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mercoledì 5 gennaio 2011

scorie radioattive: container radioattivo a Genova, c’è un piano segreto??!!


Da luglio del 2010 su un molo di Voltri, circondato da una barriera di container pieni di acqua e pietre, è fermo in attesa di bonifica un contenitore con cobalto radioattivo, probabilmente prodotto di residui sanitari. Sei mesi di vertenze e scioperi, adesso la decontaminazione è annunciata per febbraio.

Nessuno può avvicinarsi a quel container da mesi. E nemmeno dovrebbero farlo i pescatori della domenica, che si arrampicano, nonostanti i divieti dell’Autorità portuale, sugli scogli al limitare dei piazzali del terminal per appollaiarsi con le loro canne a qualche metro dal pericolo. Il container sprigiona radiazioni. Da una misteriosa e ancora non identificata scatoletta di cobalto, capace di rilasciare raggi gamma per chilometri se lasciata a cielo aperto. Invece è sigillata, tra le pareti di un parallelepipedo di lamiera isolato in mezzo a un’area del porto liberata da tutto e tutti: dagli operatori e dai visitatori occasionali su gomma. È laggiù, in quarantena sul cemento del sesto e ultimo modulo del porto di Pra’ Voltri, il nuovo incubo del ponente genovese. È il container radioattivo, sbarcato a Genova il 14 luglio scorso da una nave di Msc proveniente dal Medio Oriente e destinato a un’azienda dell’Alessandrino, finito in gran segreto al centro di un intrigo internazionale, giudiziario e amministrativo, che ha alimentato inquietudine tra gli abitanti e persino una serie già nutrita di leggende metropolitane, dopo aver suscitato l’interesse concreto dell’apparato dei servizi di sicurezza nazionale.

UN CONTAINER radioattivo che a 100 metri di distanza emette valori cinque volte superiori al "fondo naturale" (quelli che normalmente si rilevano). E' fermo nel porto di Voltri dal luglio scorso, quando l'allarme scattò durante una verifica dei tecnici del Terminal: gli indicatori degli strumenti dedicati alla ricerca di materiali radioattivi impazzirono, sul posto furono chiamati i vigili del fuoco e gli esperti dell'Azienda regionale. Il container fu isolato, allontanato dal cuore delle attività portuali e collocato su un molo del cosiddetto "Sesto Modulo", in attesa di interventi di bonifica che - fu garantito - sarebbero stati rapidissimi. Dopo sei mesi di scioperi e vertenze, lavoratori e città aspettano ancora.

L'Unità Tecnica Complessa Regionale dell'Arpal ha sempre assicurato che le emissioni radioattive non sono elevate, ma ha comunque suggerito "le opportune attenzioni". Fu lo speciale Nucleo Batterio-Chimico-Radioattivo dei vigili del fuoco ad individuare la natura del materiale: cobalto-60, proveniente da una "sorgente" utilizzata dalle strutture sanitarie per la cobaltoterapia, oppure da industrie che eseguono controlli non distruttivi sui metalli, cioè radiografie. Il container era arrivato in nave a Genova da Gedda - Arabia saudita - con uno scalo intermedio nel porto di Gioia Tauro. Conteneva ufficialmente materiali ferrosi, e fu sbarcato al Vte il 14 luglio. L'importatore era un'azienda della provincia di Genova. La prevista decontaminazione di rimando in rimando sarebbe ora slittata a febbraio, con l'intervento di un robot.

Nell'attesa, il container radioattivo è rimasto fermo a Voltri. La magistratura ha in corso un'inchiesta. Secondo un preventivo fornito da una ditta specializzata di Milano i costi della bonifica dovrebbero aggirarsi intorno agli 800.000 euro, forse un milione.


Il rischio è remoto, ma non si vogliono mettere in pericolo vite umane. È il motivo della cautela con cui viene affrontato il caso del container radioattivo che si trova, dallo scorso luglio, al terminal genovese di Prà-Voltri.

I tempi, le circostanze, le modalità con cui il container è approdato a Genova suggeriscono un supplemento di precauzione. Ed è per questo che il contenitore sarà super-blindato, e aperto solo da un robot.

Ma quali sono i motivi che hanno indotto le autorità italiane a fare, di questo, un caso unico nella storia degli allarmi radioattivi? Bisogna andare all’indietro. Alla metà dello scorso anno, quando gli Stati Uniti mettevano in guardia il mondo intero proprio mentre il container radioattivo, proveniente da Ajman con il suo contenuto di rame e cobalto, viaggiava verso Genova: «Al Qaeda sta organizzando attentati con “bombe sporche” contro l’occidente. È prudente evitare luoghi affollati come i monumenti simbolo delle metropoli», diceva Barack Obama, citando fonti del suo apparato di sicurezza. “Bombe sporche”, ordigni di cui il cobalto 60 può essere, insieme con l’esplosivo tradizionale, uno dei componenti.

In quegli stessi giorni, nel porto calabrese di Gioia Tauro, dove avrebbe fatto scalo la nave Malaga di Msc, bandiera tedesca e destinazione Genova, era incorso una maxi operazione anti-terrorismo, condotta dalla Direzione investigativa Antimafia con la partecipazione, mai confermata ufficialmente, ma certa, della Cia. Si cercavano contenitori carichi di esplosivo,T4, tritolo, la stessa carica che fece saltare Falcone e Borsellino, con le rispettive scorte. Esplosivo che fu trovato il mese successivo, e in enorme quantità: sette tonnellate.

