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giovedì 4 aprile 2013

DEFORESTAZIONE: Ecuador, Foresta Amazzonica all'asta. Popolazioni indigene in rivolta

Il governo di Quito sta cercando di vendere tre milioni di ettari alle compagnie petrolifere internazionali, soprattutto cinesi. Protesta delle ong e dei capitribù: "Sistematica violazione dei diritti sulle terre ancestrali"


L'Ecuador si accinge a mettere all'asta oltre tre milioni di ettari di Foresta Amazzonica, aprendo così la strada a nuove esplorazioni petrolifere e a nuove deportazioni di popolazioni indigene. Per spuntare prezzi e condizioni migliori, il governo di Quito ha organizzato un vero e proprio tour nelle capitali straniere che potrebbero essere maggiormente interessate all'affare. Ieri è stata quindi la volta di Pechino, dove i rappresentanti dell'Ecuador in una sala del centrale Hotel Hilton hanno illustrato le potenzialità energetiche dei terreni in vendita ad uno stuolo di manager delle principali aziende petrolifere cinesi, comprese la China Petrochemical e la China National Offshore Oil.

A differenza di quanto accaduto con le tappe precedenti di questo "road show", avvenute nelle settimane scorse a Houston e Parigi, a Pechino come, era prevedibile, non c'è stata alcuna manifestazioni di protesta da parte delle ong impegnate a salvaguardare l'ambiente e le culture indigene.  Secondo l'organizzazione californiana Amazon Watch, sono in particolare sette le popolazioni che rischiano di essere espropriate della loro terra e costrette ad abbandonare il loro tradizionale stile di vita. "Chiediamo che sia le compagnie private che quelle statali si rifiutino di partecipare a questa asta che viola sistematicamente i diritti di sette nazioni indigene, imponendo espolorazioni petrolifere nei loro territori ancestrali",  hanno scritto qualche mee fa in una lettera aperta i rappresentanti delle comunità indigene dell'Ecuador.   

Appello al quale il ministro ecuadoregno per gli Idrocarburi, Andrés Donoso Fabara, ha replictao duramente, accusando i leader della protesta di non fare gli interessi delle loro popolazioni, bensì di inseguire degli obiettivi politici. "Questa gente ha un'agenda politica e non tengono conto dello sviluppo e della lotta alla povertà", ha detto.  In realtà, secondo i contestatori, dietro la scelta di vendere questi territori ci sarebbe soprattutto la volontà di ripagare una parte del grande debito accumulato dal Paese nei confronti della Cina. Quito deve infatti a Pechino circa 7 miliardi di dollari, pari a quasi un decimo del suo Pil.

Secondo Amazon Watch, un eventuale acquisto violerebbe inoltre le linee guida fissate congiuntamente dai ministri cinesi per l'Ambiente e per il Commercio estero. Gli investimenti all'estero, stando a questo documento approvato il mese scorso, dovrebbero avvenire infatti "promuovendo uno sviluppo armonioso dell'economia locale, dell'ambiente e delle comunità".

FONTE: http://www.repubblica.it/ambiente/2013/04/02/news/foresta_amazzonica_ecuador-55778006/?rss

venerdì 2 marzo 2012

DEFORESTAZIONE: Indonesia, abbattuti alberi protetti per fare la carta delle multinazionali

In Indonesia il colosso cartario App (Asia Pulp & Paper) sta distruggendo l'habitat della tigre di Sumatra. E lo fa abbattendo alberi protetti in spregio a ogni legge locale e internazionale per fare la carta utilizzata anche da importanti multinazionali. Lo dimostra un'inchiesta di Greenpeace frutto di un anno di indagini sotto copertura che evidenzia come la App non rispetti la legge indonesiana né la convenzione internazionale Cites; entrambe a protezione di specie forestali a rischio come l'albero di ramino (Gonystylus bancanus).

RAMINO - Il ramino - uno dei legni più preziosi - cresce spontaneo nelle torbiere indonesiane e della Malesia, l'habitat ideale per la rarissima tigre di Sumatra (ne rimangono 400 esemplari). Nel corso di ripetuti sopralluoghi presso la Indah Kiat Perawang - la più grande cartiera di App in Indonesia - Greenpeace ha identificato numerosi esemplari di ramino mischiati ad altri tronchi provenienti dal taglio delle ultime foreste di torbiera a Sumatra, pronti per essere trasformati in polpa di cellulosa. Greenpeace ha prelevato e inviato 46 campioni di questi tronchi a un laboratorio di analisi indipendente che ha confermato che si trattava di ramino.

CAMPAGNA - «Speriamo che le aziende, anche italiane, che continuano ad acquistare carta da App riconoscano quanto siano ridicole le affermazioni dell'azienda sulla presunta tolleranza zero di App per il legno illegale», ha dichiarato Bustar Maitar, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace Indonesia. Test effettuati da laboratori indipendenti hanno, infatti, dimostrato come prodotti venduti da National Geographic, Xerox, Danone e molti altri contengano fibre provenienti dalla distruzione delle foreste di Sumatra. Questi prodotti vengono confezionati utilizzando carta prodotta dalla Indah Kiat Perawang.

DEFORESTAZIONE - Un'analisi delle mappe governative dimostra inoltre che dal 2001 - quando il governo indonesiano ha bandito lo sfruttamento e il commercio del legno di ramino - sono stati deforestati almeno 180 mila ettari di torbiere a Sumatra in concessioni controllate da App: una superficie pari all'intera provincia di Genova.

fonte:http://www.corriere.it/ambiente/12_arzo_01/indonesia-alberi-greenpeace_274664f0-6397-11e1-b5fe-fe1dee297a67.shtml

mercoledì 25 gennaio 2012

DEFORESTAZIONE: La «mela di Eva» rischia l'estinzione

Il «frutto proibito» potrebbe scomparire a causa dell'urbanizzazione e della deforestazione

La mela del peccato con cui Eva tentò Adamo rischia di scomparire a causa dell'avidità umana. A darne notizia, durante una conferenza stampa, è stata l'associazione Alma, nata due anni fa per salvare la Malus sieversii - questo il nome latino della «mela di Eva» ossia del melo selvatico da cui si ritiene discendano tutte le varietà domestiche - che ha lanciato il suo appello per la salvaguardia di questa specie vegetale. Il frutto, che cresce in maniera spontanea nella regione di Almaty, nel sud-est del Kazakistan, sarebbe minacciato dall'urbanizzazione selvaggia e dalla deforestazione. Solo un cambiamento nel comportamento dell'uomo potrebbe assicurarne l'esistenza.

