Anche le centrali elettriche possono essere ibride come le auto. Il primo esempio, secondo l'annuncio dato dall'azienda statunitense General Electric, vedrà la luce nel 2015 in Turchia, e unira' la tecnologia a gas con delle turbine eoliche e una 'torre' solare a concentrazione.
La centrale avrà una potenza di 530 Megawatt, e secondo l'azienda potrebbe essere economicamente competitiva anche senza sussidi governativi.
fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/scienza/2011/06/13/visualizza_new.html_818277712.html
NO AL NUCLEARE ESISTONO LE FONTI RINNOVABILI. AMBIENTE,NATURA,DIFESA DEL PIANETA. SALUTE
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lunedì 13 giugno 2011
giovedì 31 marzo 2011
ENERGIA RINNOVABILE: Energia pulita dalla paglia e farina dalla crusca, ecco la tecnologia che trasforma gli scarti in risorse
C'è chi, quando fa la spesa, non legge nemmeno un'etichetta, e mette nel carrello qualsiasi cosa perché ha fretta. E chi va a caccia di un'alimentazione sostenibile. Per sé, ma anche per l'intero pianeta. Mangiare "eco" vuol dire combattere la malnutrizione nel mondo e lo spreco, ridurre l'impatto dei processi produttivi e tutelare le biodiversità locali e stagionali.
Gli stili di vita sostenibili a tavola si affermano di pari passo con la sensibilizzazione dei cittadini nei confronti dei cambiamenti climatici: tecnologie di cottura a basso consumo al posto del barbecue a gas, orti "di quartiere", cibo biologico e filiere a chilometro zero. Ma non si tratta solo di un ritorno al naturale, anzi. Anche la tecnologia contribuisce alla metamorfosi dell'alimentazione: gli impianti BioHyst, ad esempio, vengono utilizzati nei paesi in via di sviluppo (al momento in Senegal) per recuperare da cruscame e biomasse tipiche degli stati africani una farina commestibile ad alto contenuto proteico, con cui produrre il pane.
Fare comunità aiuta a mettere l'ambiente nel piatto: è il caso di Monteveglio la sola città italiana che aderisce a Trasition Towns, il movimento culturale di Rob Hopkins che oggi conta oltre 300 comunità locali, impegnate a innescare uno stile di vita indipendente dal petrolio. Dal 2009 Monteveglio ha avviato la condivisione di un decalogo di consigli pratici e una serie di incontri formativi accessibili alla popolazione per un nuovo stile di vita alimentare. Sulla community si basa anche il progetto Ortinconca, un'associazione di vicini di casa in zona Navigli che mette a disposizione davanzali, ringhiere, e terrazzi per salvaguardare piante ortofrutticole rare o dimenticate, come i cherokee champion (varietà di pomodori ciliegino selezionati dai Nativi d'America), i cetrioli limone e il melone rampichino.
Cresce anche il numero di cantine che mettono in campo progetti ecologici, dalle bottiglie in vetro alleggerito al packaging sostenibile, di pari passo con il crescere della sensibilità da parte degli eno-appassionati: il 48% lo ritiene un asset competitivo del vino italiano, secondo un sondaggio realizzato dal sito specializzato Winenews.it. «Già da tempo è fortemente diminuito l'impiego della chimica nel mondo del vino – afferma Fabio Renzi, segretario generale della Fondazione Symbola –, così come sono diminuiti i consumi d'acqua destinati all'irrigazione dei vigneti». La viticoltura sostenibile è oggi alla base della nuova normativa comunitaria che regolerà nei prossimi anni l'utilizzo dei fitofarmaci in agricoltura. «L'Italia dovrà ristrutturare la sua filiera e il percorso è già avviato – dice Attilio Scienza, ordinario di Viticoltura dell'Università di Milano –.
Con la viticoltura di precisione e l'applicazione di tecnologie come lo spettrometro Nir, in grado di fornire informazioni su sette diversi parametri di qualità dell'acino, è possibile ridurre fino al 50% l'impiego di antiparassitari e fertilizzanti, migliorando la qualità dei vini». Tra le esperienze innovative c'è quella dell'azienda Salcheto (Si), che sta realizzando la prima cantina "off-grid", continuando la sperimentazione avviata con il calcolo della prima Carbon Footprint europea di una bottiglia di vino (1,83 kg per 750 ml confezionati in vetro). Anche Arnaldo Caprai dal 2008 in Umbria sta raccogliendo dati per valutare le emissioni di carbonio nella produzione vitivinicola, al fine di ridurre quelle non indispensabili, per esempio sostituendo le macchine tradizionali a basso volume per la lotta fitopatologia con macchine a recupero di prodotti. Le cantine della Franciacorta che aderiscono al progetto Ita.Ca scoraggiano il ricorso alla chimica e riutilizzano le vinacce come ammendante organico nei campi dei vigneti. La cantina Sella & Mosca sta introducendo macchine per il trattamento con recupero che permettono di trattare il vigneto con macchine multifila e garantiscono un risparmio medio del 50% di principio attivo, minor consumo d'acqua e minore dispersione nell'ambiente di fitofarmaci.
FONTE: http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2011-03-17/lambiente-piatto-141800.shtml?uuid=AahOfGHD
Gli stili di vita sostenibili a tavola si affermano di pari passo con la sensibilizzazione dei cittadini nei confronti dei cambiamenti climatici: tecnologie di cottura a basso consumo al posto del barbecue a gas, orti "di quartiere", cibo biologico e filiere a chilometro zero. Ma non si tratta solo di un ritorno al naturale, anzi. Anche la tecnologia contribuisce alla metamorfosi dell'alimentazione: gli impianti BioHyst, ad esempio, vengono utilizzati nei paesi in via di sviluppo (al momento in Senegal) per recuperare da cruscame e biomasse tipiche degli stati africani una farina commestibile ad alto contenuto proteico, con cui produrre il pane.
Fare comunità aiuta a mettere l'ambiente nel piatto: è il caso di Monteveglio la sola città italiana che aderisce a Trasition Towns, il movimento culturale di Rob Hopkins che oggi conta oltre 300 comunità locali, impegnate a innescare uno stile di vita indipendente dal petrolio. Dal 2009 Monteveglio ha avviato la condivisione di un decalogo di consigli pratici e una serie di incontri formativi accessibili alla popolazione per un nuovo stile di vita alimentare. Sulla community si basa anche il progetto Ortinconca, un'associazione di vicini di casa in zona Navigli che mette a disposizione davanzali, ringhiere, e terrazzi per salvaguardare piante ortofrutticole rare o dimenticate, come i cherokee champion (varietà di pomodori ciliegino selezionati dai Nativi d'America), i cetrioli limone e il melone rampichino.
Cresce anche il numero di cantine che mettono in campo progetti ecologici, dalle bottiglie in vetro alleggerito al packaging sostenibile, di pari passo con il crescere della sensibilità da parte degli eno-appassionati: il 48% lo ritiene un asset competitivo del vino italiano, secondo un sondaggio realizzato dal sito specializzato Winenews.it. «Già da tempo è fortemente diminuito l'impiego della chimica nel mondo del vino – afferma Fabio Renzi, segretario generale della Fondazione Symbola –, così come sono diminuiti i consumi d'acqua destinati all'irrigazione dei vigneti». La viticoltura sostenibile è oggi alla base della nuova normativa comunitaria che regolerà nei prossimi anni l'utilizzo dei fitofarmaci in agricoltura. «L'Italia dovrà ristrutturare la sua filiera e il percorso è già avviato – dice Attilio Scienza, ordinario di Viticoltura dell'Università di Milano –.
Con la viticoltura di precisione e l'applicazione di tecnologie come lo spettrometro Nir, in grado di fornire informazioni su sette diversi parametri di qualità dell'acino, è possibile ridurre fino al 50% l'impiego di antiparassitari e fertilizzanti, migliorando la qualità dei vini». Tra le esperienze innovative c'è quella dell'azienda Salcheto (Si), che sta realizzando la prima cantina "off-grid", continuando la sperimentazione avviata con il calcolo della prima Carbon Footprint europea di una bottiglia di vino (1,83 kg per 750 ml confezionati in vetro). Anche Arnaldo Caprai dal 2008 in Umbria sta raccogliendo dati per valutare le emissioni di carbonio nella produzione vitivinicola, al fine di ridurre quelle non indispensabili, per esempio sostituendo le macchine tradizionali a basso volume per la lotta fitopatologia con macchine a recupero di prodotti. Le cantine della Franciacorta che aderiscono al progetto Ita.Ca scoraggiano il ricorso alla chimica e riutilizzano le vinacce come ammendante organico nei campi dei vigneti. La cantina Sella & Mosca sta introducendo macchine per il trattamento con recupero che permettono di trattare il vigneto con macchine multifila e garantiscono un risparmio medio del 50% di principio attivo, minor consumo d'acqua e minore dispersione nell'ambiente di fitofarmaci.
FONTE: http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2011-03-17/lambiente-piatto-141800.shtml?uuid=AahOfGHD
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mercoledì 30 marzo 2011
ENERGIE RINNOVABILI IN ITALIA : la lezione dei comuni "Siamo verdi e autosufficienti"
In comune su otto in Italia è autosufficiente dal punto di vista elettrico grazie a sole, vento, biomasse e geotermia; a Lecce si produce più elettricità verde di Friburgo, la celebrata capitale tedesca del fotovoltaico; nel 94% dei municipi italiani è presente ormai almeno un impianto rinnovabile. Accusate di essere troppo costose, marginali e inaffidabili, le fonti verdi si prendono la loro rivincita e lo fanno con "Comuni Rinnovabili 2011", il dossier di Legambiente che fotografa la diffusione delle micro centrali ad energia alternativa sul territorio nazionale.
Giunto alla sua sesta edizione, il rapporto illustrato oggi a Roma è "la migliore risposta a chi continua a sostenere che il contributo delle fonti rinnovabili sarà comunque marginale nel futuro del Paese". Una presentazione che ha molto il sapore di un "pride". "Per capire come stanno davvero le cose - spiega il curatore del rapporto Edoardo Zanchini - occorre guardarle nella giusta prospettiva. Se continuiamo a raccontare la questione energetica partendo dalle potenzialità d'installazione delle fossili è chiaro che non c'è gara, ma se scendiamo sul territorio per capire come le comunità rispondono alle esigenze locali allora i numeri ci danno ragione e ci rendiamo conto che gli obiettivi fissati dall'Unione Europea sono raggiungibili con incredibili vantaggi per tutti".
"Grazie a questi impianti - si legge nella premessa del documento - si sono creati nuovi posti di lavoro, portati servizi, riqualificati edifici e creato nuove prospettive di ricerca applicata, oltre, naturalmente, a una migliore qualità della vita... senza dimenticare bollette meno salate". Le cifre di questa rivoluzione che ci sta avvolgendo silenziosamente sono eloquenti. Il rapporto "racconta un salto impressionante nella crescita degli impianti installati nel territorio italiano. Sono 7.661 i Comuni in Italia dove si trova almeno un impianto. Erano 6.993 lo scorso anno 2, 5.580 nel 2009. In pratica, le fonti pulite che fino a 10 anni fa interessavano con il grande idroelettrico e la geotermia le aree più interne, e comunque una porzione limitata del territorio italiano, oggi sono presenti nel 94% dei Comuni. Ed è significativo che cresca la diffusione per tutte le fonti, dal solare fotovoltaico a quello termico, dall'idroelettrico alla geotermia ad alta e bassa entalpia, agli impianti a biomasse e biogas integrati con reti di teleriscaldamento e pompe di calore".
Una forza tanto irresistibile quanto discreta che, denuncia ancora Zanchini, "finisce quasi sempre per essere sottorappresentata". Come testimonia il caso di Tocco da Casauria 3, municipio premiato lo scorso anno dal Rapporto, ignorato in Italia, e innalzato a esempio virtuoso per il mondo intero dalla prima pagina del New York Times. Le esperienze raccontate e catalogate nel Rapporto, si legge ancora nella premessa, "mettono il nostro paese senza che ve ne sia la consapevolezza, nel gruppo di punta della ricerca internazionale". Zanchini, oltre a Friburgo, cita quindi il caso di Samso 4, l'isola danese a emissioni zero. "Lì - spiega - la vocazione alla sostenibilità pubblicizzata globalmente è divenuta motivo di attrazione turistica, ma in Italia la percentuale di realtà simili è altissima e in continua crescita".
Il Rapporto 2011 esalta in particolare i comuni alpini di Morgex e Brunico per la loro capacità di diventare 100% rinnovabili, non solo per i consumi elettrici ma anche per quelli termici (riscaldamento e acqua calda), attraverso un mix di fonti diverse. Un contributo decisivo, così come avviene per gli altri 18 municipi italiani che possono vantarsi di essere completamente autosufficienti, arriva in particolare dagli impianti di teleriscaldamento a biomasse. Il bacino delle realtà locali virtuose si allarga poi massicciamente se ci si limita a prendere in considerazione l'indipendenza elettrica. In questo caso il numero di municipi 100% rinnovabili balza a quota 964. Importante, per capire davvero la portata del fenomeno, il fatto che nella classifica dei migliori accanto alle "solite" piccole comunità di montagna inizino ad affacciarsi anche delle vere e proprie città e località del meridione. Un capoluogo di provincia come Treviso riesce ad esempio a coprire il 100% del fabbisogno elettrico dei residenti, mentre tra i comuni che raggiungono l'autosufficienza ci sono anche Isernia, Agrigento e Lecce.
"Anche il Sud comincia a muoversi - conclude soddisfatto Zanchini - ma per dare continuità a questa straordinaria rivoluzione occorre semplificare le normative d'autorizzazione, dare certezze agli investimenti, avviare serie politiche di efficienza energetica e iniziare gli indispensabili interventi di adeguamento della rete alle nuove caratteristiche della microgenerazione distribuita". In altre parole occorre che veda finalmente la luce il Piano energetico nazionale atteso ormai da anni e che sia un piano orientato alla sostenibilità.
FONTE: http://www.repubblica.it/ambiente/2011/03/29/news/comuni_rinnovabili-14190768/?rss
Giunto alla sua sesta edizione, il rapporto illustrato oggi a Roma è "la migliore risposta a chi continua a sostenere che il contributo delle fonti rinnovabili sarà comunque marginale nel futuro del Paese". Una presentazione che ha molto il sapore di un "pride". "Per capire come stanno davvero le cose - spiega il curatore del rapporto Edoardo Zanchini - occorre guardarle nella giusta prospettiva. Se continuiamo a raccontare la questione energetica partendo dalle potenzialità d'installazione delle fossili è chiaro che non c'è gara, ma se scendiamo sul territorio per capire come le comunità rispondono alle esigenze locali allora i numeri ci danno ragione e ci rendiamo conto che gli obiettivi fissati dall'Unione Europea sono raggiungibili con incredibili vantaggi per tutti".
