I ricercatori della Facoltà di medicina veterinaria dell’Università della California a Davis (Stati Uniti) hanno collegato la riduzione del ghiaccio artico con la diffusione di un virus mortale che minaccia i mammiferi marini nel Nord Pacifico.
Gli scienziati hanno analizzato gli effetti del virus del cimurro di Foquillo (PVD), responsabile della morte di migliaia di foche avvistate nell’Atlantico tra il 1988 e il 2002 e il loro collegamento con un altro focolaio di lontre nell’Alaska settentrionale nel 2004.
Il killer si chiama "Phocine distemper virus" (PDV) e ha colpito diversi mammiferi marini per decenni, uccidendo migliaia di foche europee del Nord Atlantico nel 2002. Due anni dopo, si è scoperto che le lontre marine settentrionali dell'Alaska (Enhydra lutris kenyoni) avevano contratto il virus. All'inizio i ricercatori non riuscivano a spiegarsi come fosse stato possibile la diffusione di questo virus tra queste specie, poiché fra di loro non ci poteva essere alcun contatto, a causa del ghiaccio artico che le divideva. Ora però un gruppo di ricerca della UC Davis School of Veterinary Medicine ha scoperto che le foche infette hanno viaggiato dall'Europa passando lungo la Russia settentrionale e la California settentrionale, grazie a una serie di passaggi aperti dai bassi livelli di ghiaccio marino. Questo cambiamento "storico" del ghiaccio marino potrebbe aver permesso alle foche artiche e subartiche di incontrarsi, cosa che non era mai stato possibile prima. Secondo i ricercatori, stando a quanto riportato nello studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports, questa sarebbe la causa più probabile della diffusione del PDV nell'Oceano Pacifico del Nord. "La perdita di ghiaccio marino sta portando la fauna marina a cercare nuovi habitat e la rimozione delle barriere fisiche sta consentendo loro di attraversare nuovi percorsi per spostarsi", spiega Tracey Goldstein, autrice principale dello studio. "Mentre gli animali si muovono e entrano in contatto con altre specie, offrono l'opportunita' di introdurre e trasmettere nuove malattie infettive, con effetti potenzialmente devastanti".
NO AL NUCLEARE ESISTONO LE FONTI RINNOVABILI. AMBIENTE,NATURA,DIFESA DEL PIANETA. SALUTE
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giovedì 14 novembre 2019
martedì 14 giugno 2011
RISCALDAMENTO GLOBALE: Dai ghiacci artici al Mediterraneo, L'enigma della balena grigia
È arrivata grazie ai nuovi passaggi aperti nell'Artico dall'aumento delle temperatureIl caso, almeno all'inizio difficilmente spiegabile, ebbe inizio l'8 maggio 2010. Fu allora che una balena grigia venne avvistata al largo della costa mediterranea di Israele. Pochi giorni dopo, per l'esattezza ventidue, lo stesso individuo venne ancora osservato, ma questa volta in acque spagnole. Sempre mediterranee, comunque. Era dal 1700, occorre sapere, che di balene di questa specie (Eschrichtius robustus) qui nel Mediterraneo non se ne vedevano più. Tutte estinte, si pensava. E si capisce, pertanto, come l'inatteso avvistamento abbia suscitato grande meraviglia e, anche, almeno un po' di entusiasmo tra gli studiosi, che già pensavano, e fantasticavano, sulla quasi miracolosa ricomparsa d'un individuo della popolazione estinta.
Tutto ciò un anno fa, però, perché oggi, purtroppo, «il caso della balena che non doveva esserci» ha trovato, verosimilmente, un'altra e ben più plausibile spiegazione. Più plausibile e anche più allarmante. Se infatti avrebbe potuto essere una buona notizia la riscoperta di un individuo appartenente a una popolazione ormai estinta (di origine atlantica), certo non è così se è invece valida l'ipotesi più recente, che al contrario implica, per spiegare l'inattesa apparizione, l'effetto negativo dei cambiamenti climatici. Ed è proprio questo che propongono Aviad Scheinin e i suoi colleghi dell'Israel Marine Mammal Research and Assistant Center di Haifa, che hanno appena pubblicato, sulla rivista Marine Biodiversity Records, l'articolo «Gray Whale in the Mediterranean Sea: anomalous event or early sign of climate-driven distribution change?». Suscitando soprattutto commenti positivi.
