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venerdì 21 giugno 2013

CERVELLO : Il cervello ci protegge a nostra insaputa

Bologna - Il nostro cervello ci protegge anche in caso di minaccia inconsapevole. Quando un potenziale pericolo sfugge al nostro campo visivo, il sistema nervoso interviene a nostra insaputa, attivando il corpo in modo che possa rispondere prontamente. Una reazione istintiva che può anche provocare sbalzi d’umore che non siamo in grado di spiegarci razionalmente. A scoprirlo, uno studio del Centro Studi e Ricerche in Neuroscienze Cognitive del Polo di Cesena dell’Università di Bologna.

La ricerca ha chiarito le modalità con cui il cervello umano elabora le informazioni visive che segnalano pericolo. Lo studio - di Roberto Cecere, Caterina Bertini e Elisabetta Ladavas, pubblicato sulla rivista Journal of Neuroscience - ha analizzato il contributo specifico delle vie visive corticali e sottocorticali.

Nel corso dei test effettuati, ai partecipanti venivano mostrate sulla metà destra dello schermo di un computer immagini di volti che esprimevano l’emozione della paura e della felicità. La percezione dei volti emotivi era però resa inconsapevole, subliminale: le figure apparivano per pochi millisecondi e venivano subito coperte con l’immagine di un altro volto neutro.

Per eliminare il contributo della corteccia visiva nella percezione, i partecipanti erano inoltre sottoposti a Stimolazione transcranica con Correnti Dirette (tDCS), una tecnica non invasiva, in cui viene erogata sullo scalpo una corrente elettrica continua di bassa intensità in grado di influenzare le funzioni neuronali.

Ai soggetti del test veniva poi chiesto di scegliere il più rapidamente possibile l’emozione espressa da altri volti, presentati nella metà sinistra dello schermo. I risultati hanno mostrato che i partecipanti fornivano risposte notevolmente più rapide agli stimoli presentati sulla sinistra dello schermo, solo quando nella parte destra era presente un volto subliminale che esprimeva paura.

Questi dati rivelano che l’emozione della paura può essere elaborata dal cervello in maniera inconsapevole, anche quando il contributo della corteccia visiva - normalmente deputata al processamento degli stimoli visivi - viene eliminato. Le evidenze emerse in questo studio suggeriscono l’esistenza di un circuito sottocorticale che si attiva in maniera estremamente rapida in presenza di stimoli visivi potenzialmente pericolosi, anche quando questi non sono percepiti consapevolmente.

Il meccanismo consentirebbe all’organismo di attivare risposte motorie veloci e automatiche, utili per difendersi in caso di pericolo. L’esito della ricerca può anche spiegare perché a volte il nostro umore si altera senza motivo apparente. Il nostro cervello potrebbe aver percepito un rischio senza che notassimo la presenza di uno stimolo pericoloso attorno a noi.

fonte : http://www.ilsecoloxix.it/p/magazine/2013/06/10/AP2RnoiF-protegge_cervello_insaputa.shtml

venerdì 7 ottobre 2011

cervello : La bellezza è nel cervello di chi guarda


Se ci piace un'opera d'arte si “accende” sempre la corteccia cerebrale orbito-frontale

“La bellezza delle cose esiste nella mente di chi le osserva”. Lo diceva nel '700 il filosofo David Hume, senza sapere nulla di neuroscienze. Oggi grazie agli studi di Semir Zeki, neurobiologo dell'University College di Londra che da anni cerca di rispondere a domande fondamentali sull'essenza umana servendosi degli strumenti della scienza, si scopre che è davvero così: la bellezza è tutta negli occhi di chi guarda e il nostro cervello possiede un concetto astratto di bellezza.

ESPERIMENTI – Zeki, che da trent'anni si occupa di neuroestetica e del rapporto fra arte e cervello, lo afferma con convinzione dopo gli esperimenti che ha condotto su 21 volontari, di cui riferisce sulla rivista PloS One . Il ricercatore ha dapprima chiesto ai partecipanti, tutti di etnia e provenienza socioculturale diversa, di esprimere giudizi su alcune opere d'arte visive e musicali classificandole come belle, indifferenti o brutte. Poi ha analizzato i volontari con una risonanza magnetica funzionale mentre guardavano o ascoltavano queste opere, registrando l'attività cerebrale. Il risultato è che quando erano di fronte a un'opera giudicata bella, si accendeva sempre la corteccia cerebrale orbito-frontale (oltre alla corteccia visiva o uditiva, a seconda che l'opera fosse pittorica o musicale); se l'opera era “brutta”, non si rilevava invece un'attività cerebrale più spiccata in un'area specifica. E c'è pure un altro dato curioso: anche il nucleo caudato, una zona molto profonda del cervello, si attivava di più di fronte a opere belle. E questo nucleo è “acceso” anche dall'amore romantico, a indicare una sorta di correlazione su basi neurali fra bellezza e amore.

