sabato 19 luglio 2008

Fuoriuscite di acque contaminate 18-07-2008

PARIGI- Fuoriuscite di acque contaminate da elementi radioattivi,
"senza impatto sull'ambiente", sono state registrate in un impianto
della Areva a Romans-sur-Isere, nel dipartimento della Drome, nel
sud-est della Francia. Lo ha reso noto stamane l'Autorithy francese per
la sicurezza nucleare.


Il
nuovo incidente, mentre non si placano le polemiche intorno alla
centrale nucleare di Tricastin, la seconda più grande di Francia dopo
quella di Le Hague, teatro 10 giorni fa di un riversamento accidentale
di acque usate contenenti uranio nei fiumi vicini, affluenti del
Rodano. Sull'impianto e sulle società che lo gestiscono, Socatri e
Areva Nc (entrambe filiali del colosso energetico Areva), da giorni
piovono critiche da associazioni ambientaliste e autorità di vigilanza.
Innanzitutto per la gestione approssimativa dell'incidente, una piccola
perdita che a causa di "una catena di disfunzioni ed errori umani",
come la definisce l'Autorità di sicurezza nucleare (Asn), si è
trasformata in una contaminazioni ambientale. Tutto è cominciato,
secondo la ricostruzione degli ispettori Asn ripresa dal sito
d'informazione Mediapart.fr, alle 19 del 7 luglio, quando un allarme ha
segnalato un livello di liquido troppo alto in una cisterna di raccolta
delle acque usate per la pulitura degli impianti. Secondo gli
indicatori, però, tutte le paratie di accesso alla cisterna erano
chiuse, quindi i tecnici hanno concluso che l'allarme fosse difettoso e
se ne sono disinteressati, senza notare che una paratia difettosa
lasciava in realtà filtrare parte dell'acqua. La cisterna ha così
continuato a riempirsi fino alle 23, quando una ronda notturna ha
notato che traboccava, versando acqua in un bacino di raccolta
sottostante.


Niente di grave, se non fosse che il bacino era a
sua volta fallato, e il liquido filtrava in un cantiere vicino e da lì
nel terreno. Solo alle 4 di mattina, oltre 8 ore dopo il primo allarme,
i responsabili hanno realizzato che l'acqua, contenente 12 grammi di
uranio per litro, si era riversata nei fiumi circostanti. E solo
un'altra ora e mezza dopo l'hanno comunicato alle autorità. Un
comportamento che ha spinto l'Asn a chiedere a Socatri, società
responsabile dell'impianto, di interromperne subito le attività, e a
inviare un verbale d'infrazione alla procura di Carpentras per
l'eventuale apertura di un'indagine giudiziaria. Non è però la prima
volta che l'Autorità se la prende con Socatri per la gestione delle
stazioni di Tricastin. Nel rapporto, datato maggio 2007, sullo stato
della sicurezza nucleare e della radioprotezione nella regione
Rhone-Alpes, infatti, l'Asn rilevava una serie di "scarti", ovvero
piccoli errori, nel trattamento dei residui di lavorazione, in
particolare per quanto riguarda le emissioni di carbonio 14 e tritium
(idrogeno radioattivo), superiori ai limiti di legge. "Si trattava di
disfunzioni serie, ma non è stato fatto niente - ha commentato Corinne
Castanier, presidente della Commissione di ricerca e d'informazione
indipendente sulla radioattività (Criirad) - l'Asn è troppo permissiva,
sanziona molto raramente i gestori". E poi c'é il mistero della falda
acquifera 'AEP4'. Secondo i prelievi effettuati negli scorsi giorni
dall'Istituto di radioprotezione e sicurezza nucleare (Irsn), contiene
livelli troppo elevati di uranio, ma data la sua posizione, oltre 2 km
a sud dell'impianto di Socatri, la causa non può essere il recente
incidente. "Una presenza naturale", ha sentenziato il direttore
aggiunto dell'Irsn Jean-Christophe Gariel, o una "marcatura precedente"
delle fonti radioattive. Ma secondo la Criirad, la colpa sarebbe invece
di un deposito interrato di scorie provenienti da un vecchio impianto
di arricchimento dell'uranio per scopi militari. Una fossa profonda
alcuni metri, priva di protezioni stagne, in cui tra il 1966 e il 1976
sono state sepolte 760 tonnellate di barriere usate per separare
l'uranio fissile usato nelle armi da quello naturale, contenenti 2 o 3
tonnellate di materiale radioattivo. Un'anomalia segnalata già nel 1998
in un rapporto dell'Alto commissariato all'energia atomica, secondo cui
circa 900 kg di uranio erano filtrati dal deposito nel terreno fino
alla vicina falda acquifera, di cui era quindi stato disposto il
prosciugamento

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