giovedì 29 aprile 2010

bomba sporca : Ogni anno 19 casi di furto di materiale radioattivo.


C’è chi la mattina si sveglia e va a lavorare in un’officina, chi in un negozio, chi in una banca. C’è chi si alza e va a lavorare su come evitare che una bomba atomica artigianale (chiamiamola così per semplificare) e una bomba «sporca» (costruita con materiali diversi da quelli nucleari) diventino pericoli meno remoti di quanto oggi ci sembrano. Anche in Italia c’è chi se ne occupa. «Il terrorismo nucleare è una delle principali minacce alla sicurezza internazionale », ha dichiarato il 13 aprile Barack Obama nel vertice sulla nuclear security per il quale aveva chiamato a Washington altri 45 tra capi di Stato e di governo. A Praga, l’8 aprile, parlando del possibile aumento dei Paesi dotati di testate atomiche, a fianco del collega russo Dmitry Medvedev il presidente degli Stati Uniti aveva riassunto così la sua «preoccupazione più profonda»: che a entrare in possesso di armi nucleari siano «soggetti non statali».

Scenari da film? Rischi veri e vicini? «Esiste un traffico di materiali ad alta pericolosità e sappiamo che in alcuni casi è nelle mani di professionisti », dice Francesco Marelli, vicecapo del «Laboratorio antiterrorismo per la gestione della sicurezza» dell’Unicri, l’Istituto interregionale delle Nazioni Unite per la ricerca sul crimine e la giustizia. Nell’incontro di Washington, Silvio Berlusconi si è ripromesso di far aprire a Trieste una scuola per addestrare alla sicurezza nucleare tecnici e funzionari di Paesi emergenti. L’Unicri invece ha la sua sede centrale a Torino, si serve di un centinaio di persone. Il laboratorio di Marelli ne impiega tra dipendenti e consulenti una cinquantina, ha sedi distaccate a Lucca e Lisbona. Con fondi dell’Unione Europea contribuisce a formare addetti ai lavori che prevengano l’uso terroristico dei materiali indicati con la sigla Cbrn, chimici, biologici, radioattivi e nucleari. Organizza corsi per investigatori delle forze di polizia, doganieri, tecnici di industrie. Suggerisce a numerosi Stati quali metodi e procedure prendere a esempio in altri Paesi per aumentare i livelli di sicurezza di trasporti, depositi, impianti. Pianifica la sicurezza di grandi eventi, come le Olimpiadi a Pechino.

Per avere un’idea del problema va tenuta presente una distinzione. Per costruire bombe atomiche è necessario uranio (arricchito al 90%, ma esperti sostengono che basta il 70% per ottenere bombe artigianali, improvised nuclear device) o plutonio isotopo 239. Per le bombe «sporche» (Rdd, radiological dispersive device, dispositivo per disperdere radioattività) sono sufficienti esplosivo tradizionale e altro materiale radioattivo. Come il cesio 137, il cobalto 60, lo stronzio 90, roba in circolazione per usi civili. Per esempio, in alcuni ospedali e pozzi petroliferi. Una bomba nucleare richiede strutture, competenze e manutenzioni costose. Dal punto di vista dell’analisi politica, l’allarme di Obama sull’atomica in mano a terroristi, adatto a far presa sulla gente e condiviso da Medvedev, aiuta Usa e Russia nel disporre delle chiavi di accesso alle tecnologie nucleari civili in via di diffusione nel mondo. Non è per ingenuo altruismo che lo Stato di Medvedev e Vladimir Putin si offre di arricchire uranio in casa propria per Paesi intenzionati ad aprire centrali nucleari, incluso l’Iran purché ne faccia un uso civile. L’offerta ricorda l’azione degli Usa volta a favorire il ricorso ai propri «organismi geneticamente modificati» da parte delle agricolture straniere. Attacchi come quelli evocati dall’allarme di Washington, comunque, avrebbero effetti devastanti.

Difendersi per tempo è un dovere. Obama scrisse nel 2007 su Foreign Affairs che nel territorio dell’ex Unione Sovietica esistono, e ne va garantita la sicurezza, «tra le 15 mila e le 16 mila testate nucleari e grandi riserve di uranio e plutonio, sufficienti per costruire altre 40 mila bombe». L’Unicri ha tra le sue fonti una banca dati dell’Agenzia atomica internazionale, l’Itdb, database del traffico illecito, che elabora informazioni fornite volontariamente da 107 Stati. Secondo l’Itdb, tra il 1993 e il 2008 si sono verificati 1.562 «incidenti», categoria che comprende furti, possessi illegali e traffici illeciti di materiali nucleari o di altre sostanze radioattive. Il 30% dei casi legati ad attività criminali o non autorizzate risale al periodo 1993-1995, poco dopo la fine dell’Urss. Più avanti, almeno fino al 2008, la media è stata di 19 «incidenti» l’anno. Nel 65% dei furti e delle «perdite» registrate, in tutto 421, il materiale nucleare o radioattivo non è stato recuperato. Gli «incidenti» relativi a plutonio e uranio arricchito risultano pochissimi: quelli riportati sono 15. «Riguardano per lo più grammi», fa notare Marelli. Per costruire una bomba atomica con uranio arricchito, ne servono almeno 15-20 chili. Con plutonio, dai tre ai cinque. «Ma molto del materiale non recuperato è impiegabile per bombe sporche. È assai più facile costruire una bomba sporca che un’atomica. Però dato che una nucleare avrebbe conseguenze tremendamente maggiori, l’attenzione si concentra su questa», aggiunge il dirigente dell’Unicri.

Il 29 marzo un memorandum d’intesa tra Usa e Italia è stato firmato dall’ambasciatore americano a Roma David Thorne e dal sottosegretario agli Esteri Enzo Scotti. Prevede che in alcuni nostri porti si utilizzeranno «scanner destinati alla individuazione di materiale nucleare». Marelli descrive così alcune delle questioni aperte: «Esistono scienziati che dispongono di informazioni potenzialmente utili per costruire armi di distruzione di massa. Occorrono procedure in grado di garantire che non finiranno in mano a terroristi. Il contrasto del rischio non è soltanto un affare di polizia. Richiede un approccio complessivo, una "cultura della sicurezza". Deve coinvolgere anche le industrie, per esempio». Per Al Qaeda, ma anche per fanatici meno ambiziosi come quelli che nel 1995 avvelenarono la metropolitana di Tokio, un attentato deve avere effetti catastrofici. I danni non si calcolano soltanto in morti. Anche in durata del blocco di un porto o di un aeroporto, nei costi delle bonifiche necessarie dopo un’esplosione «sporca». E il materiale radioattivo di un ospedale può rivelarsi pericoloso quanto un arsenale.

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