Le balene grigie spendono i mesi estivi rimpinzandosi di cibo nell'oceano Artico e quindi danno inizio, con l'avvicinarsi della stagione invernale, a quella che si ritiene sia la più lunga migrazione compiuta da dei mammiferi. Attraversano cioè il mare di Chukchi, poi quello di Bering raggiungendo così l'oceano Pacifico. Seguendo poi le coste dell'Alaska, del Canada e infine degli Stati Uniti raggiungono quelle californiane e messicane dove si trovano i loro territori riproduttivi. Poi, finita la stagione invernale, ritornano a nord. Compiono cioè una discesa (riproduttiva) verso sud e una (trofica) verso nord. Una specie di annuale «pendolariato». Detto ciò, resta da comprendere l'apparizione di una balena grigia nel Mediterraneo.
Occorre rilevare che, studiando le immagini fotografiche che le sono state scattate nel 2010, gli studiosi israeliani hanno con certezza stabilito che quell'esemplare era indubbiamente un individuo appartenente alla popolazione del Pacifico. Poi, considerando che durante gli ultimi mesi del 2009 i ghiacci che avrebbero dovuto impedire a una balena il transito verso l'Atlantico si erano per buona parte sciolti, hanno ipotizzato che quell'individuo abbia erroneamente preso la direzione verso est, mirando poi a sud e così scendendo dall'altra parte. Poi, arrivato a Gibilterra, sia sbucato nel Mediterraneo (per lui una trappola) e cogliendo tutti di sorpresa.
Nei commenti suscitati, rilevante mi pare il giudizio del matematico Harry Stern dell'Università di Seattle (Washington), un eminente studioso dei ghiacci polari che, considerando la situazione di scioglimento dei ghiacci che ha coinvolto l'oceano Artico negli ultimi quattro o cinque anni, ritiene più che plausibile che si siano creati passaggi decisamente sufficienti per il transito delle balene. E infine il commento di David Tallmon, un biologo dell'Università dell'Alaska (Juneau), che fa notare come la comparsa dei corridoi tra i ghiacci, che hanno consentito il transito a una balena, possono consentirlo a esseri di ogni dimensione, dalle balene alle diatomee. Il che potrebbe significare un inatteso mescolamento tra i biomi del Nord Atlantico e del Nord Pacifico, con conseguenze difficilmente valutabili.
FONTE: http://www.corriere.it
martedì 5 aprile 2011
BUCO NELL'OZONO :Ozono sopra artico al minimo record
Persistono nell'atmosfera sostanze nocive
La distruzione dello strato di ozono che protegge gli organismi viventi dalle radiazioni ultraviolette nocive del sole, ha raggiunto livelli record questa primavera sopra l'Artico. Lo afferma l'Organizzazione metereologica mondiale (Omm). La distruzione e' dovuta alla persistenza nell'atmosfera di sostanze nocive e ad un inverno molto freddo nella stratosfera, spiega l'Omm in una nota pubblicata a Ginevra.
fonte: Ansa
La distruzione dello strato di ozono che protegge gli organismi viventi dalle radiazioni ultraviolette nocive del sole, ha raggiunto livelli record questa primavera sopra l'Artico. Lo afferma l'Organizzazione metereologica mondiale (Omm). La distruzione e' dovuta alla persistenza nell'atmosfera di sostanze nocive e ad un inverno molto freddo nella stratosfera, spiega l'Omm in una nota pubblicata a Ginevra.
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domenica 20 settembre 2009
RISCALDAMENTO DEI MARI: GIà 2030 SCOMPARIRANNO ghiacci sull'Oceano Artico

L'area ghiacciata dell'Oceano Artico si restringe esponenzialmente: già oggi siamo ai livelli previsti per il 2080 e già tra vent'anni potrebbero scoparire del tutto i ghiacci che ricoprono il mare. ''Il 2009 si classifica al terzo posto – dopo 2007 e 2008 – tra gli anni peggiori per la perdita di superficie della calotta polare artica'', denuncia 'Greenpeace' che del fenomeno fa un altro segnale d'allarme per i leader del mondo che si riuniranno al vertice Onu di Copenhagen per trovare un accordo per contenere i cambiamenti climatici catastrofici.
