I ricercatori della Facoltà di medicina veterinaria dell’Università della California a Davis (Stati Uniti) hanno collegato la riduzione del ghiaccio artico con la diffusione di un virus mortale che minaccia i mammiferi marini nel Nord Pacifico.
Gli scienziati hanno analizzato gli effetti del virus del cimurro di Foquillo (PVD), responsabile della morte di migliaia di foche avvistate nell’Atlantico tra il 1988 e il 2002 e il loro collegamento con un altro focolaio di lontre nell’Alaska settentrionale nel 2004.
Il killer si chiama "Phocine distemper virus" (PDV) e ha colpito diversi mammiferi marini per decenni, uccidendo migliaia di foche europee del Nord Atlantico nel 2002. Due anni dopo, si è scoperto che le lontre marine settentrionali dell'Alaska (Enhydra lutris kenyoni) avevano contratto il virus. All'inizio i ricercatori non riuscivano a spiegarsi come fosse stato possibile la diffusione di questo virus tra queste specie, poiché fra di loro non ci poteva essere alcun contatto, a causa del ghiaccio artico che le divideva. Ora però un gruppo di ricerca della UC Davis School of Veterinary Medicine ha scoperto che le foche infette hanno viaggiato dall'Europa passando lungo la Russia settentrionale e la California settentrionale, grazie a una serie di passaggi aperti dai bassi livelli di ghiaccio marino. Questo cambiamento "storico" del ghiaccio marino potrebbe aver permesso alle foche artiche e subartiche di incontrarsi, cosa che non era mai stato possibile prima. Secondo i ricercatori, stando a quanto riportato nello studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports, questa sarebbe la causa più probabile della diffusione del PDV nell'Oceano Pacifico del Nord. "La perdita di ghiaccio marino sta portando la fauna marina a cercare nuovi habitat e la rimozione delle barriere fisiche sta consentendo loro di attraversare nuovi percorsi per spostarsi", spiega Tracey Goldstein, autrice principale dello studio. "Mentre gli animali si muovono e entrano in contatto con altre specie, offrono l'opportunita' di introdurre e trasmettere nuove malattie infettive, con effetti potenzialmente devastanti".
NO AL NUCLEARE ESISTONO LE FONTI RINNOVABILI. AMBIENTE,NATURA,DIFESA DEL PIANETA. SALUTE
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giovedì 14 novembre 2019
martedì 12 novembre 2019
tragulo,“cervo topo” fotografato in Vietnam,30 anni dall’ultimo avvistamento
Grazie a trenta fototrappole piazzate nelle foreste di Nha Trang, gli scienziati sono riusciti a fotografare il rarissimo tragulo del Vietnam o "cervo topo", un ungulato che gli studiosi non avvistavano da circa 30 anni. Il mammifero, poco più grande di un coniglio, era inserito nella lista delle "specie perdute" della Global Wildlife Conservation.
Grazie all'uso di fototrappole è stato immortalato il rarissimo tragulo del Vietnam (Tragulus versicolor), una minuscola specie di ungulato – dal latino mammifero con zoccoli – conosciuta in lingua anglosassone col nome di “cervo topo” del Vietnam o chevrotain dal dorso argentato. Sono trascorsi circa 30 anni dal precedente avvistamento in natura nel Paese asiatico, ovvero da quando nel 1990 un cacciatore abbatté un esemplare vicino al fiume Tra, nei pressi di Dak Rong. Ciò ha spinto gli scienziati a includere il mammifero – dalle dimensioni di un grosso coniglio – nella lista delle “specie perdute” della Global Wildlife Conservation, un'iniziativa dalle cui basi è partita la spedizione che ha permesso di fotografarne diversi esemplari tra aprile e luglio del 2018.
Grazie all'uso di fototrappole è stato immortalato il rarissimo tragulo del Vietnam (Tragulus versicolor), una minuscola specie di ungulato – dal latino mammifero con zoccoli – conosciuta in lingua anglosassone col nome di “cervo topo” del Vietnam o chevrotain dal dorso argentato. Sono trascorsi circa 30 anni dal precedente avvistamento in natura nel Paese asiatico, ovvero da quando nel 1990 un cacciatore abbatté un esemplare vicino al fiume Tra, nei pressi di Dak Rong. Ciò ha spinto gli scienziati a includere il mammifero – dalle dimensioni di un grosso coniglio – nella lista delle “specie perdute” della Global Wildlife Conservation, un'iniziativa dalle cui basi è partita la spedizione che ha permesso di fotografarne diversi esemplari tra aprile e luglio del 2018.
