Lo studio, interamente italiano, è stato effettuato su topi che, trattati con la molecola, hanno ripreso a produrre cellule neuronali a un livello quasi normale. A coordinare i ricercatori sono stati Antonino Cattaneo, Giovanni Meli e Raffaella Scardigli in collaborazione con il Cnr, la Scuola Normale Superiore di Pisa e il Dipartimento di Biologia dell'Università di Roma tre.
L'invecchiamento del cervello, con la diminuzione progressiva di nuovi neuroni, che porta al morbo di Alzheimer, può essere rallentato, e anzi si può invertire il trend favorendo un vero e proprio «ringiovanimento». E' quanto scoperto da un team di ricercatori italiani dell'istituto Ebri, che hanno appurato che la nascita di nuovi neuroni nel cervello adulto (neurogenesi) si riduce in una fase molto precoce della malattia di Alzheimer.
Tale alterazione è causata dall'accumulo nelle cellule staminali del cervello di aggregati altamente tossici della proteina beta Amiloide, chiamati A-beta oligomeri. Il team è riuscito a neutralizzare gli A-beta oligomeri nel cervello di un topo malato di Alzheimer introducendo l'anticorpo A13 all'interno delle cellule staminali del cervello, riattivando la nascita di nuovi neuroni e ringiovanendo cosi' il cervello. In particolare, i ricercatori hanno dimostrato come la strategia messa a punto nei laboratori dell'Ebri permetta di ristabilire la corretta neurogenesi nel modello di topo studiato, recuperando dell'80% i difetti causati dalla patologia di Alzheimer nella fase iniziale.
Per la prima volta sono stati intercettati e neutralizzati sul nascere i singoli «mattoncini tossici» che formeranno le placche extracellulari di A-beta (l'attuale bersaglio terapeutico della malattia di Alzheimer), prima che questi provochino un danno neuronale irreversibile. Questa ricerca pone dunque le basi per lo sviluppo di nuove strategie utili per la diagnosi e la terapia di questa malattia neurodegenerativa. «Riuscire a monitorare la neurogenesi nella popolazione adulta offrirà in futuro un potenziale strumento diagnostico per segnalare l'insorgenza dell'Alzheimer in uno stadio ancora molto precoce, cioè quando la malattia è clinicamente pre-sintomatica.
NO AL NUCLEARE ESISTONO LE FONTI RINNOVABILI. AMBIENTE,NATURA,DIFESA DEL PIANETA. SALUTE
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martedì 26 novembre 2019
lunedì 19 dicembre 2011
morbo di Alzheimer : ESTRATTO LICHENE PER COMBATTERE ALZHEIMER
Un pigmento rosso estratto dai licheni potrebbe aiutare a combattere l'Alzheimer, riducendo gli ammassi di proteine nocive. A sperimentare il rimedio, per ora solo sugli animali, sono i ricercatori tedeschi del Max Delbruck Center for Molecular Medicine (MDC) e dell'Universita' di Berlino Charite'. I ricercatori hanno individuato la proprieta' in un composto chiamato orceina, derivata da una sostanza estratta dai licheni dei generi Roccella, Lecanora e Vacuolaria, e alcune molecole chiamate O4. La funzione di queste sostanze, descritta su Nature Chemical Biology, sarebbe quella di aggregarsi a proteine amiloidi di piccole dimensioni, le stesse che accumulandosi soffocano i centri nervosi e i neuroni favorendo lo sviluppo dell'Alzheimer.
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mercoledì 7 dicembre 2011
morbo di Alzheimer: SCOPERTO MECCANISMO DEGENERAZIONE NEURONALE
E' stato individuato un nuovo meccanismo attraverso cui la beta-amiloide, la principale responsabile della neurotossicita' nella malattia di Alzheimer (Ad), determina la morte delle cellule neuronali.
La scoperta, pubblicata su ''Journal of Biological Chemistry'', e' stata svolta nei laboratori dell'Istituto Superiore di Sanita', coordinata da Enrico Garaci, presidente dell'Iss, e Daniela Merlo, ricercatrice presso il dipartimento di biologia cellulare e neuroscienze dell'Iss, diretto da Maurizio Pocchiari, anch'egli tra gli autori della ricerca, e grazie alla collaborazione con Alessio Cardinale dell'Irccs San Raffaele Pisana.
L'accumulo di danno al Dna e i deficit nella riparazione del Dna possono contribuire alla progressiva morte neuronale che si verifica nelle malattie neurodegenerative. Sia la presenza di danni al Dna che una ridotta attivita' di riparazione sono documentate in Ad, ma non e' mai stato individuato il meccanismo molecolare alla base della disfunzione della riparazione del Dna. Nelle cellule eucariotiche, le forme piu' letali di danno al Dna, ovvero le rotture del doppio filamento, sono riparate principalmente dall'attivita' del complesso della Dna-dependent protein kinase (Dna-Pk). In questo studio, e' stato dimostrato per la prima volta che dosi subletali di beta-amiloide inibiscono l'attivita' della Dna-Pk. E che questa inibizione impedisce la riparazione del danno del Dna e il conseguente accumulo di questo danno contribuirebbe alla morte neuronale.
''La nostra ricerca e' di straordinario interesse per due motivi - spiegano Garaci e Merlo - il primo attiene all'individuazione del meccanismo molecolare che comporta la morte dei neuroni nella Malattia di Alzheimer. Infatti il lavoro mette in evidenza come la beta-amiloide sia in grado di inibire l'attivita' dell'enzima Dna-Pk che ha la funzione di riparazione del danno del Dna. Il secondo motivo di interesse e' legato al fatto che questo enzima Dna-Pk potrebbe essere utilizzato come strumento diagnostico nella malattia di Alzheimer anche nelle sue forme precoci''.
La scoperta, pubblicata su ''Journal of Biological Chemistry'', e' stata svolta nei laboratori dell'Istituto Superiore di Sanita', coordinata da Enrico Garaci, presidente dell'Iss, e Daniela Merlo, ricercatrice presso il dipartimento di biologia cellulare e neuroscienze dell'Iss, diretto da Maurizio Pocchiari, anch'egli tra gli autori della ricerca, e grazie alla collaborazione con Alessio Cardinale dell'Irccs San Raffaele Pisana.