RESISTE ALLE MALATTIE MA NON ALL'UOMO - La M. sieversii è un particolare tipo di mela che aveva fin qui fatto fronte agli assalti del progresso. Le sue caratteristiche genetiche le permettono infatti di resistere alle malattie, facendo a meno dei 35 pesticidi che «proteggono» le normali mele. Inoltre cresce su alberi molto belli, alti fino a 20-30 metri e larghi 2 e se il suo Dna venisse incrociato con quello di altre qualità contribuirebbe a renderle più sane. Del frutto esistono quasi 6 mila varietà e, diversamente da altre mele selvatiche, questa è grande e dolcissima. Per milioni di anni il pomo proibito è cresciuto indisturbato, reso così pregiato anche dal contribuito degli orsi che mangiandone e digerendone i semi permettevano ai germogli di attecchire a terra. Peccato che secondo Alma il 70 per cento di questi meli siano già stati devastati, rendendo la mela di Eva un frutto davvero raro da trovare.

FONTE: http://www.corriere.it/ambiente/12_gennaio_24/a-rischio-estinzione-la-mela-di-eva_cd25658e-4695-11e1-90ee-63dee1b6b376.shtml

lunedì 20 giugno 2011

deforestazione: BAMBOLA BARBIE DISTRUGGE FORESTE INDONESIA

Barbie e Ken contribuiscono alla distruzione delle foreste indonesiane, habitat naturale di molte specie a rischio di estinzione come le tigri di Sumatra. L'accusa contro la Mattel, l'azienda statunitense che produce le due celebri bambole, viene dall'associazione ambientalista Greenpeace, secondo la quale le scatole in cui vengono venduti al pubblico Barbie e Ken portano il timbro della societa' Asia Pulp and Paper (APP), descritta come una ''famigerata distruttrice'' delle foreste indonesiane.

''Barbie distrugge le foreste naturali e spinge specie rare come le tigri sull'orlo dell'estinzione'', ha detto il responsabile della campagna di sensibilizzazione di Greenpeace Indonesia, Bustar Maitar. ''La Mattel, che produce Barbie, deve smettere di associare il giocattolo piu' famoso del mondo alla distruzione delle foreste pluviali''.

Secondo Greenpeace, la APP ''e' stata denunciata piu' volte per la distruzione delle foreste per produrre packaging usa e getta. La Mattel e le altre compagnie che producono giocattoli, come la Disney, devono sostenere i produttori indonesiano responsabili''.

La APP, una controllata del gigante della carta e dell'olio di palma Sinar Mas, ha respinto le accuse. ''Sono stupita che abbiano attaccato proprio noi. Siamo orgogliosi di utilizzare carta riciclata e stiamo cercando di promuoverne l'utilizzo'', ha detto una manager della societa', Aida Greenbury.

La campagna di Greenpeace contro la Mattel segue altre azioni simili contro Walmart, Carrefour e Tesco. In seguito alle accuse degli ambientalisti, Unilever, Kraft e Nestle hanno bloccato le forniture di olio di palma dalle societa' del gruppo Sinar Mar, mentre Carrefour, Staples, Office Depot e Woolworths (Australia) non comprano piu' carta dall'APP

mercoledì 2 marzo 2011

DEFORESTAZIONE : Così i cinesi devastano le foreste


E' un albero che produce olio vegetale per i biocarburanti. E ora le corporation dell'energia ne stanno piantando a decine di migliaia in tutto il Borneo e non solo. Distruggendo la giungla e le foreste in cui da secoli vivevano popolazioni tribali.


Chi non ha mai visto la distruzione di una torbiera tropicale non può capire la disperazione degli Avatar delle foreste malesi, tribù ancestrali costrette come nel film di Cameron a conoscere il "progresso" col suo volto più brutale. L'acqua marrone, putrida, lasciata dalle fiamme dopo che gli incendi hanno "ripulito" il bosco lasciando mozziconi di legno, è il segnale che in poco tempo è stato distrutto ciò che la natura aveva costruito qui in 130 milioni di anni. La torba primordiale rigenera difatti la vita delle specie vegetali, e va da sé, quella degli animali e degli uomini che ci vivono.

Tra il Parco naturale di Taman Negara e le foreste della costa nordorientale del Borneo dominavano un tempo 14.500 diverse specie di flora, 200 razze animali, 300 tipi di uccelli e i popoli primitivi dei Penan e dei Batek Negritos. Ma dopo i tagli e il fuoco ormai si coltiva quasi esclusivamente una sola pianta, la palma da olio, principale componente per prodotti alimentari e carburanti cosiddetti "ecologici", il bio-fuel o benzina verde usata ben lontano da qui. Esaltato come l'alternativa pulita al petrolio, l'"oro verde" dovrebbe nell'illusione di molti governi abbassare le emissioni di anidride carbonica che provocano l'effetto serra. Ma dopo aver rimpiazzato con furia specie ben più generose per l'ambiente, la palma sta succhiando sostanze dalla terra, emette molto meno ossigeno e trattiene molto meno carbonio di una foresta vergine. E l'impiego connesso alla coltivazione di pesticidi e fertilizzanti mette a rischio anche le aree circostanti.

È così che nasce uno dei più appetiti business del nuovo millennio, gestito da compagnie cino-malesi a conduzione familiare e multinazionali dai nomi prestigiosi che stanno rifornendo supermercati e stazioni di servizio di tutto il mondo. Proprietà di un cinese della Malesia è la ditta Samling Global Ltd che ha la concessione per le piantagioni di palma di una regione enorme ai confini meridionali del parco nazionale di Taman Negara. Padre e figlio, Yaw Teck Seng e Yaw Chee Ming, hanno accumulato già un capitale di quasi 500 milioni di dollari (fonte "Forbes"). Da anni le organizzazioni ambientaliste, Greenpeace in testa, denunciano ciò che sta avvenendo. Le giungle della Penisola malese, come quelle del territorio controllato da Kuala Lumpur nel vicino Borneo, stanno subendo la sorte delle altre regioni di Sumatra e Papua Nuova Guinea, cedendo terreno giorno dopo giorno a una gigantesca distesa di piante tutte uguali, anche loro verdì si, ma di una tinta pallida.

È un'impresa difficile raggiungere le poche dense giungle rimaste attorno al parco nazionale Taman Negara, dove si sono rifugiati i mille pigmei aborigeni Batek Negritos sopravvissuti (in tutto il Sudest sono meno di ventimila). Anche perché i nuovi padroni delle terre come Teck Seng e Chee Ming non permettono un facile accesso nell'antico regno dove vivevano in gran numero le tigri, gli elefanti e gli oranghi, oltre a specie di alberi che superano gli 80-100 metri. Ci vogliono parecchi giorni a piedi, una giornata di jeep o i pochi voli di piccoli bimotori per visitare i nuovi centri abitati polverosi e senza alberi come Kuala Koh, costruiti per i tribali disposti a lavorare ai margini dell'area primordiale protetta di Taman Negara. Qualcuno diventa guida o portatore per i turisti, altri fanno manovalanza nelle piantagioni di palma, che impiegano però in gran parte lavoratori indonesiani immigrati senza documenti. Ancora più difficile è incontrare i Penan, a loro volta sulle soglie dell'estinzione con 12 mila uomini, donne e bambini costretti a vivere in condizioni non dissimili dai Negritos in un vasto tratto nord orientale dell'isola del Borneo.

