. Per evitare questo scenario, conclude lo studio, bisogna procedere con tagli drastici e rapidi delle emissioni di gas serra.

mercoledì 2 dicembre 2009

INNALZAMENTO DEL MARE: Mari in crescita di 1,4 metri nel 2100 Uno studio lancia l'allarme Antartide

A meno di una settimana dall’inizio del super-vertice sul clima a Copenaghen una ricerca lancia nuovamente l’allarme sul riscaldamento globale. Secondo uno studio pubblicato dal comitato scientifico della ricerca antartica (Scientific Committee on Antartic Research), infatti, il livello dei mari è destinato ad aumentare di circa 1,4 metri entro il 2100 a causa dello scioglimento dei ghiacciai al Polo Sud. Lo studio, ripreso dalla Bbc, spiega che il riscaldamento sta accelerando soprattutto nella zona occidentale del continente, mettendo a repentaglio la vita della fauna locale. La perdita di Ozono, finora, aveva raffreddato la temperatura della regione, mettendola al riparo dal global warming. Oggi, spiega Colin Summerhayes, responsabile del comitato, «siamo di fronte a una fotografia che mostra chiaramente la catastrofe che abbiamo di fronte.

La temperatura dell’aria sta aumentando, la temperatura dell’Oceano sta aumentando, e il Sole sembra avere poca influenza su ciò a cui stiamo assistendo». Il rapporto della SCAR, fanno notare i ricercatori, arriva a cinquant’anni dall’Antarctic Treaty, il protocollo che regola l’utilizzo del territorio. Due anni fa, il foro intergovernativo sul mutamento climatico aveva stimato un aumento di circa 28-43 centimetri dei livelli del mari entro la fine del secolo, riconoscendo che la cifra avrebbe potuto essere troppo bassa in considerazione della instabilità delle stime sul riscaldamento di aria e acqua. Oggi la prospettiva è cambiata, e, spiega lo Scientific Committee on Antartic Research, travolgerebbe isole come le Maldive, nell’Oceano Indiano, e Tuvalu, nel Pacifico, e le città costiere come Calcutta e Dacca, mentre costringerebbe le grandi metropoli quali Londra, New York e Shanghai, a spendere miliardi di dollari per difendersi dalle inondazioni.

Per le previsioni SCAR, che raggruppa 35 istituti internazionali di ricerca sul clima, ha utilizzato nel dettaglio le osservazioni sul cambiamento climatico del secolo passato collegando l’innalzamento delle temperature al livello del mare per produrre un calcolo più sofisticato.

giovedì 5 novembre 2009

RISCALDAMENTO GLOBALE: Venezia SCOMPARIRà in meno di 100 anni. Mediterraneo piu' colpito da aumento temperature


MARRAKECH - Venezia inondata, il delta del Nilo scomparso, intere isole come le Baleari sommerse: in meno di 100 anni il Mediterraneo sarà il set di un 'disaster movie', con tanto di popolazione che muore di sete e invasione di meduse e alghe tropicali. E tutto, spiegano gli esperti dell'Onu, se solo il livello del mare salirà di qualche centimetro, conseguenza garantita dall'attuale passo dei cambiamenti climatici.

Il Mediterraneo, ecosistema più colpito dal surriscaldamento del pianeta, non avrà un'unica voce alla conferenza di Copenaghen. Per questo l'Onu ha riunito a Marrakech, dal 3 al 5 novembre, 21 Paesi delle due sponde, preoccupati di dire la loro quando il mondo cercherà di trovare un accordo per ridurre i gas nocivi e fermare il disastro annunciato dagli scienziati. E potrebbe essere già troppo tardi per il Mare Nostrum: "Anche se gli obiettivi di riduzione dei gas serra saranno raggiunti, l'impatto dei cambiamenti climatici si sentirà", ha detto Maria Luisa Silva, che dirige il dipertimento Mediterraneo dell'agenzia Onu per l'Ambiente, l'Unep-Map, aprendo la conferenza dove i 21 Paesi fanno il punto in vista di dicembre.

I Paesi rivieraschi temono che a Copenaghen, tutti presi dal convincere Cina e India a darsi degli obiettivi ambiziosi di riduzione dei gas serra, ci si dimentichi del Mediterraneo, un ecosistema che ha già dimostrato di essere "una delle aree dove l'aumento delle temperature farà più danno", dicono gli esperti dell'Unep. Perché oltre ad essere l'ecosistema con la maggior varietà di specie esistenti (ésolo l'8% della superficie oceanica del pianeta ma ospita il 7% delle specie conosciute) è anche la meta della maggior parte dei turisti (31% del turismo internazionale, 275 milioni di turisti all'anno), nonché l'area dove vive il 60% della popolazione che secondo le Nazioni Unite non ha risorse idriche sufficienti.