Ecco il perché della mobilitazione che sta tenendo in ansia Genova.

fonti : http://genova.repubblica.it, http://www.ilsecoloxix.it

martedì 26 ottobre 2010

SCORIE NUCLEARI: Il mare nucleare della Scozia. Spiagge contaminate e un Rov a caccia di hotspot radioattivi sui fondali


All'inizio di agosto il pontone "Mothership" ancorato a a 550 metri al largo della centrale nucleare di Caithness a Dounreay, in Scozia, ha calato un Remotely operated vehicle (Rov) delle dimensioni di una piccola ruspa che ha già trovato 279 "particles", o hotspot, di cui 40 considerati a un rischio "significativo" per la salute. Negli ultimi due mesi sono stati recuperati 255 hotspot.

Il robot sottomarino lavora 24 ore su 24, assistito sul pontone da 22 lavoratori, ed ha fino ad ora esaminato quasi tutti i 31 acri di fondale previsti per le tre campagne estive, un'area grande quanto 17 campi di calcio. La ricerca, che continuerà anche questo mese, fino ad ora è costata 1 milione e 500 mila sterline, senza comprendere il costo del Rov che è di 800 mila sterline. In tutto si prevede di indagare su 40 acri di fondali (100 ettari).

Un portavoce di Dounreay ha spiegato a "The Scotsman": «Sappiamo che non è realistico aspettarsi di recuperare ogni singola "particle " che è stata rilasciato. Tuttavia, nell'ambito della bonifica del sito, stiamo facendo il massimo sforzo possibile per recuperare il maggior numero delle "particle " più pericolose».

Nel 2009, in un'operazione minore svolta su 118 acri di fondale marino, sono state recuperate 115 "particelle" di Cesio 137, tra cui 28 reperti considerati "significativi", provenienti dalle barre di combustibile nucleare ritrattato, residui che sono finiti tranquillamente negli scarichi liquidi a mare per quasi 30 anni, finendo anche sulle spiagge di Dounreay. E' da oltre un quarto di secolo che i frammenti di combustibile nucleare irraggiato scaricato in mare negli anni '60 e '70 davanti a Dounreay stanno causando una forte preoccupazione, ma la dimensione e la gravità del problema sono venute fuori solo alla fine degli anni '90, dopo un'indagine svolta dall' UK Atomic energy authority. Le "particles" vennero rimosse dalle spiagge, ma nessuno indigo du cosa aveva scaricato la centrale nucleare sul fondo del mare. Subito si pensò addirittura di utilizzare dei subacquei per mappare l'area più inquinata e rimuovere il materiale radioattivo, ma poi si capì che era troppo pericoloso.

Solo nel 2007, dopo una consultazione in due anni, è stato si è deciso di rimuovere i materiali più pericolose in mare aperto, intanto si è continuato a bonificare le spiagge recuperando le "particles". Il Rov che sta setacciando i fondali al largo di Dounreay e un "tracked seabed crawler" basato sulla tecnologia svioluppata dall'industria d petrolifera/gasiera offshore, é dotato di un "7ft-wide detection system" capace di trovare frammenti di materiale radioattivo fino a due piedi sotto i sedimenti. Gli "hotspots" vengono stoccati in due tank, per poi venire riportati in superficie sul pontone che li porta alla centrale nucleare per analizzarli.

Nell'area interessata dalle ricerche ci dovrebbero essere almeno 700 "particles" radioattive, 200 delle quali sarebbero ad alto rischio per la salute umana. Secondo le cifre ufficiali, negli anni passati sono stati recuperati dai fondali marini davanti alla centrale di Caithness 1.100 campioni radioattivi e ne sono stati ritrovati altri 400 ritrovati in secche e banchi in mare aperti.

Il lavoro fa parte della dismissione della vetusta e pericolosa centrale di Dounreay che richiederà altri 15 anni ed un costo complessivo valutato fino ad ora in 2,6 miliardi di sterline. La Bbc sottolinea che i contribuenti britannici stanno pagando milioni di sterline solo «per correggere gli errori nucleari del passato».

Bill Thomson, del Dounreay site restoration limited (Dsrl) è incaricato dell'intera operazione di bonifica e spiega a Bbc Scotland: «E' stata un'operazione storica che era stata rappresentata come perfettamente accettabile al tempo in cui è stata realizzata. Le cose cambiano, abbiamo trovato questa roba e abbiamo deciso che dovevamo fare qualcosa al riguardo. Il pubblico ha deciso che dovevamo fare qualcosa di "fine", che è quello che facciamo». Il recupero del materiale radioattivo deve fare i conti spesso con le pessime condizioni del mare di Pentland Firth che limitano il tempo disponibile per le attività di recupero .

Intanto a terra continua lo smantellamento della centrale nucleare e niente, nemmeno la cupola che era diventato un elemento "storico" e cospicuo del paesaggio, rimarrà in piedi, «Gli esperti - sottolinea la Bbc - dicono che il rischio di radiazioni nucleari è troppo grande per consentire l'accesso del pubblico per i prossimi 300 anni».

Mentre succede tutto questo in Gran Bretagna molti continuano a dire che il nuclear fast reactor programme è stato un grande successo, ma ora i costi e i rischi lasciati in eredità da quel progetto abbandonato sono molti di più di quelli che avevano immaginato i suoi progettisti ed i politici che lo hanno reso possibile.
FONTE: http://www.greenreport.it/_new//index.php?page=default&id=6940

mercoledì 13 ottobre 2010

scorie nucleari : Edf autorizzata a scaricare in mare e nell’aria 20.000 miliardi di becquerel *di trizio all'anno


Secondo Channelonline.tv, la televisione delle Isole britanniche del Canale della Manica (Channel Islands: Jersey, Guernensey, Alderney ed Herm), «Il governo francese ha dato il via libera a Electricité de France per aumentare la quantità di trizio radioattivo negli scarichi in mare ed aria a Flamanville (Nella foto), sulla costa della Normandia. In futuro i due reattori nucleari di saranno in grado di scaricare altri 20.000 miliardi di becquerel* di trizio all'anno». Edf a Flamanville gestisce il sito del nuovo European pressurised reactor (Epr) che dovrebbe essere operativo nel 2014, lo stesso tipo di reattori su cui punta il nostro governo per il "rinascimento" nucleare italiano.