L'accumulo di danno al Dna e i deficit nella riparazione del Dna possono contribuire alla progressiva morte neuronale che si verifica nelle malattie neurodegenerative. Sia la presenza di danni al Dna che una ridotta attivita' di riparazione sono documentate in Ad, ma non e' mai stato individuato il meccanismo molecolare alla base della disfunzione della riparazione del Dna. Nelle cellule eucariotiche, le forme piu' letali di danno al Dna, ovvero le rotture del doppio filamento, sono riparate principalmente dall'attivita' del complesso della Dna-dependent protein kinase (Dna-Pk). In questo studio, e' stato dimostrato per la prima volta che dosi subletali di beta-amiloide inibiscono l'attivita' della Dna-Pk. E che questa inibizione impedisce la riparazione del danno del Dna e il conseguente accumulo di questo danno contribuirebbe alla morte neuronale.
''La nostra ricerca e' di straordinario interesse per due motivi - spiegano Garaci e Merlo - il primo attiene all'individuazione del meccanismo molecolare che comporta la morte dei neuroni nella Malattia di Alzheimer. Infatti il lavoro mette in evidenza come la beta-amiloide sia in grado di inibire l'attivita' dell'enzima Dna-Pk che ha la funzione di riparazione del danno del Dna. Il secondo motivo di interesse e' legato al fatto che questo enzima Dna-Pk potrebbe essere utilizzato come strumento diagnostico nella malattia di Alzheimer anche nelle sue forme precoci''.
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giovedì 10 novembre 2011
MORBO DI ALZHEIMER: SCOPERTO ENZIMA-INTERRUTTORE PER SCONFIGGERE ALZHEIMER
Identificato il ruolo-chiave dell'enzima JNK coinvolto nella generazione e nella progressione dell'Alzheimer: la scoperta, pubblicata sul Journal of Biological Chemistry, e' stata effettuata dai ricercatori dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche ''Mario Negri'' di Milano.
Dallo studio, effettuato su un topo affetto dalla patologia, emerge che l'enzima JNK agisce su due proteine responsabili della neurodegenerazione cellulare che porta allo sviluppo della malattia - la proteina amiloide (responsabile della formazione dei frammenti di beta amiloide) e la proteina tau (responsabile dei grovigli neuro-fibrillari) - e che, come spiega Tiziana Borsello che ha diretto lo studio, la sua inibizione porta all'annullamento ''dei deficit cognitivi e delle alterazioni elettrofisiologiche caratteristiche della malattia, come il mal funzionamento dei neuroni dell'ippocampo, senza effetti collaterali rilevanti''.
Dallo studio, effettuato su un topo affetto dalla patologia, emerge che l'enzima JNK agisce su due proteine responsabili della neurodegenerazione cellulare che porta allo sviluppo della malattia - la proteina amiloide (responsabile della formazione dei frammenti di beta amiloide) e la proteina tau (responsabile dei grovigli neuro-fibrillari) - e che, come spiega Tiziana Borsello che ha diretto lo studio, la sua inibizione porta all'annullamento ''dei deficit cognitivi e delle alterazioni elettrofisiologiche caratteristiche della malattia, come il mal funzionamento dei neuroni dell'ippocampo, senza effetti collaterali rilevanti''.
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venerdì 26 agosto 2011
sale : TROPPO SALE FA MALE AL CERVELLO, OFFUSCA LA MEMORIA
Non solo al cuore. Usare piu' di un cucchiaino di sale al giorno puo' minacciare anche la salute del cervello e aumentare il rischio di Alzheimer. Lo sostiene uno studio condotto dall'Universita' di Toronto (Canada) su 1.262 persone sane, uomini e donne, tra i 67 e gli 84 anni di eta'. Secondo i ricercatori, le persone anziane che hanno diete ricche di sale e fanno poco esercizio fisico subiscono un declino mentale piu' rapido rispetto a quelli che sono piu' accorti nel dosare il condimento. Lo hanno stabilito misurando una volta all'anno per tre anni le condizioni di salute dei soggetti, utilizzando i test cognitivi piu' comunemente adoperati per diagnosticare l'Alzheimer. Lo studio e' pubblicato sulla rivista Neurobiology of Aging.
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giovedì 30 giugno 2011
Alzheimer : LA CANNELLA PREVIENE L'ALZHEIMER
Dalla cannella la prevenzione per l'Alzheimer: e' quanto rivela uno studio pubblicato su Plos One da un gruppo di studiosi dell'Universita' di Tel Aviv (Israele) guidati da Michael Ovadia del Dipartimento di Zoologia da cui emerge che un estratto ricavato dalla spezia - chiamato CEppt - contiene proprieta' che possono inibire lo sviluppo della patologia.
L'estratto, spiega Ovadia, e' in grado di inibire la formazione degli aggregati della proteina beta amiloide e dei grovigli neurofibrillari tipici della malattia di Alzheimer.
Nei test in provetta la sostanza si e' anche dimostrata in grado di spezzare le fibre amiloidi: secondo Ovadia questo significa che CEppt non solo previene lo sviluppo della malattia, ma potrebbe anche rappresentare un trattamento da somministrare a corso della malattia gia' iniziato.
L'estratto, spiega Ovadia, e' in grado di inibire la formazione degli aggregati della proteina beta amiloide e dei grovigli neurofibrillari tipici della malattia di Alzheimer.
Nei test in provetta la sostanza si e' anche dimostrata in grado di spezzare le fibre amiloidi: secondo Ovadia questo significa che CEppt non solo previene lo sviluppo della malattia, ma potrebbe anche rappresentare un trattamento da somministrare a corso della malattia gia' iniziato.