L'ecosistema mediterraneo, spiegano gli scienziati dell'Onu, é più importante della foresta amazzonica in quanto è in grado di trattenere enormi quantità di CO2: "E' anche per questo che va protetto, e chiediamo a Copenaghen di tenerne conto", ha detto Ibrahim Thiaw, direttore generale dell'Unep. Il primo segnale del clima che cambia nel Mediterraneo è l'aumento delle temperature. Le previsioni dell'ultimo rapporto Onu presentato oggi a Marrakech dicono che tra il 2070 e il 2099 le temperature saliranno tra i 2,5 e i 5,1 gradi. A risentirne sarà soprattutto la costa adriatica, dove il livello del mare salirà "con grandi rischi di sommersioni ed erosioni delle coste", si legge nel rapporto.

Il livello di allerta ci sarà per "le zone lagunari come Venezia e i delta come quello del Pò e del Nilo". E poi, le estati saranno sempre più afose, in zone come la Sicilia per esempio, oltre che in Egitto, Libano, Libia e Israele. Per quanto riguarda l'Italia, il rapporto mette in guardia il meridione dai cambiamenti nell'agricoltura e dall'aumento degli incendi, mentre per le Alpi il rischio è che il ghiaccio si sciolga. Ma anche il Tirreno è in pericolo: "a breve termine", la costiera amalfitana rischia l'erosione, quella ligure assieme all'isola d'Elba e alla Sardegna rischia di vedere scomparire molte specie: già oggi, non si ha più traccia dell'1% delle specie presenti fino a qualche anno fa.

domenica 18 ottobre 2009

INNALZAMENTO DEI MARI: MALDIVE, RIUNIONE GOVERNO SOTT'ACQUA PER LANCIARE ALLARME


Il presidente Mohamed Nasheed ha voluto rilanciare l'allarme e attirare l'attenzione sui rischi che il riscaldamento globale rappresenta per l'arcipelago dell'Oceano indiano, che rischia di essere completamente sommerso.

Il governo delle Maldive ha deciso di tenere la prima riunione di un esecutivo al mondo sott'acqua per sensibilizzare l'opinione pubblica riguardo l'allarmante minaccia dell'innalzamento del livello dell'acqua causato dai cambiamenti climatici che rischia di far sparire l'arcipelago entro il 2100.

Il presidente Mohamed Nasheed si e' immerso per primo nell'Oceano indiano, ad una profondita' di sei metri. Seguito dai suoi ministri, tutti in tuta da sub, Nasheed e il suo vice, Mohamed Waheed, hanno approvato e sottoscritto una risoluzione che chiede un'azione congiunta globale per la riduzione delle emissioni di Co2.

La dichiarazione sara' poi inviata a Copenaghen dove si riunira' la conferenza Onu sul clima.

La riunione e' durata circa 30 minuti. Vi hanno preso parte - in muta da sub e con bombole - 11 dei 14 ministri del governo: ad altri 2 i medici non avevano dato l'autorizzazione, mentre un terzo si trovava all'estero. Il presidente ha sottolineato come il prossimo vertice sul clima in programma a Copenaghen a dicembre non possa essere fatto fallire: se questo avvenisse, ha dichiarato nel corso di una conferenza stampa tenuta a vertice concluso, ma sempre in acqua, "moriremmo".

"Stiamo cercando di inviare il nostro messaggio, fare in modo che il mondo sappia cio' che sta avvenendo, e cio' che avverra' alle Maldive se i cambiementi climatici non vengono controllati", ha dichiarato Nasheed. "Se le Maldive non potranno essere salvate oggi, non crediamo che vi siano molte possibilita' per il resto del mondo".

