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lunedì 1 agosto 2011

CORNO AFRICA: CARITAS, UN QUARTO DEL POPOLO SOMALO SFOLLATO E AFFAMATO

Nel centro-sud della Somalia l'esigenza primaria e' l'accesso immediato al cibo.

Le persone colpite dalla siccita' hanno urgente necessita' di acqua potabile, servizi igienici, assistenza sanitaria, protezione, riparo e sostentamento'' afferma il primo Situation report inviato all'Agenzia vaticana Fides da Caritas Somalia.

''Il Programma Alimentare Mondiale (PAM) e un certo numero di agenzie umanitarie sono stati espulsi dalla maggior parte del centro-sud della Somalia negli ultimi due anni. Questo ha lasciato un vuoto enorme in termini di fornitura di cibo'', ricorda Caritas Somalia, anche se gli Shabab stanno permettendo ad alcune ONG di fornire assistenza umanitaria.

Il report descrive una situazione umanitaria estremamente drammatica: ''La ricerca di cibo e assistenza ha provocato un massiccio spostamento di popolazione, con la migrazione dei pastori e dei contadini poveri, sia all'interno della Somalia centro-meridionale sia in Kenya ed Etiopia. Un quarto della popolazione della Somalia e' sfollato, percorrendo grandi distanze a piedi, a dorso di mulo o impiegando i loro ultimi risparmi per ottenere un passaggio su camion sovraffollati.

Le famiglie in fuga dalle aree colpite dalla siccita' sono costrette ad abbandonare gli anziani, i malati, i bambini piu' deboli e le donne incinte. Spesso devono lasciarsi alle spalle i corpi dei loro cari lungo la strada. Coloro che riescano a giungere a destinazione, arrivano in condizioni spaventose: esausti, malnutriti e in preda a malattie, come malaria e morbillo. Molti di loro sono stati attaccati da banditi armati, sottoposti a ogni forma di violenza e depredati dei loro miseri averi''.

lunedì 18 luglio 2011

CORNO D'AFRICA: UNICEF, PEGGIORERA' SITUAZIONE PER MILIONI BAMBINI

L'Unicef ha lanciato un appello per un immediato ampliamento dell'assistenza alle comunita' colpite dalla siccita' nel Corno d'Africa e per affrontare le pressanti necessita' di piu' di due milioni di bambini, di cui mezzo milione e' in immediato pericolo di vita. Se non ci saranno miglioramenti nelle condizioni della sicurezza alimentare prima dell'inizio del 2012, la situazione nutrizione, gia' grave, peggiorera' ulteriormente.

''Quello che stiamo vedendo qui e' quasi una 'tempesta perfetta', conflitto in Somalia, aumento del prezzo del carburante e dei generi alimentari, siccita' e mancanza di pioggia. Ora siamo di fronte ad altri quattro o cinque mesi prima che ci sara' un raccolto e tutti noi abbiamo un enorme lavoro da portare avanti'', ha detto il Direttore generale dell'Unicef Anthony Lake, al termine di una missione di quattro giorni in Kenya.

''In molte delle comunita' piu' povere, le persone sono o troppo povere o troppo deboli per poter provare a camminare per chiedere aiuto'' ha concluso Lake ricordando che in tutta la regione, quasi 11 milioni di persone sono a rischio.

venerdì 8 luglio 2011

siccita': OLTRE 2 MILIONI DI BIMBI RISCHIANO VITA

ltre due milioni di bambini del Corno d'Africa risultano malnutriti e bisognosi di urgenti aiuti salvavita, se vogliono sopravvivere alla siccita' che ha colpito la regione. Mezzo milione di questi bambini si trova ad affrontare un imminente pericolo di vita, con conseguenze durature per lo sviluppo fisico e mentale. E' l'allarme lanciato dall'Unicef. Questa crisi, evidenzia l'organizzazione, ''la peggiore da 50 anni, in una regione che ha familiarita' con la siccita', ha colpito soprattutto: Kenya, Somalia, Etiopia e Gibuti. I tassi di malnutrizione acuta nel nord del Kenya sono ora sopra il 25%, con il record di quasi il 40% nel distretto di Turkana''. L'Unicef stima che ''un totale di 10 milioni di persone hanno gia' bisogno di assistenza umanitaria.

Gli alti prezzi alimentari e la prolungata siccita' stanno peggiorando una situazione gia' drammatica per molte famiglie bisognose di cibo e acqua. Migliaia di famiglie stanno attraversando il confine dalla Somalia e l'Unicef e altre agenzie umanitarie hanno istituito centri nutrizionali di emergenza nei paesi vicini. Il numero dei profughi e' in crescita, con circa 10.000 persone in arrivo ogni settimana di Dadaab, al confine tra Somalia e Kenya''.

La minaccia di malattie per bambini piccoli gia' indeboliti e' ''particolarmente preoccupante'' e per l'Unicef ''e' urgente portare avanti campagne di vaccinazione per i bambini''. Per questo, ha chiesto 31,9 milioni dollari per i prossimi tre mesi in modo da poter fornire aiuti salva-vita per milioni di bambini e donne colpiti dalla crisi.

lunedì 28 marzo 2011

Hyst : Energia e farina dalla paglia: la tecnologia Hyst parla italiano e arriva in Africa

Entro la fine dell'anno un primo impianto potrebbe sorgere in Senegal, ma trattative sono in corso anche col Ghana, il Mozambico, la Costa D'Avorio, il Burkina Faso. Sperimentato in Italia da una decina di aziende agricole e lanciato sul mercato lo scorso anno, il sistema Hyst (Hypercritical separation technology) è stato inventato ormai quarant'anni fa dall'ingegnere biologico Umberto Manola e trasforma la paglia in energia o farina con costi e consumi ridotti.

