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venerdì 4 gennaio 2013

Ghost Gum: Australia, distrutti alberi-simbolo degli aborigeni

  Due eucalipti fantasma, candidati a entrare nel patrimonio culturale nazionale, distrutti in un incendio doloso

Lo scintillio della loro liscia corteccia bianca illuminata dalla luce lunare è cantato nei racconti del Tempo del sogno, le storie della cultura e mitologia aborigena. Gli eucalipti fantasma (Corymbia aparrerinja o Eucalyptus aparrerinja), chiamati localmente Ghost Gum, sono alberi autoctoni considerati spiriti viventi dagli aborigeni. Due esemplari-icona, resi famosi dalla pittura dell’artista aborigeno Albert Namatjira, sono andati in fumo.

FUOCO DELITTUOSO – I due maestosi alberi si ergevano nel cuore dell’outback australiano, a 16 chilometri dalla città di Alice Springs. Erano candidati a rientrare a breve nelle liste del Patrimonio culturale nazionale. Il fuoco che ha tolto la vita ai due sempreverdi, incenerendo così anche il simbolo che incarnavano, è divampato il 30 dicembre. Secondo quanto dichiarato dal funzionario che per primo se ne è accorto, Malcom Connolly, il fuoco deve essere andato avanti per 24 ore. Secondo le autorità, si tratterebbe di un incendio doloso. Alison Anderson, ministro del Territorio del Nord incaricato delle questioni indigene, ha spiegato che proprio recentemente il governo dello Stato aveva ultimato i lavori per proteggerli dalle fiamme e mantenerli nelle condizioni ambientali ottimali.

ARTE E COSCIENZA - Fu Albert Namatjira, un artista aborigeno morto nel 1957 dopo aver conquistato notorietà nel mondo, a radicare gli eucalipti fantasma quale simbolo nella coscienza collettiva di un pubblico più vasto. Questi sempreverdi dal tronco latteo furono protagonisti dei suoi acquarelli che ritraevano i paesaggi desertici dell’outback australiano. I due esemplari bruciati si trovavano proprio sulla strada per Hermannsburg, dove Namatjira era nato nel 1902. «Namtjira ha fatto conoscere la bellezza del paesaggio dell’Australia centrale al mondo», ha dichiarato Anderson, «e ha contribuito a farne un simbolo dell’identità australiana».

ARTISTA ICONA – Oltre a essere probabilmente il pittore aborigeno più conosciuto per le sue opere e il suo stile unico – nel 1953 ricevette un riconoscimento dalla regina Elisabetta II - fu anche noto per esser stato il primo indigeno australiano del Territorio del Nord a essere liberato dalle restrizioni legislative applicate ai nativi e ottenere i pieni diritti di cittadinanza. «È un atto orrendo e tragico di vandalismo culturale», ha dichiarato al Sydney Morning Herald Susan McCulloch, autrice dell’Enciclopedia dell’arte australiana, esprimendo l’indignazione profonda per una nuova ferita all’identità aborigena, ramo del patrimonio culturale dell’umanità, e per il destino di quegli alberi che adesso potranno solo essere cantati.

fonte:http://www.corriere.it/ambiente/13_gennaio_04/australia-incendio-brucia-alberi-sacri-aborigeni-eucalipti_03b65034-5678-11e2-9534-ad350c7cbb97.shtml

lunedì 2 agosto 2010

SOCIETà: Il villaggio in India che blocca l'acciaieria «È dove vivono gli spiriti degli avi»

