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sabato 25 febbraio 2017

effetti delle radiazioni sull'uomo

Nel 1999 a Tokaimura avvenne il peggior disastro nucleare in Giappone prima di Fukushima: il bilancio fu di due vittime, una delle quali morì dopo circa 3 mesi di atroci sofferenze. Il suo nome era Hiroshi Ouchi e la sua storia viene spesso ricordata in vari articoli, in cui appare anche un famoso e terrificante scatto che mostra i devastanti effetti delle radiazioni sul corpo umano.

LE COORDINATE STORICHE. L'incidente avvenne il 30 settembre a Tokaimura, un villaggio situato 130 chilometri a nord est di Tokyo in una piccola fabbrica di combustibile nucleare della JCO (Japan Nuclear Fuels Conversion Company) ed ebbe conseguenze molto gravi: furono coinvolti direttamente tre operai e nella zona circostante vennero evacuate quasi trecentomila persone. All'epoca fu classificato come il terzo più grave incidente al mondo, dopo quello di Three Mile Island (Usa) nel 1979 e quello di Černobyl' nel 1986.

MIX FATALE. A causare il disastro fu una scorretta miscelatura di uranio e acido nitrico all'interno di un serbatoio. Invece di utilizzare 3 chili di uranio impoverito come imposto dalla legge, gli operai eccedettero fino ad arrivare a 16 chili, innescando una reazione nucleare a catena con fortissima emissione di raggi gamma.

L'ISTANTE DELL'INCIDENTE. Un lampo blu, dovuto ai neutroni emessi dall'innesco della reazione nucleare, investì alle ore 10:30 i tre tecnici presenti sul posto: si trattava di Hisashi Ouchi (35 anni), Masato Shinohara (40 anni) e Yutaka Yokokawa (54 anni). Ouchi, che era il più esposto, assorbì radiazioni di 10.000-20.000 millisievert, un quantitativo eccezionalmente superiore alla soglia di sicurezza di 50 millisievert.
DESTINO SEGNATO. Dopo aver perso i sensi, Ouchi fu trasportato all'ospedale dell'Università di Tokyo, dove venne rianimato e riuscì a parlare con i medici.

Immediatamente gli effetti delle radiazioni nucleari si manifestarono in modo evidente con progressivo distaccamento di intere porzioni di pelle. Si trattava però solo della punta dell'iceberg, perché i raggi gamma avevano distrutto gran parte del suo corredo cromosomico, portando a una compromissione irreversibile di tutto l'organismo.

UNA LENTA TORTURA? L'operaio, ormai irriconoscibile, rimase in vita grazie alle macchine per due mesi e mezzo, perdendo circa 20 litri di liquidi al giorno. Durante gli 83 giorni di agonia i medici lo sottoposero a diversi cure, che includevano trasfusioni di sangue, innesti cutanei e trapianti di cellule staminali. Fortunatamente per il povero operaio, il suo corpo fu posto in coma farmacologico per evitargli sofferenze dolorosissime.

Il terribile scatto che vedete qui sotto, rievocato anche in un libro di successo, A Slow Death: 83 Days of Radiation Sickness, mostra in modo brutale le conseguenze delle radiazioni sul corpo dell'uomo (vedi spiegazioni più avanti).
Ancora oggi non è chiaro se le condizioni di Ouchi siano state prolungate oltre il necessario per consentire all'equipe di specialisti di testare nuovi trattamenti clinici, in previsione di altre possibili sciagure nucleari.

GLI ALTRI DUE OPERAI. Il trentacinquenne Hisashi Ouchi non fu la sola vittima del disastro di Tokaimura.  Il collega Masato Shinohara, che assorbì radiazioni di 6.000-10.000 millisievert, si spense il 27 aprile del 2000 dopo diversi mesi di cure intensive. Il terzo tecnico, Yutaka Yokokawa, che venne esposto a un livello di 1.000-5.000 millisievert riuscì invece a sopravvivere dopo una lunga degenza in ospedale.

All'esterno non si registrò uno straordinario rilascio di sostanze radioattive, ma altre 119 persone furono comunque contaminate da basse dosi di radiazioni.
             


CHE COSA ACCADE ESATTAMENTE AL CORPO. Come agisce la radioattività sull’organismo umano? Il primo danno si ha immediatamente, o meglio un decimo di trimilionesimo di secondo dopo che protoni, neutroni, elettroni, raggi gamma, o raggi X prodotti dal decadimento del nucleo hanno colpito un qualsiasi atomo dei tessuti del corpo. Con la loro energia essi strappano all’atomo un elettrone. Sia l’atomo, sia l’elettrone, che prima erano in uno stato di normalità, sono ora in una condizione di instabilità: nel successivo milionesimo di secondo, reagendo con altri atomi, entrambi possono dar vita a nuove molecole.

Alcune di queste, chiamati radicali liberi, hanno la caratteristica di reagire molto facilmente al contatto con altre molecole, dando vita a ulteriori sostanze prima inesistenti. Queste possono alterare la riproduzione e il funzionamento delle cellule, per poco tempo o per molti anni, velocemente o lentamente: dipende dalla quantità di tessuto che è stato colpito e dalla natura della radiazione: se la dose assorbita è molto piccola, gli effetti sono minimi e quest’ultimo è in grado di riparare i danni da solo. Ma se la dose è alta e la zona colpita è estesa, le cellule non sono in grado di far fronte all’invasione di radicali tossici.

La particelle più attive, come protoni e neutroni, possono ledere il Dna, che poi si riproduce in maniera anomala. Questo spiegherebbe l’insorgere dei tumori a distanza di tempo in persone che sono state colpite da forti radiazioni. Anche i cromosomi possono essere spezzati dalla radiazione. In questo caso le nuove cellule avranno un “messaggio” cromosomico alterato e così quelle che da esse nasceranno.

Ci sono comunque organi che risentono più di altri degli effetti delle radiazioni intense. Ecco quali.

Midollo osseo. Vengono alterate le cellule che producono globuli bianchi, rossi e piastrine. Insorgono perciò anemie, infezioni ed emorragie. Se la dose è stata molto alta, anche la leucemia.
Apparato riproduttivo. I danni dipendono molto dalla dose. Diminuisce o scompare la produzione di spermatozoi. Possono aumentare i tumori alle ovaie.
Apparato digerente. Insorgono vomito, nausea, diarrea, anoressia, ulcere intestinali. Aumenta il rischio di cancro allo stomaco, al colon e all’esofago.
Tiroide. Adenomi (tumori benigni), e scarso funzionamento della ghiandola.
Occhio. Dopo alcuni mesi si possono formare aree opache nel cristallino.
Gravidanza. Il feto sottoposto a radiazioni nelle prime settimane può avere il cranio più piccolo, ritardo mentale e, dopo la nascita, riduzione dell’altezza.

fonte: http://www.focus.it/scienza/corpo-umano/i-terribili-effetti-delle-radiazioni-sulluomo

lunedì 11 marzo 2013

Radioattività in Italia:I cinghiali radioattivi della Valsesia. Eredità di Chernobyl o del nucleare italiano?

