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lunedì 23 agosto 2010

CENTRALI NUCLEARI IN ITALIA: L’energia prodotta dalle centrali nucleari costa meno?


Agli inzi di luglio del 2009, l’Aula del Senato ha approvato con 154 si’, 1 no, 1 astenuto in via definitiva il ddl sviluppo che di fatto da il via alle procedure per costruire in Italia diverse centrali nucleari.

A favore il voto del Pdl, Lega Nord ed Udc. Contro Pd. Al Senato il dibattito sul ritorno al nucleare è stato motivato con i bassi costi certi dell’energia elettrica di derivazione nucleare.
In un’intervista al Tg2 delle 13 di quel giorno il ministro Scaiola ribadì questo concetto: l’energia elettrica prodotta dalle centrali nucleari costa meno.

Ma è veramente così?
Facendo i conti viene fuori che il costo dell’elettricità prodotta dalle centrali nucleari è ben più alto del costo dell’elettricità ottenibile dai combustibili fossili, da fonte idroelettrica o geotermica e anche da fonti rinnovabili.

I costi monetari dell’elettricità nucleare devono essere infatti calcolati in riferimento al suo intero ciclo a cominciare dai costi relativi all’estrazione dei minerali di uranio la cui fase di estrazione, frantumazione, macinazione, fabbricazione del combustibile, arricchimento e gestione delle scorie, necessitano di parecchio combustibile fossile che emette tantissimo gas serra.
Seguono i costi della trasformazione per via chimica dell’ossido di uranio in esafluoruro di uranio, con formazione anche qui di scorie sia pur blandamente radioattive.

Poi vi sono i costi della trasformazione dell’esafluoruro di uranio in un concentrato di esafluoruro di uranio contenente dal 3 al 4 % di uranio-235, con formazione di sottoprodotti di uranio “impoverito”.
Tale “arricchimento” in uranio-235 può avvenire con il vecchio processo di diffusione gassosa o con il processo di centrifugazione, entrambi basati sul fatto che il fluoruro di uranio-235 è “un poco” più leggero del fluoruro dell’uranio-238 presente in ragione di circa il 99,3 % nel minerale.

Una parte dei costi di arricchimento è pagato dal fatto che il residuo di fluoruro di uranio impoverito può essere trasformato in uranio metallico, blandamente radioattivo, che, essendo un metallo pesante ed essendo piroforico, trova “utile” impiego come proiettile di cannoni o di aerei.

Il ricavato di questo commercio va detratto dal costo (ben maggiore) del processo di arricchimento.

Poi vanno contabilizzati i costi di trasformazione chimica dell’esafluoruro arricchito di uranio-235, in ossido, che viene introdotto nei reattori per liberare calore per la fissione nucleare.

A questo punto debbono cominciare ad aggiungersi i costi relativi alla costruzione e all’installazione del reattore e della centrale, costi che incidono sul chilowattora dell’elettricità nucleare sotto forma di una frazione (ammortamento) del capitale investito. Più a lungo la centrale produce e vende elettricità, meno i costi fissi incidono sul costo del chilowattora elettrico nucleare.
E ancora, ogni uno o due anni il combustibile deve essere estratto dal reattore, sotto forma di “combustibile irraggiato”.
Il combustibile irraggiato deve stazionare per mesi o anni in una piscina sott’acqua, e anche questo costa. A questo punto il combustibile irraggiato può seguire due strade.
La prima, quella del recupero del plutonio che va separato dall’uranio, può peraltro avere anche un piccolo ritorno monetario sotto forma di plutonio venduto a fini militari.
La seconda strada consiste nella sepoltura, per migliaia di anni, del combustibile irraggiato i cui costi sono imprevedibili (prospezioni geologiche, costruzione di gallerie sotterranee, etc).
C’è da considerare poi che una centrale nucleare e’ sempre una centrale termoelettrica che sfrutta un ciclo di Carnot e, quindi, deve utilizzare una grande quantità d’acqua fredda.
Ricordo che in Italia nel 2003 si sono dovute spegnere delle centrali a combustibile fossile proprio per la siccità. Fenomeno questo che potrebbe ripetersi. Immaginiamo i costi di un tale fermo per una centrale nucleare.
Le precedenti considerazioni mostrano che qualsiasi “ragionevole” indicazione di un basso costo dell’elettricità nucleare è falsa pur essendo noti e contabilizzabili soltanto alcuni costi ed essendo del tutto sconosciuti in gran parte i costi complessivi come ad esempio i costi di”derivazione” umana, come lo spostamento di popolazioni dalle zone a rischio, i costi della militarizzazione e del controllo poliziesco delle zone coinvolte con attività nucleari..etc. ..etc..etc..