"Grazie a questi impianti - si legge nella premessa del documento - si sono creati nuovi posti di lavoro, portati servizi, riqualificati edifici e creato nuove prospettive di ricerca applicata, oltre, naturalmente, a una migliore qualità della vita... senza dimenticare bollette meno salate". Le cifre di questa rivoluzione che ci sta avvolgendo silenziosamente sono eloquenti. Il rapporto "racconta un salto impressionante nella crescita degli impianti installati nel territorio italiano. Sono 7.661 i Comuni in Italia dove si trova almeno un impianto. Erano 6.993 lo scorso anno 2, 5.580 nel 2009. In pratica, le fonti pulite che fino a 10 anni fa interessavano con il grande idroelettrico e la geotermia le aree più interne, e comunque una porzione limitata del territorio italiano, oggi sono presenti nel 94% dei Comuni. Ed è significativo che cresca la diffusione per tutte le fonti, dal solare fotovoltaico a quello termico, dall'idroelettrico alla geotermia ad alta e bassa entalpia, agli impianti a biomasse e biogas integrati con reti di teleriscaldamento e pompe di calore".
Una forza tanto irresistibile quanto discreta che, denuncia ancora Zanchini, "finisce quasi sempre per essere sottorappresentata". Come testimonia il caso di Tocco da Casauria 3, municipio premiato lo scorso anno dal Rapporto, ignorato in Italia, e innalzato a esempio virtuoso per il mondo intero dalla prima pagina del New York Times. Le esperienze raccontate e catalogate nel Rapporto, si legge ancora nella premessa, "mettono il nostro paese senza che ve ne sia la consapevolezza, nel gruppo di punta della ricerca internazionale". Zanchini, oltre a Friburgo, cita quindi il caso di Samso 4, l'isola danese a emissioni zero. "Lì - spiega - la vocazione alla sostenibilità pubblicizzata globalmente è divenuta motivo di attrazione turistica, ma in Italia la percentuale di realtà simili è altissima e in continua crescita".
Il Rapporto 2011 esalta in particolare i comuni alpini di Morgex e Brunico per la loro capacità di diventare 100% rinnovabili, non solo per i consumi elettrici ma anche per quelli termici (riscaldamento e acqua calda), attraverso un mix di fonti diverse. Un contributo decisivo, così come avviene per gli altri 18 municipi italiani che possono vantarsi di essere completamente autosufficienti, arriva in particolare dagli impianti di teleriscaldamento a biomasse. Il bacino delle realtà locali virtuose si allarga poi massicciamente se ci si limita a prendere in considerazione l'indipendenza elettrica. In questo caso il numero di municipi 100% rinnovabili balza a quota 964. Importante, per capire davvero la portata del fenomeno, il fatto che nella classifica dei migliori accanto alle "solite" piccole comunità di montagna inizino ad affacciarsi anche delle vere e proprie città e località del meridione. Un capoluogo di provincia come Treviso riesce ad esempio a coprire il 100% del fabbisogno elettrico dei residenti, mentre tra i comuni che raggiungono l'autosufficienza ci sono anche Isernia, Agrigento e Lecce.
"Anche il Sud comincia a muoversi - conclude soddisfatto Zanchini - ma per dare continuità a questa straordinaria rivoluzione occorre semplificare le normative d'autorizzazione, dare certezze agli investimenti, avviare serie politiche di efficienza energetica e iniziare gli indispensabili interventi di adeguamento della rete alle nuove caratteristiche della microgenerazione distribuita". In altre parole occorre che veda finalmente la luce il Piano energetico nazionale atteso ormai da anni e che sia un piano orientato alla sostenibilità.
FONTE: http://www.repubblica.it/ambiente/2011/03/29/news/comuni_rinnovabili-14190768/?rss
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lunedì 28 marzo 2011
Hyst : Energia e farina dalla paglia: la tecnologia Hyst parla italiano e arriva in Africa
Entro la fine dell'anno un primo impianto potrebbe sorgere in Senegal, ma trattative sono in corso anche col Ghana, il Mozambico, la Costa D'Avorio, il Burkina Faso. Sperimentato in Italia da una decina di aziende agricole e lanciato sul mercato lo scorso anno, il sistema Hyst (Hypercritical separation technology) è stato inventato ormai quarant'anni fa dall'ingegnere biologico Umberto Manola e trasforma la paglia in energia o farina con costi e consumi ridotti.
E soprattutto con l'uso di una sola macchina capace di separare le componenti della materia prima immessa facendo scontrare tra di loro, ad alta velocità, le particelle di biomassa trasportata da getti di aria contrapposti. Ad uscire è il prodotto finito per il confezionamento e la vendita. Proprio perché può essere applicata ovunque, la sfida è ‘portare' la tecnologia Hyst in Africa, così da coniugare i concetti di mercato e solidarietà, sopperendo al problema della malnutrizione infantile. Denominato ‘Frammenti di futuro: cibo per tutti', il progetto mira alla sicurezza alimentare e allo sviluppo sostenibile dell'Africa.
E' stato presentato ufficialmente a Roma dall'Associazione Scienza per l'Amore, che dal 1984 sostiene le ricerche di Manola, e accanto alla BioHyst (la società che segue l'associazione filantropica) vede il supporto scientifico dell'Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile) e il sostegno di diverse organizzazioni umanitarie internazionali. Come spiega Pierpaolo Dell'Omo, responsabile settore Ricerca e Sviluppo BioHyst, «partendo dal presupposto che la tecnologia Hyst è in grado di ricavare da biomasse agricole, anche di scarto, prodotti destinati ai settori dell'alimentazione umana e zootecnica come dell'industria chimica e delle energie alternative, senza alcun impatto ambientale, i risultati fino ad oggi ottenuti in Europa ci incoraggiano a trasferire l'esperienza in Africa». Il progetto prevede la sperimentazione del processo con biomasse tipiche locali, soprattutto miglio e sorgo, e la successiva installazione dei primi impianti, che inizialmente potrebbero lavorare un paio di tonnellate di materiale l'ora. Impianti che verrebbero realizzati grazie alle royalties corrisposte dai Paesi industrializzati, che della tecnologia Hyst si servono per il risparmio energetico.
Ad incoraggiare la BioHyst sul fronte della solidarietà sono i progressi fin qui raggiunti nella lavorazione delle biomasse. «Dalla crusca – riprende Dell'Omo - siamo riusciti a recuperare una farina non solo idonea all'alimentazione umana, ma perfetta per la popolazione africana perché risponde al problema della malnutrizione. Ha infatti un alto contenuto proteico, di zinco, di ferro e vitamine». Di qui il passo verso la sperimentazione in loco, con prodotti tipici. «Il nostro fine – chiarisce Daniele Lattanzi, responsabile Business Development Manager di BioHyst – è dare ai Paesi in questione gli strumenti sia per lavorare sia per produrre da soli quanto necessario per una esistenza dignitosa. In una parola, renderli autonomi, consentendo loro di procedere alle successive fasi di stoccaggio e distribuzione».
Anche perché le reali dimensioni dell'operazione, soprattutto in termini economici, all'oggi non si conoscono. Il dato certo è che la materia prima costa 100 euro a tonnellata, la resa è pari al 20 per cento del prodotto immesso, la farina prodotta viene a sua volta venduta a 2.500 euro a tonnellata. Molto dipende dunque dalle biomasse recuperate e dalle condizioni logistiche: gli impianti potrebbero sorgere vicino alle capitali, che sono maggiormente servite, ma sono necessarie strade e mezzi di trasporto. La mission del progetto, comunque in partenza con la imminente sottoscrizione di accordi coi Governi dei Paesi interessati, la sintetizza Alessandra Costa, direttore generale BioHyst: «Il nome che abbiamo dato al progetto è simbolo di una potenzialità oggi esistente che può tramutare un'utopia in realtà. Crediamo sia fondamentale in un'azienda trovare l'armonia tra il giusto profitto, non finalizzato alla mera speculazione, e lo sviluppo di una economia reale che porti benefici all'umanità». BioHyst punta in alto e con l'associazione Scienza per l'Amore ha cominciato una raccolta firme per la candidatura al Nobel dell'inventore Manolo.
FONTE : http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2011-03-04/hyst-energia-solidarieta-174143.shtml?uuid=AavveSDD&fromSearch
E soprattutto con l'uso di una sola macchina capace di separare le componenti della materia prima immessa facendo scontrare tra di loro, ad alta velocità, le particelle di biomassa trasportata da getti di aria contrapposti. Ad uscire è il prodotto finito per il confezionamento e la vendita. Proprio perché può essere applicata ovunque, la sfida è ‘portare' la tecnologia Hyst in Africa, così da coniugare i concetti di mercato e solidarietà, sopperendo al problema della malnutrizione infantile. Denominato ‘Frammenti di futuro: cibo per tutti', il progetto mira alla sicurezza alimentare e allo sviluppo sostenibile dell'Africa.
E' stato presentato ufficialmente a Roma dall'Associazione Scienza per l'Amore, che dal 1984 sostiene le ricerche di Manola, e accanto alla BioHyst (la società che segue l'associazione filantropica) vede il supporto scientifico dell'Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile) e il sostegno di diverse organizzazioni umanitarie internazionali. Come spiega Pierpaolo Dell'Omo, responsabile settore Ricerca e Sviluppo BioHyst, «partendo dal presupposto che la tecnologia Hyst è in grado di ricavare da biomasse agricole, anche di scarto, prodotti destinati ai settori dell'alimentazione umana e zootecnica come dell'industria chimica e delle energie alternative, senza alcun impatto ambientale, i risultati fino ad oggi ottenuti in Europa ci incoraggiano a trasferire l'esperienza in Africa». Il progetto prevede la sperimentazione del processo con biomasse tipiche locali, soprattutto miglio e sorgo, e la successiva installazione dei primi impianti, che inizialmente potrebbero lavorare un paio di tonnellate di materiale l'ora. Impianti che verrebbero realizzati grazie alle royalties corrisposte dai Paesi industrializzati, che della tecnologia Hyst si servono per il risparmio energetico.
Ad incoraggiare la BioHyst sul fronte della solidarietà sono i progressi fin qui raggiunti nella lavorazione delle biomasse. «Dalla crusca – riprende Dell'Omo - siamo riusciti a recuperare una farina non solo idonea all'alimentazione umana, ma perfetta per la popolazione africana perché risponde al problema della malnutrizione. Ha infatti un alto contenuto proteico, di zinco, di ferro e vitamine». Di qui il passo verso la sperimentazione in loco, con prodotti tipici. «Il nostro fine – chiarisce Daniele Lattanzi, responsabile Business Development Manager di BioHyst – è dare ai Paesi in questione gli strumenti sia per lavorare sia per produrre da soli quanto necessario per una esistenza dignitosa. In una parola, renderli autonomi, consentendo loro di procedere alle successive fasi di stoccaggio e distribuzione».
Anche perché le reali dimensioni dell'operazione, soprattutto in termini economici, all'oggi non si conoscono. Il dato certo è che la materia prima costa 100 euro a tonnellata, la resa è pari al 20 per cento del prodotto immesso, la farina prodotta viene a sua volta venduta a 2.500 euro a tonnellata. Molto dipende dunque dalle biomasse recuperate e dalle condizioni logistiche: gli impianti potrebbero sorgere vicino alle capitali, che sono maggiormente servite, ma sono necessarie strade e mezzi di trasporto. La mission del progetto, comunque in partenza con la imminente sottoscrizione di accordi coi Governi dei Paesi interessati, la sintetizza Alessandra Costa, direttore generale BioHyst: «Il nome che abbiamo dato al progetto è simbolo di una potenzialità oggi esistente che può tramutare un'utopia in realtà. Crediamo sia fondamentale in un'azienda trovare l'armonia tra il giusto profitto, non finalizzato alla mera speculazione, e lo sviluppo di una economia reale che porti benefici all'umanità». BioHyst punta in alto e con l'associazione Scienza per l'Amore ha cominciato una raccolta firme per la candidatura al Nobel dell'inventore Manolo.
FONTE : http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2011-03-04/hyst-energia-solidarieta-174143.shtml?uuid=AavveSDD&fromSearch
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martedì 22 marzo 2011
CENTRALI NUCLEARI IN ITALIA : L'atomo e i costi troppo alti, non conviene
Il nucleare, questo nucleare, non convince per diversi motivi. Innanzitutto non sono escludibili eventi catastrofici a causa di fattori esterni o di errori umani. Si spera nella quarta generazione che, verso il 2030, dovrebbe portare a reattori intrinsecamente sicuri. C'è poi una valutazione economica, in quanto i costi tendono costantemente ad aumentare. Nell'ultima valutazione del Dipartimento dell'Energia Usa (Energy Outlook 2010) sugli impianti da costruire nei prossimi due decenni, l'elettricità da nucleare risulta la più cara. È il motivo per cui negli Stati Uniti sono previsti dei meccanismi di incentivazione per le nuove centrali, altro che riduzione della bolletta... Infine pesa una considerazione etica. A quasi cinquant'anni dalla prima centrale, non esiste un solo Paese al mondo che abbia realizzato un deposito definitivo per le scorie altamente radioattive. Per tutti gli oggetti che noi conosciamo - un frigorifero, un'automobile, una bottiglia - è prevista la chiusura del ciclo. Per i rifiuti nucleari, la cui pericolosità ha tempi di dimezzamento di decine di migliaia di anni, non abbiamo ancora trovato una soluzione, lasciando in questo modo alle generazioni future un velenoso regalo.
I fautori di questa tecnologia sostengono che però consente di ridurre i consumi di combustibili fossili e le emissioni dei gas serra. Vero, ma è possibile ottenere lo stesso risultato in modo più efficace e meno rischioso. Le fonti rinnovabili, considerate marginali fino a poco tempo fa, stanno crescendo a ritmi imprevedibili e i loro costi si stanno rapidamente riducendo. L'elettricità producibile dagli impianti solari ed eolici installati nel mondo tra il 2005 e il 2010 è tre volte maggiore rispetto a quella dei reattori nucleari entrati in servizio negli stessi anni. La metà della potenza elettrica installata in Europa lo scorso decennio è rinnovabile. E l'accelerazione della crescita è formidabile. La potenza fotovoltaica globale installata nel 2010 è, ad esempio, aumentata del 120% rispetto all'anno prima.