Gli abitanti delle isole del Canale sono molto preoccupati, ma l'Autorité de sûreté nucléaire (Asn) il 5 ottobre li assicurava che «la soglia massima degli scarichi autorizzati in mare sarà bassa». Il concetto di "basso" sembrerebbe molto elastico: secondo il decreto apparso sul Journal Officiel (la Gazzetta Ufficiale francese) del 22 settembre, al minimo, l'autorizzazione di scarico di trizio in mare passa da 60.000 Gbq (gigabecquerl) a 80.000 all'anno per i due reattori attuali di Flamanville, ma secondo l'Asn il decreto dovrà essere rivisto perché contiene imprecisioni. In un'intervista concessa qualche giorno fa all'Afp dopo una riunione informativa della Commissione locale della centrale di Les Pieux, adiacente a Flamanville, il capo-divisione di Caen dell'Asn, Thomas Houdré, ha spiegato che «Ad esempio il testo, in un diagramma di flussi di attività delle ciminiere, fa riferimento a dei Bq/annno (becquerels all'anno) mentre dovrebbe menzionare dei Bq al secondo. Ma i limiti indicati sono buoni».

La cosa non convince per nulla ambientalisti, pescatori e cittadini visto che, se si comprende l'Epr in costruzione a Flamanville, la soglia passa a 120.000 Gbq, e l'ex eurodeputato Verde francese Didier Anger, denuncia il «Non rispetto della Convenzione Ospar, firmata dalla Francia e mirante a ridurre a zero gli scarichi radioattivi nell'Atlantico del nord». Si tratta della stessa London Convention for the protection of the marine environment of the North-East Atlantic, fermata dalla Francia nel 1998, che i governi autonomi delle piccolo isole inglesi della Manica pretendono che il governo di Parigi rispetti

Ma il decreto francese prevede anche l'eventuale utilizzo di un nuovo tipo di combustibile nucleare ad "haut taux de combustion" (Htc) che dovrebbe portare i limiti, Epr incluso, a 150.000 Gbq/anno, «Sono due volte e mezzo la soglia attuale», fa notare Anger.

Secondo Houdré è tutto a posto visto che «Flamanville è la sola centrale a vedere rivalutati i suoi limiti di scarichi di trizio in mare, finora molto più bassi che in altre centrali e che erano estremamente complicati da rispettare». Et voilà: siccome è complicato, si alzano i limiti e si scarica tutto in mare in violazione di un accordo internazionale!

l'Association de contrôle de la radioactivité dans l'ouest (Acro) fa anche presente che riguardo all'aumento dei limiti degli scarichi di trizio autorizzati nell'aria, più 60% a 8.000 GBq/anno, «E' stato sottostimato il valore scaricato fino ad adesso a Flamanville». Houdré cerca di smorzare la polemica: «Le soglie del trizio sono i soli limiti degli scarichi radioattivi ad essere stati elevati, nel decreto gli altri (carbonio 14, iodio) calano. L'impatto del trizio resta basso riguardo agli altri radioelementi».

In realtà gli esperti e la stessa Asn ammettono che sulla questione non esiste un consenso e lo stesso Houdré ammette che «Una maggioranza di opinioni considera che l'impatto del trizio oggi sia senza dubbio sottostimato». Anger è certo che i limiti sono già stati abbondantemente superati: «I livelli di inquinamento veri di Flamanville sono almeno 150.000 GBq all'anno».

Il trizio in realtà non è un prodotto quasi innocuo come vorrebbe presentarlo Edf: rappresenta un rischio quando di contaminazione radioattiva se viene inalato, ingerito per via alimentare o acqua, o assorbito attraverso la pelle, l'unica cosa "positiva" è che rimane pericolosamente radioattivo per anni "solo" 15 o 20 anni. Niente a paragone delle scorie radioattive e delle oltre 80 tonnellate di plutonio che Areva ha stoccato nel sito nucleare di Cap de la Hague, sempre sulla costa della Normandia, e che resteranno radioattive per milioni di anni.
fonte: http://www.greenreport.it/_new//index.php?page=default&id=7095

*Becquerel
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il becquerel (simbolo Bq) è l'unità di misura del Sistema internazionale dell'attività di un radionuclide (spesso chiamata in modo non corretto radioattività), ed è definita come l'attività di un radionuclide che ha un decadimento al secondo. Perciò dimensionalmente equivale a s-1.

1Bq equivale ad 1 disintegrazione al secondo.

Equivalenze rispetto alle vecchie unità:

* 1 Rd = 106 Bq = 1 MBq
* 1 Bq = 2,7×10-11 Ci = 27 picocurie

Il becquerel deve il suo nome a Antoine Henri Becquerel, che nel 1903 vinse il premio Nobel insieme a Marie Curie e Pierre Curie per il loro pionieristico lavoro sulla radioattività.
Prefissi [modifica]

Come per ogni unità di misura del SI, al Bq possono essere aggiunti dei prefissi. Comunemente sono usati questi multipli: kBq (kilobecquerel, 103 Bq), MBq (megabecquerel, 106 Bq), GBq (gigabecquerel, 109 Bq), TBq (terabecquerel, 1012 Bq), e PBq (petabecquerel, 1015 Bq). Nelle applicazioni pratiche, 1 Bq è un'unità troppo piccola, perciò è frequente l'utilizzo dei prefissi. Per fare un esempio, il potassio naturale, presente nel corpo umano, produce 4.000 disintegrazioni per secondo, ovvero ha una attività di 4KBq.[1] La bomba atomica si Hiroshima, si stima abbia prodotto 8×1024 Bq.[2]

venerdì 13 agosto 2010

INCIDENTI NUCLEARI : A 10 anni dalla tragedia Kursk Artico, polveriera nucleare


Il 12 agosto del 2000 l'esplosione nel sommergibile atomico in cui persero la vita 118 marinai russi. I reattori ancora abbandonati in un deposito all'aperto in attesa di stoccaggio. E il passaggio di Nord Est, rotta sempre più battuta dal traffico commerciale, è disseminato di relitti potenzialmente pericolosi.