E soprattutto con l'uso di una sola macchina capace di separare le componenti della materia prima immessa facendo scontrare tra di loro, ad alta velocità, le particelle di biomassa trasportata da getti di aria contrapposti. Ad uscire è il prodotto finito per il confezionamento e la vendita. Proprio perché può essere applicata ovunque, la sfida è ‘portare' la tecnologia Hyst in Africa, così da coniugare i concetti di mercato e solidarietà, sopperendo al problema della malnutrizione infantile. Denominato ‘Frammenti di futuro: cibo per tutti', il progetto mira alla sicurezza alimentare e allo sviluppo sostenibile dell'Africa.

E' stato presentato ufficialmente a Roma dall'Associazione Scienza per l'Amore, che dal 1984 sostiene le ricerche di Manola, e accanto alla BioHyst (la società che segue l'associazione filantropica) vede il supporto scientifico dell'Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile) e il sostegno di diverse organizzazioni umanitarie internazionali. Come spiega Pierpaolo Dell'Omo, responsabile settore Ricerca e Sviluppo BioHyst, «partendo dal presupposto che la tecnologia Hyst è in grado di ricavare da biomasse agricole, anche di scarto, prodotti destinati ai settori dell'alimentazione umana e zootecnica come dell'industria chimica e delle energie alternative, senza alcun impatto ambientale, i risultati fino ad oggi ottenuti in Europa ci incoraggiano a trasferire l'esperienza in Africa». Il progetto prevede la sperimentazione del processo con biomasse tipiche locali, soprattutto miglio e sorgo, e la successiva installazione dei primi impianti, che inizialmente potrebbero lavorare un paio di tonnellate di materiale l'ora. Impianti che verrebbero realizzati grazie alle royalties corrisposte dai Paesi industrializzati, che della tecnologia Hyst si servono per il risparmio energetico.

Ad incoraggiare la BioHyst sul fronte della solidarietà sono i progressi fin qui raggiunti nella lavorazione delle biomasse. «Dalla crusca – riprende Dell'Omo - siamo riusciti a recuperare una farina non solo idonea all'alimentazione umana, ma perfetta per la popolazione africana perché risponde al problema della malnutrizione. Ha infatti un alto contenuto proteico, di zinco, di ferro e vitamine». Di qui il passo verso la sperimentazione in loco, con prodotti tipici. «Il nostro fine – chiarisce Daniele Lattanzi, responsabile Business Development Manager di BioHyst – è dare ai Paesi in questione gli strumenti sia per lavorare sia per produrre da soli quanto necessario per una esistenza dignitosa. In una parola, renderli autonomi, consentendo loro di procedere alle successive fasi di stoccaggio e distribuzione».

Anche perché le reali dimensioni dell'operazione, soprattutto in termini economici, all'oggi non si conoscono. Il dato certo è che la materia prima costa 100 euro a tonnellata, la resa è pari al 20 per cento del prodotto immesso, la farina prodotta viene a sua volta venduta a 2.500 euro a tonnellata. Molto dipende dunque dalle biomasse recuperate e dalle condizioni logistiche: gli impianti potrebbero sorgere vicino alle capitali, che sono maggiormente servite, ma sono necessarie strade e mezzi di trasporto. La mission del progetto, comunque in partenza con la imminente sottoscrizione di accordi coi Governi dei Paesi interessati, la sintetizza Alessandra Costa, direttore generale BioHyst: «Il nome che abbiamo dato al progetto è simbolo di una potenzialità oggi esistente che può tramutare un'utopia in realtà. Crediamo sia fondamentale in un'azienda trovare l'armonia tra il giusto profitto, non finalizzato alla mera speculazione, e lo sviluppo di una economia reale che porti benefici all'umanità». BioHyst punta in alto e con l'associazione Scienza per l'Amore ha cominciato una raccolta firme per la candidatura al Nobel dell'inventore Manolo.

FONTE : http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2011-03-04/hyst-energia-solidarieta-174143.shtml?uuid=AavveSDD&fromSearch

martedì 22 marzo 2011

acqua : IN AFRICA SUBSAHARIANA DIRITTO NEGATO PER 4 PERSONE SU 10

''Nell'Africa Subsahariana l'accesso all'acqua pulita e' un diritto umano fondamentale tuttora negato a piu' del 40% della popolazione''. Lo ricorda l'Amref, in vista della Giornata mondiale dell'acqua di oggi 22 marzo.

''Senz'acqua non c'e' salute ne' sviluppo - spiega Tommy Simmons, direttore generale di Amref Italia - I danni all'agricoltura sono incalcolabili, il bestiame muore, le lezioni a scuola non si possono svolgere regolarmente e saltano anche gli equilibri familiari, perche' le donne sono costrette ad assentarsi per ore alla ricerca di acqua, lasciando incustoditi i figli''.

La mancanza di acqua pulita e di servizi igienici adeguati, spiega l'Amref, costa ogni anno all'Africa Subsahariana il 5% del suo Pil ed e' legato, direttamente o indirettamente, all'80% delle malattie. Nella regione piu' della meta' dei posti letto ospedalieri sono occupati da pazienti affetti da malattie diarroiche, causate dall'utilizzo di acqua contaminata e dall'assenza di servizi igienici, con conseguenze fatali soprattutto per i bambini.

Quelli con meno di cinque anni nati in un periodo di siccita' hanno tra il 36 e il 50% di probabilita' di essere malnutriti, mentre l'accesso ad acqua pulita riduce i tassi di mortalita' infantile di oltre il 20%.

''Portare acqua in Africa - precisa Mario Raffaelli, presidente di Amref Italia - significa allargare la base della partecipazione e puntare sulla formazione di comitati di gestione e di tecnici all'interno delle stesse comunita' beneficiarie dei progetti. Solo cosi' i pozzi sono vissuti come beni di cui la comunita' e' responsabile e durano nel tempo. Il successo degli interventi, pero', passa anche attraverso il rafforzamento del ruolo delle donne nei processi decisionali che riguardano lo sviluppo della comunita'. Sono le donne africane, infatti, a pagare il prezzo piu' alto della mancanza di acqua ed e' soltanto attraverso il potenziamento del loro ruolo sociale che il diritto all'acqua puo' diventare qualcosa di piu' di una dichiarazione di intenti''.