Grazie al contesto energetico così drasticamente mutato, la riflessione internazionale che seguirà all'incidente di Fukushima avrà un decorso diverso rispetto all'impatto che si ebbe dopo Chernobyl. Allora l'effetto fu quello di bloccare la crescita del nucleare senza innescare però una vera alternativa. Le fonti rinnovabili erano all'inizio del loro sviluppo e non rappresentavano un'opzione credibile, anche se le esperienze californiane, danesi, giapponesi già facevano intuire le enormi potenzialità di queste tecnologie. La potenza eolica oggi è cento volte superiore, quella solare addirittura mille volte più ampia. E i costi sono scesi drasticamente.
Tutto ciò fa ritenere che altri Paesi seguiranno la strada della Germania che aveva deciso, già prima dell'incidente giapponese, di uscire dal nucleare puntando a soddisfare nel 2050 almeno l'80% della richiesta elettrica con le rinnovabili. Una strategia lungimirante che negli ultimi anni ha consentito di raddoppiare l'elettricità verde grazie a un milione di impianti solari, eolici, a biomassa e di creare un comparto che conta 340.000 addetti, un pilastro ormai dell'economia tedesca.
Dunque, le riflessioni dopo la tragedia giapponese possono portare ad un drastico ripensamento delle strategie energetiche con un rilancio delle politiche dell'efficienza energetica e dell'utilizzo delle rinnovabili. Una strada fortemente innovativa che garantisce maggiore sicurezza energetica, riduce i rischi di cambiamenti climatici, crea imprese ed occupazione. L'Italia, che ultimamente ha ottenuto risultati interessanti nelle rinnovabili, farebbe bene a seguire questa strada.
fonte: Gianni Silvestrini http://www.corriere.it/cronache/11_marzo_17/l-Atomo-ha-Costi-Sempre-piu-Alti-non-Conviene_0723cd38-5070-11e0-9bca-0ee66c45c808.shtml
I fautori di questa tecnologia sostengono che però consente di ridurre i consumi di combustibili fossili e le emissioni dei gas serra. Vero, ma è possibile ottenere lo stesso risultato in modo più efficace e meno rischioso. Le fonti rinnovabili, considerate marginali fino a poco tempo fa, stanno crescendo a ritmi imprevedibili e i loro costi si stanno rapidamente riducendo. L'elettricità producibile dagli impianti solari ed eolici installati nel mondo tra il 2005 e il 2010 è tre volte maggiore rispetto a quella dei reattori nucleari entrati in servizio negli stessi anni. La metà della potenza elettrica installata in Europa lo scorso decennio è rinnovabile. E l'accelerazione della crescita è formidabile. La potenza fotovoltaica globale installata nel 2010 è, ad esempio, aumentata del 120% rispetto all'anno prima.
Grazie al contesto energetico così drasticamente mutato, la riflessione internazionale che seguirà all'incidente di Fukushima avrà un decorso diverso rispetto all'impatto che si ebbe dopo Chernobyl. Allora l'effetto fu quello di bloccare la crescita del nucleare senza innescare però una vera alternativa. Le fonti rinnovabili erano all'inizio del loro sviluppo e non rappresentavano un'opzione credibile, anche se le esperienze californiane, danesi, giapponesi già facevano intuire le enormi potenzialità di queste tecnologie. La potenza eolica oggi è cento volte superiore, quella solare addirittura mille volte più ampia. E i costi sono scesi drasticamente.
Tutto ciò fa ritenere che altri Paesi seguiranno la strada della Germania che aveva deciso, già prima dell'incidente giapponese, di uscire dal nucleare puntando a soddisfare nel 2050 almeno l'80% della richiesta elettrica con le rinnovabili. Una strategia lungimirante che negli ultimi anni ha consentito di raddoppiare l'elettricità verde grazie a un milione di impianti solari, eolici, a biomassa e di creare un comparto che conta 340.000 addetti, un pilastro ormai dell'economia tedesca.
Dunque, le riflessioni dopo la tragedia giapponese possono portare ad un drastico ripensamento delle strategie energetiche con un rilancio delle politiche dell'efficienza energetica e dell'utilizzo delle rinnovabili. Una strada fortemente innovativa che garantisce maggiore sicurezza energetica, riduce i rischi di cambiamenti climatici, crea imprese ed occupazione. L'Italia, che ultimamente ha ottenuto risultati interessanti nelle rinnovabili, farebbe bene a seguire questa strada.
fonte: Gianni Silvestrini http://www.corriere.it/cronache/11_marzo_17/l-Atomo-ha-Costi-Sempre-piu-Alti-non-Conviene_0723cd38-5070-11e0-9bca-0ee66c45c808.shtml
giovedì 17 marzo 2011
ENERGIA NUCLEARE :RUBBIA, FERMIAMOCI A RIFLETTERE, GUARDARE AL SOLARE
"Dobbiamo fermarci e riflettere con attenzione per capire quali sono le misure per affrontare situazioni cosi' gravi". Cosi' il premio Nobel Carlo Rubbia, intervistato dal Tg3, parlando dell'emergenza nucleare in Giappone e delle polemiche in Italia sul programma di sviluppo delle centrali nucleari nel nostro paese. Per Rubbia "sara' una decisione del Governo stabilire cosa fare con il nucleare, ma mi sembra che oggi dovremmo considerare che le energie rinnovabili sono un'alternativa che va utilizzata, dobbiamo aprire la strada a piu' di una possibilita': l'uranio finisce come petrolio e carbone, il solare ci appartiene ed e' per sempre. Dobbiamo chiederci se abbiamo messo abbastanza soldi sulle rinnovabili". L'emergenza in Giappone, ha sottolineato il fisico, "e' stata una grande sorpresa: i giapponesi sono sempre stati i migliori tecnologi mondialmente riconosciuti sul nucleare, il fatto che ci troviamo di fronte a una cosi' grande sorpresa ci dice che qualcosa non ha funzionato. E che ci sono incidenti che hanno pochissime probabilita' di accadere ma che quando succedono fanno un disastro enorme. Credo sia importante che si faccia una seria riflessione sull'effetto sorpresa, oggi la situazione e' fuori controllo, ed e' inaccettabile quando si tratta di nucleare".
martedì 1 marzo 2011
Rinnovabili: No allo stop a solare e eolico in Italia previsto dal decreto Romani
Un sit in-conferenza stampa davanti al dicastero dello Sviluppo Economico, un tentativo (fallito) di incontrare il ministro Paolo Romani e un disperato appello al ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo perché prenda finalmente posizione con un'iniziativa forte. Sono queste le ultime carte giocate da associazioni ambientaliste e organizzazioni di categoria per cercare di salvare la neonata "green economy" italiana dalla scure del governo. Questa mattina rappresentanti di Legambiente, Greenpeace, Wwf, Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Kyoto Club, Ises, Anev, Aper, Assoenergie futuro e Assosolare si sono date appuntamento davanti al ministero per ribadire le nefaste conseguenze del decreto sulle rinnovabili 1che il consiglio dei ministri si appresta a varare giovedì prossimo.
Un provvedimento che contiene almeno tre punti "killer":
1) Stop agli incentivi previsti dal conto energia per il fotovoltaico una volta raggiunto l'obiettivo degli 8mila MW installati. Una potenza a suo tempo ipotizzata per il 2020, ma che secondo i dati del Gestore dei servizi energetici (Gse) verrà raggiunta in realtà nel giro dei prossimi mesi. Facile capire che gli effetti sul comparto sarebbero catastrofici, con un blocco immediato da parte delle banche dei finanziamenti di nuovi impianti.
2) Taglio retroattivo del 30% per gli incentivi per l'eolico. Anche
in questo caso il messaggio sarebbe fin troppo chiaro: meglio stare alla larga dagli investimenti nelle rinnovabili perché sono una zona franca dove tutto è possibile, compresi provvedimenti in grado di penalizzare anche chi ha già tirato fuori i soldi.
3) Introduzione di aste al ribasso per gli impianti oltre i 5 megawatt.
L'attesa dei manifestanti è stata però vana. L'incontro con il ministro infatti non c'è stato perché Romani era impegnato a Milano. Anche fosse stato in sede, si sarebbe trattato però probabilmente di un dialogo tra sordi, visto che il responsabile dello Sviluppo Economico intervenendo a un convegno nel capoluogo lombardo ha ribadito che "bisogna interrompere un meccanismo di incentivazione all'energia rinnovabile che è costato 20 miliardi di euro tra il 2009 e il 2010 agli italiani". "Noi - ha insistito - siamo un paese prevalentemente manifatturiero, molte aziende pagano l'alto costo dell'energia e il costo delle rinnovabili è sulle spalle dei cittadini italiani che in conto bolletta hanno pagato 20 miliardi di incentivi tra il 2009 e il 2010 in cambio del 4,5% di energia prodotta".
Motivazioni, quelle di Romani, che da tempo ambientalisti e associazioni di categoria denunciano come false 2. "Dopo aver concimato accuratamente il terreno con dosi massicce di calunnie, definendole nemiche del paesaggio, un costo insostenibile per la collettività e un ricettacolo di soldi sporchi, il governo è pronto ora a sferrare l'attacco finale a quell'insieme di norme che dopo tanti stenti ha finalmente permesso la nascita anche nel nostro paese di un'industria delle rinnovabili", denuncia Rossella Muroni di Legambiente. Un atteggiamento che gli ambientalisti denunciano come strumentale al tentativo di presentare il ritorno all'atomo come unica alternativa percorribile. "Ormai è chiaro - spiega il presidente dei Verdi Angelo Bonelli - Il governo Berlusconi ha deciso di cancellare il settore delle energie rinnovabili e del fotovoltaico per favorire gli affari delle lobbies del nucleare".
A segnalare che i tempi sono mutati, le preoccupazioni di stampo ambientalista questa mattina sono passate però paradossalmente quasi in secondo piano davanti alle motivazioni economiche. In un comunicato congiunto i promotori della protesta ricordano infatti come "ci sono 44mila famiglie tra eolico e fotovoltaico" che rischiano di trovarsi senza lavoro, con una norma che "passa sopra al volere del Parlamento". Un dato che il presidente di Assosolare Gianni Chianetta innalza a quota 120 mila posti di lavoro a rischio. Altro elemento di allarme, spiega il senatore del Pd Francesco Ferrante, è il fatto che la norma Romani provocherebbe "danni enormi in termini economici e in previsione del raggiungimento dell'obiettivo del 20% della produzione energetica da fonti rinnovabili entro il 2020" fissato dall'Unione Europea.
Il brutale stop alle rinnovabili rappresenterebbe inoltre uno sgambetto a un comparto che in questi anni ha avuto la caratteristica, unica nell'industria nazionale, di essere anticiclico. Secondo le diverse valutazioni il fatturato 2010 del settore FV dovrebbe attestarsi infatti tra 25 e 40 miliardi di euro, quindi più del 2% del Pil 2010. Inoltre, stando ai dati citati dal sito specializzato Qualenergia 3, con il raggiungimento degli 8mila MW di potenza le tasse annuali pagate dal settore (sugli utili e sul personale) ammonterebbero in totale a circa 2 miliardi di euro, mentre quelle pagate dai soggetti responsabili degli impianti sarebbero di ulteriori 0,5 miliardi di euro, a fronte di costi previsti in bolletta per circa 3,7 miliardi di euro. Un bilancio destinato a migliorare ulteriormente se si considerano le multe evitate per le minori emissioni di CO2 rese possibili dalla diffusione del fotovoltaico e i costi evitati per la cassa integrazione (chiusura di aziende e licenziamenti) che viene pagata dallo Stato.
“Il Governo Berlusconi getta la maschera con un attacco senza precedenti alle fonti rinnovabili. Con la proposta di Decreto legislativo che verrà presentata domani dal Ministro Romani si vogliono fermare l’eolico, il solare, e le biomasse in Italia per dare spazio al nucleare”.
Questa la dichiarazione di Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente, che ha partecipato questa mattina alla conferenza stampa davanti al Ministero dello Sviluppo economico convocata da Legambiente Greenpeace, Wwf, Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Kyoto Club, Ises, Anev, Aper, Assoenergie futuro, Assosolare.
Legambiente ha analizzato nel dettaglio i contenuti della proposta di Decreto in attuazione della direttiva 2009/28/CE, che il ministro Romani presenterà al Pre-Consiglio dei Ministri di domani, 1 marzo, e che bloccherebbe inesorabilmente lo sviluppo delle Rinnovabili in Italia: per il solare fotovoltaico il Decreto prevede un tetto a 8.000 MW, dopo il quale è previsto lo stop a qualsiasi incentivo. Limite incomprensibile, pari al fotovoltaico installato nel solo 2010 dalla Germania che ha così superato i 18.000 MW installati complessivamente puntando, in poco tempo, a raddoppiare questi obiettivi per raggiungere i target previsti dall’Unione Europea al 2020; per l’eolico, taglio retroattivo del 30% per gli incentivi in vigore: quando l’Unione Europea ha stabilito il divieto a qualsiasi intervento retroattivo proprio perché toglierebbero certezze agli investimenti delle imprese nel settore; un fallimentare sistema di incentivi con aste per i nuovi impianti: invece di ripensare gli attuali sistemi di incentivo, o copiare i migliori sistemi in vigore nei Paesi dove le rinnovabili stanno crescendo, si vuole introdurre in Italia il sistema delle aste che ha fallito in tutti i Paesi in cui è stato introdotto; stop ai regolamenti edilizi comunali e alle leggi regionali che spingono le rinnovabili in edilizia: altro che federalismo, il Decreto prevede il divieto di indicazioni “diverse o superiori” a quelle previste nel testo per le fonti rinnovabili in edilizia, con la conseguenza che i Comuni e le Regioni che già sono intervenute, in alcuni casi con indicazioni molto più ambiziose, dovranno fare un passo indietro senza poter, in alcun modo, intervenire in materia.
“Questo Decreto, se non verrà cambiato, sarà un autentico schiaffo da parte di Romani nei confronti del Parlamento e della stessa Unione Europea – ha continuato Rossella Muroni -. Dopo due mesi di audizioni e confronti in Parlamento, con l’approvazione di risoluzioni da parte di Camera e Senato che proponevano correttivi al primo testo presentato dal Governo, perché approvare un testo che non tiene in alcun conto queste proposte? Forse, allora, era questo l’obiettivo della campagna mediatica negativa condotta dal Governo in questi mesi contro le fonti rinnovabili? Per far partire il nucleare facendolo pagare ai cittadini in bolletta?”.