A Miri ha sede un'altra compagnia cino-malese, oltre alla Samling di Yaw padre e figlio. È il gruppo Shin Yang Group, i cui fiduciari in loco hanno costruito lussuose e pacchiane ville in netto contrasto con le povere casette di cemento o di legno coi tetti d'alluminio destinate ai tribali deportati. Come la Samling, anche Shin Yang gestisce sia il taglio e la vendita del legname che la produzione dell'olio "ecologico" attraverso la consociata Oil Palms Berhad. Di origine cinese sono anche il fondatore della Rimbunan Hijau, società per lo sfruttamento delle foreste con un giro d'affari annuo di un miliardo di dollari, classificato al 20esimo posto tra i più ricchi asiatici, e quello della gigantesca multinazionale Sinar Mas.
FONTE :http://espresso.repubblica.it/dettaglio//2145111

sabato 5 febbraio 2011

deforestazione: FORESTE ASSORBONO Assorbono 289 miliardi di tonnellate di Co2 l'anno

Assorbono 289 miliardi di tonnellate di Co2 l'anno, conservano la biodiversita' globale. Coprono il 30% delle terre emerse e contengono il 90% della biomassa planetaria. Eppure rappresentano un ecosistema a rischio, con circa 350 Kmq distrutti ogni giorno dal taglio indiscriminato. Non a caso l'Onu ha indicato il 2011 come l'Anno internazionale delle foreste. Questo il focus di Legambiente pubblicato nel proprio mensile di febbraio: ''La Nuova Ecologia''. Alcune schede del mensile saranno dedicate agli ''eroi della foresta'', donne e uomini che si sono contraddistinti per il loro impegno nella salvaguardia dei piu' importanti polmoni verdi del pianeta: da Chico Mendes, simbolo della lotta contro la deforestazione in Amazzonia, a Julia Butterfly Hill che, a soli 23 anni, sali' per oltre 700 giorni su una sequoia millenaria della California per protestare contro una multinazionale del legno che voleva disboscare la foresta di Headwaters. Fino al Premio Nobel africana Wangari Maathai che, grazie alla sua tenacia, e' riuscita a contrastare la desertificazione di una vasta zona del suo Continente. Volti e storie che il mensile di Legambiente ha raccolto per descrivere lo stato di salute delle foreste a partire dall'Amazzonia, la maggiore foresta pluviale del mondo che ospita un quarto dell'intero patrimonio genetico del pianeta, ma che continua ad essere la piu' attaccata non solo dai disboscatori: il fotoreportage esclusivo di Andrea Frazzetta e Jacopo Pasotti racconta proprio l'attacco alla foresta peruviana da parte delle compagnie petrolifere. L'analisi passa poi alle foreste italiane che negli ultimi decenni sono riuscite a ricoprire il 34% del Paese ma che, a causa della frammentazione di enti e organi dello Stato, non e' possibile gestire organicamente.

venerdì 1 ottobre 2010

inquinamento : Allarme piante una su cinque a rischio


Inquinamento, deforestazione e parassiti spingono all'estinzione il venti per cento delle specie vegetali. "Il pianeta va verso il collasso e i governi non fanno nulla". Il dossier delle accuse sarà presentato all'Onu il 18 ottobre.

Il pianeta rischia il collasso, una bancarotta della natura senza precedenti. «Un quinto delle 380 mila specie di piante che ci sono nel mondo, il cuore stesso della vita, è a un passo dell’estinzione. E a tenere la pistola puntata sulla tempia dell’ecosistema siamo noi stessi». Il direttore dei Royal Botanic Gardens di Kew, Stephen Hopper, scende la scala a chiocciola della Palm House, forse la più bella costruzione di ferro e vetro della Gran Bretagna. Una luce larga buca il cielo compatto di fine settembre. Hopper attraversa i 121 ettari di giardini perdendosi tra 50 mila specie vegetali e sette serre ricche di gigli e orchidee. Decine di scienziati sono al lavoro. «Questo è il mondo che piace a noi». Se uno ci crede, il Paradiso deve essere qualcosa di molto simile.

Hopper si siede su una panchina di legno chiaro. Ha una faccia larga, riposante. Apre un dossier che contiene i dati della ricerca fatta in collaborazione con il Museo di Storia Natuale e con l’International Union for the Conservation of the Nature. Legge il rapporto. «La minaccia maggiore arriva dalla conversione di habitat naturali all’uso agricolo che mette a rischio il 33% delle piante. Solo in Brasile il 90% della foresta è stata convertita in campi o insediamenti urbani. Temo che non molti capiscano il rischio che corriamo». Gli uomini si mangiano tutto. E quando non sono gli uomini, magari sono funghi patogeni che attaccano le radici degli alberi. Un processo sempre più vasto. Dall’Europa centrale scompare il bucaneve, il Sud Africa perde le conifere e in Madagascar spariscono 1500 km quadrati di foreste l’anno. Con questo ritmo non resterà una foglia entro il 2067. «Non possiamo guardare le piante scomparire. Sono alla base della vita. Forniscono aria pulita, aria, cibo e carburante. Gli uccelli dipendono dalle piante. E anche noi».

Ci sono voluti cinque anni per concludere la ricerca che sarà presentata il 18 ottobre a Nagoya, in Giappone, al 10° summit dell’Onu sulla diversità biologica. Nel 2002, con una formula volutamente generica, i governi si erano impegnati «ad assumere azioni concrete per arrestare la perdità della biodiversità entro il 2020». Che cosa è stato fatto professore? «Niente».

Il segretario dell’Onu, Ban Ki moon, scrive che «le conseguenze di questo fallimento, se non sarà rapidamente corretto, saranno gravi». E Ahmed Djoghlaf, segretario della Convenzione, aggiunge: «Se i mercati azionari mondiali avessero avuto le stesse perdite che sta subendo la natura, ci sarebbe il panico».
Mentre le 10.127 specie di uccelli, le 5490 di mammiferi e le 6285 di anfibi sono state catalogate, per completare il «Sample Red List Index», gli scienziati hanno selezionato 1500 specie da ognuno dei cinque più importanti gruppi di piante. Un campione. Largo, ma non definitivo. «Ma - dice Hopper - ho appena letto che nel Golfo del Messico sono tornate le foche, che nel 1982 erano state dichiarate estinte. Non tutto è perduto. Dipende da noi».
fonte: http://www3.lastampa.it/ambiente/sezioni/ambiente/articolo/lstp/343742/

mercoledì 18 agosto 2010

deforestazione: Perù, allarme "pipistrelli vampiri" Morti quattro bambini attaccati


Più di 500 persone assalite negli ultimi giorni: iniziata la vaccinazione antirabbica nella zona.