Tracce di cesio 137, oltre la soglia prevista dal regolamenti, sono stati riscontrati in seguito a controlli nella lingua e nel diaframma di cinghiali del comprensorio alpino della Valsesia. Lo rende noto il Ministero della Salute, precisando che sono stati analizzati campioni di lingua e diaframma di capi abbattuti durante la stagione venatoria 2012/2013. Su 27 campioni il livello di cesio 137 e' risultato superiore allo soglia indicata dal Regolamento 733 del 2008, come limite tollerabile in caso di incidente nucleare. Il cesio 137 e' un isotopo radioattivo rilasciato -tra l'altro - nel 1986 dalla centrale di Chernobyl.

Il Ministro della Salute, Balduzzi, in contatto con le autorita' sanitarie e la presidenza della Regione Piemonte, ha immediatamente attivato il Comando dei Carabinieri del Nas e del Noe, nel cui Reparto operativo e' inserita una Sezione inquinamento da Sostanze radioattive, (orientata al contrasto di traffici illeciti di rifiuti e materiali radioattivi e dotata di complessi laboratori mobili di rilevamento), che insieme alla Direzione Generale per l'igiene e la sicurezza degli alimenti e la nutrizione dello stesso Ministero coordineranno tutti gli accertamenti.



Anche Gian Piero Godio, un esperto in questioni nucleari di Legambiente Piemonte e Val d'Aosta, parla di un'eredità del fall-out  del disastro nucleare del 1986: «Non può essere altro che la ricaduta delle emissioni della centrale di Chernobyl. Altre spiegazioni non potrebbero esserci: il comprensorio della Valsesia non presenta alcuna sorgente radioattiva. La causa più probabile del contagio sono le sostanze emesse in seguito all'incidente nucleare dell'86. Anche se i livelli di Cesio 137 riscontrati negli animali abbattuti mi sembrano quasi inverosimili». 
Elena Fantuzzi, responsabile dell'Istituto di Radioprotezione dell'Enea, in un'intervista al Corriere della Sera avanza anche altre ipotesi: «Il cesio 137 è un radionuclide artificiale prodotto dalla fissione nucleare. Viene rilasciato da siti nucleari. Le ipotesi più immediate sono quelle secondo cui potrebbe essere stato rilasciato in seguito all'incidente nella centrale nucleare di Chernobyl del 1986. Ma bisogna considerare anche i siti nucleari nella zona, fra i quali la centrale di Trino Vercellese smantellata nel 1987 e il sito sperimentale dell'Enea, a Saluggia. Non è esclusa neppure la pista dei rifiuti tossici.  Bisognerebbe considerare anche il metabolismo dei cinghiali, capire se ha caratteristiche tali da favorire l'accumulo del cesio 137 al di sopra dei limiti considerati sicuri».


I campioni erano stati prelevati per essere sottoposti ad una indagine sulla trichinellosi, una malattia parassitaria che colpisce prevalentemente suini e cinghiali.

Successivamente gli stessi campioni sono stati sottoposti a un test di screening per la ricerca del radionuclide Cesio 137, con l'intento di mettere a punto la metodica stessa, coerentemente con quanto espresso dalla Raccomandazione della Commissione Europea del 14 Aprile 2003 (2003/274/CE). I risultati hanno evidenziato la presenza di un numero consistente di campioni con livelli di Cesio 137 superiori a 600 Bq/Kg (Becquerel per Kilo, unita' di misura per il cesio 137).

I valori dei campioni oscillano in un range tra 0 e 5621 Bq/Kg e 27 campioni presentano valori al di sopra dei 600 Bq/kg. Ad oggi dei 27 con valore superiore alla soglia ne sono stati inviati 10 al Centro di Referenza Nazionale per la Ricerca della Radioattivita' nel Settore Zootecnico Veterinario dell'IZS di Puglia e Basilicata; 9 sono stati confermati, con la metodica accreditata, con valori superiori ai 600 Bq/Kg. Il decimo campione ha un valore attorno ai 500 Bq/Kg.

E' programmato l'invio dei 17 rimanenti campioni positivi allo screening al Centro di Referenza nazionale di Foggia.

martedì 13 novembre 2012

RADIOATTIVITA': Acqua radioattiva in Giordania”: a rischio milioni di persone

L’acqua della Giordania è a rischio radioattività. La comunità scientifica ha sollevato l’allarme già da un po’, e il problema può avere una portata molto più rilevante, vista l’importanza strategica che l’acqua ricopre in quest’area.

Il Medio Oriente ha bisogno di sempre più acqua per la popolazione che cresce e per le attività agricole. Negli ultimi anni sono stati previsti alcuni progetti ingegneristici che permetteranno nel futuro un approvvigionamento più massiccio di risorse idrauliche in queste terre aride. Uno dei più importanti è quello che si sta progettando in Giordania.

La falda acquifera di Disi, nel sud del paese, al confine con l’Arabia Saudita, fornisce già oggi 60 milioni di metri cubi di acqua all’anno. Quando il nuovo progetto sarà completato, a questi 60 milioni si aggiungeranno altri 100 milioni di metri cubi estratti e indirizzati attraverso i condotti verso la capitale Amman.

Il progetto, iniziato nel 2009, dovrebbe essere completato nell’aprile 2013. I costi si elevano a un miliardo e cento milioni di dollari. Una parte dei fondi è stata fornita dalla Banca Europea di Investimento, una struttura pubblica di proprietà dei 27 paesi dell’Unione Europea.

Ma negli ultimi mesi, il progetto è finito sotto i riflettori della comunità scientifica e dell’opinione pubblica per la sua potenziale pericolosità. Secondo alcuni test l’acqua della falda di Disi presenta dei preoccupanti livelli di radioattività, molto superiori alle direttive dell’Organizzazione mondiale della Sanità. Uno studio è stato pubblicato già nel 2009.

Un professore della Duke University, Carolina del Nord, ha studiato 37 campioni di acqua e ha trovato livelli di radioattività perfino 30 volte superiori alle soglie indicate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Se le stime del professore americano fossero esatte, la radioattività presente nella nuova acqua messa in circolazione aumenterebbe la mortalità dei residenti di Amman, in un ordine di quattro persone ogni mille. Una ricerca indipendente condotta in Arabia Saudita tende a confermare le preoccupazioni. La falda acquifera di Disi si estende fino al paese vicino, dove prende il nome di Falda di Saq. Secondo una ricerca del Sevizio Geologico Francese, anche qui i livelli di radioattività sono molto superiori alle soglie dell’OMS.

La radioattività dell’acqua è dovuta alla sua antichità. La falda di Disi contiene un’acqua vecchia di 30.000 anni che si trova nella profondità della terra. Come in altri paesi di queste zone calde, una soluzione alla mancanza di risorse idrauliche è lo sfruttamento di acqua fossile, cioè quell’acqua intrappolata nel fondo del sottosuolo per migliaia e a volte milioni di anni. Nel caso dell’acqua di Disi la radioattività sarebbe legata al lunghissimo contatto con la sabbia che la racchiude e che ha filtrato contaminante radioattivo durante centinaia di anni. Il problema della Giordania è d’altronde comune a tutta la regione del Medio Oriente che conosce condizioni geologiche equivalenti. L’acqua fossile è essenziale alla sopravvivenza della Libia, dove le risorse sono sempre più scarse, di Israele, dell’Egitto, come pure dell’Arabia Saudita.