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venerdì 11 marzo 2011
Alzheimer e Parkinson: SCOPERTO RUOLO ENZIMA ANTI-ALZHEIMER
Bloccare l'infiammazione dei neuroni per prevenire Alzheimer e Parkinson. Un nuovo ''bersaglio'' terapeutico potrebbe essere costituito da una famiglia di enzimi, le caspasi. I ricercatori del Karolinska Instituter di Stoccolma (Svezia) hanno scoperto che questi enzimi, noti per avere un ruolo nella morte programmata delle cellule nervose, sono coinvolti anche nell'azione delle cellule della microglia, unita' immunitarie del sistema nervoso.
L'eccessiva attivazione di queste cellule provoca l'infiammazione e l'attacco ai neuroni, causa della perdita di risorse cerebrali preziose. In uno studio pubblicato su Nature, i ricercatori si dicono convinti che in futuro si potra' utilizzare un farmaco per ''spegnere'' le caspasi, frenando l'evoluzione delle patologie cerebrali.
L'eccessiva attivazione di queste cellule provoca l'infiammazione e l'attacco ai neuroni, causa della perdita di risorse cerebrali preziose. In uno studio pubblicato su Nature, i ricercatori si dicono convinti che in futuro si potra' utilizzare un farmaco per ''spegnere'' le caspasi, frenando l'evoluzione delle patologie cerebrali.
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mercoledì 2 febbraio 2011
Alzheimer: AL VIA ANCHE IN ITALIA SPERIMENTAZIONE PER UN VACCINO
L'Unita' Funzionale di Neurologia dell'Ospedale MultiMedica di Castellanza (Varese) e' uno dei soli quattro centri selezionati in Italia per il primo studio al mondo che si prefigge di identificare una reale prevenzione della malattia di Alzheimer e non un semplice trattamento sintomatico.
Oggi in Italia almeno 700.000 persone sono affette da forme piu' o meno avanzate di demenza. ''La demenza di cui la malattia di Alzheimer e' la forma piu' comune - spiega Massimo Franceschi, responsabile dell'Unita' Funzionale di Neurologia dell'Ospedale MultiMedica di Castellanza - e' la piu' grave conseguenza dell'invecchiamento, e pertanto con l'aumentare dell'attesa di vita delle nostre popolazioni e' attesa una vera e propria epidemia di demenze nei prossimi anni. Attualmente colpisce il 7% dei soggetti fra 65 e 85 anni e il 40% degli ultranovantenni, ma in realta' il processo patologico che conduce all'Alzheimer inizia decenni prima dell'insorgere dei sintomi''.
Attualmente si stanno studiando farmaci da utilizzare in soggetti a rischio prima dell'inizio dei sintomi della demenza, quando la dotazione neuronale e' ancora relativamente integra. ''I pazienti con il cosiddetto Mild Cognitive Impairment (MCI), cioe' con sintomi di amnesia chiara ma non ancora invalidante - prosegue Franceschi - e con certe caratteristiche genetiche, liquorali ed ipotrofia dell'ippocampo evidente alla risonanza magnetica, sono soggetti con un alto rischio di sviluppare una malattia di Alzheimer''. La casa farmaceutica Roche ha recentemente sviluppato un vaccino in grado di ''sciogliere'' le placche senili, che sono ritenute la base patogenetica della malattia, e quindi in linea teorica, in grado di fermare il procedere della patologia che porta alla demenza di Alzheimer. Questo vaccino sembra essere molto ben tollerato ed esente dai rischi che in passato avevano presentato farmaci analoghi. Roche ha identificato 63 centri in tutto il mondo cui affidare la sfida di dimostrare che questo vaccino sia in grado veramente di prevenire la malattia di Alzheimer in soggetti ad alto rischio come quelli con MCI. Tra questi l'Ospedale MultiMedica di Castellanza.
''Abbiamo cominciato a reclutare pazienti selezionati - spiega Franceschi -, ad alto rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer e privi di controindicazioni di natura medica, che saranno sottoposti a iniezioni sottocutanee mensili di vaccino nei prossimi due anni. Trattandosi di uno studio in fase 2a, le misure atte ad identificare immediatamente eventuali effetti indesiderati saranno numerose ed accuratissime''.
Tutte le visite, il vaccino e gli esami di laboratorio necessari saranno gratuiti sia per il paziente che per il Sistema Sanitario Nazionale.
Da dicembre 2010 e' iniziata la selezione dei pazienti presso l'Unita' Funzionale di Neurologia, grazie all'aiuto dei Medici di Medicina Generale e di altri Centri Neurologici della zona.
Oggi in Italia almeno 700.000 persone sono affette da forme piu' o meno avanzate di demenza. ''La demenza di cui la malattia di Alzheimer e' la forma piu' comune - spiega Massimo Franceschi, responsabile dell'Unita' Funzionale di Neurologia dell'Ospedale MultiMedica di Castellanza - e' la piu' grave conseguenza dell'invecchiamento, e pertanto con l'aumentare dell'attesa di vita delle nostre popolazioni e' attesa una vera e propria epidemia di demenze nei prossimi anni. Attualmente colpisce il 7% dei soggetti fra 65 e 85 anni e il 40% degli ultranovantenni, ma in realta' il processo patologico che conduce all'Alzheimer inizia decenni prima dell'insorgere dei sintomi''.
Attualmente si stanno studiando farmaci da utilizzare in soggetti a rischio prima dell'inizio dei sintomi della demenza, quando la dotazione neuronale e' ancora relativamente integra. ''I pazienti con il cosiddetto Mild Cognitive Impairment (MCI), cioe' con sintomi di amnesia chiara ma non ancora invalidante - prosegue Franceschi - e con certe caratteristiche genetiche, liquorali ed ipotrofia dell'ippocampo evidente alla risonanza magnetica, sono soggetti con un alto rischio di sviluppare una malattia di Alzheimer''. La casa farmaceutica Roche ha recentemente sviluppato un vaccino in grado di ''sciogliere'' le placche senili, che sono ritenute la base patogenetica della malattia, e quindi in linea teorica, in grado di fermare il procedere della patologia che porta alla demenza di Alzheimer. Questo vaccino sembra essere molto ben tollerato ed esente dai rischi che in passato avevano presentato farmaci analoghi. Roche ha identificato 63 centri in tutto il mondo cui affidare la sfida di dimostrare che questo vaccino sia in grado veramente di prevenire la malattia di Alzheimer in soggetti ad alto rischio come quelli con MCI. Tra questi l'Ospedale MultiMedica di Castellanza.