Legambiente si batterà per cambiare il provvedimento e invierà al più presto le sue osservazioni a Bruxelles, per denunciare come un Decreto che doveva attuare gli obiettivi di sviluppo delle rinnovabili (decisi dall’Unione Europea con una precisa Direttiva) ne blocchi invece lo sviluppo.
Oltretutto, questa decisione costituirebbe la chiara smentita di quanto il Governo italiano si era impegnato a fare nel Piano Nazionale - inviato solo pochi mesi fa a Bruxelles - dove ben altri erano gli obiettivi e gli interventi previsti per attuare il target obbligatorio al 2020 del 17% di contributo delle fonti rinnovabili rispetto ai consumi finali.
“Ci auguriamo – conclude il direttore di Legambiente - che almeno il Ministro Prestigiacomo intervenga e faccia valere le ragioni dell’ambiente”.
fonte: http://www.legambiente.it/dettaglio.php?tipologia_id=3&contenuti_id=2327
Un provvedimento che contiene almeno tre punti "killer":
1) Stop agli incentivi previsti dal conto energia per il fotovoltaico una volta raggiunto l'obiettivo degli 8mila MW installati. Una potenza a suo tempo ipotizzata per il 2020, ma che secondo i dati del Gestore dei servizi energetici (Gse) verrà raggiunta in realtà nel giro dei prossimi mesi. Facile capire che gli effetti sul comparto sarebbero catastrofici, con un blocco immediato da parte delle banche dei finanziamenti di nuovi impianti.
2) Taglio retroattivo del 30% per gli incentivi per l'eolico. Anche
in questo caso il messaggio sarebbe fin troppo chiaro: meglio stare alla larga dagli investimenti nelle rinnovabili perché sono una zona franca dove tutto è possibile, compresi provvedimenti in grado di penalizzare anche chi ha già tirato fuori i soldi.
3) Introduzione di aste al ribasso per gli impianti oltre i 5 megawatt.
L'attesa dei manifestanti è stata però vana. L'incontro con il ministro infatti non c'è stato perché Romani era impegnato a Milano. Anche fosse stato in sede, si sarebbe trattato però probabilmente di un dialogo tra sordi, visto che il responsabile dello Sviluppo Economico intervenendo a un convegno nel capoluogo lombardo ha ribadito che "bisogna interrompere un meccanismo di incentivazione all'energia rinnovabile che è costato 20 miliardi di euro tra il 2009 e il 2010 agli italiani". "Noi - ha insistito - siamo un paese prevalentemente manifatturiero, molte aziende pagano l'alto costo dell'energia e il costo delle rinnovabili è sulle spalle dei cittadini italiani che in conto bolletta hanno pagato 20 miliardi di incentivi tra il 2009 e il 2010 in cambio del 4,5% di energia prodotta".
Motivazioni, quelle di Romani, che da tempo ambientalisti e associazioni di categoria denunciano come false 2. "Dopo aver concimato accuratamente il terreno con dosi massicce di calunnie, definendole nemiche del paesaggio, un costo insostenibile per la collettività e un ricettacolo di soldi sporchi, il governo è pronto ora a sferrare l'attacco finale a quell'insieme di norme che dopo tanti stenti ha finalmente permesso la nascita anche nel nostro paese di un'industria delle rinnovabili", denuncia Rossella Muroni di Legambiente. Un atteggiamento che gli ambientalisti denunciano come strumentale al tentativo di presentare il ritorno all'atomo come unica alternativa percorribile. "Ormai è chiaro - spiega il presidente dei Verdi Angelo Bonelli - Il governo Berlusconi ha deciso di cancellare il settore delle energie rinnovabili e del fotovoltaico per favorire gli affari delle lobbies del nucleare".
A segnalare che i tempi sono mutati, le preoccupazioni di stampo ambientalista questa mattina sono passate però paradossalmente quasi in secondo piano davanti alle motivazioni economiche. In un comunicato congiunto i promotori della protesta ricordano infatti come "ci sono 44mila famiglie tra eolico e fotovoltaico" che rischiano di trovarsi senza lavoro, con una norma che "passa sopra al volere del Parlamento". Un dato che il presidente di Assosolare Gianni Chianetta innalza a quota 120 mila posti di lavoro a rischio. Altro elemento di allarme, spiega il senatore del Pd Francesco Ferrante, è il fatto che la norma Romani provocherebbe "danni enormi in termini economici e in previsione del raggiungimento dell'obiettivo del 20% della produzione energetica da fonti rinnovabili entro il 2020" fissato dall'Unione Europea.
Il brutale stop alle rinnovabili rappresenterebbe inoltre uno sgambetto a un comparto che in questi anni ha avuto la caratteristica, unica nell'industria nazionale, di essere anticiclico. Secondo le diverse valutazioni il fatturato 2010 del settore FV dovrebbe attestarsi infatti tra 25 e 40 miliardi di euro, quindi più del 2% del Pil 2010. Inoltre, stando ai dati citati dal sito specializzato Qualenergia 3, con il raggiungimento degli 8mila MW di potenza le tasse annuali pagate dal settore (sugli utili e sul personale) ammonterebbero in totale a circa 2 miliardi di euro, mentre quelle pagate dai soggetti responsabili degli impianti sarebbero di ulteriori 0,5 miliardi di euro, a fronte di costi previsti in bolletta per circa 3,7 miliardi di euro. Un bilancio destinato a migliorare ulteriormente se si considerano le multe evitate per le minori emissioni di CO2 rese possibili dalla diffusione del fotovoltaico e i costi evitati per la cassa integrazione (chiusura di aziende e licenziamenti) che viene pagata dallo Stato.
“Il Governo Berlusconi getta la maschera con un attacco senza precedenti alle fonti rinnovabili. Con la proposta di Decreto legislativo che verrà presentata domani dal Ministro Romani si vogliono fermare l’eolico, il solare, e le biomasse in Italia per dare spazio al nucleare”.
Questa la dichiarazione di Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente, che ha partecipato questa mattina alla conferenza stampa davanti al Ministero dello Sviluppo economico convocata da Legambiente Greenpeace, Wwf, Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Kyoto Club, Ises, Anev, Aper, Assoenergie futuro, Assosolare.
Legambiente ha analizzato nel dettaglio i contenuti della proposta di Decreto in attuazione della direttiva 2009/28/CE, che il ministro Romani presenterà al Pre-Consiglio dei Ministri di domani, 1 marzo, e che bloccherebbe inesorabilmente lo sviluppo delle Rinnovabili in Italia: per il solare fotovoltaico il Decreto prevede un tetto a 8.000 MW, dopo il quale è previsto lo stop a qualsiasi incentivo. Limite incomprensibile, pari al fotovoltaico installato nel solo 2010 dalla Germania che ha così superato i 18.000 MW installati complessivamente puntando, in poco tempo, a raddoppiare questi obiettivi per raggiungere i target previsti dall’Unione Europea al 2020; per l’eolico, taglio retroattivo del 30% per gli incentivi in vigore: quando l’Unione Europea ha stabilito il divieto a qualsiasi intervento retroattivo proprio perché toglierebbero certezze agli investimenti delle imprese nel settore; un fallimentare sistema di incentivi con aste per i nuovi impianti: invece di ripensare gli attuali sistemi di incentivo, o copiare i migliori sistemi in vigore nei Paesi dove le rinnovabili stanno crescendo, si vuole introdurre in Italia il sistema delle aste che ha fallito in tutti i Paesi in cui è stato introdotto; stop ai regolamenti edilizi comunali e alle leggi regionali che spingono le rinnovabili in edilizia: altro che federalismo, il Decreto prevede il divieto di indicazioni “diverse o superiori” a quelle previste nel testo per le fonti rinnovabili in edilizia, con la conseguenza che i Comuni e le Regioni che già sono intervenute, in alcuni casi con indicazioni molto più ambiziose, dovranno fare un passo indietro senza poter, in alcun modo, intervenire in materia.
“Questo Decreto, se non verrà cambiato, sarà un autentico schiaffo da parte di Romani nei confronti del Parlamento e della stessa Unione Europea – ha continuato Rossella Muroni -. Dopo due mesi di audizioni e confronti in Parlamento, con l’approvazione di risoluzioni da parte di Camera e Senato che proponevano correttivi al primo testo presentato dal Governo, perché approvare un testo che non tiene in alcun conto queste proposte? Forse, allora, era questo l’obiettivo della campagna mediatica negativa condotta dal Governo in questi mesi contro le fonti rinnovabili? Per far partire il nucleare facendolo pagare ai cittadini in bolletta?”.
Legambiente si batterà per cambiare il provvedimento e invierà al più presto le sue osservazioni a Bruxelles, per denunciare come un Decreto che doveva attuare gli obiettivi di sviluppo delle rinnovabili (decisi dall’Unione Europea con una precisa Direttiva) ne blocchi invece lo sviluppo.
Oltretutto, questa decisione costituirebbe la chiara smentita di quanto il Governo italiano si era impegnato a fare nel Piano Nazionale - inviato solo pochi mesi fa a Bruxelles - dove ben altri erano gli obiettivi e gli interventi previsti per attuare il target obbligatorio al 2020 del 17% di contributo delle fonti rinnovabili rispetto ai consumi finali.
“Ci auguriamo – conclude il direttore di Legambiente - che almeno il Ministro Prestigiacomo intervenga e faccia valere le ragioni dell’ambiente”.
fonte: http://www.legambiente.it/dettaglio.php?tipologia_id=3&contenuti_id=2327
lunedì 14 febbraio 2011
microcelle di borano di ammoniaca: Idrogeno, con le nanotecnologie passi avanti per sostituire la benzina

Stoccato a temperatura ambiente e pressione normale in minuscole gocce incapsulate in un polimero poroso
Potrebbe costare solo tre centesimi di euro al litro e, di sicuro, non produrrà nocive emissioni di carbonio ma solo acqua. Dopo quattro anni di studi top-secret nel prestigioso laboratorio di Rutherford Appleton vicino a Oxford, la britannica Cella Energy è pronta a rivelare la sua scoperta che si basa su un rivoluzionario uso della tecnologia dell’idrogeno.
INNOVAZIONE - Finora si poteva stoccare l’idrogeno solo a bassissime temperature o a una pressione molto alta e ciò era costoso e rischioso. Ma grazie agli studi sulle nanotecnologie, Cella è riuscita a stoccare l’idrogeno a temperatura ambiente e a una pressione normale in forma di minuscole gocce incapsulate in una sorta di tessuto di polimero poroso che lo protegge dall’ossigeno presente nell’aria. La nuova «benzina» liquida all’idrogeno è formata da microcelle di borano di ammoniaca (borazano-H3NBH3), circondate da polimeri e potrà essere inserita nei serbatoi degli autoveicoli e degli aeroplani con minime modifiche ai motori e a costi ridottissimi. Quando i borani vengono scaldati a una temperatura di circa 80 gradi, liberano l’idrogeno contenuto in breve tempo.
POLIMERI - Per produrre le microcelle circondate da polimeri porosi, gli scienziati di Cella hanno utilizzato la tecnica dell’elettrospinning coassiale. Il rivestimento di polimeri, inoltre, può filtrare materiali quali l’ammoniaca che potrebbero danneggiare le microcelle di idrogeno. Stephen Voller, amministratore delegato di Cella Energy non ha dubbi: «Il nostro combustibile basato sull’idrogeno potrebbe essere il primo passo verso un sistema di trasporti non più influenzato dalle oscillazioni del prezzo del petrolio. La nostra tecnologia è la benzina sintetica del futuro e sarà chiamata New oil oppure Oil 2.0».
fONTE: http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/energia_e_ambiente/11_febbraio_07/idrogeno-benzina-rozza_6dd7460e-32a2-11e0-8ce8-00144f486ba6.shtml
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martedì 28 dicembre 2010
pannelli solari: Il pannello solare che funziona al buio

Un team di ricercatori americani sta lavorando allo sviluppo di un pannello solare che può funzionare anche al buio. Prima di parlare di rivoluzione c'è ancora da risolvere qualche problema tecnico, ma gli scienziati sono ottimisti.
Il bello dei pannelli solari è che forniscono energia a costo zero. Il brutto dei pannelli solari è che funzionano solo di giorno. Ma presto le cose potrebbero cambiare.
Steven Novack, ricercatore presso l’Idaho National Laboratory, negli Stati Uniti, sta infatti lavorando allo sviluppo di celle solari nanotecnologihe che, almeno in teoria, dovrebbero funzionare anche di notte.
L’energia vien di notte...
Più della metà dell’energia proveniente dal Sole è nello spettro dell’infrarosso: durante il giorno viene assorbita dalla superficie terrestre e di notte viene rilasciata sotto forma di calore. Dal punto di vista concettuale l’idea di Novack è semplice: catturare questo calore e covertirlo in energia. Per raggiungere questo obiettivo ha sostituito le comuni cellule fotovoltaiche in silicio, che producono energia assorbendo fotoni e rilasciando elettroni, con delle microscopiche antenne che quando vengono colpite dalla radiazione infrarossa entrano in risonanza generando corrente alternata.
Sfide tecnologiche
Si tratta però di una corrente ad altissima frequenza, che per poter essere utilizzata deve essere stabilizzata e raddrizzata, cioè trasformata in corrente continua, grazie a speciali diodi sviluppati dall’Università del Colorado.
Il vero problema sono le antenne, che poter catturare le onde dell’infrarosso devono essere di una lunghezza variabile da qualche millimetro a pochi nanometri: al momento Novack e il suo team sono in grado di produrre antenne che funzionano solo ai margini dello spettro IR, ma contano di ampliare il proprio potenziale entro breve. Il primo prototipo sarà pronto tra qualche mese.
Attorno a questo progetto c’è una grande attesa, anche perchè, sulla carta, sembra essere molto promettente: i test effettuati fino ad ora hanno dimostrato che le celle all’infrarosso hanno un’efficienza del 46% rispetto al 25% delle celle fotovoltaiche in silicio tradizionali. Non solo: non richiedendo un’esposizione e un’inclinazione specifica dovrebbero presentare meno problemi di installazione e utilizzo.
