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martedì 26 novembre 2019

gas serra: nessun segnale di abbassamento dei livelli

Nonostante gli accordi di Parigi, non c'è nessun segnale di abbassamento dei livelli. Il Wmo: nel 2018 la CO2 ha toccato le 407,8 ppm.
Nuovo  record dei livelli di gas serra. “Impatti sempre più gravi sui cambiamenti climatici” Nuovo record dei livelli di gas serra. “Impatti sempre più gravi sui cambiamenti climatici” È quanto si legge nel bollettino dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) pubblicato oggi. Inoltre "non vi è alcun segno di rallentamento, per non parlare di un calo", afferma il segretario generale dell’Omm, Petteri Taalas di F. Q. | 25 NOVEMBRE 2019 Altro nuovo record dei livelli di gas serra. È quanto si legge nel bollettino dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) pubblicato oggi. Questa tendenza a lungo termine, dicono gli esperti, si traduce in “impatti sempre più gravi dei cambiamenti climatici, con temperature in aumento, condizioni meteo più estreme, stress idrico, innalzamento del livello del mare e perturbazione degli ecosistemi marini e terrestri”. Inoltre “non vi è alcun segno di rallentamento, per non parlare di un calo”, afferma il segretario generale dell’Omm, Petteri Taalas. L’Omm aveva lanciato l’ennesimo allarme due mesi fa in occasione del Summit Onu a New York sul clima: un bollettino di guerra. Il riscaldamento climatico accelera e con esso gli effetti devastanti che trascina dietro di sé: nuovi record di temperatura in molti Paesi accompagnati da incendi senza precedenti, innalzamento del livello del mare, perdita di ghiacci, eventi estremi. Tanto che il quinquennio ancora in corso, 2015-2019 (dati fino a luglio scorso), si candida al lustro più caldo mai registrato con +0,2 gradi rispetto al 2011-2015, mentre la temperatura media globale è aumentata di 1,1 gradi dal periodo preindustriale. Senza contare la crescita dei gas serra con un tasso del più 20 per cento per la Co2 rispetto ai cinque anni precedenti.

A preoccupare gli esperti è anche la concentrazione di metano (CH4), il secondo gas serra di lunga durata più presente e il ossido di diazoto (N2O), le cui emissioni risultano aumentate al di sopra della media annuale. I picchi di concentrazione sono da ricollegare all'attività umana per il 60% delle emissioni di metano (allevamenti, coltivazione di riso, sfruttamento di combustibili fossili, discariche, ecc.) e il 40% del diossido di diazoto (fertilizzanti, processi industriali, ecc.). Entrambi i gas svolgono anche un ruolo nell'assottigliamento dello strato di ozono della stratosfera che ci protegge dai danni dei raggi UVA emessi dal sole.

giovedì 14 novembre 2019

Phocine distemper virus: Lo scioglimento dei ghiacci sta diffondendo un virus che uccide i mammiferi marini

I ricercatori della Facoltà di medicina veterinaria dell’Università della California a Davis (Stati Uniti) hanno collegato la riduzione del ghiaccio artico con la diffusione di un virus mortale che minaccia i mammiferi marini nel Nord Pacifico.

Gli scienziati hanno analizzato gli effetti del virus del cimurro di Foquillo (PVD), responsabile della morte di migliaia di foche avvistate nell’Atlantico tra il 1988 e il 2002 e il loro collegamento con un altro focolaio di lontre nell’Alaska settentrionale nel 2004.


Il killer si chiama "Phocine distemper virus" (PDV) e ha colpito diversi mammiferi marini per decenni, uccidendo migliaia di foche europee del Nord Atlantico nel 2002. Due anni dopo, si è scoperto che le lontre marine settentrionali dell'Alaska (Enhydra lutris kenyoni) avevano contratto il virus. All'inizio i ricercatori non riuscivano a spiegarsi come fosse stato possibile la diffusione di questo virus tra queste specie, poiché fra di loro non ci poteva essere alcun contatto, a causa del ghiaccio artico che le divideva. Ora però un gruppo di ricerca della UC Davis School of Veterinary Medicine ha scoperto che le foche infette hanno viaggiato dall'Europa passando lungo la Russia settentrionale e la California settentrionale, grazie a una serie di passaggi aperti dai bassi livelli di ghiaccio marino. Questo cambiamento "storico" del ghiaccio marino potrebbe aver permesso alle foche artiche e subartiche di incontrarsi, cosa che non era mai stato possibile prima. Secondo i ricercatori, stando a quanto riportato nello studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports, questa sarebbe la causa più probabile della diffusione del PDV nell'Oceano Pacifico del Nord. "La perdita di ghiaccio marino sta portando la fauna marina a cercare nuovi habitat e la rimozione delle barriere fisiche sta consentendo loro di attraversare nuovi percorsi per spostarsi", spiega Tracey Goldstein, autrice principale dello studio. "Mentre gli animali si muovono e entrano in contatto con altre specie, offrono l'opportunita' di introdurre e trasmettere nuove malattie infettive, con effetti potenzialmente devastanti".



giovedì 4 aprile 2013

CAMBIAMENTI CLIMATICI: L’emisfero Nord sta diventando più caldo di quello Sud


La pioggia tropicale tende a spostarsi verso settentrione


I cambiamenti climatici stanno facendo sì che l’emisfero settentrionale del pianeta stia diventando più caldo di quello meridionale e questo potrebbe alterare significativamente il regime delle precipitazioni tropicali. 

Uno studio della University of California di Berkeley sostiene infatti che questi cambiamenti potrebbero cambiare le precipitazioni stagionali in aree come l’Amazzonia, l’Africa Sub-Sahariana o l’Asia orientale, lasciando alcune aree in condizioni più umide e altre in condizioni più secche rispetto a come sono attualmente. 

«Una scoperta fondamentale è che esiste una tendenza della pioggia tropicale a spostarsi verso Nord, il che potrebbe implicare l’intensificarsi dei sistemi meteorologici monsonici in Asia o variazioni della stagione umida da Sud a Nord in Africa e Sud America», ha spiegato Andrew R. Friedman, che ha condotto lo studio accettato per la pubblicazione dal Journal of Climate, una rivista della American Meteorological Society.

FONTE:http://www.lastampa.it/2013/04/04/scienza/ambiente/l-emisfero-nord-sta-diventando-piu-caldo-di-quello-sud-PiGTuV1eOf51YNznYvfSYM/pagina.html

cambiamenti climatici : Al Polo Sud: nel mare si forma più ghiaccio perché fa più caldo

L'acqua dolce e fredda che arriva dai ghiacci sciolti in Antartide forma uno strato superficiale nei mari


E' uno studio apparso il 1° aprile sulla rivista specializzata Nature Geoscience e riscontrato da un gruppo internazionale di scienziati nell’arco di analisi durate alcune anni. Nei mari che circondano l’Antartide in inverno si forma più ghiaccio galleggiante proprio a causa del riscaldamento globale. Sembra un paradosso, ma le conclusioni alle quale sono giunti gli studiosi spiegano una serie di fenomeni che già altri esperti climatici avevano riscontrato e predetto (nell’emisfero boreale): l’aumento delle temperature porterà in alcune zone più freddo.

FENOMENI OPPOSTI - Il fenomeno evidenziato nel ghiaccio marino al Polo Sud è l’opposto di quanto visto al Polo Nord: nell’Artico il ghiaccio si sta ritirando a elevata velocità e quello che rimane si sta assottigliando, tanto che alcuni scienziati hanno previsto che nel 2020 l’Artico sarà completamente libero dal pack in estate. In Antartide, invece, il ghiaccio marino aumenta, in particolare in inverno. Qual è la causa?