''Abbiamo cominciato a reclutare pazienti selezionati - spiega Franceschi -, ad alto rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer e privi di controindicazioni di natura medica, che saranno sottoposti a iniezioni sottocutanee mensili di vaccino nei prossimi due anni. Trattandosi di uno studio in fase 2a, le misure atte ad identificare immediatamente eventuali effetti indesiderati saranno numerose ed accuratissime''.
Tutte le visite, il vaccino e gli esami di laboratorio necessari saranno gratuiti sia per il paziente che per il Sistema Sanitario Nazionale.
Da dicembre 2010 e' iniziata la selezione dei pazienti presso l'Unita' Funzionale di Neurologia, grazie all'aiuto dei Medici di Medicina Generale e di altri Centri Neurologici della zona.
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lunedì 10 gennaio 2011
morbo di Alzheimer: Il tè verde è un toccasana, bevuto ogni giorno protegge dalla demenza
Bere regolarmente tè verde può proteggere il cervello dalla demenza e da malattie degenerative come l’Azheimer. E’ la conclusione a cui è giunto uno studio condotto da un gruppo di ricercatori della Newcastle university, guidati da Ed Okello del dipartimento di agricoltura, cibo e sviluppo rurale dell’universita’.
L’intento dei ricercatori era quello di verificare se le proprieta’ benefiche del te’ si mantenessero anche dopo la digestione. ”Secondo i risultati il te’ verde viene digerito da enzimi presenti nell’intestino – ha affermato Okello – e le sostanze chimiche risultanti sono piu’ efficaci contro i principali fattori scatenanti della demenza e dell’Alzheimer, rispetto alla formulazione del te’ prima della digestione”. I composti che hanno un ruolo significativo nello sviluppo della malattia di Alzheimer sono il perossido di idrogeno e la proteina beta-amiloide, mentre le sostenze contenute nel te’ verde che proteggono le cellule sono i polifenoli. Il team di Newcastle, in un esperimento di laboratorio ha esposto alcune cellule a diverse concentrazioni di tossine e composti di te’ verde digerito, ”questi ultimi – ha concluso Okello – hanno protetto le cellule impedendo alle tossine di distruggerle”.
L’intento dei ricercatori era quello di verificare se le proprieta’ benefiche del te’ si mantenessero anche dopo la digestione. ”Secondo i risultati il te’ verde viene digerito da enzimi presenti nell’intestino – ha affermato Okello – e le sostanze chimiche risultanti sono piu’ efficaci contro i principali fattori scatenanti della demenza e dell’Alzheimer, rispetto alla formulazione del te’ prima della digestione”. I composti che hanno un ruolo significativo nello sviluppo della malattia di Alzheimer sono il perossido di idrogeno e la proteina beta-amiloide, mentre le sostenze contenute nel te’ verde che proteggono le cellule sono i polifenoli. Il team di Newcastle, in un esperimento di laboratorio ha esposto alcune cellule a diverse concentrazioni di tossine e composti di te’ verde digerito, ”questi ultimi – ha concluso Okello – hanno protetto le cellule impedendo alle tossine di distruggerle”.
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venerdì 7 gennaio 2011
morbo di Alzheimer: PREVENIRE ALZHEIMER, PRESTO TEST 'ARTIFICIALE' DEL SANGUE
Gli scienziati dello Scripps Research Institute hanno sviluppato una nuova tecnologia che e' in grado di rilevare la presenza di molecole immunitarie specifiche per la malattia di Alzheimer grazie alle analisi di campioni di sangue. La novita', che sara' pubblicata oggi sulla rivista Cell, e' data dal fatto che il professor Thomas Kodadek, che guida la ricerca, ha utilizzato antigeni sintetici invece che frammenti prelevati da batteri o virus.
Questi ultimi, infatti, sono solitamente utilizzati per stimolare la risposta specifica del sistema immunitario e svelare i biomarcatori che fanno da ''spia'' ad una malattia.
''Sara' piu' facile lavorare con le molecole di sintesi rispetto al materiale organico per scoprire infezioni in corso'', affermano i ricercatori.
Questi ultimi, infatti, sono solitamente utilizzati per stimolare la risposta specifica del sistema immunitario e svelare i biomarcatori che fanno da ''spia'' ad una malattia.
''Sara' piu' facile lavorare con le molecole di sintesi rispetto al materiale organico per scoprire infezioni in corso'', affermano i ricercatori.
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lunedì 22 novembre 2010
Alzheimer : Troppo Gps? Si rischia anche l'Alzheimer

Orientarsi solo con i navigatori satellitari non aiuta il cervello, che perde le sue migliori capacità di memoria e di orientamento. Rischio maggiore di sviluppare malattie
La tecnologia per le azioni di uso comune - far di conto, scrivere, orientarsi - mostra ancora una volta l’altra faccia della medaglia: se usata troppo finisce per nuocere, in questo caso alla salute. L’allarme arriva dalla Mc Gill University in Canada, che mette in guardia dall’uso smodato dei navigatori satellitari per orientarsi. L’ippocampo, la parte del cervello che aiuta la navigazione spaziale, se poco stimolato finisce per funzionare meno e peggio, fino a casi limite che riguardano lo sviluppo di malattie degenerative tipiche dell’età adulta, come il morbo di Alzheimer.