Sono passati dieci anni da quando il sommergibile nucleare russo Kursk affondò durante una manovra militare 1a seguito di una esplosione. Alla prima esplosione ne seguirono altre, percepite sia da navi militari russe coinvolte nella stessa operazione che da un sommergibile statunitense, nei paraggi per "spiare" l'esercitazione. Persero la vita tutti i 118 marinai a bordo, abbandonati nel relitto a 110 metri di profondità nel Mare di Barents, non lontano dalle coste norvegesi. Un anno dopo una compagnia olandese recuperò il relitto e lo trasportò in una officina militare nel porto di Murmansk, nella penisola di Kola, per essere smantellato. I due reattori nucleari del sommergibile (miracolosamente intatti dopo le esplosioni) furono sistemati in un deposito all'aperto, dove giacciono ancora insieme ad altri 40 reattori nucleari abbandonati da decenni in attesa di una sistemazione sicura. Che per ora non esiste, e che solleva timori sul futuro di queste ed altre scorie "temporaneamente" posteggiate lungo le coste siberiane e nei mari artici.

Spazzatura nucleare. Il passaggio di Nord Est, che unisce la Scandinavia ai porti asiatici orientali, nasconde però altre sorprese. Il 21 luglio le autorità russe hanno dato il via a una ispezione delle coste siberiane in cerca di scorie radioattive, relitti di navigli nucleari e altri "oggetti potenzialmente pericolosi" disseminati lungo la rotta. Una nave specializzata sta scandagliando i fondali da Arkhangelsk fino alla regione Chukotka (nei pressi dello stretto di Bering). Solo nei pressi dell'isola di Novaya Zemla "sono sepolti molti oggetti contenenti materiali radioattivi, incluso il reattore della prima rompighiaccio nucleare della storia, la Lenin", spiega Maksim Vladimirov, del Ministero della Difesa, in una intervista alla agenzia stampa RIA Novosti. Intanto altri sette reattori di altrettanti sommergibili dismessi sono stati inviati nella baia di Saida, non lontano da Murmansk. Si affiancheranno ai già 40 container stoccati in un deposito di cemento (costruito grazie a un finanziamento tedesco di 150 milioni di euro). Sono però ancora 50 quelli in attesa di essere sigillati e spediti nel deposito, mentre fonti norvegesi affermano che decine di reattori giacciono ancora su boe galleggianti ormeggiate nella baia: un rischio altissimo per l'ambiente marino.

Ma la Russia sembra non avere sotto pieno controllo il destino delle proprie scorie radioattive. In maggio un blogger russo ha diffuso la notizia dell'affondamento di una nave che aveva per anni trasportato residui nucleari lungo le coste siberiane. La Severka era ridotta a un rottame quando è colata a picco nel porto di Aleksandrovsk. Il blogger commentava: "Ora mi chiedo cosa ci aspetta in futuro". La notizia è stata tenuta nascosta alle autorità norvegesi, nonostante tra i due Paesi esista un reciproco accordo che prevede la notifica di incidenti che coinvolgano diffusione in zone di confine di materiali radioattivi.

I piani nucleari russi comunque procedono. A giugno è stata varata la prima centrale nucleare galleggiante. Un colossale impianto che sarà operativo nelle acque territoriali artiche entro la fine del 2012.

Un mare sempre più sfruttato. Oltre al traffico marittimo a rischio, nell'Artico sembra destinato ad aumentare però anche lo sfruttamento dei fondali, soprattutto per la esplorazione di giacimenti di gas e petrolio. Le compagnie petrolifere hanno già speso 5 miliardi di euro da quando i fondali nel mare di Barents sono stati aperti alla esplorazioni. Secondo il quotidiano norvegese Dagens Næringsliv sono state già compiute 83 trivellazioni. Malgrado fino ad oggi quel settore non abbia dato i frutti sperati, le compagnie (tra cui Statoil, Gaz de France e l'italiana Eni) intendono intensificare le prospezioni. Statoil ed Eni in particolare hanno deciso di cominciare nuove esplorazioni in un settore marino a 80 chilometri dalla costa norvegese. Decisione che ha innescato la rivolta degli ambientalisti della Ong Friends of the Earth, che temono una seconda Deepwater Horizon. Secondo il leader norvegese della Ong Lars Haltbrekken, le compagnie non hanno imparato nulla dal disastro della BP: "Tutte le valutazioni di impatto ambientale di Eni sono datate e non includono l'esperienza del Golfo del Messico".