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martedì 26 ottobre 2010
BIODIVERSITA': IN AMAZZONIA SCOPERTA 1 NUOVA SPECIE OGNI 3 GIORNI
Nel pieno della Conferenza sulla Biodiversita' che si sta svolgendo a Nagoya, in Giappone, il WWF ha diffuso oggi in una conferenza stampa l'ultimo report ''Amazzonia Viva'' che mette in luce la straordinaria ricchezza di specie di quest'area e evidenzia le minacce che ancora incombono.
Il Report illustra l'enorme biodiversita' con 1200 specie nuove scoperte e descritte in appena 10 anni, tra il 1999 e il 2009: praticamente una nuova specie ogni tre giorni (parlando solo di animali vertebrati - mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci e di piante tralasciando le migliaia di specie scoperte di invertebrati). Questo dato conferma che l'Amazzonia e' uno dei luoghi della Terra dove si riscontra la maggiore diversita' e dunque un patrimonio inestimabile di cui tutti noi inconsapevolmente beneficiamo: malgrado la maggior parte della regione sia ancora al riparo da disturbi le minacce stanno aumentando velocemente. Durante gli ultimi 50 anni l'uomo ha causato la distruzione di almeno il 17% della foresta pluviale amazzonica, un'area piu' vasta del Venezuela e pari a due volte la Spagna. Una delle principali cause di questa trasformazione e' rappresentata dalla rapida espansione dei mercati regionali e globali della carne, della soia e dei biocombustibili, che fanno aumentare la domanda di terreni. Si stima che l'80 % delle aree deforestate dell'Amazzonia siano destinate a pascoli per il bestiame.
Inoltre, i modelli di sviluppo non sostenibili, la rapida crescita economica regionale e il crescente fabbisogno energetico stanno esercitando un forte impatto sull'Amazzonia.
Per il WWF e' importante garantire lo sviluppo delle strategie di conservazione a livello regionale, promuovendo la gestione sostenibile delle risorse naturali e uno sviluppo ben pianificato delle infrastrutture, che si tradurranno poi in sviluppo economico, tenendo in considerazione, tra gli altri elementi, anche gli impatti sociali e ambientali. E' questo il senso dell'appello lanciato ai delegati dei 193 paesi presenti a Nagoya ai quali e' stata fatta una richiesta: inserire l'Amazzonia nella mappa mondiale dei luoghi prioritari per la conservazione e costruire un forte sostegno pubblico attorno alle iniziative di conservazione su grande scala in Amazzonia. Per le nazioni amazzoniche, una parte della soluzione per la protezione delle specie e degli habitat amazzonici e' attualmente oggetto di valutazione da parte dei governi che si stanno incontrando proprio durante il Summit di Nagoya: un approccio transnazionale finalizzato a creare, nella regione amazzonica, un sistema di aree protette completo ed efficacemente gestito.
Il Report illustra l'enorme biodiversita' con 1200 specie nuove scoperte e descritte in appena 10 anni, tra il 1999 e il 2009: praticamente una nuova specie ogni tre giorni (parlando solo di animali vertebrati - mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci e di piante tralasciando le migliaia di specie scoperte di invertebrati). Questo dato conferma che l'Amazzonia e' uno dei luoghi della Terra dove si riscontra la maggiore diversita' e dunque un patrimonio inestimabile di cui tutti noi inconsapevolmente beneficiamo: malgrado la maggior parte della regione sia ancora al riparo da disturbi le minacce stanno aumentando velocemente. Durante gli ultimi 50 anni l'uomo ha causato la distruzione di almeno il 17% della foresta pluviale amazzonica, un'area piu' vasta del Venezuela e pari a due volte la Spagna. Una delle principali cause di questa trasformazione e' rappresentata dalla rapida espansione dei mercati regionali e globali della carne, della soia e dei biocombustibili, che fanno aumentare la domanda di terreni. Si stima che l'80 % delle aree deforestate dell'Amazzonia siano destinate a pascoli per il bestiame.
Inoltre, i modelli di sviluppo non sostenibili, la rapida crescita economica regionale e il crescente fabbisogno energetico stanno esercitando un forte impatto sull'Amazzonia.
