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mercoledì 28 settembre 2011

INVECCHIAMENTO: Abitare ai piani alti? Una sventura Lo studio: "Fa invecchiare prima"


Una ricerca conferma la teoria di Einstein: più si sale e più il tempo scorre velocemente. I fisici: "Bastano due gradini per fare la differenza"


Per anni ci siamo dati da fare per trovare il piano alto. La teoria è stata sempre una sola: più alto è meglio è. Una casa al primo piano no, proprio no. Ladri scaltri e tapparelle da abbassare anche solo per portare fuori la spazzatura erano il deterrente principale. Il secondo piano lo abbiamo sempre guardato con sospetto, bollato e scartato con un «preferibilmente no». Buono il terzo, ottimo il quarto, meraviglioso il quinto, spettacolare il sesto. Poi noi, generalmente ci fermiamo. I nostri palazzi non osano andare più in alto. L’Italia non è Dubai e la gara in altezza con New York non ci riguarda.
Eppure i risultati dello studio americano appena usciti interessano anche noi con il debole per la vista panoramica ma moderata. Gli scienziati spiegano che a fare la differenza bastano due gradini. E il malcapitato più in alto invecchia prima. Ma come, e i nostri piani attici allora? Non sarà che d’ora in poi il piano terra sarà valutato dalle agenzie immobiliari più del quarto piano?
A farci rimpiangere il seminterrato, così buio ma così salutare, sono due fisici americani del National Institute of Standards and Technology (Nist) di Boulder, nel Colorado, che pubblicano la ricerca sulla rivista Science. Lo studio ha confermato una delle intuizioni che già ebbe Einstein con la teoria della relatività: il tempo scorre più velocemente se si sale in quota. Un teorema accettato dalla comunità scientifica da anni, ma ora, e solo ora, gli studiosi sono finalmente riusciti a dimostrarlo con precisione disarmante e ad applicarlo alla quotidianità. Per la prova i fisici hanno usato i due orologi atomici più precisi che esistono oggi al mondo e che si trovano in due laboratori del Nist. I super-cronometri, talmente puntuali da andare indietro di un secondo ogni 3,7 miliardi di anni, sono stati connessi da un cavo in fibra ottica di 75 centimetri di lunghezza. A una distanza di altitudine di soli 33 centimetri, l’orologio atomico più in alto avanza un po' più rapidamente. Naturalmente l’avanzamento del tempo è infinitesimale e impercettibile all’uomo, ma è indubbio. L’esperimento dimostra che gli orologi ad altitudine più elevata corrono più velocemente perché sono meno soggetti alla forza di gravità. Ma come confermano le cifre, questo fenomeno, chiamato «dilazione gravitazionale del tempo» più che incidere sulla vita dell’uomo avrà altri risvolti in geofisica. Ad assicurarcelo è lo stesso portavoce del Nist: «La differenza è impercettibile per gli esseri umani, ma può fornire applicazioni pratiche in geofisica e in altri campi». Quindi per adesso i calcoli degli studiosi saranno usati per migliorare la tecnologia applicata alla misurazione della superficie della Terra e nel campo gravitazionale. Tuttavia avvicinando i dati dello studio con la nostra vita quotidiana, il risultato diventa impressionante: secondo il ricercatore James Chin-Wen Chou, a una distanza di appena due gradini nel corso di una vita di 79 anni, la persona che si trova più in alto invecchia 90 miliardesimi di secondo in più rispetto a quello che sta più in basso. Se poi uno dei due vive al centoduesimo piano dell’Empire State Bulding di New York - e qui parliamo addirittura di un colosso di 381 metri di altezza, altro che il nostro ambitissimo sesto piano - l’invecchiamento diventa maggiore, e la differenza sarà di 104 miliardesimi di secondo.
E noi che pensavamo fossero le scale a farci sentire invecchiati di colpo.

lunedì 27 dicembre 2010

INVECCHIAMENTO : Lotta all’invecchiamento, scoperto un nuovo alleato


La scienza continua senza sosta la sua ricerca della fonte di eterna giovinezza. Restrizione calorica, esercizio fisico, integratori, antiossidanti: che cosa funziona davvero? Negli Stati Uniti molti anziani assumono l’ormone della crescita con lo scopo di ritardare l’invecchiamento. Ma forse stanno sbagliando tutto.

Non è l’ormone della crescita ma il suo antagonista a favorire la longevità. Lo hanno scoperto i ricercatori della divisione di medicina geriatrica ed endocrinologia della scuola di medicina dell’Università di Saint Louis, negli Usa, che hanno da poco pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences i risultati del loro studio.

Secondo gli autori, un composto che agisce in modo opposto rispetto all’ormone della crescita può invertire alcuni dei segni dell’invecchiamento. John Morley, uno degli autori della ricerca, avverte: “Questi risultati suggeriscono che l’ormone della crescita, quando viene somministrato a persone di mezza età o anziane, può essere pericoloso”.

Si chiama MZ-5-156 ed è un antagonista dell’ormone della crescita. Lo hanno dato a un topo geneticamente modificato per studiare il processo di invecchiamento e hanno scoperto che MZ-5-156 aveva effetti positivi sullo stress ossidativo nel cervello, migliorando le capacità cognitive, la telomerasi (enzima che ha un’azione protettiva sul Dna) e l’aspettativa di vita, riducendo al contempo l’attività tumorale.