CONCETTO ASTRATTO – L'area orbito-frontale, per parte sua, è coinvolta nei centri cerebrali del piacere ed è stata già correlata all'apprezzamento della bellezza, ma è la prima volta che si dimostra che viene attivata in uno stesso soggetto a prescindere dalla tipologia di opera d'arte proposta, visiva o uditiva. «Questo significa che nel nostro cervello esiste un concetto astratto di bellezza: ciò che riteniamo bello e quindi ci suscita un'emozione forte, a prescindere dalla sua natura, attiva sempre la stessa area cerebrale – spiega Zeki, che ha fondato e dirige l'Istituto di Neuroestetica di Londra per interrogarsi sulle basi biologiche della bellezza, dell'amore, della creatività e viene considerato ormai una sorta di “filosofo con il camice” –. Da secoli filosofi e artisti si chiedono se esistano caratteristiche che rendono un'opera oggettivamente, inderogabilmente bella: ora sappiamo che la bellezza è indiscutibilmente negli occhi, anzi nella mente, di chi guarda». Queste considerazioni hanno interessanti corollari che possono incuriosire gli appassionati d'arte. Che spesso si chiedono che cosa possa essere considerato bello nell'arte: lo sono le tele bianche e vuote? Lo sono le installazioni incomprensibili o certe performance che lasciano allibiti gli spettatori? Zeki pare avere una risposta anche a questi quesiti: «Un quadro di Francis Bacon può avere enormi meriti artistici ma non essere “bello”– dice il neuroscienziato –. Praticamente tutto può essere considerato arte, ma l'arte davvero bella è solo quella che accende la corteccia orbito-frontale». Bisognerebbe allora munirsi di una risonanza magnetica e fare un giro alle mostre d'arte contemporanea: forse avremmo qualche sorpresa.
fonte:http://www.corriere.it/salute/11_ottobre_07/bellezza-cervello-osservare-meli_b54baf1a-b6e7-11e0-b3db-8b396944e2a2.shtml

mercoledì 21 settembre 2011

sbadiglio : ABBASSA LA TEMPERATURA DEL CERVELLO, ECCO PERCHE' SI SBADIGLIA

Non solo per noia, per fame o per sonno: quando si sbadiglia e' perche', in realta', l'organismo avverte l'esigenza di raffreddare il cervello. A sostenerlo e' uno studio condotto dai ricercatori di Andrew Gallup della Princeton University e della University of Arizona (Usa) pubblicato su Frontiers in Evolutionary Neuroscience.

Gli studiosi hanno seguito 160 persone di Tucson (Arizona) rilevando che la frequenza degli sbadigli diminuiva col caldo per accentuarsi con l'arrivo dei primi freddi: quasi la meta' dei volontari sbadigliava infatti frequentemente in inverno, contro meno di un quarto nel periodo estivo. Secondo i ricercatori questo accade perche' a temperature elevate - come d'estate - lo sbadiglio non fornisce alcun sollievo al cervello surriscaldato poiche' l'aria incamerata non e' sufficientemente fresca.

''Le applicazioni di questa ricerca - spiega Gallup - sono interessanti anche per comprendere meglio altre malattie, come la sclerosi multipla o l'epilessia, accompagnate da frequenti sbadigli e disfunzioni nella termoregolazione''.

venerdì 26 agosto 2011

sale : TROPPO SALE FA MALE AL CERVELLO, OFFUSCA LA MEMORIA

Non solo al cuore. Usare piu' di un cucchiaino di sale al giorno puo' minacciare anche la salute del cervello e aumentare il rischio di Alzheimer. Lo sostiene uno studio condotto dall'Universita' di Toronto (Canada) su 1.262 persone sane, uomini e donne, tra i 67 e gli 84 anni di eta'. Secondo i ricercatori, le persone anziane che hanno diete ricche di sale e fanno poco esercizio fisico subiscono un declino mentale piu' rapido rispetto a quelli che sono piu' accorti nel dosare il condimento. Lo hanno stabilito misurando una volta all'anno per tre anni le condizioni di salute dei soggetti, utilizzando i test cognitivi piu' comunemente adoperati per diagnosticare l'Alzheimer. Lo studio e' pubblicato sulla rivista Neurobiology of Aging.

giovedì 11 agosto 2011

SONNO: PULISCE CERVELLO, FA SPAZIO A NUOVE INFORMAZIONI

Il sonno ''apre'' la mente all'ingresso di nuove informazioni. E' quanto emerge da una ricerca pubblicata su Science dagli studiosi dell'Universita' del Wisconsin di Madison (Usa), secondo cui dormire consente di metabolizzare i dati assimilati durante il giorno e crea lo spazio per apprenderne di nuovi.

La ricerca e' stata condotta sull'attivita' cerebrale di un gruppo di moscerini della frutta, che dopo aver trascorso i primi giorni di vita dentro piccoli tubi scuri, sono stati lasciati liberi di volare in un ambiente luminoso per 12 ore.

Gli studiosi hanno rilevato che il tasso di sinapsi era aumentato in tutti i soggetti.