PARADOSSO - Secondo Richard Bintanja, climatologo del Reale istituto meteorologico olandese di Utrecht, che insieme ad altri colleghi ha preso parte alla ricerca, il paradosso si spiega con il fatto che lo scioglimento di 250 miliardi di tonnellate all’anno di ghiaccio dalla massa continentale antartica, riversa nei mari un’enorme quantità di acqua dolce che forma uno strato di acqua fredda sulla superficie oceanica, il quale protegge il ghiaccio marino dall'acqua più profonda e leggermente più calda. Gli autori dello studio hanno analizzato i dati di temperatura e salinità registrati dai satelliti e dalle boe oceaniche nel periodo 1985-2010.

DUBBI - Altri scienziati affermano che possono esserci diverse spiegazioni per l'aumento del ghiaccio marino in Antartide. Secondo Paul Holland, oceanografo del British Antarctic Survey di Cambridge, «lo scioglimento di enormi masse di ghiaccio continentale è un fatto, ma non è detto che questo influisca in modo significativo nell'incremento del pack». Holland lo scorso anno ha pubblicato un articolo in cui afferma che l'incremento del ghiaccio marino nel mare di Waddell è dovuto a una diversa distribuzione dei venti circumantartici, basandosi sui dati raccolti dai satelliti sui movimenti dei ghiaccio tra il 1992 e il 2010. In altre aree, come nel mare del Re Håkon, l'aumento del ghiaccio marino è dovuto alla combinazione degli effetti della temperature e del vento. Bintanja replica che gli effetti del vento sono importanti a livello locale, ma a livello continentale sono più decisive le quantità di acqua dolce derivate dallo scioglimento dei ghiacciai.

lunedì 11 marzo 2013

CAMBIAMENTI CLIMATICI: Fenomeni estremi clima causati da riscaldamento Artico

A provocare gli eventi climatici estremi come le siccita' e le inondazioni che hanno colpito negli ultimi anni Usa e Russia e' lo stop delle ''onde giganti'' d'aria che oscillano dal polo ai tropici, causato dal riscaldamento dell'Artico. Lo ha scoperto uno studio del Potsdam Institute for Climate Impact Research pubblicato sulla rivista Pnas.

Queste onde d'aria, spiegano gli esperti, quando vanno dai tropici al polo estraggono calore, mentre nel percorso inverso portano via e 'redistribuiscono' aria fredda dall'Artico: ''Quello che abbiamo notato - spiegano gli autori - e' che in occasione dei recenti fenomeni estremi le onde si sono fermate per settimane, quindi invece di portare aria fresca dove prima c'era aria calda hanno fatto in modo che rimanesse l'alta temperatura''.

La causa trovata dalle equazioni sviluppate nello studio per descrivere il moto dell'aria e' il riscaldamento dell'Artico, molto piu' veloce rispetto a quello del resto del pianeta: ''Questo - spiegano - riduce le differenze di temperatura tra il polo e le altre zone, che sono la principale forza che spinge il moto di queste 'onde'''.

Riscaldamento globale:Artico sarà navigabile entro il 2060

Nuovo studio degli scienziati anche hanno riesaminato 30 anni dati satellitari: i cambiamenti climatici repentini stanno cambiando il volto al Grande Nord. E così, con inverni più brevi e meno rigidi, Siberia e Canada diventano sempre più verdi


Entro il 2060 i ghiacci artici potrebbero diventare un ricordo e l'oceano Artico potrebbe essere completamente navigabile. E' questo lo scenario che indicano per i prossimi 50 anni le previsioni della ricerca condotta ell'Università della California a Los Angeles e pubblicata sulla rivista dell'Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, Pnas.

''Lo scioglimento dei ghiacci artici rappresenta forse il fenomeno più macroscopico di quello che sono i cambiamenti climatici in atto'', commenta il glaciologo Massimo Frezzotti, responsabile dell'unità per la ricerca in Antartide dell'Enea. ''Basti pensare - aggiunge - che fino agli anni '80 l'estensione dei ghiacci era di circa 8 milioni di chilometri quadrati, mentre oggi è praticamente dimezzata e si tratta di un fenomeno che accelera".

Entro circa mezzo secolo, quindi l'oceano Artico potrà essere facilmente solcato dalle navi tradizionali. "In realtà - prosegue Frezzotti - lo scioglimento sta avvenendo più rapidamente di quanto previsto finora. Solo 10 anni fa nessuno avrebbe mai pensato a una riduzione così drastica: neanche i modelli più pessimisti lo prevedevano".

Come osservano i ricercatori californiani, questa 'rivoluzione' geografica avrà conseguenze difficilmente valutabili non solo in ambito climatico ma anche politico, perché modifica gli equilibri tra le nazioni che circondano l'Artico: "aumentano le possibilità di sfruttamento delle aree polari'', rilevano, e gli effetti immediati si avranno, ad esempio, nella pesca o nella ricerca degli idrocarburi, ora più facilmente accessibili. Mancano però - aggiungono - strumenti governativi per regolare queste situazioni nuove".

Per secoli un gran numero di esploratori e avventurieri si sono dedicati alla ricerca di possibili vie di passaggio navigabili attorno al Circolo Polare Artico che permettessero alle navi di collegare i porti di oceano Atlantico e Pacifico. Le 'strade' teorizzate erano due, i cosiddetti passaggi a Nord-Ovest e a Nord-Est, ma tutte impraticabilia causa dei ghiacci. I cambiamenti climatici stanno ora sconvolgendo l'ambiente artico e nel giro di pochi decenni renderanno navigabile buona parte di questi mari, tanto da far supporre la possibilità di attraversare completamente la banchina ghiacciata, ormai sempre più sottile.


IL CLIMATOLOGI lo annunciavano da anni, ora è un fatto: il grande Nord, regno della volpe artica e del permafrost, si inverdisce. Le condizioni climatiche boreali, quelle che danno origine all'ecosistema dominato dalle grandi foreste di conifere, è già risalita di 4-5 gradi di latitudine verso nord di fatto rimpiazzando la tundra artica. La variabilità stagionale delle temperature e del periodo vegetativo si adattano al cambiamento climatico, in particolare ad inverni più brevi e meno rigidi. Lo dimostra un team internazionale di ben 21 scienziati appartenenti a 17 organismi di ricerca in sette paesi (Stati Uniti, Norvegia, Finlandia, Cina, Russia, Svezia, Francia) in uno studio pubblicato su Nature Climate Change.

Meno bianco, più verde. L'impatto fondamentale che abbiamo osservato sull'ambiente è un netto aumento nella produttività vegetale delle aree circumpolari", spiega Bruce Forbes, dell'Arctic Center della Università della Lapponia, in Finlandia. Per arrivare a questa conclusione gli studiosi hanno riesaminato i dati climatici e vegetativi raccolti in 30 anni di misurazioni satellitari.  L'ecosistema boreale, in sintesi, sta risalendo verso l'apice dell'emisfero settentrionale di quasi 7 gradi di latitudine, una migrazione che è pari a quasi 800 chilometri. Si tratta insomma di circa 9 milioni di chilometri quadrati di territorio, quasi quanto la superficie degli Stati Uniti, che cambiano aspetto.  Secondo Compton Tucker, della NASA, in questo breve periodo di tempo il riscaldamento del terreno dovuto alla minore copertura nevosa invernale ha permesso una attività vegetativa più lunga e vigorosa, ed ora „più di un terzo delle regioni sub-polari mostrano una vegetazione dai caratteri più meridionali".