L’Arabia Saudita è intervenuta per risolvere il problema. L’acqua fossile estratta nelle falde saudite è diluita con altre fonti non contaminate in modo da ridurne la radioattività sotto la soglia di pericolosità. In Giordania, il Ministro dell’Acqua e dell’Irrigazione ha già affermato di voler procedere nella stessa maniera. Diversi osservatori sono però scettici riguardo alla possibilità di un intervento. In effetti, il ministero non considera veritieri i livelli verificati dalla ricerca indipendente americana e privilegia quelli forniti dai suoi esperti. Inoltre, non sono state fino ad ora fornite precisioni sulle fonti di acqua non contaminata con la quali si intende diluire l’acqua della falda

sabato 10 dicembre 2011

INCIDENTI NUCLEARI: La centrale nucleare di Genkai in Giappone perde acqua radioattiva

Una quantita’ di acqua contenente materiale radioattivo e’ fuoriuscita all’interno di una centrale nucleare nel sud-ovest del Giappone, ma e’ stata contenuta e non rappresenta un pericolo per l’ambiente. Lo riferisce l’Agenzia per la sicurezza nucleare. Circa 1,8 tonnellate di acqua sono fuoriuscite da una pompa del reattore n.3 della Genkai Kyushu Electric Power Co, ha confermato Tetsuya Saito, un funzionario dell’impianto. Il reattore era stato chiuso lo scorso anno per lavori di manutenzione

Il mondo ha saputo della perdita di acqua radioattiva attraverso un portavoce della Nisa (Nuclear and Industry Safety Agency), l’agenzia nipponica per la sicurezza industriale e nucleare, che era stata – lei sì – avvisata da Kyushu Electric Power.

Contemporaneamente le autorità hanno reso noto che l’acqua radioattiva non si è diffusa nell’ambiente ma è rimasta contenuta all’interno dell’impianto.

Non una parola a proposito del suo tenore di radioattività (comunque è stata raccolta, dicono, e non c’è alcun pericolo) nè a proposito delle cause dell’incidente, che risultano in fase di accertamento.

Il reattore numero 4 di Genkai è stato il primo ad essere riacceso in Giappone dopo il catastrofico terremoto e lo tsunami di marzo che hano innescato la crisi di Fukushima. Il reattore numero 3, quello in cui si è verificata l’avaria, era spento per manutenzione.



FONTE: blogeko, aNSA

venerdì 18 novembre 2011

Fuga Radioattiva da Budapest: rischi per l’Italia

Una nuvola radioattiva di Iodio 131 si trova sui cieli di mezza Europa. Il rilascio sarebbe avvenuto per circa un mese. Dopo diverse ricerche l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Iaea) ha finalmente identificato la causa di questo Iodio 131.

“Molto probabilmente l’emissione proviene dall’Istituto degli Isotopi di Budapest, che produce radioisotopi per la salute, la ricerca e per applicazioni industrialidi, in Ungheria”.

L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica era stata avvisata di questo Iodio 131 dalle autorità della Repubblica Ceca circa una settimana fa.

In una recente nota l’Iaea afferma che i livelli di I-131 sono bassi. Per circa un anno si riceverebbe una dose di 0,01 microsieverts e radioattività naturale di 2.400 microsieverts.

Ora tutti si chiedono ma quali sono i rischi per l’Italia? Il nostro Paese corre qualche pericolo?

Per ora non si sa nulla. L’AIEA afferma: “E’ in corso un’inchiesta sulle cause che hanno portato al rilascio dell’elemento nell’atmosfera. Come accennato in precedenza, i livelli di I-131 che sono stati rilevati in Europa sono estremamente bassi. Non vi è alcun problema di salute alla popolazione”.

fonte:http://www.dottorsalute.info/2011/11/18/fuga-radioattiva-da-budapest-rischi-per-litalia/

lunedì 31 ottobre 2011

sigarette: Le sigarette sono radioattive e l’industria lo sapeva


Il polonio 210 è un componente del fumo di tabacco, nemico noto ma taciuto

Pochi sanno che tra le circa 4.000 sostanze aspirate con le sigarette, almeno una cinquantina delle quali certamente tossiche o cancerogene, ce ne sono anche di radioattive. Ma il fatto sconvolgente, denunciato dai ricercatori dell’Università di Los Angeles su Nicotine and Tobacco Research è la reticenza a rendere noto questo particolare di cui le aziende sarebbero a conoscenza da molti anni.

UNA RICERCA – INCHIESTA - Qualcosa, cioè che nelle sigarette c’è anche polonio radioattivo, era già di dominio pubblico, ma si trattava solo della punta dell’iceberg. «Fin dagli anni ’50 l’industria del tabacco aveva raccolto e secretato nei suoi archivi le prove di ciò che la presenza di questa sostanza significasse per la salute. Era giunta a quantificare il rischio a lungo termine: ogni 1.000 fumatori abituali sono almeno 120 i morti in più ogni anno per tumore del polmone che si possono attribuire direttamente all’emissione radioattiva» sostiene Hrayr Karagueuzian, primo firmatario dello studio. «Ma solo nel 1998 è risultato chiaro che le informazioni fornite dall’industria del tabacco sono state per decenni fuorvianti e incomplete e solo le nostre successive verifiche hanno confermato la dimensione del rischio» precisa l’esperto.

IL POLONIO - Si chiama polonio 210 l’elemento radioattivo naturalmente presente sulle foglie del tabacco. È una vecchia conoscenza per i fisici: basti pensare che deve il suo nome a Marie Skłodowska Curie, due volte premio Nobel per la fisica e per la chimica grazie alle sue ricerche sulla radioattività, nata a Varsavia e naturalizzata francese in seguito al matrimonio con il collega Pierre Curie. I due scienziati isolarono il polonio nel 1902 e ne descrissero le caratteristiche: fa parte della catena del decadimento dell’uranio, è volatile (proprio come il fumo), ha una notevole attività ed emette particelle alfa. «Studiando medicina si impara che le particelle alfa hanno una bassa capacità di penetrazione nei tessuti e raggio di azione corto, cioè i loro effetti si esauriscono a brevissima distanza dal punto in cui si depositano. Tali caratteristiche rendono queste particelle adatte per alcuni tipi di radioterapia locale (danneggiano per esempio cellule tumorali circostanti), ma è tutt’altro che tranquillizzante immaginare un parallelo tra questa applicazione terapeutica e il loro arrivo, se veicolate dal fumo di sigaretta, sul tessuto polmonare sano» è il commento di Alessandro Oliva, specialista in Malattie dell’Apparato Respiratorio dell’Ospedale Mauriziano di Torino «Oltre tutto la loro emissione si attenua piuttosto lentamente: ci vogliono circa quattro mesi perché l’attività si dimezzi, un tempo considerato breve dai fisici che ragionano in termini di anni e a volta di secoli o millenni, ma decisamente lungo in un’ottica medica».