Non resta che aspettare...
fONTE: http://www.focus.it/Scienza/news/il-pannello-solare-che-funziona-al-buio_21122010_98765.aspx
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martedì 12 ottobre 2010
ENERGIA SOLARE:
Alcune aziende americane, norvegesi e cinesi annunciano di aver prodotto sistemi "a pellicola" applicabili su tutte le superfici e in grado di produrre energia elettrica. Ma siamo ancora nella fase dei prototipi, solo nel 2016 la produzione reale La frontiera delle ricerca nel campo delle energie rinnovabili appartiene di sicuro alla nebulizzazione, cioé pannelli solari "spray" applicabili su qualunque superficie. Una tecnica favoleggiata già agli inizi del nuovo secolo, quella delle cellule solari che si spruzzano cioè come se fossero una lacca per capelli, che ricevette un forte impulso nel 2005 quando un gruppo di ricercatori dell'università di Toronto in Canada annunciò d'essere riuscito a produrre una plastica nanomerica. Non solo era in grado di sfruttare gli infrarossi solari per sviluppare energia elettrica, ma che per le sue proprietà chimico-fisiche poteva essere anche spruzzata sulla superficie di un edificio, di una macchina e anche dei vetri di casa come se fosse stata una vernice tradizionale.
Dalle potenzialità produttive portentose - almeno a livello teorico - la plastica solare pensata dai ricercatori canadesi sarebbe stata in grado di produrre 5 volte più energia elettrica di qualsiasi cellula solare che all'epoca era disponibile sul mercato. Sebbene al tempo i ricercatori avessero affermato che la nuova tecnologia era dietro l'angolo e avrebbe rivoluzionato il mercato del solare, fino ad oggi di applicazioni concrete e commercialmente appetibili non se ne sono ancora viste. La brillante idea dei ricercatori canadesi è rimasta quella che era: un'idea geniale che però non ha mai superato lo stadio del prototipo.
Le cose però adesso stanno per cambiare. E anche rapidamente. Una compagnia norvegese, la EnSol, ha infatti appena annunciato che entro il 2016 metterà in commercio una pellicola solare spruzzabile che potrà essere usata per dipingere qualsiasi superficie. Da quelle dei muri casalinghi, a quelle degli autoveicoli, agli steccati e anche i vetri delle finestre, in questo caso senza impedire il passaggio della luce.
A differenza della tecnologia annunciata nel 2005 dall'università canadese, quella della EnSol, grazie ad un nuovo metodo per la sua applicazione che sfrutta un processo simile a quello della parete fredda - quello che porta per esempio alla condensazione del vapore acqueo sulle finestre d'una macchina durante una giornata rigida - presenta dei grandi vantaggi pratici rispetto a tutte le altre soluzioni ipotizzate fino ad ora e si presta egregiamente all'applicazione sul vetro.
"Uno dei maggiori pregi della pellicola che si riesce a produrre con questo metodo è che la si può applicare senza nessuna difficoltà a qualsiasi superficie trasparente, anche alle finestre di casa, senza comprometterne le capacità intrinseche di far passare la luce, ad esempio", ha affermato Chris Binns, professore di nanotecnologia nel dipartimento di fisica e astronomia all'università di Liecester. Binns sta aiutando la EnSol a sviluppare un modello commerciabile della nanosostanza solare. "Ovviamente per produrre energia elettrica una parte della luce deve essere assorbita, diciamo un 8-10 per cento. Se lo si usa sulla finestre non si perde tanto, perché è come se ci fossero dei vetri affumicati. Quando la si applica alle pareti esterne di un edificio, e anche sui tetti, può essere usata come una vernice vera e propria, raggiungendo spessori più grandi che sono così in grado di produrre una maggiore quantità di energia". Alla EnSol sostengono che i loro pannelli spray sono in grado di convertire in energia elettrica oltre il 20 per cento dell'energia solare che assorbono.
Ma l'azienda norvegese non è l'unica a muoversi nelle atmosfere rarefatte della nanotecnologia solare. A farle compagnia ci sono anche cinesi e statunitensi. La prima, la CinHua, ha sviluppato un pannello solare che può essere usato per sostituire le finestre di un edificio. Usando le finistre prodotte da loro (che sebbene siano state presentate dal sito online Engadget all'inizio dell'anno sono ancora allo stato di prototipo), l'Empire State Building di New York (che di finestre ne possiede ben 6500) potrebbe produrre ogni giorno 13 kilowatt di energia elettrica.
Sul versante statunitense si distingue invece la New Energy Technologies che, in collaborazione con l'università della Florida meridionale, ha prodotto una vernice fotoreattiva - la SolarWindow - che può essere pure lei applicata ai vetri di una finestra e sulla cui tecnologia mantiene un riserbo strettissimo. Secondo la ditta americana, una finestra-pannello solare prodotta con il suo metodo ha un rendimento di 300 volte superiore a quello di un "pannello" tradizionale. Inoltre, a differenza delle vernici solari proposte dai suoi concorrenti, quella della New Energy Technology non solo può essere applicata a temperatura ambiente come si farebbe con qualsiasi vernice, ma riesce a produrre energia elettrica sia con la luce naturale che con quella artificiale.
FONTE:http://www.repubblica.it/ambiente/2010/09/26/news/pannelli_solari-7451450/?rss
lunedì 19 luglio 2010
ENERGIE RINNOVABILI ITALIA : Rinnovabili boom nel 2009 coperti i consumi casalinghi

Secondo l'ufficio studi della Confartigianato la produzione 'verde' è salita: lo scorso anno ha fatto segnare un più 19,2% rispetto al 2008. Puglia al top per l'elettricità da solare
La produzione complessiva da fonti rinnovabili nel 2009 è giunta a coprire l'intero (100,6%) consumo di energia elettrica delle famiglie italiane. Secondo l'ufficio studi della Confartigianato, nonostante la crisi che ha abbattuto la produzione 'tradizionale' dell'8,3%, la produzione 'verde' è salita: nel 2009 l'energia elettrica da fonti rinnovabili ha fatto segnare un più 19,2% rispetto al 2008, arrivando a un livello di produzione di 69.330 gigawattora (i consumi delle famiglie ammontano a 68.924 gigawattora). Nel 2008, la produzione 'verde' copriva fino all'85% dei consumi casalinghi.
Spetta alla Puglia il primato della maggior produzione di elettricità da solare, seguita da Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte. Ed è sempre la Puglia la regione che lo scorso anno ha incrementato di più la produzione da impianti fotovoltaici, con 72 gigawattora in più, pari ad oltre un terzo dell'intera crescita (37,3%), seguita dalla Lombardia e dal Piemonte. Ma anche a livello internazionale la Puglia la fa da padrone e si leva lo sfizio di battere la Cina per potenza di impianti solari installati: 161 mw contro i 160 cinesi.
E' comunque l'Italia stessa ad occupare una posizione di primissimo piano sul fronte dei pannelli solari. Sulla base dei dati 2009 dell'European PhotoVoltaic Industry Association (Epia), il nostro Paese è il secondo mercato al mondo nel fotovoltaico con il 9,9% della potenza installata nell'anno, dietro alla Germania che da sola rappresenta il 51,6% del mercato mondiale.
In particolare il Mezzogiorno e il Centro-Nord ricoprono una posizione di rilievo nel mercato mondiale collocandosi, rispettivamente, al quarto e al sesto posto della classifica: i 422 Mw del Centro-Nord sono pari al 5,7% del mercato mondiale; i 289 Mw installati del Sud corrispondono al 3,9% e sono pari alla potenza installata in Francia, Spagna e Portogallo messi insieme.
Sempre secondo l'ufficio studi di Confartigianato, nel primo trimestre 2010 il settore delle imprese potenzialmente interessate alle fonti rinnovabili registra una crescita del 2,7%, più accentuata nel Mezzogiorno (+4,1%) e nel Centro (3,6%) mentre nel Nord la crescita è robusta ma con uno spunto minore (1,5%). Nel primi tre mesi in Italia vi sono poi 86.079 aziende (prevalentemente imprese di installazione di impianti elettrici in edifici o in altre opere di costruzione) potenzialmente interessate dalle fonti rinnovabili, con una stima di 332.293 occupati e una dimensione media per impresa di 3,9 addetti.
FONTE : http://www.repubblica.it/ambiente/2010/07/17/news/energia_rinnovabili-5642345/?rss
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lunedì 28 giugno 2010
L'energia dallo spazio? «In 10 anni può diventare realtà»
Un giorno d'estate di tre anni fa, un fascio di microonde ha attraversato il mare che separa Hawaii da Maui, facendo esattamente il proprio dovere: trasportare 20 watt di energia a 148 chilometri di distanza, da un'isola all'altra. «Entro breve faremo un altro test, più potente e su maggiori distanze», racconta John Mankins, lo scienziato americano che ha organizzato l'esperimento.
Se a qualcuno sembrasse poca cosa, aspetti di scoprire cos'ha veramente in testa Mankins, che oggi fa il consulente in proprio, ma dopo aver trascorso 25 anni fra il Jet Propulsion Laboratory e la Nasa, dove ha ricoperto per un decennio l'incarico di direttore del dipartimento Studi avanzati. In poche parole, il suo compito era quello di congiungere la scienza con la fantascienza.
«Quand'ero piccolo – racconta – assistevo a bocca aperta ai lanci del Mercury, alle missioni Apollo, e mi chiedevo come sarebbe stato il futuro». Fin quando, quasi fosse un'attrazione fatale, il futuro s'è messo a fabbricarlo di persona.
Lo scopo di quell'esperimento alle Hawaii, condotto insieme al collega Nobuyuki Kaya dell'Università di Kobe, era trovare il modo di trasmettere non 200, ma mille miliardi di watt. E non fra due isole a qualche chilometro di distanza, ma fra la Terra e un satellite in orbita geostazionaria, 35mila chilometri sopra le nostre teste.
«Una crisi energetica – commenta Mankins, incontrato a Rovereto dov'è venuto a partecipare al Festival delle Città Impresa – è alle porte: fra la crescita della domanda da parte delle economie emergenti, il picco del petrolio e i cambiamenti climatici, questo pianeta deve rivedere in fretta il proprio sistema di approvvigionamento dell'energia». L'idea dello space solar power è piuttosto antica: l'ingegnere spaziale Peter Glaser la teorizzò nel 1968. Però Mankins l'ha fatta rivivere nel 1999, con un progetto ufficialmente finanziato dalla Nasa.
Ma questa è scienza, non fantascienza. «Tutti i fondamenti fisici per realizzarla sono conosciuti», assicura John Mankins, che qualche anno fa, quando la Nasa ha tagliato i fondi alla ricerca avanzata, ha detto addio all'agenzia spaziale americana. «Tutti i componenti necessari già esistono e non c'è bisogno di fare altre scoperte rivoluzionarie. Occorre soltanto perfezionare i dettagli, condurre i necessari esperimenti e costruire l'intero sistema». I sistemi complessi, del resto, sono il piatto forte di Mankins. «Il mio mestiere – ammette lui stesso – è scoprire nuove applicazioni di cose già esistenti». Il che, è facile solo a dirsi.
Fra le invenzioni di Mankins, che alla Nasa è stato anche a lungo capo della tecnologia per l'esplorazione spaziale, c'è il MagLifter (una catapulta a levitazione magnetica per lanciare in orbita gli shuttle del futuro), il Solar Clipper (una navicella modulare alimentata a "vele" solari) o l'HabBot (un'unità abitativa e di lavoro per le colonie umane su altri pianeti).
Ma il satellite per l'energia solare a 35mila chilometri comporta problemi su un'altra scala di grandezza. «Si tratta di un satellite dove il corpo principale è largo circa un chilometro, ma spesso una ventina di centimetri, dove da un lato ci sono le celle solari per catturare l'energia solare 24 ore su 24 e, sull'altro, le antenne per la trasmissione». Si tratta di microonde, nell'intorno dei 2 gigahertz di frequenza, che attraversano comodamente l'atmosfera anche in un giorno di pioggia e raggiungono un sistema ricevente a terra – una specie di griglia con un diametro di un chilometro – per poi venire convertite in corrente continua. «Ovviamente abbiamo trovato il modo di modulare questo raggio senza che sia nocivo per piante o animali. Anzi, ci sarà da risolvere il problema degli uccelli che sperano di farci un nido, al caldo», ride lo scienziato.
In questo modo, si potrebbe fornire un gigawatt di energia senza le interruzioni che affliggono gli impianti solari a terra. «Il raggio potrà essere spostato a piacere, e diretto sulle stazioni riceventi che ne hanno bisogno. Se collocato in orbita sopra l'Oceano Indiano, può trasmettere energia in Giappone e, nell'arco di millisecondi, spostarsi sull'Italia». Scusi, ma quanti satelliti solari ci potranno essere, a regime? «Centinaia. Direi fino a un massimo di 2mila». E lei conta di vederne uno in orbita, nell'arco della sua vita? «Assolutamente sì», è la risposta altrettanto secca. «Peter Mankins, un mio antenato, è vissuto 111 anni fra il '700 e l'800. E io ne ho solo 54...», dice.
Mankins giura che, «appena ci saranno i soldi e la volontà», il primo prototipo potrebbe essere messo in orbita nel giro di dieci anni. Certo, c'è ancora un sacco di lavoro da fare. Ad esempio, bisogna costruire un SolarClipper e un MagLifter per abbassare il costo dei molteplici lanci per portare in orbita pezzi di satellite da rimontare.
«Penso a una grande collaborazione internazionale, che includa aziende private e governi. Un po' come l'Airbus A380 o il Boeing 787: progetti giganteschi che sarebbero impossibili senza l'aiuto di imprese, Stati e università di mezzo mondo». E questa è politica, non fantapolitica.
Nel frattempo, la Nasa ha cambiato di nuovo strategia ed è tornata a investire sulla ricerca avanzata. Ma Mankins va avanti per la sua strada. «Come scienziato – dice – il mio sogno è riuscire a fare la differenza». Se un giorno una catapulta magnetica lancerà una navicella a vele solari per costruire una fabbrica spaziale di energia da trasmettere wireless sulla Terra, la differenza sarà fatta.
Se a qualcuno sembrasse poca cosa, aspetti di scoprire cos'ha veramente in testa Mankins, che oggi fa il consulente in proprio, ma dopo aver trascorso 25 anni fra il Jet Propulsion Laboratory e la Nasa, dove ha ricoperto per un decennio l'incarico di direttore del dipartimento Studi avanzati. In poche parole, il suo compito era quello di congiungere la scienza con la fantascienza.