Come molti antagonisti dell’ormone della crescita, MZ-5-156 si è dimostrato in grado di inibire diversi tipi di tumore umano, inclusi quelli alla prostata, al seno, al polmone e al cervello. Ha anche effetti positivi sull’apprendimento ed è associato a miglioramenti nella memoria a breve termine. La sua azione lenitiva dello stress ossidativo è stata efficace nell’invertire l’indebolimento cognitivo dei topi usati nella ricerca.

Secondo gli autori, insomma, questo composto avrebbe tutte le carte in regola per essere considerato un utile alleato contro gli effetti del tempo.
FONTE: http://blog.panorama.it/hitechescienza/2010/12/26/lotta-allinvecchiamento-scoperto-un-nuovo-alleato/

giovedì 9 dicembre 2010

Salute: L’invecchiamento? E’ un processo reversibile

Come in un film che scorre all’incontrario, sarebbe bello vedere le rughe sul viso assottigliarsi e poi pian piano sparire, i capelli da bianchi farsi grigi e poi nuovamente neri, e la memoria e la prontezza di riflessi tornare quelle di un tempo. Insomma sarebbe bello che il processo ineluttabile al quale siamo sottoposti dalla nascita, invecchiare, potesse non solo arrestarsti ma anche tornare indietro, riconducendoci alla giovinezza. Una ricerca svolta al Dana-Farber Cancer Institute della scuola di Medicina di Harvard, e appena pubblicata sulla rivista Nature, sostiene che, nei topi, questo è possibile.

Esiste un “punto di ritorno se si rimuovono le cause dell’invecchiamento”, sostiene Ronald De Pinho, biologo molecolare e principale autore dello studio. Per dimostrarlo lui e il suo team hanno lavorato sul Dna di alcuni topi facendoli invecchiare artificialmente per poi provare se era possibile invertire la rotta e farli ringiovanire nuovamente.

I ricercatori sono intervenuti sui telomeri, pezzi di Dna ripetuti che fungono da protezione per i cromosomi, impedendo la perdita di informazioni durante la loro duplicazione. Man mano che le cellule si dividono e si replicano i telomeri si usurano e si sfilacciano e con l’età si accorciano dando luogo alla comparsa dei segni dell’invecchiamento.

Gli scienziati hanno applicato delle modificazioni genetiche a un gruppo di topi, sopprimendo il gene responsabile della telomerasi, un enzima che contribuisce alla ricostruzione dei telomeri per la protezione dei cromosomi. I topi così modificati non hanno tardato a mostrare prematuri segni di invecchiamento: pelo grigio, testicoli più piccoli, milza atrofizzata, dermatiti sulla pelle e senso dell’olfatto offuscato. I topi dell’età di circa 6 mesi dimostravano intorno ai due anni, l’equivalente dei nostri 80.

Poi gli scienziati gli hanno somministrato un farmaco che ha rimesso in funzione il gene della telomerasi e hanno osservato il processo di invecchiamento regredire: il pelo rifarsi lucido, l’olfatto tornare normale, i testicoli riacquistare la loro funzionalità. Molto lavoro c’è ancora da fare per “imparare a controllare l’espressione di questo gene e risvegliarlo in modo transitorio così che i telomeri possano essere riparati”, dichiara De Pihno, e l’invecchiamento arrestato o addirittura fatto regredire. Resta poi tutto da dimostrare che quanto si è dimostrato valido sui topi funzioni anche sull’uomo.

Se vi accontentare di tenere giovani almeno i muscoli, datevi alla corsa. Un’altra ricerca, questa volta dell’Università di Tel Aviv, pubblicata su PLoS ONE, sostiene infatti che un’intensa attività fisica è quello che ci vuole per favorire la proliferazione delle cellule staminali nei muscoli, contribuendo in questo modo a mantenerli più giovani.

I ricercatori israeliani hanno fatto correre i topi su di una ruota per 20 minuti al giorno per un totale di 13 settimane e hanno verificato che il numero delle loro cellule staminali muscolari era aumentato anche fino al 50 per cento, dimostrando che l’esercizio fisico di resistenza può preservare la giovinezza dei muscoli. E la buona notizia è che non è mai troppo tardi, anzi è semmai vero il contrario. Nei topi più anziani l’incremento di staminali muscolari dovuto all’attività fisica era compreso tra il 33 e il 47 per cento, quindi molto superiore a quello sperimentato dagli animali giovani pari al 20-35 per cento.
fonte: http://blog.panorama.it/hitechescienza/2010/12/06/linvecchiamento-e-un-processo-reversibile/

giovedì 25 novembre 2010

longevità : Svelato il potere segreto di Sirt3, l'enzima che frena l'invecchiamento

E' possibile fermare l'invecchiamento? Dietro le licenze letterarie di Peter Pan e Dorian Gray, la ricerca continua a camminare sulla strada verso uno dei più ambiziosi sogni della scienza. Il nuovo passo avanti lo ha fatto un team della University of Wisconsin-Madison, che ha individuato un enzima chiave nel processo di declino delle cellule. La scoperta, secondo gli scienziati, potrà aiutare a comprendere non solo i vari fattori legati all'invecchiamento, ma potrebbe essere il punto di partenza per la ricerca di farmaci in grado di ritardarlo o di assicurare una vecchiaia più in salute.

