mercoledì 22 febbraio 2012

inquinamento chimico: Bombe chimiche dimenticate "Minacciano le città"

Si dice "bomba" in senso generalmente metaforico: per dire una notizia o un fatto clamoroso, destinato a scoppiare suscitando reazioni e polemiche. Ma qui diciamo "bombe", al plurale, in senso stretto: cioè ordigni esplosivi. Per maggior precisione, bombe chimiche. Sono quelle che, a più di mezzo secolo dalla fine della seconda Guerra mondiale, giacciono ancora in fondo ai nostri mari e ai nostri laghi o sul nostro territorio, minacciando l'ambiente e la salute dei cittadini.

Dal Golfo di Napoli al litorale pugliese nel basso Adriatico, dai fondali pesaresi al lago di Vico (Viterbo) fino all'area industriale di Colleferro, in provincia di Frosinone, l'inventario delle armi chimiche compilato da Legambiente disegna la mappa di un pericolo occulto che incombe sulla nostra sicurezza. Un'eredità invisibile dell'ultima guerra o piuttosto un'ipoteca nascosta che grava tuttora sulla sicurezza della popolazione. Oltre ai siti inquinati di cui si conosceva già l'esistenza, l'indagine dell'associazione ambientalista ne ha individuati altri sulla base di diversi documenti militari. Ma a tutt'oggi non risulta che siano state svolte indagini accurate per localizzarli esattamente e quantificarne il materiale pericoloso. Né tantomeno lavori di bonifica. Si sa però che il "campionario" di queste sostanze chimiche comprende liquidi irritanti come l'iprite o la lewisite; l'arsenico, tossico e cancerogeno; e ancora il fosgene, un gas asfissiante.

LA DISCARICA DEL BASSO ADRIATICO
Sono oltre 30 mila - secondo il dossier di Legambiente - gli ordigni inabissati nel sud dell'Adriatico, lungo la costa pugliese, di cui 10 mila solo nel porto di Molfetta e di fronte a Torre Gavetone, a nord di Bari. Agli arsenali chimici dispersi sui fondali durante la seconda guerra mondiale, si sono aggiunte le bombe inesplose sganciate dagli aerei della Nato durante il conflitto del Kosovo nel 1999. Fra il 1946 e il 2000, molti pescatori della zona hanno fatto ricorso a cure ospedaliere, dopo essere entrati in contatto con aggressivi chimici provenienti da residuati bellici. Le analisi dei sedimenti marini hanno rilevato gravi conseguenze anche nei pesci, causate da sostanze come l'iprite e concentrazioni di arsenico superiori ai valori di soglia. Mentre la bonifica procede a rilento, la Regione Puglia ha stanziato intanto 2 miliardi di euro per favorire il ripopolamento della fauna ittica.

L'ARSENALE CHIMICO DI PESARO
Nel settembre del '43, subito dopo l'armistizio, il quartier generale tedesco ordinò di conquistare tutti i depositi di gas sul territorio italiano, tra cui quello di Urbino, per evitare che cadessero in mani nemiche. Il materiale venne trasportato su camion fino a Pesaro e Fano, per essere caricato su un treno. Ma, in seguito all'avanzata anglo-americana, i tre vagoni con 84 tonnellate di testate all'arsenico rientrarono a Pesaro, vennero svuotati da squadre speciali e buttati in acqua. Così 4.300 grandi bombe C500T furono caricate su barconi e nell'agosto del '44 ben 1.316 tonnellate di iprite finirono in mare dove ancora oggi continuano a essere potenzialmente molto pericolose.

LE BOMBE NEL GOLFO DI NAPOLI
Alcuni documenti militari americani, denominati "rapporti Brankowitz", parlano del Golfo di Napoli e del mare intorno all'isola di Ischia come siti per lo smaltimento di arsenali chimici. Durante la presidenza Clinton, per un dovere di trasparenza, si decise di rendere pubblici gli atti. Ma, dopo l'attentato alle Torri Gemelle, George W. Bush impose di nuovo il segreto. Una "Bozza" di 139 pagine, redatta il 27 aprile 1987 da William R. Brankowitz, contiene un "sommario storico sul movimento delle armi chimiche". A pagina 5 si legge che nell'aprile del '46 una quantità non specificata di bombe al fosgene è partita da "Auera" (probabilmente si tratta di Aversa, base militare americana) con destinazione il mare aperto: presumibilmente, venne effondata al largo della costa campana.