Almeno quattro bambini sono morti a causa dei morsi di pipistrelli vampiri che hanno trasmesso la rabbia e che negli ultimi giorni hanno attaccato più di 500 persone nella località di Urakusa, nell’Amazzonia peruviana, non lontano dalla frontiera con l’Ecuador. La morte dei bimbi appartenenti all’etnia aguarana è stata confermata dal responsabile della sanità della provincia di Condorcanqui, nordest del Perù, Josè Delgado, precisando che negli ultimi mesi sono già 15 le persone decedute, molti dei quali minori.

Le autorità della regione hanno attivato una serie di misure di controllo e prevenzione, ha precisato Delgado e nella zona sono stati inviati 1.500 vaccini antirabbici. I pipistrelli vampiri attaccano le persone nel sonno - precisano i media locali - rilevando che delle 508 persone morse in questi ultimi tempi il 97% è già stato vaccinato, e gli altri lo saranno nei prossimi giorni. Alcuni indios aggrediti dai pipistrelli non hanno però accettato di essere vaccinati. In genere, secondo gli esperti peruviani, i pipistrelli si alimentano dal sangue degli animali selvaggi e del bestiame, anche se talvolta attaccano anche le persone.

Gli abitanti del luogo affermano che le aggressioni anomale di questi giorni contro i bambini sono dovute alle temperature molto basse di questo periodo nell’area dell’Amazzonia, mentre secondo altri esperti è il risultato della deforestazione. Già nel 2005 e nel 2007 nelle stesse zone dell’Amazzonia peruviana si erano registrati casi di bambini morti delle etnie degli aguarunas e huambisas a causa dei morsi dei pipistrelli. Anche in quell’occasione, Lima aveva inviato medici nella zona, avviando campagne di vaccinazioni su vasta scala.
fonte: lastampa.it

domenica 18 luglio 2010

malaria : Il disboscamento della foresta amazzonica favorisce la malaria. IL PARASSITA MALARIA HA 80 MILA ANNI, E' ANTICO COME L'UOMO


Il disboscamento illegale della foresta provoca un aumento di circa il 50 per cento della malaria nelle regioni amazzoniche. A dirlo è una ricerca finanziata dalla Nasa, condotta dall’università statunitense di Madison, nel Wisconsin, e pubblicata nella rivista Emerging Infectious Diseases, che ha analizzato 54 distretti sanitari brasiliani colpiti da malaria. Il disboscamento infatti crea le condizioni favorevoli per la zanzara Anopheles darlingi, uno dei principali vettori della malattia. Già all’inizio degli anni Novanta gli scienziati avevano notato l’aumento dei casi di malaria nel bacino del Rio delle Amazzoni per l’apparizione di un nuovo ceppo del parassita che causa l’infezione, il Plasmodium falciparum, resistente ai farmaci.
Oggi, tuttavia, l’aumento esponenziale della malaria ha un’altra causa: il disboscamento. “Sembra proprio che dove la foresta è stata abbattuta di più si scateni maggiormanete l’epidemia malarica”, afferma la dottoressa Sarah Olson, a capo dell’equipe universitaria del Wisconsin.
“Un ambiente disboscato”, spiega la Olson, “con più spazi aperti e acqua stagnante illuminata dal sole è l’habitat ideale per la diffusione della zanzara Anopheles darlingi, il vettore numero uno della malaria”. La lezione che arriva dalla scienza, dunque, è che la protezione delle foreste è ancora più importante di quanto non si pensasse per la salute umana. Ma le notizie negative che riguardano il polmone verde del mondo non si limitano alla malaria che ogni anno in Brasile colpisce mezzo milione di persone. È infatti allo studio alla Camera dei deputati verde-oro per l’approvazione un polemico nuovo Codice forestale che prevede la cancellazione di tutte le multe e sanzioni per chi ha commesso crimini ambientali prima del 22 giugno 2008. Una vera e propria amnistia antiecologica, insomma.

Una malattia antica come l'uomo, forse la piu' antica tra quelle ancora in circolazione. La malaria ha tra i 60mila e gli 80mila anni, molti piu' di quanto finora ipotizzato finora, circa 10mila anni. Lo ha scoperto guardando dentro il suo Dna un team di ricercatori dell'Imperial College di Londra che ha sottoposto i ceppi della malattia tropicale ad una profonda analisi genetica. Secondo lo studio, pubblicato su Current Biology, il parassita che trasporta l'infezione si sarebbe evoluto insieme all'homo sapiens sapiens e il ''salto di specie'', l'adattamento all'uomo, sarebbe avvenuto quando i nostri antenati hanno abbandonato il continente africano. Per capire quanto ''vecchia'' fosse la malattia, gli scienziati hanno messo a confronto l'eta' genetica di uomo e microrganismo, scoprendo che i segni del tempo erano paragonabili. La conoscenza della variabilita' genetica del parassita che ancora oggi miete oltre 3 milioni di morti e 230mila nuove infezioni ogni anno permettera', secondo Francois Balloux, uno degli autori della nuova datazione, di capirne di piu' su come il parassita ''supera il sistema immunitario e sviluppa resistenza ai farmaci'' aiutando a trovare nuove cure.

giovedì 15 luglio 2010

CO2 : Allarme di Greenpeace per l'esistenza del Polo Nord minacciato da CO2 e industrie


Mentre il cambiamento climatico sta causando lo scioglimento dei ghiacci e l'acidificazione delle acque l'Oceano Artico è sempre più minacciato -afferma Greenpeace- dall'espandersi di attività industriali, tra cui la pesca e le esplorazioni per idrocarburi liquidi e gassosi.






Allarme di Greenpeace sui rischi di sopravvivenza del delicato ecosistema del Polo Nord, minacciato, secondo gli ecologisti, dai cambiamenti climatici, l'acidificazione delle acque ma anche dalle industrie. L'allarme arriva a conclusione, dopo due mesi di navigazione al Polo Nord, della spedizione del gruppo ambientalista 'Arctic Under Pressure'. Al termine della spedizione, Greenpeace chiede quindi "misure urgenti per il clima e una moratoria internazionale per ogni attività industriale nell'Oceano Artico".

Durante la spedizione, condotta a bordo del rompighiaccio 'Esperanza', Greenpeace è andata a investigare i problemi che minacciano il fragile ecosistema dell'Oceano Artico, riuscendo a documentare, con immagini uniche, l'incredibile vita marina dei fondali a nord delle Isole Svalbard, ricchi di coralli molli, anemoni di mare e tunicati, che, dicono gli ecologisti, "potrebbe essere distrutta dall'espandersi della pesca a strascico".