domenica 27 settembre 2009

ISOLE Tuvalu: entro il 2020, 00% di energia rinnovabile


Lo stato insulare delle Tuvalu, 9 isole perdute nell'immenso Oceano Pacifico, che riuschiano di scomparire a causa dei cambiamenti climatici, puntano ad alimentarsi al 100% di energia rinnovabile entro il 2020. Le isole, grandi appena 26 chilometri quadrati e con solo 12.000 abitanti, poste a meta' strada tra le Hawaii e l'Australia, con un'altitudine massima 4,5 metri e la maggior parte del territorio a meno di un metro sul livello del mare. L'investimento stimato dal governo di Funati e' di poco piu' di 20 milioni di dollari a cui potrebbe far fronte grazie alle donazioni di ''e8'', un consorzio di compagnie elettriche dei Paesi del G8 di cui fa parte anche l'italiana Enel insieme ad American electric power, Duke energy, Hydro-Que'bec, Ontario power generation, Edf, Rwe Ag, Jsc''RusHydro'', Kansai electric power, Tokyo electric power. La copertura gia' realizzata per il piu' grande stadio di calcio delle Tuvalu fornisce il 5% dell'energia a famiglie, strutture sanitarie e piccole e medie imprese della capitale Funauti e ha consentito al piccolo stato di risparmiare 17.000 litri le importazioni di gasolio dalla Nuova Zelanda e di ridurre le emissioni di 50 tonnellate di CO2. Il governo delle Tuvalu sta lavorando, infatti, per espandere il progetto iniziale dell'e8 costato 410.000 dollari da 40 a 60 kW e poi per estendere la solarizzazione alle isole esterne, entro la fine di quest'anno, con uno stanziamento di 800.000 dollari, anche per produrre 46 chilowatt di energia solare per la scuola secondaria di Motufoua a Vaitupu, un progetto in via di realizzazione e che ha il sostegno del governo italiano. ''Ringraziamo coloro che stanno aiutando Tuvalu a ridurre la sua impronta ecologica - ha dichiarato il ministro per le public utilities and Industries, Kausea - cosi' si rafforzera' la nostra voce nei prossimi negoziati internazionali. E noi attendiamo con ansia il giorno in cui il nostro Paese offrira' un esempio per tutti: alimentato interamente da risorse naturali come il sole e il vento''.

martedì 22 settembre 2009

Clima: per Obama Rischio catastrofe irreversibile, per la Cina Riduzioni Co2 entro il 2020 ...


Una dura bacchettata alla comunità internazionale: per il clima si sta facendo ancora troppo poco. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban ki-Moon, ha aperto il vertice sul clima al Palazzo di Vetro lanciando un duro rimprovero ai Paesi presenti per la "lentezza glaciale" dei negoziati in un nuovo trattato internazionale che sostituisca il protocollo di Kyoto. E il presidente americano, Barack Obama, avverte: "La minaccia è grave e urgente". Intanto il presidente cinese Hu Jintao ha detto oggi a New York al vertice Onu sul clima che la Cina intende ridurre le emissioni di anidride carbonica per ogni unità di prodotto nazionale lordo di un "margine notevole" entro il 2020.

Le accuse dell'Onu Parlando dal podio dell’Assemblea Ban Ki-moon ha detto che "abbiamo meno di dieci anni per evitare gli scenari peggiori" causati dal surriscaldamento del pianeta. Il segretario generale, recentemente in missione al Polo Nord, ha anche avvertito che "sull’Artico i ghiacci potrebbero sparire entro il 2030 e le conseguenze sarebbero sentite dai popoli di ogni continente". Il cambiamento climatico, ha continuato Ban, colpisce soprattutto i Paesi meno sviluppati, e in particolare l’Africa, dove "il cambiamento climatico minaccia di cancellare anni di sviluppo destabilizzando stati e rovesciando governi". Ban ki-Moon ha lanciato un appello ai Paesi industrializzati, invitandoli "a fare il primo passo", perché "se lo farete - ha continuato il segretario generale - altri adotteranno misure audaci". Per il capo del Palazzo di Vetro, il nuovo trattato deve includere "obiettivi per la riduzione di emissioni entro il 2020" e "supporto finanziario e tecnologico" ai Paesi in via di sviluppo, cioè quelli che "hanno contribuito di meno a questa crisi ma hanno sofferto di più, e per primi".

La conferenza di Copenaghen Il segretario generale delle Nazioni Unit teme "un fallimento alla conferenza sul clima di Copenaghen, il prossimo dicembre". E avverte: "Sarebbe moralmente ingiustificabile". Il numero uno del Palazzo di Vetro ricorda che, da qui alla conferenza, "i giorni effettivi per i negoziati sono soltanto quindici". Un flop sul clima, aggiunge Ban ki-Moon, sarebbe "moralmente ingiustificabile, economicamente miope e politicamente avventato". Non solo. "Non possiamo seguire questa strada" e perdere "un’occasione migliore di questa", avverte il diplomatico sudcoreano appellandosi ai Paesi presenti al summit.