Dopo la prima fase, alcuni sono stati costretti a dormire nei tubicini, mentre gli altri sono stati lasciati liberi di continuare a volare. Al termine, e' emerso che nei primi il livello sinaptico era tornato normale, mentre nei secondi era rimasto elevato: cio', secondo gli esperti, impediva agli insetti di apprendere nuove informazioni, perche' non restava abbastanza ''spazio cerebrale''.

domenica 10 aprile 2011

cervello : SE NON E' TROPPO, ALCOL PUO' FAR BENE AL CERVELLO

Troppo fa sicuramente male al cervello e alla lunga rischia di rallentarne l'attivita', ma secondo uno studio pubblicato sulla rivista Age and Ageing un consumo ''ligth'' di alcol riesce a ridurre il rischio di malattie neurodegenerative. Ricercatori tedeschi hanno analizzato i dati oltre 3.000 pazienti per valutare l'impatto del consumo di bevande alcoliche sulla funzionalita' cerebrale. Sono stati passati in rassegna 23 studi dedicati alla relazione cervello-alcol condotti su soggetti con un'eta' media di 65 anni. I consumatori ''leggeri'' di alcol hanno fatto registrare una minore incidenza di casi di demenza e di Alzheimer, ma non di declino cognitivo e della cosiddetta demenza vascolare. Attenzione, pero', ricordano gli autori dello studio finanziato dal ministero federale tedesco dell'Istruzione e della Ricerca, ben il 10% di tutti i casi di demenza e' legato a doppio nodo all'abuso di alcolici che a lungo termine danneggia memoria e forza cerebrale.

sabato 5 febbraio 2011

CERVELLO DURANTE SONNO POTENZIA MEMORIA E SELEZIONA RICORDI

Il cervello, durante il sonno, sceglie i ricordi da tenere vividi e quelli da dimenticare: e' quanto emerge da uno studio pubblicato sul Journal of Neuroscience da un gruppo di studiosi dell'Universita' di Lubecca, in Germania, secondo cui i ricordi mantenuti piu' a lungo sarebbero quelli che potranno tornare utili in futuro. ''Lo studio dimostra che il consolidamento della memoria durante il sonno comporta un processo di selezione che determina quali delle molte informazioni immagazzinate durante il giorno possano venire 'stoccate' a lungo termine - spiega Jan Born, che ha coordinato i ricercatori -. I nostri risultati indicano che vengono selezionate per la conversazione soprattutto le informazioni utili per esigenze future''.

I ricercatori hanno sottoposto 191 soggetti a due esperimenti che consistevano nel dover ricordare coppie di parole o abbinamenti di immagini di animali e oggetti, e hanno permesso poi di dormire solo alla meta' di loro. Dopo 10 ore sono stati ''interrogati'': ed e' emerso che coloro che avevano dormito avevano una memoria migliore riguardo cio' che era accaduto prima degli esperimenti, e che dopo aver riposato avevano effettivamente ''filtrato'' i ricordi.

venerdì 4 febbraio 2011

proteina IGF-II: Scoperta la proteina salva-memoria


A New York una ricercatrice italiana ha individuato una molecola capace di fissare i ricordi a lungo termine
Dopo seicento anni, la prodigiosa memoria di Pico della Mirandola, umanista e filosofo fiorentino del 1400, sembra finalmente avere trovato una spiegazione scientifica: il segreto della sua mente sta in una proteina chiamata IGF-II. Secondo una ricerca, appena pubblicata dalla rivista Nature, questa proteina funziona come elisir salva-ricordi. Nei ratti, dice lo studio, l’IGF-II, iniettato nel circolo sanguigno, permette agli animali da esperimento di ricordare situazioni di pericolo, vissute in precedenza, e di evitarle, nel momento in cui si ripresentano.

SPERANZA PER L’ALZHEIMER - Ecco allora la speranza per gli esseri umani in un prossimo futuro: questa proteina "protettrice dei ricordi" potrebbe, per esempio, essere sfruttata in terapia per la cura di pazienti con Alzheimer, una condizione di deterioramento cerebrale che comporta una perdita progressiva della memoria. A firmare il nuovo studio su Nature è Cristina Alberini, una ricercatrice italiana, partita dall’Università di Pavia e approdata alla Mount Sinai School of Medicine di New York. «Da diversi anni - spiega la ricercatrice, responsabile dell'Alberini Lab al Dipartimento di Neuroscienze del Mount Sinai di New York - stiamo portando avanti ricerche sui meccanismi biologici che portano alla formazione di nuove memorie e su come questi ricordi vengono elaborati quando si richiamano alla mente».

L’APPRENDIMENTO - «Con i nostri studi - continua la Alberini - abbiamo scoperto che, durante l’apprendimento, i livelli dell’insulin like growth factor II (l'IGF-II, appunto) aumentano nell'ippocampo, una regione del cervello importante per la formazione della memoria a lungo termine. Quando abbiamo bloccato questo aumento di IGF-II - prosegue la neuroscienziata - abbiamo visto che la memoria a lungo termine non si forma». Prima informazione che ci arriva da queste ricerche: l’IGF-II è necessario per la creazione di ricordi duraturi. Seconda: quando si blocca la sintesi di questa proteina, la memoria non si forma. Terzo dato: se si somministra IGF-II nell'ippocampo degli animali, dopo l'apprendimento, si può ottenere un aumento della "ritenzione della memoria", che può durare a lungo. In altre parole: grazie all’IGF-II il ricordo si "scolpisce a fondo" e permane nel tempo.

