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giovedì 15 luglio 2010

CO2 : Allarme di Greenpeace per l'esistenza del Polo Nord minacciato da CO2 e industrie


Mentre il cambiamento climatico sta causando lo scioglimento dei ghiacci e l'acidificazione delle acque l'Oceano Artico è sempre più minacciato -afferma Greenpeace- dall'espandersi di attività industriali, tra cui la pesca e le esplorazioni per idrocarburi liquidi e gassosi.






Allarme di Greenpeace sui rischi di sopravvivenza del delicato ecosistema del Polo Nord, minacciato, secondo gli ecologisti, dai cambiamenti climatici, l'acidificazione delle acque ma anche dalle industrie. L'allarme arriva a conclusione, dopo due mesi di navigazione al Polo Nord, della spedizione del gruppo ambientalista 'Arctic Under Pressure'. Al termine della spedizione, Greenpeace chiede quindi "misure urgenti per il clima e una moratoria internazionale per ogni attività industriale nell'Oceano Artico".

Durante la spedizione, condotta a bordo del rompighiaccio 'Esperanza', Greenpeace è andata a investigare i problemi che minacciano il fragile ecosistema dell'Oceano Artico, riuscendo a documentare, con immagini uniche, l'incredibile vita marina dei fondali a nord delle Isole Svalbard, ricchi di coralli molli, anemoni di mare e tunicati, che, dicono gli ecologisti, "potrebbe essere distrutta dall'espandersi della pesca a strascico".

La spedizione di Greenpeace è inoltre servita per studiare, con ricerche all'avanguardia, gli effetti dell'acidificazione delle acque, a causa dell'assorbimento della CO2 da parte degli oceani. "Mentre il cambiamento climatico sta causando lo scioglimento dei ghiacci e l'acidificazione delle acque, infatti, l'Oceano Artico è sempre più minacciato -afferma Greenpeace- dall'espandersi di attività industriali, tra cui la pesca e le esplorazioni per idrocarburi liquidi e gassosi".

"Permettere alle flotte da pesca industriali di sfruttare lo scioglimento dei ghiacci per espandersi verso nord -avverte Giorgia Monti, responsabile campagna Mare di Greenpeace- mette a rischio gli incredibili habitat dell'Oceano Artico, ancor prima che possano essere propriamente studiati". Intanto a bordo dell'Esperanza una troupe di scienziati dell'istituto di ricerca tedesco Ifm-Geomar ha svolto il più grande esperimento mai condotto prima sull'acidificazione degli oceani, un processo causato dall'aumento dei livelli di CO2 dovuto all'utilizzo di combustibili fossili e alla distruzione delle foreste.

"L'esperimento -afferma il professor Ulf Riebesell, a capo del progetto- è stato un successo. Adesso non solo siamo in possesso del più completo set di dati mai avuto rispetto agli impatti dell'acidificazione sulle acque artiche, ma da questo esperimento abbiamo anche imparato che l'acidificazione degli oceani in queste acque ha un preciso impatto sulla base della catena alimentare, che potrebbe avere delle implicazioni per l'intero ecosistema".

Greenpeace chiede quindi con urgenza che le lezioni apprese dal collasso di specie ittiche, quali il merluzzo dell'Oceano Atlantico, o dalla devastazione causata dal disastro del Golfo del Messico, siano usate per proteggere l'Oceano Artico. "L'Artico, un ambiente polare ancora selvaggio e incontaminato, deve essere protetto -afferma ancora Monti- dalla doppia minaccia del cambiamento climatico e dello sfruttamento delle risorse. I Governi devono stabilire controlli più severi per proteggere quest'area, includendo una moratoria internazionale su ogni attività industriale".

martedì 11 agosto 2009

Aborigeni: vogliono lo sviluppo industriale


Diritti contro diritti. Difesa dell’ambiente contro sviluppo. Ecologisti contro aborigeni. Co­me l’India e la Cina che resistono ai tagli delle emissioni inquinan­ti in nome della crescita econo­mica, così a Cape York, penisola ancora incontaminata nel nord dell’Australia, le popolazioni in­digene dicono «no» alle riserve protette per tutelare la loro emancipazione.