Lo studio, presentato sull'edizione online di Cell, è stato coordinato dal genetista Tomas A. Prolla ed è partito dalla vecchia questione - ampiamente documentata in studi su specie diverse, dai ragni alle scimmie - di come e perché a una dieta a più basso contenuto calorico corrisponda un rallentamento dei processi di invecchiamento: "Siamo molto più vicini alla comprensione di quel legame - afferma ora Prolla sulle pagine di Cell - e questo studio è la prima prova diretta del meccanismo che sta alla base degli effetti anti-invecchiamento legati alla riduzione calorica".

L'enzima su cui si sono focalizzati i ricercatori si chiama Sirt3 e fa parte della famiglia delle sirtuine, già studiate come geni della longevità; ma rispetto ai "fratelli", Sirt3 sembra avere un impatto più evidente sul destino delle cellule e sulla loro fisiologia. Per arrivare
alle proprie conclusioni, il team ha studiato topi con una perdita uditiva legata all'età, concentrandosi sui mitocondri, fonte primaria dei temuti radicali liberi, molecole che svolgono una potente azione ossidante. E hanno osservato che, riducendo l'apporto calorico nella dieta, i livelli di SIRT3 aumentavano, finendo per alterare il metabolismo e consentendo di ridurre i radicali liberi prodotti dai mitocondri.

L'obiettivo prossimo, consegnato alla scienza da questo studio, è dunque la ricerca di un farmaco che riesca a replicare l'azione dell'enzima Sirt3 e, limitando i danni dell'ossidazione, rallenti il naturale declino delle cellule e con esso l'invecchiamento complessivo.
fonte: http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2010/11/22/news/l_enzima_che_ferma_l_invechiamento-9285911/?rss

sabato 9 ottobre 2010

Alzheimer : vitamina B può rallentare sensibilmente l’insorgere di disturbi legati all'avanzare dell'età

I test hanno dimostrato che l’apporto di vitamina B può rallentare sensibilmente l’insorgere di disturbi legati all'avanzare dell'età

Svelata l’ultima arma nella battaglia contro l’Alzheimer: una semplice vitamina. I ricercatori dell’Università di Oxford hanno rivelato che l’assunzione quotidiana di pastiglie a base di vitamina B rallenta il processo di perdita delle facoltà mentali che si verifica con l’incedere dell’età, causando segni precoci di demenza, come la perdita di memoria.

In un esperimento durato due anni, è stato riscontrato che l’assunzione della vitamina riduceva fino al 50% l’atrofia del cervello in un gruppo di persone anziane.

Una pastiglia vitaminica che freni la regressione cognitiva associata all’aumento dell’età potrebbe avere implicazioni di portata colossale. Circa 1.5 milioni di persone in Inghilterra, 14 milioni in Europa e 5 milioni negli Stati Uniti hanno problemi legati alla perdita di memoria, difficoltà nell’uso del linguaggio e altre disfunzioni conosciute come Graduale Indebolimento Cognitivo (MCI), metà delle quali degenerano nello sviluppo dell’Alzheimer o altre forme di demenza senile nell’arco di cinque anni.

Anche un lieve rallentamento di questo processo rappresenterebbe una grande conquista dal punto di vista umano ed economico. In ogni caso gli scienziati sostengono che sia ancora prematuro prescrivere agli anziani che soffrono di lapsus di memoria l’assunzione di vitamina B, almeno fino a che gli studi non consentiranno di mettere in luce tutti i rischi e i benefici.

La vitamina B si trova nella carne, nei cereali e nelle patate. Favorisce la crescita e il proliferare delle cellule, rafforza il sistema immunitario e aiuta a mantenere in buona salute la pelle e le ossa.

Il Professor David Smith del Dipartimento di Farmacologia della Oxford University, e co-leader dell’esperimento ha dichiarato «E’ una scoperta eccezionale. Speriamo davvero che questo trattamento così semplice e sicuro possa frenare lo sviluppo dell’Alzheimer in molte persone che soffrono di graduale indebolimento cognitivo». «Sono risultati estremamente promettenti, ma – precisa- prima di poter cantare vittoria sono necessari ulteriori test e verifiche».

Gli effetti di lungo periodo dell’assunzione di grandi dosi di vitamine non sono del tutto noti, ma alcuni studiosi ritengono che possa causare l’insorgere di alcune forme di cancro. «Io comunque proverei questa terapia senza esitazione», conclude il professore.

Chris Kennard, a capo del Consiglio di Neuroscienze sulla ricerca medica ha dichiarato: «Questo esperimento ci consente di compiere un grosso balzo in avanti nella scoperta del complesso quadro neurobiologico che sottende all’avanzare dell’età e al declino cognitivo»
fonte: lastampa.it

venerdì 8 ottobre 2010

Salute: Ecco l'elisir che allunga la vita dei topi è un cocktail fatto di tre aminoacidi


l risultato sorprendente è frutto di uno studio tutto italiano. Gli animali "alimentati" con la miscela hanno vissuto in media 95 giorni (il 12% dell'esistenza) in più rispetto al gruppo di controllo e hanno mostrato un potenziamento del gene della longevità, dei sistemi di difesa, della resistenza fisica e della coordinazione motoria. Le speranze per l'uomo.