LA SOLUZIONE CI SAREBBE, MA … - Gli autori dello studio rincarano il loro atto di accusa riferendo che fin dal 1980 è stata messa a punto una tecnica di trattamento del tabacco in grado di rimuovere il polonio e di rendere le sigarette inoffensive, almeno sul fronte dell’emissione radioattiva. Tuttavia, denuncia Karagueuzian: «Questo “lavaggio del polonio” non è mai stato applicato su scala industriale perché parallelamente modificherebbe chimicamente la nicotina e ne ridurrebbe l’assorbimento a livello cerebrale, e con esso quel momento di gratificazione per il fumatore definito nicotine kick, in qualche modo legato anche allo sviluppo della dipendenza». Manco a dirlo, pare che l’industria del tabacco abbia invece, proprio a cavallo tra gli anni settanta e ottanta, investito in ricerche che consentissero di individuare la forma chimica della nicotina più adatta a garantire un rapido assorbimento. E la messa a punto di una lavorazione del tabacco mirata a questo scopo ha, si dice, fatto la fortuna dei grandi marchi, ma nello stesso tempo ha forse posto le basi per rendere più facile la dipendenza e più difficili i tentativi di smettere.
fonte: http://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/11_ottobre_27/sigarette-radioattive-polonio-valetto_252c5b10-f98a-11e0-bc4b-5084eabf7820.shtml

venerdì 8 aprile 2011

contaminazione in Italia: GRAVI PATOLOGIE DA IODIO 131 ARRIVATO ANCHE DA NOI

Non e' cosi' semplice dire, senza alcuna ombra di dubbio, quanto i nostri mari siano effettivamente al sicuro dalla contaminazione causata in Giappone. E' la denuncia di Marevivo che sottolinea come i radionuclidi - gli atomi instabili che decadono emettendo energia sotto forma di radiazione - riversati in mare con le acque contaminate ''mettano a forte rischio'' l'ecosistema in generale e alcune specie in particolare.

''I rischi per la biodiversita' marina - spiega Silvano Focardi, Professore di Ecologia all'Universita' di Siena e membro del Comitato Scientifico di Marevivo - sono legati alla durata e alla dimensione dell'incidente; e sono rappresentati dalla insorgenza di danni gravi che possono arrivare fino a mutazioni genetiche capaci di incidere sulle capacita' riproduttive degli organismi''.

''Per l'uomo - aggiunge - il consumo prolungato di alimenti anche debolmente contaminati, costituisce un pericolo, perche' i radionuclidi si fissano nell'organismo e, con il passare del tempo, possono determinare gravi patologie''.

Concentrazioni significative di particelle sono state misurate alle Hawaii e in California e lo iodio 131 e' arrivato anche da noi: ''Le concentrazioni rilevate in Italia sono, si dice, trascurabili e non pericolose ma - rileva Focardi - proprio per le incertezze delle informazioni pervenute finora, e' bene non sottovalutare il problema. Lo iodio 131 ha una emivita di pochi giorni, ma presenta una notevole aggressivita' per la tiroide''.

contaminazione in Italia: IN ITALIA LIEVI TRACCE IODIO131 E CESIO137 NEL FORAGGIO

Dopo i vegetali a foglia larga e il latte, in cui sono state rinvenute lievi tracce di iodio 131, l'Ispra segnala presenza di Iodio 131 e Cesio 137. Lo riferisce lo stesso Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che con il sistema delle Agenzie Regionali e delle Province Autonome per la Protezione dell'Ambiente effettua il monitoraggio della radioattivita' ambientale e che dal 12 marzo scorso ha chiesto di intensificare le misure di particolato atmosferico allo scopo di monitorare l'andamento di una eventuale presenza di radioattivita' in aria riconducibile all'incidente nella centrale di Fukushima in Giappone. I dati sono aggiornati alle 20 di ieri. In particolare, come gia' segnalato dall'istituto, i risultati delle prime misure effettuate sui vegetali a foglia larga a partire dal 30 marzo, hanno evidenziato piccole tracce di Iodio131, compresi tra 0,06 e 0,80 Bq/kg. Si evidenzia che il livello massimo ammissibile di radioattivita' stabilito dai regolamenti Euratom e' pari a 2000 Bq/kg. Sono state, inoltre, effettuate misure su campioni di foraggio che hanno evidenziato, in alcuni casi, la presenza di I-131 tra 0,49 e 2,8 Bq/kg e di Cs-137 (il livello massimo ammissibile di radioattivita' stabilito dai regolamenti Euratom per il Cesio 137 e' pari a 1250 Bq/kg) variabile tra 0,40 e 15,8 Bq/kg. Anche per queste misurazioni non e' stata rilevata la presenza di Cs-134. I risultati delle prime misure effettuate sul latte a partire dal 30 marzo, hanno evidenziato un valore molto piccolo di concentrazione di Iodio 131 variabili tra 0,30 e 1,20 Bq/l.

Si consideri che il livello massimo ammissibile di radioattivita' stabilito dai regolamenti Euratom per lo Iodio 131 nel latte e' pari a 150 Bq/l per gli alimenti per lattanti. Le concentrazioni, evidenzia l'Ispra, sono in generale accordo con quelle rilevate in altri paesi Europei.

I valori di concentrazione rilevati con le prime misure nei vegetali a foglia larga e nel latte sono notevolmente inferiori ai livelli massimi ammissibili stabiliti dai regolamenti Euratom. Si conferma conclude l'Istituto, che, sino ad oggi, la rete automatica di monitoraggio dell'intensita' di dose gamma in aria dell'Ispra non ha rilevato valori anomali rispetto alle normali fluttuazioni del fondo ambientale locale.

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giovedì 7 aprile 2011

CONTAMINAZIONE DA IODIO 131 ANCHE NEL LATTE E NELLA VERDURA ITALIANA

Tracce di Iodio 131 sui vegetali a foglia larga e latte in Italia, ma i valori riscontrati sono nettamente inferiori al livello massimo ammissibile di radioattivita' stabilito dai regolamenti Euratom. Lo riferisce l'Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che con il sistema delle Agenzie Regionali e delle Province Autonome per la Protezione dell'Ambiente effettua il monitoraggio della radioattivita' ambientale e che dal 12 marzo scorso ha chiesto di intensificare le misure di particolato atmosferico allo scopo di monitorare l'andamento di una eventuale presenza di radioattivita' in aria riconducibile all'incidente nella centrale di Fukushima in Giappone. I dati sono aggiornati alle 20 di ieri. I risultati delle prime misure effettuate sui vegetali a foglia larga a partire dal 30 marzo, si legge sul sito dell'Istituto, hanno evidenziato piccole tracce di Iodio131, compresi tra 0,06 e 0,79 Bq/kg.

L'Ispra evidenzia che il livello massimo ammissibile di radioattivita' stabilito dai regolamenti Euratom e' pari a 2000 Bq/kg. Per quanto riguarda il Cesio 137, i valori sono tra 0,07 Bq/kg e 0,66 Bq/kg e l'Istituto evidenzia che ''al momento non e' possibile correlare direttamente, sulla base di queste misure, tale presenza di Cesio 137 ai rilasci in atmosfera generati all'incidente in Giappone''. Per quanto rigarda il latte, invece, i risultati delle prime misure effettuate dal 30 marzo, hanno evidenziato un valore molto piccolo di concentrazione di Iodio 131 variabili tra 0,40 e 1,20 Bq/l.