Amref Italia, in particolare, ha attivato dei progetti idrici in Kenya e Tanzania. In Kenya, un Paese afflitto da carenza idrica cronica, l'intervento consiste nella costruzione di pozzi nei distretti costieri di Malindi e Kilifi e in quelli di Kajiado, Kitui e Makueni, terre aride o semi-aride le cui fonti d'acqua principali - fiumi, dighe e pozzi aperti - sono contaminate, quindi inutilizzabili. Dal 1998 a oggi AMREF ha costruito nel Paese piu' di 2.600 pozzi e 85 sistemi di raccolta dell'acqua piovana, di cui hanno beneficiato circa 1,5 milioni di persone.

venerdì 11 marzo 2011

acqua : IN AFRICA SUBSAHARIANA DIRITTO NEGATO PER 4 PERSONE SU 10

Nell'Africa Subsahariana l'accesso all'acqua pulita e' un diritto umano fondamentale tuttora negato a piu' del 40% della popolazione''. Lo ricorda l'Amref, in vista della Giornata mondiale dell'acqua del 22 marzo.

''Senz'acqua non c'e' salute ne' sviluppo - spiega Tommy Simmons, direttore generale di Amref Italia - I danni all'agricoltura sono incalcolabili, il bestiame muore, le lezioni a scuola non si possono svolgere regolarmente e saltano anche gli equilibri familiari, perche' le donne sono costrette ad assentarsi per ore alla ricerca di acqua, lasciando incustoditi i figli''.

La mancanza di acqua pulita e di servizi igienici adeguati, spiega l'Amref, costa ogni anno all'Africa Subsahariana il 5% del suo Pil ed e' legato, direttamente o indirettamente, all'80% delle malattie. Nella regione piu' della meta' dei posti letto ospedalieri sono occupati da pazienti affetti da malattie diarroiche, causate dall'utilizzo di acqua contaminata e dall'assenza di servizi igienici, con conseguenze fatali soprattutto per i bambini.

Quelli con meno di cinque anni nati in un periodo di siccita' hanno tra il 36 e il 50% di probabilita' di essere malnutriti, mentre l'accesso ad acqua pulita riduce i tassi di mortalita' infantile di oltre il 20%.

''Portare acqua in Africa - precisa Mario Raffaelli, presidente di Amref Italia - significa allargare la base della partecipazione e puntare sulla formazione di comitati di gestione e di tecnici all'interno delle stesse comunita' beneficiarie dei progetti. Solo cosi' i pozzi sono vissuti come beni di cui la comunita' e' responsabile e durano nel tempo. Il successo degli interventi, pero', passa anche attraverso il rafforzamento del ruolo delle donne nei processi decisionali che riguardano lo sviluppo della comunita'. Sono le donne africane, infatti, a pagare il prezzo piu' alto della mancanza di acqua ed e' soltanto attraverso il potenziamento del loro ruolo sociale che il diritto all'acqua puo' diventare qualcosa di piu' di una dichiarazione di intenti''.

Amref Italia, in particolare, ha attivato dei progetti idrici in Kenya e Tanzania. In Kenya, un Paese afflitto da carenza idrica cronica, l'intervento consiste nella costruzione di pozzi nei distretti costieri di Malindi e Kilifi e in quelli di Kajiado, Kitui e Makueni, terre aride o semi-aride le cui fonti d'acqua principali - fiumi, dighe e pozzi aperti - sono contaminate, quindi inutilizzabili. Dal 1998 a oggi AMREF ha costruito nel Paese piu' di 2.600 pozzi e 85 sistemi di raccolta dell'acqua piovana, di cui hanno beneficiato circa 1,5 milioni di persone.

mercoledì 24 novembre 2010

hiv : Aids, in Sudafrica 5 milioni di nuovi malati nei prossimi 20 anni

Nei prossimi 20 anni, in Sudafrica potrebbero esserci 5 milioni di nuovi malati di Aids che si sommerebbero ai 5,7 milioni di contagiati del Paese africano. E questa stima sarebbe valida nonostante il fatto che sono stati raddoppiati gli investimenti per la prevenzione e la cura della malattia.

E’ quanto ipotizza un rapporto commissionato dal governo sudafricano, dal titolo ‘The Long-Run Costs and Financing of H.I.V./AIDS in South Africa’, secondo il quale sarà necessario investire 102 miliardi di dollari nei prossimi venti anni, solo per evitare che il numero dei nuovi malati superi la soglia dei 5 milioni di persone.

Secondo il rapporto, realizzato dal Center for Economic Governance di Città del Capo, negli ultimi anni, il Sudafrica ha investito molto per la prevenzione dell’Aids, anche per contrastare la campagna fatta dall’ex presidente Thabo Mbeki che aveva criticato l’azione dei farmaci antiretrovirali a causa della loro tossicità.

Nel Paese, che conta 49 milioni di abitanti, si stima che le nuove infezioni oscillano dalle 350mila alle 500mila all’anno. Con finanziamenti adeguati e programmi mirati, secondo Sam Hecht, direttore generale dell’Istituto che ha realizzato lo studio, entro il 2020, il numero potrebbe essere gradualmente ridotto a 200.000 all’anno.
fonte : http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-mondo/aidssudafrica-malati-650011/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed:+blitzquotidiano+%28Blitzquotidiano%2&utm_content=Google+Reader

martedì 10 agosto 2010

CANCRO SENO : IN AFRICA TASSI TUMORE AL SENO 4 VOLTE INFERIORI REGNO UNITO.

Nei paesi dell'Africa Orientale i tassi di cancro al seno sono quattro volte inferiori a quelli del Regno Unito e cinque volte piu' bassi di quelli del Belgio: la notizia arriva dal World Cancer Research Fund, secondo cui le statistiche parlano, nel 2008, di 87,9 diagnosi di cancro ogni 100.000 donne nel Regno Unito e di 109,4 in Belgio a fronte del 19,3 registrato nell'Africa Orientale.