La banchisa polare si riduce a causa del cambiamento climatico, e il Passaggio di Nordest è sempre più trafficato da petroliere e altre imbarcazioni commerciali. Proprio questo luglio una nave norvegese da trasporto carica di minerali di ferro è salpata da Kirkenes in Norvegia con l'intento di percorrere la rotta circumpolare. È la prima volta che le autorità russe permettono a una nave commerciale straniera di compiere questa rotta. Un esperimento per valutare il possibile incremento del traffico internazionale lungo il passaggio. Malgrado i timori per l'ambiente artico rimangano, le autorità russe hanno promesso ingenti investimenti per migliorare la sicurezza delle acque artiche.
FONTE: repubblica.it

lunedì 8 febbraio 2010

scorie radiattive: in Europa prodotti ogni anno 40 mila metri cubi di rifiuti radioattivi

Sono 40mila i metri cubi di rifiuti radioattivi prodotti ogni anno nell'Unione Europea a 25 di cui una parte arriva dalle centrali nucleari e una parte e' prodotta dal settore della ricerca, dal settore medico, tra cui la diagnostica medica o le terapie per curare i tumori, e da alcuni settori industriali. A tracciare il complesso quadro europeo sulla quantita' di rifiuti radioattivi prodotti ogni anno in Ue e' Stefano Monti, ingegnere nucleare, Responsabile della definizione dei programmi di ricerca e sviluppo sul nucleare da fissione dell'Enea e presidente di Siet.
"L'eventuale impatto ambientale prodotto da una centrale nucleare -afferma Monti- deriva principalmente dalla gestione dei rifiuti radioattivi. L'emissione di radioattivita' nell'ambiente circostante, durante il normale funzionamento di un impianto nucleare, e' irrilevante, in quanto inferiore al fondo naturale, cioe' alla radioattivita' naturale, e non esistono emissioni di altra natura che possano avere un impatto ambientale. E per dare la dimensione del problema dei rifiuti radioattivi, ogni anno vengono prodotti circa 40.000 m3 di rifiuti radioattivi, pari a 90 cm3 per persona, nell'Unione Europea a 25, dove l'energia nucleare contribuisce per circa il 31% del fabbisogno complessivo di energia elettrica nel 2009".

"La maggior parte di questi rifiuti, circa 36.000 m3 per anno, -continua Monti- sono rifiuti a bassa e media attivita', la cui radioattivita' decade a valori trascurabili nel giro di qualche secolo. La quantita' rimanente, circa 4.000 m3 per anno, e' invece rappresentata da rifiuti a bassa e alta attivita' ma a lunga vita, la cui radioattivita' cioe' impiega da migliaia a centinaia di migliaia di anni per decadere a valori trascurabili. E come dato di paragone, bisogna ricordare che ogni anno in Europa si producono 1.000 milioni di metri cubi di rifiuti industriali di cui 10 milioni di metri cubi di rifiuti industriali tossici che non sono meno pericolosi di quelli nucleari per la salute dell'uomo e dell'ambiente".

"Se vogliamo paragonare la quantita' di rifiuti prodotti dal nucleare con quella prodotta da altre fonti energetiche, tenendo conto dei rifiuti radioattivi di bassa, media e alta attivita', il nucleare -spiega ancora Monti- produce circa 0,055 cm3 di rifiuti radioattivi per kWh contro, ad esempio, 0,18 kg di rifiuti solidi non radioattivi per kWh prodotto da carbone o lignite, questo pero' e' il valore medio, in alcuni Paesi infatti si arriva anche a 0,25 kg/kWh e oltre".

Ma quale scenario si apre per i rifiuti nucleari ad alta attivita' con le centrali che si dovrebbero realizzare in Italia? "Il programma nucleare italiano prevede la prima centrale nucleare connessa alla rete verso il 2020, se immaginiamo al lavoro 10 reattori Epr, cioe' i reattori previsti dall'accordo siglato tra Enel e Edf, al lavoro al 2030 e per 60 anni, capaci di fornire tra il 25% ed il 30% di energia elettrica rispetto al fabbisogno italiano, la quantita' di rifiuti ad alta radioattivita' che sarebbe prodotta sarebbe pari ad un cubo dal lato di 31 metri".

Riguardo la gestione dei rifiuti alta attivita' radioattiva, l'esperto dell'Enea ricorda che "per isolare, come serve, questi rifiuti per migliaia e centinaia di migliaia di anni, e' necessario ricorrere a barriere naturali, come le formazioni geologiche ad elevata profondita' (600-800 metri e oltre), che devono presentare adeguate caratteristiche di stabilita' e impermeabilita', in grado di assicurare l'isolamento del rifiuto dalla biosfera per periodi paragonabili all'eta' del giacimento, solitamente milioni di anni".

Siti che garantiscono queste caratteristiche "sono i giacimenti salini e argillosi e alcuni tipi di rocce granitiche" afferma ancora Monti, sottolineando che "nell'Unione Europea si discute da tempo della possibilita' di individuare un sito geologico comune, ma il discorso e' ancora a uno stadio preliminare per motivi prevalentemente di consenso pubblico".

"Considerato il volume limitato di rifiuti ad alta attivita' e lunga vita, -continua l'esperto dell'Enea- questa e' la soluzione che molti Paesi europei considerano praticabile".

"Nel 7° Programma Quadro -conclude ancora Monti- la Commissione Europea ha previsto fondi ingenti per i programmi di ricerca comunitari per lo smaltimento geologico e per i programmi su 'Partitioning' e 'Transmutation', che hanno l'obiettivo, tra l'altro, di minimizzare drasticamente la produzione di rifiuti ad alta attivita' nei reattori nucleari di futura generazione, quali la Generation IV e Accelerator Driven System".

martedì 28 luglio 2009

Energia nucleare e sicurezza degli impianti: L'UNIONE EUROPEA fornisce nuovi strumenti di regolamentazione

Con la presenza di Stati che già utilizzano regolarmente gli impianti nucleari per la produzione di energia e con l'aumento degli Stati che intendono avviare nei prossimi anni programmi di riavvio o costruzione di nuove centrali, l'Europa è chiamata ad assumere un ruolo di decisiva importanza, finalizzato, tra l'altro, ad assicurare elevati standard tecnici e un alto livello di sicurezza.

In questo quadro programmatico si inserisce la Direttiva 2009/71/Euratom del Consiglio del 25 giugno 2009 (GUUE L172 del 02/07/2009), che istituisce un quadro comunitario per la sicurezza nucleare degli impianti nucleari.
Il provvedimento trae spunto da una considerazione di fondo, contenuta nel nono considerando, secondo cui "Ogni Stato membro può stabilire il proprio mix energetico in base alle politiche nazionali in materia".