ORIENTARSI - Come spiegano i ricercatori, per orientarsi l’uomo usa due metodi differenti. Il primo è un metodo geospaziale che prevede si usino punti di riferimento per costruire una mappa mentale e sapere dove andare seguendo tali "cartelli" e richiamando alla memoria i segnali memorizzati. Il secondo invece ha a che fare con la ripetitività di un percorso, che viene memorizzato e poi rifatto molte volte senza più bisogno di pensare a dove stiamo andando. E questa seconda modalità è più simile a quella messa in atto da chi usa un navigatore satellitare: rispondere allo stimolo dato da comandi chiari e precisi, svolgendo azioni semplici (prendete la prima a destra, avanti per 20 metri) senza collegare il paesaggio o punti di riferimento geografici ai nostri gesti.
LO STUDIO - Gli studiosi hanno utilizzato la risonanza magnetica funzionale per analizzare il comportamento del cervello di chi si orienta in entrambe i modi. I primi - ovvero chi utilizza la tecnica geospaziale attiva - mostrano un’attività più intensa nell’ippocampo. Attività che si ripercuote anche in altre funzioni sempre legate alla propria presenza nello spazio. In questo campo infatti i risultati, anche di persone adulte o di età avanzata, sono migliori di chi si lascia guidare da comandi altrui o meccanizzati.
IL RISCHIO - Gli stessi ricercatori canadesi sostengono che un uso prolungato e troppo intenso di un navigatore Gps, senza mai alternare con un po' di sano orientamento fai da te, porta a un’atrofia dell’ippocampo nel lungo periodo e mette i pazienti a rischio di malattie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer, patologia che colpisce per primo proprio l’ippocampo. Nessuna demonizzazione del Gps, però: il suo uso resta utile in molti casi, ma un po' come avveniva a scuola davanti alla calcolatrice usata anche per fare i conti più semplici, la giusta misura e un briciolo di fatica aiutano a rimanere giovani ed elastici più a lungo.
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venerdì 29 ottobre 2010
morbo di Alzheimer : Con 40 sigarette al giorno +150% rischio Alzheimer
Ricerca statunitense su 21 mila persone.
Fumare due pacchetti di sigarette al giorno espone ad un rischio molto alto (+157%) di ammalarsi di Alzheimer in vecchiaia. Per chi fuma ancora di più il rischio di incorrere nella cosiddetta demenza vascolare - malattia che interessa i vasi sanguigni che portano il sangue al cervello e che causa danni alla corteccia, attraverso un certo numero di attacchi ischemici transitori - aumenta del 172% rispetto a chi non ha il vizio delle 'bionde'. E' il risultato di uno studio americano, pubblicato sul giornale Archives of Internal Medicine, che ha osservato i dati di oltre 21 mila persone. I dati della ricerca statunitense contengono anche una buona notizia per chi ha smesso di fumare intorno ai 50 anni. Gli studiosi sono arrivati alla conclusione che dopo 20 anni dall'abbandono delle sigarette, il rischio di ammalarsi di Alzheimer o di soffrire di demenza vascolare è praticamente uguale a quello di coloro che non hanno mai fumato. Il legame tra fumo e malattia di Alzheimer era già noto nella comunità scientifica ma questo studio, uno dei più grandi mai realizzati, ha quantificato il rischio di insorgenza della patologia e ha osservato come i danni da fumo si verificano, attraverso la demenza, solo alcuni anni più tardi.
Fumare due pacchetti di sigarette al giorno espone ad un rischio molto alto (+157%) di ammalarsi di Alzheimer in vecchiaia. Per chi fuma ancora di più il rischio di incorrere nella cosiddetta demenza vascolare - malattia che interessa i vasi sanguigni che portano il sangue al cervello e che causa danni alla corteccia, attraverso un certo numero di attacchi ischemici transitori - aumenta del 172% rispetto a chi non ha il vizio delle 'bionde'. E' il risultato di uno studio americano, pubblicato sul giornale Archives of Internal Medicine, che ha osservato i dati di oltre 21 mila persone. I dati della ricerca statunitense contengono anche una buona notizia per chi ha smesso di fumare intorno ai 50 anni. Gli studiosi sono arrivati alla conclusione che dopo 20 anni dall'abbandono delle sigarette, il rischio di ammalarsi di Alzheimer o di soffrire di demenza vascolare è praticamente uguale a quello di coloro che non hanno mai fumato. Il legame tra fumo e malattia di Alzheimer era già noto nella comunità scientifica ma questo studio, uno dei più grandi mai realizzati, ha quantificato il rischio di insorgenza della patologia e ha osservato come i danni da fumo si verificano, attraverso la demenza, solo alcuni anni più tardi.
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sabato 9 ottobre 2010
Alzheimer : vitamina B può rallentare sensibilmente l’insorgere di disturbi legati all'avanzare dell'età
I test hanno dimostrato che l’apporto di vitamina B può rallentare sensibilmente l’insorgere di disturbi legati all'avanzare dell'età
Svelata l’ultima arma nella battaglia contro l’Alzheimer: una semplice vitamina. I ricercatori dell’Università di Oxford hanno rivelato che l’assunzione quotidiana di pastiglie a base di vitamina B rallenta il processo di perdita delle facoltà mentali che si verifica con l’incedere dell’età, causando segni precoci di demenza, come la perdita di memoria.
In un esperimento durato due anni, è stato riscontrato che l’assunzione della vitamina riduceva fino al 50% l’atrofia del cervello in un gruppo di persone anziane.
Una pastiglia vitaminica che freni la regressione cognitiva associata all’aumento dell’età potrebbe avere implicazioni di portata colossale. Circa 1.5 milioni di persone in Inghilterra, 14 milioni in Europa e 5 milioni negli Stati Uniti hanno problemi legati alla perdita di memoria, difficoltà nell’uso del linguaggio e altre disfunzioni conosciute come Graduale Indebolimento Cognitivo (MCI), metà delle quali degenerano nello sviluppo dell’Alzheimer o altre forme di demenza senile nell’arco di cinque anni.
Anche un lieve rallentamento di questo processo rappresenterebbe una grande conquista dal punto di vista umano ed economico. In ogni caso gli scienziati sostengono che sia ancora prematuro prescrivere agli anziani che soffrono di lapsus di memoria l’assunzione di vitamina B, almeno fino a che gli studi non consentiranno di mettere in luce tutti i rischi e i benefici.
