lunedì 7 giugno 2010

ecomafie : il traffico di rifiuti vale dieci volte i profitti della Fiat. L'ecomafia fattura 20 miliardi


Sporcare il mare e i fiumi, torturare gli animali, gettare rifiuti tossici nei campi, interrare il resto in luoghi abusivi, costruire dove non è permesso e con cemento depotenziato, devastare il territorio - insomma, commettere illeciti in materia ambientale - è uno dei più recenti e remunerativi business della mafia, della camorra, della 'ndrangheta e della criminalità organizzata in generale. Basti pensare che il profitto di quelle che Legambiente chiama «ecomafie» è dieci volte quello della Fiat e venti volte quello della Benetton.

Per la precisione - dice il Rapporto Ecomafie 2010 presentato ieri a Roma - 20,5 miliardi: una somma che fa spavento e che cresce di anno in anno, perché il business è business e quindi conosce connivenze e complicità, ma che può prosperare - come hanno ricordato sia Sebastiano Venneri di Legambiente sia il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso - anche perché a fronte di reati terribili e che danneggiano fortemente la comunità, le leggi prevedono ancora sanzioni relativamente modeste. Il reato - in definitiva - rende certamente molto, e la pena - se mai verrà comminata - sarà comunque mite, e così il gioco vale la candela.

Per questo «è necessario - come ha scritto Napolitano nel messaggio inviato a Legambiente - un’azione di contrasto che dev’essere sempre più incisiva, attraverso il ricorso a nuove tecnologie di rivelazione e l’adeguamento del quadro normativo al rapido evolversi di un fenomeno criminale in forme sempre più sofisticate e aggressive». Il lavoro delle forze dell’ordine è incessante e sempre più efficace, tant’è che aumentano gli arresti e i reati accertati ma aumentano ancor di più gli illeciti, 28 mila contro 25 mila, il che vuol dire 78 reati al giorno, uno ogni venti minuti. Si delinque, dunque, sempre di più e questo avverrà finché «non saranno introdotti finalmente nel codice penale - dice Vanneri - i delitti contro l’ambiente, consentendo l’uso anche delle intercettazioni telefoniche nelle indagini».

Se uno pensa «ecomafie» pensa al Sud, e a ragione, perché è in queste regioni che si concentra il malaffare, a cominciare dalla Campania, che resta prima della «black list», seguita dalla Calabria, dalla Puglia e dalla Sicilia. Ma se è vero che non ci sono paradisi immuni neppure al Nord, è ancor più vero che in certe regioni il fenomeno è montante. Il Lazio, per esempio, che era al quinto posto nel 2008, è salito al secondo, subito dopo la Campania, perché la provincia di Latina è ormai persa al regno della legalità. E la Liguria è la Campania del Nord. Ma se osserviamo i soli reati legati al ciclo dei rifiuti, allora fa una figuraccia anche l’altrimenti virtuosa Toscana (con 327 reati) e il Piemonte appare come prima regione del Nord per reati del genere.

Gli oltre 20 miliardi di profitto degli ecomafiosi, peraltro, potrebbero essere molti di più, perché nel Rapporto di quest’anno manca il dato dell’Ispra (l’Istituto per la protezione dell’ambiente, che ha avuto problemi al suo interno) sui rifiuti tossici. Tuttavia si sa che 2 miliardi arrivano dall’abusivismo edilizio, 3 dal racket degli animali, 7 dalla gestione dei rifiuti urbani, il grande business in cui legalità e crimine si sfiorano. Questa rete di traffici, affari e profitti - spiega Grasso - si è sviluppata in maniera sempre più trasnazionale, e per contrastarla dev’essere approntato «un sistema repressivo-premiante» con un adeguamento delle leggi al quale «tutte le istituzioni devono dare sostegno». L’idea è quella di una normativa che punisca severamente chi inquina, ma sia indulgente con chi è disposto a rifondere il danno.

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