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martedì 5 gennaio 2010

emergenza clima: aumentano rifugiati ambientali


Sono considerati dei veri e propri "prigionieri" dell'ambiente in cui vivono: al 2050 potrebbero arrivare a essere oltre 200 milioni, oggi (in base a stime sul 2010) dovrebbero essere almeno 50 milioni senza contare i 192 milioni di persone che non vivono nella loro terra di nascita, pari al 3% della popolazione mondiale. Sono i profughi del clima. Rifugiati, per scappare, dai cambiamenti climatici, ritenuti dagli esperti il fattore più importante per la migrazione, dagli eventi meteorologici estremi, da alluvioni e uragani, dalla siccità, dalla desertificazione e dalle guerre per il controllo delle materie prime del territorio. E per alcuni esperti, che parlano dalle pagine del New York Times, è "una vera emergenza".

Secondo l'Organizzazione per le migrazioni (Iom, International organization for migration) già nel 1990 si contavano 25 milioni dei cosiddetti 'profughi ambientali', in sofferenza per la pressione ambientale sulle loro terre causata da inquinamento, desertificazione, siccità e disastri naturali. Anche l'Ipcc (Intergovernmental panel on climate change), il gruppo di scienziati che studiano i cambiamenti climatici su mandato Onu, ha osservato che proprio la migrazione umana potrebbe essere uno degli effetti maggiori dell'impatto dei cambiamenti climatici, ritenuti "uno dei fattori più importanti" del processo migratorio. Dal riscaldamento globale alla siccità, dall'innalzamento del livello dei mari alle inondazioni costiere, secondo lo Iom una persona ogni 45 nel mondo potrebbe essere sfollato a causa dei cambiamenti climatici. In ogni caso, il degrado economico e politico sono collegati alle migrazioni climatiche: secondo alcuni analisti si può creare "un circolo vizioso che rafforza il degrado". Per esempio, la migrazione illegale verso gli Stati Uniti dal Messico riguarda un milione di persone ogni anno è in parte causata dalle condizioni di declino ecologico di un paese dove il 60% del territorio è classificato come in forte degrado. Secondo quanto dicono alcuni esperti, sulle pagine del New York Times, si tratta di una vera e propria "emergenza": le calamità naturali, spiegano, hanno da sempre provato l'umanità, ma nella prospettiva di un peggioramento dei cambiamenti climatici nei prossimi decenni decine di milioni di persone potrebbero diventare 'rifugiati ambientali' nei paesi più poveri.

"I rifugiati ambientali - riferisce Rabab Fatima, rappresentante dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom) per il sud-est asiatico - hanno perso tutto". Tra i paesi più esposti, si legge sul New York Times, il Bangladesh - tra i Paesi destinatari delle risorse (pari a circa 100 milioni di dollari all'anno) stabilite al vertice Onu a Copenaghen per cui però bisognerà aspettare il 2020 - in cui la capitale Dacca (12 milioni di abitanti e circa 400.000 persone che vi si riversano ogni anno, la megalopoli più a rischio dopo Giacarta e Manila, è già la principale destinazione dei rifugiati bengalesi colpiti da disastri meteorologici. Sono quattro, per l'agenzia per la migrazione, i punti fondamentali per liberare questi "prigionieri" del clima: riconoscimento da parte della comunità internazionale del problema, politiche contro la vulnerabilità, mantenimento alto del livello della ricerca e aiuto ai Paesi in Via di sviluppo.
fonte:ansa.it

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