La differenza, spiegano i ricercatori del WCRF, potrebbe scaturire dall'assenza, nei Paesi africani, di politiche di screening e prevenzione mirate, oltre che dalla scarsita' di macchinari per la diagnosi. Ma anche lo stile di vita fa la differenza: secondo gli scienziati, infatti, circa 4 casi su 10 di tumore al seno nel Regno Unito (42%) potrebbero essere prevenuti attraverso il mantenimento del peso-forma, bevendo meno alcol e facendo piu' movimento fisico. Diversi studi, sostengono i ricercatori, mettono inoltre in evidenza che anche allattare al seno riduce il rischio di cancro alla mammella.

Il numero di casi di cancro al seno nel Regno Unito, affermano dal WCRF, e' inoltre il doppio di quello del Sud America e il triplo di quello dell'Asia Orientale.

venerdì 28 maggio 2010

IN AFRICA MILIONI DI DONNE A RISCHIO SENZA PREVENZIONE E CURE

Nell'area subsahariana una su 22 muore per complicanze derivanti dalla gravidanza o dal parto.

Le donne sono anche le vittime principali dell'Hiv/Aids (61% dei contagi) e della diffusione di malattie legate all'acqua contaminata In occasione della Giornata internazionale per la salute delle donne, AMREF, principale organizzazione sanitaria no profit africana, ricorda l'importanza di agire a tutela delle donne, soprattutto quelle piu' vulnerabili che, in contesti fragili, di guerra o poverta' estrema, non conoscono il valore della prevenzione ne' hanno accesso alle cure.

''L'Africa sostiene il peso del 24% delle malattie globali ma puo' contare solo sul 3% del personale sanitario mondiale - spiega Tommy Simmons, direttore generale di AMREF Italia - Le donne sono le prime vittime di questa situazione insostenibile: fattori sociali, violenze fisiche e sessuali e carenza di assistenza sanitaria espongono ogni giorno milioni di donne africane a rischi seri per la salute''.

sabato 22 maggio 2010

effetto serra : acque lago Tanganika sempre più calde


Le acque del lago, tra la Tanzania e il Congo, costituiscono fonte di vita per circa 10 milioni di persone.

Le acque del lago Tanganika si sono andate rapidamente scaldando negli ultimi 90 anni e ora sono più calde che mai, considerando almeno 1500 anni, lo afferma uno studio pubblicato sulla rivista 'Nature Geoscence'.

Il lago, che segna a est il confine tra Tanzania e Repubblica democratica del Congo, è il secondo lago più grande al mondo per volume e il secondo più profondo. La responsabile della ricerca, Jessica Tierney ha sottolineato come il rapido impennarsi della temperatura del lago vada di pari passo con l'aumento delle emissioni umane di gas serra nell'ultimo secolo, così ciò è da considerarsi come una ulteriore prova che tali emissioni stanno mettendo a rischio la vita sul pianeta. I 'grandi laghi' come il Tanganika, il Malawi e il Turkana in Kenya si formarono milioni di anni fa dai movimenti della piattaforma che aprirono la grande fossa tettonica africana. Circa 10 milioni di persone vivono intorno al lago Tanganika e da questo dipendono per il bere e il mangiare, soprattutto per la pesca.

I geologi della Rhode Island Brown Universityhanno usato test al carbonio per datare i sedimenti sul fondo del lago e con essi i microrganismi fossili le cui membrane variano col variare della temperatura, determinando così quanto fossero calde quelle acque nel passato. "Il lago Tanganika ha avuto un riscaldamento senza precedenti negli ultimi cento anni - si afferma nello studio - Tale riscaldamento ha conseguenze consistenti sulla presenza del pesce da cui dipendono milioni di persone". La maggior parte degli studi sui cambiamenti climatici sono focalizzati sull'atmosfera, ma un numero crescente di scienziati stanno studiando gli effetti sugli oceani, i mari e i laghi che assorbono tutti una grandissima quantità di calore.
fonte:ansa.it

domenica 25 aprile 2010

malaria : AMREF, 89% DECESSI IN AFRICA. BAMBINI UNDER 5 PIU' VULNERABILI

Debellata da tempo nei Paesi ricchi, oggi e' una ''malattia dei poveri'' che ogni anno nel mondo colpisce 250 milioni di persone. Per fermarla fondamentali cure tempestive e prevenzione: l'uso delle zanzariere riduce del 20% il numero dei contagi. Alla vigilia della Giornata Mondiale contro la Malaria del 25 aprile, AMREF, fondazione africana per la medicina e la ricerca, ricorda che e' l'Africa a pagare il prezzo piu' alto a questa malattia, che ogni anno nel mondo colpisce 250 milioni di persone, uccidendone circa 850mila.

''L'89% dei decessi - spiega il direttore generale di AMREF Italia, Tommy Simmons - si concentra nel continente nero e i piu' vulnerabili sono i bambini che hanno meno di cinque anni di eta': un bambino su sei in Africa perde la vita a causa della malaria''.

''Grazie a opportune misure di salute pubblica, nei Paesi ricchi la malaria e' stata debellata da tempo - sottolinea Simmons - Oggi e' una 'malattia dei poveri', un problema sanitario espressione del degrado economico, sociale e ambientale che aumenta parallelamente alla diffusione del contagio, in un circolo vizioso terribile. Gli ammalati, infatti, non sono piu' in grado di occuparsi delle attivita' quotidiane, perdono progressivamente le fonti di reddito, fino a diventare un peso insostenibile per famiglie poverissime, per sistemi sanitari gia' molto fragili e per la societa' in generale''.

Per invertire la tendenza e' fondamentale intervenire sul fronte della prevenzione - il solo uso di zanzariere trattate con insetticida riduce del 20% il numero dei contagi - e creare le condizioni strutturali per agire tempestivamente sul fronte sanitario: riconoscere la malattia fin dai primi sintomi, che inizialmente possono essere confusi con quelli di una semplice influenza, e' cruciale per curarla in modo efficace e scongiurare complicazioni. La malaria, infatti, e' causa di numerose malattie croniche che colpiscono la fascia piu' giovane della popolazione, come difficolta' motorie, invalidita' parziali o totali, ritardi mentali ed epilessia.