''Si consideri - sottolinea l'Ispra - che il livello massimo ammissibile di radioattivita' stabilito dai regolamenti Euratom per lo Iodio 131 nel latte e' pari a 150 Bq/l per gli alimenti per lattanti. Le concentrazioni sono in generale accordo con quelle rilevate in altri paesi Europei''.

I valori di concentrazione rilevati con le prime misure nei vegetali a foglia larga e nel latte, conclude, ''sono notevolmente inferiori ai livelli massimi ammissibili stabiliti dai regolamenti Euratom''.

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lunedì 28 marzo 2011

RADIOATTIVITA' : UNA TAC PARI A 5 ANNI DI ESPOSIZIONE NATURALE

L'emergenza nucleare nella centrale giapponese di Fukushima riporta l'attenzione sui rischi per la salute legati alla radioattivita'. Ma quanti conoscono la quantita' di raggi a cui si e' esposti, ad esempio, per un banale esame radiografico? Secondo i dati dell'American College of Radiology (Acr) una radiografia al torace comporta una singola dose di 1,5 millisievert. Il sievert e' l'unita' di misura dei raggi assorbiti dai tessuti umani ed equivale a 1.000 millisievert. Una ''lastra'' e' pari a circa sei mesi di radioattivita' naturale, ovvero quello che ogni essere umano riceve dalle fonti terrestre o cosmiche di radiazioni.

In un anno il fondo di radioattivita' naturale e' pari a 2,4 millisievert. Rischi minimi, se si pensa che a quanto ricordano i radiologi le probabilita' di sviluppare il cancro si manifestano superando una contaminazione annua pari a 100 mSv.

Piu' ''invasiva'' per l'organismo umano e' la Tac, la tomografia computerizzata. Un esame ad addome e pelvi procura un'emissione di 15 mSv in una singola volta, l'equivalente di quanto si assorbe dalla natura in 5 anni. Se poi l'esame viene ripetuto due volte, con e senza mezzo di contrasto, la dose singola si raddoppia, 30 mSv in una volta, pari a 10 anni di radioattivita' naturale che secondo la tabella dei radiologi americani coincide, in questo caso, con un ''moderato'' aumento del rischio di ammalarsi di cancro durante la vita.

giovedì 24 marzo 2011

Sievert : Radioattività e danno radiologico, la mappa per capire


Sievert è la parola sulla bocca di tutti in questi ultimi giorni di marzo, in attesa che la "nube radioattiva" proveniente dal Giappone raggiunga l'Europa e l'Italia: vediamo che cosa vuol dire, cosa misura e facciamo qualche confronto.


I Sievert (Sv) sono l'unità di misura della dose equivalente di radiazione: la dose equivalente è un indice degli effetti biologici - e, per estensione, dei danni - provocati dalle radiazioni su di un organismo, indipendentemente dal tipo di radiazione. Con i Sievert vengono normate a livello internazionale tutte le attività che prevedono un'esposizione alle radiazioni: dal lavoro nei laboratori di medicina alle singole radiografie che si devono fare a scopo diagnostico al lavoro nelle centrali nucleari, è naturale.

Pochi considerano tuttavia che la radioattività è... dappertutto! È l'effetto del decadimento degli elementi pesanti che hanno contribuito al formarsi del nostro pianeta ed è l'origine del calore interno della Terra stessa, senza il quale avremmo qualche difficoltà ad essere qui. Questo però significa anche che qualunque cosa sulla Terra emette radiazioni - noi compresi - e qualunque altra cosa viene investita da tali radiazioni - noi compresi. Non per questo ci preoccupiamo granché per l'acqua, per (o delle) le persone che ci stanno vicine, per gli alberi, i fiori, la poltrona che ci piace tanto e via dicendo. Tutto è radioattivo in qualche misura e noi viviamo immersi in un mondo di radioattività... il problema è quanta ne riceviamo dall'ambiente e quanta può tollerarne il nostro organismo prima di subire un danno biologico. I Sievert ci aiutano a definire queste misure. Ecco qualche esempio di dose media assorbita:

# fondo naturale di radiazione: 2,4 mSv/anno
# radiografia: 1 mSv
# scintigrafia: 10÷20 mSv

La mappa che potete ingrandire cliccando sull'immagine in alto mostra la dose equivalente per molte delle attività (e situazioni) normate. La mappa - realizzata da Randall Munroe, fisico - è per adesso in inglese: la redazione di Focus.it la sostituirà non appena completata la traduzione e l'elaborazione grafica.

UNITÀ DI MISURA Per la maggior parte dei casi si utilizzano il millisievert (mSv, un millesimo di Sievert) e il microsievert (µSv, un milionesimo di Sievert): µ è appunto il simbolo per "micro", che può essere scritto "0,000001" o, più brevemente in forma di potenza, 10 elevato alla -6. Per "visualizzare" questa grandezza immaginate che il prefisso µ esprima una lunghezza di 1 centimetro: in questo caso, per rispettare la scala, 1 centimetro dovrebbe essere lungo 100 kilometri.
fonte: http://www.focus.it/Scienza/domande_e_risposte/radioattivita-e-danno-radiologico-la-mappa-per-capire-201103231554.aspx

giovedì 23 settembre 2010

Radioattività: Radioattività e vegetazione il mistero di Chernobyl


I giornali europei erano tornati a interessarsi dell’area intorno alla centrale di Chernobyl non più di un mese fa, quando l’avanzare degli incendi in Russia era prossimo a bruciare l’area contaminata. Il pericolo dichiarato riguardava le piante e gli alberi, imbevuti di sostanze radioattive, che ardendo avrebbero immesso nell’aria i gas tossici con conseguenze immaginabili. L’emergenza rientrò dopo pochi giorni, e quanto temuto non accadde. Ma ciò che incuriosì una parte dell’opinione pubblica occidentale fu sapere che nel territorio ucraino la flora era cresciuta nonostante tutto, come se il reattore numero quattro dell’impianto nucleare non avesse mai avuto problemi.

Un mistero durato nel tempo, e a cui la rivista Environmental Science and Technology ha recentemente dedicato un articolo, frutto di uno studio sui meccanismi biologici che hanno consentito alle piante di crescere adattandosi e sopravvivendo in terreni altamente radioattivi. Secondo Martin Hajduch, studioso dell’Accademia slovacca delle Scienze che con i colleghi ha portato avanti la ricerca, le piante hanno mostrato una capacità eccezionale, e per certi versi insospettabile, di adeguamento all’ambiente contaminato dalle radiazioni del 26 aprile 1986. «È semplicemente incredibile quanto rapidamente questo ecosistema sia stato in grado di adattarsi», spiega Hajduch.