Un futuro ancora più verde. Il team di scienziati precisa però che non tutti cambiamenti ambientali avvengono simultaneamente, ed in particolare la vegetazione non si modifica di pari passo con il clima. Per il momento, infatti, le foreste boreali di conifere sono ancora dove erano trent'anni fa. Gli alberi non hanno fretta, almeno non come prevedevano i modelli dell'IPCC, concludono gli esperti. "Un cambiamento nella tundra però c'è già e lo stiamo osservando - spiega ancora Forbes - gli arbusti sono più robusti, più alti". Un particolare, questo, che ai nomadi della tundra Siberiana non era passato inosservato. "I Nenets sostengono che molte piante ed arbusti stanno crescendo di altezza già da 30-40 anni", dice Forbes. "Per i nomadi questo è un problema. Per evitare di perdere di vista il branco durante le lunghe migrazioni nella tundra siberiana devono di aggirare con le loro renne le zone in cui c'è la presenza di arbusti troppo alti, robusti, e densi".

Entro la fine del secolo, comunque, è probabile (e il condizionale è d'obbligo in uno sguardo proiettato di tante decadi verso il futuro) una risalita verso nord delle condizioni climatiche, e vegetazionali, di 20 gradi di latitudine rispetto alle condizioni di trent'anni fa. Una informazione importante ma sulla quale gli scienziati stessi chiedono prudenza: "Non sappiamo quali eventi, naturali o indotti dall'uomo, interverranno sul cambiamento climatico nei prossimi decenni, e quindi le proiezioni a lungo terimine devono essere interpretate con cautela". Un secolo è lungo, ma molti scienziati sostengono che siamo ad un passo dal punto di non ritorno, quello in cui anche una massiccia azione per frenare il cambiamento climatico sarebbe vana. Questo scenario vale una intensificazione degli studi e del monitoraggio del sistema Terra.

riscaldamento globale :2013? C'è già chi ipotizza che sarà l'anno più caldo di sempre

A sostenerlo è l'autorevole Meteorological Office britannico (Met Office), che prevede un ulteriore rialzo della temperatura media del Pianeta di mezzo grado Celsius, il ché piazzerebbe il nuovo anno al primo posto tra i più caldi degli ultimi 160 anni.

C'è chi invece fornisce proiezioni ancor più catastrofiche, come gli esperti della Banca mondiale i quali ritengono che alla fine del prossimo secolo la temperatura media avrà registrato un aumento di quattro gradi centigradi, causando conseguenze planetarie irreparabili.

Altri autorevoli studiosi climatici, confermando il riscaldamento del Pianeta, sostengono invece che non tutto è perduto. La prima cosa da fare è ristabilire un programma efficace a sostituzione del Protocollo di Kyoto. Altro aspetto fondamentale sarebbe lo sviluppo della cosiddetta "energia verde" e fermare il barbaro taglio delle foreste barbaro che coinvolge diverse zone del mondo.

lunedì 7 gennaio 2013

Riscaldamento globale: I mari si alzeranno di un metro nel 2100

L'innalzamento causato dallo scioglimento dei ghiacci di Groenlandia e Antartide potrebbe essere superiore al previsto


L'innalzamento dei mari causato dallo scioglimento dei ghiacci di Groenlandia e Antartide potrebbe essere molto superiore a quello previsto dalle proiezioni dell'Ipcc, il panel di scienziati promosso dall'Onu che sta studiando i cambiamenti climatici. Lo afferma uno studio pubblicato dalla rivista Nature Climate Change, secondo cui c'è la possibilità che si superi il metro di aumento del livello degli oceani.

PREVISIONI - Per stimare le possibili variazioni da qui alla fine del secolo Jonathan Bamber e Willy Aspinall, dell'Università di Bristol, hanno «pesato» le previsioni di 26 scienziati, raccolte con un questionario. Questo metodo, chiamato «expert elicitation», è usato in diversi campi, dalla previsione delle eruzioni dei vulcani a quella della diffusione delle malattie. Secondo le previsioni raccolte, a cui sono stati applicati modelli matematici, l'innalzamento medio dovuto alle due aree nel 2100 è stato stimato in 29 centimetri, con una probabilità del 5% che invece superi gli 84 cm. Ma se si uniscono questi valori con altre fonti di innalzamento del livello del mare, sottolineano gli autori, c'è un rischio plausibile che l'aumento superi il metro.

CONSEGUENZE - E questo, sottolineano i ricercatori, avrebbe profonde conseguenze per l'ecosistema del pianeta e per il genere umano. L'ultimo rapporto dell'Ipcc, ricorda lo studio, ha previsto sei scenari per il livello dei mari nel 2100 in cui l'innalzamento varia da 18 a un massimo di 59 centimetri: «Proprio il contributo dello scioglimento dei ghiacci, però, è quello per cui gli stessi scienziati hanno ammesso la maggiore incertezza. Mentre il metodo usato da noi può essere di grande aiuto nella stima del limite superiore, soprattutto fino a quando non ci saranno dati più certi».

fonte:http://www.corriere.it/ambiente/13_gennaio_07/mari-rialzo-secolo_48776b6c-58a9-11e2-b652-002bcc05a702.shtml

lunedì 19 novembre 2012

CLIMA : Innalzamento del mare, andrà peggio "Le stime dell'IPCC sono ottimistiche"

l livello continuerà ad alzarsi per almeno due secoli. Alcuni scienziati italiani pubblicano il loro studio (incremento minimo entro il secolo dfino a 95 centimetri) e avvertono: ne risentirà tutto il Mediterraneo, bisogna subito ridurre le emissioni di gas-serra e prepararsi.


VENTI centimetri guadagnati nel ventesimo secolo. Ed altri 20, ma in alcune parti del globo anche 60, saranno i centimetri di innalzamento del livello marino terrestre con cui le prossime generazioni faranno i conti entro la fine di questo secolo secondo l'ultimo rapporto dell'IPCC, il gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico. Ma secondo le ultime previsioni di alcuni scienziati italiani, queste cifre sono ottimiste. Loro stimano infatti un incremento minimo compreso tra 80 e 95 centimetri e, ripetono, all'origine di tutto ci sono le attività umane. L'unica opzione ora è una grossa frenata prima dell'impatto, ovvero rallentare il processo e non farsi cogliere impreparati.Lo studio. In uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Global and Planetary Change, Antonio Zecca e Luca Chiari della Università di Trento, presentano un quadro ancora più preoccupante di quello proposto dall'IPCC: malgrado la riduzione dei combustibili fossili (dovuto sia ad un esaurimento naturale che ad un miglioramento della efficienza energetica) il livello del mare salirà di almeno 80-95 centimetri entro la fine del secolo e continuerà a farlo per almeno duecento anni. Lo studio è un ulteriore monito a ridurre, e immediatamente, le emissioni di gas-serra, al fine di rallentare la risalita del livello marino e cominciare a prendere misure per adattarsi ad un nuovo paesaggio costiero.

I fisici dell'atmosfera trentini hanno ripreso i modelli climatici dell'IPCC ed hanno incluso nuovi dati sull'attesa, seppur di incerta entità, diminuizione di combustibili fossili. Lo scopo era vedere in che modo questa diminuizione potrà influenzare la risalita del livello marino. "È importante sottolineare che le nostre stime rappresentano i valori minimi, perché i nostri scenari di emissione non tengono conto dei combustibili fossili non convenzionali e di futuri sviluppi tecnologici che potrebbero migliorare le attuali tecniche di estrazione", chiarisce Luca Chiari. In poche parole: il livellio marino potrebbe salire ancora di più. I risultati dello studio mostrano, purtroppo, che il mare continuerà inesorabilmente a salire anche nel caso della riduzione più drastica delle reserve di combustibili fossili. Ma, secondo Zecca e Chiari, l'innalzamento del mare potrebbe essere se non altro "frenato" con un radicale taglio elle emissioni, e questo consentirebbe all'umanità di muovere qualche passo verso l'adattamento all'inevitabile.