«Quand'ero piccolo – racconta – assistevo a bocca aperta ai lanci del Mercury, alle missioni Apollo, e mi chiedevo come sarebbe stato il futuro». Fin quando, quasi fosse un'attrazione fatale, il futuro s'è messo a fabbricarlo di persona.
Lo scopo di quell'esperimento alle Hawaii, condotto insieme al collega Nobuyuki Kaya dell'Università di Kobe, era trovare il modo di trasmettere non 200, ma mille miliardi di watt. E non fra due isole a qualche chilometro di distanza, ma fra la Terra e un satellite in orbita geostazionaria, 35mila chilometri sopra le nostre teste.
«Una crisi energetica – commenta Mankins, incontrato a Rovereto dov'è venuto a partecipare al Festival delle Città Impresa – è alle porte: fra la crescita della domanda da parte delle economie emergenti, il picco del petrolio e i cambiamenti climatici, questo pianeta deve rivedere in fretta il proprio sistema di approvvigionamento dell'energia». L'idea dello space solar power è piuttosto antica: l'ingegnere spaziale Peter Glaser la teorizzò nel 1968. Però Mankins l'ha fatta rivivere nel 1999, con un progetto ufficialmente finanziato dalla Nasa.
Ma questa è scienza, non fantascienza. «Tutti i fondamenti fisici per realizzarla sono conosciuti», assicura John Mankins, che qualche anno fa, quando la Nasa ha tagliato i fondi alla ricerca avanzata, ha detto addio all'agenzia spaziale americana. «Tutti i componenti necessari già esistono e non c'è bisogno di fare altre scoperte rivoluzionarie. Occorre soltanto perfezionare i dettagli, condurre i necessari esperimenti e costruire l'intero sistema». I sistemi complessi, del resto, sono il piatto forte di Mankins. «Il mio mestiere – ammette lui stesso – è scoprire nuove applicazioni di cose già esistenti». Il che, è facile solo a dirsi.
Fra le invenzioni di Mankins, che alla Nasa è stato anche a lungo capo della tecnologia per l'esplorazione spaziale, c'è il MagLifter (una catapulta a levitazione magnetica per lanciare in orbita gli shuttle del futuro), il Solar Clipper (una navicella modulare alimentata a "vele" solari) o l'HabBot (un'unità abitativa e di lavoro per le colonie umane su altri pianeti).
Ma il satellite per l'energia solare a 35mila chilometri comporta problemi su un'altra scala di grandezza. «Si tratta di un satellite dove il corpo principale è largo circa un chilometro, ma spesso una ventina di centimetri, dove da un lato ci sono le celle solari per catturare l'energia solare 24 ore su 24 e, sull'altro, le antenne per la trasmissione». Si tratta di microonde, nell'intorno dei 2 gigahertz di frequenza, che attraversano comodamente l'atmosfera anche in un giorno di pioggia e raggiungono un sistema ricevente a terra – una specie di griglia con un diametro di un chilometro – per poi venire convertite in corrente continua. «Ovviamente abbiamo trovato il modo di modulare questo raggio senza che sia nocivo per piante o animali. Anzi, ci sarà da risolvere il problema degli uccelli che sperano di farci un nido, al caldo», ride lo scienziato.
In questo modo, si potrebbe fornire un gigawatt di energia senza le interruzioni che affliggono gli impianti solari a terra. «Il raggio potrà essere spostato a piacere, e diretto sulle stazioni riceventi che ne hanno bisogno. Se collocato in orbita sopra l'Oceano Indiano, può trasmettere energia in Giappone e, nell'arco di millisecondi, spostarsi sull'Italia». Scusi, ma quanti satelliti solari ci potranno essere, a regime? «Centinaia. Direi fino a un massimo di 2mila». E lei conta di vederne uno in orbita, nell'arco della sua vita? «Assolutamente sì», è la risposta altrettanto secca. «Peter Mankins, un mio antenato, è vissuto 111 anni fra il '700 e l'800. E io ne ho solo 54...», dice.
Mankins giura che, «appena ci saranno i soldi e la volontà», il primo prototipo potrebbe essere messo in orbita nel giro di dieci anni. Certo, c'è ancora un sacco di lavoro da fare. Ad esempio, bisogna costruire un SolarClipper e un MagLifter per abbassare il costo dei molteplici lanci per portare in orbita pezzi di satellite da rimontare.
«Penso a una grande collaborazione internazionale, che includa aziende private e governi. Un po' come l'Airbus A380 o il Boeing 787: progetti giganteschi che sarebbero impossibili senza l'aiuto di imprese, Stati e università di mezzo mondo». E questa è politica, non fantapolitica.
Nel frattempo, la Nasa ha cambiato di nuovo strategia ed è tornata a investire sulla ricerca avanzata. Ma Mankins va avanti per la sua strada. «Come scienziato – dice – il mio sogno è riuscire a fare la differenza». Se un giorno una catapulta magnetica lancerà una navicella a vele solari per costruire una fabbrica spaziale di energia da trasmettere wireless sulla Terra, la differenza sarà fatta.
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domenica 6 giugno 2010
Energia e clima, la sfida del millennio mancata dall’Italia
Alcune settimane fa il Segretario all’Energia di Barack Obama, il Nobel per la Fisica Steven Chu, ha trattato il tema “Sfida dell’Energia” nella sede del Cnr, il Consiglio nazionale delle ricerche, a Roma. Il riscontro dei media italiani è stato quasi inesistente, eppure si discuteva della sfida di questo millennio. Dalla relazione del Nobel si capiva inoltre che il pianeta è in grave pericolo a causa dell’incremento dei gas serra in particolare il biossido di carbonio che incide sulla produzione di gas serra per il 60% ed è il residuo della combustione di carbone, petrolio e gas. Ma perché media e politica non hanno degnato di attenzione un Nobel che svolgeva la sua relazione nella sede del Consiglio nazionale delle ricerche?
Congetturando possiamo affermare che questo avviene in perfetta continuità con la tradizione italica che da Croce in poi si è affermata nel nostro Paese. Storico fu lo scontro tra un grande matematico, Enriques, e Benedetto Croce che considerava la scienza un insieme di pratiche che potevano solo avere una utilità economica ma nessuna funzione di conoscenza. Basterebbe utilizzare l’immagine della copertina del libro di Luigi Bellone La scienza negata, dove viene rappresentato un uomo che sega il ramo di albero sul quale è seduto e che rappresenta plasticamente la metafora del suicidio della collettività. Bellone parla di un’Italia dove viene negata la scienza e dove il rifiuto viene animato da “schiere di intellettuali, moralisti, religiosi e politici” che propalano la conoscenza in modo “deformato e pericoloso”: in una parola “irrazionalista”.
Alla memoria appartengono le epurazioni ed emarginazioni “antiche” come quella di Volterra, fondatore del Cnr, del matematico Levi-Civita (sviluppò la teoria dei tensori utilizzata poi da Einstein per la teoria della Relatività) e della distruzione attraverso le leggi sulla razza del gruppo dei fisici di “via Panisperna” (Fermi, Segre, Pontecorvo). E appena ieri la “cacciata” di Carlo Rubbia (Nobel per la Fisica per la scoperta di una particella, il debolone neutro per la unificazione di forze deboli e forze elettromagnetiche) dalla presidenza dell’Enea, sostituito da un economista. E ancora alla dirigenza della Società di Gestione Impianti Nucleari (Sogin), che dovrebbe gestire scorie nucleari (25mila metri cubi più 1.566 barre di combustibile irraggiato equivalenti a 235 tonnellate di ossido di uranio mischiato a plutonio, stronzio e cesio) e smantellamento dei reattori di un fisico con un generale degli alpini.
E allora come meravigliarsi se in Parlamento viene approvata una mozione nel marzo 2009 che, in pratica, assolve l’uomo dal riscaldamento globale e una seconda mozione nello scorso aprile dove si chiede al governo di ricontrattare gli impegni assunti in sede europea per gli obiettivi di incremento di rinnovabili e taglio dei gas serra? Ancora. Ignorato il documento di consultazione dell’Us Environmental Protection Agency sui gas serra, dove si denuncia sia “l’elevata probabilità” degli effetti disastrosi sull’ ecosistema, la salute dei cittadini ma anche la probabile escalation di violenza nelle regioni instabili per via della crescente scarsità di risorse.Ignorato anche il Rapporto "Reneweable Energy Politicy Network for the 21 st Century" dal quale emerge che a livello mondiale la potenza fotovoltaica è cresciuta del 70% e quella eolica del 35%.
Questi dati non tengono però conto della tendenza a livello globale dell’interesse per le fonti rinnovabili. I Paesi con programmi di rinnovabili sono almeno 64! L’amministratore delegato della Total afferma che siamo vicini al picco operativo nella estrazione del petrolio: al 2015 la capacità produttiva non potrà superare gli 89 milioni di barili al giorno. Gli esperti scientifici, e non i manager delle compagnie petrolifere, quantificano in circa 2500 miliardi di barili le risorse di petrolio con estrazione facile e a basso costo. Il picco massimo della produzione si verificherà nei prossimi due decenni. Rispetto a tali scenari appare urgente assumere determinazioni politiche e provvedimenti che siano coerenti con un futuro di ristrettezza di fonti fossili.
Una ulteriore scelta dovrebbe riguardare l’investimento di risorse sul nucleare, con originalissimo sviluppo tutto italiano del “piezonucleare” che utilizza la pressione per produrre la reazione di fissione nucleare e al posto dell’uranio a termine un elemento come il ferro. Finanziamenti alla ricerca dovrebbero anche riguardare il progetto di Carlo Rubbia sull’“amplificatore di energia”, ovvero un sistema formato da un acceleratore e un reattore che utilizzano un elemento come il torio e che per la particolarità di funzionamento non potrà mai causare né una Chernobyl e nemmeno una Hiroshima.
fonte : www.terranews.it
http://www.terranews.it/news/2010/06/energia-e-clima-la-sfida-del-millennio-mancata-dall%E2%80%99italia
Congetturando possiamo affermare che questo avviene in perfetta continuità con la tradizione italica che da Croce in poi si è affermata nel nostro Paese. Storico fu lo scontro tra un grande matematico, Enriques, e Benedetto Croce che considerava la scienza un insieme di pratiche che potevano solo avere una utilità economica ma nessuna funzione di conoscenza. Basterebbe utilizzare l’immagine della copertina del libro di Luigi Bellone La scienza negata, dove viene rappresentato un uomo che sega il ramo di albero sul quale è seduto e che rappresenta plasticamente la metafora del suicidio della collettività. Bellone parla di un’Italia dove viene negata la scienza e dove il rifiuto viene animato da “schiere di intellettuali, moralisti, religiosi e politici” che propalano la conoscenza in modo “deformato e pericoloso”: in una parola “irrazionalista”.
Alla memoria appartengono le epurazioni ed emarginazioni “antiche” come quella di Volterra, fondatore del Cnr, del matematico Levi-Civita (sviluppò la teoria dei tensori utilizzata poi da Einstein per la teoria della Relatività) e della distruzione attraverso le leggi sulla razza del gruppo dei fisici di “via Panisperna” (Fermi, Segre, Pontecorvo). E appena ieri la “cacciata” di Carlo Rubbia (Nobel per la Fisica per la scoperta di una particella, il debolone neutro per la unificazione di forze deboli e forze elettromagnetiche) dalla presidenza dell’Enea, sostituito da un economista. E ancora alla dirigenza della Società di Gestione Impianti Nucleari (Sogin), che dovrebbe gestire scorie nucleari (25mila metri cubi più 1.566 barre di combustibile irraggiato equivalenti a 235 tonnellate di ossido di uranio mischiato a plutonio, stronzio e cesio) e smantellamento dei reattori di un fisico con un generale degli alpini.
E allora come meravigliarsi se in Parlamento viene approvata una mozione nel marzo 2009 che, in pratica, assolve l’uomo dal riscaldamento globale e una seconda mozione nello scorso aprile dove si chiede al governo di ricontrattare gli impegni assunti in sede europea per gli obiettivi di incremento di rinnovabili e taglio dei gas serra? Ancora. Ignorato il documento di consultazione dell’Us Environmental Protection Agency sui gas serra, dove si denuncia sia “l’elevata probabilità” degli effetti disastrosi sull’ ecosistema, la salute dei cittadini ma anche la probabile escalation di violenza nelle regioni instabili per via della crescente scarsità di risorse.Ignorato anche il Rapporto "Reneweable Energy Politicy Network for the 21 st Century" dal quale emerge che a livello mondiale la potenza fotovoltaica è cresciuta del 70% e quella eolica del 35%.
Questi dati non tengono però conto della tendenza a livello globale dell’interesse per le fonti rinnovabili. I Paesi con programmi di rinnovabili sono almeno 64! L’amministratore delegato della Total afferma che siamo vicini al picco operativo nella estrazione del petrolio: al 2015 la capacità produttiva non potrà superare gli 89 milioni di barili al giorno. Gli esperti scientifici, e non i manager delle compagnie petrolifere, quantificano in circa 2500 miliardi di barili le risorse di petrolio con estrazione facile e a basso costo. Il picco massimo della produzione si verificherà nei prossimi due decenni. Rispetto a tali scenari appare urgente assumere determinazioni politiche e provvedimenti che siano coerenti con un futuro di ristrettezza di fonti fossili.
Una ulteriore scelta dovrebbe riguardare l’investimento di risorse sul nucleare, con originalissimo sviluppo tutto italiano del “piezonucleare” che utilizza la pressione per produrre la reazione di fissione nucleare e al posto dell’uranio a termine un elemento come il ferro. Finanziamenti alla ricerca dovrebbero anche riguardare il progetto di Carlo Rubbia sull’“amplificatore di energia”, ovvero un sistema formato da un acceleratore e un reattore che utilizzano un elemento come il torio e che per la particolarità di funzionamento non potrà mai causare né una Chernobyl e nemmeno una Hiroshima.
fonte : www.terranews.it
http://www.terranews.it/news/2010/06/energia-e-clima-la-sfida-del-millennio-mancata-dall%E2%80%99italia
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sabato 8 maggio 2010
energie rinnovabili : Rinnovabili in cerca di risorse ....

Sfruttando il 5% dell'energia che il Sole manda sulla Terra in un anno si potrebbe soddisfare il fabbisogno del pianeta.
Servono investimenti per 600 milioni nell'arco dei prossimi tre anni. Soldi utili a far diventare l'Italia uno dei protagonisti europei del mercato energetico. Almeno dal punto di vista dell'innovazione. È questo l'appello lanciato ieri a Roma dall'Airi (Associazione italiana per la ricerca industriale) durante il convegno "Giornata Airi per l'innovazione industriale" svoltosi all'Enea.