La notizia arriva dalla nave rompighiaccio di Greenpeace 'Arctic Sunrise', che sta effettuando una spedizione nell’Artico. Lan ave ecologista si trova ora al largo della costa nord-orientale della Groenlandia, di fronte all’arcipelago norvegese delle Isole Svalbard. Peter Wadhams, esperto di fama mondiale, si è aggregato all'equipaggio per effettuare ricerche sullo stato di riduzione dei ghiacci dell’Oceano Artico.
“Stiamo entrando in una nuova epoca di fusione dei ghiacci dell’Oceano Artico a causa del riscaldamento globale” spiega il dott. Peter Wadhams. “Nel giro di vent’anni l’Artico arriverà alla fine del periodo estivo completamente privo dei ghiacci che ricoprono il mare. Non possiamo più fare affidamento sui modelli di previsione usati fino ad oggi, che hanno sovrastimato le condizioni reali già dagli anni ‘80”.
Peter Wadhams, dell’Università di Cambridge, coordina un gruppo di scienziati indipendenti che studia le differenti velocità di fusione di vari tipi di ghiaccio, per spiegare perché alcune aree dell’Artico stiano scomparendo più velocemente di quanto si prevedesse fino a qualche anno fa.
“L’estensione dei ghiacci dell’Oceano Artico diminuisce da oltre trent’anni, ma nell’ultima decade abbiamo assistito a una preoccupante accelerazione del fenomeno”, ricorda Francesco Tedesco, responsabile della Campagna Clima di Greenpeace, che sottolinea come nell’estate del 2007 si sia ''raggiunto infatti il minimo storico, circa 4,3 milioni di chilometri quadrati, un valore che era previsto per il 2080”.
“È il terzo minimo in tre anni: l’ennesimo grido d’allarme sullo stato del Pianeta”, afferma Melanie Duchin, capo spedizione a bordo dell’Arctic Sunrise. “I leader del mondo devono rendersi conto del pericolo che corriamo e impegnarsi per raggiungere a Copenaghen un accordo coraggioso, ambizioso ed efficace” conclude la Duchin.
Il vertice ''COP 15'', promosso dall'Onu per trovare un accordo che sostituisca il 'Protocollo di Kyoto' del 1997, si svolgerà nella capitale danese dal 7 al 18 dicembre prossimi e vedrà la partecipazione delle delegazioni di 180 paesi. Ma la crisi economica rischia di ridimesionarne gli obiettivi fondamentali. Greenpeace chiede ai Paesi industrializzati d'impegnarsi per la riduzione delle proprie emissioni di gas serra del 40% entro il 2020 - rispetto ai valori del 1990 - e a fornire risorse finanziarie ai Paesi in Via di Sviluppo per almeno 110 miliardi di euro all’anno fino al 2020 per aiutarli a ridurre la crescita delle loro emissioni del 15-30% al 2020.
giovedì 3 settembre 2009
RISCALDAMENTO GLOBALE: IL MONDO E' SULL'ORLO DEL PRECIPIZIO

'Abbiamo il piede sull'acceleratore e ci stiamo dirigendo verso l'abisso'', ha ammonito Ban Ki-moon riferendosi ai cambiamenti climatici. In un intervento alla Terza Conferenza mondiale sul clima, in corso a Ginevra, il segretario generale dell'Onu ha esortato la comunita' internazionale ad agire ''adesso''. ''Abbiamo scatenato forze potenti ed imprevedibili, il cui impatto e' gia' visibile. L'ho osservato con i miei occhi'', ha aggiunto Ban ki Moon reduce da una missione all'Artico.
Abbiamo un piede incollato sull'acceleratore e ci stiamo dirigendo verso un precipizio''. E' questa l'immagine con cui il segretario generale dell'Onu, Ban Ki Moon, oggi alla Conferenza mondiale sul Clima di Ginevra, ha voluto lanciare un monito sui rischi imminenti che sta correndeo il pianeta.