Contribuisce inoltre all'aumento di casi di anemia tra donne e bambini ed e' la causa principale della nascita di bambini sottopeso.

venerdì 27 novembre 2009

CAMBIAMENTI CLIMATICI: l'ultimatum dell'Africa

«Non posso più fidarmi di mio padre» dice Gada Tukala, che ha poco più di vent’anni, alleva vacche da quando non andava all’asilo e decide per tutti da quando il clima non è più lo stesso. «I vecchi vorrebbero aspettare dieci giorni di pioggia prima di seminare il sorgo, io so che dopo quattro scrosci è meglio affrettarsi sperando che duri». Gada è un giunco nero in un cielo bianco di luce, vive in un villaggio che di moderno ha solo le ciabatte di plastica ai piedi, si accontenta di nulla e ha una sola paura: «Sai perché non piove più? Una volta si stava tutti insieme sotto il grande albero, si ammazzava la bestia più grassa, e si pregava tutta la notte per una buona semina. Oggi con le nuove religioni la natura ha smesso di volerci bene». Gada non lo sa ma il suo paese è cristiano da 1.700 anni. E musulmano da quasi altrettanti: «Dio è arrabbiato con me e la mia famiglia» ci dice Zein Leba, contadina sessantenne che ha un ettaro di terra, sette figli, e quando prega si rivolge alla Mecca. «Dipende tutto da lui, speriamo che passi». L’Etiopia di chiese e moschee, di campi di mais, sorgo e fagioli è rassegnata da sempre a una siccità ogni dieci anni, ma da qualche tempo rimane a secco quasi un anno su due. «Colpa del cielo» dice il tam tam degli altipiani. Eppure quando interverrà al vertice sul clima che si apre il prossimo 7 dicembre a Copenhagen, il primo ministro Meles Zenawi non invocherà né Allah né gli dei della pioggia. Dirà che il riscaldamento globale sta rovinando il suo paese. E chiederà all’Occidente una montagna di soldi per insegnare a Gada e a Leba a fare a meno dell’acqua.

L’Unione africana ha scelto l’Etiopia per trattare a nome di tutti al summit che dovrebbe salvare il pianeta, ma molto probabilmente rimanderà il bel gesto a data da destinarsi. Peccato, perché la posta è alta e i numeri fin troppo eloquenti: se nel 2006 l’Italia ha immesso in atmosfera 474 milioni di tonnellate di anidride carbonica, l’Etiopia con un terzo degli abitanti in più si è fermata a poco più di un centesimo: sei milioni di tonnellate. Se il colosso cinese è responsabile del 21 per cento delle emissioni globali, e gli Stati Uniti seguono a ruota con il 20,2, l’Africa intera rincorre lo sviluppo producendo non più del 3,7 per cento dei danni. Il disequilibrio è enorme, ma diventa insostenibile se si pensa che l’impatto è inversamente proporzionale alle cause: in Italia (almeno per ora) il cambiamento climatico mette a repentaglio il week end, in Etiopia fa sparire la materia prima che tiene in vita l’80 per cento della popolazione. «Non è che piova meno» dice a Io donna Gabru Jember, ricercatore dell’Agenzia nazionale di meteorologia di Addis Abeba. «È che le precipitazioni sono diventate imprevedibili: da sempre in Etiopia abbiamo una stagione umida da marzo ad aprile, e una più lunga da inizio giugno a fine settembre. Ora il ritmo è saltato e può smettere di piovere a una settimana dalla semina, o magari riprendere quando già ci si preparava al raccolto». A quel punto cresce un po’ d’erba, il paesaggio si fa incantevole, ma il sorgo si alza mesto senza semi. È lo spettro della siccità verde che si aggiunge ai malanni tradizionali e, solo in Etiopia, nei prossimi mesi metterà a rischio la sopravvivenza di oltre sei milioni di contadini.

E sì che alle spalle il paese degli altipiani ha anni di crescita a due cifre. Con i suoi tre milioni di abitanti, Addis Abeba ha preso a mimare le mosse della danza globale e a sostituire la terra battuta con grandi torri commerciali ad alto fatturato e nessun’altra pretesa. Ma l’Etiopia dei villaggi continua ad arrancare tra la sete e la fame: qui tutto viene e va con il raccolto, e ci si può ritrovare sul lastrico solo perché la pioggia cade nel momento sbagliato. «Otto anni fa avevo cento vacche e cento pecore» fantastica la quarantenne Momena Ali sotto il sole malato del distretto pastorale dell’Erer. «Allora l’erba era tanto alta che non vedevi le bestie. Poi la pioggia è sparita e l’erba è scesa prima a un braccio, poi a un palmo, poi a un dito di verde: io non ho più nulla, ma Allah saprà cosa fare dei miei dieci figli». Acqua, pascoli, sole e rovina. Nella regione agricola dell’Oromia 32 distretti su 387 da gennaio avranno bisogno dei sacchi di farina del governo: tra questi il Fadis, che ci accoglie con una distesa di cereali senza frutto, di bambini con i quaderni sottobraccio, e di uomini che ricordano un tempo in cui tutto sembrava più pieno e più semplice. «Eravamo ricchi» ci dicono nel villaggio di Koje. «I campi che oggi danno cinque quintali di sorgo fino a dieci anni fa ne producevano anche trenta». Mesfin Oly, giovane consulente agricolo dell’amministrazione regionale, fa notare che gli invasi dell’acqua piovana ancora nel 2002 davano da bere per sei mesi all’anno, mentre oggi arrivano a malapena a coprire due mesi di sete. Non che qualcuno si lamenti: qui tutti sembrano abituati a sopravvivere se si può, e a sopportare le angherie del cielo con la stessa pazienza con cui tollerano le mosche sul labbro per decine di snervanti minuti. Ma nessuno si fa illusioni: «Tra poco comincerà la carestia». Per fronteggiarla il piano d’emergenza di Addis Abeba garantirà 15 chili di farina al mese a 32mila dei 140mila abitanti del distretto. Rispetto alla grande carestia del 1984, nessuno dovrebbe morire per fame. Ma nelle capanne di fango in cui si mescolano vagiti di bimbi e muggiti di vacca, si fa fatica a pensare che per i villaggi il peggio sia ancora di là da venire.