Il quale ha ricordato che già in passato gli scienziati si erano interessati al fenomeno, limitandosi tuttavia alle analisi della soia presente nell’area. Si era scoperto che le piante avevano mostrato cambiamenti nel loro proteoma, un termine coniato da Mark Wilkins e usato per descrivere l’insieme delle proteine di un organismo o di un sistema biologico. Ma il più ampio spettro di cambiamenti biochimici che avevano permesso alla vegetazione di proliferare in un ambiente così inquinato era rimasto un enigma esemplificato nel paesaggio della città di Pripyat: deserta ma rigogliosa. Tre anni fa alcuni ricercatori indossarono maschere e guanti decisi a investigare sul fenomeno.

Entrarono in un campo seminato a soia e lino per prelevarne i semi e piantarli in una terra decontaminata. Hanno poi atteso che le piante crescessero e producessero a loro volta altri semi per esaminarne le proteine. Lo studio comparato ha portato ai risultati spiegati dallo stesso dottor Hajduch: «Nella soia abbiamo rilevato la mobilitazione delle proteine di riserva dei semi e dei processi simile a quello che si vede quando le piante devono adattarsi ai metalli pesanti. Nel lino è stato diverso, poiché abbiamo notato più proteine coinvolte nel processo».

L’ipotesi è che il meccanismo messo in atto abbia avuto un origine di milioni di anni, quando le forme di vita furono esposte ad alti livelli di radiazioni naturali: «Allora c’era molta più radioattività che adesso, e probabilmente le piante svilupparono una difesa che tuttora possiedono». Ovvero: non potendosi muovere per cercare condizioni migliori, si sono adattate con successo all’ambiente.
fonte: http://www.terranews.it/news/2010/09/radioattivita-e-vegetazione-il-mistero-di-chernobyl

martedì 14 settembre 2010

Chernobyl : L'oro di Chernobyl

Trafficanti e aziende saccheggiano i materiali della centrale nucleare e smontano i veicoli contaminati. Con la complicità di poliziotti e autorità ucraine. Per la prima volta ricostruito il business del metallo radioattivo che così finisce in tutto il mondo.


Getta un'occhiata veloce a destra e a sinistra, si piega e oltrepassa la recinzione di filo spinato. Malgrado cinquanta centimetri di neve fresca e il freddo tagliente di questo febbraio, Piotr Mouriavov si addentra a passo spedito nella zona proibita di Chernobyl. Si irrigidisce al minimo suono sospetto e controlla che nessuna sagoma umana si profili tra le ombre nebbiose. Riprende a camminare, con la paura costante che in un qualunque momento un miliziano possa tirar fuori un'arma e fare fuoco. Piotr li teme più dell'umidità che gli impregna i vestiti, più ancora dei lupi che hanno popolato l'area e che attaccano l'uomo, molto più della radioattività che in alcuni punti è elevatissima. "Quando ci avvistano, i miliziani non esitano ad aprire il fuoco" sussurra accovacciato a terra. "Qui sono loro a comandare. In questa zona si combatte la guerra del metallo".

Tra due o tre ore la notte avrà ricoperto i paesaggi lunari del nord dell'Ucraina, trasformando questo mare di abeti in un labirinto oscuro. La centrale e il suo reattore numero 4, che esplose il 26 aprile di 24 anni fa, si trovano a una decina di chilometri. Un po' più lontano ancora c'è Pripyat, la città fantasma, abitata un tempo dagli operai dell'impianto atomico, evacuata all'indomani della catastrofe. In un perimetro di trenta chilometri, nessuno può avventurarsi senza autorizzazione. È evidente che Piotr non è il solo a compiere questa odissea, da una a due volte a settimana. A mano a mano che ci si avvicina al cimitero dei mezzi militari si avvista ciò che resta di carichi abbandonati lungo il tragitto da altri mercanti di ferrivecchi. Quel cofano d'automobile, quei pezzi di motore o quella portiera arrugginita servono da punti di riferimento approssimativi per segnare il tragitto che porta alla pianura di Razokha, quella dove qualche settimana dopo l'esplosione furono ammucchiati in tutta fretta migliaia di veicoli fortemente radioattivi. Su una ventina di ettari, sotto uno spesso strato di ghiaccio, sono allineate carcasse di automobile, di blindati, escavatrici, e camion dei pompieri. Da lontano si avvista anche lo scheletro di un elicottero fatto a pezzi. "Anche se erano fortemente radioattivi, gli elicotteri sono stati tra i primi a essere smantellati. Con l'alluminio che contenevano ci si potevano fare davvero tanti soldi" spiega Piotr.

Se il crepitio del radiometro non rammentasse la particolarità di questi luoghi, questa distesa, con i suoi mucchi di lamiere arrugginite, i suoi automezzi sfasciati e i suoi camion cisterna usciti da un altro secolo, assomiglierebbe a quella di un normale sfasciacarrozze. Piotr si curva sul motore di un camion, ne estrae alcuni pezzi che getta in un sacco di stoffa prima di rimettersi in cammino. "Il metallo è l'unico modo per sopravvivere. Cento chili sulle spalle ci permettono di guadagnare 90 grivnas (9 euro) e di comperare un po' di alimenti nello spaccio del paese". Accovacciato sul pavimento nero e sudicio di casa sua, passa in rassegna con un gesto della mano un tavolo sbilenco di legno, due sedie sfasciate, un letto dalla coperta piena di buchi. Poi commenta: "Guardatevi attorno: che cosa abbiamo da perdere?".

Nel caos generale che fece seguito all'esplosione del reattore numero 4 nel 1986, le autorità nascosero quante più cose possibili, in tutta fretta, arrivando addirittura a seppellire interi paesi molto contaminati. Crearono qua e là dei cimiteri nei quali avrebbero dovuto restare sepolte per secoli centinaia di tonnellate di metallo radioattivo. A meno di venticinque anni dalla tragedia nucleare, invece, la maggior parte di quei cimiteri è stata saccheggiata. All'indomani dell'esplosione, secondo vari osservatori c'erano circa otto milioni di tonnellate di metallo disseminate su tutto il territorio della zona recintata. Oggi non ve ne sarebbero che duemila.

Dalla caduta dell'Unione Sovietica e dall'indipendenza dell'Ucraina nel 1991, questo territorio è diventato zona franca, con sue proprie regole, sue proprie lotte di potere, sue proprie industrie per il riciclaggio e il commercio di ogni genere. Uno Stato nello Stato, insomma, traboccante di un oro nero tutto particolare, il metallo.

Per quantificare le dimensioni di questo traffico, è sufficiente recarsi alla centrale, nei blocchi 5 e 6, per scoprire il segreto meglio custodito: in fondo a un magazzino ridotto a scheletro, alcuni uomini cercano di ripulire, al riparo da sguardi indiscreti, le turbine dei reattori 5 e 6. La radioattività qui è altissima: la polvere che si solleva è trasportata via dal vento che soffia dai vetri infranti delle finestre. Ufficialmente risulta che soltanto una volta la centrale ha messo in vendita del metallo proveniente dai suoi impianti: è accaduto intorno al 2000, quando 110 tonnellate di acciaio inossidabile furono messe in vendita per finanziare la manutenzione del cosiddetto 'sarcofago' che custodisce il reattore numero 4. L'annuncio, diffuso ai quattro angoli della Terra, ebbe l'effetto di una bomba: le autorità ucraine dopo la vendita si vantarono di aver immediatamente posto fine al programma. Ciò nonostante domani altri pezzi dei blocchi 5 e 6 avranno imboccato sicuramente la loro strada e abbandonato la zona proibita.