La spedizione di Greenpeace è inoltre servita per studiare, con ricerche all'avanguardia, gli effetti dell'acidificazione delle acque, a causa dell'assorbimento della CO2 da parte degli oceani. "Mentre il cambiamento climatico sta causando lo scioglimento dei ghiacci e l'acidificazione delle acque, infatti, l'Oceano Artico è sempre più minacciato -afferma Greenpeace- dall'espandersi di attività industriali, tra cui la pesca e le esplorazioni per idrocarburi liquidi e gassosi".

"Permettere alle flotte da pesca industriali di sfruttare lo scioglimento dei ghiacci per espandersi verso nord -avverte Giorgia Monti, responsabile campagna Mare di Greenpeace- mette a rischio gli incredibili habitat dell'Oceano Artico, ancor prima che possano essere propriamente studiati". Intanto a bordo dell'Esperanza una troupe di scienziati dell'istituto di ricerca tedesco Ifm-Geomar ha svolto il più grande esperimento mai condotto prima sull'acidificazione degli oceani, un processo causato dall'aumento dei livelli di CO2 dovuto all'utilizzo di combustibili fossili e alla distruzione delle foreste.

"L'esperimento -afferma il professor Ulf Riebesell, a capo del progetto- è stato un successo. Adesso non solo siamo in possesso del più completo set di dati mai avuto rispetto agli impatti dell'acidificazione sulle acque artiche, ma da questo esperimento abbiamo anche imparato che l'acidificazione degli oceani in queste acque ha un preciso impatto sulla base della catena alimentare, che potrebbe avere delle implicazioni per l'intero ecosistema".

Greenpeace chiede quindi con urgenza che le lezioni apprese dal collasso di specie ittiche, quali il merluzzo dell'Oceano Atlantico, o dalla devastazione causata dal disastro del Golfo del Messico, siano usate per proteggere l'Oceano Artico. "L'Artico, un ambiente polare ancora selvaggio e incontaminato, deve essere protetto -afferma ancora Monti- dalla doppia minaccia del cambiamento climatico e dello sfruttamento delle risorse. I Governi devono stabilire controlli più severi per proteggere quest'area, includendo una moratoria internazionale su ogni attività industriale".

lunedì 5 luglio 2010

ambiente: 12 MODI PER INCASSARE CON IL “COLLASSO DELLA TERRA”


Immaginate una società segreta, nome in codice “Avatar 2154“, in base alla data della “Guerra del 2154″ tra le armate dei “Sec-Ops” dalla “Eaarth”, fondata dalla “Resources Development Corporation” ["Società per lo Sviluppo delle Risorse", ndt], contro le tribù indigene “Na’vi” della luna Pandora. Il motivo della guerra sono i diritti minerari sull’unobtanium di Pandora, una nuova e potente risorsa energetica di cui la “Eaarth” ha bisogno per essere salvata, dove la rapida crescita della popolaziona ha esaurito le limitate risorse naturali, con la conseguente morte della civiltà. Ovviamente questa è una metafora delle odierne minacce globali. Scopi di Avatar 2154: massima sicurezza e protezione del benessere per le generazioni future dei membri delle élite di Wall Street, Washington, AD della Corporate America e dei 400 di Forbes [i 400 uomini più ricchi del mondo secondo la rivista americana Forbes, ndt]. Avatar 2154 sostiene segretamente coloro che negano il cambiamento climatico, ovvero gruppi di riflessione, ricercatori accademici e politici che rifiutano l’evidenza dei dati scientifici. Questo sforzo è necessario quando voci di alto rango come Al Gore e Bill McKibben si fanno sentire e c’è bisogno di una nuova propaganda per attaccare il loro sforzi nel promuovere le iniziative sul clima globale. Ad esempio, McKibben, un economista ambientale, ha pubblicato di recente “Eaarth: Making a Life on a Tough New Planet” ["Eaarth: Vivere su un Nuovo Rude Pianeta", ndt]. Rude? Peggio. La Terra è morta.

E la visione di McKibben della nuova Terra che abbiamo creato è squallida. Nessuna super tecnologica speranza ottimistica per una “rivoluzione verde” come nel libro di Tom Friedman “Hot, flat & Crowded” ["Caldo, schiacciato e affollato", ndt]. Ricordate, vent’anni fa “The End of Nature” ["La Fine della Natura", ndt] di McKibbens fu uno dei primi libri che mettevano in guardia dal surriscaldamento globale, il cambiamento climatico, un pianeta che muore. Il suo nuovo “Eaarth” è un lamento funebre. Lo scorso anno, nella rivista Foreign Policy, McKibben ha così sintetizzato il suo inflessibile messaggio:

“Dobbiamo agire ora, ci dicono, se vogliamo salvare il pianeta dalla catastrofe climatica. Il guaio è che potrebbe essere troppo tardi. La scienza è ferma, il danno è già iniziato. L’unica domanda adesso è quando la smetteremo con i giochi politici e abbracceremo le poche imperfette opzioni che si rimangono”.

Smettere con i giochi politici? mai. Ricordate le sconfitte di Kyoto e Copenaghen? I recenti disastri della miniera di carbone? La catastrofe della BP nel Golfo? E quando la tanto attesa legge Kerry-Lieberman di mille pagine sul cambio climatico è risalita in superficie la scorsa settimana, è stata subito etichettata come un “regalo per inquinatori”. I politici adorano giocare.

Alla fine, “la Terra stessa ci obbligherà a piegarci a nuove regole”

La verità è che i politici non si fermeranno mai in tempo. Di conseguenza, i membri dell’Avatar 2154 devono essere completamente coscienti del fatto che “abbiamo aspettato troppo a lungo”, il pianeta sta davvero morendo. La Terra si trova su un irreversibile sentiero di autodistruzione. Washington non “smetterà alcun gioco politico”. Non può: ci sono troppi “interessi speciali” che combattono per la loro “equa” divisione del jackpot di 1.7 trilioni di dollari del bilancio del governo federale… Troppi azionisti nelle società quotate in borsa che richiedono profitti sul mercato rialzista e una continua crescita economica… E troppi lobbisti che fanno enormi payoff a breve termine ignorando gli avvertimenti a lungo termine di McKibbe, Gore e altri.

Dopo aver citato un rapporto del Pentagono del 2003 – “dato che la portata della terra si riduce, potrebbero emergere delle guerre disperate vecchio stile per il cibo, l’acqua e le forniture di energia” – McKibben propone tre soluzioni: ridurre le emissioni di carbonio, placare la nostra ossessione da crescita economica e tornare ad un modello di agricoltura locale sostenibile. Ma, pur convenendo nella sua recensione sul New York Times, persino l’avvocato Paul Greenberg non intravede molte opportunità per le idde di McKibben di poter cambiare le opinioni o rovesciare il destino della Terra:

“In assenza di un’autorità generale, una sorta di Lenin ambietalista,” le soluzioni di McKibben “resteranno delle scelte di uno stile di vita hipster, piuttosto che qualcosa che possa cambiare il gioco mondiale”. Ma alla fine, afferma Greenberg, “la Terra stessa sarà quel Lenin ambientalista, un severo dittatore ambientale che ci forzerà a piegarci a nuove regole”.