Per il WWF e' importante garantire lo sviluppo delle strategie di conservazione a livello regionale, promuovendo la gestione sostenibile delle risorse naturali e uno sviluppo ben pianificato delle infrastrutture, che si tradurranno poi in sviluppo economico, tenendo in considerazione, tra gli altri elementi, anche gli impatti sociali e ambientali. E' questo il senso dell'appello lanciato ai delegati dei 193 paesi presenti a Nagoya ai quali e' stata fatta una richiesta: inserire l'Amazzonia nella mappa mondiale dei luoghi prioritari per la conservazione e costruire un forte sostegno pubblico attorno alle iniziative di conservazione su grande scala in Amazzonia. Per le nazioni amazzoniche, una parte della soluzione per la protezione delle specie e degli habitat amazzonici e' attualmente oggetto di valutazione da parte dei governi che si stanno incontrando proprio durante il Summit di Nagoya: un approccio transnazionale finalizzato a creare, nella regione amazzonica, un sistema di aree protette completo ed efficacemente gestito.
venerdì 24 settembre 2010
Nuova Zelanda:salvate 21 balene su 75 circa

Salvate 21 balene delle 75 che si erano arenate due giorni fa su una spiaggia dell'isola del nord della Nuova Zelanda. Sono state riportate in acqua dopo essere state trasferite in camion per 50 km ad una vicina baia.
Le balene globicefale, che pesano fino a due tonnellate ciascuna, sono state calate in acqua in rapida successione usando argani, mentre gli oltre 200 soccorritori, per lo piu' volontari, continuano a lavorare per impedire che tornino ad arenarsi.
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giovedì 23 settembre 2010
Nuova Zelanda : Strage di balene, in 60 muoiono arenate sulla spiaggia

Gli ambientalisti stanno cercando ora di salvare le 24 sopravvissute. Gli animali "sembrano proprio aver capito che ci stiamo occupando di loro", ha commentato Sue Campbell, portavoce del dipartimento per la tutela ambientale.
Circa 60 balene sono morte dopo essersi arenate su una spiagga in Nuova Zelanda, mentre gli ambientalisti cercano di salvare le 24 sopravvissute. Non si ha un bilancio esatto perché alcune delle carcasse sono state riportate in alto mare dalle correnti.
Il fenomeno si è verificato nella remota Spirit Bay, sulla punta della North Island, dove ieri si sono arenate le balene. Al momento sono in azione gru per rimuovere gli animali. Impegnati oltre cento volontari, tra cui anche membri di una tribù locale di maori che, sfidando venti a oltre 100 chilometri l'ora, stanno cercando di spingere le balene sopravvissute in una laguna dove dovrebbero trascorrere la notte.
Gli animali "sembrano proprio aver capito che ci stiamo occupando di loro e che sono in buone mani", ha commentato Sue Campbell, portavoce del dipartimento per la tutela ambientale, intervistata da Radio New Zealand. "Rispondono e comunicano con le persone che le toccano e parlano loro", ha aggiunto. Campbell ha spiegato che la speranza è che i cetacei possano essere caricati su camion domani per esser trasportate 50 km via strada su una spiagga più tranquilla e poi essere riportati in mare aperto.
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In Nuova Zelanda 75 balene spiaggiate.E' il secondo spiaggiamento nel giro di due mesi

Settantacinque balene si sono arenate su una spiaggia remota sulla punta settentrionale dell'isola del nord della Nuova Zelanda. E' il secondo spiaggiamento nel giro di due mesi. Le balene sono sparse lungo 2 km di spiaggia, di queste 49 sono ancora vive, 25 morte e altre 50 in mare a pochissima distanza. Ranger e membri della comunita' maori, che venerano le balene come divinita', si preparano a trascorrere la notte sulla spiaggia per tenerle bagnate.
fonte: Ansa
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domenica 22 agosto 2010
Spiaggiamenti Balene : In Nuova Zelanda salvate 11 balene su 73

Sono state riportate in mare 11 balene di un grosso branco che si era arenato l'altro ieri a Karikari Beach, sulla costa nord della Nuova Zelanda. Oltre 100 soccorritori, tra ranger e volontari, hanno lavorato incessantemente tutto ieri per salvare i cetacei, confortandoli e tenendoli bagnati, ma per 62 di essi non c'e' stato niente da fare.