I timori di Obama "Il tempo rimasto per correre ai ripari sta per scadere", mette da subito in guardia il presidente americano. "La sicurezza e la stabilità di tutte le nazioni e di tutti i popoli, la nostra prosperità, la nostra salute e la nostra sicurezza - spiega Obama - sono a rischio a causa della minaccia climatica". Questo nonostante gli Stati Uniti abbiano "fatto più negli ultimi otto mesi per promuovere la energia pulita e ridurre l’inquinamento da anidride carbonica che in qualsiasi altro periodo della nostra storia". "La maniera in cui la nostra generazione risponderà alla minaccia dei cambiamenti climatici - continua il presidente Usa - sarà giudicata dalla storia: se non agiremo con forza, in maniera rapida e tutti insieme rischiamo di consegnare alle generazioni future una catastrofe irreversibile". È una minaccia che non risparmia nessun Paese "grande o piccolo, ricco o povero". L’innalzamento del livello dei mari minaccia tutte le coste e "il tempo a disposizione per fermare la marea che avanza sta finendo". Obama fa mea culpa per la mancata risposta del suo Paese al nodo del clima. Cita John Fitzgerald Kennedy, "i nostri problemi sono una conseguenza delle attività dell’uomo, dunque devono essere risolti dall’uomo" e ammette che "per troppi anni, gli uomini hanno fatto poco o hanno addirittura ignorato l’immensità della minaccia". "Anche gli Stati Uniti - ammette Obama - ma questo è un nuovo giorno, questa è una nuova era e posso dire con orgoglio che gli Stati Uniti hanno fatto di più per l’energia pulita e per ridurre le emissioni inquinanti in atmosfera negli ultimi otto mesi che in qualsiasi altro periodo della storia".

Emissioni a livello più basso da 40 anni A causa, o grazie alla crisi, le emissioni inquinanti hanno raggiunto i livelli più bassi da 40 anni a questa parte: lo sostiene uno studio dell’agenzia internazionale dell’Energia (Iea) che verrà pubblicato a novembre. La ragione è semplice da capire: con la recessione globale l’attività economica ha rallentato e gli scambi economici sono diminuiti. Quindi meno emissioni inquinanti nell’atmosfera e un rallentamento dell’effetto serra. Non solo: anche le misure decise dai governi hanno avuto qualche effetto, nonostante lo stallo nei negoziati per giungere ad un nuovo trattato internazionale. Secondo l’Iea, le emissioni dovrebbero diminuire del 2,6% quest’anno. Molto significativi i risultati negli Stati Uniti, dove la recessione è stata particolarmente forte: le emissioni che provocano l’effetto serra sono calate circa del 3,8% nel 2008 rispetto al 2007.

giovedì 10 settembre 2009

innalzamento del mare: ALLE MALDIVE TASSA AI TURISTI DI 3 DOLLARI AL GIORNO PER finanziare il piano ecologico contro l'innalzamento del mare


Male - Una "tassa verde" per i turisti, da tre dollari al giorno, per far fronte alla crisi economica e finanziare il piano "ecologico" contro l'innalzamento del livello del mare. Il presidente, Mohammed Nasheed, che ha promesso in marzo di far diventare l’arcipelago il primo Paese al mondo ad emissioni 0, ha accolto con soddisfazione la legge che sarà approvata dal Parlamento. Ora il governo stima di incassare così 6,3 miliardi di dollari l’anno dai circa 700mila turisti che passano le vacanze alle Maldive.

La tassa "verde" Una tassa "verde" per salvare le Maldive dal rischio scomparsa con l’innalzamento del livello del mare dovuto al riscaldamento globale. L’idea è quella di far pagare ai turisti un contributo di tre euro al giorno oltre al prezzo della vacanza per salvaguardare l’ecosistema: il governo promette che se il Parlamento approverà la proposta i soldi saranno investiti nel piano ecologico già proposto dal presidente. L’incasso previsto è di oltre sei milioni di euro l’anno, considerando che da gennaio a dicembre nei 1.192 isolotti dell’arcipelago ci sono circa 700mila turisti che si fermano almeno tre giorni.

