domenica 21 giugno 2009

MEDUSE: allarme è generalizzato, in parte giustificato

Torneremo a fare il bagno con costumoni ascellari, quelli che lasciano scoperti solo polpacci e braccia dal gomito in giù? Forse proprio grazie a loro i nostri nonni (che andavano comunque al mare molto meno di noi) non facevano tanto caso alle meduse che oggi guadagnano sempre più spesso l’onore della prima pagina. L’allarme è generalizzato e in parte giustificato.

La specie più fastidiosa è la Pelagia noctiluca, appena dieci centimetri di gelatina punteggiata di porpora: i suoi tentacoli, sottili come capelli, sono quelli che fanno male. Una scossa, una fiammata improvvisa fra una bracciata e l’altra. E si esce dal mare doloranti, con la pelle rossa come se fosse stata sferzata da un frustino. Una pelagia da sola non può fare molti danni, ma questa specie si muove in banchi di migliaia, anche milioni di esemplari: così un’intera marina può diventare all’improvviso impraticabile come la più infida delle paludi. Non importa che sia la spiaggia della Versilia, di Capri o la costiera del Gargano. Le meduse sono molto democratiche: colpiscono a Ladispoli come a Porto Cervo. E veniamo al dunque: da dove sono sbucate? Ci sono sempre state o sono frutto di un drammatico sconvolgimento degli equilibri ecologici? E soprattutto continueranno ad aumentare?

Le meduse ci sono sempre state: lo dicono pescatori e scienziati. Antonio Di Natale, biologo marino, ricorda che negli anni Sessanta capitava di non potere fare il bagno a Taormina per la grande quantità di meduse fino sulla spiaggia. Forse queste invasioni si sono accentuate per le conseguenze dei cambiamenti climatici, ma ne sappiamo ancora troppo poco per trarre conclusioni. Lo pensano anche Ferdinando Boero dell’università del Salento, uno dei maggiori esperti in materia (ha appena lanciato la campagna “Occhio alla medusa”: i bagnanti possono contribuire a compilare una mappa di quelle presenti nel Mediterraneo segnalandole a boero@unisalento. it), e Bruno Massa dell’università di Palermo, convinti che questi animali abbiano vita più facile e si riproducano meglio grazie alla diminuzione dei pesci. Le meduse e i pesci, allo stadio larvale e giovanile, mangiano lo stesso cibo, il plancton: se i pesci diminuiscono, le meduse (che non disdegnano anche uova e larve di pesci) ne hanno una maggiore quantità a disposizione.

Non solo acqua. Parenti dei coralli, le meduse sono fatte al novanta per cento di acqua. Ne esistono migliaia di specie diverse, non tutte urticanti, alcune possono superare i due metri di diametro con il loro ombrello e avere tentacoli di parecchi metri. Nel Mediterraneo, in particolare in Italia, le specie più diffuse sono la Rhizostoma pulmo (non punge), con un bordo viola scuro ben visibile e il diametro di 30-60 cm; la Cotylorhiza tubercolata giallastra (è bellissima e non fa niente), a forma di disco; le poco urticanti Aequorea e Aurelia aurita, che raggiunge i 30 cm di diametro e infine la Pelagia noctiluca, piccola (meno di 10 cm di diametro) e “bruciante”, un po’ rosa e luminescente di notte.

Un caso a parte è la Caravella portoghese Physalia physalis, seguita dai ricercatori dell’università di Lecce e ormai arrivata anche nel Mediterraneo centrale. Non è una vera medusa, ma un animale composto da diversi “individui”: uno assume la forma di una vescica piena di gas e galleggia in superficie; gli altri sono trasformati in tentacoli, lunghi fino a vari metri e pericolosi. La quantità del veleno che riescono a inoculare è fortemente urticante. Del tutto innocua, invece, la Velella, piccolo organismo viola scuro, erroneamente confusa con le meduse, che forma banchi molto estesi.

Nemiche al bagno. Banchi enormi di meduse e affini sono già stati avvistati nel Mediterraneo: sappiamo che si sposteranno secondo il capriccio delle correnti e dei venti, ma fare previsioni per il futuro più immediato è difficile. I banchi più grossi, come quello lungo dieci chilometri avvistato poche settimane fra la Liguria e la Corsica, sono formati da innocenti velelle. I più pericolosi, costituiti da pelagie, compaiono di solito in alto mare, molto lontano dalle coste. Il loro destino dipende dalle correnti marine e dai venti: potrebbero restare in alto mare o essere ammassati in pochi giorni sotto costa da una tempesta. Tutte le rive del Tirreno, dell’Adriatico e delle isole sono a rischio. La grande Caravella portoghese viene invece da Gibilterra: le coste più occidentali d’Italia, della Sicilia e della Sardegna (e anche Malta) sono o saranno raggiunte per prime. Molti di noi vorrebbero che il mare fosse solo un vascone d’acqua salata, possibilmente pulita. Non è così: il mare è un ecosistema vivo, pieno di organismi che garantiscono anche la nostra sopravvivenza. Le meduse fanno parte di questo equilibrio: dobbiamo accettarlo. Anzi, per riconciliarci con le “nemiche” dei nostri bagni, vale la pena di visitare gli acquari di Genova o di Cattolica, che ne ospitano moltissime specie, tutte bellissime. Da guardare e non toccare.

Rimedi in sei mosse.
Come reagire al tocco della medusa?
- Non farsi prendere dal panico. Se ci si trova in acque fonde o si è impegnati in un’immersione subacquea, guadagnare con calma la riva o un’imbarcazione.
- Sdraiarsi all’ombra, coprendosi per non sentire freddo. Se il malessere si accentua, ricorrere al Pronto soccorso balneare o al medico più vicino.
- Con una carta di credito, o una tessera sanitaria, raschiare la pelle per togliere i frammenti di tentacoli.
- Non usare acqua dolce per lavare la pelle ustionata. l
- Non passare disinfettanti sulla ferita, in particolare tintura di iodio. No anche ad aceto di vino o ammoniaca.
- Usare solo su consiglio medico le pomate antistaminiche che diminuiscono gonfiore, rossore e bruciore.
FONTE:corriere.it

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