Quali, allora, le aree a maggior rischio di finire sotto il pelo dell'acqua? I casi più noti sono i Paesi come il Bangladesh e le Maldive, o, negli Stati Uniti, la Florida. Più prossime all'Italia, Zecca indica a titolo d'esempio l'Egitto. Nel caso peggiore, cioè quello della risalita di ben un metro, la geografia del Delta del Nilo sarebbe completamente da ridisegnare. "Si tratta di una pianura fertile che dà da mangiare al 70% della popolazione egiziana, che sono 82 milioni oggi, e chissà quanti saranno nel 2100  -  spiega lo scienziato -  in altre parole almeno 55 milioni di egiziani dovrebbero andare a coltivare e vivere altrove."

Il Mediterraneo: una "lente di ingrandimento" del riscaldamento globale. Secondo gli studiosi è inutile sognare: il Mare Nostrum non è una eccezione: "L'innalzamento durante l'ultimo secolo è stato simile a quello medio globale", dice l'esperto trentino. Che precisa però: "Negli ultimi decenni l'incremento del livello del Mediterraneo è stato minore di quello globale". Infatti il nostro è un bacino chiuso e l'accentuato riscaldamento "causerebbe un incremento dell'evaporazione nel bacino, che a sua volta provocherebbe un leggero rallentamento della crescita del livello marino". Insomma, spiega l'esperto, difficile fare una previsione chiara sull'entità dell'innalzamento del Mediterraneo. Ma un aumento ci sarà ed i primi ad accorgersene saranno i comuni costieri delle aree pianeggianti a ridosso di Adriatico e Tirreno.

Zecca disegna allora una linea ideale: "La zona più vasta è naturalmente quella che va da Cesenatico, Cervia, Ravenna, quasi fino a Ferrara, e poi Rovigo, Piove di Sacco, Mestre, fino a Monfalcone". Un'area vastissima: "Sono almeno 1500 km quadrati di pianura agricola fertile". Ma attenzione, avverte Zecca: "I danni alla produzione agroalimentare si estenderebbero a una superficie maggiore perché l'acqua salata risalirebbe nei fiumi e nelle falde salinizzandole".

Se è vero che gli scienziati non possono prevedere il futuro e dirci con esattezza quali cambiamenti ambientali vivranno le diverse regioni del nostro Paese o d'Europa, ciò su cui la maggioranza concorda è sul fatto che il Mediterraneo in particolare è una sorta di "lente di ingrandimento" del riscaldamento globale. Dice Zecca: "Il Mediterraneo sarà una specie di "lente di ingrandimento" del riscaldamento globale: se nella media globale ci sarà un innalzamento di temperatura di 1 grado, per il Mediterraneo sarà forse il doppio".

Tagliare le emissioni. Adesso.  Molti i "se", questo è certo, ma meglio di così non siamo ancora in grado di fare, spiegano gli esperti. E comunque l'avvertimento c'è. Allora non c'è nulla da fare per prepararsi alla geografia del futuro? Gli scienziati su questo non sono d'accordo e lor ripetono da anni: "La prima misura in ordine di tempo e di importanza è tagliare le emissioni di gas-serra cioè ridurre l'impiego di combustibili fossili", dice Zecca. Efficienza energetica, questa la parola d'ordine. Proprio mentre state leggendo questo articolo, avverte Zecca, "la temperatura si sta alzando e il livello del mare anche. Continueranno a farlo per cento o duecento anni e non chiedono il permesso ai governi".


fonte: http://www.repubblica.it/ambiente/2012/11/18/news/livello_marino-46260903/?rss

domenica 22 gennaio 2012

RISCALDAMENTO GLOBALE: Il clima cambia e stravolge l'ecosistema marino, addio coralli entro la fine del secolo

Solo il 5% dei mari del pianeta avrà entro la fine del secolo le condizioni adatte per la crescita dei coralli, che ora esistono invece in metà degli oceani. Lo ha dedotto una simulazione dell'università delle Hawaii pubblicata dalla rivista "Nature climate change", sulla base dell'aumento dell'acidità dei mari causato dalla CO2 atmosferica prodotta dall'uomo, un terzo della quale si scioglie nell'acqua.

Per escludere la possibilità che la variazione nell'acidità che si vede negli ultimi anni sia naturale, lo studio ha simulato le condizioni a partire da 21mila anni fa fino al giorno d'oggi, basandosi sulla saturazione del minerale
aragonite: maggiore è la CO2 disciolta e minore è la saturazione, e valori inferiori a 3,5 su questa scala non consentono la crescita di coralli.
In alcune regioni del mondo, spiegano gli autori della ricerca, il cambiamento di acidità avvenuto dalla rivoluzione industriale è centinaia di volte maggiore rispetto a quello avvenuto tra l'ultima era glaciale e il periodo pre-industriale: «Quando la Terra ha iniziato a riscaldarsi, 17 mila anni fa - afferma Tobias Friedrich, che ha coordinato la ricerca – il livello di CO2 atmosferica è salito da 190 ppm a 280 in 6mila anni, e gli ecosistemi marini hanno avuto molto tempo per adattarsi. Per il balzo da 280 agli odierni 392 invece il tempo è di 100-200 anni, molto più breve».

Riferito alla saturazione dell'aragonite lo stesso balzo ha implicato che mentre prima il livello era intorno a 4,8 ora è 4,2, una variazione che ha già messo a rischio il 15% dei coralli nel mondo. Il livello di guardia, spiegano gli esperti, è 3,5, e di questo passo entro fine secolo sarà raggiunto dalla maggior parte degli oceani: «In questo momento il 50% dei mari ha una saturazione superiore, e quindi ha la possibilità di ospitare coralli - spiega l'esperto - ma entro il 2100 la percentuale scenderà al 5%. Fra i primi a farne le spese saranno proprio i coralli delle Hawaii».

FONTE: http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2012-01-22/clima-cambia-stravolge-ecosistema-193343.shtml?uuid=AaB8bJhE

lunedì 9 gennaio 2012

EFFETTO SERRA: La prossima era glaciale? Rinviata di migliaia di anni

Le emissioni di gas serra posticipano a data da destinarsi la fine della fase interglaciale nella quale stiamo vivendo


L'attuale fase di riscaldamento globale almeno un lato positivo ce l'ha. La prossima era glaciale, il cui inizio era stato indicato tra circa 1.500 anni, è rinviata di alcune migliaia di anni. La fase interglaciale in cui stiamo vivendo, iniziata circa 12 mila anni fa dopo che 6 mila anni prima i ghiacci avevano raggiunto la massima espansione, è infatti un'anomalia in un periodo complessivamente freddo che dura da circa 1,2 milioni di anni e che negli ultimi 500 mila anni ha già fatto registrare quattro lunghe glaciazioni.

GAS SERRA - Lo studio, pubblicato online l'8 gennaio sulla rivista Nature Geoscience, evidenzia che il rilascio di gas serra negli ultimi 150 anni dovuto ad attività umane contrasterà la tendenza al raffreddamento, sulla quale gli studiosi sono concordi analizzando le fluttuazioni astronomiche della Terra che porteranno a minore energia ricevuta dal Sole. Il contenuto attuale di anidride carbonica ha già raggiunto un livello mai toccato negli ultimi milioni di anni: ora è di 390 parti per milione (ppm) e cresce a un ritmo di oltre 2 ppm all'anno, mentre i carotaggi delle calotte polari hanno riscontrato che negli ultimi milioni di anni il contenuto di CO2 nell'atmosfera non aveva mai superato i 280 ppm.