EFFETTO ECCITATORIO - «L'effetto dell'elisir - precisa Cristina Albertini - si ha solo quando la "proteina della memoria" viene somministrata nelle fasi "attive" dell’apprendimento di un fatto, cioè nel momento in cui accade». Rimane da capire come gli eventi da memorizzare si "fissano" nel cervello attraverso la proteina IGF-II. «Abbiamo visto - prosegue Alberini - che l'effetto avviene grazie a un recettore specifico per questa molecola IGF-II, capace di influenzare la presenza di altri chimici cerebrali che hanno un effetto eccitatorio sul cervello».

fonte: http://www.corriere.it/salute/11_gennaio_31/proteina-memoria-cervello-bazzi_d0651a16-2d35-11e0-becd-00144f02aabc.shtml

sabato 9 ottobre 2010

Alzheimer : vitamina B può rallentare sensibilmente l’insorgere di disturbi legati all'avanzare dell'età

I test hanno dimostrato che l’apporto di vitamina B può rallentare sensibilmente l’insorgere di disturbi legati all'avanzare dell'età

Svelata l’ultima arma nella battaglia contro l’Alzheimer: una semplice vitamina. I ricercatori dell’Università di Oxford hanno rivelato che l’assunzione quotidiana di pastiglie a base di vitamina B rallenta il processo di perdita delle facoltà mentali che si verifica con l’incedere dell’età, causando segni precoci di demenza, come la perdita di memoria.

In un esperimento durato due anni, è stato riscontrato che l’assunzione della vitamina riduceva fino al 50% l’atrofia del cervello in un gruppo di persone anziane.

Una pastiglia vitaminica che freni la regressione cognitiva associata all’aumento dell’età potrebbe avere implicazioni di portata colossale. Circa 1.5 milioni di persone in Inghilterra, 14 milioni in Europa e 5 milioni negli Stati Uniti hanno problemi legati alla perdita di memoria, difficoltà nell’uso del linguaggio e altre disfunzioni conosciute come Graduale Indebolimento Cognitivo (MCI), metà delle quali degenerano nello sviluppo dell’Alzheimer o altre forme di demenza senile nell’arco di cinque anni.

Anche un lieve rallentamento di questo processo rappresenterebbe una grande conquista dal punto di vista umano ed economico. In ogni caso gli scienziati sostengono che sia ancora prematuro prescrivere agli anziani che soffrono di lapsus di memoria l’assunzione di vitamina B, almeno fino a che gli studi non consentiranno di mettere in luce tutti i rischi e i benefici.

La vitamina B si trova nella carne, nei cereali e nelle patate. Favorisce la crescita e il proliferare delle cellule, rafforza il sistema immunitario e aiuta a mantenere in buona salute la pelle e le ossa.

Il Professor David Smith del Dipartimento di Farmacologia della Oxford University, e co-leader dell’esperimento ha dichiarato «E’ una scoperta eccezionale. Speriamo davvero che questo trattamento così semplice e sicuro possa frenare lo sviluppo dell’Alzheimer in molte persone che soffrono di graduale indebolimento cognitivo». «Sono risultati estremamente promettenti, ma – precisa- prima di poter cantare vittoria sono necessari ulteriori test e verifiche».

Gli effetti di lungo periodo dell’assunzione di grandi dosi di vitamine non sono del tutto noti, ma alcuni studiosi ritengono che possa causare l’insorgere di alcune forme di cancro. «Io comunque proverei questa terapia senza esitazione», conclude il professore.

Chris Kennard, a capo del Consiglio di Neuroscienze sulla ricerca medica ha dichiarato: «Questo esperimento ci consente di compiere un grosso balzo in avanti nella scoperta del complesso quadro neurobiologico che sottende all’avanzare dell’età e al declino cognitivo»
fonte: lastampa.it

mercoledì 29 settembre 2010

Sesto senso: ecco il potere dell'amore


Uno studio dimostra che due persone possono "allinearsi" psicologicamente ed entrare in sintonia così tanto da sviluppare il cosiddetto e mai dimostrato sesto senso.

Un legame che va oltre la comprensione con uno sguardo, un intuito che porta gli uni a sentirsi in perfetta sintonia ed empatia con gli altri. Ecco il mai definito né dimostrato sesto senso, i cui meccanismi sono stati studiati da una équipe di neuroscienziati australiani per provare - è uno dei primi tentativi di questo genere - a comprendere su quali basi esso si fonda. Con una prima scoperta importante: i rapporti d’amore sono uno dei cementi per allineare le percezioni e i pensieri degli esseri umani.

LA RICERCA - Per cinque anni i neuroscienziati della University of Technology di Sydney, Australia, hanno registrato con appositi sensori le attività del cervello di 30 persone adulte, dai 21 ai 65 anni, nel corso di incontri di psicoterapia di coppia e individuali per un totale di 180 ore di analisi. Tra i pazienti analizzati, la maggioranza mostrava di soffrire di stati ansiosi. Oltre agli elettrodi posizionati sulla testa dei pazienti per monitorare le onde delle aree del loro cervello, è stato usato l’elettrocardiogramma per seguire i movimenti del cuore, e anche un particolare apparecchio legato a un dito per registrare i cambiamenti a livello epidermico, segnalando la conduttività della pelle per poter localizzare perfettamente il momento in cui i pensieri delle coppie coinvolte erano allineati.