Considerata dunque tale possibilità, diventa necessario predisporre strumenti finalizzati a migliorare la sicurezza dei territori interessati, non solo con riferimento alla fase di utilizzo del combustibile, ma anche alla fase di stoccaggio e smaltimento: "Benché la presente direttiva riguardi principalmente la sicurezza nucleare degli impianti nucleari, è importante altresì garantire la gestione sicura del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi, anche nelle strutture per lo stoccaggio e lo smaltimento" (Cfr., considerando n. 12).

Tali ragioni, insieme a specifiche ed imprescindibili esigenza di coordinamento tra gli Stati aderenti, hanno dunque portato all'emanazione della segnalata direttiva che, sotto il profilo giuridico, istituisce un "quadro legislativo, normativo e organizzativo nazionale («quadro nazionale») per la sicurezza nucleare degli impianti nucleari che attribuisce le responsabilità e prevede il coordinamento tra gli organismi statali competenti" (art. 4).

A vigilare sul sistema di controllo è preposta un'Autorità, rispetto alla quale la direttiva si preoccupa di garantirne autonomia e indipendenza. Infatti, ai sensi dell'art. 5 "Gli Stati membri istituiscono e forniscono i mezzi a un'autorità di regolamentazione competente in materia di sicurezza nucleare degli impianti nucleari. Gli Stati membri garantiscono che l'autorità di regolamentazione competente sia funzionalmente separata da ogni altro organismo organizzazione coinvolto nella promozione o nell'utilizzazione dell'energia nucleare, compresa la produzione di energia elettrica, al fine di assicurare l'effettiva indipendenza da ogni influenza indebita sul suo processo decisionale regolatorio."

Disposizioni rilevanti sono dettate anche dall'art. 8, in tema di informazione al pubblico, attraverso cui viene assicurato che le informazioni riguardanti la regolamentazione della sicurezza nucleare siano rese accessibili ai lavoratori e al pubblico.
La direttiva prevede termine fino al 22 luglio 2011 per il recepimento delle disposizioni della direttiva.

Il testo integrale della legge è disponibile, per gli abbonati, nella banca dati Codice di Ambiente e Sicurezza
FONTE:.ilsole24ore

giovedì 19 marzo 2009

NUCLEARE IN ITALIA ?

Parliamo di uno studio del CNR datato 20 marzo 2008, eseguito da Francesco Meneguzzo, ricercatore del CNR, al quale hanno collaborato un team di esperti, gli stessi che decidono le politiche energetiche ed ambientali nazionali. Lo studio traccia una mappa del territorio in base a fattori quali la densità di popolazione, il rischio franoso e alluvionale e quello sismico. In base a questa mappa sono state identificate le location adatte ad ospitare una centrale nucleare.
A parte la Sardegna, che risulta essere il territorio ideale, tra le localizzazioni utili c'è San Benedetto del Tronto, nelle Marche. Ma siccome San Benedetto sorge in un'area densamente popolata, dove la cementificazione è selvaggia, l'unica possibilità è quella di costruire una centra
le nella riserva naturale regionale della Sentina. Parliamo di un'area a sud di San Benedetto del Tronto, che inizia a soli tre metri dalla fine delle case, larga trenta ettari che ospita molte specie vegetali che stanno sparendo dal litorale adriatico. Nella Sentina si può trovare perfino una varietà di liquirizia autoctona che qualcuno suggerisce di esportare.

In tutto il mondo ci si rivolge alle energie rinnovabili come unica fonte alternativa per la produzione di energia elettrica. Pensate alle dichiarazioni programmatiche di Mr. Obama, o alle fattorie solari spagnole, che entro un paio d'anni - 2010 - raggiungeranno i 20 GigaWatt di installazione coprendo oltre il 15% del fabbisogno energetico. Il costo di generazione elettronucleare è comparabile con quello degli impianti alimentati a gas naturale, ad alcuni tipi di biomasse e alle fattorie eoliche. Ma soprattutto, è superiore a quello vantato dalle centrali idroelettriche. Un chilowatt prodotto dall'uranio costa di più rispetto a un chilowatt generato da una cascata. C'è di più: se un terrorista fa scoppiare una diga, i danni sono contenuti entro la vallata sottostante. Se un'aereo tira giù una centrale nucleare, dite addio a tutto, ovunque voi siate. Questo implica l'esigenza di proteggere adeguatamente gli impianti nucleari da qualsiasi tipo di attacco, via mare, via terra o via aria. I maggiori costi derivanti da questa necessità rendono già oggi la tecnologia nucleare di terza generazione antieconomica rispetto alla sua capacità di generare corrente elettrica se paragonata alle tecnologie concorrenti.

Non è finita. Le 438 centrali nucleari attualmente a regime consumano 65.000 tonnellate di uranio all'anno. La produzione mondiale è di 40.000 tonnellate. Da dove arrivano le 25.000 tonnellate mancanti? In parte dallo stoccaggio avvenuto in precedenza, in parte dallo smantellamento delle testate nucleari dell'ex unione sovietica. Ma quanto pensate che possa durare?
Tra quindici o vent'anni, quando le nostre ipotetiche quattro centrali dovessero entrare in funzione, il prezzo dell'uranio potrebbe essere lievitato a tal punto da rendere la produzione elettro-nucleare troppo costosa e di conseguenza inutilizzabile. Il tutto senza risolvere il problema della dipendenza dai combustibili fossili: Nè avremmo eliminato la spada di Damocle che oggi ci lega mani e piedi ai fornitori da cui dipendiamo energeticamente, come la Russia. la Francia, la nostra vicina di casa simbolo del nucleare, consuma più petrolio dell'Italia, e consuma anche ingenti quantità di gas naturale.L'uranio non è una risorsa di cui l'Italia dispone: la deve importare. Da chi? Dal Canada, dall'Australia e... dalla Russia.