A NORD E A SUD DI ROMA
La "Città della Chimica", una gigantesca base di oltre 20 ettari, fu voluta da Mussolini e realizzata sulle rive del lago di Vico (Viterbo). Conclusa nel 2000 la bonifica del sito, le autorità militari dichiararono che non esistevano ulteriori rischi di contaminazione. Ma nel novembre 2009 l'Arpa (Agenzia regionale protezione ambientale) del Lazio rilevò in un'alga tossica la presenza di diverse sostanze chimiche inquinanti. Finalmente, nel marzo 2010, le autorità militari hanno riconosciuto la necessità di ulteriori interventi di bonifica all'interno del centro chimico. A Colleferro, provincia di Frosinone, dopo la prima guerra mondiale il calo della produzione di esplosivi impose la ristrutturazione della BPD, l'azienda fondata dall'ingegner Leopoldo Parodi Delfino e dal senatore Giovanni Bombrini. Negli anni '70 e '80, gli scarti della produzione furono interrati all'interno del sito industriale, con "ripercussioni devastanti" sull'intera Valle del Sacco. Ma, secondo Legambiente, la produzione bellico-chimica è proseguita fino ai giorni nostri, prima in direzione dell'Iraq e poi della Libia.
fonte:http://www.repubblica.it/ambiente/2012/02/20/news/allarme_bombe_chimiche-30176605/?rss


I siti presi in esame: Lago di Vico, Molfetta, Pesaro, Golfo di Napoli, Colleferro e basso Adriatico. Legambiente: “Un cimitero chimico letale per l’ecosistema e la salute delle persone”

Silenziosi e letali. Sono oltre 30mila gli ordigni inabissati nel sud del mare adriatico, di cui 10mila solo nel porto di Molfetta e di fronte a Torre Gavetone, a nord di Bari; 13mila i proiettili e 438 i barili contenenti pericolose sostanze tossiche inabissati invece nel meraviglioso golfo di Napoli; 4300 le bombe all’iprite e 84 tonnellate di testate all’arsenico nel mare antistante Pesaro. Ci sono poi i laboratori e i depositi di armi chimiche della Chemical City in provincia di Viterbo e l’industria bellica nella Valle del Sacco a Colleferro. Infine sono migliaia le bomblets, piccoli ordigni derivanti dall’apertura delle bombe a grappolo, sganciati dagli aerei Nato sui fondali marini del basso Adriatico durante la guerra in Kosovo. Questi arsenali, prodotti dall’industria bellica italiana dagli anni ‘20 fino alla seconda guerra mondiale e coperti per anni dal Segreto di Stato, continuano a rilasciare pericolose sostante tossiche che da più di ottant’anni causano gravi danni all’ecosistema della Penisola e alla salute delle popolazioni locali.

Legambiente, insieme al Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche, ha fatto il punto della situazione con il dossier “Armi chimiche: Un’eredità ancora pericolosa”, presentato questa mattina a Roma. Oltre al vice-presidente di Legambiente Stefano Ciafani e al presidente Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche (C.N.B.A.C.) Alessandro Lelli, sono intervenuti Enrico Fontana giornalista e direttore di Nuovo Paese Sera, i vice presidenti del C.N.B.A.C Fabrizio Giometti e Matteo D’Ingeo; Luigi Alcaro dell’Ispra; il presidente di Assobon (Associazione Italiana di Imprese di Bonifica da ordigni) Vincenzo Bellei e Giannantonio Massarotti esperto di bonifiche. Tra i partecipanti anche Giorgio Costa (PDL), Roberto Della Seta (PD), David Favia (IDV), Francesco Ferrante (PD), Oriano Giovanelli (PD), Roberto Rao (UDC), Ermete Realacci (PD), Elisabetta Zamparutti (Partito Radicale) e in rappresentanza del Ministero della Difesa, presenti anche gli ufficiali Magg. Gen. Giuseppe Capozzi, Vice Comandante Logistico e capo dipartimento tecnico, e Col. Antonello Massaro Direttore Centro Tecnico Logistico Interforze NBC Civitavecchia.

