venerdì 12 marzo 2010

Mediterraneo il mare che muore: Scienziati e biologi marini lanciano l'allarme: "Veleni, pesca e traffico lo stanno uccidendo"

Sta malissimo. Sulla cattiva salute del Mediterraneo gli scienziati sono d’accordo. Il più famoso bacino del mondo versa in pessime condizioni. «La situazione è sempre più preoccupante. Aumenta l’inquinamento e il traffico navale, la pesca industriale depaupera la fauna, le praterie sommerse Posidonia si stanno riducendo. L’unica nota positiva, ma ancora di scarso peso, è rappresentata dalle riserve marine», dice Rosalba Giugni, presidente dell’Associazione Ambientalista Mare Vivo, da quarant’anni in lotta per la difesa del più famoso bacino del mondo.
Più ottimista Patricia Ricard, che guida l’Istituto Oceanografico Francese Paul Ricard. Sta monitorando con un’équipe di scienziati l’habitat marino a bordo di un trealberi, il Garlaban: «Il Mediterraneo può avere delle debolezze, ma è capace di riprendersi. E’ necessario però prendersi cura della sua salute».

A questo punto è lecito domandarsi qual è la situazione di un mare, molto chiuso, che come affermava l’oceanografo Jacques Cousteau ha bisogno di 75 anni per il ricambio totale delle sue acque. Un primo problema è rappresentato dall’affollamento dei 46mila chilometri di coste, sulle quali vivono 143 milioni di persone, senza contare le legioni di turisti che le affollano durante la bella stagione. Rappresentano un terzo del turismo mondiale, ovvero 246 milioni di individui. E infatti l’80 per cento dell’inquinamento ha origine terrestre, anche perché il cinquanta per cento dei centri urbani rivieraschi con più di 100mila abitanti non dispone di impianti di trattamento delle acque reflue.

L’Italia non può vantarsi di giocare un ruolo positivo. Molti dei suoi impianti funzionano male o sono fuori uso. Siamo i primi nell’inquinamento da metalli pesanti. Ovvero il 30% del totale di piombo, cadmio, rame e zinco. Il pericolosissimo mercurio ci vede al terzo posto, con uno scarico annuo di 13 tonnellate, dietro alla Spagna che è a quota 18 e alla Francia che è a livello 17. Nicola Pirrone, direttore dell’Istituto dell’Inquinamento Atmosferico del Cnr, ha evidenziato i rischi per la salute che nascono dal cibarsi di specie ittiche infettate dal mercurio. «Il consumo di pesci di grandi dimensioni - precisa - aumenta l’esposizione. meglio quelli di piccola taglia».

Un’altra fonte di inquinamento è rappresentata dall’intenso traffico navale. Ogni giorno solcano le acque del Mediterraneo 200 traghetti, in stagione 130 navi da crociera, 1500 cargo, 2000 imbarcazioni commerciali, 300 navi cisterna. Quest’ultime costituiscono il pericolo maggiore, perché trasportano ogni anno 340 milioni di tonnellate di greggio. E 150mila finiscono in mare per il lavaggio abusivo delle cisterne o a causa di collisioni.

Le zone a rischio sono lo Stretto di Gibilterra, quello di Messina, il Canale di Sicilia e le acque antistanti i porti di Alessandria, Beirut, Limassol, Pireo, Genova, Livorno, Civitavecchia e Venezia. La salvezza può arrivare, oltre che dal comportamento di chi frequenta le coste e di chi naviga, anche dai Parchi Marini, dove è vietata o ridotta la pesca e la navigazione. Purtroppo rappresentano soltanto l’1 per cento della superficie mediterranea.

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