Altro giro, altro regalo.


Fin'ora abbiamo scherzato. Ora parliamo di cose serie. Attualmente nessuno nel mondo, e dico nessuno, sa ancora dove collocare le scorie radioattive. Stiamo ancora sbattendo come mosche impazzite dentro un bicchiere perchè non sappiamo a chi rifilare 20.000 tonnellate di caramelle radioattive frutto delle nostre centrali dismesse. Lo stato dello Utah, cui abbiamo chiesto di fare indigestione al posto nostro, ci ha appena chiuso la porta in faccia. Obama stesso non sa che farsene dello scorie accumulate da 35 stati americani. In una pozza d'acqua che dista neppure un campo da calcio dal lago Michigan, ci sono oltre mille tonnellate di bidoni della morte che aspettano un biglietto qualsiasi per una vacanza di qualche migliaio di anni. Ma c'è crisi, si sa. Partire costa. Del resto, non è facile trovare un posto garantito per diecimila anni, soddisfatti o rimborsati. Voi vi ricordate cosa facevate diecimila anni fa?

Tutto questo è chiaro a tutti. La famosa boutade propagandistica dell'accordo italo francese sul nucleare è un semplice memorandum of understanding, qualcosa di simile a una stretta di mani dove le parti esprimono interessi comuni e un'intenzione di collaborare senza alcun vincolo contrattuale. Tanto più che in Italia sembra davvero impossibile superare il fenomeno del cosiddetto Not in My Backyard - non nel mio giardino. In Sardegna il Presidente Ugo Cappellacci, che non è esattamente un avversario politico dell'esperto di campagne elettorali fraudolente, ha dichiarato che sarà necessario passare sul suo cadavere prima di costruire una centrale nucleare sulla sua isola. Essendo già un fantasma politico di suo, non mi sento più tranquillo. Inoltre si fanno i conti senza l'oste. L'oste è il referendum dove gli italiani hanno sancito la volontà di non ospitare centrali nucleari nel loro paese. Fare un accordo in tal senso senza prima superare il referendum con una legge, o indirne un secondo, è come progettare un omicidio senza prima rendere legale assassinare qualcuno. Con queste premesse, sembra più probabile che l'accordo sia funzionale all'ENI e ai suoi contratti all'estero, che implicano conoscenze nucleare di cui non dispone.
FONTE: byoblu.com

martedì 24 febbraio 2009

NUCLEARE: INTESA BERLUSCONI SARKOZY ....... a nome di chi???


Roma, 24 feb.2009Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il presidente della Repubblica francese, Nicolas Sarkozy, al termine dei colloqui bilaterali Italia-Francia svolti a Villa Madama, hanno firmato l'accordo di cooperazione nel campo dell'energia nucleare con il coinvolgimento di Enel e Edf. L'intesa prevede tra l'altro la collaborazione tra le due aziende (aperta alla partecipazione di altri operatori) per la realizzazione di quattro centrali nucleari in Italia a partire dal 2020.
Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente:''Un accordo pericoloso e miope. Perche' tutti gli studi internazionali mostrano che il nucleare e' la fonte energetica piu' costosa e perche' rimane aperta la questione delle scorie e della sicurezza''. Cosi' Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente, valuta il protocollo intergovernativo firmato oggi a Roma da Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy e i due memorandum siglati da Enel e Edf che coprono tutta la filiera del nucleare e prevedono la costruzione di 4 centrali nucleari di terza generazione in Italia, la prima operativa dal 2020. ''Il governo procede come un caterpillar per spianare la strada ai suoi progetti, nonostante il disegno di legge del ministro dello Sviluppo economico sia ancora in fase di discussione e vengano continuamente prorogati i tempi per definire i criteri di localizzazione degli impianti - dice Cogliati Dezza -. Ma lo 'scenario nucleare' e' una prospettiva che l'Italia, in piena crisi economica, non puo' verosimilmente permettersi''. ''Tanto per fare un esempio - prosegue il presidente di Legambiente -, i costi della centrale finlandese di Olkiluoto, l'unico reattore di terza generazione evoluta in costruzione nel mondo insieme a Flamanville in Francia, sono lievitati quasi del 50%: dai 3,2 miliardi di euro previsti ai 4,5 attuali. Autorizzato nel 2002, il cantiere e' partito nel 2005 e dovrebbe chiudersi nel 2012 con tre anni di ritardo rispetto alle previsioni, se questo termine non slittera' ancora in avanti''.

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mercoledì 10 dicembre 2008

Deinococcus radiodurans : il batterio CHE MANGIA RIFIUTI RADIOATTIVI

Quando hanno trovato una colonia di batteri in fondo a un barile, gli scienziati del Savannah river site sono rimasti increduli: i microrganismi erano riusciti a sopravvivere accanto a scorie radioattive. Il loro dna è in grado di ripararsi rapidamente: se diviso in più pezzi, si riassembla in poche ore. E allora i ricercatori hanno deciso di indagare a fondo, come rivela uno studio appena pubblicato sulla rivista online Plos. Il materiale genetico analizzato include sequenze di dna batterico e di plasmidi, organismi che vivono in simbiosi con i loro ospiti. Eppure nella doppia elica del Kineococcus Radiotolerans non sono presenti “parti” del codice genetico simili a quelle di un altro batterio ultraresistente, Deinococcus radiodurans: potrebbe, quindi, aver sviluppato meccanismi di sopravvivenza unici.