Nel corso del convegno è stata presentata una mappatura dei siti inquinati dagli ordigni della seconda guerra.

“Si tratta di cimiteri chimici che rilasciano sostanze killer dannosissime come arsenico, iprite, lewsite, fosgene e difosgene, acido cloro solfonico e cloropicerina - ha spiegato Stefano Ciafani, vicepresidente di Legambiente - Per richiedere la bonifica di questi siti e per denunciare queste situazioni, è nato il Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche, al quale ha aderito l’associazione. L’obiettivo – aggiunge - è di promuovere azioni per la difesa dell’ambiente e la protezione contro i rischi derivanti dall’esposizione a sostanze tossiche provenienti dalle armi chimiche e dalla mancata bonifica dei siti civili e militari a terra, nei laghi, nei fiumi e nel mare, in cui queste armi sono state fabbricate o abbandonate. Su questo ci aspettiamo un cambio di passo e un segnale di protagonismo e trasparenza da parte delle istituzioni, a partire dal Ministero della Difesa e dal Parlamento ”.


Il dossier di Legambiente e del Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche si apre con l’analisi dei siti più noti del Lazio e della Puglia: la Chemical City sul lago di Vico (Vt) e il porto di Molfetta e Torre Gavetone a nord di Bari. Nel viterbese il mistero che per decenni ha avvolto la Chemical City, il centro di ricerca e produzione di armi chimiche voluto da Mussolini e attivo fino agli anni ’70, è stato scoperto solo nel 1996 quando un ciclista è rimasto intossicato da una fuga del gas asfissiante mentre erano in corso le operazioni segrete di svuotamento delle cisterne dell’impianto avviate proprio in quell’anno. Solo in quel momento la popolazione, fino allora ignara, ha scoperto la dimensione del problema.

Nel 2000 le autorità militari hanno concluso le operazioni di bonifica dei serbatoi, ma le successive indagini condotte dall’Arpa sui sedimenti del lago hanno evidenziato in alcuni punti concentrazioni di arsenico superiori alla soglia di contaminazione. Per fronteggiare l’inquinamento ancora presente il Ministero della Difesa ha stanziato 150mila euro per i primi interventi di bonifica del sito che stanno partendo in queste settimane.


Invece nel mare pugliese sono stati i lavori di dragaggio del porto di Molfetta a far scoprire la presenza di alcuni ordigni bellici facendo così partire le operazioni di bonifica, che sono ancora in corso. Inoltre occorre accertare la presenza di ordigni nei fondali marini di fronte Torre Gavetone. C’è poi da aggiungere la situazione del basso adriatico dove, oltre agli arsenali chimici dispersi sui fondali durante la seconda guerra mondiale e negli anni successivi alla fine del conflitto, si sono aggiunti gli ordigni inesplosi sganciati nel 1999 dai caccia Nato durante il conflitto del Kosovo. Già nel 2001, in tutta la Puglia, Legambiente con la campagna “Via le bombe da un mare di pace” aveva chiesto la bonifica dei fondali per evitare che fossero i pescatori a fare, involontariamente, durante la loro attività la bonifica dell’area. Ma tutt’ora i lavori di risanamento tardano a partire. L’area è stata oggetto di studio dall’allora Icram, oggi Ispra. Le indagini dell’Istituto hanno accertato la presenza sui fondali di almeno ventimila ordigni con caricamento chimico e le analisi hanno rilevato gravi conseguenze nei pesci causate da sostanze come l’iprite e concentrazioni d’arsenico superiori ai valori soglia nei sedimenti marini analizzati. Dati che testimoniano la presenza del problema e l’urgenza di attività di bonifica, oggi limitate all’area portuale di Molfetta.