Ban Ki Moon, che questa settimana ha visitato l'Artico per vedere in prima persona gli effetti del riscaldamento globale, ha avvertito che ''molti degli scenari piu' a lungo termine'' previsti dagli scienziati si stanno ''verificando ora''. ''Gli scienziati - ha spiegato - sono stati accusati per anni di allarmismo, ma i veri allarmisti sono quelli che dicono che non possiamo permetterci un'azione'' contro il riscaldamento climatico, perche' ''cio' fermerebbe la crescita economica''. Queste persone ''sbagliano, il cambiamento climatico potrebbe essere disastroso'', ha avvertito Ban.
Il numero uno dell'Onu ha poi fissato le speranze di un'inversione di tendenza sul summit sul cambiamento climatico dei leader mondiali a New York, previsto questo mese.
I colloqui su un nuovo Protocollo di Kyoto e sui tagli alle emissioni in vista della Conferenza di Copenaghen di dicembre sono stati troppo lenti e limitati. ''Abbiamo 15 giorni utili per i negoziati da qui a Copenaghen, non possiamo permetterci progressi limitati, abbiamo bisogno di rapidi progressi'', ha aggiunto, criticando ''l'inerzia'' di molti paesi sul tema. ''A New York mi aspetto discussioni chiare e costruttive, mi aspetto la costruzione'' di uno strumenmto che funga da ponte per il futuro e ''risultati forti'', ha detto Ban ai delegati di 150 paesi riuniti al meeting di Ginevra.
Il segretario generale dell'Onu ha poi avvisato che il prezzo di un eventuale fallimento della Conferenza di Copenaghen sarebbe alto ''non solo per le future generazioni, ma anche per questa generazione''. Ban ha poi ribadito che la promessa fatta dal Gruppo del G8 per un taglio a lungo termine, entro il 2050, dell'80% delle emissioni nocive non e' sufficiente: ''Continuo a credere che avrebbero dovuto fissare un obiettivo di medio termine e continuero' a sostenere con il G8 e il G20'' questa posizione.Nel corso del suo mandato, Ban Ki Moon ha effettuato diversi viaggi allo scopo di verificare l'impatto del cambiamento climatico sull'ambiente e sull'uomo, compreso un viaggio in Antartide. Ban ha visto di persona l'avanzameto dei deserti in Ciad e la diminuzione della foresta amazzonica in Brasile. Visibilmente preoccupato dall'ultima visita nell'Artico, Ban Ki Moon ha avvertito che l'innalzamento del livello del mare, causato in primo luogo dallo scioglimento dei ghiacci della calotta polare, minaccera' grandi citta' in tutto il mondo, cun bacino potenziale di 130 milioni di persone. Il cambiamento climatico, secondo Ban, sta inoltre innescando una corsa alle risorse naturali nell'Artico, dopo l'apertura di un passaggio per le navi nei mari del polo nord, ora liberi dai ghiacci. ''Non stiamo solo sfidando l'ambiente, il cambiamento climatico sta anche alterando il quadro geopolitico'', ha spiegato.
Ban ha poi invocato azioni urgenti sui temi-chiave dei negoziati preparatori della Conferenza di Copenaghen, caratterizzati da divisioni tra paesi ricchi, emergenti e poveri. Secondo Ban queste divisioni si registrano anche sulle misure da adottare per adattarsi al cambiamento climatico e sull'avvio di 'finanziamenti rapidi' per aiutare i paesi piu' vulnerabili e meno sviluppati. Mentre le nazioni piu' industrializzate hanno bisogno di obiettivi sulle emissioni di medio termine, Ban ha rilevato che anche i paesi in via di sviluppo ''hanno bisogno di agire subito per diminuire la crescita delle emissioni''.
L'ex diplomatico sudcoreano ha poi rivelato di star lavorando a un vertice dei leader delle nazioni che hanno le piu' grandi foreste per un meeting, da svolgere entro il mese, sulla deforestazione: ''Chiedero' ai leader delle nazioni con le piu' grandi foreste di incontrarci'' il 22 settembre. Per il segretario generale dell'Onu i paesi a maggior rischio deforstazione sono Brasile, Indonesia, Repubblica democratica del Congo e alcuni paesi europei.