Il giro d'affari clandestino sta aumentando esponenzialmente. Nel 2007 all'uscita dalla zona è stato intercettato un carico di tubi di rame e nickel. La loro contaminazione era superiore di 23 volte ai limiti. Nel maggio 2009, invece, si è letteralmente volatilizzato un carico di dieci tonnellate di metallo il cui livello di radioattività superava i 30.000 microrem previsti (superiore al lecito di ben mille volte!). Nella notte tra il 10 e l'11 settembre 2009 viene intercettato un altro carico di 25 tonnellate non decontaminato. Igor Chtirba, autista di uno dei camion fermati quella notte, commenta: "Per un carico intercettato, quanti altri riescono a passare? Cento? Duecento? In realtà ogni anno vi sono degli arresti, per mostrare che le forze dell'ordine fanno il loro dovere, poi il traffico riprende, più di prima. Quando la neve scompare, sono da cento a duecento le tonnellate che escono illegalmente dall'area ogni settimana". Igor segue con preoccupazione il processo nel quale figura come testimone. Originario della Moldavia, alla fine della guerra contro la Transnitria, nel 1992, si è trasferito in Ucraina. Non avendo documenti, non potendo contare su altre risorse, si è trasformato in uno di quelli che qui chiamano 'i forzati del metallo': "La gente come noi è utilizzata dai subappaltatori dell'azienda che custodisce la zona contaminata per recuperare il metallo nei posti dove nessun altro accetta di recarsi. Ogni mattina ci portano lì dentro, e lavoriamo fino a notte fonda. Facciamo a pezzi di tutto, automobili, fabbriche, kolkoz, case. Poi carichiamo il materiale sui camion che facciamo uscire immediatamente dalla zona, passando per strade secondarie e poco frequentate, oppure con il via libera della stessa milizia. Ogni tanto i carichi superano i 7.000 o 8.000 microrem e quando lo facciamo presente ai nostri superiori, ci dicono di passare ad altro, ma di continuare a lavorare".

Altra scappatoia per far uscire clandestinamente i camion traboccanti di pezzi contaminati consiste nell'imboccare tragitti secondari che attraversano la recinzione di filo spinato, lontano dai nove posti di controllo. Quando le condizioni climatiche lo consentono, i convogli sono formati da cinque o sei camion che percorrono queste strade poco battute a tutta velocità, spesso in piena notte. Micha (nome di fantasia, su richiesta dell'intervistato) è un imprenditore straniero che abita da 15 anni in Ucraina dedicandosi soprattutto al traffico di metallo, e spiega: "Quelle strade non sono mai controllate e la recinzione è stata abbattuta. I camion quindi possono passarvi senza nessuna difficoltà, anche se non sono mai al riparo dall'arresto, magari a opera dei servizi segreti ucraini. Oppure utilizziamo un altro sistema: mettere il metallo contaminato al centro di un carico più grande di ferraglia decontaminata, così quando si arriva ai posti di controllo, attraversando il portale di sicurezza non scatta nessun allarme. Ma il metodo più usato resta la corruzione: da quel punto di vista nulla lascia presagire che il business possa fermarsi tanto presto".

Nella sorveglianza della zona proibita sono coinvolti 450 miliziani. Oltre a pattugliare l'intero territorio, sorvegliare 400 chilometri di recinzione, hanno l'incarico di controllare tutti i veicoli che entrano ed escono dal perimetro proibito. Nel posto di blocco principale di Detiatki, gli ufficiali assicurano che la reputazione dei loro uomini è senza macchia, ma con uno stipendio di 2.500 grivnas al mese (250 euro), poco più del salario medio in Ucraina, le forze dell'ordine del paese da tempo sono venute a patti con i trafficanti. Del resto - come conferma il procuratore generale di Ivankov, Dimitri Logvinov - quattro miliziani sono stati accusati di essere direttamente coinvolti nel traffico di carichi di metallo provenienti dal reattore numero 4. Ai posti di controllo di Detiatki o di Starye Sokoloy, lontano dalle telecamere e da sguardi indiscreti, le lingue si sciolgono: "Certo che tutti partecipano al traffico di metallo!", racconta un miliziano: "I custodi dei cimiteri dei mezzi recuperano alcuni pezzi loro stessi oppure si mettono d'accordo con i trasportatori, e noi facciamo altrettanto ai posti di controllo. Siamo obbligati a vivere in questo inferno e ci vogliamo guadagnare".

Da aprile a novembre escono dal perimetro di Chernobyl, senza controlli, senza decontaminazione, da quattro a cinquemila tonnellate di metallo. Per andare dove? Esistono oltre tremila località legali di raccolta dei metalli ucraini, ma altre 12mila sono non ufficiali e illegali. Tutto intorno al perimetro della zona proibita, prosperano nei paesi centri di smaltimento e recupero, solitamente a gestione familiare, specializzati nel trasporto. Il metallo così raggiunge rapidamente Kiev dove alcune aziende ne comprano piccole quantità per trasformarle in tubi o in materiali edilizi. Ma i volumi più consistenti, centinaia di tonnellate di metallo contaminato, ogni mese arrivano a Dniepropetrovsk, il cuore metallurgico dell'Ucraina. Vladimir Gontcharenko, presidente dell'Associazione ucraina del metallo da riciclare 'Vtormet' (che raggruppa centinaia di aziende) conduce una lotta implacabile contro alcuni di questi grossi colossi industriali che si mostrano poco sospettosi sull'origine delle leghe che lavorano. Nel corso degli anni, ha visto quantità sempre più ingenti di metalli contaminati infiltrarsi nel ciclo degli stabilimenti di Dniepropetrovsk o di Donietsk. Più di ogni altra cosa ha assistito, sbigottito, al silenzio degli operai e delle autorità, dei poteri pubblici insomma, che in questo sfruttamento del metallo di Chernobyl hanno trovato una fonte considerevole di guadagno: "Ufficialmente dalla zona proibita non dovrebbe uscire niente. Se oggi la situazione è diversa è perché nessuna legge è più forte dell'attrazione che i soldi esercitano sul nostro paese".

Nel 2004, un gruppo di ecologisti e scienziati russi ha denunciato le importazioni pericolose di metallo proveniente dall'Ucraina: "I metalli contaminati sono in seguito mescolati con altri, per ridurne il tasso di radioattività. Arrivano poi in Russia, insieme a molti altri. I controlli alla frontiera restano in ogni caso irregolari e aleatori". Nessun traffico di metalli contaminati è stato ufficialmente scoperto in territorio ucraino. Ma non c'è bisogno di recarsi in Ucraina per constatare di persona la presenza di metallo radioattivo proveniente da Chernobyl. Una volta arrivato a Razokha o a Buriakovka, riparte alla volta della Cina, per poi ritornare nel cuore dell'Europa sotto la forma inoffensiva di un barattolo per le conserve o di una bicicletta per bambini.
fonte: http://www.antimafiaduemila.com/content/view/27204/48/

lunedì 13 settembre 2010

cENTRALI NUCLEARI IN ITALIA : Quando le centrali nucleari italiane saranno finite mancherà l’uranio


La prima pietra delle centrali nucleari italiane sarà posata entro tre anni, dice il primo ministro Berlusconi. Non ha specificato quando sarà posata l’ultima: facciamo nel 2020, salvo soprassalti di buonsenso nazionale?