Nei 14 milioni di ettari di fore­ste, savane e mangrovie nello sta­to del Queensland, una legge del 2005 — il Wild Rivers Act — con­sente di limitare ogni attività in­dustriale e agricola in prossimità di specifici corsi d’acqua. Solo tre, fino all’aprile di quest’anno. Ma adesso gli ambientalisti del­l’organizzazione australiana «Wil­derness Society» vogliono tra­sformare in zone protette i baci­ni di altri dieci fiumi. «Se questo avverrà, lo sviluppo sarà impedi­to nell’80% delle terre» protesta­no gli aborigeni di Cape York, una comunità di circa 8 mila per­sone, la maggioranza della popo­lazione. Sotto attacco anche il go­verno laburista del Queensland, accusato di sostenere il piano ecologista per compiacere i Verdi australiani. «Rispettando alcune condizioni, le attività come l’ac­quacoltura e l’allevamento potranno continuare» ha cercato di spegnere le polemiche il ministro dell’Ambiente.

Senza risultati: solo pochi giorni fa gli aborigeni han­no interrotto un ga­là degli ecologisti a suon di picchetti e travestimenti da koa­la. Il leader della prote­sta è l’avvocato Noel Pe­arson, impegnato fin da­gli anni ’90 in difesa dei nati­vi. «Con dieci fiumi protetti, scompariranno anche le coltiva­zioni necessarie al sostentamen­to — spiega —. Vogliono condan­narci ad aiuti sociali perpetui».

Nonostante le scuse ufficiali del premier laburista Kevin Rudd e le sue iniziative per ridur­re le discriminazioni, gli aborige­ni — il 2% della popolazione, ri­conosciuti cittadini australiani nel 1967 — vivono in condizioni di forte svantaggio rispetto al re­sto della popolazione. Secondo un rapporto diffuso due settima­ne fa dal Consiglio dei governi australiani, hanno una probabili­tà 13 volte maggiore di finire in prigione e 7 volte più alta che i loro bambini subiscano abusi. L’aspettativa di vita, inoltre, è di 17 anni inferiore rispetto ai bian­chi.

Ammette questa condizione di «emarginazione» anche Ugo Fabietti, professore di Antropolo­gia culturale alla Bicocca di Mila­no.

«Spesso non si tiene conto delle aspirazioni a nuovi stan­dard di vita delle popolazioni in­digene, ispirate dagli stessi mo­delli di tipo capitalistico degli ex colonizzatori» spiega il docente. Al punto di imitarne anche lo sfruttamento della natura: «È un paradosso della modernità — ag­giunge —. Gli aborigeni finisco­no per lottare contro gli ambien­­talisti, tra i gruppi più attivi, da­gli anni ’70, nel sostenerne la cau­sa agli occhi del mondo».

mercoledì 22 luglio 2009

asma: LA COLPA E' DELLE INDUSTRIE


Asma e problemi respiratori in aumento nei bambini: tutta colpa delle industrie. Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Allergy and Clinical Immunology and Toxicology condotto dai ricercatori tedeschi dell'Universita' di Lipsia e dell'Helmholtz Centre for Environmental Research (Ufz) in collaborazione con l'Universita' di La Plata (Argentina), piu' che i gas di scarico delle automobili sono gli agenti inquinanti rilasciati dalle ciminiere a causare una maggiore incidenza di questo genere di disturbi nei piu' piccoli.

Traffico e industrie erano gia' stati individuati come responsabili di attacchi d'asma, tosse e respiro corto, ma non era chiaro quale dei due elementi giocasse un ruolo determinante: ora grazie a nuove tecniche statistiche i ricercatori tedeschi e argentini hanno scoperto che, indipendentemente dal numero delle vetture in circolazione, i bambini che risiedono in aree altamente industrializzate presentano alti livelli di problemi alle vie respiratorie.

''Sarebbe interessante capire con che tempistica, riducendo il tasso dell'inquinamento dell'aria - afferma Uwe Schlink, coordinatore dello studio - lo stato di salute dei bambini potrebbe migliorare''.

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