EFFETTO SERRA: il livello degli oceani potrebbe crescere di oltre un metro.
Il Wwf lancia un nuovo preoccupato allarme durante la conferenza sul clima dell'Onu in corso a Ginevra. Secondo il rapporto dell'associazione un quarto della popolazione mondiale è minacciato dalle inondazioni a causa dello scioglimento dei ghiacciai nell'Artico.
Nel 2100, il livello degli oceani potrebbe crescere di oltre un metro, mettendo in serio pericolo gli insediamenti urbani vicino alle coste. Attualmente la zona artica si riscalda infatti due volte più in fretta della Terra, il che costituisce una minaccia non solo ai poli ma per l'intero pianeta. In Europa e America del Nord, ad esempio, ci potrebbero essere inverni molto più freddi del solito, mentre in Groenlandia gli inverni potrebbero farsi più miti a causa delle diverse condizioni di umidità dovute all'innalzamento del livello dei mari.
Per il Wwf è in atto un processo inarrestabile a catena: mentre l'estensione dei ghiacciai diminuisce e la superficie degli oceani aumenta, la quantità di energia solare assorbita cresce e ciò fa salire le temperature. Il riscaldamento climatico libera inoltre delle grandi quantità di metano, gas a effetto serra, nella regione polare. Un effetto che contribuisce, a sua volta, ad accelerare il processo di scioglimento dei ghiacciai artici.
Per evitare la catastrofe bisogna che i paesi industrializzati riducano di almeno il 40% le loro emissioni di Co2 entro il 2020.
Sulla questione i capi di stato e di governo dovranno trovare un'intesa a dicembre a Copenaghen, per un accordo che sostituisca il Protocollo di Kyoto a partire dal 2013.
da : www.verdi.it
Durante una visita al polo, il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, ha espresso inquietudine per il ritmo con cui si stanno sciogliendo i ghiacci dell'Artico e ha ricordato la responsabilita' che i leader mondiali hanno nei confronti del pianeta terra.
"I dirigenti di tutti i Paesi" - ha detto il segretario ONU parlando su un'isola dell'arcipelago norvegese delle Svalbard - "hanno la 'responsabilita' politico-morale' di preservare l'avvenire del pianeta". Ban Ki-moon ha visitato Ny-Aelesun, un piccolo centro dell'arcipelago norvegese di Svalbard, dove si trova un osservatorio internazionale per i mutamenti climatici a 1.231 chilometri dal polo nord.
"Sono estremamente allarmato e sorpreso - ha detto ancora il segretario generale delle Nazioni unite durante la visita al centro scientifico di Ny-Aalesund - di vedere questi ghiacciai in uno stato cosi' cattivo".
E' la prima volta che un segretario generale dell'Onu visita Ny-Aalesund, la localita' piu' settentrionale al mondo, situata a soli 1.231 chilometri dal polo nord, ha sottolineato il responsabile del sito scientifico, Bendik Eithun Halgunset.
L'accelerato scioglimento dei ghiacci non è un problema locale ma planetario, come ricorda il Wwf nel dossier Artic Climate Feedback Global Implications, presentato oggi a Ginevra durante la conferenza internazionale sul clima dell'Organizzazione metereologica mondiale.
L'innalzamento della temperatura causa lo scioglimento dei ghiacci che, a sua volta, provoca l'innalzamento dei mari (la previsione è di almeno un metro entro il 2100) minacciando un quarto della popolazione mondiale. Con il cambiamento delle temperature e dei regimi delle piogge, Europa e nord America saranno soggette a forti e frequenti precipitazioni con impatti negativi su agricoltura, foreste e riserve idriche.
Il cambiamento climatico è una cosa seria e ne stiamo toccando con mano gli effetti.