Si, alle nuove regole saranno costretti i politici egoisti… gli Amministratori Delegati di Wall Street ossessionati dai bonus ed i frequentissimi commercianti a breve termire… i 95 milioni di investitori di Main Street.

12 settori: opportunità di investimento prima del “collasso della Terra”

Ad oggi la Terra conta 6.5 miliardi di abitanti. L’ONU ha stimato che entro il 2050 si raggiungeranno i 9.1 miliardi. I 400 milioni di americani competeranno per le risorse in esaurimento. Il “loro” numero già supera il “nostro”. Il rapporto è di 22 a 1. E’ dura. La crescita della popolazione oggi è “la madre di tutte le bolle”, più pericolosa del surriscaldamento globale, della povertà, persino del picco del petrolio. La crescita demografica provocherà una moltitudine di catastrofi come mai nella storia del mondo. Ed ecco perchè.

Basta ricordare il monito dell’antropologo Jared Diamond in “Collapse: How Societies Choose to Fail or Succeed” ["Collassare: Come le Società Scelgono di Fallire o Avere Successo", ndt]: “Uno dei dati storici più sconvolgenti è il fatto che tantissime civiltà collassano”. Molte civiltà “condividono una netta curva di declino… la morte di una società può cominciare anche solo dopo una decina o una ventina di anni dopo aver raggiunto il suo apice in termini di popolazione, benessere e potere”.

L’equazione della fine dei giochi divisa in 12 parti di Diamond è molto semplice e si addice perfettamente allo scenario bellico mondiale del Pentagono: “Più individui richiedono più cibo, spazio, acqua, energia ed altre risorse”. Ma ricordate, dei dodici di questa “formula del collasso”, la popolazione controlla i due elementi principali. I dati sono presi da Diamond, McKibben ed altre fonti:

1. Crescita della poolazione: il tabù dei politici e degli economisti
La rivista Scientific American definisce la popolazione come “la più trascurata ed essenziale strategia per raggiungere un duraturo equilibrio con l’ambiente”, il nuovo “tabù dei politici”. Così la ignorano. Attenzione: se tutte le nazioni consumassero le risorse agli stessi ritmi dell’America, le 6.3 miliardi di persone del mondo avrebbero bisogno dell’equivalente di 6 pianeti per sopravvivere. Ora, ci siamo?! il sogno americano è diventato l’incubo senza fine di un plotone di esecuzione auto-distruttivo globale.

2. L’impatto della popolazione ed il nuovo sogno americano
Diamond avverte: gli ottimisti “credono che il mondo possa sopportare il doppio della popolazione”. Ma loro “considerano solo l’aumento del numero di esseri umani e non la media dell’aumento dell’impatto pro capite”.I paesi sviluppati “consumano 32 volte più risorse… e disperdono 32 volte più rifiuti rispetto agli abitanti del Terzo Mondo”. C’è una gar in atto: “le persone a basso impatto stanno diventando persone ad alto impatto”, aspirando “agli standard del Primo Mondo”: Quindi date un’occhiata alle 10 variabili sulle risorse su cui l’equazione di Diamond “Collapse of Eaarth and End of Civilization” ["Collasso dellla Terra e Fine della Civilità", ndt] è basata… l’ultimo stadio per il genere umano, dopo il fallimento del sostentamento locale agricolo di McKibben.

3. Picco del petrolio: carbone e gas sono i prossimi
Bill Gross della Pimco vede una “notevole rottura” nel “modello di crescita” del mondo. La sua nuova strategia guarda oltre l’odierno punto di svolta del “picco del petrolio”. “Gli utili societari saranno statici”. La spesa dei consumatori crollerà. Le economie rallenterano in modo naturale. Il Foreign Policy Journal mette in guardia dai “7 miti dell’energia alternativa”: i biocarburanti, il vento, il sole ed il nucleare non saranno mai abbastanza. Mai.

4. Crisi alimentare e povertà
Nel documentario “The End of Plenty” ["La Fine dell'Abbondanza", ndt] il National Geographic avverte che la povertà mondiale sta aumentando persino nella nuova “green revolution”. L’ONU definisce la crisi alimentare mondiale uno “tsunami silezionso”. I prezzi aumentano di 2 dollari al giorno mettendo in difficoltà i 2.7 miliardi che vivono in povertà. Uno studio congiunto della Banca Mondiale e delle Nazioni Unite “ha concluco che gli immensi aumenti di produzione causati dalla scienza e dalla tecnologia negli ultimi 30 anni non sono riusciti a migliorare l’accesso al cibo per la maggior parte della gente povera del mondo”. Fallito.

5. Guerre per l’acqua

Diamond avverte: “I problemi che rigurdano l’acuqa hanno distrutto mote civiltà precedenti, ed oggi oltre un milione di persone non ha accesso ad aqcuqa potabile sicura ed affidabile”. Un Ministro inglese prevede che entro il 2015 due terzi del mondo vivrà in paesi con carenza idrica. Si, le sempre maggiori guerre per le risorse definiranno la vita dell’uomo sulla Terra.

6. Erosione dei terreni agricoli
I terreni coltivabili “vengono portati via dall’erosione idrica ed eolica ad un ritmo più veloce di quello della formazione del suolo che oscilla tra le 10 e le 40 volte”, ancor più nelle foreste dove il ritmo di erosine del suolo oscilla tra “le 500 e le 10.000 volte” rispetto al tasso di ricambio.

7. Ditruzione delle foreste
Stiamo distruggendo gli habitat naturali e le foreste pluviali ad un ritmo allarmante. La metà delle foreste mondiali originali sono state convertite in zone urbane. Un ulteriore quarto sarà trasformato nei prossimi 50 anni. Sia la Cina che l’India stanno progettando 500 nuove città. Inotlre, ci aspetto una nuova era di super-incendi da 100.000 ettari l’uno.

8. Tossicità chimica

Le industire “rilasciano nell’aria, nel suolo, negli oceani, nei laghi e nei fiumi rifiuti chimici tossici”, un’infinita valanga di pesticidi, insetticidi, detergenti e plastiche.

9. Surriscaldamento solare
Diamond avverte: stiamo usando “metà della capacità fotosintetica della Terra”, che si esaurirà nel 2050. In “Pludering tha Amazon” ["Il Saccheggio delle Amazzoni", ndt] Bloomberg avverte che le grandi aziende come Alcoa e Cargill “hanno eluso le leggi ideate per prevenire la distruzione della più grande foresta pluviale del mondo… derubando la Terra del suo migliore scudo contro il surriscaldamento globale”.