E' 'solo' un cocktail di aminoacidi, ma avrebbe il potere di allungare la vita. Questa sorta di elisir è oggetto di una scoperta tutta italiana, frutto di uno studio coordinato da Enzo Nisoli dell'Università di Milano, in collaborazione con gli atenei di Pavia e Brescia e l'Istituto auxologico di Milano. Il senso finale della ricerca, che sarà pubblicata domani sulla rivista Cell Metabolism, è che facendo bere ai topi acqua potabile arricchita con un composto di aminoacidi, la loro vita si allunga, mantenendosi in buona salute.

Gli ingredienti chiave del composto sono i cosiddetti aminoacidi a catena ramificata (BCAA), che rappresentano tre dei venti aminoacidi (leucina, isoleucina e valina) che normalmente costituiscono le proteine. "E' la prima volta - ha spiegato Nisoli della Facoltà di medicina e chirurgia - che si dimostra che una miscela di aminoacidi può, nei mammiferi, in questo caso nei topi, aumentare la sopravvivenza".

In passato altre ricerche avevano già evidenziato che i tre aminoacidi sono in grado di prolungare la vita del lievito unicellulare, ma in questo nuovo studio i ricercatori italiani lo hanno dimostrato in organismi complessi, che condividono molti aspetti genetici, molecolari e cellulari con l'uomo. Nisoli e i colleghi hanno somministrato il cocktail di aminoacidi a topi maschi di mezza età, aggiungendolo ogni giorno, sino al termine della vita, all'acqua potabile che il gruppo beveva. L'esito finale è stato sorprendente perché i topi in questione hanno vissuto più a lungo del gruppo 'di controllo' cui non era stata aggiunta all'acqua la miscela di aminoacidi: in media 869 giorni i primi e 774 giorni i secondi. Un allungamento della vita del 12 per cento, 95 giorni.

Cercando le ragioni del risultato, i ricercatori hanno scoperto che la dieta arricchita con questa miscela di aminoacidi, favorendo la produzione della proteina eNOS e di conseguenza la sintesi di ossido nitrico (NO) (un meccanismo già dimostrato in precedenti loro studi pubblicati nel 2003 e nel 2005 su Science), produce un aumento di mitocondri nei muscoli dello scheletro e nel muscolo cardiaco.

I mitocondri sono i componenti delle cellule dell'organismo deputati alla produzione di energia, tanto che vengono definiti le "centrali energetiche" della cellula. La ricerca, inoltre, ha evidenziato che i topi così "alimentati" mostrano una maggiore attività del Sirt1, il gene della longevità, e una maggiore "potenza" dei geni del sistema di difesa che combatte i radicali liberi. Secondo lo studio, gli animali che hanno beneficiato del cocktail in questione hanno infine mostrato miglioramenti nella resistenza allo sforzo fisico e nella coordinazione motoria. Visto l'esito della ricerca sui topi, la miscela potrebbe essere usata con buoni risultati nelle persone di età avanzata o debilitate. Questo sarà il prossimo passo della ricerca.
fonte: http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2010/10/05/news/cocktail_di_aminoacidi_allunga_la_vita-7733730/?rss

lunedì 27 settembre 2010

vecchiaia : A vivere in alto si invecchia di più

Vivere all'ultimo piano di un grattacielo in una bella città assicura uno skyline inimitabile, ma fa invecchiare più velocemente. Lo dimostra l'ultima ricerca scientifica di due fisici americani del National Institute of Standards and Technology (Nist) di Boulder, Colorado, pubblicata sulla rivista Science. Lo studio ha confermato una delle intuizioni che ebbe Einstein con la teoria della relatività: il tempo scorre più velocemente se si sale in quota.

VERITÀ SCIENTIFICA - Il suddetto teorema è accettato dalla comunità scientifica da anni, ma solo adesso gli studiosi sono riusciti a dimostrarlo con una disarmante precisione. I fisici infatti hanno usato i due orologi atomici più precisi che esistono oggi al mondo e che si trovano in due laboratori del Nist. I super-cronometri, che sono talmente puntuali da andare indietro di un secondo ogni 3,7 miliardi di anni, sono stati connessi da un cavo in fibra ottica di 75 centimetri di lunghezza. A una distanza di altitudine di soli 33 centimetri, l'orologio atomico più in alto avanza un po' più rapidamente. Naturalmente l'avanzamento del tempo è infinitesimale e impercettibile all'uomo, ma è indubbio. Secondo i dati diffusi dal ricercatore James Chin-Wen Chou, a una distanza di appena due gradini nel corso di una vita di 79 anni, la persona che si trova più in alto invecchia 90 miliardesimi di secondo in più rispetto a quello che sta più in basso. Se poi uno dei due poi vive al centoduesimo piano dell'Empire State Bulding l'invecchiamento diventa maggiore: la differenza sarà di 104 miliardesimi di secondo.