Ebbene, per quella data l’uranio sarà probabilmente merce rara: chi ha pianificato la nascita di nuove centrali non ha tenuto conto della guerra fredda. O meglio, della fine degli approvvigionamenti di uranio provenienti dallo smantellamento dell’arsenale bellico sovietico.

Lo scrive l’agenzia di stampa Reuters citando Adam Schatzke, un analista del gruppo finanziario RBC Capital Markets analyst. E’ un’ulteriore pietra tombale collocata sui sogni atomici di energia a buon mercato.

L’articolo di Reuters verte sul luminoso futuro che si prospetta per le miniere d’uranio canadesi. Ma la situazione che fa da sfondo riguarda ovviamente il mondo intero.

Il punto di partenza è la cosiddetta rinascita nucleare, ossia il risveglio di interesse per l’energia nucleare: l’unica risposta – a mio avviso incongrua e debole – che i politici sanno dare all’imminente picco del petrolio e forse anche del carbone.

I 440 reattori nucleari in funzione in tutto il mondo necessitano di circa 69.000 tonnellate di uranio all’anno ma, se tutte le nuove centrali nucleari di cui ora si parla andassero davvero in porto, nel 2030 per alimentarle sarebbe necessaria una quantità di uranio all’incirca doppia di quella attuale.

L’epicentro della rinascita nucleare è l’Asia. La Cina pensa di raddoppiare entro il 2020 la capacità di produrre energia nucleare, e l’India di quadruplicarla entro la stessa data.

Però verso il 2013 la Russia avrà finito di smantellare l’arsenale atomico degli anni della guerra fredda, che ha finora assicurato abbondanti approvvigionamenti di uranio.

Questo creerà un crescente “buco” nella disponibilità di uranio che per il 2020 sarà arrivato a 100 milioni di libbre all’anno, circa 37.000 tonnellate. Ovvero: quando l’Italia si approssimerà al banchetto nucleare, la tavola sarà già sparecchiata.

Su Reuters Canada il futuro degli approvvigionamenti di uranio per le centrali nucleari

fONTE: http://www.blogeko.it/2010/postumi-della-guerra-fredda-quando-le-centrali-nucleari-italiane-saranno-finite-manchera-luranio/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+Blogeko+%28Blogeko.info%29&utm_content=Google+Reader

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mercoledì 8 settembre 2010

INCIDENTI NUCLEARI: Incendio e fuga radioattiva in un cantiere nucleare russo


Secondo il Barents Observer, ci sarebbe un aumento del livello di radiazioni dopo l'incendio che si è sviluppato in un cantiere navale russo nella penisola di Kola implicato nella demolizione di materiale militare nucleare e rifiuti radioattivi. I norvegesi lamentano il fatto di non essere stati avvisati dai russi dell'incidente che è scoppiato il 27 agosto nel cantiere 10 in Aleksandrovsk, precedentemente conosciuto come Polyarny, e che ci sono volute circa due ore per domare l'incendio, almeno a leggere quel che scrive il giornale Novaya Gazeta. Non ci sarebbero feriti, ma nessuno sa quali danni siano stati fatti dal fuoco che ha distrutto terminal di arrivo dei fusti radioattivi destinati allo smaltimento.

Il cantiere navale numero 10, in realtà una vera e propria discarica nucleare, appartiene al ministero della difesa russo e l'impianto è l'unico nel nord della Russia dove si svolge il discusso international program for sorting and scrapping of nuclear waste.

Il livello di radiazione nell'area ha raggiunto i 40 micro Roentgen/ora, tre volte oltre il normale livello di fondo nella zona. Il livello di radiazioni ad Aleksandrovsk, il centro abitato più vicino all'area di smaltimento delle scorie nucleari, sarebbe rimasto immutato. Ma questo non tranquillizza certo Nils Bøhmer, un fisico nucleare della Bellona Foundation di Oslo, che si occupa da più di 20 anni delle problematiche della sicurezza nucleare nel nord-ovest della Russia: «Ci sono pericoli quando si verificano simili incendi e fughe radioattive».

I russi mantengono il più stretto riserbo ma hanno inviato sul luogo un team composto da uomini del ministero della difesa, della Flotta del Nord e del monopolista nucleare Rosatom. Ma l'area, che fa parte dell'immenso cimitero nucleare dell'Artico russo, è strettamente vietata a giornalisti e ad attivisti delle associazioni ambientaliste o antinucleari.

L'area del cantiere navale 10 di Aleksandrovsk è tristemente famosa per i suoi livelli negativi record di sicurezza. Nel maggio scorso una nave per il trasporto di combustibile nucleare in via di demolizione è affondata direttamente in porto e l'informazione è arrivata all'opinione pubblica solo dopo una settimana, quando un blogger di Murmansk ha postato una foto della nave affondata.

Nel 2002, un decrepito sottomarino a propulsione nucleare della classe Echo II è affondato all'interno di bacino di carenaggio galleggiante nelle vicinanze del cantiere. I russi assicurano che non c'è stata nessuna fuga radioattiva.

I russi hanno dovuto probabilmente alla fine rendere noto che effettivamente l'incendio con una fuga radioattiva c'è stato perché proprio in questi giorni la commissione norvegese-russa in materia di sicurezza nucleare tiene il suo incontro annuale a Murmansk, la capitale dello smaltimento delle scorie e dei ferrivecchi della guerra nucleare, e la situazione si andava facendo sempre più imbarazzante.

I norvegesi sono più che irritati: hanno sempre chiesto ai russi di informarli subito in caso di incidente, così come prevede un accordo tra i due Paesi che condividono una piccola frontiera terrestre ma da un immenso territorio marino nell'Artico. In pratica però i russi avvertono i norvegesi solo quando c'è una fuga radioattiva che interessa il territorio di frontiera terrestre.

Il cantiere in Aleksandrovsk si trova circa 120 km dal confine con la Norvegia , il primo settembre il Barents Observer si è rivolto alla Nrpa, l'autorità norvegese che controlla le radiazioni per chiedere cosa fosse successo nel porto russo e quelli sono caduti dalle nuvole: era la prima volta che sentivano parlare dell'incendio nel pericoloso cantiere russo e di fuoriuscite radioattive.

Eppure nel 2004, al cantiere navale di Aleksandrovsk è stato commissionata la realizzazione di un impianto di trattamento dei rifiuti radioattivi finanziato con i dollari della Arctic military environmental cooperation (Amec) e con le corone del governo della Norvegia. Allora si disse che nel cantiere 10 c'erano già 600 metri cubi di rifiuti radioattivi solidi.
FONTE: http://www.greenreport.it/_new//index.php?page=default&id=6522

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