lunedì 2 agosto 2010

SOCIETà: Il villaggio in India che blocca l'acciaieria «È dove vivono gli spiriti degli avi»

JAGDALPUR - Al tribunale di Jagdalpur, India centrale, una folla di questuanti passa la giornata aspettando il rinvio ciascuno della sua prossima udienza. Tra una settimana saranno di nuovo tutti qui e la settimana dopo anche. Avere una pendenza giudiziaria, in India, è una professione che una fiumana di avventori svolge con flemma e disciplina, per lo più ingannando l'attesa in cortile intorno al chiosco dei dolci fritti. Oggi nella calca c'è anche un piccolo gruppo di tribali di Sirisguda, un villaggio di 400 famiglie, guidati da un avvocato che sghignazza a ogni frase. Il legale è un borghese di città, induista; loro sono «adivasi» di campagna, aborigeni della tribù Madiya adoratori dei propri dèi locali, Prodesi, Parvadeo e Englajin, che a loro avviso risiedono ai confini delle risaie di Sirisguda. Vestiti da città gli adivasi si muovono un po' a disagio, ma ottengono il solito rinvio sul loro mandato di carcerazione (torneranno il mese prossimo) e poi si lasciano riportare a casa stipati nella piccola Hyundai ammaccata dell'avvocato. All'uscita da Jagdalpur, sulla via verso i campi, passano davanti a un cartellone verde che presenta una certa iniziativa benefica di Ratan Tata agli abitanti della zona; il miliardario che guida la più antica famiglia industriale indiana vi appare in foto enorme, rassicurante. È parte del motivo per cui gli adivasi di Sirisguda dovrebbero andare in carcere. Tata Steel, il gruppo che Fortune colloca al posto numero 410 fra i più grandi al mondo con ricavi da 21 miliardi di dollari nel 2009, progetta un'acciaieria da 4,1 miliardi e quasi 10 mila posti complessivi nel luogo dove ora vivono gli dèi e i risicoltori di Sirisguda. Ma in base alla costituzione indiana, Tata non può sfrattarli e prendersi la terra. Deve convincere gli aborigeni, la prima generazione ad aver mai mandato i propri figli a scuola, a vendere.

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