DUE IN UNO - Ed è proprio questo il momento più interessante di tutta la ricerca: in questo istante unico infatti qualcosa cambia nel cervello delle due persone che stanno interagendo tra loro, a livello del lobo parietale, che entra in azione e che permette dunque di essere analizzato ancor più profondamente. A sorpresa, nelle coppie innamorate tra loro, il tracciato dei movimenti neuronali del lobo parietale tendeva a coincidere. Ma tale tracciato finiva per somigliare e spesso sovrapporsi anche nel rapporto tra psicoterapeuta e paziente nel corso della seduta di analisi, una volta raggiunto un buon grado di intimità. A questa simbiosi si accompagnavano anche, nel caso degli incontri psicologici, cambiamenti nella gestualità e nella fisicità del paziente, che, raggiunta la sintonia con il dottore, si mostrava più rilassato, migliorando dunque lo stato ansioso di cui soffriva. Raggiunto questo momento unico in cui i cervelli dei due diventano un tutt’uno, «possiamo leggere i cervelli gli uni degli altri in una modalità più profonda, il cosiddetto sesto senso», sostiene la ricercatrice Trisha Stratford, che ha guidato lo studio. Le sue scoperte aprono molte strade nello studio di nuove modalità di comunicazione tra dottore e paziente, tra amanti, ma anche a scuola, per esempio tra insegnante e alunno, per riuscire a migliorare le prestazioni scolastiche delle classi attraverso una nuova e spesso insperata empatia.
fonte: http://www.corriere.it/salute/10_settembre_28/coppia-sesto-senso-amore-perasso_c3d738e2-caf7-11df-8d0c-00144f02aabe.shtml

martedì 21 settembre 2010

cervello :VEDE' OGGETTI ANCOR PRIMA DI SENSAZIONE TATTILE

Il cervello, attraverso il tatto, ''vede'' cio' che viene toccato ancor prima che la sensazione tattile venga percepita coscientemente: l'informazione sensoriale ricavata dal toccare viene infatti processata, a livello cerebrale, nei primissimi stadi dell'elaborazione visiva, ovvero a livello della corteccia visiva primaria. La scoperta, effettuata di ricercatori dell'Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa e Milano (In-Cnr) e pubblicata su Current Biology, suggerisce una revisione dei modelli di base della fisiologia del cervello sensoriale, secondo cui a livello cerebrale ''la fusione delle informazioni provenienti dai diversi sensi avviene solo dopo che ciascuna di esse e' stata analizzata dalla circuiteria nervosa specializzata per quella specifica modalita' dopo essere entrata a far parte della nostra esperienza cosciente'', come spiega Maria Concetta Morrone, coordinatrice del gruppo di studio.

Lo studio mette dunque in discussione la visione classica dell'elaborazione delle informazioni sensoriali, dimostrando che gli stimoli visivi e tattili possono essere integrati anche senza essere percepiti coscientemente, e che la loro integrazione avviene gia' ai primi stadi dell'elaborazione visiva. Aver individuato come un segnale tattile interagisce con un segnale visivo non appena le due informazioni arrivano al cervello sara' utile, spiegano i ricercatori, a comprendere i meccanismi di plasticita' che si instaurano dopo un danno sensoriale.

lunedì 9 agosto 2010

CERVELLO : Sonno, cibo e corsa aiutano cervello

Dormire un paio d'ore in piu' nel week end, ma anche fare una corsetta o mangiare cibi ricchi di magnesio mettono il turbo al cervello. La lista dei metodi per tenere in forma la mente e' sempre piu' lunga e il Daily Telegraph ne ha raccolti ben 10: secondo l'universita' della Pennsylvania, con 2 ore di sonno in piu' il cervello si ricarica, producendo migliori performance. 'Riabilitato' anche il sonnellino pomeridiano. Fa bene poi prendere il sole e giocare a Tetris.

venerdì 6 agosto 2010

CERVELLO : BENESSERE CERVELLO DIPENDE DA FUNZIONALITA' CARDIACA

La salute del cuore e del cervello vanno di pari passo e un'insufficienza cardiaca potrebbe ripercuotersi anche sul benessere cerebrale, fino a portare alla demenza. La scoperta arriva da uno studio dei ricercatori dell'Universita' di Boston (Usa) pubblicato su Circulation, una delle riviste ufficiali dell'America Heart Association.

Il team ha analizzato le condizioni cardiache di 1500 soggetti in salute rilevando che circa un terzo dei soggetti esaminati aveva il cuore ''pigro'' - cioe' che pompa meno sangue - e che gli stessi soggetti avevano, in media, il cervello piu' ''anziano'' di due anni rispetto alla loro eta', con lieve restringimento della massa cerebrale.''L'osservazione che quasi un terzo dell'intero campione ha una funzionalita' cardiaca inferiore alla media e che negli stessi soggetti si ravvisa un volume del cervello piu' piccolo - spiega Angela Jefferson, che ha guidato lo studio - richiede ulteriori studi''.

giovedì 5 agosto 2010

nudi maschili: E vero che il nudo maschile non è eccitante per una donna?