FORZA DI GRAVITÀ - L'esperimento dimostra che gli orologi ad altitudine più elevata corrono più velocemente perché sono soggetti a meno forza di gravità. Ma come dimostrano le cifre, questo fenomeno, chiamato "dilazione gravitazionale del tempo" non incide affatto sulla vita dell'uomo: «La differenza è impercettibile per gli esseri umani, ma può fornire applicazioni pratiche in geofisica e in altri campi» dichiara al Daily Telegraph un portavoce del Nist. Per adesso i calcoli degli studiosi saranno usati per migliorare la tecnologia applicata alla misurazione della superficie della Terra e nel campo gravitazionale.

sabato 25 settembre 2010

invecchiamento : Sei mesi nello spazio e torni più vecchio di 40 anni


Siete curiosi di sapere come ci si sente nei panni di un ottantenne? Non serve una macchina del tempo. Basta - si fa per dire - qualche mese nello spazio e in men che non si dica vi ritroverete deboli e flaccidi come se aveste il doppio della vostra età. Provare per credere…

Si allenano per mesi, per arrivare alla partenza in forma perfetta. Sopportano faticosi esercizi in assenza di gravità, seguendo una dieta studiata all'ultima caloria. E tutto per ritrovarsi, sul più bello, con un fisico da… pensionati. La vita da astronauta non è esattamente consigliata a chi aspira a bicipiti da Big Jim: dopo sei mesi nello spazio anche i cosmonauti più forzuti si ritrovano con il tono muscolare di un nonnino, rivela uno studio pubblicato sulla rivista scientifica The Journal of Physiology.

Invecchiamento precoce. Un'equipe della Marquette University di Milwaukee (USA) ha monitorato il tricipite della sura (un muscolo situato nella parte posteriore della gamba, essenziale per il mantenimento della postura e dell'equilibrio) di 9 astronauti russi e statunitensi alternatisi sulla ISS dal 2002 al 2005, attraverso una serie di biopsie.

Ciascun soggetto aveva trascorso sulla stazione orbitante 6 mesi, sottoponendosi all'esame appena prima di partire e subito dopo il ritorno. Dalle analisi è emerso che al termine della missione, i cosmonauti mostravano un indebolimento delle fibre muscolari pari al 40%, tanto che un uomo di un'età media di 40 anni arrivava a dimostrarne più o meno il doppio. La stessa sorte è toccata ai mingherlini tanto quanto ai palestrati, ma fortunatamente, si tratta di un effetto transitorio: una volta tornati a Terra, bastano alcune settimane per recuperare la forma originaria.

Guida tu, che è meglio. Che vivere in assenza di peso incidesse sul tono muscolare non è certo una novità. Già da tempo durante le missioni e sulla ISS, gli astronauti si sottopongono ad almeno un paio d'ore di esercizio fisico al giorno, e quando tornano a Terra, per un due-quattro settimane, non hanno neppure la forza di guidare la propria auto. Ma questo, dicono gli addetti ai lavori, è il primo studio su questo tema compiuto a livello cellulare, e apprendere la rapidità del processo mette i brividi: che cosa accadrebbe se per esempio, una volta su Marte, dopo 6 mesi di volo, ci fosse bisogno di una passeggiata spaziale urgente per riparare la navicella? O se di ritorno nell'atmosfera, si dovesse abbandonare la capsula in tutta fretta a causa di un incendio?
Poche calorie.

La colpa secondo Robert Fitts, che ha condotto lo studio, è anche di una dieta non sempre sufficiente a soddisfare le necessità dei membri dell'equipaggio: «Nessuno degli uomini studiati in questo esperimento» ha detto il ricercatore «aveva mangiato abbastanza». Ma dal centro di ricerca biomedico della Nasa si difendono: il tricipite della sura dicono, è uno dei muscoli più difficili da allenare in assenza di gravità. Quello tratteggiato da Fitts insomma, sarebbe lo scenario più pessimista.
fonte: www.focus.it

eterna giovinezza: Dalla Russia la “pillola dell’eterna giovinezza”


Ancora due anni e la 'pillola dell'eterna giovinezza' sara' sul mercato. Ne e' sicuro Vladimir Skulachev, uno scienziato russo.Al Daily Mirror ha annunciato l'avvio dei primi test sull'uomo dei suoi 'Skulachev ions', capaci di frenare gli effetti dell'invecchiamento.

Dorian Gray aveva un ritratto che lo manteneva sempre giovane e affascinante. Meryl Streep, in “La morte ti fa bella”, era disposta ad uccidere per l’eterna giovinezza. La vecchiaia, incubo dell’uomo dalla notte dei tempi, a quanto pare potrà essere contrastata da una vera e propria “pillola dell’eterna giovinezza” che, secondo il parere di uno scienziato russo, sarà sul mercato entro due anni.

Vladimir Skulachev ha infatti annunciato l’avvio dei primi test sull’uomo dei suoi “Skulachev ions”, una sostanza antiossidante capace di frenare gli effetti dell’invecchiamento. «Nel 99% dei casi l’ossigeno nelle cellule si trasforma in acqua - afferma lo scienziato, che dirige il dipartimento di Bioenergetica dell’università di Mosca - ma c’è una percentuale di casi in cui diventa un superossido potenzialmente velenoso. Dovevamo trovare un antiossidante in grado di bloccare questo processo». La molecola, sviluppata da Skulachev dopo 40 anni di lavoro e dopo un test sulla sua stessa persona, è un derivato di una sostanza antiossidante chiamata Sqkl, che lo stesso scienziato ha dimostrato essere in grado di penetrare nei mitocondri in quantità molto più alta degli antiossidanti naturali. In parole povere, il farmaco agisce bloccando gli effetti dannosi che l’ossigeno può avere sulle cellule del corpo. I test su topi, crostacei e altri animali ne hanno allungato significativamente la vita, a volte raddoppiandola.