Il piano "ecologico" Il piano "ecologico" del presidente, eletto lo scorso autunno, prevede oltre 150 turbine a vento, mezzo chilometro quadrato di pannelli solari sui tetti e un’innovativa centrale alimentata da gusci di noci di cocco: obiettivo rendere le Maldive primo Paese al mondo a impatto zero. A realizzare il progetto saranno i ricercatori dell’Università Bicocca di Milano: le Maldive hanno messo a loro disposizione un isolotto dove costruire un centro di ricerca e formazione.

martedì 8 settembre 2009

INNALZAMENTO DEL MARE: MALDIVE NON SARANNO A SUMMIT COPENHAGEN, ''NON ABBIAMO SOLDI''

Le Maldive non parteciperanno al summit sul clima in programma a Copenhagen il prossimo dicembre. ''Non abbiamo i soldi'', ha detto ai giornalisti Mohammed Nasheed, presidente dell'arcipelago che e' una delle zone piu' a rischio per l'innalzamento del livello del mare.

Il presidente, il primo democraticamente eletto nel paese dell'Oceano Indiano, ha detto che l'economia e' in serio periolo, con un deficit di budget che ha raggiunto il 34% del prodotto interno lordo.

Per le Maldive il futuro e' incerto sotto tutti i punti di vista: basterebbe infatti l'innalzamento di un metro delle acque dell'Oceano per sommergere l'80% dei 300 chilometri quadrati di territorio diviso in centinaia di isole.

domenica 14 giugno 2009

RISCALDAMENTO GLOBALE:aumenta livelli dei mari


Lo scioglimento dei ghiacciai in Groenlandia avrebbe portato, dal 1995, ad un aumento di 0,7 millimetri l'anno del livello del mare. Lo dimostra uno studio condotto da un gruppo di ricercatori americani e danesi. Lo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia potrebbe essere stato responsabile del 25% dell'innalzamento globale del livello del mare.Il fenomeno, con una media di tre millimetri l'anno, 'viaggerebbe' ad una velocita' piu' che doppia rispetto alla media del ventesimo secolo.

Milioni di persone in tutto il mondo saranno costrette ad abbandonare le proprie case nelle prossime decadi a causa dell'innalzamento dei mari e della siccita' provocati dal cambiamento climatico. E' quanto emerge da uno studio presentato oggi alla conferenza mondiale sul clima in corso a Bonn. Il rapporto, realizzato dall'Universita' delle Nazioni Unite, dall'organizzazione umanitaria Care International e dall' Universita' di Columbia (New York), spiega che e' troppo presto per fare previsioni esatte, ma cita una stima dell' Organizzazione internazionale per la migrazione, secondo cui questi fenomeni potrebbero spingere 200 milioni di persone a lasciare le proprie terre entro il 2050. ''La migrazione e gli spostamenti indotti da fenomeni ambientali hanno il potenziale di diventare fenomeni senza precedenti, sia in termini di estensione, sia di entita''', sottolinea lo studio, dal titolo 'In cerca di riparo: una mappa degli effetti del cambiamento climatico sulla migrazione e gli spostamenti umani'. ''Nelle prossime decadi - proseguono gli esperti -, i cambiamenti climatici indurranno o costringeranno milioni di persone a lasciare le proprie case alla ricerca di sicurezza e di una vita sostenibile''. Il rapporto sottolinea quindi che servono fondi per aiutare queste popolazioni a fuggire dalle zone piu' a rischio. Fra queste, lo studio cita gli stati-isole come le Maldive e Tuvalu, le regioni secche come la zona sud-sahariana del Sahel e il Messico, oltre ai paesi dei delta fluviali come il Bangladesh, il Vietnam e l'Egitto. ''Nelle aree densamente popolate dei delta del Gange, del Mekong e del Nilo, un innalzamento dei mari di un metro potrebbe interessare 23,5 milioni di persone e ridurre la superficie dei terreni oggi destinata all'agricoltura di almeno 1,5 milioni di ettari'', spiega il rapporto. Secondo gli scienziati, entro questo secolo, i livelli dei mari potrebbero crescere di almeno un metro. Il mondo, conclude lo studio, deve investire per preparare le comunita' ed i paesi piu' poveri ai cambiamenti climatici. Fondi, questi, che ''devono essere in aggiunta agli impegni esistenti''.

lunedì 8 giugno 2009

Maldive: Un muro intorno alle isole delle Maldive per attenuare mareggiate e innalzamento del livello del mare.