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venerdì 20 agosto 2010
Spiaggiamenti Balene : In Nuova Zelanda lotta contro il tempo per salvare le balene spiaggiate
73 cetacei si sono arenati a Karikari Beach ma una sessantina sono già morti
E' lotta contro il tempo in Nuova Zelanda: 73 balene della specie Globicephala si sono arenate a Karikari Beach, sulla costa nord. Almeno 60 sono gia' morte, i soccorritori sono impegnati per salvare gli animali sopravvissuti. Lo riferisce il New Zealand
Herald. Secondo Carolyn Smith, del dipartimento per la conservazione dell'ambiente, le balene si sono arenate nel corso della notte, per questo molte sono morte. Nella zona infuria il maltempo, che rende piu' difficili le operazioni dei soccorritori. "Le prossime ore sono cruciali per il successo dell'operazione. Le balene saranno posizionate in modo da poter recuperare il proprio orientamento", ha aggiunto la Smith. Ogni balena arriva a pesare circa una tonnellata e mezzo: per ciascuna servono almeno 5 persone per effettuare il salvataggio.
E' lotta contro il tempo in Nuova Zelanda: 73 balene della specie Globicephala si sono arenate a Karikari Beach, sulla costa nord. Almeno 60 sono gia' morte, i soccorritori sono impegnati per salvare gli animali sopravvissuti. Lo riferisce il New Zealand
Herald. Secondo Carolyn Smith, del dipartimento per la conservazione dell'ambiente, le balene si sono arenate nel corso della notte, per questo molte sono morte. Nella zona infuria il maltempo, che rende piu' difficili le operazioni dei soccorritori. "Le prossime ore sono cruciali per il successo dell'operazione. Le balene saranno posizionate in modo da poter recuperare il proprio orientamento", ha aggiunto la Smith. Ogni balena arriva a pesare circa una tonnellata e mezzo: per ciascuna servono almeno 5 persone per effettuare il salvataggio.
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martedì 2 marzo 2010
antilope saiga:

Il gelo di questo inverno sta mettendo a dura prova la sopravvivenza di uno dei mammiferi più minacciati e meno conosciuti al mondo: l'antilope saiga (Saiga tatarica). Le notizie che arrivano dalla Repubblica di Kalmykia, nella Federazione russa, dove sopravvive uno dei nuclei più importanti, sono drammatiche. Lo spesso strato di ghiaccio che ricopre la steppa impedisce a questa piccola e velocissima antilope di cibarsi dei pochi vegetali che sopravvivono alle temperature proibitive e l'attività di bracconaggio prosegue indisturbata nonostante l'adesione del governo russo, lo scorso 25 giugno a Bonn, a un’iniziativa del CMS (Convention on Conservation of Migratory Species) volta alla sua protezione.
ADDIO IN SILENZIO - Del resto chi conosce l'antilope saiga? Non ha la maestosità né il fascino di altre specie seriamente minacciate come l'orso bianco, la tigre o il panda. Con il suo muso tenero e sgraziato non «buca» lo schermo e questo suo scarso appeal l'ha condannata all'indifferenza più totale. Eppure, dovrebbe far notizia il fatto che a partire dagli anni Ottanta il numero di esemplari di questo piccolo erbivoro dalle abitudini migratorie è diminuito da un milione di esemplari ai cinquantamila attuali. In silenzio, senza disturbare, la saiga sta scomparendo dalle steppe euroasiatiche dove vive, luoghi che, proprio come lei, appartengono a una geografia percepita dai più come lontana: oltre alla Kalmykia, le steppe della Mongolia, del Kazakhstan, del Turkmenistan, dell'Uzbekistan.
LA CRISI DELL'URSS - Senza alcuna parentela genetica con le altre specie di antilopi che popolano la Terra, per questo mammifero dalle abitudini migratorie dotato di una soffice proboscide nasale e, nei maschi, di corna traslucide di colore ambrato, i guai seri sono arrivati dopo il crollo dell’Unione Sovietica. All’inizio degli anni Novanta la crisi nelle campagne portò a una caccia spietata per la sua carne e diede enorme impulso al bracconaggio per l’esportazione delle corna in Cina, dove sono molto richieste dalla medicina tradizionale.