Sì, almeno secondo uno studio condotto nel 2003 da Marcello Costa, psicologo dell'Università di Bologna, su un piccolo campione di uomini e di donne. A tutti sono state mostrate foto di persone nude e di oggetti comuni, registrando l'attività cerebrale dei soggetti. Quella degli uomini aveva un picco davanti a foto di donne nude, ma la stessa attivazione non si registrava nelle donne: di fronte a un nudo maschile reagivano più o meno come davanti a un... colapasta.

Meglio vestiti. Ai volontari è stato poi chiesto di valutare la piacevolezza delle foto: mentre gli uomini giudicavano molto eccitanti i nudi femminili, le donne li consideravano attraenti quasi quanto quelli maschili. Altri studi hanno mostrato che le donne giudicano invece eccitanti i corpi maschili parzialmente scoperti e le foto che ritraggono gli uomini in atteggiamenti teneri.
Fonte : focus.it

OBESITà : PIU' GRASSI MANGIANDO POCO, OBESITA' DIPENDE DA NEURONI 'PIGRI'

La tendenza a ingrassare, che puo' portare fino all'obesita', e' scritta nel patrimonio genetico: per questo motivo c'e' chi puo' liberamente lasciarsi andare a pizze, lasagne e fritture e chi, invece, pur stando attento all'alimentazione tende a mettere su chili di troppo. La notizia arriva dai ricercatori della Yale University in uno studio pubblicato su Pnas spiegano che tutto dipende dallo sviluppo pre-natale: nel corso della formazione dei circuiti neuronali, le terminazioni nervose deputate alla segnalazione del senso di sazieta' nascerebbero, in alcuni soggetti, piu' ''lente'' che in altri nel segnalare al resto del cervello quando iniziare a bruciare le calorie introdotte: sarebbe questo il motivo che farebbe si' che le persone diventino obese pur mangiando poco.

domenica 1 agosto 2010

CERVELLO : Diventa immortale, salvati il cervello sul PC


Fare un back-up del proprio cervello, dei propri ricordi e delle proprie esperienze e installarlo su un computer potrebbe essere un modo per tramandare ai posteri un po’ di noi stessi. Ma si può fare sul serio? Sì, con qualche limite, tanta pazienza e un po’ di ironia. E tra 10 anni potremmo avere i primi robot dotati di creatività umana.
Nell'era di Facebook, dell' iPad e di Avatar anche il dottor Frankenstein si evolve, e invece che cercare l’immortalità trapiantando cervelli nei cadaveri si siede al computer e inizia a programmare. Può sembrare incredibile, ma negli ultimi anni molte aziende hanno iniziato ad investire nello sviluppo di sistemi di archiviazione cerebrale, una sorta di copia elettronica dei nostri ricordi, delle nostre esperienze e delle nostre conoscenze che possa dar vita a un "io digitale" in grado di sopravvivere al nostro corpo e far esistere un po' di noi anche dopo l'inevitabile trapasso.

Copiarsi online
"Poter installare se stessi in un computer, potrebbe significare vivere per sempre" ha dichiarato alla rivista New Scientist Rick Meyer, ricercatore presso Lifenaut, azienda americana che sta cercando di costruire il primo di questi cloni digitali. Dobbiamo quindi aspettarci una generazione di computer capaci di pensare e agire come noi, animati da veri sentimenti degni del peggior film di fantascienza? No, almeno non nell’immediato. Sul sito di Lifenaut per esempio è possibile costruire, per ora gratuitamente, il proprio alter ego digitale: si carica la propria foto, si inseriscono video, immagini e altri documenti personali come corrispondenza e diari, e si risponde a quasi 500 domande sulla propria personalità. Il risultato finale dovrebbe essere un avatar animato elettronicamente che ha la nostra faccia e che è capace di descrivere, attraverso un sintetizzatore vocale, alcuni eventi chiave della nostra vita, per esempio il giorno del nostro matrimonio. Troppo poco? Se siete disposti a pagare potete avere molto di più.
Altre aziende hanno infatti sviluppato sistemi più evoluti che permettono di ottenere alter ego digitali molto più realistici: Image Metrics per esempio scatta una serie di foto ad alta risoluzione del volto di chi vuol farsi "clonare" digitalmente, ciascuna con un espressione diversa, e poi calcola le differenze tra queste immagini grazie a un potente algoritmo matematico. In questo modo riesce ad ottenere un’animazione e un’espressività molto più realistiche. Alla modica cifra di 300.000 euro.

Oltre la faccia c'è di più
Ma secondo una ricerca condotta dall’Università della Florida la personalità del clone e il suo comportamento sono molto più importanti del suo aspetto fisico. Secondo i ricercatori ciò che rende realistico e credibile l’avatar sono i dettagli: per esempio alcuni movimenti caratteristici, come inarcare un sopracciglio, tenere le mani in una certa posizione o corrugare la fronte.
FONE: FOCUS.IT

lunedì 28 giugno 2010

Il cervello dei razzisti «funziona» diversamente . È insensibile al dolore fisico nelle altre razze. Lo indica una ricerca italiana.