Un muro intorno alle isole delle Maldive per attenuare mareggiate e innalzamento del livello del mare. È una delle ipotesi prese in considerazione dal ministro dell'Ambiente maldiviano, Abdulla Shahid, in un'intervista rilasciata domenica 7 giugno a Vienna. L'operazione avrebbe un costo tra i 25 e i 30 miliardi di dollari.

Le Maldive sono una delle nazioni più minacciato dal riscaldamento globale e dall'aumento del livello del mare. «L'erosione della spiaggia è il problema numero 1 per il nostro paese - spiega Shadid – che al massimo si trova tre metri sopra il livello del mare. A causa dell'erosione delle spiagge la popolazione di due delle 200 isole abitate sono state trasferire. Negli ultimi due weekend un isola ha perso 366 metri di lunghezza e la sua spiaggia ha perso sei metri di profondità.

Il governo ha già istituito un fondo sovrano nel caso in cui abbia bisogno di acquistare terreni all'estero per il reinsediamento dei suoi civili, ha detto il presidente maldiviano Mohamed Nasheed lo scorso 7 aprile. Le Nazioni Unite in settimana decideranno le modalità per aiutare le nazioni più povere ad avere accesso via satellite alle immagini che potranno aiutare i loro piani contro i disastri ambientali e il cambiamento climatico. Foto che normalmente costano 4mila dollari ciascuna, potranno essere ottenute gratis attraverso le Nazioni Unite.

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riscaldamento globale:Maldive pronte al trasloco

lunedì 10 novembre 2008

riscaldamento globale:Maldive pronte al trasloco


L'allarme c'è, ed è verissimo: il riscaldamento globale, con conseguente innalzamento del livello dei mari, rischia di far sparire un gran numero di arcipelaghi e isole.
Insomma, anche un paradiso come le Maldive, un metro e mezzo in media sopra il livello del mare, rischia grosso.

Da quelle parti del resto ne sono perfettamente consapevoli, al punto che il nuovo presidente Mohamed Nasheed ha rivelato in un'intervista al Guardian che il suo Paese è seriamente intenzionato a creare un fondo per potersi comprare una nuova patria nel caso in cui l'oceano Indiano dovesse per davvero sommergere l'arcipelago.

"Non vogliamo lasciare le Maldive - ha detto il neo-presidente Nasheed - ma non vogliamo nemmeno diventare profughi e vivere per decenni nelle tende". Quindi, via alla raccolta di fondi per comprarsi una nuova patria. Dove non si sa ancora, ma l'importante è che da qualche parte esistano ancora le Maldive.

GIA' NEL 2005...
Entro il prossimo secolo, se il livello del mare continuerà a salire a causa del riscaldamento globale, le isole Maldive verranno sommerse dall'acqua

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista "Global and Planetary Change", entro il prossimo secolo le Maldive - una catena di oltre mille piccole isole che si estende dalla punta meridionale dell'India fino all'equatore - potrebbero scomparire sott'acqua. La scoperta riaccende il dibattito sugli effetti dei cambiamenti globali del livello del mare. Nel 2001 l'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) aveva ipotizzato una crescita dei livelli del mare fra i 9 e gli 85 centimetri entro il 2100. La previsione si basava su modellizzazioni al computer di studi già pubblicati sugli effetti del riscaldamento degli oceani del pianeta. In uno scenario simile, isolette come le Maldive (la maggior parte delle quali si innalza per non più di un metro sul livello del mare) sarebbero destinate a scomparire. Ma non tutti condividono queste previsioni. Il geologo Nils-Axel Mörner dell'Università di Stoccolma, in Svezia, è convinto che i modelli dell'IPCC siano errati. In uno studio pubblicato l'anno scorso, Mörner sosteneva addirittura che l'aumento dell'evaporazione dell'Oceano Indiano causato dal riscaldamento globale avrebbe fatto calare il livello del mare di 30 centimetri negli ultimi decenni. Ora l'oceanografo Philip Woodworth del Proudman Oceanographic Laboratory, in Gran Bretagna, contesta le teorie di Mörner sostenendo che un calo del livello del mare è implausibile dal punto di vista meteorologico e oceanografico. Woodworth ha esaminato una serie di dati storici climatici e oceanografici sulle Maldive e le zone circostanti: ha studiato le temperature dell'aria e della superficie del mare, la velocità dei venti, le precipitazioni e i movimenti tellurici, senza trovare alcuna prova a sostegno delle affermazioni di Mörner e concludendo dunque che la previsione dell'IPCC resta lo scenario più probabile per il futuro delle Maldive.

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