Lo scienziato russo, nonostante molte persone abbiano giudicato quantomeno stravaganti i suoi esperimenti, ha ricevuto la benedizione di Gunter Blobel, premio nobel per la medicina nel 1999: «Skulachev è di sicuro il miglior biochimico del mondo - ha affermato - e il più grande esperto di bioenergetica».

Ai volontari che testeranno il farmaco l’ardua sentenza.

giovedì 15 luglio 2010

longevità : Vivere bene a quota 5.000 svelato il segreto dei tibetani


Vivere in alta quota allunga e migliora la vita. Ad assicurare longevità e vecchiaia più attiva non sono solo aria pulita, cibi sani, movimento quotidiano e ritmi meno stressanti. Un gruppo di ricercatori americani ha certificato che i popoli di montagna sono geneticamente diversi dagli altri. Il loro organismo, nel corso dei secoli, ha subìto un mutamento biologico, capace di garantire la sopravvivenza della specie anche in condizioni estreme.

Lo studio dell'Università di Berkeley, pubblicato sull'ultimo numero della rivista Science, è riuscito a spiegare perché la resistenza alla rarefazione dell'aria, dove la concentrazione dell'ossigeno è inferiore fino al 40% rispetto a quella sul livello del mare, rallenta gli effetti dell'invecchiamento e migliora le prestazioni degli organi interni. La ricerca è stata effettuata in Tibet e ha messo a confronto il Dna di cinquanta abitanti dell'Himalaya con quello di altrettanti cinesi di etnia han nati in pianura. Fino ad oggi la scienza aveva già scoperto dieci geni che distinguono i due popoli. L'équipe del professor Rasmus Nielsen ne ha rilevati ora trenta, individuando per la prima volta nei discendenti di chi da generazioni si è insediato sopra i 3500 metri di quota una sorta di "umanità parallela". La scoperta del "segreto dei tibetani" non stabilisce solo una diversità genetica, politicamente assai delicata, tra i nativi di Lhasa e quelli di Pechino. Si estende ai 13 milioni di esseri umani che in tutto il mondo vivono fino a 5 mila metri sopra il livello del mare ed è destinata a dare nuovo impulso agli studi sulle malattie causate dalla privazione di ossigeno nel grembo materno, tra cui epilessia e schizofrenia.
Secondo gli scienziati californiani, i popoli delle vette sono protagonisti "della più rapida mutazione genetica mai accertata" e questo cambiamento è "direttamente connesso al modo con cui l'organismo utilizza l'ossigeno".

La razza selezionata sul "tetto del mondo", dove si concentrano tutti gli Ottomila del pianeta, ha avuto origine in Asia 2800 anni fa, quando tibetani e han si sono separati. Clima e isolamento hanno evitato contaminazioni di sangue, consegnandoci il popolo che può oggi condurre oltre il mistero della consunzione fisica. I tibetani, come altre genti degli altipiani andini, non vengono colpiti dal cosiddetto "mal di montagna". La carenza cronica di ossigeno non causa in loro edemi polmonari, o cerebrali, nemici anche degli alpinisti più allenati. Problemi cardiaci e di pressione, affaticamento rapido, neonati sottopeso e alta mortalità infantile, non colpiscono come dovrebbero chi da sempre vive tra i 3700 e i 5200 metri di quota.
Fra i 30 geni della "vita rafforzata" uno in particolare è mutato fino a disegnare il profilo di un super-uomo. Si chiama "Epas1" ed è noto come il "gene dell'atleta". Le due varianti principali favoriscono le prestazioni sotto sforzo e codificano la proteina che, grazie alla capacità di regolare i livelli di ossigeno nel sangue, bilancia il metabolismo aerobico e anaerobico.

Che la selezione naturale dell'altitudine avesse fissato delle "varianti umane vantaggiose" non è una novità. Gli sportivi ricorrono da anni alla preparazione in quota per aumentare globuli rossi, emoglobina, eritropoietina ed ematocrito, così da migliorare le prestazioni agonistiche. Lo studio di Berkeley si spinge più in là, individuando per la prima volta i geni che trasformano l'ipossia nel motore di una serie di adattamenti cellulari che, oltre che la resistenza atletica, migliorano la salute e rallentano l'invecchiamento. Non potremo andare tutti a vivere in Tibet. Scienza e medicina si apprestano però a portare l'Everest verso valle, affinché chiunque possa mutare un essere dell'Himalaya.
fonte: repubblica.it

venerdì 2 luglio 2010

longevita' : Arriva il pomodoro che allunga la vita


È stato servito per la prima volta il superpomodoro naturale Made in Italy contro l’invecchiamento. Dall’insolita forma squadrata, è efficace, per effetto di un contenuto in licopene superiore al 50%, anche nella prevenzione delle malattie cardio-vascolari e tumorali. La novità in arrivo sul mercato grazie alle cooperative e ai consorzi che aderiscono al progetto per ’Una filiera agricola tutta Italiana' è stata presentata in occasione dell’Assemblea della Coldiretti, nell’ambito del Salone dell'Innovazione nella tradizione, alla presenza di quindicimila agricoltori provenienti da tutte le Regioni.