ORBITA - L'orbita della Terra non è una circonferenza perfetta intorno al Sole, ma un'ellisse la cui eccentricità varia nel tempo (un ciclo ogni 22 mila anni). Anche l'inclinazione dell'asse di rotazione cambia (un ciclo ogni 41 mila anni) oltre al fenomeno chiamato precessione degli equinozi (un ciclo ogni 26 mila anni). La somma di questi dati (più altri minori ma che hanno una loro influenza ancora non del tutto compresa) determina un cambiamento nell'intensità del calore che raggiunge il pianeta e con influenze sui cicli glaciali e interglaciali.

FONTE:http://www.corriere.it/ambiente/12_gennaio_09/prossima-era-glaciale_b323775e-3acc-11e1-8a43-34573d1838c1.shtml

martedì 29 novembre 2011

EFFETTO SERRA: Il decennio più caldo dal 1850 "Rischio cambi irreversibili"

L'allarme per l'aumento delle temperature arriva dall'Organizzazione meteorologica dell'Onu durante la 17esima Conferenza sul clima a Durban. Nuovi picchi per la concentrazione di gas serra. Allo studio la creazione entro il 2020 di un fondo per il clima da 100 miliardi di dollari l'anno per aiutare i Paesi più poveri

Non c'era mai stato un decennio così caldo dal 1850. Il 2011 chiude un periodo che ha fatto registrare un aumento delle temperatura tale da fa temere agli scienziati per il futuro della Terra. L'allarme arriva dall'Organizzazione meteorologica dell'Onu (Wmo) che, alla 17esima Conferenza sul clima a Durban 1, ha avvertito che ci si sta avvicinando velocemente a cambiamenti irreversibili.

"Le concentrazioni di gas serra nell'atmosfera hanno raggiunto nuovi picchi e si stanno rapidamente avvicinando a livelli coerenti con una crescita di 2/2,4 gradi Celsius della temperatura media globale", ha sottolineato il segretario generale Michel Jarraud. Secondo gli esperti, un aumento oltre la soglia dei due gradi potrebbe innescare cambiamenti irreversibili per il sistema terrestre.

Il periodo 2002-2011 ha eguagliato il record del 2001-2010 come decennio più caldo da quando sono state effettuate misurazioni accurate nel 1850. A questo si è aggiunto, nella seconda metà del 2010 fino a maggio 2011, il passaggio della Nina, il fenomeno atmosferico ciclico che si ripete ogni 3-7 anni e che ha gravi effetti sul clima. A farne le spese, stavolta, è stata l'Africa orientale, colpita da una spaventosa siccità, le isole nel Pacifico equatoriale e le regioni meridionali degli Stati Uniti, senza dimenticare le alluvioni in Africa e Asia meridionale e nell'Australia orientale. Nonostante la Nina, come il Nino, non siano causati dal cambiamento climatico, l'innalzamento della temperatura invece ha effetti sulla loro intensità e frequenza.

Secondo i dati provvisori dell'Omm la temperatura media dell'aria alla superficie per il periodo gennaio-ottobre del 2011 è di 0,41 gradi C superiore rispetto alla media annuale di 14 gradi per il periodo 1961-1990. Il 2011 risulta quindi al decimo posto ex aequo degli anni più caldi dal 1850. "È nostro compito diffondere le conoscenze scientifiche che guidano l'azione di chi decide. La nostra scienza - ha affermato Jarraud - è solida e dimostra in modo inequivocabile che il clima mondiale si sta riscaldando e che questo riscaldamento è dovuto alle attività umane".

Si è aperta tra profonde divisioni, lo spettro della crisi economica e un certo pessimismo sulla possibilità di superare lo stallo attuale, la 17esima Conferenza delle Nazioni Unite dedicata al clima, alla quale fino al 9 dicembre parteciperanno delegazioni da 190 Paesi e organizzazioni di tutto il mondo. In ballo c'è il futuro del Protocollo di Kyoto, l'unico trattato internazionale vincolante per ridurre le emissioni inquinanti, la cui prima fase si concluderà alla fine del 2012. Tra gli obiettivi del summit, anche quello della creazione entro il 2020 di un fondo per il clima da 100 miliardi di dollari l'anno per aiutare i Paesi più poveri a far fronte ai costi della riduzione delle emissioni di gas serra.
fonte:http://www.repubblica.it/ambiente/2011/11/29/news/si_chiude_il_decennio_pi_caldo_dal_1850-25776867/?rss

martedì 27 settembre 2011

GHIACCIAI ITALIANI: I ghiacciai d’Italia sono in serio pericolo I ghiacciai italiani si stanno ritirando rapidamente e i dati su volumi ed estensione

I ghiacciai italiani si stanno ritirando rapidamente e i dati su volumi ed estensione appaiono allarmanti. Negli ultimi 24 anni, infatti, il volume totale delle superfici ghiacciate è diminuito del 37 per cento. Questi dati sono stati presentati da Carlo Baroni, presidente del Comitato glaciologico italiano (Cgi), in occasione di Geoitalia 2011, Forum di scienze della terra che vede riuniti a Torino oltre 1500 geologi da tutto il mondo. «La storia dei ghiacciai parla di un trend di ritiro e dal 1982 al 2006 è aumentata la portata dell’arretramento dei fronti ghiacciati», spiega Baroni, anche membro del Dipartimento di scienze delle terra dell’università di Pisa. «In tale periodo i volumi sono diminuiti del 37 per cento, le estensioni del 16. Ed è significativo che i 4 per cento dell’estensione si sia erosa tra il 2003 e il 2006».

La massima superficie dei ghiacciai italiani si è verificata tra il 1820 e il 1850. Poi c’è stata una progressiva contrazione, nonostante un picco di crescita a cavallo tra gli anni 1970 e 1980. I ghiacciai alpini appartenenti all’Italia rappresentano circa lo 0,02 per cento della criosfera totale (la porzione, cioè, di superficie terrestre ricoperta da acqua allo stato solido). Negli anni sono stati effettuati diversi censimenti di queste aree. Nel 1927 si contavano 774 ghiacciai, alla fine degli anni ‘50 il computo era di 838. L’ultima rilevazione effettuata risale agli anni ‘80, con 1397 ghiacciai e glacionevati registrati, per una superficie di 608 chilometri quadrati.

Secondo Barone, la raccolta di questi dati non incontra un supporto adeguato da parte delle istituzioni, si riscontra anzi la necessità di un sistema generale di monitoraggio, anche a causa della tendenza preoccupante che si rileva. Nota infatti Barone che «se dovessimo fare delle proiezioni con i dati attuali, si andrebbe verso un ulteriore arretramento dei fronti, e della riduzione delle volumetrie. Ad esempio, si potrebbe arrivare anche alla riduzione totale entro il 2050 del ghiacciaio dell’Adamello, il più grande d’Italia. Ma è una eventualità, non un dato di fatto». Ma per il futuro, al momento, non sono previste inversioni di tendenza.
FONTE: http://www.terranews.it/news/2011/09/i-ghiacciai-d%E2%80%99italia-sono-serio-pericolo

martedì 14 giugno 2011

RISCALDAMENTO GLOBALE: Dai ghiacci artici al Mediterraneo, L'enigma della balena grigia

È arrivata grazie ai nuovi passaggi aperti nell'Artico dall'aumento delle temperature
Il caso, almeno all'inizio difficilmente spiegabile, ebbe inizio l'8 maggio 2010. Fu allora che una balena grigia venne avvistata al largo della costa mediterranea di Israele. Pochi giorni dopo, per l'esattezza ventidue, lo stesso individuo venne ancora osservato, ma questa volta in acque spagnole. Sempre mediterranee, comunque. Era dal 1700, occorre sapere, che di balene di questa specie (Eschrichtius robustus) qui nel Mediterraneo non se ne vedevano più. Tutte estinte, si pensava. E si capisce, pertanto, come l'inatteso avvistamento abbia suscitato grande meraviglia e, anche, almeno un po' di entusiasmo tra gli studiosi, che già pensavano, e fantasticavano, sulla quasi miracolosa ricomparsa d'un individuo della popolazione estinta.