ALLARME INTERNAZIONALE - Dal 2006 la Saiga Conservation Alliance, una rete i
nternazionale di biologi e zoologi, lotta per far conoscere la tragedia di questo elusivo animale nel mondo. Protetta solo nella riserve naturali di Stepnoi e di Cherny Zemli, rispettivamente nella regione di Astrakhan e in Kalmykia, la piccola antilope dovrebbe, in forza degli accordi dello scorso giugno, essere monitorata via satellite nella zona dell'altopiano di Ustiurt, tra l'Uzbekistan e il Kazakhstan, ma anche se il progetto dovesse partire, potrebbe non riuscire a fermare l'estinzione in atto.
lunedì 10 agosto 2009
riscaldamento globale:Himalaya, 350 specie Rischiano l'estinzione
I cambiamenti climatici continuano a mettere a dura prova il tesoro di biodiversità del nostro pianeta. Nella categoria "a rischio" figurano anche 350 nuove specie scoperte nell'Himalaya orientale in dieci anni di ricerche. Esseri viventi come il più piccolo cervo del mondo, la rana volante e un geco che esiste da 100 milioni di anni. Nell'Himalaya orientale rischia di sparire (o modificarsi in modo irreversibile) la dimora di una varietà sorprendente di specie: 10mila vegetali, 300 specie di mammiferi, 977 di uccelli, 176 di rettili, 105 di anfibi e 269 pesci di acqua dolce. A scattare la fotografia è un dossier del Wwf, «The eastern Himalayas - Where worlds collide» (testo integrale in inglese).
DIECI ANNI DI STUDI - Lo studio riassume le scoperte fatte da diversi scienziati in dieci anni, dal 1998 al 2008, in zone remote e montuose che vanno dall'India nord-orientale all'estremo nord del Myanmar, fino al Nepal e alle regioni meridionali dell'area autonoma del Tibet. Gli esperti hanno individuato più di 350 specie fino a quel momento sconosciute nelle regioni dell'Himalaya orientale: 244 piante, 16 anfibi, 16 rettili, 14 pesci, 2 uccelli, 2 mammiferi, e almeno 60 nuovi invertebrati. Tra questi una rana color verde brillante ("Rhacophorus suffry") che utilizza i lunghi piedi rossi palmati per librarsi nell'aria, un cervo foglia ("Muntiacus putaoensis"), il più piccolo e antico del mondo, con il manto bruno chiaro e gli occhi da cerbiatto, un geco con 100 milioni di anni sulle spalle, scoperto in una miniera di ambra della Hukawang Valley, nelle regioni himalayane dell'estremo nord del Myanmar. Qui, c'è anche la più alta concentrazione di tigre del Bengala e, soprattutto, l'ultimo bastione del rinoceronte indiano.
DELFINI, GIBBONI, LEOPARDI - Proprio in questa terra l'associazione del Panda è impegnata nella difesa degli habitat di specie a rischio come il leopardo delle nevi, la tigre del Bengala, il gibbone dalle mani bianche, il leopardo nebuloso, l'elefante asiatico, il panda minore, il langur dorato, il raro delfino del Gange. «Siamo di fronte a un patrimonio di diversità culturale e biologica che è però estremamente vulnerabile e fragile - osserva Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf - e che rischiamo di perdere per sempre, a meno di non agire da subito contro i cambiamenti del clima. Un impareggiabile mosaico di diversità biologica, senza dubbio tra i più ricchi di tutto l'Oriente». Che soffre però di una estrema sensibilità ai cambiamenti climatici. L'Himalaya, dice Mariagrazia Midulla, responsabile del programma clima ed energia del Wwf,
potrà essere salvata solo con «un trattato equo e coraggioso, fondato sull'alleanza tra Paesi ricchi e poveri contro la devastazione dei cambiamenti climatici, alimentati in questa parte del mondo anche da un'incontrollata deforestazione». L'appuntamento è alla Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, a Copenaghen dal 7 al 18 dicembre, quando i leader del mondo si riuniranno per trovare un accordo su un nuovo trattato che manderà in pensione il Protocollo di Kyoto.fonte:corriere.it
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lunedì 3 agosto 2009
Mediterraneo : Si rischia l'estinzione per un quinto delle specie, già scomparso l'1%

Minaccia estinzione per un quinto delle specie, scomparso l'1%
Quasi un quinto delle specie che abitano nel Mediterraneo e' minacciato dal pericolo di estinzione, mentre l'1% e' gia' scomparso.Si tratta di mammiferi, cetacei, pesci di acqua dolce, anfibi, uccelli, pesci cartilaginei, granchi e gamberi, libellule e rettili. Il 5% risulta fortemente a rischio estinzione, il 7% a rischio e il 7% vulnerabile. Sono i dati dell'ultimo rapporto dell'Unione mondiale della conservazione della natura (Iucn) 'Wildlife in a changing world'.