«Si tratta - sottolinea la Coldiretti in una nota - di una varietà priva di organismi geneticamente modificati (Ogm), che vanta una concentrazione superiore del 50% di licopene, un carotenoide di cui viene riconosciuto l’effetto antiaging. Una sostanza che - precisa la Coldiretti - svolge un’azione antiossidante superiore al betacarotene. Da un numero sempre maggiore di studi sta emergendo come il licopene sia in grado di comportare una serie di benefici per la salute, aiutando a prevenire alcuni tipi di tumore e malattie cardiovascolari e ritardando l’invecchiamento delle cellule del corpo». «Da ultimo, oltre all’oncologo Umberto Veronesi, anche la World Foundation of Urology - ricorda la Coldiretti - ha evidenziato l’importanza di questa sostanza nel pomodoro per combattere non solo il tumore alla prostata ma tutte quelle malattie dell’uomo, dai tumori alle malattie cardiovascolari, dalle artriti al Morbo di Parkinson, causate da stress-ossidativi e dalla formazione di radicali liberi».

Il superpomodoro, che ha una pezzatura delle bacche di circa 70 grammi e una forma squadrata, è stato coltivato per adesso dalle aziende agricole situate in Emilia Romagna e Lombardia, per essere trasformato nelle strutture cooperative e nei consorzi al fine di ottenere passate e polpe ad alta concentrazione di licopene. «Il suo contenuto e la capacità di assorbimento - spiega la Coldiretti - aumenta infatti considerevolmente in tutti i derivati del pomodoro, poichè la cottura del frutto (sia casalinga sia industriale) risulta positiva per la stabilità della molecola, anche rispetto a quella della vitamina C. Varie ricerche dimostrano che il corpo può assorbire più efficacemente il licopene - assicura Coldiretti - dopo che è stato trasformato in succhi, sughi, concentrati o ketchup».

Il pomodoro è il condimento maggiormente acquistato dagli italiani. Si stima che gli abitanti del belpaese consumino in famiglia circa 550 milioni di chili di pomodori in scatola o in bottiglia l’anno. «Ogni famiglia - a detta della Coldiretti - durante l’anno acquista almeno 31 kg di pomodori trasformati e, a essere preferiti, sono stati nell’ordine i pelati (12 Kg), le passate (11 Kg), le polpe o il pomodoro a pezzi (5 Kg) e i concentrati e gli altri derivati (3 Kg)». Non è un caso, dunque, che i derivati del pomodoro siano «la prima voce delle importazioni agroalimentari dalla Cina, con un quantitativo sbarcato in Italia nel 2009 pari a ben 82 milioni di chili da ’spacciare' come Made in Italy. Un quantitativo che corrisponde - sottolinea la Coldiretti - a circa il 10% della produzione nazionale di pomodoro fresco destinato alla trasformazione realizzata in Italia, che nel 2009 è stata pari a 5,73 miliardi di chili. Ogni giorno, in media, arrivano nei porti italiani oltre mille fusti di concentrato di pomodoro dal peso di oltre 200 chili dalla Cina che finisce sulle tavole mondiali come condimento tipico dei piatti Made in Italy».
fonte: lastampa.it

LONGEVITA' : E' SCRITTA NEL DNA, SONO 150 GENI A DECIDERE

Sono circa 150, e messe tutte insieme garantiscono la longevita' fino a 100 anni con una certezza matematica pari al 77%. Che il destino fosse in parte scritto nel Dna era noto: ora pero' sappiamo quali e quante sono le varianti genetiche che permettono alle persone di raggiungere e superare la soglia dei cento. Il nuovo modello di analisi simultaneo delle variazioni nel Dna, pubblicato si Science, e' stato messo a punto dall'esperta di biostatistica Paola Sebastiani e dal geriatra Thomas Perls dell'University of Boston in collaborazione con Annibale Puca dell'Istituto di Tecnologie Biomediche del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Itb-Cnr).

Per un vero e proprio vantaggio genico nell'invecchiamento di successo, spiegano i ricercatori, e' necessaria la somma di diverse modificazioni del patrimonio genetico. In poche parole non e' stata identificata, almeno per ora, un'unica variante che, se ereditata, porti con buona probabilita' l'individuo a diventare centenario, ''ma combinazioni di varianti geniche che influenzano sia la malattia, sia la resistenza a contrarle'' - spiega Annibale Puca, autore delle studio e ricercatore dell'Itb-Cnr -. Analizzando in dettaglio i profili genetici dei centenari, altrimenti detti 'firme genetiche', si e' visto che ve ne sono ben 19 condivise da persone con caratteristiche similari, come l'eta' di sopravvivenza e il ritardo a contrarre l'Alzheimer, le malattie cardiovascolari e l'ipertensione''.