Nel 2100, il livello degli oceani potrebbe crescere di oltre un metro, mettendo in serio pericolo gli insediamenti urbani vicino alle coste. Attualmente la zona artica si riscalda infatti due volte più in fretta della Terra, il che costituisce una minaccia non solo ai poli ma per l'intero pianeta. In Europa e America del Nord, ad esempio, ci potrebbero essere inverni molto più freddi del solito, mentre in Groenlandia gli inverni potrebbero farsi più miti a causa delle diverse condizioni di umidità dovute all'innalzamento del livello dei mari.
Per il Wwf è in atto un processo inarrestabile a catena: mentre l'estensione dei ghiacciai diminuisce e la superficie degli oceani aumenta, la quantità di energia solare assorbita cresce e ciò fa salire le temperature. Il riscaldamento climatico libera inoltre delle grandi quantità di metano, gas a effetto serra, nella regione polare. Un effetto che contribuisce, a sua volta, ad accelerare il processo di scioglimento dei ghiacciai artici.
Per evitare la catastrofe bisogna che i paesi industrializzati riducano di almeno il 40% le loro emissioni di Co2 entro il 2020.
Sulla questione i capi di stato e di governo dovranno trovare un'intesa a dicembre a Copenaghen, per un accordo che sostituisca il Protocollo di Kyoto a partire dal 2013.
Il video di Arctic Feedbacks: Global Implications report
Durante una visita al polo, il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, ha espresso inquietudine per il ritmo con cui si stanno sciogliendo i ghiacci dell'Artico e ha ricordato la responsabilita' che i leader mondiali hanno nei confronti del pianeta terra.
"I dirigenti di tutti i Paesi" - ha detto il segretario ONU parlando su un'isola dell'arcipelago norvegese delle Svalbard - "hanno la 'responsabilita' politico-morale' di preservare l'avvenire del pianeta". Ban Ki-moon ha visitato Ny-Aelesun, un piccolo centro dell'arcipelago norvegese di Svalbard, dove si trova un osservatorio internazionale per i mutamenti climatici a 1.231 chilometri dal polo nord.
"Sono estremamente allarmato e sorpreso - ha detto ancora il segretario generale delle Nazioni unite durante la visita al centro scientifico di Ny-Aalesund - di vedere questi ghiacciai in uno stato cosi' cattivo".
E' la prima volta che un segretario generale dell'Onu visita Ny-Aalesund, la localita' piu' settentrionale al mondo, situata a soli 1.231 chilometri dal polo nord, ha sottolineato il responsabile del sito scientifico, Bendik Eithun Halgunset.
L'accelerato scioglimento dei ghiacci non è un problema locale ma planetario, come ricorda il Wwf nel dossier Artic Climate Feedback Global Implications, presentato oggi a Ginevra durante la conferenza internazionale sul clima dell'Organizzazione metereologica mondiale.
L'innalzamento della temperatura causa lo scioglimento dei ghiacci che, a sua volta, provoca l'innalzamento dei mari (la previsione è di almeno un metro entro il 2100) minacciando un quarto della popolazione mondiale. Con il cambiamento delle temperature e dei regimi delle piogge, Europa e nord America saranno soggette a forti e frequenti precipitazioni con impatti negativi su agricoltura, foreste e riserve idriche.
Il cambiamento climatico è una cosa seria e ne stiamo toccando con mano gli effetti.
mercoledì 2 settembre 2009
riscaldamento globale: Un quarto della popolazione mondiale potrebbe essere colpito da inondazioni a causa del riscaldamento dell'Artico

Un quarto della popolazione mondiale potrebbe essere colpito da inondazioni a causa del riscaldamento dell'Artico; si registrera' inoltre un significativo aumento delle emissioni di gas a effetto serra provenienti dalle riserve di carbonio fino ad ora stoccate dal ghiaccio e si moltiplicheranno i fenomeni meteorologici estremi. E' quanto emerge dal rapporto ''Arctic Climate Feedbacks: Global Implications'', realizzato dal WWF con alcuni tra i piu' accreditati nomi della scienza del clima e presentato oggi alla stampa, nel corso della Terza Conferenza internazionale sul clima dell'Organizzazione meteorologica mondiale a Ginevra.
