venerdì 13 agosto 2010

INCIDENTI NUCLEARI : A 10 anni dalla tragedia Kursk Artico, polveriera nucleare


Il 12 agosto del 2000 l'esplosione nel sommergibile atomico in cui persero la vita 118 marinai russi. I reattori ancora abbandonati in un deposito all'aperto in attesa di stoccaggio. E il passaggio di Nord Est, rotta sempre più battuta dal traffico commerciale, è disseminato di relitti potenzialmente pericolosi.

Sono passati dieci anni da quando il sommergibile nucleare russo Kursk affondò durante una manovra militare 1a seguito di una esplosione. Alla prima esplosione ne seguirono altre, percepite sia da navi militari russe coinvolte nella stessa operazione che da un sommergibile statunitense, nei paraggi per "spiare" l'esercitazione. Persero la vita tutti i 118 marinai a bordo, abbandonati nel relitto a 110 metri di profondità nel Mare di Barents, non lontano dalle coste norvegesi. Un anno dopo una compagnia olandese recuperò il relitto e lo trasportò in una officina militare nel porto di Murmansk, nella penisola di Kola, per essere smantellato. I due reattori nucleari del sommergibile (miracolosamente intatti dopo le esplosioni) furono sistemati in un deposito all'aperto, dove giacciono ancora insieme ad altri 40 reattori nucleari abbandonati da decenni in attesa di una sistemazione sicura. Che per ora non esiste, e che solleva timori sul futuro di queste ed altre scorie "temporaneamente" posteggiate lungo le coste siberiane e nei mari artici.

Spazzatura nucleare. Il passaggio di Nord Est, che unisce la Scandinavia ai porti asiatici orientali, nasconde però altre sorprese. Il 21 luglio le autorità russe hanno dato il via a una ispezione delle coste siberiane in cerca di scorie radioattive, relitti di navigli nucleari e altri "oggetti potenzialmente pericolosi" disseminati lungo la rotta. Una nave specializzata sta scandagliando i fondali da Arkhangelsk fino alla regione Chukotka (nei pressi dello stretto di Bering). Solo nei pressi dell'isola di Novaya Zemla "sono sepolti molti oggetti contenenti materiali radioattivi, incluso il reattore della prima rompighiaccio nucleare della storia, la Lenin", spiega Maksim Vladimirov, del Ministero della Difesa, in una intervista alla agenzia stampa RIA Novosti. Intanto altri sette reattori di altrettanti sommergibili dismessi sono stati inviati nella baia di Saida, non lontano da Murmansk. Si affiancheranno ai già 40 container stoccati in un deposito di cemento (costruito grazie a un finanziamento tedesco di 150 milioni di euro). Sono però ancora 50 quelli in attesa di essere sigillati e spediti nel deposito, mentre fonti norvegesi affermano che decine di reattori giacciono ancora su boe galleggianti ormeggiate nella baia: un rischio altissimo per l'ambiente marino.

Ma la Russia sembra non avere sotto pieno controllo il destino delle proprie scorie radioattive. In maggio un blogger russo ha diffuso la notizia dell'affondamento di una nave che aveva per anni trasportato residui nucleari lungo le coste siberiane. La Severka era ridotta a un rottame quando è colata a picco nel porto di Aleksandrovsk. Il blogger commentava: "Ora mi chiedo cosa ci aspetta in futuro". La notizia è stata tenuta nascosta alle autorità norvegesi, nonostante tra i due Paesi esista un reciproco accordo che prevede la notifica di incidenti che coinvolgano diffusione in zone di confine di materiali radioattivi.

I piani nucleari russi comunque procedono. A giugno è stata varata la prima centrale nucleare galleggiante. Un colossale impianto che sarà operativo nelle acque territoriali artiche entro la fine del 2012.

Un mare sempre più sfruttato. Oltre al traffico marittimo a rischio, nell'Artico sembra destinato ad aumentare però anche lo sfruttamento dei fondali, soprattutto per la esplorazione di giacimenti di gas e petrolio. Le compagnie petrolifere hanno già speso 5 miliardi di euro da quando i fondali nel mare di Barents sono stati aperti alla esplorazioni. Secondo il quotidiano norvegese Dagens Næringsliv sono state già compiute 83 trivellazioni. Malgrado fino ad oggi quel settore non abbia dato i frutti sperati, le compagnie (tra cui Statoil, Gaz de France e l'italiana Eni) intendono intensificare le prospezioni. Statoil ed Eni in particolare hanno deciso di cominciare nuove esplorazioni in un settore marino a 80 chilometri dalla costa norvegese. Decisione che ha innescato la rivolta degli ambientalisti della Ong Friends of the Earth, che temono una seconda Deepwater Horizon. Secondo il leader norvegese della Ong Lars Haltbrekken, le compagnie non hanno imparato nulla dal disastro della BP: "Tutte le valutazioni di impatto ambientale di Eni sono datate e non includono l'esperienza del Golfo del Messico".

La banchisa polare si riduce a causa del cambiamento climatico, e il Passaggio di Nordest è sempre più trafficato da petroliere e altre imbarcazioni commerciali. Proprio questo luglio una nave norvegese da trasporto carica di minerali di ferro è salpata da Kirkenes in Norvegia con l'intento di percorrere la rotta circumpolare. È la prima volta che le autorità russe permettono a una nave commerciale straniera di compiere questa rotta. Un esperimento per valutare il possibile incremento del traffico internazionale lungo il passaggio. Malgrado i timori per l'ambiente artico rimangano, le autorità russe hanno promesso ingenti investimenti per migliorare la sicurezza delle acque artiche.
FONTE: repubblica.it

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