La situazione reale è diversa. Oggi la stima è di circa 350 milioni di investimenti. «I 600 milioni – dice Renato Ugo, presidente dell'Airi – sono una necessità tecnica perché come noto in Italia il prezzo dell'energia è alto, acquistando dall'estero materie prime che come nel caso del gas o del petrolio si stanno esaurendo. C'è bisogno di sostenere la ricerca su fonti alternative».
L'associazione, però, non chiede che questi soldi arrivino solo dal pubblico, ma occorre un meccanismo virtuoso che porti i privati a coprire il 60-70% degli investimenti. Denaro che serve non solo per la ricerca ma anche per lo sviluppo e l'industrializzazione di quanto realizzato nei laboratori italiani.
Nel corso del convegno di ieri diverse realtà hanno mostrato alcune delle loro ricerche di punta. L'Eni – che si è aggiudicato il premio per l'innovazione Oscar Masi 2009 – ha fatto vedere come sia possibile aumentare l'efficienza delle celle solari fotovoltaiche al silicio. Ci riesce grazie a un sistema che si basa su materiali fluorescenti che permettono di recuperare parte delle radiazioni solari al di fuori dell'intervallo spettrale ottimale per il silicio, trasformandole in radiazioni utilizzabili dallo stesso silicio. Ma non è l'unica ricerca su cui si sta concentrando la società. Che sta pensando anche a celle solari polimeriche con diversi vantaggi: flessibilità, più alta efficienza, dimensioni e costi di produzione inferiori.
Enel sta puntando sull'eolico e sull'energia dal mare. Nel primo caso si stanno sviluppando pale intelligenti che grazie a dei sensori sono in grado di modificare il loro profilo aerodinamico in base al cambiamento delle condizioni ambientali. Il mare, invece, può essere "sfruttato" in diversi modi: generando elettricità dal movimento delle maree oppure trasformando in energia la differenza di concentrazione di sale o della temperatura dell'acqua a diverse profondità.
In generale, comunque, non c'è bisogno di trovare nuove fonti rinnovabili per ridurre le emissioni di CO2. «Occorre lavorare per rendere più efficienti i sistemi che già ci sono attraverso un'accelerazione tecnologica», dice Carlo Manna, responsabile dell'Ufficio Studi dell'Enea. Una strategia simile può ridurre l'impatto ambientale del nostro paese che rispetto al resto d'Europa non è indietro sul fronte delle rinnovabili: siamo in media con il 16,8% della generazione elettrica proveniente da fonti alternative. «Ci differenzia dall'Europa la mancanza del nucleare che da noi raddoppia il ricorso al gas (48,4% contro il 21,6 europeo)». Ma, continua Manna, «anche il nucleare non può che essere un passo intermedio. Nel lungo periodo l'unica strada percorribile è nelle rinnovabili». Sfruttando il 5% dell'energia che il Sole manda sulla Terra in un anno si potrebbe soddisfare il fabbisogno del pianeta.
fonte: ilsole24ore
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mercoledì 14 aprile 2010
energie rinnovabili: STUDIO, EUROPA 'RINNOVABILE' AL 100% ENTRO 2050.

Un sistema elettrico al 100% generato da fonti rinnovabili e' possibile per l'Europa entro il 2050: lo rivela un nuovo Rapporto dal prestigioso istituto di ricerca economica McKinsey che analizza le varie opzioni per un sistema energetico ''carbon-free' del vecchio continente.
Il nuovo sistema e' attuabile e affidabile tanto quello attuale, e ridurrebbe i costi che l'Europa deve sostenere per l'importazione dei combustibili fossili.
Lo studio, commissionato dall'European Climate Foundation (ECF) e che si e' avvalso della consulenza di numerose grandi compagnie elettriche e di altre organizzazioni, mostra come la fornitura al 100% di energia rinnovabile sarebbe appena il 5-10% piu' cara di altri percorsi a basso livello di carbonio ipotizzati, e non comporterebbe i ben noti rischi dell'energia nucleare e dei combustibili fossili, facendo delle fonti rinnovabili la migliore soluzione disponibile.
''Arriva una conferma inconfutabile alla nostra visione di un'energia rinnovabile al 100% per l'Europa del 2050, associata a forti investimenti per l'efficienza energetica alla riduzione dei consumi energetici - ha dichiarato Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia - l'Unione Europea deve ora mettersi al lavoro e pianificare la sua strategia a lungo termine sulle fonti rinnovabili. Questo farebbe bene al clima, ci porrebbe fuori dai rischi legati all'energia nucleare e alla dipendenza dalle fonti fossili, ci garantirebbe l'autonomia energetica e garantirebbe un percorso energetico piu' efficace e accettabile dal punto di vista della sostenibilita'''.
Lo studio McKinsey giunge all'indomani dell'accordo italo-francese sul nucleare, che nasce quindi gia' vecchio, evidenzia WWF: ''Il futuro dell'energia non e' in una tecnologia rischiosa sotto il profilo ambientale e della sicurezza, non conveniente dal punto di vista economico e basata su una fonte esauribile entro pochi decenni come l'uranio. Il futuro e' l'energia rinnovabile, e dopo aver segnato il passo per tanto tempo, l'Italia non deve perdere tempo in progetti che renderanno ad alcuni, forse, ma taglieranno fuori il Paese dall'economia del futuro'', conclude Midulla.
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domenica 14 marzo 2010
energia pulita: SI PUO' PRODURRE DA SPREMUTE FRUTTA
E' possibile produrre energia da pigmenti naturali come quelli che si trovano nella frutta, nella verdura e nei fiori. Lo ha rilevato uno studio del gruppo di ricerca della Scuola di Scienze Ambientali dell'Universita' di Camerino, coordinato da Rita Giovanetti.
L'esperimento, si legge in una nota dell'Ateneo, prevede l'utilizzo di estratti di frutti di bosco o di una spremuta per la generazione di energia elettrica. Gli estratti, senza l'aggiunta di solventi, vengono assorbiti su un supporto di diossido di titanio posizionato su vetro conduttivo e il tutto viene assemblato fino alla costruzione di una cella fotovoltaica. In maniera naturale il dispositivo permette di sfruttare l'assorbimento di luce dei pigmenti naturali per la generazione di energia elettrica.
''Lo studio - hanno detto i collaboratori al progetto - utilizza un principio messo a punto da Michael Graetzel al Politecnico Federale di Losanna, con il quale il nostro gruppo di ricerca ha collaborato a seguito dell'esperienza acquisita dalla dottoranda di ricerca Leila Alibabaei. Per la realizzazione del dispositivo foto-elettrochimico, su di un vetro conduttore trasparente viene depositato un film sottile di nanoparticelle di biossido di Titanio, su cui viene fatto adsorbire l'estratto del colorante per la formazione di un elettrodo che, asciugato e trattato con piccole quantita' della soluzione elettrolitica, viene ricoperto da un altro elettrodo contenente il catalizzatore. Il dispositivo permette cosi' di ottenere una quantita' di energia misurabile''.
Lo studio e' finalizzato ad esaminare i pigmenti naturali, ricercare, nella loro struttura chimica cio' che si puo' migliorare per renderli piu' stabili e ottimizzare i processi di assorbimento su diossido di titanio per una maggiore efficienza nella produzione energetica.
L'esperimento, si legge in una nota dell'Ateneo, prevede l'utilizzo di estratti di frutti di bosco o di una spremuta per la generazione di energia elettrica. Gli estratti, senza l'aggiunta di solventi, vengono assorbiti su un supporto di diossido di titanio posizionato su vetro conduttivo e il tutto viene assemblato fino alla costruzione di una cella fotovoltaica. In maniera naturale il dispositivo permette di sfruttare l'assorbimento di luce dei pigmenti naturali per la generazione di energia elettrica.
''Lo studio - hanno detto i collaboratori al progetto - utilizza un principio messo a punto da Michael Graetzel al Politecnico Federale di Losanna, con il quale il nostro gruppo di ricerca ha collaborato a seguito dell'esperienza acquisita dalla dottoranda di ricerca Leila Alibabaei. Per la realizzazione del dispositivo foto-elettrochimico, su di un vetro conduttore trasparente viene depositato un film sottile di nanoparticelle di biossido di Titanio, su cui viene fatto adsorbire l'estratto del colorante per la formazione di un elettrodo che, asciugato e trattato con piccole quantita' della soluzione elettrolitica, viene ricoperto da un altro elettrodo contenente il catalizzatore. Il dispositivo permette cosi' di ottenere una quantita' di energia misurabile''.
Lo studio e' finalizzato ad esaminare i pigmenti naturali, ricercare, nella loro struttura chimica cio' che si puo' migliorare per renderli piu' stabili e ottimizzare i processi di assorbimento su diossido di titanio per una maggiore efficienza nella produzione energetica.
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mercoledì 17 febbraio 2010
energie rinnovabili: se la prendono anche con il solare

Per avere un’idea di quale patata bollente si troverà tra le mani il governo con il programma nucleare, basta andare a Termoli, in provincia di Campobasso. Qui doveva sorgere il più grande impianto offshore (cioè in mezzo al mare) di energia eolica del Mediterraneo: 54 turbine che potrebbero produrre 162 megawatt di energia pulita, senza puzze né scorie. Un progetto accolto a braccia aperte da Legambiente, appoggiato dal capogruppo regionale dei Verdi, sostenuto dall’associazione CostAmbiente e approvato dal ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo. Risultato? L’impianto non si fa:
sulla sua strada ha trovato il no grande come un macigno delle amministrazioni comunali (di Termoli, Petacciato, Vasto e Montenero) e di quelle provinciale e regionale. Queste ultime due, fra l’altro, guidate da giunte di colore politico opposto. La motivazione? Estetica: il timore che la vista delle pale possa danneggiare il turismo, anche se l’impianto è a oltre 4 chilometri e mezzo dalla costa molisana. Così il progetto è da quasi 5 anni al palo.
Il parco eolico di Termoli è una delle 283 opere e infrastrutture attualmente bloccate in Italia per l’opposizione di comitati di cittadini, di associazioni ambientaliste e, sempre di più, di amministrazioni pubbliche: il cosiddetto effetto Nimby («Not in my back yard», non nel mio giardino). Un fenomeno in costante crescita che riguarda sia grandi opere come la Tav, il Ponte sullo Stretto o il rigassificatore di Brindisi, sia piccole centrali a biomasse, strade, discariche e impianti a energia pulita. Decine e decine di proteste, alcune comprensibili (e l’incidente della centrale Usa di Middletown non farà che alimentarle) altre meno, che partono da Brissogne in Valle d’Aosta, dove non si vuole fare un termovalorizzatore, e scendono lungo la Penisola fino a Siracusa, dove si fa la guerra a un rigassificatore e a un parco eolico.
Il fenomeno è in continua crescita: nel 2009 sono stati censiti 152 nuovi impianti contestati, come testimonia la ricerca Nimby Forum condotta dall’associazione non-profit Aris, che viene presentata a Roma martedì 16 febbraio. Dal 2004 Nimby Forum analizza le contestazioni territoriali alle grandi opere attraverso il monitoraggio dei media. E negli ultimi anni ha scoperto almeno tre nuove tendenze.
La prima è la politicizzazione: «Il Nimby, fenomeno anche sano di attenzione verso il territorio, è diventato un pretesto per alimentare la lotta politica a livello locale e nazionale» sostiene Alessandro Beulcke, presidente dell’Aris. Tanto è vero che se i principali fautori delle contestazioni sono movimenti di cittadini (il 40,7 per cento dei casi), gli enti pubblici, e in particolare i comuni dove l’opera verrà costruita, si piazzano al secondo posto con il 31 per cento dei casi.
La seconda novità è il sorpasso, fra gli impianti contestati, di quelli energetici su quelli per la gestione dei rifiuti: 133 centrali elettriche bloccate contro 41 termovalorizzatori, 38 impianti per il trattamento dei rifiuti e 16 discariche. Un fenomeno dovuto al boom delle energie rinnovabili e alla conseguente proliferazione di progetti di impianti a biomasse (che bruciano scarti di legno o di altro genere per produrre elettricità), parchi eolici e centrali solari.
E veniamo così alla terza novità: per la prima volta nell’elenco delle opere contestate compaiono i pannelli solari. Sono infatti tre gli impianti fotovoltaici finiti dallo scorso anno nel mirino dei contestatori. Come quello a Scorrano (Lecce): una centrale solare che avrebbe dovuto produrre 7,6 megawatt e che è stata approvata dalla regione, dalla provincia e dai comuni interessati, ma che non piace a Italia Nostra e all’associazione Grande Salento. Il motivo principale è che i pannelli avrebbero un impatto negativo su un parco naturale appena costituito. Quindi ricorso al tar e blocco dei lavori.
È sconcertante vedere con quanta facilità è possibile ritardare per anni la costruzione di un’infrastruttura in Italia, anche dopo il via libera del governo centrale o di quello regionale. I motivi sono principalmente tre: meccanismi amministrativi farraginosi che permettono a chiunque di bloccare i processi autorizzativi, poca comunicazione da parte dei proponenti, scarsa cultura della popolazione soprattutto quando si toccano temi complessi come l’energia.
Il risultato non è solo paralizzare la costruzione di infrastrutture utili al Paese, ma anche dirottare investimenti dall’Italia all’estero. Illuminante il caso della Cartiera Lucchese: questa società ha sei stabilimenti in Italia e in Francia ed è una delle poche aziende a produrre carta bianca per uso igienico sanitario a partire dai maceri. Per smaltire i fanghi di cartiera, ha progettato per lo stabilimento di Borgo a Mozzano, presso Lucca, una centrale a biomasse che doveva produrre energia. Ma il no degli enti locali ha stoppato il progetto che sarà trasferito in Francia. La conseguenza è che il territorio ha perso 70 milioni di investimenti.
Se l’effetto Nimby in Italia continua a crescere impallinando perfino innocui pannelli solari, come si riusciranno a costruire delle centrali nucleari? «Questo è il tema su cui stiamo lavorando» risponde Beulcke dell’Aris «con una richiesta di audizione alle commissioni competenti di Camera e Senato e con la proposta di un tavolo avanzata al ministero dello Sviluppo. È necessario avviare azioni concrete e strumenti, anche legislativi, per assicurare un’adeguata informazione popolare e garantire la partecipazione dei cittadini. L’importante è evitare un approccio ideologico alla questione nucleare e non farne né un totem né un tabù».
fonte: panorama.it
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martedì 2 febbraio 2010
energie rinnovabili: scoperta nuova proteina nelle piante, apre frontiere.
