giovedì 19 agosto 2010

DISASTRO AMBIENTALE: Golfo del Messico, l'80% del petrolio è ancora nei fondali del Golfo

L'insospettabile Wall Street Journal anticipa i risultati di un'indagine svolta dai ricercatori dell'università della Georgia (Uga) secondo la quale dal 70 al 79% del petrolio sversato in seguito all'esplosione e all'affondamento della piattaforma offshore Deeepwater Horizon sarebbe ancora nel Golfo del Messico. Si tratta di una clamorosa smentita dei dati forniti dalla Bp e fatti propri dall'Amministrazione Obama. Secondo i ricercatori dell'Uga la British Petroleum e le agenzie governative Usa si sono limitate a quantificare il petrolio raccolto o evaporato in superficie.

Secondo il capo dei ricercatori, Charles Hopkinson, «Sotto la superficie del mare c'è una quantità di greggio difficile da quantificare, però secondo calcoli basati su un modello matematico corrisponde al 70 - 79% del petrolio fuoriuscito dalla piattaforma.

La Bp e il National incident command Usa hanno ammesso che lo sversamento di greggio nel Golfo è stato di 4,9 milioni di barili di petrolio, quindi nei fondali sarebbero rimasti almeno 3 milioni di barili sparsi nelle profondità. I dati ufficiali assicuravano invece che la metà dello sversamento era stata bruciata, skimmed, oppure recuperata direttamente, mentre un altro 25% era evaporato o disciolto.

Il Wall Street Journal evidenzia che «Sia la valutazione dell'Uga che i calcoli federali che contraddice sono stime basate su informazioni incomplete. I ricercatori federali hanno avvertito che i risultati dovrebbero essere "raffinati" meglio prima di renderli disponibili come informazioni».

L'imbarazzo è comunque pesante, visto che il team Uga è stato da subito in prima linea ad indagare sulle fuoriuscite sottomarine di petrolio e che proprio per questo, dopo aver analizzato da vicino i calcoli del governo, è giunto ad una conclusione più pessimista: «Probabilmente il 79% del petrolio e dei suoi sottoprodotti tossici sono ancora nel fondale del Golfo e che molto probabilmente ci potrebbero volere anni prima che queste sostanze petrolchimiche scompaiono».

Hopkinson spiega al Wsj che «Un equivoco importante è quello che il petrolio che si è dissolto nell'acqua se ne sarebbe andato e, pertanto, è innocuo. Il petrolio è ancora là fuori, ed è probabile che occorreranno anni perché si degradi completamente. Siamo ancora molto lontani dal comprendere realmente quale sarà il suo impatto ecologico». Il team dell'Uga ha detto che è impossibile che tutto il petrolio disciolto sia svanito, perché solo il greggio arrivato sulla superficie del mare può evaporare nell'atmosfera, mentre gran parte delle fuoriuscite di petrolio è rimasta intrappolate nelle acque profonde.

Per ora i ricercatori federali coinvolti nella stesura del rapporto ufficiale e la preferiscono non commentare e lo stesso fanno i funzionari delle sedi della National oceanic and atmospheric administration di Washington e New Orleans, ma fonti della Bp evidenziano che lo studio Uga non è ancora stato pubblicato, né è stato vagliato da ricercatori indipendenti.

Comunque sminuire il valore scientifico e la serietà dei ricercatori dell'università della Georgia è abbastanza difficile, proprio una di loro, il genetista Mike Arnold, solo qualche giorno fa è stato insignito del prestigioso National Science Foundation Rapid Response Grant (175.000 dollari) per la sua valutazione degli effetti del greggio e dei disperdente sulle popolazioni vegetali della costa del Golfo del Messico. Il premio verrà speso tutto per studiare gli effetti della marea nera sugli iris all'interno e nei dintorni di bayous e paludi, compresi gli impatti dei disperdenti utilizzati sulla marea nera. Gli iris sono stati scelti per la loro elevata ibridazione.

«Sappiamo già che molte di queste specie di iris sono in grado di sopportare sollecitazioni estreme, comprese siccità, uragani e acque altamente saline - spiega Arnold - Come e se possano sopportare altrettanto bene la incursioni di petrolio greggio è un'altra questione. Vedremo le caratteristiche genomiche degli iris che sopravvivono. Se ci sono certi ibridi che possono resistere a questo assalto del petrolio. Quelli hanno la maggiore diversità genetica sono la chiave per una futura possibile reintroduzione».
FONTE: greenreport.it

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