10. Perdita dello strato di ozono
“Le attività umane producono gas che si disperdono nell’atmosfera”, provocando la distruzione del nostro strato protettivo di ozono, insieme al disgelo del metano artico.

11. Scomparsa della diversità
“Le specie selvagge, le popolazioni e la diversità genetica è stat persa” e “una vasta percentuale di ciò che resta scoparirà in mezzo secolo” nella lotta per la sopravvivenza.

12. Specie aliene

La globalizzazione ha trasferito molte specie in territori non autoctoni con conseguenze inattese, “depredando, infettando, parassitando e mettendo fuori combattimento” i nativi.

Si, abbiamo molte scelte davanti a noi, come dice Diamond. Questi docidi elementi sono connessi tra loro, inevitabili e auto-distruttivi. E poichè il comportamento umano ed i giochi politici non cambieranno mai abbastanza in tempo, e dato che alla fine i sacrifici degli ambientalisti come McKibben e Gore saranno in fin dei conti inefficaci misure tappabuchi che al massimo possono ritardare l’inevitabile, la conclusione è ora ovvia: il “collasso della Terra” è garantito.

Questo è il messaggio centrale dei membri di “Avatar-2154″: nessuno puà salvare il pianeta o la civiltà umana.

Quindi: i membri di “Avatar-2154″ possono prepararsi per la resa dei conti, proteggendo i loro cari ed i loro eredi in due possibili modi. Breve termine: continuare ad ammassare capitale, investire in compagnie che sfruttano le opportunità di profitto nei 12 settori segnalati da Diamond, mentre si godono la “bella vita”, vivendo “nell’eterno presente”, come praticato dai grandi maestri dello Zen e del Tao.

Lungo termine: assicursarsi di avere una fattoria isolata, sicura, auto-sufficiente dove fare pace insieme alla propria famiglia con il destino finale della Terra. Namasté [saluto indiano, ndt].

Titolo originale: “12 ways to cash in on the ‘collapse of Eaarth’” Fonte: http://www.marketwatch.com Link 18.05.2010 Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ROBERTA PAPALEO

sabato 21 novembre 2009

DEFORESTAZIONE: NEGLI ULTIMI 20 ANNI DISTRUTTI 250 MILIONI ETTARI FORESTE TROPICALI

Negli ultimi 20 anni sono stati distrutti 250 milioni di ettari di foreste tropicali, piu' di 8 volte l'estensione dell'Italia; circa 1/10 del commercio internazionale di legname proviene da tagli illegali, che causano perdite commerciali pari a 10 miliardi l'anno di dollari Usa (OCSE). Sono i dati del Rapporto Ispra (Istituto per la protezione ambientale) diffusi oggi a Roma in occasione della Giornata di Studio sul tema della degradazione forestale globale.

La deforestazione interessa quasi 13 milioni di ettari l'anno e per l'85% e' concentrata nei Paesi tropicali (Fonte: FAO). Le foreste pluviali tropicali sono un habitat importante per migliaia di specie migratorie e sostengono almeno il 50 % delle specie terrestri e un numero smisurato di culture indigene; inoltre, esse immagazzinano fino a 200 tonnellate ad ettaro di carbonio nella sola biomassa, piu' di ogni altro tipo di foresta e, al tempo stesso, restituiscono una grande quantita' di ossigeno.

Eppure ogni anno vengono distrutte circa 6 milioni di foreste tropicali pluviali, con tendenze diverse da regione a regione: il Sud-Est Asiatico registra i maggiori tassi di deforestazione, seguito dall'Africa e dall'America latina ed almeno altri 2 milioni di ettari sono soggetti a gravi fenomeni di degrado. Secondo un recentissimo studio condotto nella South Dakota State University, che utilizza immagini satellitari ad alta definizione, il 40 %delle foreste del Borneo indonesiano (pari a ben 21 milioni di ettari, due terzi dell'Italia) sono state cancellate negli ultimi 15 anni.

domenica 13 settembre 2009

deforestazione: SENZA FORESTE si estingueranno bonobo, scimpanze', gorilla e orango


La gestione sostenibile delle foreste - quali quelle certificate secondo gli standard FSC (Consiglio per la Gestione Forestale Sostenibile) - ha un ruolo vitale nella conservazione delle ultime grandi scimmie rimaste al mondo, ovvero bonobo, scimpanze', gorilla e orango. E' quanto emerge dall'ultimo rapporto promosso dal WWF ''Great Apes and Logging'' reso noto oggi a livello internazionale che contiene un Decalogo di raccomandazioni per i Governi dei paesi importatori ed esportatori di legname, le imprese e i consumatori.

Il rapporto evidenzia infatti che le foreste certificate e gestite secondo gli standard FSC - il marchio di qualita' per la gestione responsabile delle foreste - ospitano e garantiscono la vitalita' delle popolazioni di queste grandi scimmie allo stesso livello di parchi e riserve nazionali. E conferma che una gestione forestale in linea con gli standard FSC e' oggi lo strumento piu' importante per coniugare conservazione e utilizzo sostenibile di un patrimonio forestale mondiale depredato a ritmi allarmanti, con processi di deforestazione che negli ultimi 10 anni hanno distrutto milioni di ettari di foreste che ospitano ancora le grandi scimmie in paesi come l'Indonesia, Malesia, la Repubblica Democratica del Congo, il Gabon, il Camerun e la Nigeria (senza contare le altre aree forestali colpite dal taglio illegale come l'Amazzonia e i paesi attraversati dal Mekong dove le grandi scimmie non sono presenti).

Negli ultimi 50 anni, EVIDENZIA IL RAPPORTO, il numero di grandi scimmie esistenti al mondo si e' dimezzato, tanto che tutte e quattro le specie di grandi scimmie - bonobo, scimpanze', gorilla e orango - sono considerate 'in pericolo' o ' in grave pericolo' di estinzione. Per alcune di esse parliamo ormai di poche centinaia di esemplari rimasti, a volte isolati tra loro, minacciati soprattutto dalla caccia, dalle malattie e proprio dalla distruzione degli habitat.

Proprio per questo, secondo il WWF, la rete di aree protette e sistemi naturali in questi paesi deve essere strettamente correlata alla gestione di foreste certificate, che possono rappresentare un'estensione degli habitat esistenti oltre che 'corridoi ecologici' di connessione tra habitat isolati, creando una rete adeguata di ambienti in cui le grandi scimmie possano vivere e riprodursi.

venerdì 12 giugno 2009

EFFETTO SERRA :ITALIA IN RITARDO nell'applicazione degli obiettivi fissati a Kyoto


Accelerazione dei processi di desertificazione e abbandono delle colture, mancanza di acqua, aumento dei fenomeni climatici estremi: i cambiamenti climatici sono ormai gia' da qualche anno una realta' con la quale dobbiamo confrontarci e un accordo su base globale per cercare di contrastarli non e' piu' prorogabile.