Nelle Marche e in Campania ci sono altri siti, individuati da diversi documenti militari, su cui fino ad ora non è stata fatta nessuna indagine accurata per certificarne la presenza, localizzare e quantificare il materiale presente, come l’area marina di Pesaro o del Golfo di Napoli. A Pesaro nel 2010 un gruppo di cittadini ha iniziato a chiedere notizie certe sugli ordigni all’iprite e all’arsenico abbandonati dai tedeschi in mare marchigiano nel 1944 durante la loro ritirata. Nel luglio scorso l’Arpa Marche ha dato il via alla prima campagna di monitoraggio sui sedimenti marini senza riscontrare valori al di sopra delle soglie stabilite. Legambiente e il Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche auspicano che venga nominata una attività permanente d’indagine che coinvolga vari soggetti tra cui Arpam e Università di Urbino, per compiere un monitoraggio costante nel tempo e quindi intraprendere le eventuali azioni di bonifica.

“Il Coordinamento – ha detto Alessandro Lelli, presidente Coordinamento Nazionale Bonifica Armi Chimiche (C.N.B.A.C.) - riunisce associazioni e comitati locali di alcune delle zone più interessate dall'inquinamento causato dalla presenza di armi chimiche. L’obiettivo è di rafforzare la richiesta di un attento monitoraggio e successiva bonifica dei siti, costituendo un interlocutore nazionale che rappresenti le singole realtà locali. Tra le proposte presentate nell'iniziativa di oggi c'è l'istituzione di una commissione straordinaria che vigili sulle azioni di monitoraggio e bonifica dei siti contaminati da armi chimiche e che fornisca informazioni chiare ed esaustive ai cittadini che vivono nei luoghi interessati dal problema. Solo in questo modo si può avviare il percorso virtuoso che metta fine alla pericolosa eredità delle armi chimiche in Italia”.

Per quanto riguarda il Golfo di Napoli, invece, la situazione è testimoniata al momento da documenti militari americani segreti, di cui sono noti alcuni stralci, che indicano l’area intorno a Ischia come sito di abbandono di bombe chimiche subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Una vera e propria discarica chimica e anche il mare circostante l’isola di Capri non sembra essere esonerato dal problema. Per questo è necessario che le istituzioni competenti si attivino per trovare i mezzi e le risorse economiche per compiere un attento monitoraggio dei fondali e dare il via alle eventuali azioni di risanamento.

Il dossier si conclude con l’analisi dell’industria bellica di Colleferro, in provincia di Roma. Quest’anno ricorre, tra l’altro, il centesimo anno dell’industrializzazione dell’area che dal 1912 ospita anche produzioni belliche dedicate in particolare alla fornitura di tecnologie atte a trasformare armi convenzionali in armi chimiche. Una produzione sempre attiva anche negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, come dimostrano alcuni documenti che riportano una correlazione tra la produzione dell’industria bellica di Colleferro e le tecnologie fornite all’Iraq di Saddam Hussein negli anni ‘80. Ancora oggi nell’area continuano le produzioni belliche; mentre per quanto riguarda l’inquinamento sono ancora poche le informazioni pubbliche a causa del segreto militare in una situazione di contaminazione molto complessa dovuta alle tantissime attività che si sono succedute negli anni in tutta la Valle del Sacco. Recentemente l’area è diventata Sito di interesse nazionale da bonificare.

Quello che emerge è dunque un quadro complesso, dove è in gioco la salute di tutti: dell’ecosistema e dell’ambiente. I conflitti bellici hanno lasciato una pesante eredità che deve essere affrontata seriamente attraverso l’impegno di tutti senza nascondere o coprire più nulla.


L’ufficio stampa Legambiente

1 commento:

max ha detto...

E' veramente scandaloso... Un danno incredibile all'ambiente ed ai delicati eco-sistemi del territorio, senza contare il totale "insabbiamento" della verità. E così nel silenzio, casomai, si portavano i nostri figli a fare il bagno ad "Ischia" (una a caso), in acque contaminate dalle armi chimiche.

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