Perché può riprodursi in un ambiente dove altri organismi sarebbero invece destinati a morire? E ancora: sarebbe utile per bonificare la spazzatura organica dei siti nucleari, come una sorta di depuratore naturale? È l’interrogativo che ha spinto i ricercatori a tracciare una mappatura ad alta risoluzione del batterio. Dai risultati dello studio sembra che il Kineococcus radiotolerans nel tempo sia riuscito ad acquisire e conservare caratteristiche utili per affrontare lunghi periodi di disseccamento, una situazione simile agli effetti delle radiazioni ionizzanti delle scorie (gli ultimi reattori nucleari “naturali” si sarebbero spenti due miliardi di anni fa in Africa, nell’attuale Gabon). E, soprattutto, gli scienziati sostengono che la sua potenzialità di bonifica è legata in particolare a un’elevata efficienza nella “digestione” di sostanze chimiche associate con rifiuti radioattivi utilizzando ossalati e formiati. Tanto che potrebbe facilitare il recupero di luoghi a rischio. Ma ulteriori indagini saranno necessarie.

giovedì 18 settembre 2008

uranio decafeinato, riciclaggio delle scorie radioattiva

Negli Stati Uniti si appresta a diventare operativo un sistema di riciclaggio delle scorie ispirato a un procedimento impiegato per ottenere il caffè decaffeinato, e finalizzato in questo caso a recuperare uranio arricchito dalle ceneri dei rifiuti radioattivi, per renderlo nuovamente utilizzabile come combustibile nei reattori delle centrali nucleari, contribuendo nello stesso tempo alla tutela dell’ambiente. Necessità che, insieme alle implicazioni economiche dell’opzione nucleare, fa da sfondo anche oltreoceano al dibattito su questa fonte energetica. Messo a punto nel corso di vent’anni da Chien Wai, professore di chimica dell’Università dell’Idaho, il procedimento si serve di un fluido supercritico, nella fattispecie l’anidride carbonica, per dissolvere metalli tossici. La sostanza impiegata a tale scopo viene infatti portata a temperatura e pressione alle quali presenta proprietà tanto di gas quanto di liquido: quando la pressione viene poi riportata a valori normali, l’anidride carbonica diventa un gas ed evapora, lasciando dietro di sé solo il metallo estratto, grazie al fatto che nello stato supercritico la sostanza può muoversi come un gas all’interno delle ceneri, e dissolvere i composti agendo come liquido. Si tratta per l’appunto di una tecnologia impiegata per decenni per rimuovere la caffeina dal caffè senza pregiudicarne l’aroma, dato che non richiede l’uso di solventi. Circa il 10 per cento del peso delle ceneri radioattive è rappresentato da uranio arricchito riutilizzabile, del valore di milioni di dollari, che attende dunque di essere recuperato. Secondo le previsioni, un impianto basato su questa tecnologia entrerà in funzione negli Stati Uniti nel 2009, e Wai è convinto che questo sistema sia solo all’inizio: egli sta infatti lavorando per renderlo ancora più ecocompatibile, trovando il modo di riciclare altri tipi di rifiuto radioattivo.


Se dal punto di vista scientifico si tratta di un processo già noto, la novità consiste piuttosto nell’uso di un fluido supercritico applicato alle ceneri dei rifiuti radioattivi. Esiste una regione, definita di supercriticità, nella quale i fluidi, in determinate condizioni di pressione e temperatura, sono gas che si comportano da liquidi, facendone propria la densità. L’anidride carbonica, in particolare, viene impiegata perché svolge questa funzione a pressioni modeste e facilmente raggiungibili.

I rifiuti radioattivi contaminati, se sono bruciabili, vengono inceneriti per ridurne il volume, ma le ceneri sono ancora un rifiuto, che si può ulteriormente ridurre estraendone l’uranio arricchito, un prodotto pregiato perché si usa nei reattori nucleari, e il cui smaltimento è sempre un problema dato che, essendo materia prima per un possibile uso non pacifico, deve avvenire in condizioni sorvegliate che generano dei costi. Evidentemente, perché l’operazione sia davvero conveniente, l’impianto che si pensa di realizzare negli Stati Uniti dovrà avere un costo minore del valore dell’uranio arricchito che si prevede di recuperare.

I ricercatori statunitensi pensano di poter andare oltre il recupero di uranio arricchito.
Questo sarà possibile perché non è l’anidride carbonica supercritica a dissolvere direttamente l’uranio, ma il legante, una molecola che circonda l’atomo di uranio permettendone l’estrazione. Cambiando opportunamente legante, si possono estrarre selettivamente altri elementi, tra i quali il plutonio, che si ricicla nei reattori ora disponibili.

sabato 1 marzo 2008

LO SMALTIMENTO DEI RIFIUTI

Lo smaltimento dei rifiuti radioattivi (o rifiuti nucleari) è un' attività che richiede ingenti finanziamenti economici e un alta abilità tecnica degli addetti ai lavori. I problemi più gravi dello smaltimento dei rifiuti radioattivi (o rifiuti nucleari) sono legati ai prodotti con vita media più lunga e più facilmente metabolizzabili, come137Cs (33 anni) e90Sr (25 anni). I metodi di trattamento sono essenzialmente di separazione e isolamento degli elementi più attivi, inglobando in masse vetrose o bituminose i prodotti concentrati e solidificati, raccogliendoli in contenitori di acciaio e calcestruzzo che vengono infine interrati in aree geologicamente stabili, specialmente in cupole saline ricoperte da un adeguato spessore di rocce impermeabili. La problematica della gestione e dello smaltimento dei rifiuti radioattivi ha richiamato negli ultimi anni una grande e crescente attenzione da parte delle Amministrazioni preposte alla protezione dalle radiazioni ionizzanti ed alla tutela dell'ambiente, portando a un aggiornamento degli aspetti normativi ed a talune importanti iniziative sul piano tecnico operativo.

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