Sul banco degli imputati l'impatto ambientale di ogni singolo uomo che vive sul pianeta: le emissioni di gas serra, la deforestazione, l'uso scriteriato delle acque, una politica energetica basata sul petrolio e sul carbone. Uno dei dati piu' preoccupanti riguarda i paesi industrializzati, che secondo quanto stabilito dal protocollo di Kyoto avrebbero dovuto ridurre del 5 per cento entro il 2012 le proprie emissioni rispetto ai livelli del 1990. Nonostante l'obiettivo di riduzione, nel 2005 le economie ricche, ad esclusione dei paesi dell'ex blocco sovietico, hanno fatto registrare un aumento dell'11 per cento dei gas climalteranti rispetto ai livelli del 1990.

E il pianeta risponde: sempre nel 2005, secondo uno studio della Nasa, la quantita' di ghiaccio della Groenlandia che si e' fusa con l'oceano e' stata superiore di ben due volte e mezzo rispetto a quella del 1996. Risultato: entro i prossimi cinquanta anni il mar Artico potrebbe essere completamente libero dai ghiacci durante i mesi estivi. La temperatura media globale combinata (superficie terrestre e oceani) del mese di Aprile 2009, secondo i dati preliminari del NOAA, e' stata la quinta piu' calda per questo mese in base ai dati finora registrati (+0.59*C sopra la media).

Ridurre le emissioni di anidride carbonica e realizzare gli obiettivi previsti dal Protocollo di Kyoto - secondo gli esperti - rappresenta un primo ma indispensabile passo per invertire la tendenza rispetto all'effetto serra. Perche' il processo di riscaldamento globale, provocato soprattutto dai consumi crescenti di petrolio e di altre fonti fossili, non e' piu' soltanto una minaccia ma sta gia' producendo effetti drammatici: alluvioni e uragani si stanno ripetendo con una forza e una cadenza senza precedenti e determinano modifiche sempre piu' consistenti negli ecosistemi e nei territori, anche per l'intreccio con la pressione esercitata dall'uomo.

Senza interventi di riduzione delle emissioni di anidride carbonica, gli effetti dei cambiamenti climatici andranno aumentando nel tempo. Il protocollo di Kyoto e' stato solo un primo piccolo passo nella lotta ai cambiamenti climatici. I negoziati per un nuovo accordo sul clima, che dovra' entrare in vigore alla scadenza del protocollo nel 2012, sono stati avviati gia' alla conferenza sul clima di Montreal, in Canada, nel 2005.

Sin da allora e' stato evidente l'assoluta urgenza di raggiungere un accordo nel minor tempo possibile in modo da far entrare in vigore il nuovo negoziato entro il 2012 ed evitare cosi' un vuoto normativo dopo la prima fase. Come accaduto per il protocollo di Kyoto infatti, anche il nuovo accordo sara' probabilmente da sottoporre alla ratifica da parte dei singoli stati firmatari. Come accaduto per il protocollo di Kyoto anche in questo caso il processo potrebbe richiedere diversi anni.

Proprio oggi si chiude a Bonn la Conferenza delle sessioni degli Organi sussidiari dell'UNFCCC e del Protocollo di Kyoto che ha fatto entrare nel vivo i negoziati in vista della Conferenza di Copenhagen, a dicembre, che dovra' vedere la sigla di un accordo globale.

Sul piatto, non solo le politiche di riduzione dei Paesi occidentali, ma anche le istanze dei Paesi in via di Sviluppo (fra i quali colossi come la Cina e l'India) che non intendono vedere nell'Accordo un freno alla loro crescita. E anche le esigenze, ribadite di recente dall'Italia, di coniugare ambiente e sviluppo.

L'Unione Europea ha sottoscritto un impegno unilaterale di riduzione delle emissioni del 20 per cento entro il 2020 dichiarandosi pronta ad arrivare al 30 per cento entro la stessa data in caso l'obiettivo venga condiviso anche dagli altri paesi industrializzati.

L'Italia paga un pesante ritardo nell'applicazione degli obiettivi fissati a Kyoto e sta accumulando un debito di 3,6 milioni di euro al giorno per lo sforamento delle emissioni di CO2 rispetto all'obiettivo previsto dal Protocollo.

Anche se per il quarto anno consecutivo le emissioni climalteranti italiane si sono ridotte, dopo essere arrivate nel 2004 ad un livello dell'11% superiore ai livelli del 1990. Nel 2008, in base alle stime del Kyoto Club, sono state del 6% piu' alte rispetto al 1990. Il recupero degli ultimi anni deriva dall'aumentato prezzo dell'energia, da inverni poco rigidi, dall'arrivo della recessione e per finire dai primi risultati delle politiche di efficienza energetica e di incentivazione delle rinnovabili. E tutto fa pensare che anche il 2009, a seguito della crisi, vedra' un'ulteriore riduzione delle emissioni.

mercoledì 3 giugno 2009

deforestazione:In Amazzonia l'allevamento del bestiame è la causa principale della deforestazione


L'allevamento del bestiame è la causa principale della deforestazione in atto nel mondo, in particolare in Amazzonia dove tale settore è responsabile dell'80% della distruzione del polmone verde mondiale

L'allevamento del bestiame è la causa principale della deforestazione in atto nel mondo, in particolare in Amazzonia dove tale settore è responsabile per almeno l'80% della distruzione della foresta tropicale.

Lo denuncia Greenpeace, che ha presentato un rapporto intitolato "Slaughtering the Amazon", in cui per la prima volta gli studiosi evidenziano il legame tra la deforestazione e il consumo di carne e cuoio nel mondo ricco.

Il numero dei capi di bestiame allevati in Amazzonia è passato da 21 milioni del 1995 ai 56 milioni del 2006. Dal 1970 a oggi è già andato perduto un quinto della foresta, denuncia Greenpeace, e negli ultimi anni se ne perde in media un ettaro ogni 18 secondi a favore degli allevatori. L'industria garantisce oltre 7 miliardi di dollari di profitti annui per esportazioni, cifra che il governo intende raddoppiare.

Lo studio mette sotto accusa tre aziende brasiliane, Bertin, Jbs e Marfrig, che gestiscono i mattatoi e insieme controllano un terzo delle esportazioni di carne. Le immagini satellitari di Greenpeace e i registri commerciali hanno dimostrato che tutte e tre le società, possedute in parte dal governo brasiliano, ottengono il bestiame da fattorie responsabili della deforestazione.

Il quotidiano britannico The Guardian sottolinea come il Regno Unito sia il secondo principale importatore di carne brasiliana, puntando il dito contro le grandi catene di supermercati che commercializzano questi prodotti. Tuttavia, a finire nel mirino di Greenpeace sono anche marchi come Nike, Adidas, Timberland e Clarks, perché impiegano cuoio legato alla distruzione della foresta.

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