Sprofondiamo sempre più nell’Africa che cambia senza volere. A dieci chilometri dalla città di Harar, che rimane magicamente sospesa tra memorie coloniali e identità musulmana, il lago Haramaya è semplicemente sparito: «Dove si andava in barca ora brucano le capre» dice Million Gebrenes, ricercatore universitario che studia l’impatto del global warming sull’economia rurale. «È successo tutto in pochissimi anni, perché i contadini hanno abusato dell’acqua, la deforestazione ha aumentato il sedimento e il riscaldamento ha seccato le sorgenti». Qui come altrove, la vita si fa dura appena si scende dai duemila metri dei grandi altipiani. Nel centro del paese, a cento chilometri dalla capitale, è il lago Abjata a ritrarsi di quasi un chilometro all’anno. «Ci sono rimasti solo i fenicotteri» sospira il pastore Tene Babsa, che ha sessant’anni e due gambe sottili come il bastone che usa per evocare i ricordi lontani. Racconta di quando invece delle distese di sale c’era uno specchio d’acqua pescoso, e al posto della terra smagrita si stendevano chilometri di pascoli da venti mucche a famiglia: «Ora ne ho quattro che danno un litro di latte al giorno, dieci anni fa ne avevo decine e riempivo i secchi anche senza mungerle». L’avvocato Dessalegn Mesfin, che ha guidato il team dei negoziatori africani verso il summit di Copenhagen, dice che per fronteggiare quest’emergenza «le priorità sono due: un accordo sulla riduzione dei gas serra, e un piano di finanziamenti per aiutare i paesi più colpiti ad adattarsi alle nuove condizioni climatiche». Con il programma Meret, le Nazioni Unite hanno dimostrato che bastano investimenti modesti per arrivare a una gestione del terreno che resista alle bizze del nuovo millennio. Nel bacino di Dabe, a pochi chilometri dalla città di Nazreth, 202mila euro sono stati sufficienti per piantare una foresta, alimentare le sorgenti e mettere in sicurezza trecento famiglie di contadini. Pochi o tanti, oltre che di emissioni è quindi questione di soldi. Il primo ministro Meles Zenawi lo sa, e va a Copenhagen per battere cassa presso i grandi produttori e i grandi inquinatori del Nord del mondo. Si parte da una richiesta di 45 miliardi di euro all’anno. L’Africa intera fa sapere che saranno difficilmente trattabili.
FONTE: corriere.it

giovedì 5 novembre 2009

AFRICA: CHEWING-GUM ALLA VITAMINA A PER SALVARE BIMBI DA MALNUTRIZIONE

na societa' danese, la Gumlink Group, ha annunciato la creazione di una gomma da masticare alla vitamina A per la lotta alla malnutrizione nei paesi in via di sviluppo.

Questo chewing-gum e' senza zucchero e contiene 375 grammi di vitamina A, pertanto l'uso quotidiano e' stato raccomandato dal Fondo delle Nazioni Unite per l'Infanzia (Unicef) e dall'Organizzazione Mondiale per la Sanita' (Oms).

L'uso di questa gomma sara' destinato ai bambini di eta' compresa fra i 3 e i 5 anni, in cui la carenza di vitamina A puo' provocare la cecita', malattie come il morbillo e infezioni che colpiscono il sistema immunitario.

L'annuncio di questo nuovo prodotto e' stato fatto questa setimana a Nairobi nel corso di una conferenza sulla malnutrizione organizzata dal ''Consenso di Copenaghen'', un gruppo di riflessione che ha la sua base in Danimarca.

La gomma venduta in confezioni da sei, nei prossimi mesi sara' disponibile per il mercato kenyano. La Gumlink Group e' in trattative con il governo locale.

mercoledì 4 novembre 2009

malaria: IN AFRICA SPERIMENTAZIONE VACCINO CONTRO MALARIA

Un progetto pilota per dimostrare l'efficacia di vaccino contro la malaria attraverso il piu' grande trial di sperimentazione al mondo. Promosso delle autorita' di vigilanza dell'Unione europea, degli Stati Uniti e dei paesi africani, in collaborazione con l'OMS, la sperimentazione e' ora in corso in 7 paesi dell'Africa sub-sahariana (Burkina Faso, Gabon, Ghana, Kenya, Malawi, Mozambico e Tanzania) e si prevede che coinvolgera' fino a 16.000 bambini, secondo quanto riportato durante il 5th Multilateral Initiative on Malaria Pan-African Malaria Conference. Sviluppato dal colosso farmaceutico inglese, GlaxoSmithKline, questo vaccino e' stato disegnato principalmente per essere utilizzato in Africa, dove la malaria uccide piu' di 800.000 persone ogni anno, di cui la maggior parte bambini di eta' inferiore ai cinque anni.

Qualora gli esiti siano positivi, la sua introduzione potrebbe avvenire nei prossimi tre-cinque anni. ''Un vaccino contro la malaria potrebbe contribuire a salvare innumerevoli vite e ridefinire il futuro per i bambini dell'Africa'' - conclude Patricia Njuguna, responsabile del Clinical Trials Partnership Committee, ente promotore della sperimentazione.

sabato 10 ottobre 2009

IN AFRICA BIMBI PIU' ESPOSTI A PATOLOGIE RENALI

Nell'area del mediterraneo sono i bambini africani, tra i cinque e gli otto anni, a soffrire di piu' di patologie renali (sindromi nefrosiche secondarie, glomerulo nefriti). Lo riferisce il professor Guido Bellinghieri in uno studio sulle nefropatie nell'area mediterranea presentato oggi al Congresso di Bologna. ''La disponibilita' di dialisi e trapianto e' abbastanza variabile nei paesi africani che si affacciano sul mediterraneo, con delle percentuali che oscillano tra 30 a 186.5 per milione di popolazione (pmp)'', ha detto Bellinghieri che dirige l'Unita' operativa complessa di nefrologia e dialisi della Facolta' di medicina dell'Universita' degli studi di Messina.