La vitamina B si trova nella carne, nei cereali e nelle patate. Favorisce la crescita e il proliferare delle cellule, rafforza il sistema immunitario e aiuta a mantenere in buona salute la pelle e le ossa.
Il Professor David Smith del Dipartimento di Farmacologia della Oxford University, e co-leader dell’esperimento ha dichiarato «E’ una scoperta eccezionale. Speriamo davvero che questo trattamento così semplice e sicuro possa frenare lo sviluppo dell’Alzheimer in molte persone che soffrono di graduale indebolimento cognitivo». «Sono risultati estremamente promettenti, ma – precisa- prima di poter cantare vittoria sono necessari ulteriori test e verifiche».
Gli effetti di lungo periodo dell’assunzione di grandi dosi di vitamine non sono del tutto noti, ma alcuni studiosi ritengono che possa causare l’insorgere di alcune forme di cancro. «Io comunque proverei questa terapia senza esitazione», conclude il professore.
Chris Kennard, a capo del Consiglio di Neuroscienze sulla ricerca medica ha dichiarato: «Questo esperimento ci consente di compiere un grosso balzo in avanti nella scoperta del complesso quadro neurobiologico che sottende all’avanzare dell’età e al declino cognitivo»
fonte: lastampa.it
Svelata l’ultima arma nella battaglia contro l’Alzheimer: una semplice vitamina. I ricercatori dell’Università di Oxford hanno rivelato che l’assunzione quotidiana di pastiglie a base di vitamina B rallenta il processo di perdita delle facoltà mentali che si verifica con l’incedere dell’età, causando segni precoci di demenza, come la perdita di memoria.
In un esperimento durato due anni, è stato riscontrato che l’assunzione della vitamina riduceva fino al 50% l’atrofia del cervello in un gruppo di persone anziane.
Una pastiglia vitaminica che freni la regressione cognitiva associata all’aumento dell’età potrebbe avere implicazioni di portata colossale. Circa 1.5 milioni di persone in Inghilterra, 14 milioni in Europa e 5 milioni negli Stati Uniti hanno problemi legati alla perdita di memoria, difficoltà nell’uso del linguaggio e altre disfunzioni conosciute come Graduale Indebolimento Cognitivo (MCI), metà delle quali degenerano nello sviluppo dell’Alzheimer o altre forme di demenza senile nell’arco di cinque anni.
Anche un lieve rallentamento di questo processo rappresenterebbe una grande conquista dal punto di vista umano ed economico. In ogni caso gli scienziati sostengono che sia ancora prematuro prescrivere agli anziani che soffrono di lapsus di memoria l’assunzione di vitamina B, almeno fino a che gli studi non consentiranno di mettere in luce tutti i rischi e i benefici.
La vitamina B si trova nella carne, nei cereali e nelle patate. Favorisce la crescita e il proliferare delle cellule, rafforza il sistema immunitario e aiuta a mantenere in buona salute la pelle e le ossa.
Il Professor David Smith del Dipartimento di Farmacologia della Oxford University, e co-leader dell’esperimento ha dichiarato «E’ una scoperta eccezionale. Speriamo davvero che questo trattamento così semplice e sicuro possa frenare lo sviluppo dell’Alzheimer in molte persone che soffrono di graduale indebolimento cognitivo». «Sono risultati estremamente promettenti, ma – precisa- prima di poter cantare vittoria sono necessari ulteriori test e verifiche».
Gli effetti di lungo periodo dell’assunzione di grandi dosi di vitamine non sono del tutto noti, ma alcuni studiosi ritengono che possa causare l’insorgere di alcune forme di cancro. «Io comunque proverei questa terapia senza esitazione», conclude il professore.
Chris Kennard, a capo del Consiglio di Neuroscienze sulla ricerca medica ha dichiarato: «Questo esperimento ci consente di compiere un grosso balzo in avanti nella scoperta del complesso quadro neurobiologico che sottende all’avanzare dell’età e al declino cognitivo»
fonte: lastampa.it
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lunedì 26 luglio 2010
Alzheimer : GENE DELLA VECCHIAIA PROTEGGE DA SVILUPPO MALATTIA
E' uno dei geni responsabili dell'invecchiamento, ma proteggerebbe dallo sviluppo della malattia di Alzheimer. Si chiama SIRT1 e la sua duplice funzione e' stata individuata dagli studiosi del MIT-Massachusetts Institute of Tecnology di Boston guidati da Leonard Guarente e pubblicata su Cell.
Le placche amiloidi responsabili dello sviluppo dell'Alzheimer si formano quando le proteine precursori dell'amiloide vengono suddivise in piccoli peptidi amiloidi che danno origine alla patologia. I frammenti peptidici prodotti, spiegano pero' i ricercatori, possono anche essere innocui: e dalla ricerca e' emerso che sarebbe proprio il gene SIRT1 ad attivare la produzione di un enzima che scinde i precursori dell'amiloide in peptidi inoffensivi.
Le placche amiloidi responsabili dello sviluppo dell'Alzheimer si formano quando le proteine precursori dell'amiloide vengono suddivise in piccoli peptidi amiloidi che danno origine alla patologia. I frammenti peptidici prodotti, spiegano pero' i ricercatori, possono anche essere innocui: e dalla ricerca e' emerso che sarebbe proprio il gene SIRT1 ad attivare la produzione di un enzima che scinde i precursori dell'amiloide in peptidi inoffensivi.
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lunedì 14 giugno 2010
Alzheimer: MUSICA AIUTA MALATI A RICORDARE NUOVE INFORMAZIONI
I pazienti affetti da malattia di Alzheimer sono in grado di ricordare meglio nuove informazioni se queste vengono somministrate accompagnate da musica: a sostenerlo e' un gruppo di ricerca della Boston University School of Medicine in uno studio pubblicato oggi su Neuropsychologia.
I ricercatori hanno fatto leggere ai pazienti affetti da Alzheimer sullo schermo di un pc il testo di 40 canzoni.