Tutto ciò un anno fa, però, perché oggi, purtroppo, «il caso della balena che non doveva esserci» ha trovato, verosimilmente, un'altra e ben più plausibile spiegazione. Più plausibile e anche più allarmante. Se infatti avrebbe potuto essere una buona notizia la riscoperta di un individuo appartenente a una popolazione ormai estinta (di origine atlantica), certo non è così se è invece valida l'ipotesi più recente, che al contrario implica, per spiegare l'inattesa apparizione, l'effetto negativo dei cambiamenti climatici. Ed è proprio questo che propongono Aviad Scheinin e i suoi colleghi dell'Israel Marine Mammal Research and Assistant Center di Haifa, che hanno appena pubblicato, sulla rivista Marine Biodiversity Records, l'articolo «Gray Whale in the Mediterranean Sea: anomalous event or early sign of climate-driven distribution change?». Suscitando soprattutto commenti positivi.

Le balene grigie spendono i mesi estivi rimpinzandosi di cibo nell'oceano Artico e quindi danno inizio, con l'avvicinarsi della stagione invernale, a quella che si ritiene sia la più lunga migrazione compiuta da dei mammiferi. Attraversano cioè il mare di Chukchi, poi quello di Bering raggiungendo così l'oceano Pacifico. Seguendo poi le coste dell'Alaska, del Canada e infine degli Stati Uniti raggiungono quelle californiane e messicane dove si trovano i loro territori riproduttivi. Poi, finita la stagione invernale, ritornano a nord. Compiono cioè una discesa (riproduttiva) verso sud e una (trofica) verso nord. Una specie di annuale «pendolariato». Detto ciò, resta da comprendere l'apparizione di una balena grigia nel Mediterraneo.

Occorre rilevare che, studiando le immagini fotografiche che le sono state scattate nel 2010, gli studiosi israeliani hanno con certezza stabilito che quell'esemplare era indubbiamente un individuo appartenente alla popolazione del Pacifico. Poi, considerando che durante gli ultimi mesi del 2009 i ghiacci che avrebbero dovuto impedire a una balena il transito verso l'Atlantico si erano per buona parte sciolti, hanno ipotizzato che quell'individuo abbia erroneamente preso la direzione verso est, mirando poi a sud e così scendendo dall'altra parte. Poi, arrivato a Gibilterra, sia sbucato nel Mediterraneo (per lui una trappola) e cogliendo tutti di sorpresa.

Nei commenti suscitati, rilevante mi pare il giudizio del matematico Harry Stern dell'Università di Seattle (Washington), un eminente studioso dei ghiacci polari che, considerando la situazione di scioglimento dei ghiacci che ha coinvolto l'oceano Artico negli ultimi quattro o cinque anni, ritiene più che plausibile che si siano creati passaggi decisamente sufficienti per il transito delle balene. E infine il commento di David Tallmon, un biologo dell'Università dell'Alaska (Juneau), che fa notare come la comparsa dei corridoi tra i ghiacci, che hanno consentito il transito a una balena, possono consentirlo a esseri di ogni dimensione, dalle balene alle diatomee. Il che potrebbe significare un inatteso mescolamento tra i biomi del Nord Atlantico e del Nord Pacifico, con conseguenze difficilmente valutabili.
FONTE: http://www.corriere.it

martedì 31 maggio 2011

CO2 : nuovo record delle emissioni. Nel 2010 cresciute del 5% rispetto all'anno prima, quando erano calate a causa della crisi economica globale

L'ambiente deve «ringraziare» la crisi economica. Solo il rallentamento globale dell'economia nel 2009 aveva fatto diminuire le emissioni di anidride carbonica, il più diffuso gas serra. Nel 2010, infatti, con la ripresa della produzione industriale su scala globale, sono state sparate nell'atmosfera 30,6 miliardi di tonnellate equivalenti di CO2, pari a un aumento del 5% delle emissioni rispetto all'anno precedente. Lo rivela l'Agenzia internazionale di energia (Aie), secondo la quale le emissioni di biossido di carbonio l'anno scorso sono state «le più alte della storia».

LIMITI - Superato di slancio quindi il precedente record di 29,3 gigatonnellate che risaliva al 2008. Il problema consiste, riporta l'Aie, nel fatto che l'80% dell'incremento delle emissioni relativo al settore energetico previsto per il 2020 è già stato raggiunto, poiché è dovuto a impianti già realizzati o in fase di costruzione. Tutto ciò mette fortemente in dubbio il limite massimo di 2 gradi dell'incremento della temperatura media globale fissato al vertice di Cancun dello scorso dicembre, come ha illustrato Fatih Birol, capo economista dell'Aie (agenzia dell'Ocse). Per raggiungere questo obiettivo, però, è necessario non superare il limite di 450 ppm (parti per milione) di gas serra nell'atmosfera. Con l'incremento del 2010, invece, si è toccato il tetto di 390 ppm solo per la CO2, al quale però vanno aggiunti gli altri gas serra: metano soprattutto (1,75 ppm attuali) che produce un effetto di riscaldamento globale decine di volte superiore all'anidride carbonica, e poi ossido di azoto (0,3 ppm) con effetto di riscaldamento centinaia di volte maggiore. L'analisi delle carote di ghiaccio estratte nelle calotte polari dimostra che il livello di CO2 prima dell'inizio della rivoluzione industriale era di 280 ppm.

AVVISO AL MONDO - «Le nostre analisi sono un ennesimo avviso al mondo», ha commentato Birol. «Ci avviciniamo già oggi al limite che invece dovrebbe essere raggiunto nel 2020. Se non verranno assunte decisioni drastiche, sarà molto difficile rispettare l'accordo di Cancun». Gli studi geologici hanno dimostrato che, durante le ere, quando si è raggiunto, per motivi naturali, il limite di 500 ppm di anidride carbonica nell'atmosfera, si sono innescati meccanismi di estinzione diffusa sul pianeta.

ACIDIFICAZIONE - Mentre veniva diffusa l'analisi dell'Aie, un nuovo studio che sarà pubblicato sul numero di giugno di Nature Climate Change, lancia un nuovo allarme sull'acidificazione delle acque degli oceani. Un'analisi effettuata dall'Università di Miami, dall'Istituto australiano di scienze marine e in Germania dall'Istituto Max Planck di microbiologia marina, ribadisce che l'acidificazione dei mari, insieme all'aumento delle temperature dell'acqua farà diminuire entro la fine del secolo in modo netto la biodiversità e le capacità di recupero degli ecosistemi delle barriere coralline. Il pH degli oceani è sceso in pochi anni da 8,2 a 8,1: sembra poco ma la scala è logaritmica. Gli studosi hanno evidenziato che nel 2100 potrebbe arrivare a 7,7 e a quel punto la sviluppo delle barriere coralline si bloccherà. L'acidità degli oceani è legata alla quantità di CO2 disciolta: più l'acqua è calda, maggiore è il rilascio di anidride carbonica gassosa. Se l'acqua è più acida, gli organismi marini che costruiscono le conchiglie o il proprio esoscheletro (placton) partendo dal carbonato di calcio disciolto in acqua, rischiano di scomparire perché l'acidità fa sciogliere il loro guscio di aragonite. E questi organismi sono alla base della catena alimentare.
FONTE: http://www.corriere.it/ambiente/11_maggio_30/record-emissione-co2_c6696626-8ab8-11e0-93d0-5db6d859c804.shtml

venerdì 6 maggio 2011

EFFETTO SERRA: La CO2 che viene dal mare

Secondo un recente studio australiano il surriscaldamento del pianeta potrebbe aver innescato un pericoloso circolo che, per mezzo delle acque marine, amplificherebbe le conseguenze dell’effetto serra.