martedì 25 maggio 2010

TE' VERDE: combatte vecchiaia e tristezza


Vi sentite vecchi e tristi? Bevete te' verde: il te' verde non solo fa bene al corpo, ma anche allo spirito, specialmente nella terza eta', quando puo' capitare di soffrire di depressione. Uomini e donne anziani che bevono diverse tazze al giorno di questa bevanda con meno probabilita' si sentono tristi, secondo quanto suggerisce uno studio giapponese. Il Dr. Kaijun Niu, della Tohoku University Graduate School of Biomedical Engineering, a Sendai, e i colleghi hanno scoperto che uomini e donne di 70 anni e oltre che bevevano quattro o piu' tazze di te' verde al giorno avevano il 44% di probabilita' in meno di soffrire di sintomi di depressione rispetto ai coetanei che consumavano meno te' verde. Diversi studi in passato hanno collegato l'assunzione di te' verde a una riduzione dei problemi di natura psicologica.
Cio' ha portato Niu e colleghi a cercare un'associazione tra il consumo di te' verde e i sintomi della depressione in un gruppo di 1.058 anziani in condizioni di salute relativamente buone.
Circa il 34% degli uomini e il 39% delle donne presentavano sintomi di depressione, si legge sull'American Journal of Clinical Nutrition. Questi sintomi erano seri in circa il 20% degli uomini e in circa il 24% delle donne. Nel complesso, 488 partecipanti allo studio hanno detto che bevevano quattro o piu' tazze di te' verde al giorno, 284 ne bevevano tre al di' e i restanti 286 ne consumavano una o anche meno. Anche considerati altri fattori, come lo status socio-economico, il sesso, l'alimentazione generale, i problemi medici, il fumo, l'attivita' fisica e l'uso di farmaci antidepressivi, i ricercatori hanno comunque notato un effetto protettivo del te' verde contro la depressione. Non e' stata osservata invece alcuna associazione tra diminuzione dei sintomi di depressione e consumo di altri tipi di te' (nero o oolong) o di caffe'.
Secondo i ricercatori, l'effetto positivo del te' verde e' da ricondursi alla presenza di un aminoacido, la teanina, che sembra svolgere l'azione di un "tranquillante" sul cervello, spiega Niu. Anche se la depressione e' una malattia che va curata con un mix appropriato di farmaci e psicoterapia, il te' verde, conclude il ricercatore giapponese, potrebbe contribuire al benessere di chi si sente un po' giu'.

venerdì 16 aprile 2010

alimentazione: CORRETTA ALIMENTAZIONE RALLENTA INVECCHIAMENTO

Dagli organismi unicellulari all'uomo, tutti gli esseri viventi vivono piu' a lungo grazie alla riduzione dell'apporto calorico. Lo spiega l'ultimo numero di ''Science'' in uscita domani con un lungo articolo che passa in rassegna i meccanismi metabolici e molecolari che rallentano l'invecchiamento e promuovono salute negli animali da esperimento e nell'uomo sottoposti ad un regime di restrizione calorica o ad altri interventi genetici e farmacologici che simulano la restrizione calorica. Il primo autore dello studio e' Luigi Fontana, direttore del Reparto di Nutrizione ed Invecchiamento dell'Istituto Superiore di Sanita', e responsabile di un progetto di collaborazione internazionale tra l'Iss e la Washington University School of Medicine di St Louis negli Stati Uniti, che ha studiato per primo gli effetti di questo regime dietetico sull'uomo.

''L'obiettivo di questi studi - dice Enrico Garaci, Presidente dell'Istituto Superiore di Sanita' - e' quello di comprendere i meccanismi metabolici e le basi molecolari che regolano l'invecchiamento e la loro correlazione con l'insorgenza delle malattie - in particolare quelle cardiovascolari, tumorali e neurodegenerative - per fare in modo che all'aumentare della vita media corrisponda un aumento anche della sua qualita'''.

La popolazione, prosegue il presidente, ''continua a invecchiare ma non in salute. La speranza di vita alla nascita in Italia, oggi, e' di circa 80 anni, 83 anni per le donne e 78 per gli uomini. La speranza di vita in salute, pero', e' solo di 50 anni: cio' significa che per almeno 30 anni i nostri cittadini sono soggetti a malattie di vario genere, e questo comporta anche un costo sanitario enorme. La sfida e' quella di ridurre in pochi anni il gap tra speranza di vita e speranza di vita in salute''.

giovedì 11 marzo 2010

DIETA ANTI-ETA' A BASE DI MAGNESIO, TE' VERDE E BETACAROTENE

Una formula dietetica in grado di mantenere giovani e contrastare i segni del tempo: l'hanno elaborata i ricercatori della McMaster University di Hamilton in Canada, che sono riusciti ad individuare gli ingredienti indispensabili dell'elisir dell'eterna giovinezza. I risultati del loro studio sono stai pubblicati sulla rivista Experimental Biology and Medicine.

Un cocktail a base di vitamine, acido folico, betacarotene, ginseng, aglio, estratti di te' verde, magnesio, melatonina, olio di fegato di merluzzo: questa la chiave per aumentare l'attivita' delle 'fornaci' cellulari - i mitocondri - che rispondono al nostro fabbisogno energetico, riducendone al tempo stesso l'emissione di radicali liberi, responsabili del processo di invecchiamento.

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