Durante la lettura dei testi sui monitor, le canzoni sono anche state fatte ascoltare: 20 sotto forma di canzone, mentre altre 20 sono state lette. Alla fine del test, i ricercatori hanno rilevato che ''i pazienti con Alzheimer - spiega Brandon Ally, che ha partecipato allo studio - ricordavano meglio i testi delle canzoni che venivano accompagnati dalla musica rispetto a quelli che venivano letti''.
I ricercatori hanno fatto leggere ai pazienti affetti da Alzheimer sullo schermo di un pc il testo di 40 canzoni.
Durante la lettura dei testi sui monitor, le canzoni sono anche state fatte ascoltare: 20 sotto forma di canzone, mentre altre 20 sono state lette. Alla fine del test, i ricercatori hanno rilevato che ''i pazienti con Alzheimer - spiega Brandon Ally, che ha partecipato allo studio - ricordavano meglio i testi delle canzoni che venivano accompagnati dalla musica rispetto a quelli che venivano letti''.
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giovedì 10 giugno 2010
ALZHEIMER, IL RISCHIO SI RIDUCE CON NOCI PESCE E POMODORI
Pesce, pollo, frutta, verdura e noci: ecco gli ingredienti della dieta anti-Alzheimer, secondo quanto emerge da uno studio pubblicato su Archives of Neurology dai ricercatori della Columbia University di New York, negli Usa, guidati da Nikolaos Scarmeas.
La ricerca, durata quattro anni e condotta sulle abitudini alimentari di 2.148 soggetti di 65 anni, ha dimostrato che una dieta ricca di noci, pesce, pomodori, pollo, verdure crucifere (come broccoli e cavolfiori), verdure a foglia verde (come barbabietole, carote, sedano e lattuga) e scura (come bieta e spinaci) e povera invece di carne rossa, interiora e burro, risulta in grado di ridurre il rischio di Alzheimer del 38%.
''Lo studio ha dimostrato che questa combinazione di alimenti influenza il livello di acidi grassi e vitamine - spiega Scarmeas -. In tal modo influenza anche il rischio di sviluppare l'Alzheimer''.
La ricerca, durata quattro anni e condotta sulle abitudini alimentari di 2.148 soggetti di 65 anni, ha dimostrato che una dieta ricca di noci, pesce, pomodori, pollo, verdure crucifere (come broccoli e cavolfiori), verdure a foglia verde (come barbabietole, carote, sedano e lattuga) e scura (come bieta e spinaci) e povera invece di carne rossa, interiora e burro, risulta in grado di ridurre il rischio di Alzheimer del 38%.
''Lo studio ha dimostrato che questa combinazione di alimenti influenza il livello di acidi grassi e vitamine - spiega Scarmeas -. In tal modo influenza anche il rischio di sviluppare l'Alzheimer''.
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lunedì 26 aprile 2010
Alzheimer: Anche a Genova il vaccino che può rallentare l’Alzheimer
È previsto «nei prossimi giorni» l’avvio in Italia della sperimentazione di un vaccino terapeutico contro la malattia di Alzheimer, ossia di un vaccino che non previene la malattia ma che ne rallenta la progressione. Lo ha annunciato oggi a Roma Elio Scarpini, dell’Ospedale Maggiore di Milano e del dipartimento di Neuroscienze dell’università di Milano, nel «BrainForum», il convegno sulle nuove frontiere della ricerca sul cervello organizzato per i 101 anni del Nobel Rita Levi Montalcini.
Si tratta di una sperimentazione internazionale di fase 2, volta cioè a dare le prime risposte sull’efficacia. È coordinata per l’Italia dalla Fondazione Santa Lucia di Roma e in l’Italia partecipano complessivamente 30 pazienti fra Roma (due centri), Milano, Firenze, Genova e Brescia.
La sperimentazione è condotta su pazienti in fase lieve-moderata della malattia e di oltre 55 anni. Nello studio di fase 1, volto a verificare la sicurezza e coordinato dalla Svezia, il vaccino è risultato «ben tollerato», ha osservato Scarpini. Il vaccino terapeutico che l’Italia si prepara a sperimentare funziona rimuovendo le placche di sostanza beta-amiloide caratteristiche della malattia. Basato sulla forma patologica della proteina, il vaccino stimola la formazione di anticorpi specifici, che si legano cioè alla proteina amiloide. Quest’ultima può essere quindi individuata e distrutta dalle cellule-spazzino del sistema immunitario. Sono numerosi i vaccini terapeutici contro l’Alzheimer attualmente in fase di sperimentazione clinica.
Proprio oggi è arrivato da Vienna l’annuncio dell’avvio di uno studio in Austria, Germania, Francia, Repubblica ceca, Slovacchia e Croazia. Anche questo è un vaccino terapeutico e si basa sulla produzione di anticorpi specifici contro le placche amiloidi.
Ovunque si stiano moltiplicando gli sforzi per riuscire a rallentare la forma più diffusa di demenza senile, che colpisce più di 26 milioni di persone nel mondo e oltre 500.000 in Italia. Tuttavia la strada è ancora molto lunga e ci vorranno anni soltanto per avere i risultati di queste sperimentazioni appena avviate. Nessuna di esse, infatti, ha attualmente raggiunto la fase 3, ossia quella condotta su un numero di pazienti molto vasto e tesa a dimostrare l’efficacia della terapia. Soltanto dopo questa fase si apre l’iter per registrare la cura e approvarne la commercializzazione.
Si tratta di una sperimentazione internazionale di fase 2, volta cioè a dare le prime risposte sull’efficacia. È coordinata per l’Italia dalla Fondazione Santa Lucia di Roma e in l’Italia partecipano complessivamente 30 pazienti fra Roma (due centri), Milano, Firenze, Genova e Brescia.