I risultati di un recente studio condotto tra i ghiacci dell’Antartide attribuiscono un nuovo e inquietante ruolo agli oceani, che per colpa del riscaldamento delle loro acque si trasformerebbero in enormi e potenti amplificatori dell’effetto serra.

Amico oceano
Gli oceani catturano circa il 30% della CO2 prodotta dalle attività umane (30 miliardi di tonnellate l’anno secondo l’ONU) e la nascondono nelle loro profondità. Questo sequestro naturale dell’anidride carbonica contribuisce a contenere il surriscaldamento globale del pianeta e i suoi effetti.
Lo stoccaggio oceanico della CO2 non è però permanente: secondo gli studi ha una durata compresa tra i 400 e i 1300 anni, al termine dei quali viene di nuovo rilasciata nell’atmosfera.
Ma qualcosa in questo meccanismo sembra essersi inceppato: il progressivo aumento delle temperature avrebbe infatti velocizzato il processo e gli oceani avrebbero cominciato a rilasciare le loro scorte di CO2 dopo soli 2 secoli, aumentando così la quantità totale di gas serra nell’atmosfera.

Ma quanta fretta, dove corri...
Tas van Ommen della Australian Antarctic Division di Hobart ha analizzato delle bolle di CO2 intrappolate nei ghiacci di Siple e Byrd, nell’Antartico Occidentale, le ha datate e la confrontate con i dati sulle temperature medie di quello stesso periodo.
Lo scienziato ha scoperto che all’aumento delle temperature segue regolarmente un incremento nelle emissioni di CO2 oceanica e che l’intervallo di tempo tra il sequestro e il rilascio del gas sta diventando inferiore ai 200 anni.
Ma in che modo l’aumento delle temperature influenza le emissioni di CO2? "Pensate a una bottiglia di Coca Cola: aumentando la temperatura, l’andiride carbonica disciolta nel liquido sale verso la superficie e fugge" ha spiegato Ommen ai media. Non solo: l’aumento delle temperature favorisce il rimescolamento delle acque profonde e la salita verso la superficie delle bolle di gas.
Ommen ha presentato i dati del suo studio alla conferenza sul clima Greenhouse 2011 che si è tenuta a Cairns, in Australia, nei giorni scorsi ma ha ammesso che prima di poterli applicare alla situazione attuale per trarre conclusioni sull’evoluzione del clima del pianeta occorreranno ancora attente verifiche.
fonte: focus.it

lunedì 28 marzo 2011

riscaldamento globale: Nuovo minimo storico per il ghiaccio dell'Artico


Le misurazioni a partire dal 1980 mostrano un declino inesorabile

Nuovo minimo storico per il ghiaccio dell'Artico: secondo i dati del National Snow and Ice Data Center americano la calotta ha cominciato a restringersi lo scorso 7 marzo, e l'area massima registrata e' la stessa del 2006, l'anno del record precedente.

Secondo i dati riportati il massimo raggiunto quest'anno e' stato di 14,64 milioni di chilometri quadrati, piu' di 1,2 milioni di chilometri quadrati piu' bassa della media degli ultimi 30 anni e all'incirca pari al record negativo di cinque anni fa: "Per tutto il mese di marzo il ghiaccio ha continuato ad espandersi e restringersi attorno a questi valori - spiega il comunicato del centro ricerche - e' un comportamento normale perche' il ghiaccio vicino alle estremita' della calotta e' sottile e distende a disperdersi".

Le misure sono effettuate attraverso due satelliti della Nasa, e le misurazioni a partire dal 1980 mostrano un declino inesorabile: 30 anni fa il massimo era intorno ai 16 milioni di chilometri quadrati, e la perdita e' di circa il 3% ogni dieci anni. La perdita e' anche nello spessore del ghiaccio, di cui solo il 10% resiste per piu' di due anni, mentre prima la percentuale era del 30-40%.
fonte: Ansa

sabato 5 febbraio 2011

riscaldamento globale: MUORE IL GIARDINO DEI CORALLI IN SUDAN


L'aumento della temperatura delle acque continua a fare vittime eccellenti: questa volta, dopo Thailandia e Bali, e' toccato ai coralli di uno dei reef piu' ricchi di biodiversita' del mondo, lo ''Shaab Suedi'' al nord del Sudan, noto come il ''Giardino dei coralli''.

E' apparso cosi': grigio e senza vita ai ricercatori dell'''Alma Mater Studiorum'' Universita' di Bologna, impegnati nel monitoraggio del Mar Rosso, al rientro da due settimane di navigazione a bordo di ''Felicidad II'', l'imbarcazione di Aurora Branciamore e sede itinerante di Marevivo in Sudan.

Solo pochi mesi fa, i coralli e gli animali che vivevano in simbiosi nel meraviglioso reef erano in buona salute: nulla faceva presagire il disastro.

''Da diversi anni la comunita' scientifica internazionale tenta di sensibilizzare gli organi politici sul grande pericolo rappresentato dai cambiamenti climatici per la sopravvivenza delle stupende barriere coralline di tutto il mondo. Purtroppo, spesso le analisi scientifiche vengono considerate meno degli interessi economici a breve termine'' ha detto Stefano Goffredo, capo spedizione STE (Scuba Tourism for the Environment - Turismo Subacqueo per l'ambiente), progetto dell'Universita' di Bologna che coniuga turismo sostenibile e monitoraggio dello stato di salute del Mar Rosso.

''Anche se ci siamo entusiasmati per l'appuntamento giornaliero con gli squali martello, con branchi di delfini e meravigliose mante, purtroppo lo stato di salute dei coralli desta in noi molta preoccupazione'', ha commentato la presidente nazionale di Marevivo, Rosalba Giugni, partecipante alla spedizione.

''E' un fenomeno fuori controllo, al di sopra di ogni immaginazione - ha continuato - se addirittura nel mare selvaggio del Sudan, cioe' in acque ancora incontaminate, si verifica tutto questo''. I coralli non sono solo una meraviglia naturale da ammirare, ma costituiscono anche un patrimonio insostituibile per la biodiversita', la pesca e la protezione delle coste.

Oltre alle immersioni per il monitoraggio, alla documentazione foto e video, i ricercatori e l'equipaggio del ''Felicidad II' hanno ripulito Angarosh, mitica isola formata da conchiglie e coralli, togliendo le migliaia di bottiglie di plastica depositate dalle mareggiate e dalle correnti.

Al rientro a Port Sudan, la spedizione e' stata accolta dal Ministro del Turismo e della Fauna del governo sudanese, Joseph Malwal, che, toccato dalla relazione dei ricercatori, si e' dichiarato disponibile a collaborare nel portare avanti progetti di monitoraggio e di azioni anche repressive per la difesa degli squali, patrimonio del Sudan ormai raro nel resto del mondo.

Marevivo da anni si batte per la salvaguardia degli squali: l'associazione, facendo parte di ''Shark Alliance', ha messo in atto molte attivita' - sia parlamentari che di divulgazione - su questo tema di particolare urgenza. I grandi predatori del mare sono in pericolo di estinzione: circa 100 milioni di esemplari all'anno vengono catturati per asportare la preziosa pinna (molto ambita nei paesi orientali) e rigettati in mare ancora vivi, una pratica crudele e distruttiva.

giovedì 20 gennaio 2011

RISCALDAMENTO GLOBALE : Il 2010 è stato l'anno più caldo di sempre


Alla pari con il 2005 e il 1998 anche se nominalmente la temperatura è stata superiore di 1-2 centesimi di grado.


