lunedì 28 giugno 2010

Il cervello dei razzisti «funziona» diversamente . È insensibile al dolore fisico nelle altre razze. Lo indica una ricerca italiana.

Il cervello dei razzisti funziona in modo diverso e, a differenza di quello di chi è libero da pregiudizi, fatica a identificarsi spontaneamente nella sofferenza fisica di individui di altri gruppi etnici.

LA PROVA – Lo ha dimostrato un team di neuroscienziati italiani in una ricerca che sarà pubblicata a giugno sull'autorevole rivista scientifica Current Biology. Gli studiosi hanno mostrato a un campione di 40 universitari, in parte bianchi italiani e in parte neri africani residenti in Italia, immagini di aghi che venivano conficcati sul dorso di mani con la pelle di diverso colore. I soggetti sono stati sottoposti a stimolazione magnetica transcranica, una tecnica che consente di registrare l’attivazione dei circuiti neuronali associati a diversi movimenti del corpo, sensazioni tattili e dolorose, allo scopo di intercettare i correlati nervosi dell'empatia.

L'ESPERIMENTO - I neuroscienziati hanno testato la reazione a immagini dolorose relative al proprio e all’altro gruppo razziale, confermando in generale che a fronte del dolore altrui (come aveva scoperto in precedenza il medesimo team di studiosi) si attivano automaticamente gli stessi circuiti cerebrali collegati alla percezione di quel dolore, come se l’osservatore lo stesse provando sulla propria mano. La risposta automatica però non si è messa in atto nel caso di individui appartenenti al diverso gruppo etnico e tanto più i volontari avevano dimostrato, attraverso un'indagine standard sui pregiudizi razziali inconsci, un atteggiamento xenofobo, tanto più i loro cervelli si erano dimostrati neurologicamente indifferenti alla sofferenza altrui. Come spiega Alessio Avenanti, psicologo 34enne dell’Università di Bologna coordinatore del lavoro «la ricerca dimostra che la scarsa empatia, cioè la capacità di condividere e comprendere i sentimenti e le emozioni altrui, nei confronti di persone di diverso gruppo etnico è correlata al pregiudizio razziale inconscio dell’osservatore».

LA MANO VIOLA - Ma se l'imperturbabilità del cervello fosse semplicemente dovuta a un'inferiore (e comprensibile) capacità di identificazione nel caso di persone di razza differente e quindi meno famigliari? La risposta di Avenanti è chiara: «Proprio per sgomberare il campo dal sospetto che si potesse trattare semplicemente di una minor capacità di immedesimazione, abbiamo introdotto nell'esperimento anche una mano viola, ma alla vista di un ago conficcato sull'arto di colore viola tutti i volontari hanno mostrato invece un atteggiamento empatico». In sostanza i ricercatori hanno ripetuto l’esperimento con immagini di mani artificialmente colorate di viola, percepite come estremamente strane e non familiari da entrambi i gruppi, e il risultato è stato sorprendente: i due gruppi hanno manifestato empatia nei confronti del dolore della mano viola, nonostante la sua peculiarità, e nonostante la mano viola mostrata ai bianchi fosse quella di un nero e viceversa. Ciò suggerisce, secondo gli studiosi, che non è tanto il diverso aspetto a determinare la differenza di risposta, bensì il significato culturale a questo associato. «La mano viola – spiega Avenanti – dimostra l'esistenza di una reattività naturale da parte del cervello degli esseri umani anche verso ciò che più è estraneo, rivelando un'innata apertura nei confronti del diverso».

LA RISPOSTA EMPATICA È PERSONALE – «Altrettanto interessante è stato poi verificare la correlazione tra sentimenti razzisti latenti e resistenza empatica», fa notare lo psicologo, spiegando che gli individui con alto pregiudizio razziale tendono a rispondere in maniera estremamente ridotta al dolore di membri dell’altro gruppo etnico, mentre persone con basso pregiudizio razziale tendono a reagire in modo simile al dolore dei membri del proprio e dell’altro gruppo etnico. L'esistenza del preconcetto è stata dimostrata in parte con domande dirette e in parte con strumenti sviluppati dalla psicologia sociale in grado di indagare le reazioni automatiche, e quindi non filtrate dal desiderio di fare bella figura.

L'OBIETTIVO – Ma come è nata l'idea di vedere che cosa accade nel cervello di un razzista? «In parte era nei nostri piani, in parte è stata un'intuizione incidentale che abbiamo voluto approfondire», prosegue Alessio Avenanti, che lavora presso il Centro studi e ricerche in neuroscienze cognitive dell’Alma Mater e ha condotto la ricerca insieme al professor Salvatore Maria Aglioti, dell’Università La Sapienza di Roma e dell’Ircss Fondazione Santa Lucia, e Angela Sirigu, dell’Istituto di scienze cognitive del Cnrs francese a Lione. In conclusione sarebbero gli stereotipi e i pregiudizi razziali collegati al colore della pelle a influenzare, e persino ad attenuare, la naturale compartecipazione alla sofferenza altrui, che si manifesta anche di fronte a soggetti percepiti come non familiari. Che sviluppi avrà questo esperimento? «Questa ricerca – risponde Avenanti - può avere molteplici applicazioni, ma soprattutto suggerisce l'importanza e la necessità di educare all'empatia».

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