La sperimentazione è condotta su pazienti in fase lieve-moderata della malattia e di oltre 55 anni. Nello studio di fase 1, volto a verificare la sicurezza e coordinato dalla Svezia, il vaccino è risultato «ben tollerato», ha osservato Scarpini. Il vaccino terapeutico che l’Italia si prepara a sperimentare funziona rimuovendo le placche di sostanza beta-amiloide caratteristiche della malattia. Basato sulla forma patologica della proteina, il vaccino stimola la formazione di anticorpi specifici, che si legano cioè alla proteina amiloide. Quest’ultima può essere quindi individuata e distrutta dalle cellule-spazzino del sistema immunitario. Sono numerosi i vaccini terapeutici contro l’Alzheimer attualmente in fase di sperimentazione clinica.
Proprio oggi è arrivato da Vienna l’annuncio dell’avvio di uno studio in Austria, Germania, Francia, Repubblica ceca, Slovacchia e Croazia. Anche questo è un vaccino terapeutico e si basa sulla produzione di anticorpi specifici contro le placche amiloidi.
Ovunque si stiano moltiplicando gli sforzi per riuscire a rallentare la forma più diffusa di demenza senile, che colpisce più di 26 milioni di persone nel mondo e oltre 500.000 in Italia. Tuttavia la strada è ancora molto lunga e ci vorranno anni soltanto per avere i risultati di queste sperimentazioni appena avviate. Nessuna di esse, infatti, ha attualmente raggiunto la fase 3, ossia quella condotta su un numero di pazienti molto vasto e tesa a dimostrare l’efficacia della terapia. Soltanto dopo questa fase si apre l’iter per registrare la cura e approvarne la commercializzazione.
sabato 27 marzo 2010
L'ALZHEIMER PROTEGGE DAL CANCRO, E VICEVERSA
Le persone affette dal morbo di Alzheimer hanno piu' probabilita' di non incorrere nel cancro, e chi ha sviluppato una neoplasia e' piu' protetto dalla malattia di Alzheimer: la scoperta arriva da uno studio condotto dai ricercatori della University School of Medicine di St. Louis (Usa) e pubblicato su Neurology, la rivista medica dell'American Academy of Neurology.
I ricercatori hanno esaminato un gruppo di 3.020 persone dai 65 anni in su. Dai dati e' emerso che per le persone che avevano il morbo di Alzheimer all'inizio dello studio il rischio di ospedalizzazione futura dovuto al cancro era ridotto del 69% rispetto a coloro che non avevano la demenza all'inizio della ricerca. Viceversa, per le persone che gia' avevano una diagnosi di cancro all'inizio dello studio il pericolo di incorrere nel morbo di Alzheimer era minore del 43%.
I ricercatori hanno esaminato un gruppo di 3.020 persone dai 65 anni in su. Dai dati e' emerso che per le persone che avevano il morbo di Alzheimer all'inizio dello studio il rischio di ospedalizzazione futura dovuto al cancro era ridotto del 69% rispetto a coloro che non avevano la demenza all'inizio della ricerca. Viceversa, per le persone che gia' avevano una diagnosi di cancro all'inizio dello studio il pericolo di incorrere nel morbo di Alzheimer era minore del 43%.
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martedì 9 marzo 2010
ALZHEIMER: ERBE MEDICINALI RALLENTANO DECLINO COGNITIVO
Le erbe medicinali in aiuto dei malati d'Alzheimer: si tratta dei risultati di uno studio australiano della Swinburne University of Technology che ha individuato in alcuni rimedi naturali dei validi alleati per contrastare i sintomi della patologia neurodegenerativa.
Corteccia di pino, balsamo al limone, ginseng, rosmarino, brahmi, una pianta acquatica tipica dell'India: i loro effetti anti-infiammatori e anti-ossidanti sembra abbiano ripercussioni positive sulla perdita di memoria, capacita' di apprendimento, depressione e ansia. Fornire le dovute informazioni a medici e pazienti, concludono i ricercatori di Swinburne, e' indispensabile per integrare i prodotti naturali nei programmi di cura e prevenzione della malattia.
Corteccia di pino, balsamo al limone, ginseng, rosmarino, brahmi, una pianta acquatica tipica dell'India: i loro effetti anti-infiammatori e anti-ossidanti sembra abbiano ripercussioni positive sulla perdita di memoria, capacita' di apprendimento, depressione e ansia. Fornire le dovute informazioni a medici e pazienti, concludono i ricercatori di Swinburne, e' indispensabile per integrare i prodotti naturali nei programmi di cura e prevenzione della malattia.
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domenica 28 febbraio 2010
Alzheimer: TRE PROTEINE COLLEGATE AD ALZHEIMER E DEMENZA
Identificate tre proteine che possono contribuire alla perdita di memoria e all'insorgere della malattia di Alzheimer: e' quanto emerge da uno studio messo a punto dai ricercatori del Translational Genomics Research Institute (TGen) di Phoenix (Arizona, Usa) secondo cui le 3 molecole sono in grado di interrompere le comunicazioni tra i neuroni all'interno del cervello.
Le tre proteine sono in grado di causare malfunzionamenti in un'altra proteina, Tau, fondamentale per la formazione dei ponti tra i neuroni che a loro volta sostengono le connessioni sinaptiche che permettono ai neuroni di comunicare tra loro. ''Il risultato finale della disfunzione di Tau - spiega Travis Dunckley, prinicpale autore della ricerca - e' che i neuroni perdono le connessioni tra loro, e quando i neuroni non comunicano piu' si hanno profondi effetti sulla cognizione''. I risultati dello studio verranno pubblicati nell'edizione di questo mese della rivista BMC Genomics.
Le tre proteine sono in grado di causare malfunzionamenti in un'altra proteina, Tau, fondamentale per la formazione dei ponti tra i neuroni che a loro volta sostengono le connessioni sinaptiche che permettono ai neuroni di comunicare tra loro. ''Il risultato finale della disfunzione di Tau - spiega Travis Dunckley, prinicpale autore della ricerca - e' che i neuroni perdono le connessioni tra loro, e quando i neuroni non comunicano piu' si hanno profondi effetti sulla cognizione''. I risultati dello studio verranno pubblicati nell'edizione di questo mese della rivista BMC Genomics.
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