''Quello che gli scienziati del clima dicono in questo dossier e' semplice: i fenomeni di fusione dei ghiacci dell'Artico non costituiscono un problema locale, ma planetario - commenta Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf Italia - Banalmente, se non riusciremo a mantenere l'Artico freddo abbastanza, tutto il mondo ne subira' le conseguenze''.
''Arctic Climate Feedbacks: Global Implications'' elenca tutti gli effetti negativi dovuti al riscaldamento dell'Artico con dati derivanti dalle piu' recenti ed accreditate ricerche climatologiche che fanno apparire le previsioni cui era giunto l'IPCC (il Panel intergovernamentale sui cambiamenti climatici) nel suo quarto rapporto del 2007, quanto meno ottimistiche.
La drastica perdita di ghiaccio marino, dovuta al fatto che l'Artico si riscalda ad una velocita' 2 volte superiore rispetto al resto del mondo, influenzera' la circolazione atmosferica e i fenomeni meteorologici ben oltre le stesse regioni artiche: potranno modificarsi le temperature e i regimi delle piogge in Europa e nel nord America, con impatti sull'agricoltura, sulle foreste e sulle riserve idriche.
martedì 25 agosto 2009
bomba atomica: rischio esplosione nucleare al Circolo Polare Artico

Una “bomba sporca” giace nei pressi del Circolo Polare Artico. Si tratta di materiale radioattivo che, se esplodesse, potrebbe eguagliare se non superare il disastro nucleare di Chernobyl. Nel sito di stoccaggio russo della baia di Andreeva, nella Penisola di Kola, vicino Murmansk, giacciono infatti oltre 20 mila barre di materiale nucleare scartato dai sommergibili russi, relitti della Guerra Fredda contenuti lì da decenni. Il freddo e l’acqua salata stanno ora corrodendo l’edificio di Andreeva, e se una delle barre dovesse prendere fuoco, l’esplosione potrebbe proiettare materiale radioattivo ovunque, rendendo inabitabili zone della Norvegia, Russia e Finlandia e contaminando anche la Gran Bretagna.
Lo denuncia il gruppo ambientalista norvegese Bellona, che dice di aver ottenuto un dossier segreto dell’agenzia nucleare russa Rosatom, che parla di «esplosione incontrollabile» nel sito di Andreeva. «Le barre di materiale radioattivo sono fissate al suolo e protette da metallo, per evitare che si originino delle reazioni. Tuttavia, il metallo si sta corrodendo, e le barre cadono sul fondo dei contenitori che vengono corrosi dall’acqua marina», ha detto all’Indipendent John Large, consulente nucleare indipendente. «Questa corrosione - ha aggiunto - rilascia idrogeno, un materiale altamente infiammabile. Se per qualche motivo si dovesse originare una scintilla, l’esplosione potrebbe proiettare materiale radioattivo per centinaia di chilometri». Non si tratterebbe di una vera bomba nucleare, ma di una «bomba sporca» capace di contaminare una grande area per lunghissimo tempo.
«Poche persone morirebbero nell’esplosione», ha detto Large, che ha aiutato le operazioni di recupero del materiale radioattivo del sottomarino russo Krusk, affondato nel 2000. «Tuttavia, le condizioni metereologiche - ha continuato - potrebbero creare una nuvola di materiale radioattivo estesa per migliaia di chilometri. Proprio come è successo a Chernobyl». Per gli esperti, un’esplosione nel sito di Andreeva potrebbe cancellare la vita nel raggio di 50 chilometri, e rendere inabitabili per almeno 20 anni zone di Russia, Finlandia e Norvegia. «Ci sono fughe di radioattività dal 1982. Inoltre la sicurezza nel sito è ai minimi livelli», hanno detto gli attivisti di Bellona.
«C’è solo un pugno di guardie - hanno proseguito - e un po’ di filo spinato. Un sito del genere è molto appetibile per i terroristi in cerca di materiale per bombe sporche. E’ solo questione di tempo prima che accada qualcosa». Intanto, l’amministrazione Putin e la Rosatom hanno negato che il sito di Andreeva costituisca un pericolo per l’ambiente. «La possibilità che si verifichi un evento nucleare pericoloso è da escludere», ha detto Andrei Malyshev, vice capo della Rosatom.
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