Scoperta da un team di ricercatori italiani e tedeschi la proteina che fa utilizzare al meglio alle piante l'energia solare. L'importanza di questa scoperta, pubblicata dalla rivista scientifica "Plos Biology", e' che la proteina identificata fa variare l'apparato fotosintetico delle piante, in maniera funzionale rispetto alle condizioni ambientali e climatiche. Realizzata da un gruppo di ricercatori delle Universita' degli studi di Milano, Universita' del Piemonte Orientale e Ludwig Maximilian Universitaet di Monaco, questa scoperta, sottolineano i ricercatori, puo' portare importanti ricadute sia sul fronte agricolo, per la produzione delle piante coltivate, sia nelle tecnologie legate anche alle energie rinnovabili, oltre a chiarire importanti dettagli molecolari alla base della regolazione della fotosintesi.
Le foglie delle piante, infatti, possono essere considerate, spiegano i ricercatori, "del tutto simili a dei pannelli solari che assorbono, e accumulano, l'energia luminosa". Per questo, "conoscere i meccanismi molecolari utilizzati dalle piante per ottimizzare l'assorbimento della luce potra' essere utile anche per sviluppare, in futuro, tecnologie piu' efficienti nell'assorbimento e accumulo della radiazione solare" aggiungono i ricercatori nel cui team ha lavorato anche Paolo Pesaresi, del Dipartimento di Scienze Biomolecolari e Biotecnologiche dell'Universita' di Milano, che, da 15 anni, studia i meccanismi molecolari responsabili della regolazione della fotosintesi in mais, orzo e nelle specie modello Arabidopsis thaliana, la pianta su cui e' stata realizzata la ricerca.
"Attraverso la fotosintesi, -spiega l'Universita' di Milano- le piante assorbono l'energia luminosa e la convertono in sostanza organica, essenziale per l'alimentazione di molti organismi che popolano il nostro pianeta. La radiazione luminosa che raggiunge le foglie, pero', e' soggetta a cambiamenti continui della propria intensita' e composizione spettrale, conseguenza di molteplici e naturalissimi fattori come le nuvole, il movimento delle foglie indotto dal vento, l'alternarsi del giorno e della notte".
Cosi', continua l'Universita' di Milano, "per fronteggiare al meglio queste situazioni, le piante hanno sviluppato meccanismi molecolari che consentono loro di adattare rapidamente l'apparato fotosintetico alle diverse condizioni luminose e quindi ottimizzare l'attivita' fotosintetica". E la storia della scoperta di oggi parte da lontano.
"Numerosi studi realizzati in passato, infatti, -spiega ancora l'Ateneo meneghino- hanno dimostrato che, a seconda delle condizioni luminose, l'apparato fotosintetico puo' assumere due diverse modalita' funzionali, definite come stato 1 e stato 2. Nel 2005, lo stesso gruppo di ricerca che ha condotto questo studio aveva identificato l'enzima chinasi STN7 responsabile della transizione dall'apparato fotosintetico dallo stato funzionale 1 allo stato 2, attraverso l'aggiunta di gruppi fosfato a una proteina dell'apparato fotosintetico deputata all'assorbimento della luce", uno studio che allora fu pubblicato da Nature. Poi e' arrivata la ricerca di oggi che ha fatto fare ai ricercatori un ulteriore passo in avanti nella conoscenza di qesti processi.
Nel lavoro in pubblicazione su 'Plos Biology', i tre gruppi di ricerca delle Universita' degli Studi di Milano, del Piemonte Orientale e della Ludwig Maximilian Universitaet di Monaco, hanno infatti identificato una nuova proteina, l'enzima fosfatasi TAP38, "responsabile di rimuovere i gruppi fosfato e quindi di riportare l'apparato fotosintetico allo stato funzionale 1".
"Il gene codificante la fosfatasi TAP38 -spiegano i ricercatori- e' stato isolato nella pianta modello Arabidopsis thaliana attraverso un approccio di genomica funzionale. Dieci geni nucleari, codificanti fosfatasi predette o sperimentalmente verificate essere localizzate nel cloroplasto, sono stati silenziati e le corrispondenti linee mutanti di Arabidopsis analizzate per la capacita' del loro apparato fotosintetico di passare dallo stato funzionale 1 allo stato 2 e viceversa in funzione delle condizioni luminose ambientali". In questo modo, proseguono i ricercatori, si e' potuto osservare che la linea mutante di Arabidopsis, priva della fosfatasi TAP38, rimaneva bloccata allo stato funzionale 2 indipendentemente dalle condizioni luminose, conseguenza del fatto che i gruppi fosfato aggiunti dalla chinasi STN7 all'apparato fotosintetico non erano rimossi". E non e' tutto.
"Nello stesso tempo, -affermano ancora i ricercatori- si e' anche potuto verificare che altre piante, ugualmente private della fosfatasi TAP38 ma coltivate in serra, e quindi in condizioni di luminosita' per le quali la permanenza della pianta nello stato 2 risulta particolarmente funzionale, beneficiavano di un'attivita' fotosintetica addirittura migliore rispetto alle piante selvatiche di controllo, come dimostrato anche dalla maggior produzione di biomassa". Un'osservazione, quest'ultima, particolarmente interessante per i ricercatori "per le ricadute che la conoscenza di questo meccanismo molecolare potra' avere nel controllo della produttivita' delle coltivazioni in serra".
fonte: adnkronos.com
Le foglie delle piante, infatti, possono essere considerate, spiegano i ricercatori, "del tutto simili a dei pannelli solari che assorbono, e accumulano, l'energia luminosa". Per questo, "conoscere i meccanismi molecolari utilizzati dalle piante per ottimizzare l'assorbimento della luce potra' essere utile anche per sviluppare, in futuro, tecnologie piu' efficienti nell'assorbimento e accumulo della radiazione solare" aggiungono i ricercatori nel cui team ha lavorato anche Paolo Pesaresi, del Dipartimento di Scienze Biomolecolari e Biotecnologiche dell'Universita' di Milano, che, da 15 anni, studia i meccanismi molecolari responsabili della regolazione della fotosintesi in mais, orzo e nelle specie modello Arabidopsis thaliana, la pianta su cui e' stata realizzata la ricerca.
"Attraverso la fotosintesi, -spiega l'Universita' di Milano- le piante assorbono l'energia luminosa e la convertono in sostanza organica, essenziale per l'alimentazione di molti organismi che popolano il nostro pianeta. La radiazione luminosa che raggiunge le foglie, pero', e' soggetta a cambiamenti continui della propria intensita' e composizione spettrale, conseguenza di molteplici e naturalissimi fattori come le nuvole, il movimento delle foglie indotto dal vento, l'alternarsi del giorno e della notte".
Cosi', continua l'Universita' di Milano, "per fronteggiare al meglio queste situazioni, le piante hanno sviluppato meccanismi molecolari che consentono loro di adattare rapidamente l'apparato fotosintetico alle diverse condizioni luminose e quindi ottimizzare l'attivita' fotosintetica". E la storia della scoperta di oggi parte da lontano.
"Numerosi studi realizzati in passato, infatti, -spiega ancora l'Ateneo meneghino- hanno dimostrato che, a seconda delle condizioni luminose, l'apparato fotosintetico puo' assumere due diverse modalita' funzionali, definite come stato 1 e stato 2. Nel 2005, lo stesso gruppo di ricerca che ha condotto questo studio aveva identificato l'enzima chinasi STN7 responsabile della transizione dall'apparato fotosintetico dallo stato funzionale 1 allo stato 2, attraverso l'aggiunta di gruppi fosfato a una proteina dell'apparato fotosintetico deputata all'assorbimento della luce", uno studio che allora fu pubblicato da Nature. Poi e' arrivata la ricerca di oggi che ha fatto fare ai ricercatori un ulteriore passo in avanti nella conoscenza di qesti processi.
Nel lavoro in pubblicazione su 'Plos Biology', i tre gruppi di ricerca delle Universita' degli Studi di Milano, del Piemonte Orientale e della Ludwig Maximilian Universitaet di Monaco, hanno infatti identificato una nuova proteina, l'enzima fosfatasi TAP38, "responsabile di rimuovere i gruppi fosfato e quindi di riportare l'apparato fotosintetico allo stato funzionale 1".
"Il gene codificante la fosfatasi TAP38 -spiegano i ricercatori- e' stato isolato nella pianta modello Arabidopsis thaliana attraverso un approccio di genomica funzionale. Dieci geni nucleari, codificanti fosfatasi predette o sperimentalmente verificate essere localizzate nel cloroplasto, sono stati silenziati e le corrispondenti linee mutanti di Arabidopsis analizzate per la capacita' del loro apparato fotosintetico di passare dallo stato funzionale 1 allo stato 2 e viceversa in funzione delle condizioni luminose ambientali". In questo modo, proseguono i ricercatori, si e' potuto osservare che la linea mutante di Arabidopsis, priva della fosfatasi TAP38, rimaneva bloccata allo stato funzionale 2 indipendentemente dalle condizioni luminose, conseguenza del fatto che i gruppi fosfato aggiunti dalla chinasi STN7 all'apparato fotosintetico non erano rimossi". E non e' tutto.
"Nello stesso tempo, -affermano ancora i ricercatori- si e' anche potuto verificare che altre piante, ugualmente private della fosfatasi TAP38 ma coltivate in serra, e quindi in condizioni di luminosita' per le quali la permanenza della pianta nello stato 2 risulta particolarmente funzionale, beneficiavano di un'attivita' fotosintetica addirittura migliore rispetto alle piante selvatiche di controllo, come dimostrato anche dalla maggior produzione di biomassa". Un'osservazione, quest'ultima, particolarmente interessante per i ricercatori "per le ricadute che la conoscenza di questo meccanismo molecolare potra' avere nel controllo della produttivita' delle coltivazioni in serra".
fonte: adnkronos.com
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venerdì 29 gennaio 2010
ENERGIA RINNOVABILE: LE ISOLE EGADI ANDRANNO A ENERGIA PULITA
Quello delle Egadi sara' il primo arcipelago a basse emissioini di CO2. Il progetto ''Sole e stelle delle Egadi'', infatti, realizzato da AzzeroCO2 per il Comune di Favignana (TP) e le sue tre isole, ha ottenuto un finanziamento di 1.165.000 euro sui 4 milioni complessivi disponibili del bando ''Fonti rinnovabili, risparmio energetico e mobilita' sostenibile nelle isole minori'' (d.d.prot. Dsa-dec-2008-11 dell'11.1.2008) del Ministero dell'Ambiente.Gli obiettivi del progetto ''Sole e stelle delle Egadi'' sono di favorire, nel territorio delle tre isole siciliane, Favignana, Levanzo e Marettimo, la diffusione delle energie rinnovabili e promuovere tecnologie per l'efficienza e la mobilita' sostenibile che porteranno ad un risparmio energetico di circa 5.700.000 kWh elettrici all'anno e dal conseguente abbattimento delle emissioni di CO2 del 36% rispetto al livello attuale.
Il progetto realizzato da AzzeroCO2 prevede uno sviluppo delle rinnovabili a basso impatto territoriale sulle tre isole dell'arcipelago. L'importo complessivo delle opere previsto dal piano e' di 6.000.000 di euro e verra' coperto per l'80% da privati (Finanziamento Tramite Terzi - FTT, Esco) e altri partner finanziari. Verranno utilizzate diverse tecnologie: impianti fotovoltaici e solari termici integrati nell'architettura del luogo e nel paesaggio per edifici pubblici e privati; generatori a oli vegetali con motori con potenza di circa 100 kW; un progetto di mobilita' sostenibile che prevede biciclette a pedalata assistita, motorini elettrici, colonnine e pensiline fotovoltaiche per la ricarica dei mezzi; un intervento sull'illuminazione pubblica che sostituira' le lampadine esistenti con nuove lampade a LED senza modificare la morfologia dei lampioni; infine, un progetto di forestazione del Bosco di Favignana. Verranno, inoltre, proposti e organizzati Gruppi d'Acquisto Solidali (GAS) di tecnologie rinnovabili per i cittadini delle tre isole.
Il sistema degli interventi proposti produrra' una serie di effetti positivi a livello locale come l'abbattimento dei costi di approvvigionamento energetico, l'ammodernamento del sistema energetico delle tre isole e la riduzione delle emissioni climalteranti e dell'inquinamento locale, la sensibilizzazione dei residenti stabili e di quelli stagionali, oltre alla creazione di nuove professionalita' e all'aumento dell'occupazione.
Tutti i settori economici locali verranno coinvolti nella realizzazione degli interventi: il settore turistico, i soggetti gestori della generazione e distribuzione dell'energia (che verranno formati per l'installazione e la manutenzione degli impianti), il settore commerciale, le ESCO come soggetti finanziatori, la Provincia con interventi diretti e la partecipazione ad un progetto di studio per il riuso degli oli esausti e la Soprintendenza per la definizione congiunta dei criteri per lo sviluppo di ulteriori iniziative di salvaguardia del territorio.
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giovedì 24 dicembre 2009
energia osmotica: in Norvegia nasce la prima centrale a osmosi

La norvegese Statkraft, utility pubblica attiva nelle rinnovabili, ha inaugurato oggi, su un fiordo nel sud di Oslo, il primo prototipo di centrale elettrica al mondo che utilizza i processi di osmosi per generare energia mescolando acqua salata e dolce.
L'acqua dolce e quella salata vengono immesse in una camera unica, separate da una membrana artificiale. Le molecole di sale attirano l'acqua dolce attraverso la membrana semipermeabile, aumentando la pressione sull'acqua marina. Questa pressione può essere utilizzata per alimentare le turbine che producono energia. L'unico scarto che deriva dal processo è l'acqua salmastra.
Il primo prototipo al mondo produrrà pochissima energia (4 kilowatt), ma entro il 2015 è previsto il primo impianto commerciale con una capacità di 25 Megawatt, in grado di fornire corrente a 10mila case. Il potenziale globale di questa nuova fonte rinnovabile è stimato all'azienda tra 1.600 e 1.700 terawatt/ora, il 50% della generazione elettrica di tutta Europa. Le centrali a osmosi possono essere installate dove le acque dolci si miscelano con quelle salate del mare o integrate in zone industriali già esistenti.
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