Mammiferi, cetacei, pesci di acqua dolce, anfibi, uccelli, pesci cartilaginei, granchi e gamberi, libellule, rettili: nel complesso, quasi un quinto di queste specie che abitano nel Mediterraneo e' minacciato dal pericolo di estinzione, mentre l'1% e' gia' scomparso. Secondo una classificazione del pericolo, il 5% risulta fortemente a rischio estinzione, il 7% a rischio e il 7% vulnerabile. Questi i dati contenuti nell'ultimo rapporto dell'Unione mondiale della conservazione della natura (Iucn) 'Wildlife in a changing world', che nell'area ha considerato nove gruppi di animali.
Raffrontando dati rilevati a livello mondiale con quelli regionali, il documento fornisce indicazioni sullo stato di salute della natura nel Mediterraneo. Almeno il 56% delle specie endemiche di pesci di acqua dolce, cioe' specie uniche nella regione, rischia di scomparire. Stessa stima per delfini e balene, seguiti dal 42% di squali e razze, il 36% di granchi e gamberi, il 29% degli anfibi, il 19% delle libellule, il 14% dei mammiferi, il 13% dei rettili e il 5% degli uccelli, che corre lo stesso pericolo.
Inoltre, secondo gli esperti dell'Iucn, l'obiettivo di protezione del 10% di ciascuna delle regioni ecologiche del mondo e' ben lungi dall'essere raggiunto e l'area del Mediterraneo non fa eccezione. Le aree marine protette sono 'sottosviluppate' e le zone meridionale ed orientale, a dispetto della loro rilevanza per la ricchezza di biodiversita', non sono sufficientemente tutelate. Da quanto emerge nel rapporto, gli ecosistemi di acqua dolce sono quelli maggiormente sottoposti a pressioni. I fiumi dell'area ospitano oltre 3.500 dighe, lo scarico di sedimenti e' drasticamente ridotto e l'acqua viene deviata per la produzione di energia, irrigazione e fornitura idrica. Nella maggior parte dei Paesi dell'area mediterranea l'impiego dell'acqua si avvicina al limite delle risorse e diversi fiumi vivono stagioni di siccita'. L'analisi di diverse specie di anfibi, granchi, pesci di acqua dolce, libellule, rettili e mammiferi, rivela uno ''stato preoccupante delle aree umide e dei fiumi del Mediterraneo''. In particolare, fra queste specie quelle considerate a rischio sono soprattutto concentrate nella penisola iberica, nei Balcani, nella parte occidentale della Grecia e nell'area che va dalla Turchia fino ad Israele.
Altro capitolo e' quello dell'ecosistema marino, di cui si sa ancora poco, visto che per circa un terzo delle specie che vi abitano e' stata riscontrata una carenza di dati. Questo non significa che manchino gli allarmi: ad esempio per la foca monaca del Mediterraneo, il pinnipede piu' a rischio di sopravvivenza a livello mondiale. Si parla di una popolazione fra i 350 e i 450 esemplari sopravvissuti nell'area orientale del bacino: in Grecia, Turchia occidentale e isole dell'Egeo. Piuttosto nera la situazione anche per gli squali, che contano il 42% di specie minacciate, contro il 17% a livello globale.
Ma quali sono i principali nemici della natura nel Mediterraneo? Distruzione degli habitat, inquinamento non solo chimico ma anche acustico, eccessivo sfruttamento delle risorse e altre minacce, come l'invasione di specie aliene o la cattura accidentale di animali in mare, stanno provocando pesanti perdite alla biodiversita' della regione. Un pericolo significativo secondo le previsioni per il futuro saranno invece i cambiamenti climatici, a causa dell'aumento della siccita' in un'area che soffre gia' del problema. Da qui l'appello dell'Unione mondiale della conservazione della natura, che chiede un'azione urgente per preservare il futuro del Mediterraneo. Una gestione sostenibile e una protezione legale delle specie e dei loro habitat, secondo gli esperti, sono le chiavi della conservazione nel bacino, oltre alla necessita' di puntare sui due campi della formazione e della ricerca.
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