ARTICOLO DI : di Raffaele Langone ...... http://www.gliitaliani.it/2010/08/lenergia-prodotta-dalle-centrali-nucleari-costa-meno/


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mercoledì 13 maggio 2009

scorie nucleari :Yucca Mountain a rischio deposito nucleare Usa


I rilievi montuosi di Yucca Mountain nel Nevada, che fanno da cappello al mai ultimato e contestato deposito nazionale di rifiuti radioattivi degli Stati Uniti, non sono così geologicamente stabili come si pensava e potrebbero essere spianati fra mezzo milione di anni, forse anche prima, a causa dell’effetto erosivo delle acque. Lo afferma uno studio sviluppato da geologi austriaci dell’Università di Graz, pubblicato sull’ultimo numero della rivista Geomorphology e ripreso anche da Nature.

MODELLI EVOLUTIVI - Gli studiosi austriaci sono arrivati a questa ipotesi, che contraddice molte delle indagini effettuate dai colleghi americani, applicando alla Yucca Mountain Crest un sofisticato modello evolutivo numerico del paesaggio in grado di calcolare il tasso di erosione di formazioni montuose. E’ la prima volta che un simile strumento previsionale viene utilizzato per verificare la stabilità della Yucca Mountain Crest che, sulla base di precedenti studi, sembrava poter garantire i tempi di conservazione di milioni di anni richiesti dalla frazione più longeva e radio tossica dei rifiuti nucleari. «Conosco i modelli numerici di evoluzione del paesaggio usati dai colleghi austriaci –commenta il geologo Roberto Basili dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia- e li giudico attendibili grazie alla loro capacità di descrivere i processi erosivi con equazioni semplici. In pratica, partendo da una configurazione nota, e simulando l’azione erosiva delle acque per tempi di centinaia di migliaia di anni, si possono generare paesaggi sintetici e valutare con buona approssimazione le variazioni altimetriche nel tempo». Da questa operazione, spiega Basili, emerge il fatto che in tempi dell’ordine di mezzo milione di anni, le creste di Yucca Mountain si abbasseranno di alcune centinaia di metri, cioè a livelli tali da raggiungere il deposito sotterraneo di scorie nucleari.

FINANZIAMENTI TAGLIATI - La ricerca dei geologi austriaci pone un’ulteriore ipoteca sul futuro di questo sito che da vent’anni divide esperti e politici americani fra favorevoli e contrari. Infatti, un colpo quasi mortale per Yucca Mountain è arrivato alcuni giorni fa, quando l’amministrazione Obama ha fatto sapere di avere tagliato i fondi per l’avanzamento dei lavori del deposito e di voler destinare la somma alla ricerca di più valide alternative. Yucca Mountain, nel deserto del Nevada, a circa 160 km a nordovest di Las Vegas, era stato indicato già venti anni fa come un possibile sito nazionale di raccolta dei rifiuti nucleari, sia civili sia militari, che oggi sono sparsi in oltre 130 depositi provvisori di superficie, esposti anche a pericoli di natura terroristica. Trattandosi di un’antica caldera, cioè di una formazione vulcanica collassata, caratterizzata da potenti stratificazioni tufacee, sembrava il sito ideale per accogliere il plutonio e materiale radioattivo di più lunga vita. Ma la svolta politica di Obama e le perplessità scientifiche sembrano averlo messo fuori gioco, confermando il fatto che la conservazione di lunga durata delle scorie rimane uno dei nodi più costosi e irrisolti dell’energia da fissione nucleare.

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