JAGDALPUR - Al tribunale di Jagdalpur, India centrale, una folla di questuanti passa la giornata aspettando il rinvio ciascuno della sua prossima udienza. Tra una settimana saranno di nuovo tutti qui e la settimana dopo anche. Avere una pendenza giudiziaria, in India, è una professione che una fiumana di avventori svolge con flemma e disciplina, per lo più ingannando l'attesa in cortile intorno al chiosco dei dolci fritti. Oggi nella calca c'è anche un piccolo gruppo di tribali di Sirisguda, un villaggio di 400 famiglie, guidati da un avvocato che sghignazza a ogni frase. Il legale è un borghese di città, induista; loro sono «adivasi» di campagna, aborigeni della tribù Madiya adoratori dei propri dèi locali, Prodesi, Parvadeo e Englajin, che a loro avviso risiedono ai confini delle risaie di Sirisguda. Vestiti da città gli adivasi si muovono un po' a disagio, ma ottengono il solito rinvio sul loro mandato di carcerazione (torneranno il mese prossimo) e poi si lasciano riportare a casa stipati nella piccola Hyundai ammaccata dell'avvocato. All'uscita da Jagdalpur, sulla via verso i campi, passano davanti a un cartellone verde che presenta una certa iniziativa benefica di Ratan Tata agli abitanti della zona; il miliardario che guida la più antica famiglia industriale indiana vi appare in foto enorme, rassicurante. È parte del motivo per cui gli adivasi di Sirisguda dovrebbero andare in carcere. Tata Steel, il gruppo che Fortune colloca al posto numero 410 fra i più grandi al mondo con ricavi da 21 miliardi di dollari nel 2009, progetta un'acciaieria da 4,1 miliardi e quasi 10 mila posti complessivi nel luogo dove ora vivono gli dèi e i risicoltori di Sirisguda. Ma in base alla costituzione indiana, Tata non può sfrattarli e prendersi la terra. Deve convincere gli aborigeni, la prima generazione ad aver mai mandato i propri figli a scuola, a vendere.

martedì 11 agosto 2009

Aborigeni: vogliono lo sviluppo industriale


Diritti contro diritti. Difesa dell’ambiente contro sviluppo. Ecologisti contro aborigeni. Co­me l’India e la Cina che resistono ai tagli delle emissioni inquinan­ti in nome della crescita econo­mica, così a Cape York, penisola ancora incontaminata nel nord dell’Australia, le popolazioni in­digene dicono «no» alle riserve protette per tutelare la loro emancipazione.

Nei 14 milioni di ettari di fore­ste, savane e mangrovie nello sta­to del Queensland, una legge del 2005 — il Wild Rivers Act — con­sente di limitare ogni attività in­dustriale e agricola in prossimità di specifici corsi d’acqua. Solo tre, fino all’aprile di quest’anno. Ma adesso gli ambientalisti del­l’organizzazione australiana «Wil­derness Society» vogliono tra­sformare in zone protette i baci­ni di altri dieci fiumi. «Se questo avverrà, lo sviluppo sarà impedi­to nell’80% delle terre» protesta­no gli aborigeni di Cape York, una comunità di circa 8 mila per­sone, la maggioranza della popo­lazione. Sotto attacco anche il go­verno laburista del Queensland, accusato di sostenere il piano ecologista per compiacere i Verdi australiani. «Rispettando alcune condizioni, le attività come l’ac­quacoltura e l’allevamento potranno continuare» ha cercato di spegnere le polemiche il ministro dell’Ambiente.

Senza risultati: solo pochi giorni fa gli aborigeni han­no interrotto un ga­là degli ecologisti a suon di picchetti e travestimenti da koa­la. Il leader della prote­sta è l’avvocato Noel Pe­arson, impegnato fin da­gli anni ’90 in difesa dei nati­vi. «Con dieci fiumi protetti, scompariranno anche le coltiva­zioni necessarie al sostentamen­to — spiega —. Vogliono condan­narci ad aiuti sociali perpetui».

Nonostante le scuse ufficiali del premier laburista Kevin Rudd e le sue iniziative per ridur­re le discriminazioni, gli aborige­ni — il 2% della popolazione, ri­conosciuti cittadini australiani nel 1967 — vivono in condizioni di forte svantaggio rispetto al re­sto della popolazione. Secondo un rapporto diffuso due settima­ne fa dal Consiglio dei governi australiani, hanno una probabili­tà 13 volte maggiore di finire in prigione e 7 volte più alta che i loro bambini subiscano abusi. L’aspettativa di vita, inoltre, è di 17 anni inferiore rispetto ai bian­chi.

Ammette questa condizione di «emarginazione» anche Ugo Fabietti, professore di Antropolo­gia culturale alla Bicocca di Mila­no.

«Spesso non si tiene conto delle aspirazioni a nuovi stan­dard di vita delle popolazioni in­digene, ispirate dagli stessi mo­delli di tipo capitalistico degli ex colonizzatori» spiega il docente. Al punto di imitarne anche lo sfruttamento della natura: «È un paradosso della modernità — ag­giunge —. Gli aborigeni finisco­no per lottare contro gli ambien­­talisti, tra i gruppi più attivi, da­gli anni ’70, nel sostenerne la cau­sa agli occhi del mondo».

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