E ha presentato in dettaglio le incidenze: in Algeria 78.5; in Egitto 129.3; in Libia 30; in Marocco 55.6; in Tunisia 186.5 per milione di popolazione. ''In questi territori - ha aggiunto - i servizi sono localizzati nei distretti urbani e poco accessibili pertanto alla popolazione meno abbiente e di livello culturale inferiore che vive nelle periferie. Il gap economico dei territori africani si rende maggiormente palese nel settore della terapia sostitutiva renale. L'obiettivo dovrebbe essere quello di ridurre la prevalenza dei pazienti in dialisi a favore dei trapianti (sia da cadavere che da vivente)''.

Il nefrologo messinese ha passato poi in rassegna le altre aree del mediterraneo che, con i tre continenti (Europa-Africa-Asia), 21 nazioni e una popolazione di oltre 400 milioni di abitanti, presentano oltre alle differenze di ordine politico, economico, religioso, culturale un' offerta sanitaria molto diversificata.

''Tra i Paesi europei - ha specificato lo studioso - l'Italia, insieme alla Francia e alla Spagna presenta tassi simili di incidenza e prevalenza per quanto riguarda il trattamento emodialitico. La Spagna invece ha un maggior numero di donazioni e di conseguenza il numero dei trapianti effettuati in questo paese e' tra i piu' alti in Europa''.

mercoledì 22 luglio 2009

hiv: aids, esame del sangue Economico, facilmente accessibile, a prova di caldo.


Economico, facilmente accessibile, a prova di caldo equatoriale. La svolta nella prevenzione dell'Aids nei paesi africani e' in un esame del sangue alternativo ai metodi tradizionali presentato durante la V Conferenza sull'Hiv dell'International Aids Society in corso a Citta' del Capo (Sudafrica).

Il limite attuale alla diagnosi precoce dell'Hiv nel continente africano e' nella difficolta' di trasporto dei campioni di sangue verso i laboratori di analisi, spesso molto lontani dai luoghi di prelievo. Il plasma ha infatti bisogno di essere conservato in frigoriferi, con costi elevati. Il metodo a macchie di sangue essicato (DBS), che non ha bisogno di refrigerazione, e' stato sperimentato per 10 mesi dai ricercatori della Duke University di Durham (North Carolina, Usa) in alcune zone remote della Tanzania. I campioni, raccolti con i due test, sono stati analizzati in un centro distante in media 300 km dai punti di prelievo.

Confrontando i risultati, gli scienziati hanno verificato l'attendibilita' del metodo piu' economico, che consentirebbe ''dopo un ulteriore valutazione'' di allargare il numero di pazienti raggiungibili, compresi i bambini, per avviare trattamenti precoci e piu' efficaci della malattia che secondo i dati dell'Unaids, l'agenzia dell'Onu che si occupa di Aids, conta nell'Africa sub-sahariana un terzo delle infezioni e delle vittime a livello mondiale.

sabato 6 giugno 2009

leoni bianchi: Un'intera famiglia di leoni bianchi abbandonerà presto la gabbia per tornare in libertà


Nel prossimi giorni abbandoneranno l'ambiente protetto in cui sono cresciuti per tornare a vivere nel mondo selvaggio. Il 'miracolo' grazie a un collare hi-tech che permetterà di ritrovarli e non lasciarli soli.

Un'intera famiglia di leoni bianchi abbandonerà presto la gabbia per tornare in libertà. La bella Zihra, il suo consorte Mandla e i tre figli di un anno - Zukhara, Matsienge e la piccola Nebu - sono pronti a essere liberati nei prossimi giorni in Sudafrica. Una storia che ricorda quella della leonessa Elsa nel romanzo 'Nata Libera' di Joy Adamson. I ricercatori li hanno addormentati per potergli mettere un collare e rintracciarli in futuro nella savana.
I leoni bianchi sono stati allevati in semi-cattività senza contatti umani che avrebbe compromesso la loro capacità di sopravvivere nel mondo selvaggio. Per il loro veterinario "l'obiettivo non è tenerli in cattività, ma fare in modo che possano tornare nel loro ambiente naturale".

mercoledì 3 giugno 2009

Tecno-rifiuti: Tecnorifiuti dei paesi ricchi smaltiti illegalmente in Africa


La EarthECycle di Pittsburgh finge di riciclare i rifiuti elettronici dei cittadini Usa ma poi li scarica sulle spiagge del continente nero, dove vengono bruciati provocando dense colonne di fumo tossico.

Secondo l’ultimo rapporto «Ban» (
Basel Action Network), l’ondata di rifiuti hi-tech ha raggiunto l'Africa. Gli scarti tecnologici dei paesi ricchi prendono la via di quelli in via di sviluppo con la pretesa di rimediare al «divario digitale»: ma invece di finire tra le mani di chi ne ha bisogno, finiscono in enormi discariche inquinanti. Il reportage scopre un finto riciclo di rifiuti elettronici da parte della EarthECycle che da Pittsburgh sbarca in Africa.