Il cervello dei razzisti funziona in modo diverso e, a differenza di quello di chi è libero da pregiudizi, fatica a identificarsi spontaneamente nella sofferenza fisica di individui di altri gruppi etnici.

LA PROVA – Lo ha dimostrato un team di neuroscienziati italiani in una ricerca che sarà pubblicata a giugno sull'autorevole rivista scientifica Current Biology. Gli studiosi hanno mostrato a un campione di 40 universitari, in parte bianchi italiani e in parte neri africani residenti in Italia, immagini di aghi che venivano conficcati sul dorso di mani con la pelle di diverso colore. I soggetti sono stati sottoposti a stimolazione magnetica transcranica, una tecnica che consente di registrare l’attivazione dei circuiti neuronali associati a diversi movimenti del corpo, sensazioni tattili e dolorose, allo scopo di intercettare i correlati nervosi dell'empatia.

L'ESPERIMENTO - I neuroscienziati hanno testato la reazione a immagini dolorose relative al proprio e all’altro gruppo razziale, confermando in generale che a fronte del dolore altrui (come aveva scoperto in precedenza il medesimo team di studiosi) si attivano automaticamente gli stessi circuiti cerebrali collegati alla percezione di quel dolore, come se l’osservatore lo stesse provando sulla propria mano. La risposta automatica però non si è messa in atto nel caso di individui appartenenti al diverso gruppo etnico e tanto più i volontari avevano dimostrato, attraverso un'indagine standard sui pregiudizi razziali inconsci, un atteggiamento xenofobo, tanto più i loro cervelli si erano dimostrati neurologicamente indifferenti alla sofferenza altrui. Come spiega Alessio Avenanti, psicologo 34enne dell’Università di Bologna coordinatore del lavoro «la ricerca dimostra che la scarsa empatia, cioè la capacità di condividere e comprendere i sentimenti e le emozioni altrui, nei confronti di persone di diverso gruppo etnico è correlata al pregiudizio razziale inconscio dell’osservatore».

LA MANO VIOLA - Ma se l'imperturbabilità del cervello fosse semplicemente dovuta a un'inferiore (e comprensibile) capacità di identificazione nel caso di persone di razza differente e quindi meno famigliari? La risposta di Avenanti è chiara: «Proprio per sgomberare il campo dal sospetto che si potesse trattare semplicemente di una minor capacità di immedesimazione, abbiamo introdotto nell'esperimento anche una mano viola, ma alla vista di un ago conficcato sull'arto di colore viola tutti i volontari hanno mostrato invece un atteggiamento empatico». In sostanza i ricercatori hanno ripetuto l’esperimento con immagini di mani artificialmente colorate di viola, percepite come estremamente strane e non familiari da entrambi i gruppi, e il risultato è stato sorprendente: i due gruppi hanno manifestato empatia nei confronti del dolore della mano viola, nonostante la sua peculiarità, e nonostante la mano viola mostrata ai bianchi fosse quella di un nero e viceversa. Ciò suggerisce, secondo gli studiosi, che non è tanto il diverso aspetto a determinare la differenza di risposta, bensì il significato culturale a questo associato. «La mano viola – spiega Avenanti – dimostra l'esistenza di una reattività naturale da parte del cervello degli esseri umani anche verso ciò che più è estraneo, rivelando un'innata apertura nei confronti del diverso».

LA RISPOSTA EMPATICA È PERSONALE – «Altrettanto interessante è stato poi verificare la correlazione tra sentimenti razzisti latenti e resistenza empatica», fa notare lo psicologo, spiegando che gli individui con alto pregiudizio razziale tendono a rispondere in maniera estremamente ridotta al dolore di membri dell’altro gruppo etnico, mentre persone con basso pregiudizio razziale tendono a reagire in modo simile al dolore dei membri del proprio e dell’altro gruppo etnico. L'esistenza del preconcetto è stata dimostrata in parte con domande dirette e in parte con strumenti sviluppati dalla psicologia sociale in grado di indagare le reazioni automatiche, e quindi non filtrate dal desiderio di fare bella figura.

L'OBIETTIVO – Ma come è nata l'idea di vedere che cosa accade nel cervello di un razzista? «In parte era nei nostri piani, in parte è stata un'intuizione incidentale che abbiamo voluto approfondire», prosegue Alessio Avenanti, che lavora presso il Centro studi e ricerche in neuroscienze cognitive dell’Alma Mater e ha condotto la ricerca insieme al professor Salvatore Maria Aglioti, dell’Università La Sapienza di Roma e dell’Ircss Fondazione Santa Lucia, e Angela Sirigu, dell’Istituto di scienze cognitive del Cnrs francese a Lione. In conclusione sarebbero gli stereotipi e i pregiudizi razziali collegati al colore della pelle a influenzare, e persino ad attenuare, la naturale compartecipazione alla sofferenza altrui, che si manifesta anche di fronte a soggetti percepiti come non familiari. Che sviluppi avrà questo esperimento? «Questa ricerca – risponde Avenanti - può avere molteplici applicazioni, ma soprattutto suggerisce l'importanza e la necessità di educare all'empatia».

giovedì 24 giugno 2010

Mycobacterium vaccae : Il batterio dello sporco che fa diventare più intelligenti


È il «Mycobacterium vaccae», e confermerebbe l’opinione corrente che vivere all’aria aperta fa bene non soltanto alla salute del corpo ma anche quella della mente .