I dati preliminari sono stati superati: all'apertura della conferenza sul clima di Cancun all'inizio dello scorso dicembre i meteorologi avevano annunciato che il 2010 si sarebbe piazzato nei primi tre posti degli anni più caldi da quando esistono dati meteo certi. Tutto sarebbe dipeso da dicembre. Ma nel mese natalizio le temperature a livello globale non si sono abbassate e il 2010 è diventato l'anno più caldo di sempre alla pari con il 2005 e il 1998. Lo conferma l'Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo).

MEDIA - Nel 2010 la temperatura media globale è risultata di 0,53 gradi centigradi (°C) sopra la media 1961-1990. Nominalmente ha superato di un centesimo di grado la temperatura media del 2005 e di 2 centesimi quella del 1998. Ma la differenza è minore del margine di incertezza nel calcolo delle temperature medie, pari a 9 centesimi di grado, quindi si può dire che i tre anni sono ai primi posti a pari merito. Questi dati si basano sulle statistiche raccolte dall'Ufficio meteorologico britannico di Hadley/Unità di ricerche climatiche (HadCRU), dal Centro nazionale degli Stati Uniti dei dati climatici (Ncdc) e dalla Nasa.

BANCHISA POLARE - Record negativo anche per la banchisa polare artica, che a dicembre 2010 ha raggiunto il minimo mensile storico con una superficie di 12 milioni di chilometri quadrati, 1,35 milioni sotto la media di dicembre del periodo 1979-2000. «Sono dati che confermano la significativa tendenza della Terra al riscaldamento a lungo termine», ha commentato il segretario generale dell'Wmo, Michel Jarraud. «I dieci anni più caldi della storia sono tutti dal 1998 a oggi».

DECENNIO - Nel decennio 2001-2010 le temperature globali sono state in media più elevate di 0,46 °C rispetto al periodo 1961-1990 e sono le più alte in un periodo di dieci anni registrate dall'inizio delle rilevazioni strumentali. Il riscaldamento è stato particolarmente forte in Africa, in alcune aree dell'Asia e dell'Artico, dove alcune regioni hanno assistito a un rialzo termico tra 1,2 e 1,4 °C sulla media storica. Nel 2010 caldo eccezionale su gran parte dell'Africa e sull'Asia meridionale e occidentale, in Groenlandia e nell'Artico canadese. Ma alcune aree, tra cui l'Europa settentrionale e l'Australia centrale e orientale hanno registrato temperature più basse.

DICEMBRE CALDO E FREDDO - Lo scorso dicembre è stato molto caldo nel Canada orientale e in Groenlandia e anormalmente freddo in gran parte dell'Europa occidentale e settentrionale, con temperature di 10 gradi sotto la media in Norvegia e Svezia, alcune zone della Scandinavia hanno toccato record di freddo mai registrati. Nell'Inghilterra centrale è stato il dicembre più freddo dal 1890, grandi nevicate hanno colpito estese zone in Europa. Più freddo della media anche in vaste aree della Russia e nell'est degli Usa.

GENNAIO 2011 - Dopo che nel 2010 si erano registrate alluvioni in Pakistan e siccità in Russia, tra la fine dell'anno e l'inizio di quello nuovo ci sono già state le alluvioni in Sri Lanka (800 mila persone colpite), in Queensland-Australia legate al fenomeno della Niña, e le alluvioni nella zona di Rio de Janeiro in Brasile. Dati che non promettono nulla di buono per l'anno appena iniziato, che secondo alcuni batterà ogni record di caldo.

FONTE: http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/energia_e_ambiente/11_gennaio_20/2010-caldo-record_a4b52dae-2487-11e0-8269-00144f02aabc.shtml

venerdì 14 gennaio 2011

RISCALDAMENTO GLOBALE: 2100, ghiacciai alpini a rischio estinzione

Due ricerche pubblicate dalla rivista Nature Geoscience dipingono scenari inquietanti per il futuro a medio e lungo termine. A causa del riscaldamento del pianeta, entro fine secolo potrebbero scomparire il 75% dei ghiacciai alpini e il 70% di quelli neozelandesi. Ma il persistere delle emissioni nell'atmosfera porterebbe entro il 3000 alla fusione dell'Antartide occidentale e all'innalzamento del mare di 4 metri


I cambiamenti climatici potrebbero determinare entro il 2100 lo scioglimento di tre quarti dei ghiacciai alpini e, in una previsione ancor più drammatica, la dissoluzione di buona parte dell'Antartico entro il 3000. Con la conseguenza di un innalzamento del livello del mare di ben 4 metri. E' lo scenario davvero inquetante dipinto da due ricerche pubblicate dalla rivista Nature Geoscience, che mettono in risalto due degli aspetti meno noti della mutazione climatica: i suoi effetti sui ghiacciai e il suo impatto a lungo termine.

Il primo studio, ad opera delle geofisiche Valentina Radic e Regine Hock dell'Università dell'Alaska, stima che i ghiacciai si apprestano a perdere tra il 15 e il 27 per cento del loro volume entro il 2100. Cosa che, ammonisce la ricerca, "potrebbe avere effetti sostanziali sull'idrologia regionale e la disponibilità di risorse in acqua". Alcune aree saranno più a rischio di altre, in funzione dell'altezza dei loro ghiacciai, della natura del terreno e della loro localizzazione, più o meno sensibile al riscaldamento del pianeta. In base a queste variabili, i più a rischio sono i ghiacciai alpini: potrebbe sciogliersene in media il 75 per cento (tra il 60 e il 90 per cento), a seguire quelli della Nuova Zelanda con un rischio medio del 72 per cento (tra il 65 e il 79 per cento).

Per contro, in base al primo studio, il rischio è limitato all'8 per cento dei ghiacciai in Groenlandia e al 10 per quelli asiatici. Secondo questa ricerca, lo scioglimento dei ghiacciai si tradurrebbe in un elevarsi medio del livello del mare, da qui a fine secolo, di 12 centimetri. La stima, che non prende in considerazione l'espansione degli oceani a seguito del riscaldamento dell'acqua, si sposa ampiamente con l'ultimo rapporto stilato nel 2007 dal Giec, il gruppo intergovernativo di esperti messo in piedi dall'Onu per studiare l'evoluzione del clima.

Radic e Hock hanno realizzato i loro calcoli a partire da un modello informatico basato su dati raccolti su oltre 300 ghiacciai tra il 1961 e il 2004. E si sono poggiate sul primo degli scenari intermedi immaginati dal Giec (denominato "A1B"), che coniuga crescita demografica, economica e ricorso a fonti d'energia più o meno inquinanti, e che prevede un aumento della temperatura del pianeta di 2,8 gradi nel corso del 21mo secolo. Ma lo scenario "A1B" non prende in considerazione le calotte ghiacciate dell'Antartico e della Groenlandia, che da sole raccolgono il 99 per cento dell'acqua dolce del pianeta. Se una di queste due aree dovesse sciogliersi sensibilmente, il livello degli oceani aumenterebbe di molti metri, sommergendo molte città costiere. Immaginando la fusione dell'Antartico occidentale, l'aumento del livello del mare sarebbe di 4 metri.

Esattamente lo scenario catastrofico che emerge dal secondo studio pubblicato da Nature Geoscience, realizzato dall'Università di Calgary, in Canada. Una ricerca focalizzata sull'inerzia dei gas a effetto serra che, una volta emessi, resistono per secoli nell'atmosfera. Con la conseguenza che, se anche si potessero fermare tutte le emissioni di gas a effetto serra da qui al 2100, il riscaldamento del pianeta proseguirebbe ancora per altre centinaia di anni. Lo studio dell'università canadese si basa sullo scenario "A2" del Giec, più pessimista del "A1B" in materia di emissioni e che arriva a prevedere un aumento della temperatura di 3,4 gradi centigradi da qui a fine secolo.

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