Secondo un rapporto complilato dall'organizzazione ambientalista Basel Action Network (BAN) l'ondata di rifiuti hi-tech avrebbe raggiunto anche l'Africa. Computer, cellulari, scanner e stampanti, gli scarti tecnologici dei paesi ricchi prendono la via di quelli in via di sviluppo come parziale rimedio al loro enorme divario digitale. Una volta sul posto, però, invece di finire tra le mani di chi ne ha bisogno vengono ammassati in enormi discariche inquinanti.
Se fino ad ora le mete preferite dai trafficanti di immondizia cybernetica erano situate in Asia, con un occhio particolare per le province più povere della Cina, adesso le rotte sembrano convergere verso il continente africano, ricalcando in parte quelle del tristemente noto commercio triangolare.
Infatti l'ultima denuncia del gruppo ambientalista riguarda una raccolta di materiale elettronico in disuso effettuata nei dintorni di Pittsburgh, negli Stati Uniti. EarthECycle, la società incaricata dello smalitmento, avrebbe invece riempito sette container spedendoli poi a Hong Kong e in Sud Africa.
Sul rapporto si legge che quelli diretti verso l'ex protettorato britannico sarebbero stati intercettati e rispediti al mittente, mentre il carico diretto in Sud Africa dovrebbe essere arrivato nel porto di Durban.
Generalmente gli USA non vietano questo tipo di esportazioni, ma uno dei container fotografati segnalati da BAN conteneva esclusivamente vechi monitor CRT, per i quali non è consentito l'espatrio senza il consenso della nazione cui sono destinati.
Nonostante gli stessi produttori di hardware incoraggino il riciclaggio pulito secondo la Environmental Protection Agency statunitense nel 2008 solo il 20 per cento degli scarti elettronici è stato riciclato all'interno del territorio USA. La stragrande maggioranza di ciò che è rimasto è stata inviata oltreoceano.
Le autorità portuali di Lagos, uno dei più importanti centri urbani della Nigeria e meta di molte discariche galleggianti, lamentano l'arrivo ogni mese di una grande quantità di inutile ferraglia: solo il 25 per cento dei prodotti scaricati da 500 container è considerato riutilizzabile.
In molti di questi paesi la conseguenza di questi traffici è che ingenti quantità di e-waste vengono prima radunate in discariche dal vago sapore cyber-punk, e poi bruciate: il tutto senza la minima considerazione del pericolo ambientale costituito dalle nubi tossiche sprigionate da questi roghi


Tecno-rifiuti britannici smaltiti illegalmente da bimbi africani
Tonnellate di rifiuti tossico-nocivi vengono raccolti ogni giorno in Gran Bretagna e spediti - in barba agli accordi internazionali a tutela dell'ambiente - in paesi africani come Nigeria e Ghana. A svelare il traffico illegale è un'inchiesta congiunta del quotidiano britannico The Independent, l'emittente Sky News, e l'associazione ambientalista Greenpeace UK. Che, nascondendo in un televisore danneggiato un trasmettitore satellitare, hanno tracciato e smascherato l'orrenda filiera. Secondo le norme in vigore, infatti, ogni apparecchio elettronico ormai inutilizzabile - computer, stereo, televisori: tutti oggetti ricchi di metalli pesanti e altri componenti velenosi - dovrebbero venir smaltiti in modo sicuro senza lasciare il loro paese d'origine.

La realtà invece è ben diversa. Società compiacenti raccolgono la spazzatura elettronica - e-waste, in inglese - raccolta in discariche comunali e la esportano, previa compenso, in paesi in via di sviluppo. Dove un'intera generazione di ragazzini - immersa in vapori cancerogeni - smantella, scava, fonde e recupera le preziose materie prime contenute negli elettrodomestici dell'Occidente. Il viaggio della vergogna ha inizio in un centro di raccolta gestito dal consiglio provinciale dell'Hampshire. Stando alle direttive Ue, la tv avrebbe dovuto essere riciclata dagli specialisti del settore. Invece è stata acquistata dalla BJ Electronics, ditta dell'East End di Londra - che, rivela l'Independent, paga una sterlina per ogni monitor di computer, tre sterline per un grande televisore e cinque sterline per uno stereo con cd.

La tv, insieme ad altri elettrodomestici, è stata quindi rivenduta ad un'altra azienda. Che, riempito un container, l'ha spedita a Lagos, Nigeria, a bordo della motonave Mv Grande America. Una volta approdata a destinazione, la Tv-cimice è stata consegnata a uno dei tanti robivecchi che affollano il 'mercato' di Alaba, centro nevralgico dell'industria dell'usato nigeriana. Dove è stata prontamente riacquistata dagli autori dell'inchiesta - evitando così che finisse nella discarica a cielo aperto, regno incontrastato dei bimbi perduti della Nigeria. "In ogni container - ha detto all'Independent Igwe Chenadu, presidente dell'Alaba Technicians Association - circa il 35-40% degli oggetti non funziona. Di questi, solo un terzo si può riparare. Il resto finisce ai ragazzini".

E ogni giorno, ad Alaba, arrivano in media dall'Europa e dall'Asia 15 container si tecno-spazzatura. Paradossalmente, però, a rendere possibile l'orrenda tratta é la direttiva Ue stessa - 'Waste Electrical and Electronic Equipment Directive', o Weee. La legge, infatti, vieta l'esportazione dei dispositivi rotti e inutilizzabili. Via libera invece per quelli vecchi ma ancora funzionanti. "Il sistema - ha spiegato una fonte interna del settore - dovrebbe fare da filtro e separare i rifiuti tossici da un legittimo mercato dell'usato. In realtà viene spedito tutto all'estero".

sabato 30 maggio 2009

MORBILLO: Burkina Faso, 300 morti


Il Burkina Faso affronta un'epidemia di morbillo e da inizio anno ha registrato 45mila casi, 300 morti per lo piu' bambini di meno di 5 anni.Lo denunciano da mesi tutte le organizzazioni umanitarie che assistono i malati e chiedono al piu' presto una campagna di vaccinazioni di massa. Secondo il Ministero della Salute del Burkina Faso - riferisce una nota di Medici senza frontiere - e benche' il picco dell'epidemia sembri passato ogni settimana si hanno 2.600 nuovi casi.

venerdì 29 maggio 2009

Lujo: Un nuovo virus letale in Africa


E' stato identificato un nuovo virus letale in Africa che ha gia' fatto registrare 5 casi di infezione di cui 4 deceduti. Battezzato Lujo, e' simile, per i sintomi, all'Ebola, ma e' un patogeno dei roditori e non e' chiaro come si sia trasmesso all'uomo. Lo rivela un'equipe della Columbia University sulla rivista PLoS Pathogens. Il virus, suppongono gli scienziati, si trasmette per contatto con liquidi corporei ed ha cominciato a circolare in autunno tra Zambia e Sud Africa.

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