Già tre anni fa ci avevano detto che poteva funzionare come antidepressivo (e qualcuno l’ha subito ribattezzato «il Prozac dello sporco»), ma adesso siamo andati oltre: renderebbe una persona addirittura più intelligente. Non è un farmaco: è un batterio, anzi, un micobatterio il cui nome latino, Mycobacterium vaccae, fa già capire dove è stato identificato per la prima volta. Appunto negli escrementi delle mucche. Il germe, innocuo, anche se imparentato con i micobatteri che causano la tubercolosi, si trova dappertutto nel suolo e soprattutto nella sporcizia, può essere inalato o ingerito dalle persone soprattutto quando stanno l’aperto, e sta rivelando inaspettate proprietà di stimolo sul cervello.

TROPPA IGIENE - A conferma, forse, di alcune teorie secondo le quali troppa igiene fa male perché non stimola adeguatamente il sistema immunitario e, dal momento che quest’ultimo ha strette relazioni con il cervello, l’igienismo moderno può avere conseguenze negative anche sui neuroni (oltre che provocare un aumento, per esempio, di allergie). L’ultimo studio, presentato all'undicesimo meeting dell’American Society for Microbiology a San Diego, riguarda, per la verità, i topi, ma è stato condotto da un serio gruppo di ricercatori che lavorano al The Sage College di Troy, New York. L’idea di studiare l’effetto di questi batteri sull’apprendimento è nata proprio dalla precedente ricerca sulla depressione. Tre anni fa un gruppo di microbiologi inglesi della Bristol University e dell’University College of London avevano notato che l’esposizione al batterio di un gruppo di pazienti malati di tumore li aveva resi più ottimisti nei confronti della loro situazione.

LA SEROTONINA- A quell’epoca Chris Lowry della Bristol University aveva spiegato questo risultato con il fatto che il micobatterio stimola il sistema immunitario e attiva nel cervello un gruppo di neuroni capaci di produrre serotonina, un ormone che migliora l’umore e riduce l’ansia (certi antidepressivi agiscono proprio aumentando il livello di serotonina nel cervello). «Poiché la serotonina ha un ruolo positivo anche sui processi di apprendimento – ha spiegato Dorothy Matthews a San Diego – abbiamo voluto verificare questo effetto con un esperimento sugli animali». I risultati lo hanno confermato: i topi, cui erano stati somministrati con il cibo batteri vivi, erano più abili a orientarsi in un labirinto rispetto ai topi di controllo. Non solo, ma questa capacità durava nel tempo, anche dopo la sospensione della somministrazione del batterio. Soltanto a tre settimane di distanza l’effetto non era più evidente.

RIDURRE L’ANSIA - «Queste ricerche suggeriscono che il Mycobacterium vaccae – ha commentato Matthews – può avere un ruolo nel ridurre l’ansietà e nell’aumentare le capacità di apprendimento. Varrebbe la pena, a questo punto, valutare se inserire, nei programmi scolastici, attività all’aria aperta, in ambienti dove questo microrganismo è presente, con l’obiettivo di ridurre l’ansia degli allievi e migliorare lo studio».

venerdì 18 giugno 2010

CERVELLO BAMBINI APPRENDE ANCHE DURANTE IL SONNO

Sembra che dormano tra due guanciali e invece stanno studiando. Il cervello dei neonati, e' ormai sicuro, apprende anche mentre il piccolo dorme. Parola dei ricercatori dell'Universita' della Florida che hanno dimostrato un altro dei miracoli del corpo umano.

L'esperimento pubblicato su Pnas ha coinvolto 26 bebe' ai quali e' stata fatta ascoltare una melodia mentre dormivano serenamente, seguita da un leggero soffio sugli occhi.

Ripetendo l'esperimento, i bambini strizzavano le palpebre senza bisogno del soffio, ma al solo ascolto del brano musicale. La dimostrazione, secondo la ricercatrice-psicologa Dana Byrd, ''che il cervello dei bambini e' come una spugna in grado di immagazzinare dati anche quando e' in stand-by''.

mercoledì 26 maggio 2010

memoria : RIPOSARE E SOGNARE, SEGRETO PER IMPARARE DI PIU'

Per essere piu' svegli basta dormire di piu'. Il tributo alla pennichella, capace di mettere il turbo al cervello, arriva dai ricercatori di Harvad su Current Biology. Quello che generazioni di studenti avevano solo ''sognato'', pisolini per facilitare lo studio, e' ora una verita' scientifica. Ripassare poco prima di dormire aiuta a fissare meglio la lezione, spiegano gli scienziati americani. E' l'attivita' onirica, il sogno in altre parole, a contribuire a formare una memoria di ferro. L'esperimento condotto da Robert Stickgold della Harvard Medical School ha infatti confermato che ricordano meglio coloro che subito dopo la lettura cadono in un letargo ricco di sogni, rispetto a chi in preda all'ansia da esame passa la notte in bianco o a coloro che pur addormentandosi non fanno molti sogni.

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